“Da qui all’Eternit”: Bona firma un romanzo sulla strage da amianto a Casale Monferrato

“La grande scritta ‘Eternit’ in rosso e con il capolettera elegante campeggiava come un vanto su una delle pareti laterali dipinte di giallo. L’erba sul ciglio della strada aveva la tinta del fango, ricoperta dalle polveri della fibra”.

Ecco Casale Monferrato, antica e nobile capitale di un marchesato, agli inizi degli anni Ottanta del Novecento. Quando “un opuscolo riportava: ‘Ecco a voi la pietra artificiale’. Questa immagine si era imposta agli occhi dei casalesi. Tutto quello che era eternit sapeva di miracolo. I bambini lo utilizzavano per costruirsi le capanne, gli adulti per delimitare orti e giardini e piantumare cortili”.

Siamo alle battute iniziali di Da qui all’Eternit. Il romanzo sull’amianto a Casale Monferrato (Scritturapura, pagine 146, euro 15) di Giorgio Bona.

Con un’esperienza professionale alla segreteria politica dell’assessorato al Lavoro della Provincia di Alessandria, Bona è anche autore di altre opere, tra cui il significativo romanzo Sangue di tutti, dedicato all’assassinio nel luglio 1945 del comunista bordighista Mario Acquaviva, ammazzato da esponenti del Pci.

Il libro sulla strage dell’amianto, il primo incentrato sul caso Eternit, esce nei giorni in cui a Novara è ricominciato il processo Eternit-bis in corte d’Assise, processo in cui Stephan Schmidheiny, 73 anni, ultimo patron dell’azienda, è accusato dell’omicidio volontario con dolo eventuale di 392 persone.

Quello di Bona non è un saggio, ma un’opera di fantasia. “È una storia. Non la storia”, spiega. Però è una storia vera, come veri sono gli scenari e i personaggi: dalla fabbrica della morte dalla polvere bianca, l’Eternit, ai suoi scellerati dirigenti; dalle vittime (per asbestosi, cancro ai polmoni, mesotelioma pleurico…) a tutti coloro i quali si sono battuti e si battono per ottenere giustizia.

Nel suo romanzo Bona racconta come si arrivò alla chiusura dell’Eternit, verso la metà degli anni Ottanta, dopo che da tempo i lavoratori, i sindacati e qualche esponente politico denunciavano – inascoltati – la pericolosità estrema dell’esposizione alle fibre dell’amianto.

C’è tutto ciò che deve servire, ossia lotta, speranze, amore, dolore, in un libro che rielabora la materia viva della cronaca e non parla mai di cose inutili.

Letteratura sociale, operaia, impegnata, si sarebbe detto una volta, ancora negli anni Sessanta, nell’epoca dei libri di Guido Seborga o di Ottiero Ottieri. Bona insegna che quella letteratura affondata nella realtà, legata ai problemi di donne e di uomini in carne e ossa, non è passata di moda.

I Nastri scoprono le serie tv: tutti premiati tranne Netflix

Non un mero restyling del premio, ma una evoluzione culturale: i Nastri d’Argento perdono i forellini della pellicola per abbracciare la serialità.

Succede a Napoli, oggi fucina privilegiata dell’audiovisivo italiano, con la prima edizione dei Nastri d’Argento Grandi Serie Internazionali: obiettivo, “mappare una produzione nazionale che all’estero è paradossalmente arrivata meglio che da noi. Intendiamoci, è una modalità diversa di fare cinema, perché – osserva il presidente del Sindacato giornalisti cinematografici Laura Delli Colli – la qualità del prodotto è cinematografica”. Sicché, a voler trovare un antenato, meglio Montalbano che, seppure giochi in casa, Un posto al sole: “In origine Montalbano non sapeva di appartenere al mondo della serialità”, ma il suo successo avrebbe incentivato e forgiato il comparto tricolore.

Cinque i titoli cui il Sindacato riconosce passaporto internazionale: L’amica geniale, dalla saga letteraria di Elena Ferrante per la regia di Saverio Costanzo; The New Pope, il secondo capitolo del dittico papalino di Paolo Sorrentino; Gomorra – La serie, il nostro più grande exploit; We Are Who We Are, lo struggente canto libero di Luca Guadagnino; ZeroZeroZero, che lo specialista Stefano Sollima ha tratto da Roberto Saviano. Senza smancerie, è difficile trovare un analogo pacchetto nel nostro cinema, almeno, per le ricadute su mercato, pubblico e storytelling: ci mancherà probabilmente un top player quale House of Cards, Breaking Bad o Bridgerton, ma non siamo – letteralmente – da serie B. E auspicabilmente potremo presto disputare la Champions: autori quali Marco Bellocchio (Esterno notte), Alice Rohrwacher (Ci sarà una volta) e i fratelli D’Innocenzo lasciano ben sperare.

In attesa di approdare alle tradizionali cinquine, lo spin-off dei Nastri intanto individua le tre serie dell’anno: Petra di Maria Sole Tognazzi, con Paola Cortellesi e Andrea Pennacchi, una rivisitazione del noir che privilegia il punto di vista femminile; la (fanta)storica Romulus, ideata e diretta da Matteo Rovere; Il Commissario Ricciardi, con Lino Guanciale e Antonio Milo, ispirato da quel Maurizio de Giovanni che è il dominus della scena espansa napoletana (I bastardi di Pizzofalcone, Mina Settembre). Da Cattleya di Riccardo Tozzi (“La serialità ha alle spalle la nostra fiction che parte dallo sceneggiato: una lunga tradizione”) a Fandango e Wildside/The Apartment, da Rai Fiction (Maria Pia Ammirati) a Sky (Nils Hartmann), c’è gloria per tutti, solo non si vedono i due liocorni, che poi è uno: Netflix. Il servizio streaming non è considerato, eccetto per l’Alessandro Borghi di Suburra: forse la rivoluzione dei Nastri non è completata, forse l’offerta non era lusinghiera, ma per ora stravince la tv. Che plasma sempre più il nostrano star-system, qui debitamente premiato: Matilda De Angelis, reduce da The Undoing al fianco di Nicole Kidman e Hugh Grant e prossima avvocata Lidia Poët per Netflix; Marco D’Amore e Salvatore Esposito, i gemelli diversi di Gomorra; ovviamente, Luca Zingaretti per l’immarcescibile Salvo creato da Andrea Camilleri; Stefano Accorsi, da una cui idea è nato il trittico 1992, 1993, 1994; Silvio Orlando, alias il Cardinal Voiello di Sorrentino, che ringrazia per questo “Emmy italiano”.

“Ronconi e Servillo maestri, ma solo da Sfinge in strada ho capito cos’è il mondo”

“P” come uomo pratico. “È l’intervista della domenica?”. Sì. “Allora sono due pagine”. Ancora sì. “Quindi le posso raccontare di quando da bambino sono stato un migrante al contrario: dal Veneto sono finito per sei anni in Basilicata”.

“P” come palco. “In carriera ho partecipato a circa 80 tournée. E solo a causa del Covid ho dedicato maggiore attenzione al cinema”.

“P” come pallone. “Da ragazzo sono arrivato in prima categoria; (pausa) proprio su un campo da calcio ho sbagliato una partita di brutto: una figuraccia tale che ancora oggi la soffro”.

“P” come pescatore: per il ruolo da coprotagonista in Welcome Venice, ultimo lavoro di Andrea Segre, presentato proprio alla Mostra di Venezia. Un film crudo, non lezioso, con molte parti in dialetto, recitato secondo i migliori auspici e con la Laguna esaltata da tutti i suoi grigi.

“P” come Paolo Pierobon, 54 anni, attore raro, rientra nella categoria dell’artista a servizio della storia: cambia spesso aspetto, a volte è irriconoscibile, può essere Berlusconi in 1993 e 1994 o Gabriele D’Annunzio nell’altro suo film attualmente nelle sale (Qui rido io di Martone).

L’infanzia, quindi.

Da veneto oriundo o spurio: a differenza della comune narrazione, mio padre, per lavoro, ci portò in Basilicata. Sei anni lì. Ed ero un ultra terrone.

Perché ultra?

Già i veneti vengono considerati i terroni del Nord, poi si aggiungevano i sei anni al Sud; (pausa) della Basilicata ho un ricordo meraviglioso: ogni immagine di allora è incastonata nel cielo azzurro; il problema è che vivevamo nel villaggio aziendale, papà lavorava all’Eni, e secondo la politica paternalistica di Mattei l’architettura doveva essere uguale in tutta Italia. Quando siamo finiti a San Donato Milanese ho ritrovato un appartamento identico, solo che aprivo la porta, trovavo la nebbia e qualcuno che mi apostrofava con “pirla”. Non capivo cosa volesse dire.

Stava meglio al Sud.

Sì, però Milano mi ha offerto la possibilità di conoscere e vivere il teatro; al cinema mi sono dedicato per il Covid.

Cioè?

Prima neanche partecipavo ai provini per i ruoli sul grande schermo solo perché avevo assunto altri impegni teatrali; ma dopo sette mesi fermo per la pandemia, ho accettato.

Il cinema è ripartito, il teatro no.

E con degli assurdi: la settimana scorsa ero a Venezia per la Mostra, con i vaporetti pieni di turisti, tutti attaccati, ti alitavano sull’orecchio, poi entravi nelle sale cinematografiche e vedevi i film come in una camera iperbarica.

Il film è ambientato a Venezia.

Girare l’anno scorso non è stato semplice: non c’era nessuno, così siamo stati costretti a piazzare le comparse di spalle, vestirle diversamente, in modo da raddoppiare le presenze; non solo: durante le riprese abbiamo perso diversi pezzi, fino a quando lo stesso Segre si è ammalato di Covid e ci ha diretto in “smart regia”.

Smart regia è una formula ancora sconosciuta…

(Ride) Potevamo smadonnare e sbuffare in perfetto veneziano senza essere visti da lui; (ride ancora) in giro dico sempre che le scene più belle del film sono quelle non dirette da Segre.

Siete amici da anni.

Sì, per questo mi permetto certe esasperazioni; c’era il suo aiuto regista che girava per il set con in mano l’ipad e Andrea collegato da casa, solo che spesso, nel casino delle riprese, mollava l’ipad su una sedia rivolto verso il cielo: Segre parlava, urlava, ma nessuno se ne accorgeva.

A quante tournée ha partecipato?

Tantissime, da quando ho iniziato credo di aver toccato gli 80 spettacoli; per anni sono sempre stato in giro, ospitato tra alberghi e case di colleghi; le case si sfruttano in modo da risparmiare sulla diaria.

Lavia fa teatro per il post spettacolo…

È una liturgia del passato, quando ci si distruggeva a tavola fino alle tre del mattino tra vino, cibo e aneddoti. Oggi molto meno. Oggi siamo tutti più dietetici, vince la zuppetta di verdure sennò s’ingrassa e altre amarezze.

Perché il teatro?

Ho capito molto presto che amavo esibirmi: ho iniziato con gli spettacoli di strada e le compagnie dialettali, poi mi sono iscritto alla “Paolo Grassi”; (pausa) parte tutto da un certo esibizionismo.

Anche a scuola?

Eccome, cercavo di stare al centro dell’attenzione, però al tempo stesso ero un tipo riservato: per questo le mie manifestazioni erano quasi sempre estreme, non riuscivo a calibrarmi.

Serviva anche per le ragazze?

(Sospiro) Il fine era quello; tra noi c’è un antico dilemma: si fa l’attore per scopare o si scopa per fare gli attori? Rientro nel primo gruppo.

Artista di strada.

Per un anno e mezzo sono stato una sfinge da marciapiede.

La sfinge cosa pensa mentre è sfinge?

Innanzitutto resiste ed è un grande punto di osservazione: già sapevo chi mi avrebbe dato soldi e chi no; chi mi avrebbe rotto e chi passava con indifferenza.

Quali erano i segnali?

Lo capivo da lontano: chi si fermava un secondo spesso si fregava nelle tasche e veniva dritto al piattino; mentre c’era chi mi girava attorno o si nascondeva dietro di me per sgamare un mio movimento; altri si piazzavano davanti e rompevano le palle con domande o provocazioni: “Ma non hai una casa?”; “Ma non ti vergogni?”.

Non si ribellava?

Solo una volta: un tizio mi ha spinto, a quel punto non ho resistito e ho reagito con un calcetto assestato con un paio di camperos anni Ottanta. È scappato terrorizzato.

Una scuola di vita.

Enorme. Di ascolto di se stessi, di concentrazione, di pazienza e, appunto, di osservazione.

La sfinge si sarebbe immaginata tale carriera?

No, però c’era il sogno.

Lillo ci ha raccontato: “Questo lavoro l’avrei fatto pure gratis perché non so fare altro nella vita”.

(Resta in silenzio) Eh, è vero (sorride). Grazie al film ho imparato a pescare le moeche; (cambia tono) comunque potrei riprendere con i lavori di quando ero ragazzo: il cameriere o il rappresentante della Treccani, soprattutto, da rappresentante, sono stato pettinato dagli insulti.

Come mai?

Era impossibile completare la Treccani; quando citofonavo di frequente trovavo i clienti esasperati, neanche mi aprivano la porta, oppure mi mostravano le librerie con i volumi posizionati e partiva la lamentela: “Ho iniziato con mio figlio piccolo, ora è sposato. Che ci faccio?”; ah, posso stare su un’ambulanza: ci ho lavorato per tre anni e mezzo.

Tutti lavori a contatto con gli altri.

Con l’ambulanza ho vissuto il carattere delle persone in situazioni cruciali, i conflitti e le contraddizioni: venivi accolto in un mondo estremo e ho incamerato emozioni e immagini che ancora oggi utilizzo per il lavoro d’attore.

È uno degli attori più cangianti, difficile riconoscerla.

Cerco sempre di togliere me stesso. Tanto poi ritorna. Ed è bello così.

Fa fatica a tornare?

No, ormai è un automatismo; (pausa) un margine di lucidità va sempre mantenuto, una parte di te deve sapere cosa sta accadendo per comprendere il contesto.

A cosa ha rinunciato?

È un lavoro che dà molta solitudine, pure logistica: l’occasione per conoscere e parlare è la sera, mentre io la sera quasi sempre lavoro; (pausa) sia ben chiaro: al mondo c’è di peggio, nessuno ci obbliga e non rientro neanche nei “walking actor”, gli attori non proprio riconosciuti: per loro portare a casa un reddito è un’impresa.

I suoi sono contenti?

Non sono un figlio d’arte, all’inizio temevano la mia rovina così, per evitare inevitabili pressioni, per anni ho nascosto parte delle mie intenzioni: le selezioni per la “Paolo Grassi” le ho sostenute senza rivelare nulla.

È un ronconiano.

Luca ha rappresentato una sorta di “master in teatro”: con lui ho imparato a leggere, a capire dove l’autore butta armi contundenti e dove si ferma; dove va rispettata la parola scritta otto pagine prima per poi renderla sul palco otto pagine dopo.

Ronconi era celebre pure per l’impegno fisico.

La versione integrale di Lehman Trilogy durava quasi sei ore. Un massacro.

Altro che massacro.

Il teatro è anche fisico. Per uno spettacolo di Nekrošius, ed interpretavo Lenin, mi sono rotto il piede poco prima del debutto. Pensavo di rinunciare. Poi nella mia stanza è arrivato lo stesso Nekrošius: “Così darai qualcosa in più”. Aveva ragione.

Dalla merda nascono i fiori…

(Sorride) Ecco, sarebbe il titolo perfetto.

Ha recitato con Mariangela Melato.

Creatura stupenda: aveva 70 anni ed era sempre bellissima, un’attrice incredibile, in grado di interpretare qualunque ruolo; (cambia tono) con lei ho partecipato alla sua ultima tournée, stava già male, eppure non lasciava spazio alla retorica del dolore o alla compassione: non ho più incontrato una professionista come lei.

Ha appena recitato con Servillo.

Ci ho lavorato quasi da fan e in Qui rido io: è impressionante, ha tirato fuori un qualcosa di animalesco, di suo, di genetico, di restituzione rispetto a tutto quello che ha ricevuto crescendo.

Una sua passione.

Oltre il teatro? Il calcio.

Ci ha giocato?

Sì, ala sinistra con il mito di Pulici e Gigi Riva; poi a volte mi spostavano dietro e da libero ho realizzato uno degli autogol più belli della storia (qui cambia tono, è sofferente, racconta l’autorete in stile telecronaca, ma alla moviola, come per non perdere nessuna briciola di dolore).

Quindi?

Mi sono tuffato di testa e ho infilato la palla all’incrocio dei pali. (Altra pausa). Fosse per me sarei ancora steso per terra per la vergogna.

Non esiste consolazione.

Impossibile. Quella sensazione è sempre viva.

A cosa è scampato?

A una vita noiosa; con il Covid ho vissuto la quotidianità senza la mia vita professionale: ho provato una noia incredibile.

Lei chi è?

Posso rispondere con nome e cognome, di più non so dire.

 

I morsi di Weinstein e l’arte del succhiotto ungherese

Mia moglie, invitandomi ad assaggiare il suo primo soufflé, accidentalmente ne fece cadere una cucchiaiata sul mio piede, fratturando diversi ossicini.

(Woody Allen)

 

 

Stiamo esplorando le leggi nascoste che regolano la struttura e il funzionamento della materia comica, così come emersero dall’analisi degli errori di traduzione anni 70 delle raccolte di Woody Allen. Queste leggi nascoste dovrebbero guidare anche il traduttore di testi comici.

 

COMICITÀ: LE QUATTRO LEGGI NASCOSTE

3. RITMO

Tradurre una battuta senza avere esperienza comica rischia di rovinarne non solo l’esattezza e la brevità, ma anche il ritmo. In un’intervista, Allen ha detto: “Scrivere battute richiede orecchio. Come a un poeta, anche a un comico serve un certo numero di sillabe per far accadere le cose nel modo giusto, per ottenere il giusto ritmo.” Il ritmo è la terza legge nascosta della comicità (per approfondire: Qc #15, 19, 23, 32, 58, 59). Un classico ritmo comico è la sequenza ternaria: “Lei si morse le labbra, Weinstein si morse le labbra. Poi lui le morse le labbra.” (Era il 1975. Spesso la comicità è profetica.)

 

LA TRADUZIONE PERVERSA

I traduttori del passato rovinarono le gag di Allen usando le quattro operazioni metaboliche in modo perverso.

Aggiunzione

Esattezza, brevità e ritmo sono tre leggi nascoste che regolano il funzionamento della materia divertente. Devono quindi guidare la traduzione dei testi comici. Non ci può essere esattezza senza brevità e ritmo, non ci può essere ritmo senza esattezza e brevità, non ci può essere brevità senza ritmo ed esattezza. Meglio, quindi, se il traduttore evita di introdurre nel testo battute sue, inventate di sana pianta, come fecero i traduttori di Allen negli anni 70. “Chi può dimenticare i suoi scampi senza scampo” è una traduzione sbagliata perché la frase di Allen era una semplice premessa: “Chi può dimenticare i suoi scampi”. Fu quel gioco di parole a insospettirmi sulla bontà delle vecchie traduzioni, poiché Woody Allen non fa mai giochi di parole. Un comico professionista gioca con le idee. A meno che il gioco di parole non serva a caratterizzare il personaggio, come fanno Chico Marx e Totò quando interpretano il bifolco: allora funziona. Altrimenti il sottotesto del gioco di parole diventa “guardate quanto sono intelligente”, e il pubblico ne resta irritato fino alla rottura di coglioni, perché non riconosce nel comico la giocosa vittima sacrificale che si aspetta. (Corollario importante: se una battuta fa ridere, ma non c’entra con il personaggio, va buttata.) Altre aggiunzioni superflue nelle traduzioni anni 70: “quando per la spasmodica tensione morale e sociale gli si allentò il setto nasale” (versione esatta: “quando il suo naso cadde a causa dello stress”); “L’Eterno Nulla va perfettamente bene se sei disponibile ad affrontarlo con un abito adatto.” (esatta: “Il nulla eterno è o.k. se hai l’abito adatto.”); “un giorno, a causa della pressione cosmica, aumentarono le tariffe postali” (esatta: “ma le tariffe postali aumentarono”; niente pressione cosmica nel testo di Allen); “quando portai in tavola i saltimbocca di iguana” (esatta: “quando ho portato in tavola l’iguana”).

Sottrazione Censura delle battute osé

 

I quattro traduttori degli anni 70 censurarono le battute più piccanti (una prassi usata ancora oggi nella versione italiana di molti cartoon satirici americani trasmessi dalla tv): “Pensate discretamente profonde ne ho fatte anch’io, lo sanno tutti, anche se le mie vertono invariabilmente su una hostess svedese” (versione esatta: “Io stesso sono noto per aver avuto delle pensate ragionevolmente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette.”); “Eseguì un’operazione che prima di allora era stata compiuta solo nel mondo della fantasia in celluloide da un attore di origine ungherese” (esatta: “Eseguì un’operazione compiuta prima di allora solo nel mondo della fantasia in celluloide da un attore ungherese che un giorno avrebbe trasformato il succhiotto in una forma d’arte.”)

Censura delle battute surreali

Censurata: “Questo piccolo gesto, se usato nel modo giusto, può avere un’enorme influenza nel governo” (versione esatta: “Questo piccolo gesto, se usato a proposito, può influenzare molto un governo, ed è noto che l’insistenza del Mahatma Gandhi di mangiare non miste le sue insalate indusse il governo inglese a molte concessioni. Altre cose a cui si può rinunciare oltre ai cibi: ramino, sorridere, e stare su una gamba sola imitando una gru.”); “La vittima era stata sorpresa mentre stava cantando ‘Torna a Sorriento’” (esatta: “La vittima era stata sorpresa nell’atto di cantare ‘Torna a Surriento’ al suo pesciolino rosso”); “Quando si manifesta, è bene portare un cartello che dichiari la propria posizione. Alcuni suggerimenti circa la posizione: riduzione delle tasse, aumento delle tasse ecc.” (esatta: “Quando si manifesta, è bene portare un cartello che dichiari la propria posizione. Alcune posizioni suggerite sono: 1) meno tasse, 2) più tasse, e 3) basta con le smorfie ai persiani. Metodi misti di disobbedienza civile: Stare davanti al palazzo comunale e cantare la parola ‘budino’ finché non vengano accolte le proprie richieste. Bloccare il traffico conducendo un gregge di pecore nella zona dei negozi. Telefonare a membri dell’establishment e cantare ‘Bess, You Is My Woman Now’ al telefono. Vestirsi da poliziotto e poi scappare. Fingere di essere un carciofo, ma picchiare la gente quando passa.”)

Sottrazione completa

Credo che cassare le gag di uno dei più grandi battutisti del mondo sia il modo più bieco di rovinare la traduzione di testi comici. Alcune perle eliminate 40 anni fa:

“A tutt’oggi gli viene attribuito il classico saggio su La Ridarella Immotivata nel Caribù.” “È rimasta in coma per mesi, incapace di fare alcunché a parte cantare Granada a una aringa immaginaria. Perché questa donna nel fiore degli anni è stata così provata? Perché in gioventù osò sfidare le convenzioni e si sposò con un sacchetto di carta in testa?” “Alcuni lettori possono avere familiarità con un’opera meno nota di Holstein chiamata Taffelpitz, in cui una ragazza muta s’innamora di un nurk, lo bacia, ed entrambi volano per la stanza finché non cala il sipario.” “L’universo è solo un’idea fugace nella mente di Dio. Un pensiero piuttosto scomodo, specie se hai appena versato l’anticipo per una casa.” (73. Continua)

I tormenti del pacco capitalista: Amazon, mail a vuoto e cinesi

Il capitalismo sostiene che tu abbia ricevuto un prodotto che hai ordinato online, ma tu non l’hai ricevuto. Lo splendido e oliato meccanismo del consumo digitalmente mediato (desiderio-pagamento smaterializzato-attesa-possesso) s’è inceppato. Che fai? Scrivi una mail al capitalismo (per modo di dire: in realtà compili un form sul suo sito, form che è stato concepito per scoraggiarti, ovvero per disincentivare i reclami. Un menu a tendina ti indirizza verso il tuo caso particolare secondo un imbuto che prevede diverse possibilità: articolo difettoso, arrivato in ritardo, trovato a un prezzo più vantaggioso… Per selezionare “prodotto non consegnato” devi discriminare, discernere, cioè pensare: che è proprio ciò che ti si vorrebbe impedire di fare rendendotelo difficile). In questo caso il capitalismo è Amazon, il cui padrone è quel Jeff Bezos (patrimonio stimato: 205 miliardi di dollari) che a luglio ha fatto un giro di 4 minuti nello spazio nella sua navicella Blue Origin. Mi scrive da un ufficio globalizzato una certa Veronica: “Dopo aver effettuato una verifica”, è l’incipit di una mail lunghissima, “ti informo che l’ordine per cui ci hai contattati è venduto sul nostro sito da un venditore di terze parti. Ti spiego Daniela (sic), Amazon in questi casi è solo una vetrina per questi negozi. Il venditore è l’unico responsabile per la vendita e la spedizione dei propri prodotti… è la persona migliore per rispondere alle tue richieste in maniera veloce ed esaustiva”. Veronica, impiegata della multinazionale, mi sta scaricando. Il venditore, rispondo piccata a Veronica, è quello che sostiene di avermi consegnato un articolo che non mi ha consegnato: non mi pare il soggetto più affidabile per dirimere la questione. Ma la casella di Veronica è no-reply, non accetta mail in entrata. Per parlare col capitalismo devo ricompilare il form sul sito.

Un messaggio mi informa che non posso fare un reclamo se prima non contatto il venditore, che – apprendo – è un’azienda privata ubicata a Shenzhen, Cina. Procedo. Esso, nella persona di Agata, mi risponde dopo un po’ confermando che il prodotto è stato consegnato: “Risulta”. A chi? C’è un’istanza superiore a me in grado di verificare l’effettuata consegna, che a me è sfuggita? Metto in dubbio la consistenza epistemologica della mia convinzione: davvero non l’ho ricevuto? Non potrebbe darsi che io lo abbia ritirato con le mie mani da qualche corriere insieme ad altra corrispondenza e lo abbia inavvertitamente buttato?

Ricompilo il form, assicurando la mancata consegna. Il venditore risponde (sulla mia mail: il nostro rapporto è totalmente asimmetrico) che devo controllare presso i vicini di casa oppure all’ufficio postale.

Valuto l’ipotesi. Sorge in me un dilemma etico: è giusto far pagare a questo povero venditore, con quello che ha passato la Cina nell’ultimo anno e mezzo, il costo di un prodotto che giace presso il mio ufficio postale, solo perché a me non va di andare a ritirarlo? Dura un istante. Mi si attiva il logos: posto che l’azienda è presumibilmente una scatola dentro infinite scatole societarie, facendo l’ordine io non mi sono avvalsa di uno sconto con la promessa che sarei andata a ritirarlo alle poste. Devo lavorare per loro? Fatto sta che io in mano non ho nulla, mentre loro hanno i miei soldi (mi fanno intendere, con questa sottovalutazione del mio caso, che sono davvero pochi spiccioli: allora perché non me li ridanno?). Faccio un po’ di manovre confuse e allora mi telefona Amazon, nella persona di Pasquale, da telefono ubicato in Uxbridge, Regno Unito. È gentilissimo, addestrato a mandarla per le lunghe (io ho fretta, ho altri pensieri: su questo contano, sul predominio della vita, a un certo punto, sopra la tigna e il tenere il punto del cliente; contano sul logoramento psicofisico), il quale mi spiega che è semplicissimo: bisogna attendere che il venditore risponda, ma devo dargli 48 ore; al che il residuo logos mi impone di chiedere: e se non risponde? Pasquale, semplicemente sbigottito, nondimeno replica assertivamente che devo aspettare fino alla scadenza del termine massimo dei tempi di spedizione, che il venditore ha previsto lunghissimi apposta, di modo che (ma questa è una mia congettura) nel frattempo il cliente si dimentica o sperabilmente muore, e quand’è così non che i parenti si mettono a esigere tutti gli ordini non ricevuti in vita dal defunto.

La questione comincia a farsi gravosa, politica: magari il corriere è passato, ha suonato, ma io ero sotto la doccia e non ho sentito, e lui, poveraccio, ha scritto che aveva consegnato qualcosa che non ha consegnato, cosa strana perché i corrieri di Amazon mandano una mail pochi secondi dopo aver consegnato un pacco, e così per ognuna delle 200, 300 consegne che fanno al giorno, per 9 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana, scendendo e salendo sul furgone centinaia di volte, urinando nelle bottiglie per non perdere un secondo; se consegnano poca merce, vengono puniti; se ne consegnano troppa, il giorno dopo ne avranno di più nel furgone perché l’algoritmo ha stabilito che sono in grado di farlo.

Bezos paga zero dollari di tasse negli Usa, e in Europa ne paga pochissime perché le imposte sono sui profitti e non sui ricavi (basta investire molto); io e i suoi corrieri lavoriamo tutto il giorno per lui, per risolvere questo che tecnicamente è un furto ai miei danni perpetrato da “terze parti”.

Lascia stare, mi consigliano amici e parenti, e in effetti mi converrebbe, ho già perso tre giorni, nei momenti meno opportuni mi arrivano telefonate dall’Albania o dall’Irlanda a cui rispondo sottoponendomi a una litania di premesse (“Stai lavorando?”: il capitalismo ti dà del tu perché ti ama. “Ti avviso che la chiamata potrebbe essere registrata”: potrebbe? Cosa ho fatto di male? È chiaro che non si fidano di me e sperano che cada in contraddizione). Scrive il venditore, ribadendo che devo “controllare 1. Casella postale domestica 2. Area d’ingresso 3. Dietro il prato 4. Vicinato”. Ricontatto Amazon, furente (quanto costano i miei sentimenti?), soprattutto perché non ho un prato. Francesco mi telefona da Tallaght, Dublino, è dispiaciutissimo, si scusa a nome del capitalismo e dice che Amazon mi rimborserà (che avevo pensato?), poi mi manda una mail lunghissima con parole come “Dipartimento”, “Tempistica”, “Contatta”, “Problemi con l’ordine”. Nel frattempo sullo schermo appare l’oggetto che avevo ordinato, e scopro di desiderarlo ancora, e anche se passo parte della giornata a leggere e a rispondere al telefono e alle mail sono a un passo dal cliccare su “Compralo di nuovo”. Così ci riduce il consumismo, servi scemi e devoti della merce adorata, che arriva, o giace.

Caso femminicidio, Barbara non molla: “Ora querelo tutti”

Avolte la toppa è peggio del buco. A Barbara Palombelli non è bastata l’interpretazione sui generis del femminicidio avvenuta a Lo Sportello di Forum su Rete 4. Ieri ha anche annunciato di querelare chi in questi giorni le sta facendo notare la gravità delle parole pronunciate lo scorso 16 settembre in tv, e non in un “tribunale”, dove pensava invece di trovarsi la giornalista di Mediaset. “Sono stata vittima di una diffamazione senza precedenti – ha scritto ieri su Facebook – Il mio nome, accostato alla istigazione e alla giustificazione della violenza sulle donne. Tutti coloro che si sono resi protagonisti di questa palese falsità ne risponderanno in tribunale”. Nel mirino c’è anche l’articolo di Selvaggia Lucarelli, pubblicato ieri sul Fatto, nel quale veniva fatta notare l’assurdità di chiedersi, di fronte all’omicidio di una donna, se “gli uomini sono fuori di testa o ci sono anche donne che li esasperano”. Ma niente da fare, Palombelli ha già annunciato il bis: “Continuerò a porre domande – anche scomode – perché è il mio mestiere”.

Parigi, Notre-Dame messa in sicurezza. Ora via al restauro

La fase di messa in sicurezza e consolidamento della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, gravemente danneggiata due anni fa da un incendio, si è conclusa. Lo ha annunciato l’ente pubblico incaricato dei lavori sul monumento, dichiarando che comincia ora la fase di restauro. “I lavori di messa in sicurezza e consolidamento cominciati il 16 aprile 2019 (all’indomani dell’incendio) sono stati portati a buon fine conformemente al calendario fissato”, si legge in un comunicato.

“La cattedrale è ormai interamente in sicurezza” dopo questa fase che ha compreso in particolare lo smantellamento delle impalcature che circondavano l’edificio al momento dell’incendio, la sistemazione del grande organo, l’apertura di cantieri per la pulizia delle due cappelle, la posa di rinforzi in legno sotto agli archi e la messa in sicurezza della volta del transetto. Parallelamente, “la fase di restauro è stata attivamente preparata – si legge ancora – ed è ormai definitivamente avviata così da far partire quest’inverno i primi lavori”.

Il presidente Emmanuel Macron aveva promesso, subito dopo l’incendio, che la cattedrale sarebbe stata ricostruita in 5 anni. Il cantiere non rispetterà questa scadenza ma per il 16 aprile 2024 la cattedrale potrà essere riaperta ai fedeli. Quel giorno, come ha annunciato il generale Georgelin, presidente dell’ente di ricostruzione, nella navata principale tornerà a essere celebrata una messa. L’ente lancerà appalti per i lavori e selezionerà le imprese che dovranno partecipare al cantiere di restauro.

Il premier Trudeau rischia il posto

Justin “gambero” Trudeau alla prova del voto, da lui innescata: la prima volta da aspirante premier, nel 2017, ebbe la maggioranza assoluta; la seconda, il suo fu il primo partito, ma non ebbe la metà dei seggi; la terza, rischia di perdere il posto. Domani, quasi trenta milioni di canadesi rinnoveranno i 338 deputati della Camera dei Comuni: si tratta di elezioni anticipate perché la scadenza naturale era fissata nel 2023; buona parte dei canadesi non sentiva la necessità di andare alle urne così in fretta. Trudeau le ha convocate a luglio tra la sorpresa generale, sperando che il suo partito liberale ne esca rafforzato. Ma la rotta in Afghanistan e la recrudescenza della pandemia, che dà spazio a una forza di destra negazionista, anti-vax e anti-mask, gli hanno giocato contro. In campagna, i ‘no vax’ hanno violentemente contestato il premier, lanciandogli sassolini a London in Ontario, dove aveva appena visitato una birreria, e inducendolo a cancellare un comizio a Bolton, sempre in Ontario. Negli ultimi giorni, il Patto Aukus tra Usa, Gran Bretagna e Australia alimenta ulteriori polemiche per l’esclusione del Canada dalla strategia anti Cina. Conservatori e neo-democratici, all’opposizione, denunciano l’irrilevanza di Trudeau sulla scena politica internazionale, nonostante il Paese faccia parte dell’accordo ‘Five Eyes’ per la condivisione dell’intelligence nel Pacifico con Nuova Zelanda e i tre dell’Aukus. Critiche che si sommano a quelle già formulate dopo il tentativo fallito del Canada di aggiudicarsi un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La partita si profila serrata tra Trudeau e il conservatore Erin O’Toole. Staccato il Nuovo partito democratico di Jagmeet Singh, che può strappare seggi ai liberali nell’Ontario; più indietro i verdi – gli unici a candidare una donna, Annamie Paul – e la destra del Pcc. Nel Quebec, il Bloc Québécois indipendentista punta a confermare i risultati del 2019: costituisce la terza forza nel Parlamento nazionale. Gli ultimi due anni sono stati complicati per Trudeau, che ha formato un governo di minoranza, invece che uno di coalizione.

Fra i temi divisivi, c’è anche quello dell’ambiente: l’impegno anti-cambiamento climatico dei liberali è impopolare nell’Alberta, la cui economia si basa essenzialmente sul petrolio. È stata un punto caldo anche la gestione della pandemia, con quasi 30 mila vittime e un milione e mezzo di casi. O’Toole, un conservatore moderato, non ha intenzione di cancellare alcune delle misure introdotte dai liberali, come la legalizzazione della cannabis.

“Affronto Putin alle urne: riprendo falce e martello”

Il matematico che vuole cambiare la Russia e adesso sfida alle elezioni parlamentari gli uomini di Putin si chiama Michail Lobanov, candidato con il Kprf, partito comunista della Federazione russa. È un professore dell’Mgu, università di Mosca, e dice di aver scelto una carriera fatta di numeri perché, sin da quando era bambino, amava i problemi difficili: “potevo rimanere seduto ore ed ore, ma non mi alzavo dal banco finché non li avevo risolti”. Fondatore del movimento “Solidarietà universitaria”, afferma che si è sempre occupato di politica, “se per politica intendiamo tutto ciò che può cambiare la società, per far nascere e sviluppare una vera cultura democratica nel Paese”. Mentre si muove tra le cabine elettorali dei distretti a sud e sud ovest di Mosca dove è candidato, l’accademico che non ha ancora compiuto 40 anni, riferisce al telefono di assistere a “inusuali eventi: la situazione ribolle, è evidente che stanno succedendo cose strane con le schede. Queste falsificazioni e manipolazioni del voto però ce le aspettavamo e io e la mia squadra tentiamo di tenere sotto controllo le cose nei punti più critici”.

Professor Lobanov, la squadra di Navalny ha inserito il suo nome per il “voto intelligente”, la preferenza da destinare a candidati che possono davvero battere quelli vicini a Putin, un elenco però adesso bloccato dalla censura del Cremlino.

La strategia del “voto intelligente” si basa su un principio solo: valutare il candidato già più favorito degli altri, per sostenere ulteriormente la squadra politica più forte.

“Lotta”, “povertà” e “ricchezza” sono alcune delle parole che ha pronunciato più spesso in campagna elettorale, chiosando che oggi i russi si sentono dei “paria”.

Noi lottiamo per abbattere la disuguaglianza sociale, la prima problematica che affligge il Paese oggi: c’è un’enorme massa di persone, la maggioranza della popolazione, che non sa come arrivare a fine mese. In Russia, più che in altri Paesi, il potere si trova solo “in alto” ed è gestito da un manipolo di oligarchi, propagandisti, cinovniki, impiegati del governo, tutti legati tra loro, un pugno di ricchissimi che decide il destino triste di tutti.

È un potere che però lei afferma di poter raggiungere e bucare: è diventato così la nuova stella del Kprf, partito comunista della Federazione russa, pur non facendone parte.

Non sono un membro, né esiste un partito in Russia oggi di cui vorrei la tessera, ma le condizioni giuste si sono create per partecipare alle elezioni sotto questo simbolo.

Falce e martello sono immagini del passato, specialmente in Russia.

Il Kprf deve diventare più di sinistra, più democratico e soprattutto più radicale. Io non sono fedele ai diktat della leadership di questo partito e anzi la critico. So che non viene riconosciuto dalla popolazione come un vero partito d’opposizione, ma alle elezioni i russi si approcciano a ogni candidato singolarmente, non solo per il gruppo che rappresenta.

Il partito di Putin, Russia Unita, si trova al suo minimo storico, con meno del 30% dei consensi.

Le ragioni del collasso sono principalmente due: le ultime repressioni politiche a cui abbiamo assistito, ma soprattutto la terribile situazione economica in cui versa il Paese.

Lei è rimasto anche uno dei pochi dissidenti a non essere finito in galera.

So che questo rischio esiste ancora, ma sono pronto a correrlo. Capisco che seguire i propri ideali qui è pericoloso e puoi essere perseguitato con ogni metodo, ma rimango tra questi distretti di Mosca.

Cosa può essere invece davvero dannoso per il Cremlino adesso?

La solidarietà tra persone che consolidano i loro interessi comuni per azioni collettive. I russi si sono messi in fila oggi alle urne nonostante la rassegnazione: sono soprattutto i più anziani e i più giovani.

Altro che ambiente: la Germania a carbone contro Merkel e Verdi

Accanto alle nove enormi ciminiere della centrale elettrica di Jänshvalde c’è una solitaria pala eolica. Il confine con la Polonia è più avanti sulla statale. In mezzo ci sono solo miniere di carbone a cielo aperto. In funzione. Alimentano la centrale con 80.000 tonnellate di lignite, il più inquinante dei carboni, al giorno. L’area attorno, per centinaia di chilometri, è un alternarsi di miniere e centrali. “Sono nato a Berlino, mi sono trasferito qui nel 1976 per lavorare nel carbone”. George Orban ha 64 anni, si è costruito una famiglia e ha fatto carriera. La Ddr investì molto in questa zona, venivano invitati lavoratori specializzati e non. C’erano incentivi per gli operai. Arrivò anche l’industria. I soldi e le opportunità diminuirono con la riunificazione.

“L’ultima fabbrica che hanno chiuso produceva vetro – racconta l’operaio – io rimarrò qui per la pensione, ma mia figlia studia a Berlino. Dovrà restare lì, qui non c’è nulla e ci sarà sempre meno”. Nel 2020, per la prima volta, le energie rinnovabili (solare ed eolica) hanno superato quelle derivanti dai combustibili fossili. Ma a oggi il comparto del carbone vale ancora il 35% dell’energia elettrica tedesca. Tra gli atti più importanti del suo ultimo mandato, Angela Merkel ha imposto una tabella di marcia serrata per la riconversione energetica del paese. Entro il 2022 verranno chiusi tutti gli impianti nucleari. Ma il fabbisogno elettrico tedesco non è in diminuzione. Quindi la cancelliera ha deciso di allungare la vita delle miniere. L’ultima centrale a carbone dovrebbe spegnersi nel 2038. “Quando il vento soffia dalla miniera non posso aprire le finestre, la casa diventa nera. Non si vede più nulla” Annelaure vive in uno dei condomini ai margini di Weisswasser, anche qui c’è una miniera con una centrale. L’edificio grigio a quattro piani, costruito secondo la più rigida estetica socialista, si trova sulla strada che porta ai giacimenti di lignite. “Hanno smesso di estrarre carbone in una miniera – continua Annelaure – ma le altre continuano. Con la chiusura degli scavi in tanti sono andati via, la città sta iniziando a morire. L’inquinamento rimane”. Le contraddizioni sono evidenti e questa signora di 76 anni, che va in bici tutti i giorni a far la spesa, non smette di sottolinearle. “Se i Verdi entreranno nel governo sarà come un funerale per noi. Siamo stati usati, stiamo morendo e presto si dimenticheranno di noi”. La questione non è relegata alla sola parte orientale del Paese. A Dattlen, nella Renania settentrionale, due villaggi vivono nell’incertezza di dover far posto a una nuova miniera. La centrale della zona, inaugurata nel 2020, funziona con carbone importato dall’estero. A protestare non sono solo gli ambientalisti, ma anche i minatori che lavoravano in una cava poco distante chiusa nel 2018, perché troppo inquinante.

Nei documenti della commissione parlamentare per il futuro del carbone ci sono i calcoli che prevedono il fabbisogno energetico dei prossimi anni. La Germania non ha abbastanza territorio per produrre in forma rinnovabile tutta l’elettricità che consuma. Si aprono quindi due scenari: la deindustrializzazione, con la delocalizzazione delle fabbriche, o l’utilizzo di fonti energetiche provenienti dall’estero. Per Merkel la risposta è Nord Stream 2. Il gasdotto che si affianca a quello già esistente per aumentare l’importazione di gas dalla Russia. La cancelliera ha fatto un grande sforzo per mantenere aperta, sempre, la linea di comunicazione con il Cremlino, separando il piano economico da quello delle relazioni internazionali. E se per ora si parla solo di gas nell’arco di pochi anni lo stesso tubo potrebbe trasportare idrogeno, per molti l’unica fonte capace di mantenere i livelli produttivi invariati. Oggi un tedesco su cento, bambini e pensionati inclusi, lavora nell’automotive, in Italia il rapporto è uno ogni 370. La Germania non ha intenzione di perdere il proprio vantaggio per diventare più verde. “Il governo aveva posto cinque punti per la chiusura delle miniere. Ne ha rispettato solo uno”. Christine Herntier è la sindaca di Spemberg, uno dei 58 comuni nell’area delle miniere sul confine con la Polonia. “A Berlino hanno scelto una data – continua l’amministratrice locale – il resto è ancora in sospeso. In tutta la regione usiamo l’elettricità prodotta dalle nostre centrali, non ci sono le infrastrutture che ci collegano al resto del Paese. Rimarremo al buio”. La sindaca è in campagna elettorale, vuole fare un altro mandato “se il governo federale decide senza coinvolgere le amministrazioni locali fa solo una cosa: costringe i cittadini a lasciare questa regione”. Le miniere abbandonate sono enormi buchi neri. Larghi chilometri e profondi decine di metri. Per un progetto di recupero alle aziende con il diritto di scavo, buona parte olandesi, è stato chiesto di piantare alberi e allagare parte delle miniere, così da creare laghi artificiali. La proposta è incentivare il turismo naturalistico. L’industria del carbone impiega, in tutto il paese, 28 mila persone, forse un po’ troppe per trasformarle in albergatori.