“Oggi metto l’azienda in liquidazione, devo occuparmi del Paese”

La giornata di ieri, per il vicepremier Luigi Di Maio, è iniziata, dopo l’ultima polemica lanciata dalla trasmissione tv delle Iene, con il video, drammatico, del padre. Con i suoi 5 minuti e mezzo di debutto su Facebook, papà Di Maio ci mette la faccia, chiede scusa (“Sono un piccolo imprenditore che ha commesso degli errori”) e libera, ancora una volta, il figlio da responsabilità. Questo non ha però silenziato il telefono della sua portavoce, che ha squillato in continuazione per tutto il giorno. Nè fermato il “placcaggio” del vicepremier (oggi ospite in tv di Bruno Vespa a Porta a Porta).

Tra un incontro con il vicepresidente della Repubblica del Kenya, un impegno su Cassa Depositi e Prestiti, il convegno Global Meeting e 5G, riusciamo, in serata, a ottenere una risposta alle nostre domande.

A suo padre, Antonio Di Maio, sono state notificate 33 cartelle esattoriali di Equitalia, dal 2001 al 2011. Tra debiti previdenziali, contributivi e tasse non pagate, il totale è di 134.226,82 euro (176.724,59 con interessi di mora e altri oneri). Suo padre aderirà alla rottamazione – la cosiddetta “pace fiscale” – alleggerendo così, grazie all’abbuono di sanzioni e interessi vari, la sua posizione debitoria nei confronti del Fisco?

A mia precisa domanda, mio padre ha risposto che non aderirà alla rottamazione.

Anche se suo padre dovesse decidere di non aderire, secondo l’articolo 4 del decreto fiscale da poco approvato, su 33 cartelle, 13 si annullerebbero d’ufficio, in automatico (quelle inferiori ai 1.000 euro): una cancellazione di circa 5mila euro di debito. La “pace fiscale” è una delle misure più importanti della Legge di Bilancio del governo Lega-M5S, questo non le crea imbarazzo? Per quanto si tratti di soli 5mila euro, non le sembra comunque un potenziale conflitto di interessi?

Non so se alcune cartelle si estingueranno, ma resta il fatto che su un debito di circa 180.000 euro questo non migliorerebbe in maniera significativa la situazione di mio padre.

Sa se suo padre ha aderito in passato ad altre forme di rottamazione, anche parziale, delle cartelle (come quella del 2016 targata Renzi)?

Anche in questo caso, ho chiesto a mio padre e ha risposto che non ha aderito alla rottamazione prevista nel 2015/2016.

Quando ha deciso, nel 2014, di occuparsi della ditta di famiglia, sapeva del debito di suo padre con Equitalia?

Assolutamente no. Mio padre l’ha tenuto nascosto a noi figli. E questo lo ha già detto.

Sua madre Paolina Esposito aveva debiti con l’Agenzia delle Entrate, o cartelle esattoriali pendenti di Equitalia, quando le ha ceduto l’azienda?

Non lo so, se ne è occupato il commercialista. Io all’epoca ho solo accettato la donazione di mia madre.

L’attività imprenditoriale della Srl è cessata da oltre un anno e domani (oggi per chi legge, ndr) la stessa verrà posta in liquidazione.

Poiché ho già dichiarato di non essermi mai occupato di fatti di gestione, di essere stato operaio della ditta di mia madre per soli 4 mesi, e di aver aperto il cancello del deposito di mio padre qualche volta e niente più, non potendomi ora occupare del controllo di legalità e della revisione contabile postumi delle aziende di famiglia, io direi di finirla qui perché devo occuparmi dei problemi del Paese.

Ecco la cartella di Equitalia e le pendenze di Di Maio sr.

Ci vogliono quasi 60 pagine allegate al fascicolo dell’iscrizione ipotecaria 34440/ 2010 per mettere in fila gli estremi delle 33 cartelle esattoriali accumulate da Antonio Di Maio, il padre del vicepremier e capo politico del M5S Luigi Di Maio, al quale ieri ha chiesto di nuovo scusa, leggendo una lettera in un video postato su Facebook in cui si dice anche “orgoglioso di suo figlio”. Le cartelle sono state notificate durante un periodo lungo circa nove anni, dal 2001 al 2010, nel quale il piccolo imprenditore edile di Pomigliano d’Arco (Napoli) ha accumulato debiti previdenziali e contributivi e tasse non pagate fino a 176.724,59 euro, comprensive degli interessi di mora.

Per arrivare a farsi iscrivere il 3 settembre 2010 da Equitalia Polis spa un’ipoteca di 353.449,18 euro (somma come da prassi pari al doppio), sulla sua metà della proprietà di due terreni e un fabbricato a Mariglianella (Napoli), papà Di Maio ha fatto debiti con Inps, Inail, con la Cassa Previdenziale dei Geometri e con l’Ufficio Imposte Dirette, e non ha pagato alcune tasse sui rifiuti solidi urbani. Tra le causali dei mancati versamenti figurano somme mai corrisposte per addizionali regionali Irpef, per Iva, Irap-Irpef, per un mancato pagamento di Iva di ritenuta alla fonte, e manca pure un’imposta sul condono. Sembrerebbe il classico elenco di debiti di un imprenditore in difficoltà che non riesce a onorare gli impegni in un momento di crisi, durante il quale ha lavorato senza ottenere il pagamento delle commesse – lui così dice nel video postato ieri su Facebook – e non riesce più ad adempiere agli obblighi previdenziali e contributivi. Fino a lasciarsi stritolare dalle cartelle esattoriali.

La prima, la 071/2000/ 01166576/27/000 viene notificata ad Antonio Di Maio il 28 febbraio 2001 ed è pari a un importo di circa 12.000 euro, che con gli interessi di mora sfiora i 20.000 euro. Causale: contributi cassa artigiani. L’ultima, la 071/2010/ 00934019/ 79/000, lo raggiunge il 31 maggio 2010 ed è di poco meno di 1.500 euro, registrata con la voce generica “contributi”. In mezzo c’è una lenta ma inesorabile deriva di poche migliaia di euro alla volta: che però, addizionate, vanno a formare cifre importanti. Le stangate arrivano tra la fine del 2006 e la fine del 2007. Il 29 novembre 2006 Antonio Di Maio viene raggiunto dalla cartella esattoriale 071/2006/ 02463638/ 09/000 di quasi 27.000 euro più quasi altri 3.000 di interessi di mora. Si tratta di mancati pagamenti di contributi previdenziali aziendali. Il 9 ottobre 2017 un’altra mazzata con la stessa causale di quasi 29.000 euro più interessi per altri 3.300 euro circa. Proprio nel 2006 Antonio Di Maio compie il passaggio di mano dell’impresa nelle mani della moglie, la signora Paolina Esposito, insegnante. Lo fa per far proseguire l’attività, come ha chiarito ieri nel video. Dal 2006 nasce l’impresa individuale della moglie. Sei anni dopo tocca ai figli: Luigi e Rosalba creano la Ardima Srl nel 2012 e due anni dopo, nel 2014, quando Luigi è deputato, ricevono in donazione l’azienda (cioè il complesso organizzato dei beni e i passivi) dell’impresa materna.

L’atto di iscrizione dell’ipoteca a carico del padre iscritto in Conservatoria è su carta intestata Equitalia Polis spa di Napoli. Il procuratore speciale dell’iscrizione si chiama Pasquale Di Maio (omonimia) ed agisce con una procura del luglio 2009 presso il notaio di Napoli Sabatino Santangelo. Ed è da questa ipoteca, e dalla sua genesi, che bisogna partire per spiegare perché Antonio Di Maio abbia sentito ieri il dovere di difendersi dai sospetti delle Iene di aver intestato le aziende a “prestanomi” (tali sarebbero i familiari) per provare a frodare il fisco. “Non esiste nessuna elusione fraudolenta – ha detto durante il video – nel 2006 ho deciso di chiudere la mia azienda per debiti tributari e previdenziali che non ero in grado di pagare”. Sono i debiti che oggi vi riferisce il Fatto. “Questi avevano bloccato l’attività di impresa per cui non vi era altra strada che chiuderla – ha spiegato – non ho sottratto i miei beni alla garanzia dei creditori, tanto è vero che, 4 anni dopo, nel 2010, Equitalia Polis spa agente della riscossione per la provincia di Napoli iscrive ipoteca legale su due terreni e un fabbricato di mia proprietà a Mariglianella”. In cinque minuti di fronte alla telecamera, Di Maio senior chiede scusa praticamente a tutti: al figlio, ai familiari, a chi lavorò per lui in nero. “Ho commesso degli errori. Mi dispiace per Luigi, ma lui non ha la minima colpa e non era a conoscenza di nulla. So che tanti padri mi capiscono”.

Toghe e politica: Emiliano non rinnova la tessera Pd

Il governatore pugliese Michele Emiliano non rinnoverà la tessera del Pd. Il motivo, però, non è politico ma è legato al processo disciplinare davanti al Csm, anche se il presidente, per spiegare la sua decisione, fa riferimento solo alla sentenza della Consulta del luglio scorso: “Per ragioni legate al mio ruolo di magistrato, sia pure in aspettativa per mandato elettorale, devo comunicare la mia decisione, dolorosa ma inevitabile, di non rinnovare l’iscrizione al Pd, in ossequio alla recente sentenza della Corte costituzionale in materia”. La Corte ha stabilito che è legittimo l’illecito disciplinare previsto per chi, magistrato, sia pure in aspettativa, si iscrive a un partito o partecipi in maniera sistematica e attiva alla vita di un partito. Ma Emiliano sostiene che continuerà “a supportare il Pd e continuerò a frequentare il mio circolo”. Prima della rinuncia alla tessera, aveva chiesto al Csm un rinvio dell’udienza, prevista per giovedì prossimo, per un impegno istituzionale. Rinvio concesso. In aspettativa da ben 14 anni, il governatore è finito sotto processo disciplinare dopo la sua partecipazione alle primarie del Pd.

Global Compact: un bel pezzo di M5S per il No

È solo un accordo disseminato di buoni intenti, non vincolante. Eppure il Global Compact for Migration è una rogna per la maggioranza, e innanzitutto per i Cinque Stelle. Perché sul documento Onu sull’immigrazione la maggior parte del M5S spinge per il no, in linea con la Lega di Matteo Salvini.

C’è diffusa contrarietà, nei confronti di un testo che prevede delle linee guida per la gestione dell’immigrazione e l’accoglienza dei richiedenti asilo, articolate in 23 obiettivi, e che esorta gli Stati a una maggiore cooperazione e a favorire l’apertura di vie legali per l’immigrazione. “Ma sono solo belle intenzioni, mentre noi aspettiamo impegni concreti sulla redistribuzione dei migranti” sibila un parlamentare di peso. E poi c’è un concreto timore, ovvero quello di lasciare troppo campo a Salvini sul suo tema, l’immigrazione, dicendo di sì a un documento che la riconosce e che vorrebbe tutelarla. Però sono valutazioni che fanno rima con problema, grosso. Perché a spingere per sottoscrivere l’accordo c’è un pezzo pesante del governo come il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. E come lui si è schierato per il sì il presidente della Camera Roberto Fico, il 5Stelle più a sinistra tra i big. Soprattutto, ad auspicare la ratifica c’è il Quirinale, che ha un filo diretto con entrambi. Però il quadro è complicato.

Per questo Salvini una settimana fa alla Camera ha annunciato che il governo non deciderà sul testo, finché non si sarà espresso il Parlamento. Ovvero, ha rimesso tutto all’aula per evitare una frattura dentro l’esecutivo. E il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che il 26 settembre davanti all’assemblea dell’Onu aveva giurato altro (“L’Italia sostiene il Global Compact”), ha dovuto virare in appoggio al vicepremier. Non è un caso allora che ieri su Repubblica l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni abbia definito “assolutamente possibile” un asse tra M5S e Pd sul sì al documento. Un mezzo siluro, perché Gentiloni sa bene quanto siano larghe le distanze sul tema dentro il Movimento. E punta a evidenziarle. E che sia una possibile mina lo sanno bene, dentro i 5Stelle. “I nostri dovrebbero leggere il testo con attenzione” è la raccomandazione che rimbalza nei vari conciliaboli. E per facilitarli pare che il documento stia venendo tradotto a beneficio dei parlamentari. Però il punto resta ovviamente un altro. Ossia come esprimersi sulla mozione di Fratelli d’Italia per il no al Global Compact, calendarizzata in aula a Montecitorio per il 22 e il 23 dicembre. “Ma di mozioni ne arriveranno altre, compresa una di maggioranza” ricorda una fonte del Movimento.

Ed è l’indicazione di una possibile via d’uscita, con un testo che magari esprima una posizione di non netta chiusura ma dove comunque venga chiesto più tempo per maggiori approfondimenti, da affidare al governo. E sarebbe una mozione su cui far convergere i voti di Carroccio e M5S. Mentre è già evidente quanto Fico sia sensibile alla vicenda. “Per lui il voto sul documento Onu potrebbe essere uno snodo” azzarda un parlamentare vicino al presidente della Camera, già contrario al decreto sicurezza. Mentre tra i malpancisti a 5Stelle affiora una convinzione: “Se un argomento viene rimandato al voto dell’aula, ogni parlamentare deve essere libero di esprimersi”.

Tradotto, invocano la libertà di coscienza. Ma sarebbe quasi un’eresia per il M5S, dove venne concessa solo una volta nel febbraio 2016, sul disegno di legge sulle unioni civili. E fu Beppe Grillo a decidere tramite blog, su un provvedimento che lacerò il gruppo parlamentare. Altri tempi, e altri guai.

L’intellighenzia di sinistra che ora dice: “Silvio, torna”

Nella sua colpevole superficialità, l’autore di questo diario si prepara al Natale ma non si accorge dell’Apocalisse prossima ventura. Segni molteplici dei giorni di tribolazione che ci attendono erano già stati colti da un testo profetico presentato, anzi concelebrato giorni fa a Roma: Kerygma –Il Vangelo degli ultimi giorni. Vaticinato da quel Cristiano Cerasani, stretto collaboratore, ieri di Maria Elena Boschi (Pd), e oggi del ministro della sacra famiglia leghista, Lorenzo Fontana. Chiaro il riferimento biblico al lupo e all’agnello che giaceranno insieme (ma l’agnello non dormirà molto: Woody Allen).

Del resto, accadimenti terrifici funestano il novembre del nostro scontento: Parigi a ferro e fuoco, alluvioni, sommovimenti tellurici, e soprattutto la catastrofe del Pd. “Sezioni che chiudono, militanti in fuga, elettori dispersi”, annuncia l’Espresso con una copertina triste come il Var di Roma-Inter. Un viaggio tra “le macerie democratiche” che degnamente si accompagna al “ritratto di un Paese sull’orlo del caos”. Che non è l’Italia ma il Regno Unito della Brexit, “depresso, sfiduciato, rabbioso”.

Così, rigenerati dal pessimismo della mestizia ci tornano in mente le recenti affermazioni dello scrittore Sandro Veronesi, ingiustamente sottovalutate da coloro che cullandosi nell’accidia si affannano a non cogliere il senso dell’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Queste: “Berlusconi? Meglio lui di Salvini e Di Maio. Firmerei col sangue per riaverlo premier”. Al di là dell’immaginario politico esoterico (il sangue come sigillo, il patto col diavolo), coerente con i tempi gravidi di oscuri presagi, non possiamo non interrogarci sulla tempesta interiore che sconvolge le certezze di uno scrittore di successo. Al punto da indurlo a rimpiangere il Belzebù di Arcore, che pure aveva ardimentosamente combattuto “scappando dalla Mondadori il giorno dopo che era diventato presidente del Consiglio”.

Quali forze primordiali della natura si stanno scatenando se le migliori intelligenze della sinistra smaniano per il ritorno di colui, Silvio, che avevano trattato come criminale, puttaniere, vituperio delle genti, feccia umana? Pur di cancellare (con il proprio sangue) “questi qua”? Pur di salutare con la ola la restaurazione al governo di “Tremonti e di Brunetta” (Veronesi testuale)? Certo, la ruspa di Salvini e lo sguardo concentrato di Toninelli possono gettare chiunque nello sconforto più profondo. Così come una nazione che nella sua storia ha subito il terrorismo, la P2, Tangentopoli e la nipote di Mubarak, difficilmente può sopportare (c’è un limite a tutto) la piscinetta abusiva di casa Di Maio e i balbettii della sottosegretaria Castelli.

Forse, questo clima tenebroso da si salvi chi può, da fine del mondo, da Settimo Sigillo, da “peggio di questi non c’è nulla”, lo avrebbe potuto spiegare compiutamente il grande Ennio Fantastichini, alias Ruggero Mazzalupi, il facoltoso bottegaio romano di Ferie d’Agosto di Paolo Virzì. Quando in risposta alla famiglia progressista, democratica e antifascista di Silvio Orlando, argomenta: “Voi intellettuali ve state a’ atteggià, a’ criticà, a’ analizzà. La verità è che nun ce state a capì più un cazzo. Ma da mo’”.

Politica e psicosi: Renzi cita Bettino

Il percorso ha una sua coerenza, per così dire, umana e politica. Dopo le scuse a Berlusconi, Matteo Renzi nella sua e-news di ieri è passato alla citazione di Bettino Craxi: “I 5 Stelle hanno creato un clima infame”. Quella frase, però, il leader socialista la pronunciò il 3 settembre 1992 davanti alla salma del collega e amico Sergio Moroni; a Renzi, ammantato di martirio, serve a parlare delle piccole vicende imprenditoriali – diciamo – di suo padre, meglio noto come “babbo”. Va detto, c’è del metodo nella psicosi egotica del nostro: “Almeno Di Maio può contare sulla solidarietà dei suoi colleghi 5S. A me invece la solidarietà è arrivata dalla nostra gente, non dal gruppo dirigente del Pd”. Da manuale: autocommiserazione e mania di persecuzione. Il dottore consiglia: silenzio e preghiera (pure per il babbo). Tanto più che, non parlando, Renzi potrebbe evitarsi l’ennesimo dispiacere: accorgersi che nessuno lo ascolta più.

Morandi, lavori in ritardo: i rimpalli delle colpe

Il nodo del ponte sequestrato. La scena si ripete: a settembre era stato il ministro Danilo Toninelli. Oggi si dice che sia il sindaco di Genova, Marco Bucci, a mostrare segni di impazienza temendo che il sequestro del ponte per l’incidente probatorio ritardi i cantieri. Difficile dire se sia così oppure, come ipotizza un magistrato, “se la politica cerchi di togliersi di dosso il peso di possibili ritardi puntando il dito sulla giustizia”. In Tribunale a Genova, come ha riportato ieri Repubblica, si racconta di frequenti telefonate dal Comune per chiedere notizie del dissequestro del ponte. Destinatari la Procura, ma soprattutto l’ufficio del Gip che ha in mano la palla.

Finora i rapporti tra il sindaco Bucci, che pure non è noto per i modi diplomatici, e i magistrati impegnati nell’inchiesta erano stati ottimi. Ma ora il tempo stringe: Bucci ha annunciato che il 15 dicembre partiranno i lavori di demolizione e sa di avere i riflettori addosso. D’altra parte i periti del tribunale, che dovevano terminare il proprio lavoro domani, hanno chiesto un supplemento di tempo. Bisognerà aspettare ancora per avere i risultati delle analisi sui reperti affidati ai laboratori di Zurigo: “I reagenti chimici richiedono trenta giorni”. Il rischio sarebbe di non poter individuare le responsabilità. Di lasciare le famiglie delle 43 vittime senza risposte.

E tornano in mente le parole pronunciate da Toninelli a settembre: “Le attività indispensabili per la ricostruzione del ponte di Genova non potranno che seguire al dissequestro dell’area”. Ma è davvero così? Il procuratore di Genova, Franco Cozzi, lo dice da agosto: “Se ci chiederanno di togliere i sigilli, se qualcuno arriverà dicendomi che sono pronti per la demolizione o hanno un progetto di ricostruzione, noi saremo pronti a compiere gli accertamenti e dissequestrare l’area in tempi brevi. Ma finora non si è presentato nessuno”.

Il piano di demolizione da concordare con i periti non è ancora arrivato in Tribunale. Dovrebbe essere consegnato domani.

“Promesse di soldi ai giudici per la sentenza a favore di B.”

C’è un terremoto intorno alla sentenza Mediolanum, quella che nel 2016 riconsegna alla Fininvest di Silvio Berlusconi il 20 per cento della banca. Ed è un terremoto giudiziario, non economico.

La Procura di Roma infatti indaga per corruzione in atti giudiziari, sospettando che ci sia stato il tentativo di pagare mazzette per incassare una sentenza favorevole. Non si sarebbe andati oltre le promesse del passaggio di denaro. E di tutto questo, i pm non hanno raccolto prove che ne fosse a conoscenza l’ex premier, al quale di certo quella sentenza ha fatto piacere. Non ci sono flussi di denaro né altri elementi per sostenere insomma che Berlusconi sapesse.

Intanto per cercare di districare una vicenda molto complessa ieri i pm Paolo Ielo, Stefano Rocco Fava e Fabrizio Tucci hanno convocato in Procura l’avvocato Francesco Marascio. Quest’ultimo è indagato perché, si legge nel capo di imputazione, “quale intermediario, prometteva denaro a giudici del Consiglio di Stato che deliberavano la sentenza numero 6516/2015 depositata il 3 marzo 2016, avente a oggetto il ricorso proposto da Silvio Berlusconi nei confronti di Banca d’Italia e altri per la riforma della sentenza del Tar concernente la sospensione del diritto di voto e degli altri diritti di influire su Mediolanum Spa nonché l’alienazione delle partecipazioni disposta da Banca d’Italia con provvedimento del 7 ottobre 2014”. La sentenza finita nel mirino dei magistrati è quindi quella del 3 marzo 2016 che dà ragione alla Fininvest.

Dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier, infatti, persi dunque i requisiti di onorabilità, la Banca d’Italia gli impone di cedere il 20 per cento di Banca Mediolanum (valore circa un miliardo). Berlusconi ricorre al Tar e perde. Presenta ricorso in appello al Consiglio di Stato che dapprima, nel dicembre 2015, gli concede una sospensiva, poi gli dà pienamente ragione. Infine, durante la camera di consiglio del 14 gennaio 2016, il collegio prende la decisione favorevole alla Fininvest.

Ma come nasce questa indagine? Parte da una perquisizione disposta, nell’ambito di una differente inchiesta, il 4 luglio 2016 quando gli investigatori del Nucleo valutario della Guardia di Finanza, all’epoca guidato dal generale Giuseppe Bottillo, bussano anche alla porta di Renato Mazzocchi, ex funzionario della Presidenza del Consiglio. Qui trovano una busta con dentro 230 mila euro in contanti, ma anche appunti ritenuti interessanti.

Si tratta di alcuni suggerimenti su come rispondere a Bankitalia che argomentava (per la prima volta in aula il 24 gennaio 2016) sui motivi per cui Berlusconi avrebbe dovuto cedere le sue azioni. Secondo gli investigatori quei suggerimenti giuridici sarebbero finiti nella sentenza, depositata il 5 marzo, in cui vengono bocciate le richieste di Bankitalia.

Un altro appunto invece riporta: “Ho parlato con B. – è scritto in sintesi – il quale mi ha detto che il relatore del 4 dicembre è lo stesso del 24 gennaio”. Gli investigatori sono certi che B. non sia Berlusconi. Sospettano invece che il “relatore” citato nell’appunto possa essere Roberto Giovagnoli, il quale ha svolto questo ruolo sia nella udienza di dicembre sia in quella di gennaio.

Per due anni quindi i magistrati hanno lavorato sui risultati di quelle perquisizioni, hanno interrogato diverse persone, decidendo alla fine di procedere per corruzione in atti giudiziari. A oggi non ci sono prove di un coinvolgimento dell’ex premier che quindi non è indagato e che per gli investigatori resta un soggetto ignaro rispetto alla vicenda. Ma l’inchiesta non è affatto conclusa.

Pesi e misure

La butto lì, casomai qualcuno volesse riflettere seriamente sul ruolo dell’informazione nell’Italia del 2018, uscendo per un attimo dalle opposte trincee del giornalismo embedded: avete idea di quanti articoli di giornale, servizi di tg e dibattiti da talk show e da social sono stati dedicati ai guai del padre di Di Maio e alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia? Da una parte abbiamo tre o quattro operai in nero, tre o quattro abusi edilizi, una betoniera, una carriola e un mucchietto di mattoni abbandonati nella microditta dei genitori di Di Maio (che per ora non risulta aver fatto un bel nulla). Dall’altra abbiamo la Corte d’assise di Palermo che condanna penalmente Marcello Dell’Utri, inventore di FI (il partito che ha dominato la scena politica dal 1994 all’altroieri), e i massimi vertici del Ros dei Carabinieri del 1992-’96, per aver aiutato gli stragisti di Cosa Nostra a ricattare lo Stato a suon di stragi; e condanna politicamente i governi Amato (1992), Ciampi (1993), Berlusconi (1994) per aver subìto quel ricatto mafioso senza mai né respingerlo né denunciarlo.

In quella sentenza si legge, fra l’altro, che: l’allora presidente Scalfaro mentì sotto giuramento ai pm sostenendo di non sapere nulla dell’avvicendamento ai vertici del Dap fra il duro Nicolò Amato e il molle Adalberto Capriotti, mentre era stato proprio lui a imporlo per ammorbidire il 41-bis che un anno prima era costato la vita a Falcone; molti altissimi rappresentanti delle istituzioni mentirono o dimenticarono per anni il proprio ruolo in quel turpe negoziato, ostacolando l’accertamento della verità; l’allora premier Giuliano Amato fu informato nell’estate ’92 della trattativa fra il Ros e il mafioso Ciancimino dalla sua capo-segretaria Fernanda Contri, ma non fece nulla per bloccarla e non ricordò un bel nulla dinanzi ai pm; Violante, presidente dell’Antimafia, fu avvicinato dal colonnello Mori, che gli caldeggiò invano un incontro riservato con Ciancimino, e non ne avvertì mai i pm di Palermo, né allora né quando seppe che indagavano sulla trattativa; mentre B. era al governo, Dell’Utri riceveva nella sua villa a Como il boss Mangano e gli spifferava in anteprima le leggi pro mafia; B. continuò – come faceva da 20 anni – a finanziare Cosa Nostra con versamenti semestrali in contanti almeno fino al dicembre ’94, cioè mentre era premier; senza la trattativa Ros-Ciancimino-Riina-Provenzano, non ci sarebbe stata l’“accelerazione” che indusse Cosa Nostra a sterminare Borsellino e la sua scorta appena 57 giorni dopo aver assassinato Falcone, la moglie e la scorta.

Senza la trattativa – scrivono i giudici – le stragi mafiose si sarebbero interrotte con l’arresto di Riina il 15 gennaio ’93, dunque fu la trattativa a causare gli eccidi della primavera-estate ’93 a Roma, Firenze e Milano (10 morti e 30 feriti). Da due settimane il caso Di Maio (padre) occupa le prime pagine dei quotidiani, le homepage dei loro siti, i titoli dei tg, i dibattiti nei talk e sui social, i discorsi nei bar. Invece all’agghiacciante sentenza Trattativa, che chiude in primo grado uno dei processi più cruciali dell’ultimo cinquantennio, la Norimberga sulle classi dirigenti di sinistra&destra che hanno dominato, e ancora in parte dominano, il potere italiano, giornali e tg hanno dedicato un paio di servizi il primo giorno, e nemmeno fra i principali. Poi silenzio. Zero dibattiti, approfondimenti, inseguimenti modello Iene. Zero domande e dunque zero risposte, autocritiche, scuse al popolo italiano da chi collaborò a metterlo per 25 anni sotto il ricatto mafioso.
Sui guai di suo padre, che non hanno prodotto non dico una sentenza, ma neppure un avviso di garanzia, il vicepremier Di Maio è stato intervistato quattro volte dalle Iene, e bene ha fatto a rispondere, anziché fuggire dal retro e far cacciare i cronisti dalla scorta, come facevano quelli di prima, o seppellirli sotto valanghe di cause civili o minacciare di spezzargli le gambe, come fanno i berluscones e i rignanos. E bene ha fatto suo padre ad ammettere le sue colpe e a mettersi a disposizione delle autorità in due video sul web e un’intervista al Corriere. Ma a voi pare normale che nessuno abbia mai chiesto nulla ad Amato, magari attendendolo sotto casa o davanti alla Consulta, su quel che gli disse la Contri sulla trattativa con la mafia che aveva appena ucciso Falcone e Borsellino? Che nessun politico di destra e di sinistra abbia dovuto scusarsi di aver promosso e coperto Mori&C., anziché degradarli sul campo per aver trattato con Cosa Nostra, omesso di perquisire e sorvegliare il covo di Riina, fatto fuggire Santapaola e Provenzano? Che non una sola domanda sia stata rivolta a B. sui soldi versati alla mafia anche dopo Capaci e via D’Amelio? E che dunque nessuno abbia mai dovuto spiegare o discolparsi per fatti lievemente più gravi di una vasca posticcia, tre ruderi e quattro laterizi? Quale devastazione intellettuale, quale tsunami culturale ha ridotto l’informazione in questo stato comatoso, impermeabile al senso della notizia e financo del ridicolo? Si dirà: le 5.252 pagine della sentenza Trattativa non le ha lette nessuno. Giovedì ne pubblicheremo con Paperfirst una sintesi di un decimo, nel libro Padrini fondatori curato da Marco Lillo e dal sottoscritto. Ma sappiamo tutti che non è questo il punto. Dalla saga Spelacchio alla sitcom Casa Di Maio, quella che chiamiamo “informazione” non ha più nulla a che vedere col diritto-dovere di informare. Quanti pensano di usare il nulla per gettare discredito su chi ha l’unico torto di aver vinto le elezioni, non si accorgono che stanno sputtanando se stessi e l’intera categoria. Ormai la libertà di stampa è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai giornalisti.

Leggete Fusaro e conoscerete le prossime leggi di Salvini

“Ridisponendosi nella forma di una merce tra le merci, anch’esso consumabile e liberamente circolante, l’amore viene prodotto su misura per consumatori unisex che, senza limitazioni, se non economiche, possono fruirne in forme liberalizzate. Da vincolo solidale, decade a merce di libero consumo”.

Con queste parole, già a pag. 13 del suo libro (Il nuovo ordine erotico, Rizzoli), il giovane filosofo Diego Fusaro (la qualifica “giovane” gli spetta, data la data di nascita, 1983, messa bene in vista nel curriculum) salta secoli di letteratura per arrivare subito al punto: ci hanno portato via anche l’amore, noi giovani (sinistra per Salvini) dobbiamo recensire il danno (naturalmente del capitalismo alla Soros e della sinistra venduta), stare alla larga dai falsi predicatori del popolo.

L’autore, ovviamente, si proclama di sinistra, altrimenti il gioco non riesce, ed è in nome di un vigoroso anticapitalismo che ci riporta alla sacralità della famiglia. Intesa come popolo del ministro Fontana e di Adinolfi. L’autore, che insegna all’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici, produce convinzioni che lasciano perplessi, come: “Il nuovo ordine del free market system assoluto con liberalizzazione integrali dei consumi e dei costumi dissolve l’amore relazionale sull’altare del godimento neolibertino individualizzato”.

Dopo questo ammonimento ad Anna Karenina a non disturbare i bravi ufficiali zaristi il cui compito, oltre la famiglia, è fare la guerra, è necessario uno schiaffo all’altro grande nemico dell’amore (nella definizione del libro) e della famiglia nella rappresentazione dell’ autore. Come sapete, è il “gender”. Fusaro vede tre ragioni per combatterlo. Uno è la lotta al gender come individualismo “senza più rigida distinzione di sesso e di genere e vincolo di famiglia affinchè un Paese sia governabile. Uno ancora più importante è certo il matrimonio (che diventa famiglia, scuola, società civile) di cui il nostro filosofo stratega dice che è paragonabile alla marcia orgogliosa di Pelizza da Volpedo. E poi la prova finale: “Si pensi alla pratica dell’utero in affitto”. É evidente “che il nuovo ordine mondiale si fonda sul profilo antropologico dell’uomo senza identità, (…) market oriented”.

Guardatevi questo libro, tenetelo sotto mano. Vi tornerà utile a mano a mano che Salvini annuncerà nuovi improvvisi passi internazionali e nuove leggi al momento non immaginabili, ma tutte tese, cominciando dalla sicurezza contro i neri e al libero uso delle armi da fuoco, alla protezione della famiglia.