Bulgakov e il virus dei miliziani nazi

Bisogna immergersi ne La guardia bianca di Michael Bulgakov, pubblicato a puntate (con molte censure) tra il 1924 e il 1925 sulla rivista Rossija, per vivere l’atmosfera surreale di Kiev, sua città natale, posta sotto un furioso, triplice assedio concentrico.

Un secolo è passato, ma sembra oggi, e pazienza se faticheremo a raccapezzarci fra le milizie che si contendono a colpi di mortaio le vie acciottolate di Kiev, su fino alla Città Alta: l’Armata Bianca degli ufficiali controrivoluzionari rimasti fedeli allo zar deposto nel 1917; l’Armata Rossa dei bolscevichi che combatte per sovietizzare a forza tutta l’immensa regione meridionale del fu impero russo; e, come se non bastasse a rendere feroce la guerra civile, ecco spuntare il terzo incomodo: il nazionalismo ucraino. Impersonato da un avventuriero appena rilasciato dal carcere, personaggio su cui Bulgakov riversa tutto il suo disprezzo, e che invece oggi viene onorato quale eroe capostipite dell’Ucraina libera e indipendente. Bulgakov, ucraino russofono, si abbandona allo sconforto per le conseguenze di quell’ordine di scarcerazione:

“Per colpa di questo piccolo documento – senza dubbio alcuno per colpa sua! – si verificarono tali disgrazie e sciagure, tali spedizioni, spargimenti di sangue, incendi e pogrom, disperazione e terrore… Ahi, ahi, ahi! Il carcerato rimesso in libertà portava il più semplice e insignificante dei nomi – Semen Vasilevic Petljura”.

Più oltre infierisce ancora: “Petljura, oltre a essere una canaglia, è anche uno che organizza pogrom”. È un marchio d’infamia che pesa tuttora sul nazionalismo ucraino, spingendo taluni a mettere in dubbio il sacrosanto diritto di quel popolo a resistere all’aggressione di Putin. Perché è vero che fra il 1917 e il 1923 la caccia all’ebreo assunse laggiù dimensioni spaventose che gli storici riescono a quantificare solo per approssimazione: tra i 50 mila e i 200 mila morti.

Le milizie di Petljura si accanivano contro i civili innocenti di fede ebraica, accusati di essere seguaci di Trotzki e Zinoviev, ovvero colpevoli di “bolscevismo giudaico”. “Uccidi gli ebrei, salva l’Ucraina”, gridavano i miliziani guidati da Ivan Samosenko, che in poche ore, il 15 febbraio 1919, sterminarono 1500 persone inermi a Proskurov. Per la verità Petljura criticò quell’eccidio, ma un mese dopo presenziò a un altro pogrom, a Zhytomyr, denunciando “questi nuovi saccheggiatori bolscevichi ed ebrei”.

Fuggito a Parigi, il 25 maggio 1926 vi trovò la morte per mano dell’anarchico Sholom Schwartzbard, che subito dopo si consegnò alle guardie dichiarando: “Ho ucciso un grande assassino”. Aveva perduto quindici parenti nel pogrom di Odessa. Il tribunale riconobbe le ragioni di Schwartzbard, tanto che ne uscì assolto. Oggi è sepolto in Israele, dove gli sono intitolate alcune strade. Nelle targhe viene definito “il Vendicatore”. Troverete narrato quel drammatico episodio, che angosciò le comunità dei fuoriusciti ucraini e russi a Parigi, nel romanzo Addio Volodia di Simone Signoret, grande attrice e compagna di Yves Montand, anche lei figlia di esuli ebrei. I sopravvissuti tremavano al solo sentir citare l’“atamano Petljura”. Detto, appunto, atamano come i feroci ufficiali cosacchi del passato.

La matrice antirussa e antisemita del nazionalismo di Petljura e, in seguito, di Stefan Bandera, fondatore dell’Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e dell’Upa (Esercito Insurrezionale Ucraino), resta al centro di un’accesa controversia storica. Decisamente imbarazzante, anche se non può certo essere strumentalizzata per negare legittimità alla Repubblica indipendente nata nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’Urss. Oggi l’Ucraina è una democrazia, fragile ma contraddistinta da libere elezioni. Addebitare al presidente Zelensky o addirittura all’insieme della resistenza ucraina quella matrice infamante, sarebbe vile contraffazione della realtà. Eppure non c’è dubbio che la manipolazione storica pesi sulla realtà contemporanea, non solo per la propaganda russa che giustifica pretestuosamente la guerra come opera di “denazificazione”.

In contrasto con innumerevoli documentazioni e con le fonti più accreditate, la storiografia ufficiale ucraina si ostina a negare ogni responsabilità sui pogrom perpetrati dalle milizie di Petljura e sulla successiva collaborazione dell’Oun di Bandera allo sterminio degli ebrei ucraini, al fianco dei nazisti tedeschi dal luglio 1941.

Non regge appellarsi a talune vaghe dissociazioni di Petljura, né alla circostanza che per qualche tempo la Germania internò Bandera, per mascherare l’ossessione con cui le milizie di costoro attaccarono gli ebrei, liquidati come giudeobolscevichi. Con la stessa furia, il loro etnonazionalismo si rivolse contro i residenti polacchi e russi. Il libro nero di Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg, uscito in Occidente per interessamento di Albert Einstein dopo che Stalin lo aveva censurato, dedica centinaia di pagine terribili e inequivocabili ai loro crimini.

Eppure, l’ultimo ventennio di minacce provenienti da Mosca, l’occupazione della Crimea e la guerriglia indipendentista nel Donbass, hanno irrobustito questo revisionismo storico; degenerato fino al punto di tradursi nel 2015 in leggi di “decomunistizzazione”, a seguito delle quali commette reato chi critica le figure di Petljura e Bandera, cui vengono dedicati numerosi monumenti, eretti perfino all’interno di quelli che furono quartieri ebraici. L’Oun e il suo braccio armato Upa vengono proclamati “artefici della lotta per l’indipendenza” datata dal 1917 al 1991. Il 14 ottobre, anniversario della nascita dell’Upa, si celebra il “Giorno del difensore dell’Ucraina”.

È l’eredità avvelenata di un secolo di guerre civili, invasioni, deportazioni. Divenuta materiale esplosivo nelle mani degli oligarchi arricchitisi col commercio del petrolio e delle armi, al cui servizio volentieri si prestano milizie inneggianti ai simboli di quel passato oscuro.

In una società frantumata e impoverita, il nazionalismo si propaga come un morbo contagioso. E resta l’ostacolo più insidioso da rimuovere in vista dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Ma si tratta pur sempre di una presenza minoritaria, come certificano i deludenti risultati elettorali dell’estrema destra. Squalificare la scelta di resistere all’invasione russa, condivisa da gran parte della popolazione – ciò che si fa spesso concentrando l’attenzione sulla tolleranza governativa riguardo alla matrice neonazista del Battaglione Azov – è una denigrazione che gli ucraini non si meritano. Denunciamo il nazionalismo aggressivo, ma non cerchiamo alibi per negare loro la dovuta solidarietà.

 

Usa, l’Oklahoma vieta l’aborto “in ogni fase”

La Camera dell’Oklahoma, controllata dal Partito repubblicano, ha approvato un disegno di legge con cui si vieta l’aborto in ogni fase della gravidanza, a esclusione dei casi di incesto e stupro oppure se la donna incinta è in pericolo di vita. La misura consente, inoltre, a qualunque cittadino di denunciare i soggetti che praticano l’aborto e chiunque “aiuti o favorisca l’esecuzione o l’induzione di un aborto”. Il provvedimento passato in Oklahoma è ancora più rigido e restrittivo rispetto alle norme già approvate negli Stati del Texas e dell’Arizona, che hanno introdotto il divieto di interruzione di gravidanza dopo la quindicesima settimana di gravidanza senza eccezioni.

Attacco yemenita in Arabia, un razzo vicino alla pista F1

Momenti di grande tensione a Gedda ieri alla vigilia del Gp dell’Arabia Saudita di F1. Poco prima della fine delle prime libere una colonna di fumo si è alzata al cielo: le prime ricostruzioni parlano di un attacco per colpire gli impianti petroliferi di Aramco a 20 chilometri dal circuito. La forte esplosione sarebbe stata causata da un razzo lanciato dai ribelli che ha innescato un incendio. Sui social i primi video impressionanti sull’accaduto, ma si attendono ancora ricostruzioni certe sull’accaduto. La Federazione ha reso noto che è in attesa di indicazioni da parte delle autorità competenti ed è in corso un incontro: la seconda sessione di libere si correrà però regolarmente. “Questa escalation ostile prende di mira le strutture petrolifere (e vuole) influenzare la sicurezza delle rotte energetiche”, ha affermato la coalizione araba a guida saudita. “Ho informato i piloti e i team della situazione, sulla base delle informazioni avute. Siamo qui, siamo al sicuro”, ha detto a Sky Stefano Domenicali, presidente di FormulaOne.

Il Cremlino va sul concreto: “A noi interessa il Donbass”

La guerra finirà il 9 maggio? Quel giorno Mosca festeggerà la ricorrenza della vittoria sul nazismo, e potrebbe rivendicare quella sull’Ucraina da “denazificare”. In concreto, sul piano negoziale, nessun progresso è stato fatto sulle “principali questioni politiche”, dice il capo della delegazione ucraina, Medinsky, a proposito del dialogo con la controparte russa. Anche oggi il confronto continua. Il Cremlino dopo un mese di guerra ammette: “Le forze armate russe si concentreranno sulla completa liberazione del Donbass” scrive il ministero della Difesa. Come spiegare allora l’attacco su più versanti? Servono “ad infliggere perdite alle forze ucraine nei territori assediati e hanno lo scopo di impedire che Kiev invii rinforzi verso il Donbass”. Sul campo di battaglia, si riparla di Mariupol e della bomba che ha colpito il teatro pieno di civili. Le autorità manifestano il timore che invece possano esserci 300 corpi sotto le macerie. Lo scontro è anche sul piano culturale: il presidente Putin accusa la cancel culture occidentale, l’attacco alla cultura russa è come la campagna condotta dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. “Tchaikovsky, Shostakovich, Rachmaninov sono stati rimossi dalle stagioni concertistiche e anche gli scrittori russi e i loro libri sono banditi”, ha detto il capo del Cremlino. Putin ha citato J.K.Rowling, la scrittrice di Harry Potter e le censure subite, lei non gradisce questa solidarietà. L’insofferenza verso i comandanti che spingono a tutti i costi i soldati verso il fronte si manifesta con un carrista russo che travolge il suo ufficiale; è il racconto del reporter ucraino Roman Tsymbaliuk sulla fine del colonnelloYuri Medvedev: una storia che colpisce per la sua crudezza ma che nello stesso tempo resta rarefatta nella nebbia della guerra.

Intellettuali russi come i veterani del Vietnam: “Fermate la guerra”

Responsabili del sangue di Kiev: “I cittadini russi coinvolti nell’operazione militare sul territorio ucraino sono complici di crimini di guerra e loro stessi muoiono. Il nostro obiettivo è aiutarli a evitarlo, facendo leva sulla Costituzione e sulla legge russa, e assistere chiunque sia illegalmente forzato a partecipare alle ostilità”. Sono le prime frasi dell’ultimo manifesto pacifista russo, che si batte contro il conflitto del Cremlino senza mai chiamarlo “guerra”, una parola che può costare 15 anni di carcere in base all’ultima legge della Duma. In calce al testo ci sono le firme di undici dissidenti già finiti nei libri di storia: da Lev Ponomarev fino ad Aleksandr Cherkasov. Tra loro anche Svetlana Gannushkina e Oleg Orlov, vertici dell’ormai bandita Memorial, organizzazione nata per proteggere i diritti umani e scavare verità seppellite dal potere sovietico. Fondata nel 1989 per dare giustizia alle vittime del regime comunista, l’ong è stata liquidata definitivamente dai tribunali di Mosca il 22 marzo scorso. Questo coro di voci delle teste più bianche dell’opposizione russa è tornato a levarsi ieri contro il governo Putin: se negli Stati Uniti furono i veterani a fare da miccia alla fiamma pacifista che spinse migliaia di persone a protestare contro la guerra in Vietnam, in Russia – visto che gli ex militari escono poco allo scoperto – è l’intellighenzia dissidente a fare da bastione per i giovani costretti dal loro governo ad imbracciare il fucile. Gli undici firmatari faranno parte del nuovo Consiglio contro la guerra che richiede al ministero della Difesa russo non parole, ma cifre: quelle esatte dei giovani che sono già morti sul suolo ucraino, informazioni “sul trasferimento dei corpi alle famiglie, sul rilascio o scambio prigionieri”. Per i parenti delle divise già spedite al fronte, intrappolati nel limbo del silenzio, e quelli di quanti si rifiutano di imbracciare le armi contro Kiev, verrà messa in piedi assistenza legale. Lo scopo degli attivisti – che hanno contato in altre ere le bare dei soldati tornati dalla guerra contro Kabul e Grozny – è uno solo: vogliono “proteggere vite, quelle degli ucraini e dei russi”. Nella Federazione cresce l’onda del Net voine, “no alla guerra”: in 56 città sono stati arrestati almeno 15 mila pacifisti, riferisce Info-Ovd, e quanti in queste settimane hanno firmato lettere aperte o petizioni sono stati perseguitati in tribunale o licenziati dal lavoro. La guerra al centro d’Europa, scrivono i dissidenti, è un’ennesima “conseguenza del lungo rifiuto della Russia di proteggere diritti e libertà fondamentali dei suoi cittadini, uno Stato che viola diritti umani all’interno dei confini presto o tardi diventa una minaccia per la pace internazionale”.

Mosca fa le pulci a Biden jr: in affari con aziende Kiev

Joe Biden accusa Vladimir Putin di voler utilizzare in Ucraina armi chimiche e gli rinfaccia la minaccia del possibile ricorso al nucleare. Il Cremlino nega e, rovesciando le insinuazioni, si gioca velenosamente la carta Hunter. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov dice che Hunter Biden, figlio del presidente degli Stati Uniti, sarebbe “coinvolto nella gestione di laboratori per lo sviluppo di armi biologiche in Ucraina” – laboratori la cui esistenza la Casa Bianca ha già smentito –. Il portavoce aggiunge: “Chiederemo spiegazioni sul suo possibile coinvolgimento. E la Cina ha già chiesto chiarimenti”. Il nome di Hunter Biden figura nella lista dei cittadini americani colpiti dalle contro-sanzioni russe. Ma Peskov non si ferma al figlio e sostiene che il padre, con le sue accuse, vuole “distogliere l’attenzione” dal programma chimico e biologico che gli Usa starebbero realizzando in Ucraina. ‘Daddy Joe’ si ritrova fra le mani la ‘patata bollente Hunter’ all’arrivo in Polonia. Il presidente ha paragonato quanto sta avvenendo in Ucraina agli eventi di piazza Tienanmen: “Quando voi vedete una donna di 30 anni in piedi di fronte a un carro armato con un fucile… si parla di quello che è accaduto in piazza Tienanmen”. Biden si è intrattenuto con i soldati della 82ª Divisione aviotrasportata, e riesuma l’approccio Usa sulle armi nucleari, facendo un passo indietro rispetto alle promesse elettorali e aprendo all’ipotesi di ricorrere all’atomica contro una minaccia convenzionale. Il cambio di rotta è avvenuto, secondo il Wall Street Journal sotto la pressione di alleati europei, fra cui i polacchi. Hunter, 52 anni, figlio secondogenito di Joe e della prima moglie Neila, ha vissuto, con il padre, tutti i drammi di famiglia: la mamma e la sorellina Naomi morte in un incidente d’auto nel 1972, Beau, il fratello maggiore, morto di cancro nel 2015, a 46 anni. Uomo d’affari, ha fondato ed è stato dirigente di società di consulenza internazionali, fra cui un fondo di investimenti privato cinese.

Tutti aspetti che hanno già attirato l’attenzione critica dei media Usa. Ma quel che qui conta è che dal 2014, quando suo padre era vice-presidente degli Stati Uniti, al 2019, Hunter era nel consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings, una società energetica ucraina. Nel 2019, l’allora presidente Trump affermò che Biden aveva chiesto il licenziamento d’un procuratore di Kiev che indagava sul figlio. Hunter, però, non risultò essere oggetto d’indagine né vi furono prove di illeciti da lui commessi. Recentemente, la stampa ‘liberal’ è tornata a interrogarsi su Hunter e sui suoi guai con il fisco Usa: il 16 marzo, il New York Times scriveva che “una vasta inchiesta federale” sugli inghippi del figlio del presidente va avanti, nonostante Hunter abbia nel frattempo pagato i suoi debiti con il fisco Usa. E sempre il NYT ammetteva una certa pigrizia dei media ‘liberal’ nell’ammettere che le mail imbarazzanti contenute in un laptop portato ad aggiustare in piena campagna elettorale 2020, e i cui contenuti erano finiti nelle mani dei sostenitori di Trump, erano effettivamente di Hunter. Il che ha subito scatenato una compagna ‘revanchista’ da parte dei media conservatori. “Gli affari sporchi di Hunter non devono essere infilati sotto il tappeto”, diceva il New York Times, citando altri comportamenti poco consoni del figlio del presidente e definendolo “non un criminale”, ma “il fragile figlio di una famiglia colpita dalla tragedia, che ha problemi di droga e ha fatto i soldi lavorando per aziende che probabilmente gradiscono avere dalla loro il parente di un politico americano influente”. Il che non significa che le illazioni su Hunter “coinvolto nella gestione di laboratori per lo sviluppo di armi biologiche in Ucraina” siano minimamente vere. Quello che i media Usa mettono sotto accusa è il loro “tentativo di seppellire la storia delle mail alla vigilia delle elezioni come una sorta di campagna di disinformazione russa”. Se al posto di Hunter ci fosse stata Ivanka Trump, “avremmo trattato la storia con i guanti allo stesso modo?”, s’interrogano i giornalisti del NYT.

I feriti in corsia: vite stravolte dai razzi piombati nei cortili

Kateryna Kaban ha la gamba destra amputata al polpaccio, una scheggia di razzo estratta dal polmone più varie altre ferite, ma è ancora capace di arrabbiarsi agitando le braccia come per una disputa al mercato. Il suo cognome vuol dire ‘cinghiale’, e la 54enne pare averne intatta la forza quando sceneggia il bombardamento russo, il 9 marzo alle 3 del pomeriggio, nella cittadina di Velika Dymerka, una trentina di chilometri a nord-est di Kiev: “Stavo ospitando una decina di parenti che il 25 febbraio se ne erano andati da Irpin (nord-ovest della capitale, ndr) perché pensavano che lì fosse troppo pericoloso. Il primo Grad (razzo evoluzione delle batterie Katiuscia della Seconda guerra mondiale) è entrato dalla finestra e la coda si è conficcata nella porta di una stanza. Ero uscita a stendere i panni in cortile, c’è stata un’esplosione, da quel momento non ricordo più molto… Ricordo che a un certo momento avevo tanta sete ma non riuscivo a bere. I miei parenti sono tutti in salvo, e dei volontari mi hanno portato qui all’ospedale di Brovary (una decina di chilometri a sud, ndr)”.

Il resto lo racconta Volodymyr Andriyets’, direttore dell’Unità chirurgica dell’ospedale di questa città a est di Kiev che prende il nome dalle birrerie sorte nel XVII secolo. “Non eravamo certi che sopravvivesse, abbiamo estratto una scheggia dal polmone – e scopre la paziente per mostrare l’ampio foro di ingresso ricucito sulla schiena e i punti del foro di estrazione sul seno destro – ma si è rimessa bene: è una tigre. Ne abbiamo viste tante di ferite così, come non ci era mai capitato prima. Per ora siamo arrivati a 120 persone colpite da ordigni ospedalizzati. Attualmente abbiamo 37 feriti, e poi diversi casi di anziani colpiti da infarto per le esplosioni. Perché la guerra non è solo sangue, ma anche paura e dolore. E quando potremo ricostruire le nostre città, sappiamo che non potremo far rinascere nessuna delle vite che sono state tolte dalle bombe russe. I tank sono entrati negli abitati colpendo case civili, e anche adesso il fronte è a una quindicina di chilometri”. Pochi giorni dopo, dei volontari, sfidando i combattimenti che continuavano a Velika Dymerka, guidati dalla figlia di Katerina, sono riusciti a recuperare il cellulare e così lei ora può mostrare le immagini felici registrate nel suo telefono fino a poco prima l’esplosione. “Adesso peso dieci chili in meno – cerca di sorridere Katerina guardandosi il moncherino – ma cosa potrò fare della mia vita senza una gamba? Ho tirato su quasi da sola la mia casa, ma adesso…?”.

Il chirurgo della città che durante la Seconda guerra mondiale ospitava anche un piccolo campo di concentramento nazista per prigionieri sovietici e dal 1992 è gemellata, tra l’altro, con la città russa di Shchyolokovo, si lancia nella filippica che è ormai un leitmotiv di molte autorità ucraine: “Gli europei stanno vedendo cosa succede al nostro Paese da un mese, ma la loro reazione è troppo parziale: continuano a pensare che ciò non può accadere a loro”. Anche per questo dottore, che ci tiene a spiegare in inglese e che ha preso come missione anche quella di convincere “gli europei”, la data fatidica che ha portato a questa guerra “è il 2014”, l’inizio del processo di indipendenza spinto da Mosca dei territori dell’est, del Donbass dove in queste settimane si concentra lo sforzo bellico del Cremlino per creare un’area sulla quale poter esercitare pieno controllo militare, e successivamente politico.

Sul fronte di Kiev, le autorità militari ucraine ieri riaffermavano la presa ormai stabile dei sobborghi di Irpin, Bucha e Hostomel, ma i tonfi delle esplosioni in lontananza rispetto al centro città, e un paio di fragorosi botti che sembravano provenire da più vicino del solito, facevano mettere in dubbio le dichiarazioni indefessamente ottimistiche. La battaglia mediatica – nella quale gli ucraini sembrano tuttora in vantaggio – continua a scorrere parallela a quella sul terreno, giocata in buona parte sui social, con canali Telegram usati come ordigni psicologici: in uno di questi, ieri sera, sono apparse immagini di un reparto russo che si sosteneva fosse stato ripreso avanzare tra le rovine delle case di Irpin. La verità del giorno forse già domani non avrà più valore.

 

Tank show

Gustavo Zagrebelsky cita spesso un aforisma contro la guerra attribuito a Karl Kraus: “Quando squillano le trombe, si fanno avanti le trombette”. Il che spiega il titolo del Corriere sul no di Conte al quasi raddoppio delle spese militari: “Escalation anti armi del capo M5S” (a saperlo, Orwell l’avrebbe aggiunto agli slogan della neolingua del Ministero della Verità: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”). Ma spiega anche la presenza nei talk di Nathalie Tocci, che l’altra sera a Piazzapulita linciava Alessandro Orsini mentre Fu(r)bini e Calabresi lo tenevano fermo. Testuale: “Orsini non ha mai messo piede in Russia, non ha amici né colleghi russi, quindi non so perché parli di Russia”. Direttrice dello Iai (fondato dall’incolpevole Altiero Spinelli, che non ebbe la prontezza di portarselo nella tomba) e Cda dell’Eni, esperta di Russia e Ucraina perché c’è stata o ha amici in loco (probabilmente benzinai), la signora parlava “in veste di ricercatrice” (dell’Eni, il che fa di lei la meno titolata per parlare e sgasare di Russia). Infatti ha spalancato alla ricerca scientifica nuove frontiere inesplorate, abolendo la storia, la storia della letteratura e dell’arte, ma anche l’astrofisica. Come si permette un Canfora di scrivere biografie di Giulio Cesare senz’averlo mai conosciuto? E di che cazzo parlano tutti questi dantisti fuori tempo massimo se con l’Alighieri non hanno preso neppure un caffè (anche perché nei bar di Firenze non era ancora arrivato)? Per non dire del Papa, che parla di Dio senz’averlo mai visto neppure in cartolina, anche se molti vorrebbero anticipargli l’incontro.

All’ovvia obiezione di Orsini che, allora, nessuno può parlare di Napoleone o di guerre mondiali (e, a maggior ragione, puniche), la ricercatrice per insufficienza di prove ha risposto che infatti lei non parla di Napoleone né di guerre mondiali, dimostrando di non aver afferrato il concetto (ma lo sta ricercando). Dunque si confronterà sulla Russia solo con tour operator, oligarchi, fotomodelle, piloti, steward e hostess della rotta Roma-Mosca. Senza dimenticare B., Salvini e Savoini. Non vediamo l’ora di un bel talk (anzi tank) show per soli competenti: cioè la Tocci con Al Bano e Romina, Toto Cutugno, Pupo e la Muti, che in Russia erano di casa, la qual cosa fa di loro automaticamente degli esperti di geopolitica. Orsini invece no, anche se fu tra i primi (insieme a Giulietto Chiesa) a prevedere l’invasione russa in Ucraina già nel 2018 e, da putiniano doc, raccomandò all’Occidente di mantenere le sanzioni a Putin. Un altro grande umorista, non avendo fatto in tempo a conoscere la Tocci, disse che nessuno dovrebbe parlare di ippica se non è un cavallo. Ma per gli asini avrebbe fatto senz’altro un’eccezione.

In Italia il parco auto è sempre più vecchio: serve un cambio

Che l’Italia fosse un Paese per vecchi era cosa nota. Come pure che il parco auto in giro sulle nostre strade non fosse proprio di primo pelo. Ma i numeri dell’ultimo Data Book dell’Unrae, l’associazione dei costruttori esteri che opera in Italia, dipingono un quadro che continua a deteriorarsi. Alla fine dello scorso anno, i veicoli in circolazione erano 38,8 milioni: in conseguenza delle crisi economiche che si sono via via succedute, l’ultima legata alla pandemia, dal 2009 al 2021 la loro età media è passata da 7,9 a 11,8 anni (ben oltre quella dei principali paesi Ue) e il 26,2% di queste ha standard di emissioni antecedenti all’Euro 4. Il che significa che un’auto su quattro ha oltre 15 anni di età. Situazione, quest’ultima, che riguarda anche il trasporto di merci: il 43% dei 4.125.000 mezzi commerciali ed il 53% dei 709.000 industriali sono ante Euro4. Se poi parliamo degli autobus, l’anzianità media sale addirittura a 12 anni.

Che ripercussioni ha questo? Sostanzialmente che la vetustà dei mezzi in circolazione incide negativamente sull’ambiente: è il primo nemico dell’aria che respiriamo e dunque della nostra salute. Al ritmo attuale di sostituzione, secondo i calcoli dell’Unrae, ci vorrebbero 26 anni per rinnovare interamente il parco circolante. Ecco perché è necessario attuare interventi concreti per accelerare la transizione, favorendo lo svecchiamento e puntando su tecnologie (tutte, non solo quella elettrica) in grado di abbassare l’inquinamento atmosferico.

Con Qashqai non c’è più ansia da ricarica

La nuova generazione del popolare crossover Qashqai, best-seller Nissan dal momento che da solo ne vale oltre la metà delle vendite, porta in dote la tecnologia e-Power.

La stessa che fu lanciata nel 2016 in Giappone e che ora sbarca anche nel vecchio continente, come detto su Qashqai ma anche sul rinnovato suv X-Trail, che arriverà entro l’anno. Una tecnologia che, di fatto, annulla l’ansia da ricarica legata alle auto a batteria standard, perché permette di viaggiare in elettrico senza entrare in sofferenza per trovare una colonnina di ricarica. Ad alimentare l’unità a elettroni da 190 Cv ci pensa infatti un 1.5 benzina da 158 cavalli, che nei fatti diventa un vero e proprio generatore, permettendo tra l’altro di limitare le dimensioni della batteria e di conseguenza il suo costo.

Meno di una ventina di chilometri sul circuito spagnolo di Jarama non bastano per dare un giudizio sulle prestazioni della vettura, peraltro ancora in attesa delle omologazioni definitive, ma sono sufficienti per esprimere una prima e positiva impressione. Al volante si apprezzano un’accelerazione decisa (330 Nm di coppia) assicurata dal motore elettrico che offre quasi una settantina di cavalli in più di quelli disponibili in Giappone e una dinamica di guida “normale”.

Con un serbatoio delle stesse dimensioni della variante termica, ossia 55 litri, e un consumo attorno ai 5,3 l/100 km, l’autonomia dichiarata sfiora i 1.040 chilometri. Molto utile, poi, la soluzione dell’e-Pedal Step: si tratta di una funzione, che una volta attivata, permette di evitare di agire molto sul freno perché sollevando il piede dall’acceleratore la vettura rallenta in maniera significativa.

La Qashqai e-Power monta una griglia differente, contornata di nero e con una fascia superiore dello stesso colore il cui spessore identifica il grado di elettrificazione.

Nissan non ha ancora comunicato i prezzi di listino, che dovrebbero essere diffusi entro qualche settimana, ma con questa versione il crossover giapponese compete con modelli della concorrenza alimentati da motori a gasolio.