“Violentò due adolescenti”. Pell condannato in Australia

Ha finito di recitare la consueta messa domenicale, è sceso in sagrestia, ha messo al muro due ragazzini di 12 e 13 anni. Adesso non sono più solo accuse: George Pell, il cardinale australiano a cui Papa Francesco ha affidato nel 2014 le casse del Vaticano in qualità di ministro dell’Economia, è stato condannato dal tribunale di Melbourne per violenze sessuali su minori. Rischia 50 anni di carcere: l’udienza per definire l’entità della pena è in calendario mercoledì. Con questa sentenza diventa il più alto funzionario della Chiesa Cattolica mai incriminato per pedofilia.

Le violenze risalgono agli Anni Novanta e riguardano due bambini di tredici anni appartenenti al coro della cattedrale di Saint Patrick di Melbourne, quando Pell era vescovo ausiliare della città australiana, di cui sarebbe diventato arcivescovo nel ’96. Nonostante si sia sempre dichiarato innocente, i 12 membri della giuria dello Stato di Victoria si sono pronunciati all’unanimità sul verdetto di colpevolezza, emesso lo scorso 11 dicembre ma reso pubblico solo oggi. La sentenza è stata accolta con imbarazzo a Roma, e non poteva essere altrimenti considerato che Pell era stato investito della carica vaticana da Papa Bergoglio, quando la commissione d’inchiesta in Australia si era già insediata e lui era stato interrogato per il presunto insabbiamento di altri casi di pedofilia. Nel giro di un paio d’anni le accuse lo hanno coinvolto direttamente, con le denunce da parte dei ragazzini arrivate a cavallo tra il 2015 e il 2016. Infatti il Vaticano da una parte conferma le misure cautelari già disposte, con la sospensione in via cautelativa dall’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto, in qualsiasi modo e forma, con minori di età. Dall’altra, però, sospende il proprio giudizio in attesa della sentenza definitiva: “È una notizia dolorosa, che siamo ben consapevoli possa aver scioccato moltissime persone. Ribadiamo il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane. Attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che Pell ha ribadito la sua innocenza”, spiega il comunicato della Santa Sede. Non è l’unico scandalo che agita il Vaticano: anche Mark Coleridge, presidente dei vescovi australiani, è sotto indagine per insabbiamento di informazioni fornite da una donna che 10 anni fa aveva denunciato abusi nella sua diocesi. Proprio Coleridge ha tenuto l’omelia nella messa di chiusura in Vaticano del summit sugli abusi, parlando in termini di condanna sulla risposta della Chiesa alle denunce di casi di pedofilia.

Fiat e Fiom in rotta di collisione. Il sindacato resta fuori dal contratto

Anche il prossimo contratto collettivo di lavoro in Fiat Chrysler non vedrà la firma della Fiom. Dopo l’incontro di ieri, i metalmeccanici Cgil hanno deciso di interrompere le trattative con l’azienda. La frattura è ormai insanabile e fa tramontare la possibilità di vedere tutto il fronte sindacale unito sotto un unico accordo all’interno del pianeta Fca.

“Non ci sono le condizioni per proseguire”, ha detto la segretaria Fiom Francesca Re David, che ha parlato di “indisponibilità della delegazione aziendale a negoziare il sistema di relazioni sindacali a partire dal ruolo dei delegati”. “Comunque – ha aggiunto – rimangono troppo ampie le distanze anche sulla struttura del salario”. Questioni non solo economiche, insomma, anche se gli stipendi restano un tema importante. La paga base di un operaio Fiat è oggi di poco inferiore a quella prevista dal contratto della Federmeccanica, una conseguenza della scelta di uscire dalla Confindustria presa anni fa da Sergio Marchionne. Oggi la Fiom chiede comunque di allineare le retribuzioni a quelle del contratto nazionale, di migliorare i premi e non agganciarli solo all’efficienza. Poi c’è la rivendicazione del ruolo dei delegati sindacali: per le tute blu della Cgil dovrebbero poter negoziare, in ogni stabilimento, sull’organizzazione e sulle condizioni di lavoro (anche sui tempi); Fca, invece, vuole riconoscerli solo come garanti di quanto previsto dal contratto. Posizioni troppo lontane che hanno portato alla chiusura del tavolo.

I presupposti per coinvolgere la Fiom nel nuovo contratto, in effetti, sembravano scarsi già da novembre, quando Fca l’ha convocata separatamente rispetto ai sindacati firmatari del precedente accordo. Per la verità, anche la trattative con questi ultimi non vanno poi così lisce. Fim Cisl e Uilm hanno chiesto un aumento dello stipendio base del 10%; Fca è disponibile a un ritocco all’insù ma ancora non ha specificato l’entità. C’è anche l’intenzione dell’azienda di inasprire le clausole contro l’assenteismo, ipotesi rifiutata dai sindacati, e di non confermare il premio quadriennale. “Queste materie – ha detto Gianluca Ficco della Uilm – rischiano di diventare ostative. Il contesto del rinnovo non è dei migliori, noi dobbiamo dimostrare di riuscire a trovare l’accordo anche in una situazione difficile”. Il rallentamento dell’economia europea non aiuta.

Intanto, mentre diversi stabilimenti italiani sono ancora alle prese con la cassa integrazione, ieri Fca ha presentato un nuovo piano di investimenti negli Stati Uniti da 4,5 miliardi di dollari, che prevede la creazione di 6.500 posti di lavoro.

Da dove arriva l’onda nazionalista: la sfida dell’identità al tempo della globalizzazione

Si può arrestare la globalizzazione? È questo l’impegnativo quesito che dà il via all’analisi del professor Colin Crouch, che nel libro “Identità perdute – Globalizzazione e nazionalismo” prova a ripercorrere lo sviluppo del fenomeno, valutandone gli effetti e cercando di prevederne le evoluzioni. In un mondo che cambia, il conservatorismo emerge come una controffensiva al senso di disorientamento provato dai cittadini del mondo globalizzato, offrendo vecchie rassicuranti certezze anzichè strategie per ridurre le disuguaglianze. È un dibattito che coinvolge forze politiche di sinistra come di destra, le une per proteggere i diritti dei lavoratori, le altre per alimentare istinti reazionari. Tuttavia, i nazionalismi non devono e non possono arrestare il processo. La vera sfida sarà riuscire a creare un’efficace democrazia transnazionale, in grado di conciliare il globale e il locale per risolvere i più grandi problemi del nostro tempo: i cambiamenti climatici, le disparità economiche, il precariato.

 

 

Identità perdute

Colin Crouch

Pagine: 144

Prezzo: 15

Editore: Editori Laterza

L’austerità è più dolorosa con le tasse che con i tagli

Il termine austerità indica una politica economica di stabilizzazione o riduzione del rapporto tra debito e Pil di uno Stato. La discussione sui pro e i contro dell’austerità in questi anni ha assunto toni duri. Il fronte anti-austerità sostiene che l’aggiustamento ha effetti di contrazione sulla crescita che più che compensano l’effetto diretto sui conti pubblici, causando “dolore e lacrime senza stabilizzazione”. Il fronte a favore dell’austerità sostiene invece che le politiche di aggiustamento aumentano la fiducia dei mercati e degli investitori nel debito pubblico , riducono il costo di finanziamento del debito e fanno ripartire investimenti, consumi e crescita.

I dati ci dicono che questa discussione, spesso feroce, ha distratto i commentatori e le autorità di politica economica dal risultato più rilevante: c’è una enorme differenza tra gli aggiustamenti fiscali basati sull’aumento delle imposte, dolorosi e poco efficaci, e gli aggiustamenti basati sui tagli di spesa, molto meno dolorosi in termini di crescita e molto più efficaci nello stabilizzare il rapporto tra debito e Pil.

Questa la tesi essenziale del libro sull’Austerità uscito in questi giorni, in inglese e in italiano, (Austerity.When It Works and When it Doesn’t, Princeton University Press, “Austerità. Quando funziona e quando no, Rizzoli), scritto da Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi).

Il libro si basa su un database di 170 piani pluriennali di aggiustamento fiscale condotti in 16 paesi Ocse tra il 1970 e il 2014 che viene utilizzato per valutare empiricamente gli effetti dell’aggiustamento fiscale sulla crescita e sulla dinamica del rapporto tra debito pubblico e Pil.

La prima considerazione è che non esiste una giustificazione economica dell’alto livello e del trend crescente del rapporto tra debito e Pil. La teoria economica suggerisce due casi in cui i governi dovrebbero avere il bilancio in deficit: durante le recessioni, per ammortizzarne gli effetti sulla crescita, e in circostanze eccezionali, quali le calamità naturali. Questi disavanzi andrebbero poi coperti con avanzi di bilancio quando l’economia torna a crescere e le necessità di spesa sono minori. Una politica fiscale ottimale è dunque compatibile con un debito temporaneo e quindi con un deficit, ma non con un debito in crescita permanente. La politica fiscale restrittiva durante la fase di espansione dell’economia ristabilisce l’equilibrio della finanza pubblica dopo la necessaria politica fiscale espansiva quando l’economia è in recessione o è stata sottoposta a uno choc, come una calamità naturale o una guerra.

Il debito alto e in continua crescita non ha motivazioni economiche ma ha invece motivazioni politiche legate al comportamento dei governi che conducono espansioni fiscali irresponsabili (perchè non seguite da aggiustamenti) spostando sulle generazioni future e sui governi futuri l’onere del comportamento responsabile (che richiede l’aggiustamento anticiclico). La ragione è semplice: fare deficit e distribuire risorse agli elettori crea più facilmente consenso e le generazioni future, essendo troppo giovani, o neppure nate, non votano. Da questo punto di vista spiegare l’austerità è importante per creare il consenso nei confronti della cura. Una cura necessaria e comunque dolorosa, ma ci sono modi più efficaci di altri per affrontarla. Un’efficace comunicazione della politica di austerità porta a osservare una stabilizzazione della dinamica del debito e una conferma del supporto elettorale. Si è visto in Canada negli anni Novanta quando fu costruito un ampio consenso tra tutti i partiti intorno alle politiche di austerità.

Quando il debito arriva a essere alto, l’austerità diventa una cura necessaria. Ma diversi tipi di austerità hanno diverse conseguenze. Lo studio dei dati rivela che il segnale forte che emerge non riguarda la possibilità o meno di “austerità espansiva” (cioè di un austerità che produca crescita come conseguenza della riduzione dell’incertezza causata da un abbassamento del debito). C’è però una significativa differenza per la crescita tra le politiche di stabilizzazione basate sull’aumento delle imposte e quelle basate sui tagli di spesa. Gli aumenti delle imposte hanno in media un effetto fortemente recessivo sulla crescita e non conducono alla stabilizzazione del rapporto tra debito e Pil, mentre quelle basate sui tagli di spesa hanno in media un effetto poco recessivo e stabilizzano il rapporto tra debito e Pil. Non esiste un solo caso di austerità espansiva quando questa viene condotta con aumenti delle imposte mentre si osservano alcuni casi di austerità espansiva quando questa sia condotta con tagli di spesa.

L’austerità è una cura necessaria che ha costi immediati e benefici futuri, ci sono diversi modi di implementare la cura e i dati ci raccontano una storia chiara su quali siano i migliori. Un chiaro esempio è l’Irlanda: nel 2009 l’aggiornamento del programma di stabilità del governo irlandese riconobbe gli effetti perversi di un pacchetto di austerità basata sulla tassazione e introdusse una politica di successo nella stabilizzazione basata su tagli di spesa. L’alto debito è un sintomo di governi passati irresponsabili, la risposta all’alto debito è la responsabilità. Quando il debito diventa troppo alto su un trend crescente, la responsabilità richiede austerità e applicare l’austerità richiede politici illuminati. Enrico Berlinguer, uno dei politici responsabili della nostra storia, a Roma nel convegno degli intellettuali del 1977 diceva: “Austerità significa rigore, efficienza, serietà e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata”.

Banche, rimborsi celeri ai truffati Commissione d’inchiesta al via

Sarebbe pronto il decreto ministeriale sui truffati dalle banche per assicurare “un celere rimborso”. Nel corso del vertice di governo di ieri pomeriggio sono stati definiti i dettagli dei rimborsi dopo l’incontro che c’è stato nelle scorse settimane a Vicenza con le associazioni dei 6.000 truffati.

Per gli investitori coinvolti nel crac delle banche (da Etruria & C. alle due popolari venete), il governo ha stanziato 525 milioni l’anno fino al 2021 per indennizzarli: potranno accedervi ex azionisti e detentori di bond subordinati (per i primi il rimborso è al 30%, per i secondi al 95%, entro i 100 mila euro). E il rimborso verrebbe concesso in automatico ai titolari persone fisiche o onlus o microimprese fino a 10 dipendenti e 2 milioni di fatturato, ma non alle altre persone giuridiche e agli investitori professionali. Inoltre, per i rimborsi la priorità andrebbe a chi ha un Isee sotto i 35 mila euro. Le risorse dovrebbero arrivare dal Fondo dei conti dormienti creato nel 2008 e che ora ha una disponibilità ben superiore al miliardo di euro. Ma, come ha rivelato Il Fatto,

sull’intera operazione restano i dubbi e le perplessità dell’Ue che ipotizza un aiuto di Stato. Il timore più grande è che l’Italia di fatto aggiri il ‘bail in’ e il ‘burden sharing’, cioè il coinvolgimento dei privati nei salvataggi bancari.

Intanto, sempre sul fronte banche, la Camera ha dato il via libera definitivo all’istituzione della Commissione bicamerale di inchiesta sul sistema bancario e finanziario per la legislatura in corso. Sarà composta da 20 senatori e da 20 deputati, che dovranno dichiarare l’assenza di precedenti incarichi di amministrazione o di controllo o rapporti di collaborazione e di consulenza continuativa con gli enti creditizi e le imprese di investimento oggetto dell’inchiesta. Con una particolarità: limitatamente all’oggetto delle indagini di sua competenza, alla Commissione non può essere opposto il segreto d’ufficio né il segreto professionale o quello bancario, per evitare il ripetersi di quello che era accaduto con la commissione istituita nel 2017 per fare luce sul caso Etruria.

Scandalo Ipab. Il caso Lazio

Solo in pochi le conoscono, valgono miliardi e si occupano, o dovrebbero, di assistenza. Sono le “Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza” (Ipab), che grazie alle donazioni hanno patrimoni immobiliari assai corposi, spesso di pregio, che andrebbero affittati per aiutare orfani, anziani, ciechi e chiunque versi in difficoltà. Presenti in tutta Italia, tecnicamente sono enti pubblici non economici sottoposti a vigilanza regionale. Un decreto legislativo del 2001 ha imposto alle Regioni di trasformarle in “Aziende pubbliche di servizi alla persona” (Asp) tanto più che molte hanno rapporti proprio con la sanità regionale a cui “vendono” servizi. Tutto bene? Mica tanto. Negli anni molti di questi enti hanno finito per essere più produttivi per i loro vertici che per gli assistiti e, in diversi casi, si trovano oggi al limite del dissesto finanziario anche grazie al disinteresse – se non alla partecipazione – delle regioni.

Il “caso Lazio” è illuminante. La regione guidata da Nicola Zingaretti s’è ricordata di quel dlgs del 2001 solo due settimane fa. Peccato che durante la vacatio legis sia successo di tutto, tanto che persino il numero delle Ipab laziali è un mistero: l’assessorato al Patrimonio sostiene siano 55; nel 2017 l’assessorato alle Politiche sociali ne aveva censite 57; la Corte dei Conti ritiene che siano molte meno vista la “continua azione di fusione, accorpamento ed estinzione” in atto dal 2005. Ora la legge appena approvata accentra quasi tutto nelle mani della Giunta: l’idea è incentivare le fusioni, il rischio l’ennesimo banchetto attorno a un ricco patrimonio destinato alla beneficenza.

Molte Ipab, infatti, hanno bilanci malmessi e adesso la Regione potrà fonderle, chiuderle o liquidarle d’ufficio determinando il prezzo del patrimonio e come venderlo. Un fatto non banale se si pensa al recente passato: le tre Ipab più importanti della regione sono il San Michele, l’Isma (Santa Maria in Aquiro) e il Centro Sant’Alessio, tutte coinvolte negli anni in inchieste della magistratura, esposti all’Anac e scandali come “affittopoli” a causa di canoni stracciati o non riscossi. La Corte dei Conti ha parlato di “indebito arricchimento dei conduttori”, cioè degli affittuari. Quando ci sono: in parecchi casi gli immobili sono sfitti. Risultato: più stipendi che beneficenza, conti in peggioramento e qualche bell’affare per i privati.

Il caso del Sant’Alessio

Il Centro Sant’Alessio ha la missione di assistere ciechi e ipovedenti. Ricco di immobili di pregio, possiede il gioiello di via Margutta 51a di Vacanze romane, decine di immobili nel cuore di Roma e il complesso cinquecentesco di Casale San Pio, sede dal 2016 della Link Campus University, che però risulta in ritardo col canone per circa 840 mila euro. Ovviamente l’ateneo caro ai grillini e guidato da Vincenzo Scotti non è l’unico esempio di gestione rivedibile del Sant’Alessio, tanto è vero che da anni annaspa in debiti milionari e rischia il dissesto. Qualche tempo fa, visto che non riesce a far fruttare il suo patrimonio, ha deciso di conferirlo a un Fondo gestito da una Sgr: sono 598 immobili in tutto e la Risorsa Srl, una società della Regione, li ha valutati 222 milioni di euro. Stima contestata dall’ex consigliere regionale di FdI Fabrizio Santori: secondo il database dell’Omi – racconta nel 2016 in un esposto all’Anac rimasto senza risposta – il valore è di un miliardo e mezzo.

Come che sia, il Sant’Alessio per la gestione del suo patrimonio non si fida del Fondo Invimit del Tesoro, ma – col via libera della Regione – indice una gara che sarà vinta dalla Sorgente di Valter Mainetti, la quale istituisce il Fondo Sant’Alessio operativo da giugno 2017. All’avvio Mainetti addebita al Fondo 1,3 milioni di spese una tantum (due diligence, consulenze legali, ecc). Sorgente, ovviamente, non lavora gratis: i costi gestionali sono un milione l’anno (600mila per i 7 mesi del 2017). L’inizio non è dei migliori, visto che l’Ipab chiede subito di annullare 20 milioni di euro di quote del Fondo (circa il 9%) per “perseguire l’equilibrio finanziario” cancellando alcuni debiti e rottamando cartelle esattoriali. In sostanza, l’Ipab prende 20 milioni indebitando il fondo. Operazione tanto azzardata che Pompeo Savarino, capo sia della Direzione controllo e vigilanza che dell’Anticorruzione regionale, chiede spiegazioni e blocca tutto: 9 giorni dopo la Direzione viene sciolta e Savarino rimosso pure dall’Anticorruzione che passa ad Andrea Tardiola, vicino a Zingaretti: ovviamente la cosa va avanti accendendo un’ipoteca bancaria sugli immobili che costa 400 mila euro di commissione a Sorgente più i costi del mutuo.

Ma almeno così il Sant’Alessio incasserà una bella cedola annuale, dirà il lettore. Forse in futuro, non oggi. Nel 2017 non è prevista alcuna cedola, mentre dai documenti dell’ente risulta che quella per il 2018 è di 3,68 milioni di euro. Una bella cifretta che, curiosamente, è assai inferiore al business plan iniziale di Sorgente che la calcola in poco più di un milione. Alla fine avrà ragione, e per eccesso, la società di Mainetti che a fine 2017 addebita al Fondo costi totali per 2,95 milioni di euro per via di sopraggiunte “difformità edilizie” da sanare su quasi tutti gli immobili: strano visto che tra i costi una tantum era già inclusa una perizia su questa materia. Il rendiconto di gestione, pur trattandosi di un ente pubblico, non è visibile, eppure sempre in documenti interni si legge che la cedola 2018 è stata decurtata dell’80% arrivando a circa 700 mila euro, ovvero quel che si ottiene sottraendo ai 3,68 milioni vantati dal Sant’Alessio i 2,95 milioni di costi pretesi da Sorgente. Si vedrà se il rendimento salirà in futuro, ma già da ora si può dire che gli interessi sull’ipoteca accesa per annullare le quote lo eroderanno non di poco.

La situazione oggi è resa più complessa dal fatto che Sorgente, a dicembre 2018, è stata commissariata da Bankitalia per “gravi violazioni normative e irregolarità nell’amministrazione”. Tra le ragioni, il contenzioso con Enasarco, la fondazione che garantisce le pensioni agli agenti di commercio: i suoi immobili erano all’interno di due fondi Sorgente che hanno accumulato perdite milionarie a fronte di costi onerosissimi. Sulla vicenda è aperta un’inchiesta a Roma.

La guerra dell’Isma

Se il Sant’Alessio piange, Santa Maria in Aquiro non ride. Nel 2016 un’analisi interna riporta un dato interessante: le finalità assistenziali in 12 anni sono passate dal 45 al 4% del bilancio dell’ente. Anche qui non manca uno scandalo sugli affitti: immobili tra il Pantheon e piazza Navona affittati tra 500 e 900 euro, morosità da centinaia di migliaia di euro e il progressivo svuotamento di molti altri palazzi. Poco fortunato, sempre in pieno centro storico, anche l’affitto di uno stabile da 3 mila metri quadrati al Senato: Palazzo Madama doveva pagare 853 mila euro l’anno dal 2003 al 2049, cifra da cui detrarre i costi di ristrutturazione che si sono però rivelati faraonici (26 milioni). Risultato: dal 2018 al 2029 l’incasso sarà zero.

Quando niente e quando troppo: nel 2013 si decide che l’esproprio (assai parziale) per i lavori della Metro C del giardino del meraviglioso palazzo Rivaldi, nel cuore del Foro romano, frutterà all’Isma circa 6 milioni in sette anni. L’avvocato Maria Pia Capozza, segretario generale dell’ente, si accorge che qualcosa non va e alla fine fa ridurre il costo per lo Stato del 75%. Avvia anche un’attività di risk assessment per monitorare l’operato dell’Isma e contesta affitti stracciati, invia decine di segnalazioni all’Anac, si oppone alle svendite e denuncia per appalti fantasma anche Guido Magrini, presidente dell’Ipab fino al 2013, ex direttore delle Politiche sociali regionali con Zingaretti, poi condannato a 3 anni in appello per Mafia capitale (Buzzi lo definì il “Padreterno” della Regione).

L’attivismo di Capozza, ovviamente, non piace e la storia non finisce bene: dalla Regione le chiedono di dimettersi. Massimo Pompili, nuovo presidente Isma, ex vice della Regione con Marrazzo ed ex deputato Pd, le offre nuovi incarichi purché abbandoni. Lei rifiuta e alla fine viene privata di tutte le deleghe e come segretario esterno, grazie a una provvidenziale modifica statutaria, arriva Sergio Basile, consigliere fuori ruolo della Corte dei Conti e capo di gabinetto del sindaco Gianni Alemanno al momento in cui si stabilì in 6 milioni il prezzo dell’esproprio di Palazzo Rivaldi. Ne segue una bruttissima vicenda che vede Capozza ammalarsi ed essere oggetto addirittura di 38 denunce da parte di Basile finché, dopo ben 9 anni, viene dichiarato nullo il concorso con cui era entrata all’ente.

L’Ipab delle “esedre”

Il San Michele è l’Ipab più grande del Lazio: possiede palazzi nel centro storico e anche una delle esedre di piazza della Repubblica, oggi affittata a Boscolo hotel, al multisala The Space e a Officine Italia. Nel bilancio di previsione 2018 l’istituto dichiara il pareggio con 9 milioni di entrate, ma le sue finalità assistenziali consistono oggi solo in una Rsa per anziani non autosufficienti (40 persone) e una casa di riposo (34 ospiti). Un po’ poco? È ancora meno perché si paga una retta: se la pensione non basta, intervengono Comune e Regione. Totale dei costi annui per 74 persone: 1,85 milioni di euro, 25 mila a persona. Sempre meno di quel che costa il personale amministrativo: 1,9 milioni. Il sindacalista Ettore Mantione da anni denuncia irregolarità gestionali, spiegando che il personale supera di gran lunga il numero degli assistiti, i quali non hanno neppure un servizio di accompagnamento e mangiano in una mensa in condizioni igieniche disastrose. Nel 2016 del San Michele si occupò anche l’Anac, segnalando gravi anomalie sui canoni per sublocazioni irregolari. Erano gli anni della contestata gestione di Romeo Francesco Recchia, ex dirigente della Corte dei Conti, presidente dell’Ipab che avocò a sé pure la carica di direttore: il suo regno, durato 16 mesi nel silenzio della Regione, si concluse con le dimissioni dopo l’intervento dell’Anac e un’inchiesta del Tempo. L’Istituto venne commissariato e in tre anni si succedono tre commissari: quello attuale è Vincenzo Gagliani Caputo, deus ex machina del Campidoglio coi sindaci Rutelli, Veltroni e Alemanno, attualmente segretario della Giunta in Regione. La stessa Regione che da anni, nella migliore delle ipotesi, non vigila sulle Ipab e ora ne deciderà la sorte.

11.300 miliardi: il nuovo record del debito e la prossima crisi

Si sta preparando la prossima crisi? Da dove colpirà questa volta? Il dibattito tra gli economisti è cominciato da un po’, le risposte sono varie. Inclusa quella più banale: arriverà dal debito, ancora una volta, come nel 2007, quando i mutui senza garanzie americani hanno scatenato il disastro che ha poi travolto la fiducia nel debito pubblico degli Stati in Europa (è un po’ più complicato di così, ma spiega tutto Adam Tooze in Lo schianto, Mondadori). L’Ocse, l’organizzazione dei Paesi industrializzati basata a Parigi, ha appena pubblicato numeri che dovrebbero far venire qualche brivido.

Nel 2007, l’anno in cui è esplosa la bolla dei mutui subprime americani, i governi dei Paesi Ocse hanno preso a prestito dal mercato 10.900 miliardi di dollari, tra nuovo debito e rinnovo di quello in scadenza. Ci sono voluti dieci anni per tornare su quel livello, nel 2018 siamo arrivati a 10.800 miliardi. E adesso, nel 2019, le stime dell’Ocse dicono che di miliardi ne serviranno 11.300. È il nuovo record. Mai i governi sono stati così dipendenti dai mercati per finanziare le proprie spese.

Niente panico, però. In media i Paesi industrializzati hanno saputo sfruttare bene questi anni di politica monetaria espansiva: grazie ai tassi di interesse bassi o addirittura negativi, hanno aumentato l’indebitamento ma senza veder crescere di pari passo anche la spesa per interessi. Quindi c’è tanto debito ma costa poco. Non solo: soprattutto i Paesi con un indebitamento elevato e complesso da gestire, come l’Italia, hanno approfittato di questa bonaccia per allungare la durata media dei titoli. Adesso nell’area Ocse il debito pubblico scambiato sul mercato ha una durata media residua di 8 anni, che è molto elevata. In caso di emergenza, se cioè i costi di finanziamento dovessero salire all’improvviso, basterebbe emettere un po più titoli a breve scadenza (che costano meno di quelli a lunga) al posto di quelli per esempio decennali che arrivano a scadenza e che sarebbero più costosi da rinnovare.

In alcuni Paesi, poi, il Pil sta crescendo più rapidamente degli interessi e questo contribuisce a ridurre il peso del debito. L’Italia non è tra questi, purtroppo. La montagna del debito è ancora più alta di quella del 2007 ma sembra un po’ più solida. Fine delle buone notizie. Passiamo a quelle cattive.

Intanto si registra dal 2017 un lento aumento del costo medio del debito, ancora poco percepibile in media perché ci sono Paesi che continuano a emettere titoli a tassi addirittura negativi. Ma come abbiamo visto in Italia con la crisi dello spread a dicembre scorso, basta poco a far impennare i costi: i Btp a 10 anni sono arrivati quasi al 3 per cento di rendimento. Poi ci sono governi su una traiettoria preoccupante, tra politiche autoritarie, economia reale fragile e pericolo di andare incontro a una crisi sia di credibilità del debito pubblico sia di tassi di cambio: secondo l’Ocse sono la Turchia, il Messico e l’Ungheria. Qualche scossone politico – magari per i risultati delle elezioni europee di maggio – potrebbe poi scatenare ondate di vendite i cui effetti sono difficili da prevedere oggi. Ma forse, visti i precedenti, il dato più preoccupante riguarda la profonda evoluzione della “torta” complessiva del debito pubblico: nel 2007 il Paese che era più dipendente dal mercato era il Giappone, che valeva il 39 per cento di tutti i bond sovrani in circolazione. Oggi la quota dei giapponesi è scesa al 26 per cento mentre quella degli Stati Uniti è salita dal 20 al 25 per cento. È vero che gli Usa possono contare su una Banca centrale, la Federal Reserve, pronta a tutto, e sul dollaro che resta la valuta di riserva dell’economia mondiale. Ma sono loro i grandi protagonisti della nuova ondata di debito pubblico, molto più dei Paesi europei (la quota dell’Italia si è addirittura ridotta dal 9 al 6 per cento).

Negli Stati Uniti anche il debito privato è tornato a crescere molto in questi anni, secondo un altro report Ocse appena pubblicato: le imprese emettevano 401 miliardi all’anno di corporate bond, prima della crisi, per poi salire a 668 miliardi, nel 2015 e nel 2017 le imprese americane hanno raggiunto il picco, sopra gli 870 miliardi. Però se nel 2007 gli Usa e le imprese americane erano i protagonisti indiscussi anche delle obbligazioni private, oggi tutto è cambiato. Dieci anni fa la Cina non era neppure percepibile nelle statistiche sui corporate bond, ora è al secondo posto nel mondo, con 590 miliardi emessi in un anno (dato 2016).

La crescita dei corporate bond negli Usa è stata tutto sommato limitata, ma nel decennio 2008-2018 la quantità di obbligazioni societarie emesse ogni anno a livello mondiale è passata da 864 miliardi ogni anno a 1.700 miliardi. E durante questo boom, osserva l’Ocse, è scesa la qualità di quelle obbligazioni, che hanno in media rating più bassi di prima. Tradotto: c’è più debito privato in circolazione, ed è più rischioso di quello di prima del 2008. Una gran parte di questo arriva da Paesi in via di sviluppo o con autorità di controllo poco indipendenti, dove le incognite sono quindi maggiori. E la prossima crisi potrebbe non essere così lontana.

La vita è l’arte dell’incontro: da Giorgetti

La vita, scrisse il poeta Vinìcius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Non gli si può dar torto e alcuni degli incontri che in questi giorni occupano le cronache sono davvero degni di nota. Certo, Trump e Kim per carità, però lunedì c’è stato pure quello londinese tra Giancarlo Giorgetti – sottosegretario leghista che, essendo cugino di Ponzellini, ha la delega all’establishment – e “i mercati”; lieto evento che sarà replicato da oggi negli Stati Uniti sotto l’egida di Bank of America. Purtroppo non sono chiari i contenuti di questi simposi e ancor meno quelli del felice convivio tra il ministro Luigi Di Maio (detto “boom”) e il confindustriale Vincenzo Boccia (detto “fate presto”): i due – accomunati da un’espressione che un ittiologo definirebbe “di profondità” – si saranno certo salutati, ma dopo – buon dio – dopo, che si saranno detti? Un incontro, ci dicono, “interlocutorio” e “di metodo”, qualunque cosa voglia dire, ma comunque più facile di quello che avranno un paio di dozzine di pastori sardi coi magistrati che li hanno indagati: Salvini ha abbandonato l’isola avendo portato a casa la vittoria, restano invece gli avvisi di garanzia per le manifestazioni. In realtà la figura del ministro dell’Interno riguarda assai da vicino 6 dei pastori indagati, quelli a cui è contestato il “blocco stradale” al porto di Arbatax: col nuovo decreto Sicurezza rischiano da 2 a 12 anni. Perché la vita è certo l’arte dell’incontro, ma è d’altra parte vero che se il mercato fa finta di essere cieco, invece la repressione ci tiene a mostrare di vederci benissimo.

Lo sciopero dei non lavoratori di Amazon

Ieri è stato un giorno senza Amazon: in Lombardia (territorio che vale il 60 per cento del mercato italiano) hanno scioperato i conducenti dei veicoli che assicurano le consegne per conto del colosso. Siccome oggidì il lavoro è diventato un lusso, quando la gente che il lavoro ce l’ha si permette di alzare la testa per rivendicare qualche diritto, capita di essere costretti ad ascoltare commenti del tipo “ma cosa vogliono? Ringrazino che un lavoro ce l’hanno”. Usufruiremo quindi di questo spazio per spiegare innanzitutto che – disintermedia oggi e disintermedia domani – i lavoratori che trasportano e ci recapitano le merci Amazon non sono dipendenti Amazon ma di consorzi le cui modalità di lavoro però sono dettate da Amazon (le meraviglie della flessibilità).

Ieri sul Corriere uno degli autisti ha spiegato come funziona l’algoritmo che regola il loro tempo: “Anche se lavoriamo per aziende diverse, le nostre giornate sono condizionate dalle policy imposte da Amazon e dalle applicazioni che ci vengono fornite in dotazione: uguali per tutto il mondo e che in certe situazioni si rivelano inadatte, anzi controproducenti”. Succede infatti che non tutti i pacchi siano destinati a palazzi con numero civico e portineria (e relativo comodo parcheggio adiacente). “Capita di dover individuare ville o cascine in mezzo alle campagne, dove i gps di Amazon si arrendono e ci arrangiamo con mappe e telefonate”. L’intervistatore ha perfettamente colto il clima che si respira attorno ai lavoratori e subito si precipita a domandare: ma questo fa parte del lavoro, no? Naturalmente, fa parte del lavoro. Solo che perdersi è un imprevisto, telefonare una perdita di tempo. E niente è prezioso come il tempo per chi fa l’autista per Amazon. Un altro lavoratore fornisce il quadro esatto della questione minutaggio: la mattina hanno dai 7 ai 10 minuti per caricare tutti i pacchi nel furgone. Le consegne seguono il percorso stabilito dal dispositivo fornito da Amazon che impone “certi ritmi”. Ovvero 20 pacchi all’ora, cioè uno ogni tre minuti. L’algoritmo naturalmente non tiene conto del traffico, degli incidenti o delle condizioni meteo: in una parola non tiene conto della vita. Chissà come vengono conteggiate le necessità fisiologiche.

Ieri il neosegretario della Cgil Maurizio Landini ha ribadito alcuni concetti che gli sono cari (e lo sono anche noi): non si può essere poveri lavorando, mai come oggi il lavoro è stato frantumato con diritti diversi e in competizione tra di loro. Cosa che fa il gioco di quelli che – ci sia consentito dire per praticità – una volta si chiamavano padroni. Parola che comunque rende ancora oggi benissimo il concetto. Dice ancora Landini: quando compriamo qualcosa online, pensiamo ai diritti di chi lavora in quei mondi. Ha ragione, ma non è pensabile che siano i consumatori a restituire ai lavoratori i loro diritti. Certo, sarebbe utile che attorno al lavoro, ai diritti calpestati e allo sfruttamento, ci fossero più rispetto e attenzione. Da ultimo: ieri un gruppetto di driver ha protestato di fronte alla Casaleggio. Francesco Boccia (Pd), dopo aver condannato il lavoro a cottimo e caporalato digitale, ha notato che se “alcuni lavoratori hanno pensato di protestare sotto la sede di una società privata, significa che inizia a esserci nel Paese la percezione di un legame tra la società e il movimento politico”. Ha ragione. E il Movimento 5 Stelle potrebbe ripartire proprio da qui, dai temi del lavoro, mai come in questo momento umiliato. Altro che fondamento della Repubblica.

Al Movimento non basta l’alibi dei dem

“L’importante è che abbia perso il M5S”. In questa frase pronunciata all’indomani del voto in Sardegna da storici elettori Pd c’è tutto: c’è la cappa del vecchio status quo, che vede come fumo negli occhi – da sempre e per sempre – i barbari grillini. Non certo la Lega, che di quel sistema fa parte da decenni e, pur essendo sulla carta il competitor naturale di chi arriva da sinistra (ma poi è andato altrove), è nella realtà partito “di mondo”, che conosce e riconosce le dinamiche consolidate, garantendone la sopravvivenza.

Altro che “antisistema”. Ma c’è anche la (sola) ragione dell’ottimismo attuale del Pd: nel giro di 15 giorni il centrosinistra ha perso due regioni che amministrava, che passano ai (presunti) avversari della (presunta) contrapposizione ventennale, quindi non avrebbe proprio nulla da festeggiare. Anzi. Eh, ma “l’importante è che abbia perso il M5S”. Come se Ultimo al Festival di Sanremo si consolasse della mancata vittoria con “almeno quelli del Volo sono arrivati terzi”. Contento tu.

Detto questo, l’eclissi dei 5 Stelle deve far riflettere. Ok la cappa politico-informativa, molto più indulgente col Capitano che con Di Maio&Associati.

Ok che, in un contesto come questo, è difficile far passare quello che si è fatto di buono (una legge anticorruzione che finalmente porta in carcere chi ha rubato ai malati, un decreto Dignità che finalmente mette paletti al precariato facendo crescere le assunzioni stabili, il taglio ai vitalizi, il Reddito di cittadinanza vedremo se funzionerà ma intanto c’è…). Ok che ci sono i fucili spianati, ma proprio per questo non sono concessi errori. E, al di là dell’incontro assai discutibile coi Gilet gialli (il video in cui Chalençon evocava il “golpe militare” era di dicembre), delle inversioni su Tap (e speriamo non Tav) e autorizzazioni a procedere, di gaffe varie ed eventuali, ci sono due errori a mio avviso imperdonabili.

1) Perché, col doppio dei seggi in Parlamento e molti elettori anche di sinistra, si è deciso di appiattire il Movimento sulla destra di Salvini, su temi cruciali come immigrazione e sicurezza, quando dalla parte opposta c’è una prateria (basta il vocale di Richetti per capire le loro priorità)? Per un elettorato volatile e post ideologico come quello grillino, questo è stato un discrimine che ha spinto o all’astensione o al grande salto leghista. È la storia del nostro Paese: tra copia e originale alla fine si sceglie sempre l’originale.

2) Perché un Movimento nato e cresciuto sul territorio, su battaglie territoriali e con strutture territoriali come i meet-up, ha perso quel radicamento e, se vince le elezioni politiche, perde le Amministrative?

“L’importante è che abbia perso il M5S”: l’alibi del Pd, delle undici liste del neo-governatore Solinas (e il suo determinante Partito Sardo d’Azione) e le otto del centrosinistra di Zedda, dell’“era la prima volta che partecipavamo alle Regionali” non possono e non devono bastare. Vanno bene (forse) per gli “altri”. Al M5S serve una riflessione seria e impietosa (più sostanziosa del semplice superamento dei due mandati).

Perché alle Europee quella frase rischia non solo di tornare come un mantra ma di avere anche conseguenze sul governo: se si invertono i fattori del 4 marzo (Lega al 33% e 5S sotto il 20), chi garantisce che Salvini sarà ligio come lo sono stati gli alleati sulla Diciotti e non immaginerà invece un’altra maggioranza con tutti quelli che quel mantra lo continuano a ripetere?