Di Maio è ormai compromesso: ora dobbiamo guardare a Fico

Il capolavoro politico di Salvini, che a livello di consensi non ha eguali tra i partiti di governo occidentali, è anche responsabilità del centrosinistra. Io ero in minoranza, nel mio partito, quando paventavo questo pericolo come conseguenza all’isolamento del “pop corn” renziano. Oggi mi sembra che la legislatura sia compromessa e penso che il Movimento 5 Stelle, per sopravvivere, non potrà portarla avanti anche dopo le Europee in caso di disfatta. È evidente che più vanno avanti e più Salvini farà come Dracula, succhiandogli tutto il sangue. Sta a noi, con una nuova fase che spero possa aprirsi da lunedì con Zingaretti e la nuova segreteria, intercettare quello che resterà del Movimento 5 Stelle, a patto che anche loro affrontino la nuova stagione politica con un diverso gruppo dirigente.

È chiaro infatti che l’attuale leadership è ormai compromessa, proprio a causa di questo governo, ma c’è un’anima del Movimento – cito Fico, per fare un esempio – che credo stia facendo molta fatica a mandar giù il linguaggio e i contenuti di Salvini sulla legittima difesa, sulla sicurezza, sull’immigrazione. Dovremo lavorare per far cadere il governo e andare subito a elezioni. Ma in ottica futura il centrosinistra non può certo pensare che il nemico siano i 5 Stelle, che in questi anni hanno raccolto istanze sull’ambiente, sullo sviluppo sostenibile, sulla povertà. L’avversario non potrà che essere la Lega, che presto accentrerà ancor di più i consensi tra i partiti di destra e alla quale dobbiamo costruire un’alternativa.

“Pd e M5S: tra i dem qualcuno deve fare la mossa del cavallo”

“La forza storica dei Cinque Stelle è stata quella di riportare a votare tanta gente che non ci credeva più e, al di là del momento specifico, è fondamentale che l’obiettivo resti questo. Non, come fa Renzi, che la gente esca dal circuito democratico perché così magari si abbassa la percentuale dei votanti e avanzi tu”. Luca Bergamo è il vicesindaco di Roma, l’anima sinistra della giunta guidata da Virginia Raggi. E da sinistra ragiona sull’ormai nota “strategia dei pop corn”, che su questo giornale Massimo Cacciari ha individuato come uno dei più gravi errori che il Pd sta commettendo.

È d’accordo, Bergamo?

Sperare che le cose si sfascino pensando che poi ci sia un tornaconto per te non è mai stato il modo di ragionare né dei comunisti, né dei democristiani. La politica ha senso se prova a orientare, a spostare gli equilibri, non se si mette sull’Aventino. Chi sono gli interlocutori della sinistra oggi? L’ossessione di attaccare i 5 Stelle fa venire il dubbio che si sentano più vicini alla Lega.

Nel Pd c’è chi dice che bisogna smetterla di insultare i grillini.

È davvero incomprensibile come si stia sempre col fucile puntato, anche su temi come il reddito di cittadinanza e quota 100. Si continua a parlare per sigle, senza entrare nel merito delle cose. Per dirla con Vittorio Foa: giocano tutti a scacchi con la torre e invece ci vorrebbe qualcuno che facesse la mossa del cavallo.

Significa cercare livelli di azione diversi, laterali. Lei un anno fa, dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, aveva suggerito per il governo di “allargare lo sguardo”. Non è andata così. Di chi è la colpa?

Nel momento in cui si poteva avviare il confronto la sinistra si è tirata indietro. La legge elettorale voluta da Renzi e Berlusconi per non far vincere i 5 Stelle, ha costretto M5S a rivolgersi all’unico interlocutore disponibile, pur con valori diversissimi dai suoi.

Che giudizio dà di quello che è venuto dopo?

Ci sono misure di marca Cinque Stelle che reputo positive e altre di marca Lega che giudico negative, alcune che non posso accettare.

Pensa che agli elettori questa distinzione sia chiara?

No, anche perché il Movimento si è concentrato su misure di medio periodo, mentre quella della Lega sono per lo più simboliche, ma di effetto immediato.

È solo questione di tempi?

No. E infatti credo che il M5S debba dare forza ai suoi valori. Il passaggio, non semplice, da compiere è quello di portare avanti le idee di fondo che lo distinguono e che riguardano la giustizia sociale, il ruolo dello Stato, la sostenibilità ambientale e il contenimento degli interessi economici di un’élite globale.

Su Tav o Autostrade, questa differenza non si è vista?

Sì, ma il governo è fatto di gesti, di giorno per giorno: questo tuo occuparti di curare il pianeta e contrastare diseguaglianze deve venir fuori in ogni singolo atto che compi. Ci sono tante esperienze della storia repubblicana in cui due forze di governo hanno avuto un rapporto dialettico. Il livello del confronto secondo me va alzato, e non solo dal punto di vista della comunicazione.

In Abruzzo e in Sardegna la linea morbida non ha neanche pagato. È un problema di origini “tradite”?

Penso di no, ma penso anche che sia fondamentale discuterne, e non solo on line o sulle pagine dei quotidiani: per le forze politiche c’è la difficoltà ad avere sedi in cui si fanno ragionamenti complessi. Per esempio, come affrontare il tema delle persone che in Libia vengono ridotte in schiavitù? Come disegnare un’Europa dei cittadini e non delle nazioni?

Cosa si aspetta dalle elezioni europee?

Non lo so, penso che quella campagna elettorale sia l’occasione per il Movimento per fare emergere la sua originalità, nei contenuti e nella scelta delle persone, piuttosto che per comparare il risultato con quello delle Politiche.

Centinaio rivela: “Tanti di FI vogliono venire nel Carroccio”

Tensione crescentetra i partiti di destra: dopo le elezioni della Sardegna, la Lega e Forza Italia si guardano da lontano. E polemizzano. Mara Carfagna (FI) ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui dichiara: “La Lega al governo non sta facendo nulla di centrodestra. Parlo con tanti esponenti della Lega qui in Parlamento e tutti confessano di non vedere l’ora di chiudere questo avventuroso esperimento coi 5 stelle. Prima cade questo governo e il centrodestra torna unito, meglio è”. La risposta è arrivata dal il ministro delle Politiche agricole e del turismo, Gian Marco Centinaio (Lega). Ospite del programma Tagadà, su La7, Centinaio ha infatti risposto così alla conduttrice Tiziana Panella: “Carfagna pensi ai problemi di casa sua, ai tanti parlamentari di FI che chiedono di entrare in Lega”. Battibecchi che si estendono ai leader dei due diversi movimenti. Se per Berlusconi, infatti, è fondamentale che il centrodestra vinca attingendo dal bacino elettorale del M5S, Salvini non sembra favorevole a un avvicinamento: “Io col vecchio centrodestra non tornerò mai, questo deve essere chiaro”.

Lotti rompe con Matteo e Boschi: “Resto nel Pd”

Matteo Renzi, frontman dell’opposizione: l’ultimo ruolo che l’ex premier sceglie di interpretare va in scena ieri a Palazzo Madama, dove il senatore di Scandicci interviene sul decretone. Uno dei suoi rari interventi da parlamentare, accompagnato da annunci che andavano avanti da giorni, tanto per soffiare sull’attesa. “Questo decreto è sbagliato e certifica che avete mentito agli elettori, Di Maio prometteva 20 miliardi e ce ne sono appena 4 per il reddito di cittadinanza; la Fornero non è stata abolita ma è stata realizzata Quota 100 che mette in difficoltà il futuro dei nostri giovani. Questo decreto segna la fine dell’innocenza della maggioranza gialloverde”, dice Renzi. Nel suo discorso non pronuncia mai la parola “povertà” e non perde l’occasione per focalizzare l’attenzione su se stesso: “Chi dice che devo essere impiccato non fa paura al gruppo del Pd, ma crea un clima di disagio nel Paese”. I fedelissimi intorno a lui applaudono a scena aperta, la maggioranza rumoreggia.

Nella sua interminabile partita in solitaria, l’ex segretario del Pd, a qualche giorno dalle primarie, si disegna la sua traiettoria. Che va verso l’uscita, anche se non si sa quando e come. E che nel frattempo passa per una trattativa sulle liste alle Europee. Trattativa difficile, anche vista la polverizzazione dei renziani. Luca Lotti e Maria Elena Boschi sono in rotta da anni. E ormai ufficialmente da due parti della barricata: Lotti ha messo su insieme a Lorenzo Guerini e Antonello Giacomelli una corrente post-renziana che ha colonizzato la mozione di Maurizio Martina. Boschi ha fatto il suo endorsement per Roberto Giachetti qualche giorno fa. E ieri l’ex sottosegretario in un’intervista all’Huffington post ha annunciato che comunque vada, lui non lascerà il Pd, criticando Giachetti (e anche la Boschi) che fa come LeU sostenendo “vado via se Zingaretti ci porta indietro”. Nel futuro incerto di Renzi e degli ex suoi c’è anche questo. Lui e Francesco Bonifazi ufficialmente ai gazebo non si sono schierati. Mani liberissime. Mentre Giachetti e i suoi funzionano come ultrà, teste di sfondamento. Lotti fa ormai da tempo la sua partita, tanto che le liti tra lui e Renzi negli ultimi mesi si sono sprecate. Ma non è detto che alla fine gli interessi non convergano: se Matteo guarda verso l’uscita, Maria Elena è dell’idea che non bisogna mollare, ma erodere il Pd da dentro. Progetto rispetto al quale Luca potrebbe tornare utile.

Prima però c’è lo scoglio per le Europee: i posti in lista sono pochi e nei vari collegi i lottiani e i boschiani potrebbero puntare su cavalli diversi. Sosterranno tutti, per esempio, Simona Bonafè e Pina Picierno, già campionesse di preferenze del renzismo? Non è affatto detto. Senza contare che ci sono una serie di ambizioni personali che si fanno strada. Soprattutto da parte di chi ha superato il limite dei 3 mandati parlamentari. Come lo stesso Giachetti, che alcuni vedono proiettato verso Strasburgo. Le lotte interne al renzismo potrebbero creare corti circuiti in grado di far perdere i candidati. Se poi a queste si sommano quelle con il reso del Pd, la campagna elettorale per le Europee diventa davvero una corsa a ostacoli. Un altro che vorrebbe scendere in campo è Dario Franceschini (anche lui fuori dal limite). Ma il carro di Nicola Zingaretti, sul quale è salito, è affollato. Carlo Calenda insiste per se stesso e per i suoi: dopo aver scelto Giuliano Pisapia per il Nord-Est, Zingaretti ha pronto un posto da capolista a Roma, ma non è detto che alla fine non opti per Più Europa. Sempre che lo vogliano.

I renziani portavoce di Romeo “Non lo invitano più alle gare”

Fermi tutti. Il Pd non ci sta e chiede al governo cosa intenda fare per salvare la società dell’imprenditore Alfredo Romeo, tra i protagonisti dello scandalo Consip che ha rischiato di travolgere l’allora premier Matteo Renzi, poi costretto alla resa politica dopo il referendum costituzionale. Ma per l’ex segretario dem, e non solo per lui, Consip è ancora un cruccio.

“Nel libro racconto alcune storie strane accadute negli anni della Presidenza del Consiglio e negli anni successivi” ha detto Renzi presentando la sua ultima fatica letteraria. In cui torna a parlare della spallata tentata ai suoi danni. Quanto agli esiti dell’inchiesta, il 28 maggio si deciderà se, tra gli altri, andrà a processo per favoreggiamento l’ex ministro Luca Lotti. E pure l’imprenditore Carlo Russo, accusato di aver garantito alla società di Alfredo Romeo, stabili vantaggi nell’aggiudicazione delle procedure di evidenza pubblica, anche spendendo il nome di Tiziano Renzi.

E poi il 4 marzo ci sarà un altro passaggio significativo su Consip: al Csm guidato dal renziano David Ermini che proprio il Pd ha indicato per Palazzo dei Marescialli, si valuterà la correttezza dei pm John Henry Woodcock e Celestina Carrano. Che nell’ambito dell’inchiesta sul Sistema Romeo sugli appalti pubblici nella sanità da pochi giorni hanno notificato all’imprenditore omonimo l’avviso di conclusioni delle indagini. Insomma c’è tanta carne al fuoco. Ma questo non ha impedito a Salvatore Margiotta dei dem di rilanciare la questione Consip e portarla a Palazzo.

In un’interrogazione appena lasciata agli atti del Senato sottolinea come l’imprenditore non fosse affatto il dominus della Romeo Gestioni, ma un semplice socio di minoranza che perdipiù non rivestiva nessuna carica formale nella società. Esclusa nel 2017 dalla Consip dal maxi-appalto Fm4 del valore di oltre un miliardo di euro. E poi da altre sei gare di primaria importanza in una gamma di ambiti che vanno dai musei alle caserme. Decisione assunta “sulla base – si legge sempre nell’interrogazione – di valutazioni su un presunto episodio corruttivo” da parte della Procura di Roma.

Margiotta invece è meno morbido con le decisioni assunte dai vertici di Consip. E incalza i ministri dell’Economia Giovanni Tria e del Lavoro, Luigi Di Maio su quali “urgenti azioni intendano porre in essere per restituire autorevolezza, credibilità ed equilibrio” all’azione strategica della centrale acquisti pubblica. Messa a dura prova proprio per le decisioni assunte nei confronti della Romeo Gestioni, almeno a quanto sostiene il dem che a Palazzo Madama siede giusto due file più sotto dell’ex segretario. Il senatore è preoccupato della sorte dei 3 mila dipendenti e dei 20 mila addetti dell’indotto che rischiano il posto, questione davvero spinosissima come pure denuncia il sindacato Usb in vista del rinnovo degli appalti della presidenza del Consiglio. Ma il cuore della questione non pare questo. L’interrogazione dem ripercorre fedelmente le ragioni della Romeo Gestioni che rischia di essere condannata “irreversibilmente alla chiusura delle attività senza neanche attendere una qualche forma di accertamento sui presunti fatti censurati”. A meno che non ottenga soddisfazione in giudizio, specie in sede civile dove ha chiesto agli ex vertici della centrale acquisti un risarcimento del danno per 1 miliardo e 350 milioni di euro. O venga rimessa in gioco nella partita delle commesse che contano.

Il verdetto: i maestri diplomati fuori dalle graduatorie

Dopo lunga attesa, il verdetto è infine arrivato: il Consiglio di Stato in adunanza plenaria ha stabilito che i diplomati magistrali restano fuori dalle Gae, le graduatorie a esaurimento per l’abilitazione a insegnare. L’Adunanza Plenaria ha infatti confermato che “il possesso del solo diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento del personale docente ed educativo”. La questione dei diplomati magistrali, ovvero dei maestri e delle maestre con il diploma magistrale, non laureati, esclusi dalle graduatorie per il ruolo da alcune sentenze, in particolare una del dicembre 2017, ha tenuto con il fiato sospeso il precedente e questo governo. L’attuale titolare del Miur, Marco Bussetti, nell’autunno scorso ha bandito un concorso straordinario che ha dato soluzione a questo spinoso problema. Sono state oltre 42 mila le domande di partecipazione. Il concorso recluterà a tempo indeterminato docenti per la scuola dell’infanzia e la primaria. Il Miur ha stabilito che ai maestri a cui in questi mesi è stata notificata una sentenza negativa, il contratto venga trasformato a tempo determinato fino al 30 giugno

Carige, per salvarla servono 630 milioni. Tagliati mille posti di lavoro e 100 sportelli

Altri 630 milioni di aumento di capitale, invece dei 400 indicati nell’assemblea di dicembre. Il piano industriale Carige 2019-2023 è stato presentato ieri dai commissari Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener. “Un piano – ha spiegato Modiano – che deve rispondere a due domande: primo, dimostrare che siamo in grado di stare in piedi. Secondo, mostrare che abbiamo un futuro di creazione di valore”. La ricetta dei commissari parte dai 630 milioni. Ai 400 previsti se ne aggiungono 45 per compensare effetti negativi, 65 per nuovi investimenti e 120 relativi a un derisking maggiore delle aspettative. Il secondo ingrediente sono i tagli: 1.050 posti di lavoro (full time equivalent), che scenderanno così a 3mila, e cento sportelli tradizionali. La promessa, come ha spiegato Innocenzi, è di evitare licenziamenti “anticipando, con accordi individuali, il pensionamento degli interessati e pensionando un po’ di gente sfruttando le possibilità previste da Quota 100”.

C’è poi il capitolo delle offerte per Carige. Che dovrebbero arrivare in aprile ed essere divise in due categorie: “Quelli che sono interessati alla banca”, ha spiegato Innocenzi, “e quelli che sono interessati a tutto”, cioè banca e crediti deteriorati. Per questi ultimi esiste già un’offerta vincolante, ma i commissari per ora l’hanno tenuta in sospeso. La prossima assemblea si terrà a maggio. È da capire come i soci, anche dopo gli aumenti di capitale per oltre due miliardi sostenuti per quasi la metà dai piccoli azionisti, reagiranno ai cambiamenti.

Medicina, numero meno chiuso: tutti dentro, poi si sceglie

Numero ancora chiuso, ma allargato: posti aumentati del 20%, domande più attinenti ai programmi. E magari anche una sperimentazione rivoluzionaria, che selezioni gli studenti con gli esami e non con le crocette. L’accesso a Medicina sta per cambiare: non come avrebbero voluto M5S e Lega, è solo un primo passo verso un futuro più o meno lontano senza test d’ingresso.

“Si abolisce il numero chiuso nelle facoltà di Medicina, permettendo a tutti di accedere agli studi”: il 15 ottobre scorso il Consiglio dei ministri annunciava la svolta impossibile. Una clamorosa gaffe di Palazzo Chigi, subito smentita dal Ministero dell’Istruzione: sei mesi dopo, alle porte di un nuovo anno accademico, il test si farà ancora. Proprio in questi giorni il ministero dell’Istruzione sta per ufficializzare le date, a quanto trapela, nella prima settimana di settembre. Chi pensava di poterlo abolire con due righe a tarda notte non conosce la dura realtà delle università italiane, fatta di carenza di personale e aule insufficienti. Resta però la volontà del governo gialloverde di superarlo, così qualcosa si sta muovendo.

Già da subito: il prossimo anno verrà chiesto agli atenei di portare la capienza al massimo delle proprie possibilità. Significa che a settembre dovrebbero esserci più posti rispetto ai 9.800 del 2018: circa 12 mila, forse più (14-15 mila). Inoltre per accontentare gli studenti sarà un po’ modificata l’impostazione dei quiz: meno logica, più cultura generale su biologia e chimica. A questo si accompagna l’aumento delle borse di specializzazione, già previsto in manovra (circa 900 in più, erano 6.900), visto che il vero problema è l’imbuto al momento della specializzazione, per cui già oggi non c’è posto per tutti i laureati.

È solo un palliativo, però, a fronte di circa 70 mila candidati. Il governo studia il da farsi, presenta svariati disegni di legge, tra la Lega che abolirebbe il test tout court e il M5s che pensa a forme di selezioni alternative. Da sempre il riferimento è la Francia: iscrizioni libere ma sbarramento feroce alla fine del primo anno, a cui sopravvive il 10% degli studenti, con una competitività esasperata fra ragazzi che alla lunga è stata criticata (al punto che adesso Oltralpe vogliono rivederla). Ecco allora che per l’Italia la soluzione potrebbe essere il modello non francese, ma ferrarese.

L’università del rettore Giorgio Zauli propone di passare dal numero chiuso all’esaurimento posti: iscrizioni a sportello, aperte a tutti fino al massimo della capienza. A fine primo semestre gli studenti sostengono tre esami, fisica medica, biologia-istologia e anatomia 1, con test digitalizzati per eliminare ogni soggettività. Tutti quelli con la media superiore al 27 confermano l’iscrizione a Medicina, gli altri si vedono convalidati i crediti in altre facoltà scientifiche, senza perdere nulla.

Il vantaggio è chiaro: per soli sei mesi gli atenei possono ospitare un numero molto maggiore di studenti, che invece diventa insostenibile con l’avanzare dei corsi e i tirocini in laboratorio e in reparto. Così, ad esempio, Ferrara passerebbe da 180 a 600 posti. Con la prospettiva però di tornare a quota 200-250 dopo la scrematura e sfornare un numero comunque contenuto di laureati. Ci sono anche delle incognite: immaginate le file per le iscrizioni, la gente accampata davanti alla segretarie per accaparrarsi gli ultimi posti.

Dettagli da affinare. A Ferrara vogliono partire subito, a settembre, ma serve l’autorizzazione ministeriale: il dossier è sul tavolo del ministro Bussetti. La volontà politica c’è, lo dimostra il parere favorevole della Commissione cultura. La sperimentazione (che interessa pure altri atenei, come il San Raffaele di Milano o Pisa, non per l’immediato) però deve essere a prova di ricorsi: il verdetto arriverà nei prossimi mesi, con i decreti sul riparto posti.

In parallelo proseguono i lavori sulla riforma organica. Il modello ferrarese potrebbe esserne la base, con qualche accorgimento: si ragiona sull’apertura delle iscrizioni a tutti e selezione alla fine del primo anno (e non del primo semestre); con un test nazionale a cui accedono gli studenti che hanno sostenuto un numero minimo di esami (indipendentemente dal voto), con superamento “a soglia” (passano tutti quelli che raggiungono un punteggio minimo). “Il nostro obiettivo è rivedere un modello datato che non seleziona i migliori”, spiega Manuel Tuzi, deputato M5s. Ma quella in cantiere è una riforma molto più ampia: la proposta di legge partirà dall’alternanza scuola-lavoro (per un orientamento a monte più efficace), passerà dalla riorganizzazione dei corsi scientifici in un troncone unico iniziale che permetta di accogliere più studenti e arriverà fino alla revisione delle scuole di specializzazione (criteri di accreditamento, contratto, ruolo). È il futuro che ha in mente il governo. Quando e se ci si arriverà non si sa. Per questo sono in tanti ad essere curiosi se il modello ferrarese può davvero funzionare.

L’Auditel si aggiorna: nel calcolo anche tablet, smartphone e Pc

L’attesa spasmodica con cui il mondo della televisione tutte le mattine alle dieci attende col fiato sospeso i dati Auditel dei programmi del giorno prima raddoppierà: si aspetteranno anche le percentuali delle 5 di pomeriggio. Sarà all’ora del the, infatti, che saranno resi noti i dati di ascolto sugli strumenti extra televisivi: pc, tablet, smartphone e smart tv.

È questa la rivoluzione dell’Auditel in arrivo tra pochi mesi, forse già prima dell’estate o, al più tardi, in autunno. Monitorare il pubblico tv non solo sull’apparecchio tradizionale, ma pure sugli altri device di casa in modo da intercettare una platea televisiva ora assolutamente sfuggente formata soprattutto da giovanissimi. Così da raggiungere quella che gli addetti ai lavori chiamano “total audience” che, secondo gli esperti, farà aumentare del 3-4% il pubblico televisivo: un pubblico che già esiste, ma non viene monitorato. Una vera e propria rivoluzione, che questa mattina sarà illustrata a Montecitorio dal presidente Auditel, Andrea Imperiali, durante la relazione annuale.

Dopo l’allargamento del panel nel 2017 (il cosiddetto super panel, il più ampio d’Europa), sono 16.100 le famiglie italiane che hanno in casa il rilevatore Auditel, per un totale di 41 mila persone. Di queste, 10 mila saranno le case in cui verranno monitorati – tramite l’indirizzo Ip – anche gli altri strumenti tecnologici con cui si possono vedere programmi tv sulle varie piattaforme. Se dunque una persona guarda un evento sportivo in streaming oppure un film su Raiplay, Sky o Netflix, sarà intercettato e andrà a completare l’audience totale. Ma anche guardare un video su Youtube, Facebook o Google, per esempio una canzone di Sanremo targata Rai, avrà valore. L’operazione di monitoraggio è più complessa, per questo ci vorrà qualche ora in più e i dati usciranno alle 5 di pomeriggio. Per quanto riguarda i festivi, invece, i dati saranno diffusi il primo giorno lavorativo utile. “Tutto ciò permetterà il monitoraggio di un pubblico televisivo che ora sfugge completamente, come i giovanissimi, così da avere una mappatura il più completa possibile di chi guarda la tv e in che modo”, spiegano dall’Auditel, società partecipata da Rai, Mediaset e Unione pubblicitari. E di “total audience” ha parlato qualche giorno fa anche l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini. “Si deve passare a un sistema di valutazione del prodotto più completo, che coinvolga piattaforme diverse. Bisogna arrivare alla cosiddetta total audience”, ha sottolineato il numero uno di Viale Mazzini in un convegno a Montecitorio.

La novità, però, qualche apprensione la crea, perché è proprio sui dati di audience e di share, diversificati per età e tipologia sociale, che viene stabilito il mercato pubblicitario, con i piani tariffari che i canali sottopongono agli inserzionisti. La rivoluzione dell’audience potrebbe avere come prima conseguenza proprio il cambiamento dell’offerta pubblicitaria. Se il valore del mercato degli spot in tv vale circa 10 miliardi l’anno, l’ampliamento del pubblico determinerà lo spostamento di 300-400 milioni di euro. Non proprio bruscolini. E a vincere la sfida saranno quei canali già pronti alla sfida digitale. Per esempio, chi dai propri programmi già estrae pillole da 2 a 4 minuti da mettere, per esempio, sul proprio sito o su Youtube. “Il pubblico televisivo non è in calo, ma la tv è fruita attraverso altri strumenti. Ed è anche a questo pubblico che noi dobbiamo parlare”, spiegano da Viale Mazzini. Dove, come a Mediaset e in tutti gli altri canali nazionali, ci si prepara alla rivoluzione, che gioco forza inciderà anche sull’offerta televisiva, con cambi su contenuti e palinsesti.

Cara di Mineo, continua lo sgombero: via altri 50 immigrati

In sicilia proseguono i trasferimenti dal Cara di Mineo, di cui il governo ha annunciato la chiusura a fine gennaio. Nella giornata di ieri altri cinquanta ospiti hanno lasciato la struttura del Comune di Catania per essere condotti a Palermo e Messina. Le operazioni di sgombero sono iniziate il 7 febbraio scorso, per poi continuare 11 giorni dopo con la partenza complessiva di cento migranti. Lo svuotamento progressivo della struttura condurrà alla sua chiusura, come annunciato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Il Cara di Borgo Mezzanone chiude, come chiuderà Mineo, come chiuderà San Ferdinando, come abbiamo chiuso Bagnoli, come abbiamo chiuso Castelnuovo. Tutto quello che mi sono impegnato a fare, grazie all’immenso lavoro delle forze dell’ordine, lo stiamo mantenendo”, aveva dichiarato dieci giorni fa il leader leghista e titolare del Viminale. Il centro di accoglienza del Cara di Mineo era stato aperto nel 2011. In passato nel periodo di massimo affollamento è arrivato ad ospitare fino a 4 mila migranti.