“Non siamo equidistanti: usano Segre contro l’Anpi”

“Dopo aver letto i giornali, ho iniziato a mettere in dubbio le mie stesse parole. Forse ho partecipato a un congresso diverso?”. Il presidente dell’Anpi, Massimo Pagliarulo, non sa se prenderla a ridere. Sulla grande stampa, il diciassettesimo congresso dell’associazione dei partigiani, in corso a Riccione, è stato citato solo per le presunte polemiche di Sergio Mattarella e Liliana Segre. “Non me ne capacito”, insiste Pagliarulo: “Per la prima volta dall’inizio della guerra, siamo riusciti a mettere insieme forze sindacali, associazioni, partiti, cattolici. Una rete sociale che ha pure opinioni diverse, ma in un dialogo civile e fecondo. Zaki, monsignor Zuppi, Letta, Conte, Liliana Segre, Cigl, Cisl e Uil. Abbiamo costruito un ponte. Invece i giornali ci trattano come un nemico”.

Segre ha detto che non è concepibile “nessuna equidistanza” sulla guerra. Non ce l’aveva con voi?

Sottoscrivo tutto quello che ha detto. Noi non siamo affatto equidistanti, non ci siamo mai sognati di metterci in un punto intermedio. È pura invenzione giornalistica. Abbiamo condannato in ogni modo l’invasione russa, un atto in contrasto rovinoso e sanguinoso col diritto internazionale. Cos’altro dobbiamo dire? Sono alla disperante e disperata ricerca di un nemico che non c’è.

Lei non ha detto nemmeno che vorrebbe smantellare la Nato?

È un’altra mistificazione. Abbiamo proposto la costruzione di un sistema di Difesa europeo, che possa garantire l’autonomia anche militare del continente. Pensiamo sia sbagliato che questo sistema si aggiunga alla Nato: dovrebbe sostituirla progressivamente, ma non immaginiamo certo che l’Alleanza atlantica sia dismessa da un giorno all’altro.

Riconosce però che l’Anpi si è divisa sulle armi all’Ucraina.

Le sembra che il congresso fosse diviso come l’hanno rappresentato i giornali? È successo un fatto: Carlo Smuraglia, nostro presidente emerito e grande personalità, ha espresso un giudizio diverso da quello del gruppo dirigente sull’opportunità di inviare armi all’Ucraina. Lui è favorevole, l’Anpi no. Questa è l’unica divergenza. Siamo una casa, non una caserma, ma si sono inventati una frattura totalmente inesistente.

Perché l’Anpi dovrebbe essere attaccata dalla stampa (oltre che dall’area di Renzi e Calenda)?

Forse pensano di isolarci. Ma sulla guerra le posizioni di Anpi sono affini a quelle della Cgil, simili alla Uil, ci riconosciamo pienamente nelle parole di Papa Bergoglio, siamo all’interno di un larghissimo fronte associativo. I sondaggi pubblici dicono tutti, con diverse percentuali, che la maggioranza assoluta degli italiani è contro l’invio delle armi. Abbiamo la netta impressione che non siamo affatto noi ad essere isolati, semmai alcuni dei nostri critici.

A proposito, le parole durissime di Bergoglio sulla spesa militare sono state praticamente ignorate da quotidiani e telegiornali.

C’è il pericolo di una militarizzazione del dibattito pubblico in cui ci scompaiono i grigi, ci sono solo bianchi e neri. Vorrei pregare tutti coloro che operano in questa direzione di darsi una calmata: l’Italia non è in guerra e speriamo che continui a restarne fuori. Un dettaglio che a qualcuno non è chiaro.

Rai, “tetto” o stop ai gettoni nei talk

La Rai pensa a una policy per vietare i compensi agli ospiti dei talk show. Della questione si è parlato nel Cda di giovedì, che ha dato il via libera ai palinsesti estivi. E dove l’ad Carlo Fuortes ha manifestato l’intenzione di riaprire al più presto la sede Rai di Mosca, così da riprendere le corrispondenze degli inviati dalla Russia. Ma giovedì era anche il giorno in cui, a fronte delle polemiche politiche scatenate soprattutto da Pd e Italia Viva, Fuortes e il direttore di Rai3, Franco Di Mare, hanno deciso di stoppare il contratto ad Alessandro Orsini, che prevedeva la presenza del professore della Luiss per sei puntate a #Cartabianca a 12 mila euro (2 mila euro a serata). Il tema era caldissimo e se n’è dibattuto anche in Cda dove – anche se non si è scesi nel dettaglio del caso Orsini – consiglieri, ad e presidente hanno concordato sulla necessità di una policy aziendale in materia, una regola che valga per tutti i programmi d’informazione.

Due le strade: mettere un tetto ai compensi per tutti i talk oppure vietare del tutto i pagamenti e invitare solo chi è disposto a partecipare gratuitamente. La decisione dev’essere ancora presa, ma l’orientamento del vertice va verso questa seconda ipotesi: niente più soldi agli ospiti dei programmi d’informazione. L’obiezione è che, così facendo, la Rai si mette fuori dal mercato: se un opinionista deve scegliere se andare gratis nella tv pubblica o a pagamento in una rete privata, il rischio è che la Rai resti senza ospiti o si debba accontentare di quelli di seconda o terza scelta, con possibile calo degli ascolti. Ma è una possibilità che Viale Mazzini sembra aver messo in conto. “Il servizio pubblico, specialmente in un momento così delicato, ma anche in generale, dovrebbe stare fuori dal mercato degli opinionisti”, si è detto in Cda. Insomma, secondo il vertice, un conto è un contributo ad hoc, che va pagato, come un servizio appaltato all’esterno o un monologo (tipo Roberto Saviano da Fabio Fazio), altro è esporre il proprio pensiero in un talk. E per una volta erano tutti d’accordo. La decisione, se così sarà, farà saltare sulla sedia i direttori di rete e il responsabile degli approfondimenti Mario Orfeo, ma soprattutto i conduttori, con Bianca Berlinguer già infuriata per lo stop a Orsini (il quale però ha fatto sapere che parteciperà gratuitamente). Mentre una sponda in tal senso era giunta, qualche ora prima, dalla Vigilanza, con il presidente Alberto Barachini (ex Mediaset) a spiegare che, a fronte del caso Orsini, “la Rai dovrebbe utilizzare soprattutto le tante competenze interne e limitare gli esterni a contributi specifici”. Nel frattempo i programmi della concorrenza iniziano a leccarsi i baffi e le polemiche non mancheranno. Qualcuno a Saxa Rubra si butterà sull’infotainment per scampare alla tagliola?

“Informazione schiacciata sulla propaganda di guerra”

“L’informazione è schiacciata sulla propaganda di guerra, non mi meraviglio che vogliano silenziare Orsini”. Angelo Guglielmi fa parte della storia di Rai3, di cui è stato direttore dal 1987 al 1994, periodo in cui ha lanciato alcuni programmi cult tuttora in onda: Chi l’ha visto?, Blob, Un giorno in pretura, Storie maledette. Oggi si dice “preoccupato” da come la televisione e i giornali stanno raccontando la guerra in Ucraina, più interessati – dice – al sensazionalismo e alla retorica belligerante rispetto all’analisi del conflitto. In più, almeno per quanto riguarda la Rai, c’è un peccato originale da scontare: “Gli interessi dei partiti”, non a caso i primi a chiedere la rescissione del contratto del professor Alessandro Orsini con Cartabianca.

Angelo Guglielmi, che idea si è fatto della sospensione del contratto di Orsini?

Mi è parsa una cosa assurda, ma al tempo stesso non mi stupisco di certo.

Come mai?

È chiaro che oggi quasi tutti i mezzi di comunicazione, che siano giornali, radio, tv, sono impazziti di fronte alla guerra. Non fanno che parlarne come se la stessero pubblicizzando, come se avessero piacere ad alimentarla. Il rischio è che anche loro diventino strumento di promozione e propaganda, col pericolo che la guerra poi si estenda, se questo diventa l’umore prevalente nell’opinione pubblica.

Questo modo di fare contempla anche la criminalizzazione di alcune voci?

In un clima del genere diventa normale la caccia al filorusso. Qui però non si tratta di essere dalla parte di Putin, ma di spiegare il perché della guerra.

È un problema di qualità dell’informazione?

Una prima questione è quella del silenziamento delle opinioni non allineate. Poi c’è un tema di mancanza di approfondimento. Non ci dicono perché c’è la guerra, perché Putin ha invaso l’Ucraina, a nessuno viene in mente di dare una lettura che vada oltre i buoni e i cattivi. E invece credo che l’informazione non debba sottrarsi.

La Rai in questo ha colpe maggiori, in quanto servizio pubblico?

Il problema è generale. Certo, il servizio pubblico sconta il fatto di essere in mano alla politica, che oggi continua a comportarsi come si è sempre comportata. Non è una novità che in Rai qualcuno cerchi di fare gli interessi dei partiti piuttosto che quelli del pubblico, fino al punto che ogni tanto si finisce per nascondere la verità pur di non danneggiare questo o quel politico.

Le sembra che manchi obiettività nel racconto della guerra?

Ripeto che non ne faccio un discorso soltanto della Rai. Ma mi sembra come se volessero andare in guerra loro, i giornalisti, ovviamente dal comodo dei loro uffici. C’è una certa adesione, un piacere che mi stupisce. La delicatezza dell’argomento richiederebbe un po’ più di cautela e di distanza.

Si riferisce anche al dibattito sull’invio delle armi?

Io su questo ho un’idea chiara. Per aiutare davvero gli ucraini non credo che debbano girare altre armi, altrimenti rischiamo di trovarci in una situazione peggiore. Questa rinuncia dovrebbe essere un dovere nostro e di tutti gli altri Paesi europei, nella ricerca di altre strade per dare sostegno all’Ucraina. Ma alimentare la difesa con le armi significa anche per noi entrare in guerra, partecipare. Su questo argomento sento invece dei toni che non mi piacciono per niente.

Bergoglio contro i pazzi del riarmo: non esiste per il Tg1 e i giornaloni

Sparito dalle prime pagine, infilato in trafiletti a metà giornale, silenziato al telegiornale. Tocca armarsi di lente di ingrandimento e tanta buona volontà per trovare sui giornali di ieri le dichiarazioni di Papa Francesco, furioso contro l’aumento della spesa militare decisa dall’Italia e da altri Paesi europei: “Mi sono vergognato quando l’ho letto – sono le parole di Bergoglio – sono dei pazzi!”. Una dichiarazione tanto forte da suonare irrituale nei toni, condanna senza margine di equivoci alle politiche dei grandi della Terra.

E invece né il Corriere della Sera, né Repubblica né La Stampa hanno citato il Papa in prima pagina, forse dispiaciuti che il Pontefice abbia idee diverse dalla loro linea editoriale. Un fatto comunque insolito, visto l’abituale risalto dedicato alle parole di Bergoglio.

Per trovare conto del discorso anti-armi bisogna avventurarsi all’interno dei quotidiani, stando ben attenti a tutti gli angolini. Sul Corriere la notizia si trova in tre righe a pagina 15: “Spese militari al 2%, mi vergogno”. Un centinaio di battute corredate da una fotina del Papa incastrata – guarda i paradossi – in una pagina che parla sì del Vaticano, ma per raccontare il presunto ruolo della Santa Sede nell’arruolamento dei foreign fighters. Repubblica sceglie la copia carbone rispetto al concorrente. Anche qui il Papa è relegato a un boxino di cinque righe a pagina 14, dove invece domina un articolo su Giuseppe Conte che “mina il governo” proprio sulle spese militari.

Dallo stile curioso è invece la copertura della Stampa. Niente notizia in prima, come detto, ma almeno qui un articolo più ampio c’è (anche se bisogna scorrere fino a pagina 17 per trovarlo). Il diavolo – ci perdoni il Pontefice per l’infelice accostamento – sta però nel dettaglio. Sopra alle parole del Papa compare infatti un grande fascione orizzontale azzurro che introduce i temi della pagina. Titolo: “Il dibattito”. Come dire: apriamo una discussione sul tema e sentiamo che ha da dire Papa Francesco, uno tra i tanti.

Non va meglio in televisione. Lo ha notato pure Michele Anzaldi, il renziano attentissimo ai palinsesti del servizio pubblico, che ieri ha parlato di “manuale della disinformazione” contestando l’operato del Tg1. E in effetti, a differenza di Tg2 e Tg3, giovedì il telegiornale di Monica Maggioni ha bucato la notizia sulle dichiarazioni del Papa, a cui non ha dedicato neanche un servizio.

Una dimenticanza che riporta alla mente gli anni bui del berlusconismo, quando il sindacato Usigrai – era il 2003 – teneva un diario (un “libro nero”, lo chiamavano) degli ordini di scuderia in favore di Silvio.

Un vasto campionario – dalla censura delle contestazioni a Berlusconi al divieto di mandare in onda immagini di B. sudato – che includeva alcuni accorgimenti persino su Giovanni Paolo II. Annotava l’Usigrai il 7 febbraio 2003: “Il Papa lancia un forte monito contro la guerra in Iraq. Ma il Tg1 (diretto da Clemente Mimun, ndr) non lo giudica abbastanza importante per meritare un servizio”.

Qualche giorno dopo, “al Tg1 delle 20, viene oscurato il ritorno a Roma dell’inviato del Papa da Baghdad, che ammonisce sugli esiti catastrofici di una guerra”, e ancora, il 25 marzo, quando il Papa “invoca la pace”, il Tg1 decide che “le sue parole non meritano un servizio”. Diciannove anni dopo, Monica Maggioni omaggia i bei tempi antichi. Vent’anni fa il Pd protestava, ora plaude, oppure tace e acconsente.

Minaccia nucleare: il Papa consacra la Russia a Maria

“Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare”. È un passaggio significativo della consacrazione della Russia e dell’Ucraina al cuore immacolato di Maria fatta da Papa Francesco nella Basilica Vaticana. Un gesto ispirato dal segreto di Fatima rivelato dalla Madonna nel 1917 a tre pastorelli: Lucia, che vivrà fino al 2005 testimoniando quanto è avvenuto, e i suoi due cugini i fratelli Francisco e Jacinta Marto, che moriranno in tenera età e saranno beatificati da san Giovanni Paolo II il 13 maggio 2000 e canonizzati da Francesco il 13 maggio 2017.

“Verrò a chiedere – si legge nel segreto di Fatima – la consacrazione della Russia al mio cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il mio cuore immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace”.

Bergoglio ha voluto spiegare il significato del suo gesto: “In unione con i vescovi e i fedeli del mondo, desidero solennemente portare al cuore immacolato di Maria tutto ciò che stiamo vivendo: rinnovare a lei la consacrazione della Chiesa e dell’umanità intera e consacrare a lei, in modo particolare, il popolo ucraino e il popolo russo, che con affetto filiale la venerano come madre. Non si tratta di una formula magica – ha aggiunto il Papa – ma di un atto spirituale. È il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla madre, gettando nel suo cuore paura e dolore, consegnando se stessi a lei. È riporre in quel cuore limpido, incontaminato, dove Dio si rispecchia, i beni preziosi della fraternità e della pace, tutto quanto abbiamo e siamo, perché sia lei, la madre che il Signore ci ha donato, a proteggerci e custodirci”. Lo stesso atto è stato compiuto a Fatima dal cardinale elemosiniere apostolico, Konrad Krajewski.

L’ultima volta che un pontefice fece questo atto di affidamento fu il 25 marzo 1984: in piazza San Pietro e in unione spirituale con tutti i vescovi del mondo, Wojtyla affidò tutti i popoli della Terra al cuore immacolato di Maria. Per suor Lucia questa consacrazione fu “fatta così come Nostra Signora l’aveva chiesta”.

Fabbrica di bombe in Sardegna, in 9 a rischio processo

Filava tutto a gonfie vele fino a ieri per la fabbrica di bombe di Domusnovas, nella provincia del Sud Sardegna. Con la guerra in Ucraina, la tedesca Rheinmetall Waffe Munition Gmbh (Rwm), proprietaria dell’impianto, ha conseguito in poche ore un balzo in avanti del rating. Stime di crescita senza eguali per l’anno venturo. Un memorandum d’intesa con la Mbda, il principale consorzio europeo di missili e tecnologie per la difesa. E la prospettiva di un cospicuo investimento per un nuovo impianto in Slovacchia. La stoccata per il gruppo presieduto da Klaus Werner Krämer, con un capitale sociale da 10 milioni di euro, è arrivata dalla Procura di Cagliari. La pm Rossella Spano ha richiesto il rinvio a giudizio per l’amministratore delegato Fabio Sgarzi, il responsabile della funzione fabbricati, lavori e impianti, Leonardo Demarchi, i due tecnici incaricati dalla società, Palmiro Palmas e Ignazio Pibia, e il tecnico-geologo Mauro Pompei. Sono 9 in totale gli imputati: 5 della Rwm Italia spa e 4 dello Sportello unico per le attività produttive e per l’edilizia (Suape) del Comune di Domusnovas, di cui due dirigenti, Lamberto Tomasi e Ghiani Elsa Ersilia, e due funzionari, Giuseppe Matzei e Anna Rita Perseu. L’udienza preliminare è fissata per il 29 giugno.

Dovranno difendersi dall’accusa, in concorso di colpa, di falso e di violazioni delle normative edilizie e ambientali. La Rwm, secondo i pm, avrebbe agito con la complicità dei dipendenti pubblici al fine di ottenere le autorizzazioni per ampliare la fabbrica di armi. L’indagine è partita dalle querele presentate dalle associazioni Italia Nostra Sardegna, Movimento Nonviolento, Unione sindacale di Base Cagliari, Cagliari Social Forum, Confederazione Sindacale Sarda, Assotziu Consumadoris Sardigna, Associazione Centro Sperimentale Autosviluppo e Comitato Riconversione Rwm. Figurano oggi nel procedimento tra le parti offese, assieme ai Comuni di Domusnovas e di Iglesias e alla Regione.

La società, nonostante lo stop del governo alle esportazioni di ordigni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi per lo scandalo delle bombe made in Italy nel conflitto yemenita, ha investito 45 milioni di euro per ingrandirsi. Se per un verso ha annunciato un anno fa tagli occupazionali, mettendo in cassa integrazione 90 dipendenti su 150, per l’altro nell’impianto sardo sono stati progettati e costruiti tre nuovi reparti. Si tratta di R200 e R210, ancora inutilizzati, e del campo prove R140, già aperto. Secondo gli inquirenti, Rwm lo avrebbe fatto in assenza di titoli abilitativi e della relazione geologica geotecnica, dichiarando il falso e scavando circa 65 mila metri cubi di terra e roccia, che avrebbe dovuto conferire in discarica come rifiuti e che invece ha riutilizzato come sottoprodotto da terrapieno per costruire i fabbricati. Le condotte contestate sarebbero partite nel 2016.

Che i nuovi impianti siano illegittimi lo ha già stabilito il Consiglio di Stato il 10 novembre scorso, a dichiarazione di fine lavori già consegnata. I giudici hanno ritenuto che non si potesse escludere “in maniera inequivocabile che lo stabilimento costituisca un impianto chimico integrato”. È prevalso il principio di precauzione. Sono state annullate le autorizzazioni. I nuovi reparti vanno sottoposti a Valutazione di impatto ambientale (Via). Per l’ad Fabio Sgarzi la sentenza è stata “una vera delusione”. La demolizione di fatto non c’è mai stata. La società avrebbe provato ad ottenere la Via in sanatoria.

“Il quadro che emerge dal lavoro della Procura è desolante – dicono oggi le associazioni dopo la richiesta di rinvio a giudizio dei pm di Cagliari –. Rwm ha portato avanti il suo imponente piano di ampliamento, violando sistematicamente la normativa urbanistica e quella per la tutela della salute e dell’ambiente”.

“Rinascimento saudita”, Beretta contribuisce con 3.500 mitra

Anche Beretta, l’azienda italiana produttrice di armi, partecipa al “rinascimento” dell’Arabia Saudita e lo fa ovviamente a modo suo. L’impresa di Gardone Val Trompia (Brescia) il 7 marzo si è aggiudicata un lucroso contratto per fornire 3.500 mitragliatrici Pmx alla Guardia Reale del Paese della penisola arabica, il corpo d’élite dell’esercito arabo responsabile della protezione della famiglia al Saud. L’intesa è stata firmata durante il World Defence Show, la fiera mondiale delle armi che si è tenuta a inizio mese a Ryad, guarda caso proprio nel giorno in cui all’esposizione era presente il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè (Forza Italia). Alla mostra, oltre al gruppo Beretta, hanno partecipato altre importanti industrie nazionali del comparto militare quali Leonardo, Fincantieri, Elettronica, Ferretti Security Division, la Federazione delle aziende italiane aerospazio, difesa e sicurezza (Aiad). “Ci auguriamo che questo sia solo il primo passo di una maggiore presenza della nostra azienda in Arabia Saudita”, ha dichiarato Antonio Biondo, direttore vendite segmento forze dell’ordine e difesa di Beretta. L’impegno per armare la monarchia saudita, impegnata da anni nella guerra in Yemen contro la minoranza huthi che ha già fatto oltre 377 mila morti, molti per fame e mancanza di cure, non si ferma ai mitra: i sauditi vogliono anche altre armi leggere, come i fucili da cecchino, e Beretta propone il “made in Italy”.

I ribelli yemeniti però replicano alle bombe saudite, in passato fornite anche da imprese italiane. Ieri gli huthi hanno lanciato un missile che ha mandato in fumo un grande deposito di petrolio del colosso petrolifero statale Aramco a Gedda, dove nel weekend si dovrebbe correre il Gran Premio di Formula 1. Uno smacco per il principe regnante Mohammed bin Salman, ritenuto il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, strangolato, fatto a pezzi e bruciato nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre 2018.

Lo sconto sull’Iva a chi vende armamenti

Il processo del riarmo europeo procede a piccoli passi, atti impercettibili ma inesorabili. Quello che riguarda l’Atto del governo n. 361 si sostanzia nell’adeguamento dell’ordinamento italiano alla direttiva europea 2019/2235 che introduce alcune esenzioni relative all’Iva e alle accise “in relazione a situazioni in cui le forze armate di altri Stati membri Ue svolgono compiti direttamente connessi a uno sforzo di difesa nel quadro della Politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc)”.

Il linguaggio contorto nasconde una realtà semplice: fornire beni e servizi militari a un Paese membro dell’Unione che è coinvolto in uno “sforzo di difesa”, cioè in una azione militare esterna, esenta dal pagamento dell’Iva e delle accise. Un bello sconto per l’industria militare e soprattutto, se si legge bene la direttiva, che è di tre anni fa, un ben congegnato dispositivo di fortificazione della struttura militare europea.

Coincidenze. Certi passaggi, poi, si condensano anche in curiose coincidenze: come il fatto che il governo ha inviato alle Camere il recepimento della direttiva il 24 febbraio scorso, il giorno in cui Putin ha deciso l’invasione dell’Ucraina. Nulla di intenzionale, immaginiamo, ma le coincidenze sono sempre il frutto di contesti storici.

Il contesto è quello di una Unione europea, come spiega il documento con cui la Commissione propose la direttiva nell’aprile 2019, in cui il Trattato di Lisbona “ha costituito una pietra miliare dello sviluppo della Psdc” nel senso di “intensificare la cooperazione nel settore militare attraverso la ‘cooperazione strutturata permanente’ (Pesco)”. Questi meccanismi, nonostante non esista ancora una vero esercito europeo, hanno iniziato a sviluppare un processo comunitario che ha visto crescere impetuosamente il budget a disposizione dai 6,5 miliardi del ciclo 2014-2020 ai 20 miliardi del 2021-2027. L’invio delle armi all’Ucraina, ad esempio, fa leva su un fondo europeo autosufficiente di circa 8 miliardi (European defense fund).

Le operazioni. Il provvedimento, che è stato già approvato alla Camera e ora è in discussione in commissione Finanze del Senato, introduce una serie di limitate esenzioni al regime dell’Iva e delle accise, applicabili esclusivamente alle situazioni in cui le forze armate di uno Stato membro svolgono compiti direttamente connessi a uno sforzo di difesa. L’elenco è contenuto nella premessa 4 della direttiva: “Le missioni e le operazioni militari, le attività dei gruppi tattici, l’assistenza reciproca, i progetti afferenti alla cooperazione strutturata permanente (Pesco) e le attività dell’Agenzia europea per la difesa (Aed)”. La Commissione europea ha dato delle stime molto approssimative sull’eventuale perdita di gettito. Nel 2019, quindi riferendosi al vecchio bilancio Ue, veniva fatta la stima di “530 milioni di euro come indicatore delle attività esternalizzate, che si potrebbe tradurre in una possibile perdita di gettito Iva per tutti gli Stati membri di circa 80 milioni (nell’ipotesi di un’aliquota Iva media del 18%)”.

Ma per quanto riguarda le accise, i prodotti energetici (per esempio i carburanti) e l’energia elettrica, cioè “la principale categoria di prodotti soggetti all’esenzione” non si dispone, si spiegava, di dati per quantificare l’incidenza. La stima, complessivamente, è molto più bassa degli effetti prevedibili perché nel frattempo il bilancio Ue dedicato all’industria militare è triplicato e perché manca, appunto, quest’ultima valutazione. Il governo potrebbe rispondere anche a questo tipo di domande, perché i senatori della commissione Finanze sono intenzionati a chiedere spiegazioni la prossima settimana.

Il caso è stato sollevato dal parlamentare 5S Steni Di Piazza, che vede in questa misura un ulteriore sostegno alla “logica del profitto”. “In una situazione di crisi economica – spiega il senatore al Fatto – intervenire per una defiscalizzazione a favore di imprese che già massimizzano abbastanza gli utili, come dimostrano gli indici di Borsa, desta preoccupazione”. Il nodo è sempre quello di “favorire la produzione di armi: per arrivare alla pace non credo sia un buon percorso”.

Il riarmo. La posizione del M5S è ormai chiaramente orientata a fare delle spese militari un punto qualificante della propria iniziativa e anche questa denuncia si iscrive in questo percorso. Ma posizioni analoghe vengono anche dalla sinistra che più dialoga con il Pd. Il deputato europeo indipendente nelle liste dem, Massimiliano Smeriglio, che aveva seguito da vicino il processo di origine della direttiva, la inserisce in una “rincorsa al riarmo che preoccupa e in un clima emotivo che rischia di annebbiare la vista. Caccia ai pacifisti inclusa”. Smeriglio vede un dibattito sbagliato dove tutto si mischia: “Dall’invio di armi in Ucraina al 2% del Pil in spese militari fino all’approvazione repentina di una direttiva Ue in giacenza dal 2019”. Direttiva che il parlamentare europeo dice di non condividere “perché spinge ancora di più al riarmo europeo senza aver sciolto il nodo politico di chi gestirà risorse e questa nuova aggregazione militare”.

Si tratta, peraltro, di un processo di omologazione all’agenda Nato che è visibile anche nei dettagli del provvedimento in questione, il cui obiettivo è quello “di allineare il trattamento dell’Iva e dell’accisa relative agli sforzi di difesa nell’ambito dell’Unione e della Nato”. La fonte originaria è infatti la modalità di calcolo dell’Iva per le operazioni Nato già stabilita decenni fa, cui ora la Ue si adegua.

Un processo di riarmo europeo, quindi, si fa anche così, a piccolissimi passi, quasi impercettibili. Ma che diventano poi irreversibili.

Intanto c’è il gas Usa (poco e caro)

Quanto trapelato giovedì è stato confermato ieri dalla Casa Bianca prima ancora che uscisse il comunicato ufficiale di Bruxelles. D’altronde è un bel risultato per Washington visto che assicura ai produttori degli Stati Uniti contratti a lungo termine a prezzi di mercato seppur “accessibili” per le forniture di gas liquefatto all’Europa: l’intesa tra il presidente Usa Biden e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, porterà entro la fine del 2022 in Europa 15 miliardi di metri cubi aggiuntivi di gas naturale liquefatto (Gnl) rispetto ai 22 consegnati nel 2021 (insomma 37 miliardi in tutto). Si tratta di una cornice che servirà ai privati nella stesura dei contratti: gli Stati Uniti, pare, produrranno di più per evitare scompensi sulla domanda interna e l’Europa chiederà di più e con maggiore costanza, sulla base delle indicazioni che daranno i vari Stati. Il target della Commissione è comunque lontano: 50 miliardi di metri cubi l’anno fino al 2030 sui 150 totali di forniture che l’Ue prende dalla Russia (insomma si va dal 10% di quest’anno al 33% di gas sostitutivo di quello russo a regime, cioè tra qualche anno).

Secondo i funzionari che ieri hanno lasciato trapelare pochi dettagli, l’accordo prevede delle clausole affinché “i prezzi rimangano accessibili”. Una frase sibillina che lascia intendere che il prezzo lo farà comunque il mercato, ma negli scambi si dovrà tenere conto di “contratti a lungo termine e della garanzia di una domanda europea stabile” nel tempo nonché del prezzo di riferimento Usa, ritenuto meno volatile e più basso di quello europeo. Non ci saranno più contratti brevi, quindi, che sono un boomerang quando il prezzo sale, ma vantaggiosi quando scende. Per questo gli Stati Uniti chiedono una “domanda stabile”: il rischio è che si allontani la “decarbonizzazione” o che questo nel lungo periodo vada a penalizzare altri fornitori. E infatti l’accordo preoccupa gli esperti di think tank internazionali del settore sui rischi per la transizione energetica, perché dà la priorità “a misure obsolete” rispetto a quelle che potrebbero creare “un partenariato commerciale e geopolitico tra Usa e Ue più forte, sano e orientato al futuro”.

Insomma, soluzioni comuni per l’energia pulita sarebbe meglio del Gnl: elettricità rinnovabile da eolico e solare, l’efficienza energetica e l’elettrificazione. Secondo Marta Lovisolo, policy advisor sui sistemi di energia rinnovabile della Bellona Foundation “trasformare l’Ue in un mercato per il Gnl proveniente da luoghi come gli Stati Uniti e il Canada non farà altro che rimandare e peggiorare i problemi attuali, sia sulla dipendenza dai fossili che sugli obiettivi climatici. Raddoppiare le energie rinnovabili può fornire una soluzione stabile e a lungo termine”. A non dire che le navi su cui viaggia il Gln e i rigassificatori non sono proprio a impatto zero.

Energia, l’Ue va di rinvio dopo un giorno di scontri

Nessun problema, nessuna divisione, sulla possibilità di procedere con stoccaggi comuni europei di gas per affrontare i picchi di domanda del prossimo inverno e anche sulla task force comune per gli acquisti, ma totale scompenso sulla possibilità di introdurre un tetto al prezzo del gas nonostante l’agitazione di Spagna e Portogallo e la presa di posizione dell’Italia (senza però le minacce di veto avanzate dal premier spagnolo Pedro Sanchez, che gli hanno garantito un traguardo a metà). Distanze tali che la riunione è durata per l’intera giornata: si è interrotta nel primo pomeriggio ed è ripresa a fiume fino alla sera. A opporsi al contenimento dei prezzi soprattutto il cosiddetto “fronte del Nord” guidato da L’Aja e da Berlino.

Il momento di svolta è stato, in serata, il compromesso sulla richiesta di Spagna e Portogallo di includere nei programmi (futuri) la possibilità di disaccoppiare il proprio mercato interno dell’elettricità da quello del resto d’Europa (il prezzo dell’energia nei paesi dell’Unione, infatti, è correlato a quello degli altri Paesi, specie quelli vicini): la bozza che la Commissione Ue dovrà proporre entro maggio dovrebbe consentire agli Stati di notificare, sempre a Bruxelles, l’adozione di misure per “mitigare l’impatto dei prezzi dei combustibili fossili nella produzione di elettricità” a patto che siano temporanee e non minino il mercato interno (vincolo inserito per rassicurare Germania e Olanda sul fatto che i produttori spagnoli o portoghesi non avranno vantaggi competitivi sugli altri). “Un trattamento speciale per la penisola iberica per gestire la sua situazione sull’interconnessione” ha spiegato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, riferendosi al fatto che la situazione infrastrutturale sarà uno dei criteri e che la penisola iberica è storicamente caratterizzata da una strozzatura delle infrastrutture per il trasporto del gas che rende ancora più difficoltose le forniture, oltre allo sviluppo avanzato delle rinnovabili. “È però anche arrivato il momento di scollegare il prezzo del gas da quello energetico – ha poi aggiunto – e su questo presenteremo alcune proposte”. Sempre a maggio.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, nelle sue osservazioni a porte chiuse ai leader dell’Ue, avrebbe intanto riconosciuto che potrebbero volerci ancora cinque anni prima che l’Europa diventi completamente indipendente dalle forniture energetiche russe. Si va quindi per le lunghe.

E se l’Italia si è in effetti portata avanti sulla tassazione degli extraprofitti, il price cap sul gas resta una questione aperta. “La Commissione ha detto che ne discuterà con gli stakeholders, quindi società petrolifere, elettriche e di distribuzione – ha spiegato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi – e ci sarà un Consiglio dei ministri dell’Energia, entro maggio, da cui arriveranno delle proposte. Inclusa la possibilità di spacchettare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas”. Draghi ha poi anche spiegato quali siano le resistenze economiche e politiche sul tetto al prezzo del gas: “Il limite – ha detto – viene fissato a un prezzo a cui il venditore trovi comunque conveniente vendere il gas. Da parte di alcune società c’è la paura che questo generi una reazione da parte dei fornitori”. Quali? Quelli russi, che la rendono una questione politica, ma anche “le società del Nord” che “forniscono il gas norvegese”.

Sono stati proprio i Paesi del Nord, ha rivelato il premier, ad aver spiegato “come i profitti della Norvegia sono stati 150 miliardi di dollari in questi mesi, tutti per un paese di 5 milioni di abitanti. Dimostra l’entità dei guadagni e spiega anche le motivazioni della resistenza di questi Paesi a porre un tetto al prezzo. Certo, i loro profitti diminuirebbero ma non si annullerebbero…”, ha concluso Draghi.