Gala della danza “a ritmo di pace” con Tissi, Korshunova e altre star

Una grande serata di ballo e solidarietà per l’Ucraina: sarà questo Pace for Peace – a ritmo di pace, il grande gala di beneficenza che andrà in scena giovedì 7 aprile al Teatro Arcimboldi di Milano. Ad animare il palco saranno le étoile europee e i grandi interpreti del balletto internazionale, che danzeranno tutti insieme in nome della Pace per rispondere con la forza dell’arte alle atrocità del conflitto russo-ucraino.

Nutrito il cast di artisti che hanno aderito al progetto: l’italiano Jacopo Tissi, primo ballerino del Teatro Bolshoi, la russa Liudmila Konovalova, prima ballerina del Wiener Staatsballett e le ucraine Anastasia Gurskaj ed Evgenia Korshunova, rispettivamente prima ballerina e solista dell’Opera nazionale di Kiev, sono solo alcune delle figure più insigni. Gli introiti della serata saranno devoluti al fondo “Milano aiuta Ucraina”, promosso dal Comune insieme a Fondazione di Comunità Milano e alla Croce Rossa Italiana per sostenere donne, bambini e anziani in fuga dalla guerra.

“Abbiamo voluto costruire qualcosa che potesse unire gli artisti con cui lavoriamo, che per noi sono parte di una vicenda che tocca tutti, al fine di aiutare con una raccolta fondi persone che hanno bisogno di supporto immediato – ha dichiarato Gianmario Longoni, direttore artistico dell’Arcimboldi –. Vogliamo anche lanciare un segnale forte: la parte migliore dell’umanità, quella che si esprime con l’arte, deve dimostrarsi coesa e visibile”. Gli ha fatto eco Antonio Gnecchi Ruscone, direttore del settore danza del Tam e responsabile della programmazione artistica dell’evento: “La danza parla un linguaggio universale che non ha confini di popoli, terre e provenienze”, ha detto, ponendo l’accento sull’eccezionale varietà del repertorio che sarà presentato: dalla Morte del cigno (con la storica coreografia di Michel Fokine e quella contemporanea di Ricardo Cue) a Giselle, adattata da Petipa alla tradizione della scuola russa, fino a Raymonda e Le Corsaire, solo per citare le opere più note.

Tra i ballerini, Tissi ha applaudito un’iniziativa che, “trovando il suo fulcro nell’armonia, si traduce in aiuto concreto”, mentre la Korshunova, il cui marito è tra l’altro impegnato sul terreno di guerra in una sezione di supporto a livello medico, ha detto di voler “esprimere sul palco tutta la gratitudine” che prova per chi si è messo a disposizione del popolo ucraino. Il Teatro ha scelto di riservare il settore della Platea Vip ai rifugiati ucraini, che potranno assistere gratis alla serata: “Vogliamo cercare di ricollegare queste persone in grande difficoltà alla vita reale: la danza è il migliore strumento per farlo”, ha detto in chiusura Longoni.

“Limonov oggi avrebbe il fucile carico a combattere per Putin”

“Siamo tutti sulla stessa barca? No, lo ero io con le donne delle pulizie di Tra due mondi, ma con la guerra è diverso: ho l’impressione che il governo russo la nostra barca la vorrebbe affondare”.

Gran conoscitore di cose russe, lo scrittore Emmanuel Carrère ha inaugurato la dodicesima edizione di Rendez-Vous, il festival dedicato al Nuovo Cinema Francese, con Tra due mondi, dal 7 aprile in sala con Teodora. Dal romanzo-inchiesta Le quai de Ouistreham di Florence Aubenas, ha per protagonista una scrittrice, Juliette Binoche, che indaga le condizioni disumane delle donne delle pulizie dei ferryboat che attraversano la Manica.

Carrère, dopo Retour à Kotelnitch (2003) e L’amore sospetto (2005) perché è tornato alla regia?

Me l’ha proposto Binoche, ho letto il libro, eccezionale, considero la Aubenas la migliore giornalista francese. È stata lei a fare il mio nome, e quando Juliette si mette una cosa in testa… Ho posto una sola condizione: attori e attrici non professionisti.

Le donne delle pulizie: chi sono?

È un mestiere invisibile, ci si accorge delle pulizie solo quando sono fatte male o non fatte, altrimenti nessuno prova gratitudine. Ci sono altri lavori pagati male e duri, ma questo è particolare: viene svolto prima o dopo quello degli altri. Gli addetti diventano zombie, costretti a vivere in clandestinità.

Per Yoga (Adelphi) ha parlato di autobiografia quale espressione di sé, e il cinema?

Uno esprime sempre qualcosa di sé, ma il cinema comporta maggiore distanza. Con Tra due mondi mi potevo anche identificare, giacché le questioni morali e deontologiche sono sempre vicine quando si rappresentano le vite degli altri, ma non possiamo eludere la differenza tra la precarietà estrema di quelle donne e il mio privilegio di scrittore e regista.

Quando l’esercito russo è entrato in Ucraina lei era a Mosca.

Il Paese è precipitato in guerra, gli abitanti sono divenuti aggressori senza averlo voluto: “Non è la nostra guerra, non vorremmo mai aggredire nessuno”. Anche qui ho pensato alla possibilità di identificarmi, be’, deve essere orribile trovarsi in quella situazione lì: se il mio o il vostro Paese dovesse scatenare la guerra in modo così assurdo e criminale, non potremmo fare nulla se non divenire dei paria. Dev’essere spaventoso.

Non ci sono residui margini di manovra per un intellettuale?

La cultura è la prima vittima collaterale della guerra. Detto questo, nel giornalismo individuo due famiglie: gli analisti, coloro che riflettono sulla situazione e ne ricavano commenti e opinioni; e i narratori, coloro che raccontano i loro incontri, senza alcuna intenzione teorica. Io non ho preferenze per l’una o l’altra parte, ma di sicuro appartengo alla seconda. Le circostanze hanno voluto, appunto, che fossi a Mosca quando è scoppiata la guerra: sono stato da amici, ho parlato con gli amici degli amici, e ne ho tratto le mie impressioni, senza alcuna pretesa di esaustività sociologica né che quella sotto ai miei occhi fosse la situazione di tutti i russi. Questo è il giornalismo che so fare, non sarei mai capace di grandi analisi o astrazioni geopolitiche. Ma sia chiaro, non le disdegno.

In Russia c’è stato altre volte, non aveva mai percepito un malcontento nella società?

Sì, ma senza poter capire quanto fosse rappresentativo, chi fosse a favore o contro Putin.

Dimentica Anna Politkovskaja?

È stata assassinata, più eloquente di così.

E oggi?

In Russia i sondaggi non hanno alcun valore, gli istituti demoscopici sono governativi e gli interpellati non oserebbero mai dire “sono contro la guerra”, troppo pericoloso. In ogni caso, nessun osservatore avrebbe mai potuto immaginare quanto è accaduto in Ucraina. Anzi, qualcuno l’ha fatto: i servizi segreti americani, ma solo quelli.

L’Europa?

Il risultato di questa, eufemismo, assai strana iniziativa russa è sorprendente: ricompattare l’Europa, come non accadeva da tempo.

Gli ha dedicato un celebre libro: fosse ancora vivo, Eduard Limonov oggi dove sarebbe?

Nessun dubbio: fucile in pugno, a combattere per Putin.

 

Il Colosseo tra sbando e bando

“L’Autorità nazionale anticorruzione vigilerà sulla gara Consip per l’affidamento del servizio di biglietteria per l’accesso alle aree e ai monumenti gestiti dal Parco archeologico del Colosseo” attraverso un “protocollo di vigilanza collaborativa chiesto dallo stesso ministero a fronte delle criticità nella gestione del servizio”. Inizia così il comunicato stampa congiunto diffuso da Anac, Consip e Mic – il 1° febbraio scorso – che segue menzionando le “diverse proroghe susseguitesi nel tempo, la connotazione di un mercato di riferimento particolarmente litigioso e il susseguirsi di annullamenti giurisdizionali”. Non c’è in effetti un monumento in Italia in cui la storia della gestione dei servizi di biglietteria e altro (dalla caffetteria alle audioguide) sia più travagliata di quella del Colosseo, il monumento più visitato del Paese.

Ci si aspetterebbe che un sito simile, oggi Parco Archeologico con autonomia finanziaria, fosse una perfetta macchina statale, una cassaforte con cui finanziare il patrimonio culturale meno noto. Ma non è così, come avrà notato chiunque, tentando di prenotare una visita all’Anfiteatro, sia stato reindirizzato dal sito del Colosseo a quello di un’azienda esterna, o meglio una società cooperativa, che gestisce la biglietteria da 26 anni.

La vicenda, ben nota agli addetti ai lavori, ha pochi paragoni nell’Europa occidentale. In breve: nel 1996 – tre anni dopo che una legge aveva permesso di esternalizzare biglietteria e altri servizi dei musei italiani – viene pubblicato il bando per i servizi del Colosseo. Nel ’97 viene stipulata una convenzione con le due società vincenti (le odierne CoopCulture per biglietteria, audioguide e visite guidate; Mondadori Electa per bookshop e mostre), che prevedeva una già sostanziosa concessione di 4+4 anni e poi… e poi basta, fino a oggi.

In attesa di un nuovo bando, si procede in proroga. Una prima procedura di gara viene pubblicata solo nel febbraio 2017, una seconda nell’ottobre 2019: entrambe affossate dai ricorsi. Oggi, nella primavera 2022, siamo ancora in attesa di un bando che arrivi a conclusione: dal 1996. Per un sito capace nel 2019 di raggiungere 7,5 milioni di visitatori e un incasso lordo totale di oltre 75 milioni di euro. Non stupisce, in questo quadro, che altre società si siano profuse in ricorsi, vinti perché l’amministrazione aveva deciso di subordinare i servizi di valorizzazione museale a quelli di biglietteria.

Il problema è politico-amministrativo, naturalmente: imbarazzante che piccoli Comuni bandiscano gare con più facilità del ministero. Non solo: gestire per quasi 26 anni un monumento così centrale e noto offre al concessionario un ruolo preminente che porta le due società beneficiarie (divenute nel frattempo vere e proprie potenze nazionali) a costruire una rete di relazioni e soft- power: una prassi che sarebbe stata impossibile nei termini originari del bando del 1996. Nella convenzione del febbraio 2022 tra Roma Capitale e Parco del Colosseo, ad esempio, che impegna il Parco a istituire un nuovo biglietto unico per l’area del Foro, il concessionario è autorizzato ad agire “come agente contabile del Parco” e a “stipulare accordi con l’ente strumentale capitolino Zètema… per gestire il sistema di vendita del biglietto e definire le modalità e i tempi di versamento degli introiti”. Un’agibilità notevole per un concessionario in proroga. Ma il problema è anche, forse soprattutto, economico, con un vero salasso per le casse dello Stato. Nel 1997, quando si stipulò la convenzione poi arrivata fino a oggi, stabilendo il canone spettante alla Soprintendenza al 30,2 per cento degli introiti di biglietteria e 300 milioni di lire (circa 150 mila euro) annui, i visitatori dell’Anfiteatro Flavio erano poco più di due milioni, la prenotazione online era agli albori così come lo sviluppo dei servizi “aggiuntivi”. Ma i visitatori sono più che triplicati, il biglietto è più che raddoppiato, il mondo è andato avanti e anche l’esperienza di visita. Conseguenza? Nel 2019, dei 19 milioni di euro ottenuti da audioguide, bookshop, caffetteria, prevendita e visite guidate, solo poco più di 1 milione – il 6 per cento del totale – è entrato nelle casse statali, mentre gli introiti di biglietteria (di cui il 30 per cento va allo Stato) sono passati dai 3 milioni circa del 1997 ai 56 milioni del 2019.

Non si tratta di una situazione unica in Italia: sia la ripartizione degli introiti estremamente favorevole al concessionario sia il ritardo nei nuovi bandi è norma nei maggiori siti turistici, da Pompei agli Uffizi. La situazione del Colosseo è soltanto più emblematica perché maggiori sono il numero di visitatori, il ritardo nella pubblicazione del nuovo bando e la centralità del monumento. Una torta che fa, legittimamente, gola a moltissimi, anche alla luce del nuovo progetto di ricostruzione dell’arena che dovrebbe vedere la luce entro il 2023, permettendo quindi di staccare ulteriori biglietti per eventi e concerti. C’è da augurarsi che il prossimo bando vada a buon fine in fretta, ma con una ripartizione dei proventi più dignitosa per la proprietà pubblica del monumento.

B. sotto il vulcano (finto): donne, creme e mio padre

Pubblichiamo estratti del libro di Francesco Mazza “Il veleno nella coda”, autobiografia familiare con dentro il demone di Berlusconi. Come scrive l’autore nelle note: tutti i fatti e le circostanze raccontati in questo libro sono reali; o almeno, è come a distanza di tempo li ricordo io. Alcuni nomi sono stati modificati per esigenze di privacy.

 

Nell’estate 2006 mio padre fu invitato per la prima volta a trascorrere la settimana di ferragosto a Villa Certosa, la lussuosa residenza estiva di Berlusconi, in Sardegna, a Porto Rotondo – centoventisei stanze, con centoventi ettari di parco. Ai tempi, i nomi e le vicende di Noemi Letizia, di Ruby Rubacuori, delle “vergini che si offrono al drago” e del loro “utilizzatore finale” non erano ancora di pubblico dominio. Per questo, quando mio padre tornò a Porto d’Ascoli, dopo sette giorni alla corte del Presidente, nessuno prese i suoi racconti sul serio. Dalle sue parole, infatti, sembrava che Berlusconi conducesse una vita più simile a quella di un sultano orientale – l’Unto dal Signore – che a quella del leader di una democrazia occidentale, specie perché la costante di tali racconti era la presenza di un’incredibile quantità di ragazze, così tante che non si poteva non pensare che mio padre stesse lavorando di fantasia. Ronzando per la spiaggia come un’ape, svolazzava di ombrellone in ombrellone alla ricerca di nuove orecchie per le sue storie, una più inverosimile dell’altra. Come il prigioniero liberato del Mito della caverna, aveva avuto accesso a una verità sconvolgente e moriva dalla voglia di condividerla col resto dell’Universo, ma era portatore di una versione dei fatti troppo scioccante per essere creduto – l’Universo non voleva uscire dalla caverna.

Raccontava di un presidente del Consiglio al comando di un drappello di modelle, in shorts o bikini, davanti alle quali si era esibito in uno spettacolo canoro sul palco del suo personale anfiteatro; al termine dello show aveva avuto cura di spalmare sulla pelle di ognuna uno speciale olio afrodisiaco importato per lui dall’Estremo Oriente. O l’aneddoto dell’uomo politico inglese cacciato dal giardino dell’Eden per un coito con una delle donne che soggiornavano nei confini del regno – un peccato mortale, una violazione della regola aurea secondo cui le femmine spettavano tutte al Capo e nessuno poteva azzardarsi a sottrargliene una, neppure per una notte. E poi, naturalmente, il vulcano. Grazie a un sofisticato apparato di luci laser, per festeggiare ferragosto, Berlusconi aveva trasformato la collina davanti a Villa Certosa in un vulcano, simulando una gigantesca eruzione di lava. La messa in scena, tanto mastodontica quanto pacchiana, era visibile anche dai passanti in sandali e bermuda della vicina Porto Rotondo, che osservarono lo spettacolo attoniti, senza rendersi conto di cosa stesse accadendo. (…) Derubricammo anche questa storia al rango di panzana, almeno fino a quando non ne parlarono anche i giornali, riportando numerose testimonianze sull’accaduto. Il Presidente era eccessivo in ogni singolo aspetto della sua esistenza e quegli eccessi non erano un effetto collaterale, ma la ragione stessa del suo successo. Seimila piedi sopra le leggi che governavano la società, Berlusconi rappresentava l’italiano per antonomasia, quello che cela in sé, dai tempi della Roma papalina, un’insofferenza atavica per le autorità. (…) Non è vero che abbiamo subito una mutazione per colpa di Berlusconi: è vero che, per la prima volta, siamo diventati liberi di dare sfogo alla nostra identità recondita di italiani. Fino ad allora ci eravamo trattenuti, come quando esci per la prima volta con una donna elegante e sofisticata, e metti su un teatrino cercando di mostrarti diverso e migliore di quello che realmente sei; con Berlusconi era come avere accanto una mignotta che continua a sussurrarti all’orecchio quanto tu sia bravo nel farla godere, mentre intanto conta i soldi. L’eruzione del vulcano era stata spettacolare, roboante, scenografica, ma allo stesso tempo illusoria, destinata a scomparire all’alba senza lasciare traccia: esattamente come il ventennio berlusconiano. (…) Nel vedere così da vicino il vulcano, mio padre aveva finito per essere travolto dalla lava della volontà di potenza di Berlusconi. Si convinse che anche lui aveva diritto a vivere allo stesso modo, senza compromessi né mediazioni, e da quel momento si rifiutò di sottostare anche a quel minimo di responsabilità e di sacrificio che il ruolo sociale gli imponeva, anche solo per una questione di decoro. Mio padre voleva una vita alla Berlusconi, per poter soddisfare ancora meglio l’ospite famelico accampato nel suo animo – e andò in cerca di una scorciatoia per riuscirci.

*** Anni dopo ***

“Sui giovani siamo indietro, lo dicono i sondaggi”. Non sapevo cosa rispondere e non dovetti rispondere nulla, perché dalla portafinestra della villa uscì la titolare della voce che lo aveva suonato al telefono.

Non più giovane, portava ben visibili i segni degli interventi di chirurgia estetica cui si era sottoposta. Irruppe in giardino investendo l’ex presidente del Consiglio con una serie di questioni che, a suo dire, necessitavano di essere risolte immediatamente, e dopo aver sbattuto sul tavolo delle carte, intimò al mio ex socio di fare al più presto quello che gli chiedeva – il tutto senza rivolgermi uno sguardo, né dare a vedere che aveva notato la presenza di un estraneo. L’imbarazzo del supposto Uomo Più Potente d’Italia era evidente. Cercò di presentarmi alla Signora Bisturi, non tanto per gentilezza quanto per invitarla a tenere un atteggiamento più misurato, ma lei mi strinse la mano sbrigativamente e poi continuò come se nulla fosse. Sembrava quasi che provasse piacere, nel maltrattare l’illustre padrone di casa in presenza di un ospite sconosciuto.

Da un punto di vista umano, non potevo che provare simpatia e persino tenerezza per Berlusconi. Forse lui se ne rese conto, perché dopo aver cercato di sdrammatizzare si alzò in piedi e, scusandosi, disse che sarebbe tornato al più presto. Rimasto solo nel giardino di Arcore, mi chiesi se quanto accaduto non facesse parte di un disegno del destino e, se così fosse, con quale razza di disegnatore malato avessi a che fare.

Il ruggito del cinghiale (vicino agli studi Rai)

“Stamattina ore 6.30 in viale Mazzini. Il cavallo sarà morente, ma il cinghiale è vivissimo”. Marco Presta è uno dei conduttori de Il ruggito del coniglio, la popolare trasmissione di Radio2 che va in onda ogni mattina dal 1995. Ieri, Presta si è fatto testimone, su Facebook, di una lieta presenza nei pressi degli studi Rai: un cinghiale che grufolava amabilmente vicino a un cestino. Ma come, non erano spariti con l’elezione di Gualtieri in Campidoglio? Ci fosse stata ancora Raggi, oggi leggeremmo i titoloni sui giornali. Invece ci dovremo accontentare di un divertente “Ruggito del cinghiale”.

Morta a 99 anni Maria Romana De Gasperi, figlia di Alcide

È morta a Roma, all’età di 99 anni, Maria Romana De Gasperi. Saggista e politica italiana, nonché fondatrice e presidente della Fondazione De Gasperi, era nata a Trento il 19 marzo 1923 ed era la primogenita delle quattro figlie di Alcide De Gasperi. Nel 2021 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’aveva nominata Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ad annunciarlo nell’Aula della Camera la deputata del Pd Flavia Piccoli Nardelli in apertura di seduta.

“Sono Batman”: bimbo di 2 anni fugge di notte

È uscito dal residence dove era in vacanza con i suoi genitori, ha percorso di notte un tratto di strada anche insidioso e poi è finito in un giardino a giocare con un cane. Un’avventura da super eroe ad appena due anni, tanto che quando i carabinieri lo hanno ritrovato ha esclamato: “Sono Batman”. È accaduto a Castel Gandolfo. Il piccolo, la scorsa notte, ha lasciato la casa per alcune ore: si è allontanato un paio di chilometri in pigiama e senza scarpe ed è stato ritrovato nel giardino di una villetta. A dare l’allarme il proprietario della abitazione svegliato dai rumori in giardino. Uscito ha trovato il piccolo col suo cane. Ha così allertato i carabinieri. Arrivati i militari, il piccolo si è presentato come Batman, poi ha chiesto del cioccolato. Solo dopo ha condotto i carabinieri al residence.

Festa Cinema fine im-Monda: veleni e ex voto di Al Pacino

È arrivato anche l’appello di Al Pacino in favore di Antonio Monda, ma fuori tempo massimo visto che è stato pubblicato ieri su Repubblica, quando però il giorno prima era giunta la nomina della nuova direttrice della Festa del Cinema di Roma, Paola Malanga, che ha sostituito proprio Monda. “Conosco Antonio da tempo. Fa un ottimo lavoro e spero prosegua come direttore artistico”, scrive il divo hollywoodiano. Ma la giornata di ieri è stata segnata da uno scambio al vetriolo tra lo stesso Monda e Goffredo Bettini. “Una squallida verità su una scelta miope” è il titolo dello sfogo dell’ormai ex direttore in prima pagina ancora su Repubblica: Monda imputa la scelta della sua defenestrazione (dopo 7 anni) al “veto di un politico locale perché ho contestato pubblicamente l’operato di una sua congiunta”. Il “politico” in questione, che Monda non nomina mai, è Bettini e la “congiunta” è la di lui sorella Fabia, direttrice della sezione autonoma “Alice nella città”, che con Monda ha avuto divergenze. “Non è il primo, né sarà l’ultimo evento culturale su cui la politica mette le mani, ma il tentativo di presa in giro è triste”, scrive Monda. Il quale si augura che Roma “abbia in futuro amministratori all’altezza, che sappiano privilegiare la qualità sugli interessi”. “La lettera di Monda è molto grave”, replica Bettini su Fb, ribattendo punto per punto alle accuse e smentendo interessi da parte sua, evidenziando invece “pressioni amplissime e scomposte” in favore di Monda, “accompagnate da una campagna stampa sproporzionata”. Bettini sottolinea poi come nelle prime edizioni venivano presentati film in anteprima internazionale, mentre “oggi non è così e si vedono film già visti in altri festival”. Infine, un riferimento alle minacce ricevute con due lettere anonime da Fabia Bettini. Insomma, dal tappeto rosso e dalle sale dell’Auditorium la vicenda rischia di finire nelle aule di tribunale.

Continuità. Il generale Petroni per il post figliuolo

Dopo il generale Francesco Paolo Figliuolo da domani – come anticipato – avremo un altro generale alla guida dell’Unità per il completamento della campagna vaccinale e per l’adozione di altre misure di contrasto alla pandemia. È Tommaso Petroni, generale di divisione o maggior generale che dir si voglia, finora capo dell’area logistico-operativa della Struttura commissariale diretta da Figliuolo, destinato a dedicarsi completamente al suo incarico al Comando di vertice operativo interforze (Covi). Una scelta di continuità nei nomi dopo quella normativa: i poteri del direttore dell’Unità saranno infatti gli stessi che del Commissario straordinario, compresi quelli di agire in deroga alla legge e di stipulare contratti senza il controllo della Corte dei conti. Al generale Petroni viene però affiancato con funzioni vicarie Giovanni Leonardi, segretario generale e dunque vertice amministrativo del ministero guidato da Roberto Speranza: da ottobre in poi la Salute assumerà con concorso dirigenti e personale per poi fare da sola a partire dal 1° gennaio. Oggi si chiude formalmente il Comitato tecnico scientifico: le funzioni consultive passano a Franco Locatelli e Silvio Brusaferro, rispettivamente a capo del Consiglio superiore di sanità e dell’Istituto superiore di sanità, che dell’ultimo Cts sono stati coordinatore e portavoce. Ma sarà molto ascoltato anche l’immunologo ex Cts Sergio Abrignani.

Il flop degli antivirali: solo 108 mila terapie per oltre 8,2 milioni di casi

È stato il primo a ottenere il via libera. Il Remdesivir (nome commerciale Veklury) prodotto da Gilead Sciences è stato autorizzato nel giugno del 2020. Da allora è stato utilizzato come terapia contro il Covid quasi 88 mila volte in ospedale, 5.100, invece, su pazienti non ricoverati. Di primo acchito possono sembrare numeri importanti. Ma non è così. Anzi: siamo di fronte a un flop. Basti considerare che da allora i contagi sono stati oltre 14 milioni. Il Remdesivir è un antivirale contro il Covid. Deve essere somministrato entro 10 giorni dall’insorgenza dei sintomi per fermare evoluzioni in forma grave della malattia. Al pari di Paxlovid (il principio attivo è costituito da nirmetrelvir e ritonavir), prodotto da Pfizer e di Lagevrio (molnupiravir), della casa farmaceutica Merk Sharp&Dohme. Questi ultimi due devono essere somministrati però entro 5 giorni dalla comparsa dei sintomi. Altrimenti sono inutili, inefficaci. E l’iter previsto per somministrarli è troppo tortuoso.

E infatti i trattamenti con questi antivirali finora sono stati pochissimi. Negli ultimi tre mesi – da quando sono stati autorizzati Paxlovid e Lagevrio, tra la fine del 2021 e febbraio di quest’anno – le terapie con i tre antivirali (compreso quindi il Remdesivir) non sono state nemmeno 108 mila, mentre i nuovi casi di contagio nello stesso periodo hanno superato quota 8,2 milioni. Non perché sia stata messa in dubbio l’efficacia dei trattamenti, destinati prima di tutto ai pazienti più fragili per scongiurare il rischio dell’ospedalizzazione o del decesso. Quanto per il sistema di erogazione del farmaco messo a punto da Aifa, l’agenzia nazionale del farmaco. Gli antivirali non possono essere venduti nelle farmacie né prescritti dai medici di famiglia. A questi ultimi è affidato il compito di segnalare i pazienti da trattare con gli antivirali agli specialisti ospedalieri, quali infettivologi e pneumologi, che a loro volta li prescrivono. I farmaci vengono poi distribuiti solo dalle farmacie ospedaliere. Un percorso che ne complica l’effettiva erogazione. Se ne è accorto anche Guido Rasi, ex direttore esecutivo di Ema, l’Agenzia del farmaco europea. Sottolineando come sia necessario “un più largo uso di antivirali”. Finora ne sono arrivate circa 600 mila dosi. Sono ancora quasi tutte in frigorifero. “In una settimana – ha aggiunto ieri Rasi –, ne prescriviamo quasi 3.300 a fronte di una media di oltre 500 mila nuovi infetti”.

Dal 17 al 23marzo, a fronte di di quasi 496 mila nuovi casi di contagio le prescrizioni sono state appena 2.081. Ma c’è chi aveva previsto tutto: i medici di famiglia. “Fin dall’inizio abbiamo detto che il meccanismo non avrebbe funzionato”, dice Filippo Anelli, presidente di Fnomceo, la federazione degli ordini dei medici, che ha chiesto un confronto con Aifa. “Gli antivirali dovrebbero essere distribuiti a domicilio, con la prescrizione del medico di base e nel caso la convalida dello specialista. Avrebbero dovuto essere gestiti da subito direttamente sul territorio”.