La Vigilanza Rai convoca l’ad Salini sulla par condicio

Dopo il richiamo dell’Agcom per il rispetto del pluralismo nell’informazione nella campagna per europee e amministrative, il presidente della Commissione di Vigilanza, Alberto Barachini, ha convocato l’ad Rai Fabrizio Salini. “Come le è noto – si legge nella convocazione arrivata ieri – l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha richiamato l’Azienda a rispettare il pluralismo nell’informazione, in particolare in vista dell’imminente campagna per le elezioni europee, regionali e amministrative”. Al centro della contestazione, infatti, l’allarme sollevato da diversi parlamentari sulla possibile violazione della par condicio. “ A questo riguardo – prosegue la lettera – è anche pervenuta alla Commissione una serie di riscontri, per il tramite dell’Osservatorio di Pavia, sui dati monitoraggio in merito alla presenza di esponenti politici in varie trasmissioni televisive”. Nell’audizione davanti alla commissione di deputati e senatori che vigila sulla Rai sarà affrontato anche il tema del prossimo piano industriale: l’approvazione è prevista nella riunione del prossimo 6 marzo.

L’Arma elogiò per l’arresto i carabinieri ora a processo

Stefano Cucchi era già morto da tre giorni, quando l’Arma dei Carabinieri continuava a “congratularsi” con i militari che lo avevano arrestato. Lo confermano anche le parole del tenente Paolo Unali, ex comandante della Compagnia Casilina da cui dipendeva la stazione di Roma Appia (dove il giovane fu portato), sentito in procura l’11 febbraio scorso come persona informata sui fatti. Di fronte alla email inviata il 26 ottobre dalla sua Compagnia, dopo che già il comandante provinciale e quello di legione si erano congratulati, Unali ha detto: “Non so dirvi per quale ragione avessero espresso ‘apprezzamento’ per un arresto di routine come quello di Cucchi. Dovreste chiederlo a loro”. Poi aggiunge: “Non credo vi siano criteri per la concessione, il fine è esaltare l’operato dei militari. Quando io all’epoca aderii con il mio personale plauso non mi ero reso conto che si trattava di quel ragazzo deceduto pochi giorni dopo l’arresto. Firmai quell’atto ma non lo redassi materialmente”. Per il generale Vittorio Tomasone, all’epoca al vertice del Comando provinciale, nulla di strano: “A ogni arresto parte un messaggio di apprezzamento – ha detto sentito ieri come testimone al processo ai cinque carabinieri – A volte accade anche che venga indirizzato nominativamente. Per esempio quando un arresto viene fatto da un carabiniere fuori servizio”.

“Avete fatto mentire un ministro di fronte all’intero Paese”

La catena di falsi che sta emergendo nel caso Cucchi secondo la Procura di Roma ha infettato anche i rapporti tra Governo e Parlamento, nel 2009, quando inconsapevolmente l’ex ministro di Giustizia Angelino Alfano riferì il falso al Parlamento. La sua ricostruzione infatti si basava sui falsi redatti dai Carabinieri.

Ed è proprio l’aula l’approdo finale di un depistaggio che ha una data di inizio: 26 ottobre del 2009 quando l’Arma chiede di “fornire tramite gerarchico, urgentissime notizie, in ordine a quanto riportato circa il suo decesso su comunicato Ansa”. È un lancio di agenzia in cui si denuncia pubblicamente che Stefano stava bene quando era stato arrestato. “In questa vicenda – dice Musarò in aula – si è giocata una partita truccata, con carte segnate”. I falsi quindi confluiscono nell’appunto che il generale Alessandro Casarsa, fino a poche settimane fa capo dei Corazzieri del Quirinale, nel 2009, comandante del Gruppo Roma, trasmise ai suoi superiori. Un appunto che gli è stato contestato pochi giorni fa in un interrogatorio drammatico.

È il 30 ottobre 2009 quando il generale Casarsa trasmette al comando provinciale dei carabinieri l’appunto sull’arresto di Cucchi. È il risultato di una serie di informazioni ricavate durante una riunione avvenuta con tutti i carabinieri che avevano avuto un ruolo nella vicenda. Ecco alcuni passaggi che, giorni dopo, confluiranno nella risposta di Alfano al Parlamento. “Giova precisare – si legge nell’appunto di Casarsa – che sia la fase dell’intervento e del fermo, che la successiva operazione di redazione degli atti e di perquisizione, si sono svolte senza concitazione, né particolari contatti fisici, in quanto il fermato, sebbene in una condizione fisica particolarmente debilitata a causa di importanti patologie pregresse, si è dimostrato da subito remissivo è orientato più a giustificare la propria posizione giudiziaria che non a contestarla attivamente”. Poche righe dopo Cucchi viene descritto come un ragazzo afflitto da una “tossicodipendenza in fase avanzata”. Ma c’è di peggio: “Le prime parole registrate nelle dichiarazioni rese dall’arrestato durante l’udienza – scrive Casarsa – riguardavano il suo stato di salute elencando le gravi patologie di cui soffriva”. Segue una nota che le elenca: “Epilessia, anoressia e sieropositività”. E ancora: “Sentendo tutti i militari entrati a vario titolo in contatto con Cucchi, nessun evento di natura traumatica anche accidentale si è mai verificato nel periodo in cui era in consegna a personale dell’arma”.

Il 28 gennaio Casarsa viene sentito dal pm di Roma Musarò e dal procuratore Pignatone che nel frattempo lo hanno indagato in un filone di indagine che riguarda alcune annotazioni false. Musarò non va per il sottile: “Voi dite: ‘Nell’udienza di convalida Cucchi dice subito che era epilettico, anoressico e sieropositivo’. Io vi dico che questo non è vero, perché io quell’udienza l’ho ascoltata più volte (…) voi da dove lo tirate fuori questo dato?”. La risposta di Casarsa: “Io gli elementi che hanno portato a scrivere questa relazione, immagino vengano raccolti dalle dichiarazioni fatte dai militari”. Musarò insiste: “Mi scusi, in quale relazione sta scritto?“. “Questo non lo so – risponde Casarsa –. Questa relazione è stata fatta sulla base delle cose che sono state raccolte”. E così interviene Pignatone, contestando che “qualcuno” ha “costruito un falso”. E aggiunge: “Poi lei ha trasmesso in buona o mala fede – non è oggetto di contestazione – alla scala gerarchica ed è finito anche questo al ministero della Difesa e al ministro della Giustizia, che l’ha riferito in Parlamento”. “Per essere chiari”, aggiunge Musarò, “sulla base di questo appunto che ha firmato lei… un ministro è andato in aula e ha dichiarato il falso al Parlamento. Cioè a tutto il Paese. Considerata la gravità inaudita del fatto, io la invito a sforzarsi un po’ più con la memoria”.

Le risposte di Casarsa non portano elementi ulteriori di chiarezza: “Io quello che posso dire è che non ho mai avuto la sensazione di non indicare le cose come fossero”. Pignatone prova ad avere qualche risposta in più e gli chiede: “Posto che nessuno aveva parlato di anoressia… Non le è venuto di dire: ‘Da dove risulta?’”. Casarsa: “No, era stato visitato da medici, era stato ricoverato in ospedale”. E poi aggiunge: “Quello che mi è stata prospettato io sicuramente l’ho letto e sicuramente credevo in quello che stavo trasmettendo”. “Sì”, gli contesta Pignatone, “ma lo scrivete voi”. Poi Pignatone chiude l’argomento: “Vengono costruiti in questa pratica diretta al Parlamento una serie di falsi. Questo è il dato fattuale. Dopo di che, lei non era consapevole, quindi, fino a prova contraria non ne risponde penalmente. Andiamo avanti”.

Tomasone, i “non ricordo” e il fax che escluse le botte

A otto giorni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, i vertici dell’Arma dei carabinieri esclusero un nesso di casualità tra la detenzione e il decesso. Misero al riparo le loro divise, salvarono la reputazione dell’istituzione. Tutto in due documenti che portano la firma di due alti graduati della stessa Arma che oggi, per un motivo o un altro, si ritrova coinvolta in questa storia. Vuoi con il processo in corso ai cinque carabinieri, tre accusati di pestaggio, vuoi con generali, ufficiali e marescialli indagati per i falsi ma anche per i depistaggi fino al 2015. La messa in sicurezza ad oggi ha una data: 1 novembre 2009. È la data riportata su una nota del Comando provinciale in cui si scrive chiaramente che non ci sono percosse sul corpo di Stefano nè che sono state rilevate emorragie. Si parla di un’autopsia parziale neanche iniziata. La nota porta la firma del comandante interregionale “Ogaden” di Napoli, Vittorio Tomasone, nel 2009 comandante provinciale e mai sfiorato dalle indagini nè allora nè oggi.

È lo stesso generale che il 30 ottobre di quell’anno convoca una riunione in cui non emerse nulla di quanto oggi è al centro del processo ai carabinieri. Quella nota in realtà sembra riprendere il contenuto di un altro documento del giorno prima e con una firma altrettanto eccellente, quella di Alessandro Casarsa, fino a poco fa capo dei corazzieri al Quirinale e nel 2009 comandante del Gruppo Roma.

Dell’atto a propria firma non ne ha memoria Tomasone, che è stato sentito ieri come testimone nel processo in corso ai cinque carabinieri. Tante volte durante la sua deposizione Tomasone dice di non ricordare. Lo fa anche quando Musarò chiede: “Lei sa se l’Arma dei carabinieri avesse nominato specialisti per fare una sorta di consulenza parallela”. E così Musarò, che quell’atto lo ha appena depositato, non riesce a trattenersi: “Sono in imbarazzo (…) Queste righe smentiscono in modo clamoroso Tomasone. Ed è un atto firmato dal generale. Se non me lo fate esibire la dichiarazione risulta falsa e lo dobbiamo far tornare”. E ci riprova: “Come facevate a conoscere i risultati parziali dell’autopsia?”, chiede il pm. Il generale ha replicato di non ricordare come fosse stata assunta quell’informazione. Eppure in questa nota, come spiega il pm, si anticipa il contenuto di un’autopsia che all’epoca neanche esisteva: “L’atto di Tomasone è del primo novembre – spiega Musarò –. Il 23 ottobre 2009 il dottor Tancredi era stato nominato consulente di parte civile. Il 6 novembre Tancredi (…) dice ‘Non sono in grado da solo di fare questa autopsia’ e auspica l’inserimento di altri consulenti’”.

Nella nota dell’Arma del primo novembre però si dice che la Procura il giorno dopo conferirà l’incarico peritale e si chiede di “valutare compiutamente i risultati parziali dell’autopsia sul corpo di Cucchi, che sembrerebbero non attribuire le cause al decesso di traumi, non essendo state rilevate emorragie interne né segni macroscopici di percosse”. Non solo. Si dice anche di “approfondire le cause di una riscontrata frattura di una vertebra lombare e del coccige, che secondo accertamenti clinici sembrerebbe riferita a un periodo significativamente antecedente il momento dell’arresto (come dichiarato da Cucchi ai medici)”.

Così il pm in aula chiede: “Sulla base di quello che scrive lei ‘non c’è nesso di casualità’. Quando lei accerta questo nel momento in cui non c’era stato alcun accertamento, non è che l’ha scritto Casarsa?”. Anche stavolta Tomasone ribadisce di non ricordare.

E lo stesso dice Casarsa ai pm, ma in un’altra occasione. Ossia il 28 gennaio scorso quando è stato interrogato. Sulla nota a sua firma, quella del 30 ottobre dice: “Non so dirvi da chi ebbi le informazioni che sono riportate nella nota”.

Ma torniamo in aula. Ieri Tomasone ha spiegato anche cosa avvenne durante la riunione del 30 ottobre 2009, quella organizzata subito dipo l’esplosione del caso Cucchi. “È stato un arresto normale, come tanti altri”, ha detto Tomasone. “Di lui – ha aggiunto – sentii parlare da agenzie giornalistiche. E venni anche contattato da giornalisti. Ho appreso che l’operazione era fatta dai carabinieri”. In quel momento Tomasone chiama la famiglia Cucchi per esprimere la propria vicinanza e successivamente contatta anche il loro legale, Fabio Anselmo. “Lui l’ho chiamato in un’altra circostanza dopo una intervista ad una tv romana”, quando l’avvocato punta il dito contro i carabinieri. “Si ricorda – chiede Anselmo – che lei mi disse: ‘Avvocato attento alla calunnia’?”. Anche stavolta Tomasone non ricorda.

Sulla riunione del 30 ottobre spiega: “Volevo vedere in viso i militari più che leggere ciò che avevano scritto (…) Nel corso della riunione è emerso che le condizioni fisiche generali non erano ottimali. Un carabiniere della stazione Tor sapienza ha riferito che aveva dei dolori e aveva chiamato il 118. Feci prendere il nastro di quella telefonata al 118. Nell’ascoltarla non notai nulla. Tutto questo portava ad escludere qualsiasi coinvolgimento” dei carabinieri. E riferisce anche di aver avvertito i presenti a quella riunione: “Se c’è qualche altra cosa, ditelo adesso perché questi atti andranno in Procura”.

Dal tramonto all’alba

Sempre più spesso, come diceva Altan, mi vengono in mente pensieri che non condivido. Dunque non vedo l’ora che passi la famosa legge Salvini sulla (il)legittima difesa. Intanto perché voglio vedere come farà il Pd a votare contro, avendone scritta (e approvata alla Camera!) una pressoché identica nel 2016, che dava licenza di sparare ai ladri o presunti tali ma solo dopo il tramonto (Salvini e i suoi giureconsulti, tipo la Bongiorno, si limitano a estenderla al resto della giornata). Eppoi perché non c’è miglior cartina al tornasole per lumeggiare il modus governandi della Lega: approvare, con gran battage pubblicitario, gride manzoniane che non servono a nulla e a nessuno, quando non fanno danni seri, ma illudono tutti di essere più sicuri. I dati del ministero della Giustizia dicono che, di derubati che sparano ai ladri, solo 3 o 4 all’anno (in tutta Italia) vanno a processo: tutti gli altri vengono archiviati prima, in fase d’indagine, una volta appurato che stavano difendendo la propria vita o un bene proporzionato. Ergo chi straparla di centinaia, forse migliaia di derubati costretti a interminabili calvari processuali mente per la gola: basta e avanza la legge esistente, scritta non da mammolette buoniste, ma dal governo B. del 2006, sotto il ministro leghista Roberto Castelli, che rendeva più tollerante per gli sparatori il già largo Codice Rocco (1930, Anno VIII dell’Era Fascista).

E nessuna nuova legge potrà mai impedire a un pm che trovi un morto ammazzato in casa d’altri di aprire un’indagine per scoprire chi l’ha ucciso e perché. Altrimenti chi volesse far fuori qualcuno non avrebbe che da invitarlo a cena, sparargli in fronte, raccontare agli inquirenti che il tizio era lì per derubarlo e pretendere che gli credano sulla parola. Dunque la legge Salvini, peraltro in forte odore di incostituzionalità in Italia e in Europa, non servirà a niente e a nessuno. Ma farà molti danni, perché illuderà i soliti esaltati che si possa sparare a vista, istigandoli a farlo. Dopodiché quelli, se ci riusciranno, finiranno in galera e, dalla loro cella, daranno la colpa a Salvini, ma troppo tardi. Se invece non ci riusciranno, finiranno essi stessi ammazzati, perché i ladri sapranno di incontrare più vittime armate e spareranno per primi più di quanto facciano oggi. L’altro giorno, in una sensatissima e dunque contestatissima intervista a La Stampa, Piercamillo Davigo faceva notare la schizofrenia dei nostri politici, che han passato 25 anni a cancellare la certezza delle pene fra indulti, depenalizzazioni, misure alternative e svuotacarceri, e ora che i buoi sono scappati dalla stalla fingono di chiudere le porte.

I centrodestri e i “garantisti” un tanto al chilo, oltre ai soliti avvocati delle Camere penali, non sopportano che Davigo dica la verità: e cioè che in Italia si va in carcere di rado e, quelle rare volte, ci si resta molto poco. Ma le statistiche parlano chiaro. Chi sproloquia di sovraffollamento delle carceri e si fa forza delle continue condanne subìte dall’Italia, ignora che il nostro Paese è così furbo da prevedere per ogni detenuto una capienza minima tollerabile di 9 metri quadri per ogni cella singola, cui ne vanno aggiunti 5 per ciascun detenuto in quelle multiple. Invece la capienza minima della Corte europea dei diritti dell’uomo è di 3 metri quadri pro capite, e quella del Comitato per la prevenzione della tortura di 4. Così per l’Italia una cella di 14 metri quadri non può contenere più di 2 detenuti, mentre per la Cedu ne può ospitare 4 o 5. E l’Italia viene condannata a pesantissimi risarcimenti in base ai propri parametri, fra l’altro neppure previsti da una legge, ma da semplici regolamenti. Una follia suicida, che ci scredita come paese torturatore e ci costa pure centinaia di milioni. “L’Italia – ammise nel 2013 l’allora Guardasigilli Annamaria Cancellieri – calcola la propria capacità ricettiva secondo un parametro più alto di quello utilizzato in Europa”. Ma nessun governo ha mai fatto una leggina che ci uniformi agli standard europei. Dopodiché, tra il (presunto) sovraffollamento delle carceri e il (presunto) eccesso di carcerazione, non c’è alcun rapporto: per sapere se abbiamo troppi o troppo pochi detenuti, bisogna confrontarne il numero con quello dei delinquenti e dei delitti, oltreché col totale della popolazione.
Ed entrambi i raffronti dicono che l’Italia è uno dei paesi con meno detenuti. Nessun altro Stato europeo può vantare almeno tre regioni su 20 infestate dalla criminalità organizzata, né livelli così patologici di corruzione e di evasione. Eppure abbiamo 89,3 detenuti ogni 100 mila abitanti, contro una media di 150 degli Stati membri del Consiglio d’Europa. A parte il record mondiale degli Usa (693 detenuti ogni 100 mila abitanti, per un totale di 2,2 milioni), ne hanno molti più di noi la Repubblica Ceca (205), la Slovacchia (186), il Portogallo (139), la Spagna (130), Malta (131), Lussemburgo (112), Belgio (105), Francia (102,6), Austria (95), Grecia (90). Pochi reclusi, e per poco tempo. Ogni anno entrano nelle carceri italiane 90 mila detenuti (di cui solo lo 0,3% sono colletti bianchi) e ne escono quasi altrettanti: 80 mila. Il che comporta un turn over frenetico e una durata media delle detenzioni di appena 90 giorni: per ogni ergastolano, ci sono centinaia di delinquenti che restano dentro uno o due giorni. Compresi i ladri, che per fare almeno qualche giorno di galera devono compiere sforzi immani per strappare condanne superiori ai 4 anni: fino a quella soglia (che poi è il 90% delle condanne), infatti, si sta comodamente fuori ai servizi sociali o ai domiciliari. Un ministro della Sicurezza farebbe qualcosa per assicurare i ladri alle patrie galere. Invece il ministro della Propaganda li lascia a spasso e poi affida alle vittime il compito di abbatterli a fucilate.

Quel grigio cielo criminale che infesta la nuova Suburra

È ciclica come le varie serie, periodica a seconda della fiction in onda; da Romanzo Criminale a Gomorra fino a Suburra, la tesi è sempre la stessa: così si creano miti criminali, i ragazzi sono portati a identificarsi con i protagonisti violenti e senza scrupoli, pistole e cazzotti, sangue e droga, vendette e presunti principi misti a liturgie grossolane.

Ne siamo certi?

Da pochi giorni Netflix trasmette la seconda stagione di Suburra: se la prima è stata bella, il seguito ha il suo buon passo e si perdonano alcune piccole incongruenze e altrettante forzature, anche grazie a un livello attoriale altissimo.

Ma il colore che vince è il grigio, grigio come i manifesti pubblicitari, grigio come lo sguardo e gli occhi (in realtà azzurri) di Alessandro Borghi, alias Aureliano Adami, padrino di Ostia; grigio come la quotidianità rappresentata. In otto puntate vincono solo l’adrenalina e la violenza, non esiste il sole, non c’è un attimo di respiro, la possibilità di godere del godibile, di relativizzarsi, di sorridere, di capire cosa accadrà domani, non la settimana prossima, troppa audacia. Si gioca tutto sull’immediato, strategia e tattica di togliattiana memoria sono sconfitte come un cd davanti a Spotify. Con un però centrale: a che serve?

Per vivere così i protagonisti, tutti, passano l’intera giornata tra la ricerca di un ferro (pistola), la caccia alla robba (droga), il pedinamento di un nemico, l’uccisione del nemico o la fuga dallo stesso, nuove alleanze, tradimenti, bugie, ancora morte, la capacità e la velocità di superare un lutto in una notte, sorelle comprese. E via così. Si ricomincia. Senza alcuna possibilità di interrompere il flusso, giammai una semplice pizza (mica un ristorante), il cinema non è contemplato, andare al mare per una fuga e un sorriso è quasi blasfemo, la parola “vacanze” non è nel loro vocabolario, meglio presidiare il territorio. Perché il territorio va presidiato.

Insomma, in otto puntate il massimo della spensieratezza è uno spaghetto ajo ojo e peperoncino cucinato alla buona, servito dentro una zuppiera, terribile solo alla vista per quanto colloso, e assaporato su un bancone di un bar dentro un locale abbandonato. Miseria e Nobiltà in chiave moderna. Una condizione da reali sfigati, questo sono. E a differenza delle altre fiction (Romanzo criminale in primis), c’è l’attualità a rendere ancora più plastica la situazione poco allegra: a Roma si spara realmente, come Manuel Bortuzzo purtroppo testimonia; a Roma i politici iniziano a venir condannati non solo dagli elettori ma anche dalla giustizia (vedi l’ex sindaco Gianni Alemanno, in primo grado); a Roma alcune delle storiche famiglie criminali stanno subendo colpi immobiliari, quindi patrimoniali.

Eppure c’è solo il potere, questo rispondono, e viene alla mente la celebre frase di House of cards, quando il defenestrato Kevin Spacey spiega all’ingenuo interlocutore: “Se credi che contano più i soldi del potere, allora non hai capito nulla dalla vita”. Ma a che prezzo?

Alla fine l’immagine plastica di Suburra, la sua narrazione, produce esattamente l’effetto contrario del pericolo di imitazione: basta non soffermarsi all’apparenza, ma domandarsi se non è meglio vivere Ostia, la spiaggia, il sole, l’acqua che sbatte sul pontile con lo sguardo proteso all’orizzonte, senza aver timore di voltare le spalle, o stare appresso a questi quattro bambinoni complessati alla ricerca di un motivo per arrivare a fine giornata.

Detto questo, ben venga la terza serie, perché ne vale pena.

“Temo il successo, non so vivere nell’agiatezza e nell’ozio da star”

Aveva sette anni. Suo padre, che aveva una band, gli regalò una tastierina da bambini, di quelle con i numeri. “E due giorni dopo scrissi la prima canzone, dedicata al mio compagno di banco. Si intitolava Viva l’amico mio. Papà ha ritrovato la cassetta, l’ho riascoltata poco tempo fa: c’erano gli accordi al posto giusto, la strofa, il ritornello. Un pezzo un botto pop! Da allora non ho mai smesso di comporre”. Ventidue anni e migliaia di brani dopo, Flavio Pardini in arte Gazzelle (nome mutuato da un modello di scarpe sportive) parte alla conquista dei grandi spazi: il suo Punk tour debutta stasera dall’RDS Stadium di Rimini, passa venerdì dal Forum di Assago e approda a suon di sold out domenica al Palasport di Roma. Poi una stringa di date nei club, le arene estive. “Nel tempo libero ho riempito un taccuino di pensieri e poesie un po’ alla Bukowski, il libro esce tra un paio di mesi. Non vorrei mai accollarmi troppo successo, non saprei come vivere nell’agiatezza e nell’ozio da superstar, con i milioni in banca e la bella casa. Sono più simile a Kurt Cobain che a certi nostri idoli da Instagram”, spiega Gazzelle, e nel suo sguardo non c’è traccia di supponenza. “Ho bisogno della mia rabbia per poter scrivere, è la mia benzina. La stessa rabbia di quando non avevo soldi per pagarmi l’affitto o per andare a bere con gli amici. Mi svegliavo controvoglia e andavo a lavorare. Preparavo cappuccini al bar”. Come Mengoni, prima che diventasse famoso, e che oggi scherza spesso su un suo possibile ritorno a far manovre sulla Gaggia. “Ah sì? Ma a me non piaceva stare dietro il bancone”. A scuola? “Fui bocciato al liceo, dove avevo tra i compagni quelli della Dark Polo Gang. All’università durai due mesi, mi addormentavo a lezione. Quella vita non faceva per me. Così mi arresi a me stesso. L’unica cosa che poteva salvarmi era scrivere ininterrottamente canzoni. Storie estreme, se necessario. Spiazzanti”. Una terapia, per Flavio. “Una medicina che poi non ti cura del tutto. Non lo faccio per gli altri, mi serve per elaborare il disagio che ho sempre provato. Sono una persona qualunque, se poi qualcuno si riconosce nei miei testi ne prendo atto. In un palasport ci sono diecimila psicanalisti di fronte a me. Un corto circuito in cui io e loro ci scambiamo qualcosa”. Attenzione a definire Gazzelle la grande rivelazione della nuova leva musicale italiana. Lui è già oltre. Dopo due album (Superbattito e Punk) di raffinata qualità e milioni di streaming, il quasi trentenne cantautore romano prende le distanze dalla generazione dei fratellini minori: “Non ho nulla a che fare con l’onda trap per adolescenti, miro a un linguaggio più universale. Non voglio essere super commerciale, né mettermi sul piedistallo. E non mi dispiace sentirmi perennemente fuori fuoco, come in un film di Woody Allen. Indago sulla solitudine mia e di quelli come me. Ragazzi che da quando sono nati sono malinconici come orfani abbandonati davanti a un cassonetto. E che possono diventare psicopatici, o geni alla Steve Jobs. O cantanti. Non rinuncerei mai neppure a Roma per i vantaggi di Milano. Roma fa la superba, sembra dirti: se vuoi vivere qui, non aspettarti che le cose funzionino, io sono troppo bella per te”. Se gli chiedi con chi vorrebbe passare una serata istruttiva, ti risponde “Rino Gaetano, o Vasco”. Se gli domandi un nome trap, Gazzelle ti dice: “Salvini. È una star dei social, ha una risposta su tutto e mette in moto gli haters. Ma non me ne frega niente della politica. Vorrei evitare di essere strumentalizzato. Non sono un cantautore degli anni Settanta, oggi la musica ha un valore molto più grande della necessità di schierarsi come allora. Amo essere una foglia. Che sa che dovrà staccarsi dall’albero, prima o poi”.

Benvenuti nella Società del rimorchio libero

In principio fu il flirt, il corteggiamento disimpegnato, fine a se stesso o, al più, a piaceri fugaci, rigorosamente ricreativi, non riproduttivi: qui, a metà del XIX secolo, Gilles Lipovetsky intravede l’alba della nuova “Società della seduzione”, figlia naturale di quella dello spettacolo.

“La regola principale è quella di piacere e colpire”, scriveva Racine, e Piacere e colpire è appunto il titolo del sostanzioso saggio di Lipovetsky, filosofo all’Università di Grenoble. Dal teatro “classico” di Racine e Molière al “Mi piace” dell’arcicontemporaneo Facebook, sempre di messinscena si tratta: il neo-imperativo categorico è quello di piacere, fin di piacersi come Narciso, in una “corsa infinita all’estetizzazione del sé”, ben messo in mostra. La seduzione odierna, però, travalica i confini dell’erotismo, cannibalizzando ogni aspetto della realtà, dall’economia alla politica (ci scappa pure una riga sul lifting di Berlusconi), dall’educazione (bimbolatria) ai social, dall’informazione (infotainment) alla cultura.

È una “seduzione sovrana”, dilatata, che ormai struttura e sostanzia la vita collettiva non meno di quella individuale: “L’ultima figura del potere nelle democrazie liberali” non costringe più, non ordina, non disciplina, non reprime, non impone; semplicemente, piace, affascina, sé-duce, conduce a sé. È un potere che si lega a filo doppio, con naturalezza ed eleganza, all’economia consumistica, con l’“individualizzazione ipertrofica”, col narcisismo, coi like, con la moda, con le nuove tecnologie veloci, agili, smart and cool, proprio come smart and cool sono le start-up che le creano. “Il Nuovo” è il verbo, il motore della storia (la seduzione vive di storytelling): “Accende il desiderio, suscita la curiosità, fa sognare”, e ogni volta è sempre la prima volta.

Il capitalismo si è fatto “artistico, affettivo, emotivo, incantatore, creativo, culturale”: non vende oggetti, ma marchi, esperienze, viaggi, svaghi personalizzati. Così, il “consumatore è diventato il soggetto più corteggiato del pianeta”, ma – attenzione! – non va preso per scemo, manipolato, ingannato o vittima; tutto al contrario, il consumatore è parte, ed è felice di esserlo, dell’ingranaggio ben oliato della giostra incantatrice. Il sovranismo della seduzione non è un regime dittatoriale, coercitivo, brutto, sporco e cattivo: “Non è l’ordine mediatico-mercantile che impone dall’esterno il desiderio di piacere e di mettersi in mostra: ci riesce solo basandosi su un’esigenza antropologica ineliminabile fonte di piaceri narcisistici”. È un matrimonio felicissimo tra l’industria e l’umana natura, come ben argomenta Lipovetsky, forte della scuola francese (Debord, Baudrillard…) e francofortese (Adorno, Marcuse…).

“La società del rimorchio generalizzato – iperconnessa, libera dai limiti spazio-temporali e dai controlli collettivi” – ha reso innocua la seduzione: non è più pericolosa o immorale, come ai tempi di Eva o di Valmont; non puzza più di zolfo, ma profuma di “Nuovo”, di bello, di pulito. Perciò l’apparire non è più contrapposto all’essere, né il trucco al vero, in un cortocircuito paradossale per cui l’obiettivo è “sentirsi di più se stessi”.

Persino nel suo habitat originale – quello sessual-sentimentale – la seduzione è stata disinnescata cosicché la passione possa riesplodere indefinite volte senza ferire nessuno: l’amore è “entrato nell’età dell’iper”, l’ipermercato in primis. Tuttavia, “a differenza di Don Giovanni, il playboy 2.0 è un consumatore senza stile e impaziente. Perché perdere tempo?”.

Non tutto è perduto, o omologato: anche in tempi di seduzione sovrana, la dissimmetria di genere, le disuguaglianze tra maschi e femmine restano, pur indebolite; senza contare le sacche di resistenza al fascino, all’attrazione, alle fattucchierie, come le masse online di complottisti, impolitici, hater, cui l’autore accenna nel finale. Proprio nel finale, però, il libro scricchiola, laddove, come pars construens, si propone di cambiare paradigma, “una seduzione aumentata che dia impulso a passioni ricche e buone”. Mah… E così, dopo averci sedotti, Lipovetsky ci ha bellamente abbandonati.

Amazon, proteste in Lombardia: ferme tutte le consegne

Driverscesi in piazza a Milano per protestare contro le condizioni di lavoro dettate da Amazon. Al fianco dei conducenti che tutti i giorni garantiscono le consegne per il gigante americano dell’e-commerce si schierano i sindacati, con i loro leader che sostengono la protesta. Sarà bloccata per un giorno la distribuzione delle merci in tutta la Lombardia, territorio che rappresenta il 60% del mercato italiano di Amazon. Al centro della protesta i ritmi di lavoro giudicati insostenibili e rischiosi per la sicurezza e la salute dei lavoratori. “Le aziende in appalto – spiegano i sindacati – per accaparrarsi qualche rotta in più spremono i dipendenti affinchè consegnino tutto ciò che gli è stato assegnato, anche quando il furgone è colmo di pacchi. Non si prendono in considerazione le condizioni meteo, la lunghezza dei tragitti, il traffico. Amazon richiede che tutti i fornitori di servizi di consegna rispettino il Codice di Condotta dei Fornitori Amazon “e garantiscano che gli autisti ricevano compensi adeguati, siano trattati con rispetto, si attengano a tutte le normative vigenti e al codice della strada, e guidino in modo sicuro” precisa l’azienda, sottolineando di effettuare verifiche su qualsiasi segnalazione di non conformità.

Carige, correntisti in ansia Cala la raccolta: -768 milioni

Carige presenta oggi il piano industriale. L’obiettivo dei commissari Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lerner sarà non solo di recuperare ricavi e margini, ma di riconquistare la fiducia dei risparmiatori. Impresa impegnativa, visti i dati in possesso del Fatto (non smentiti dalla banca): dal 31 dicembre, quando fu annunciato il commissariamento, l’istituto genovese è passato da 11,94 miliardi di raccolta diretta a 11,172 di venerdì scorso. Il calo si attesta sui 768 milioni. A subirne le conseguenze è la raccolta a breve termine passata da 10,676 miliardi del 31 dicembre a 9,945. Quasi inalterati i depositi vincolati e a lungo termine: da 1,264 miliardi a 1,227. L’emorragia al picco ha superato i 100 milioni a settimana, mentre la settimana scorsa si è arrestata a 68.

Il nuovo piano parte da una ritrovata solidità patrimoniale grazie ai 2 miliardi di bond con garanzia statale e a un bilancio ripulito di almeno 1,7 miliardi di crediti malati per i quali sono in corsa la Sga pubblica e il Credito Fondiario. Ma i commissari pensano anche a una banca che ritrovi vigore sui ricavi puntando sull’asset management di una delle Regioni a più alta ricchezza pro capite e più alto tasso di risparmio. Ma risparmiatori e investitori si aspettano chiarezza anche su alcune operazioni del recente passato. Il dubbio che Modiano e Innocenzi dovranno dissipare è se Carige abbia ceduto crediti deteriorati e asset a valori troppo bassi. Se non addirittura in perdita. Già Il Fatto ha scritto di crediti malati valutati il 30% in meno di quanto la piattaforma interna della banca fosse allora riuscita a realizzare.

Ma c’è un’altra operazione che suscita dubbi: la cessione di Creditis, la società di credito al consumo. Era un gioiello di Carige, da 40 milioni di ricavi l’anno. Nel dicembre 2017 i vertici della banca decisero di vendere al fondo Chenavari. Un’operazione che oggi i commissari si ritrovano sul groppone. “Un contratto pessimo dal punto di vista della redditività e delle conseguenze sullo stato patrimoniale della banca. Era formulato in modo binding (vincolante, nda) e il tribunale ci ha imposto di firmare”, ha detto Modiano. Innocenzi ha rincarato: “Abbiamo provato a modificare questo contratto, ma il risultato è stato un contenzioso con Chenavari. Abbiamo fatto udienze a Milano e l’unico modo per tutelare la banca era dare esecuzione al contratto, sostanzialmente nelle forme previste”. I passati vertici, in carica nel 2017, all’epoca garantirono di aver verificato offerte diverse e di essersi avvalsi di due pareri esterni. La somma prevista dal contratto era di 80,1 milioni per l’80 per cento di Creditis: 50 milioni da versare subito e gli altri 30 in due tranche tra 2019 e 2021.

A sollevare i dubbi degli stessi commissari sarebbero state alcune clausole del contratto: “Intanto – racconta al Fatto una fonte interna a Carige – è previsto che gli utili 2017 e 2018 vadano all’acquirente. C’è anche una clausola che prevede una penale in caso gli assetti societari della banca cambino dopo la vendita di Creditis”. La ragione è semplice: Creditis doveva fornire i suoi servizi presso gli sportelli dell’istituto ligure. Qualora questo fosse stato acquistato, per esempio, da una grande banca ecco che Creditis avrebbe perso gran parte del suo valore. Il risultato, però, rischia di essere questo: l’accordo di cessione si perfezionerà nei prossimi mesi, proprio quando Carige potrebbe passare di mano. “In questo caso la penale potrebbe essere massima – spiega la fonte interna a Carige – e la vendita potrebbe quasi finire in perdita”. I vertici della banca hanno spiegato di aver previsto accantonamenti per la questione Creditis, lasciando appunto ipotizzare che la cessione possa comportare perdite. Paradosso nel paradosso nel contratto si prevedeva che fosse Carige a finanziare l’acquirente. Con una mano prendo con l’altra restituisco. È l’unica clausola che i nuovi vertici sono riusciti a disinnescare in tempo.