Bisogna immergersi ne La guardia bianca di Michael Bulgakov, pubblicato a puntate (con molte censure) tra il 1924 e il 1925 sulla rivista Rossija, per vivere l’atmosfera surreale di Kiev, sua città natale, posta sotto un furioso, triplice assedio concentrico.
Un secolo è passato, ma sembra oggi, e pazienza se faticheremo a raccapezzarci fra le milizie che si contendono a colpi di mortaio le vie acciottolate di Kiev, su fino alla Città Alta: l’Armata Bianca degli ufficiali controrivoluzionari rimasti fedeli allo zar deposto nel 1917; l’Armata Rossa dei bolscevichi che combatte per sovietizzare a forza tutta l’immensa regione meridionale del fu impero russo; e, come se non bastasse a rendere feroce la guerra civile, ecco spuntare il terzo incomodo: il nazionalismo ucraino. Impersonato da un avventuriero appena rilasciato dal carcere, personaggio su cui Bulgakov riversa tutto il suo disprezzo, e che invece oggi viene onorato quale eroe capostipite dell’Ucraina libera e indipendente. Bulgakov, ucraino russofono, si abbandona allo sconforto per le conseguenze di quell’ordine di scarcerazione:
“Per colpa di questo piccolo documento – senza dubbio alcuno per colpa sua! – si verificarono tali disgrazie e sciagure, tali spedizioni, spargimenti di sangue, incendi e pogrom, disperazione e terrore… Ahi, ahi, ahi! Il carcerato rimesso in libertà portava il più semplice e insignificante dei nomi – Semen Vasilevic Petljura”.
Più oltre infierisce ancora: “Petljura, oltre a essere una canaglia, è anche uno che organizza pogrom”. È un marchio d’infamia che pesa tuttora sul nazionalismo ucraino, spingendo taluni a mettere in dubbio il sacrosanto diritto di quel popolo a resistere all’aggressione di Putin. Perché è vero che fra il 1917 e il 1923 la caccia all’ebreo assunse laggiù dimensioni spaventose che gli storici riescono a quantificare solo per approssimazione: tra i 50 mila e i 200 mila morti.
Le milizie di Petljura si accanivano contro i civili innocenti di fede ebraica, accusati di essere seguaci di Trotzki e Zinoviev, ovvero colpevoli di “bolscevismo giudaico”. “Uccidi gli ebrei, salva l’Ucraina”, gridavano i miliziani guidati da Ivan Samosenko, che in poche ore, il 15 febbraio 1919, sterminarono 1500 persone inermi a Proskurov. Per la verità Petljura criticò quell’eccidio, ma un mese dopo presenziò a un altro pogrom, a Zhytomyr, denunciando “questi nuovi saccheggiatori bolscevichi ed ebrei”.
Fuggito a Parigi, il 25 maggio 1926 vi trovò la morte per mano dell’anarchico Sholom Schwartzbard, che subito dopo si consegnò alle guardie dichiarando: “Ho ucciso un grande assassino”. Aveva perduto quindici parenti nel pogrom di Odessa. Il tribunale riconobbe le ragioni di Schwartzbard, tanto che ne uscì assolto. Oggi è sepolto in Israele, dove gli sono intitolate alcune strade. Nelle targhe viene definito “il Vendicatore”. Troverete narrato quel drammatico episodio, che angosciò le comunità dei fuoriusciti ucraini e russi a Parigi, nel romanzo Addio Volodia di Simone Signoret, grande attrice e compagna di Yves Montand, anche lei figlia di esuli ebrei. I sopravvissuti tremavano al solo sentir citare l’“atamano Petljura”. Detto, appunto, atamano come i feroci ufficiali cosacchi del passato.
La matrice antirussa e antisemita del nazionalismo di Petljura e, in seguito, di Stefan Bandera, fondatore dell’Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e dell’Upa (Esercito Insurrezionale Ucraino), resta al centro di un’accesa controversia storica. Decisamente imbarazzante, anche se non può certo essere strumentalizzata per negare legittimità alla Repubblica indipendente nata nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’Urss. Oggi l’Ucraina è una democrazia, fragile ma contraddistinta da libere elezioni. Addebitare al presidente Zelensky o addirittura all’insieme della resistenza ucraina quella matrice infamante, sarebbe vile contraffazione della realtà. Eppure non c’è dubbio che la manipolazione storica pesi sulla realtà contemporanea, non solo per la propaganda russa che giustifica pretestuosamente la guerra come opera di “denazificazione”.
In contrasto con innumerevoli documentazioni e con le fonti più accreditate, la storiografia ufficiale ucraina si ostina a negare ogni responsabilità sui pogrom perpetrati dalle milizie di Petljura e sulla successiva collaborazione dell’Oun di Bandera allo sterminio degli ebrei ucraini, al fianco dei nazisti tedeschi dal luglio 1941.
Non regge appellarsi a talune vaghe dissociazioni di Petljura, né alla circostanza che per qualche tempo la Germania internò Bandera, per mascherare l’ossessione con cui le milizie di costoro attaccarono gli ebrei, liquidati come giudeobolscevichi. Con la stessa furia, il loro etnonazionalismo si rivolse contro i residenti polacchi e russi. Il libro nero di Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg, uscito in Occidente per interessamento di Albert Einstein dopo che Stalin lo aveva censurato, dedica centinaia di pagine terribili e inequivocabili ai loro crimini.
Eppure, l’ultimo ventennio di minacce provenienti da Mosca, l’occupazione della Crimea e la guerriglia indipendentista nel Donbass, hanno irrobustito questo revisionismo storico; degenerato fino al punto di tradursi nel 2015 in leggi di “decomunistizzazione”, a seguito delle quali commette reato chi critica le figure di Petljura e Bandera, cui vengono dedicati numerosi monumenti, eretti perfino all’interno di quelli che furono quartieri ebraici. L’Oun e il suo braccio armato Upa vengono proclamati “artefici della lotta per l’indipendenza” datata dal 1917 al 1991. Il 14 ottobre, anniversario della nascita dell’Upa, si celebra il “Giorno del difensore dell’Ucraina”.
È l’eredità avvelenata di un secolo di guerre civili, invasioni, deportazioni. Divenuta materiale esplosivo nelle mani degli oligarchi arricchitisi col commercio del petrolio e delle armi, al cui servizio volentieri si prestano milizie inneggianti ai simboli di quel passato oscuro.
In una società frantumata e impoverita, il nazionalismo si propaga come un morbo contagioso. E resta l’ostacolo più insidioso da rimuovere in vista dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Ma si tratta pur sempre di una presenza minoritaria, come certificano i deludenti risultati elettorali dell’estrema destra. Squalificare la scelta di resistere all’invasione russa, condivisa da gran parte della popolazione – ciò che si fa spesso concentrando l’attenzione sulla tolleranza governativa riguardo alla matrice neonazista del Battaglione Azov – è una denigrazione che gli ucraini non si meritano. Denunciamo il nazionalismo aggressivo, ma non cerchiamo alibi per negare loro la dovuta solidarietà.