Deficit, trattativa a oltranza con l’Ue. Goldman Sachs: “Il mercato vi punirà”

Il governo si è ormai convinto che in un modo o nell’altro dovrà trovare l’intesa con Bruxelles sulla manovra. La trattativa prosegue. “Nei prossimi giorni faremo un nuovo passaggio con la Commissione”, ha spiegato ieri il premier Giuseppe Conte. È a lui che è stato affidato il compito di gestire il complesso negoziato.

La situazione è questa. Il governo punta a ridurre di circa 4 miliardi le spese delle misure in manovra, dal reddito di cittadinanza a Quota 100 e spostarle sulle spese “eccezionali” (infrastrutture e dissesto idrogeologico) e chiederne lo scorporo dal disavanzo, fissato dalla manovra al 2,4% del Pil per il 2019. Bruxelles vuole invece che sia anche ridotto formalmente, per essere portato sotto quota 2%, più o meno il livello previsto per il 2018. Servirebbero così 7 miliardi. A Palazzo Chigi si lavora superare lo stallo, anche riducendo formalmente il disavanzo. “Non sto lavorando a un obiettivo sotto il 2%”, ha chiarito però Conte, confermando indirettamente che si può trattare. Di certo non c’è più una chiusura totale a uno scenario alternativo rispetto a quello pensato dall’esecutivo e considerato intoccabile fino a qualche giorno fa. L’unica certezza è che si vuole evitare la procedura di infrazione, il cui passo formale verrà aperto il 19 dicembre. “Non basta il cambio dei toni, serve una correzione consistente”, ha avvisato ieri il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, che ha incontrato ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria all’Eurogruppo, la riunione dei ministri finanziari dell’eurozona.

I negoziati sono partiti al G20 di Buenos Aires e il mandato a trattare dato domenica a Conte da Di Maio e Salvini ha allentato le tensioni finanziarie (lo spread ieri ha chiuso in calo a 284). Restano due settimane per trovare l’intesa (il 13 Conte e Jean Claude Juncker si vedranno a Bruxelles). Intanto però aumentano le pressioni sull’Italia. Ieri ci ha pensato Goldman Sachs: “Il più probabile catalizzatore per un ritorno alla disciplina di bilancio – si legge in un report della banca Usa – sarà un’ulteriore pressione dei mercati”. In questo momento “l’Italia getta una nube scura” sullo scenario europeo e “le cose potrebbero dover peggiorare prima di vedere un miglioramento”. Secondo gli analisti di Goldman, dopo il calo del Pil nel terzo trimestre 2018 l’economia italiana all’inizio del prossimo anno “flirterà con la recessione” e il Pil nel 2019 aumenterà solo dello 0,4 per cento, contro l’1,5% previsto dal governo.

Via il fondo sanitario per i migranti

Svincolati. Parliamo di 30,99 milioni che fino a oggi erano destinati anche all’assistenza sanitaria degli immigrati “non iscritti al sistema sanitario nazionale”. Gli ultimi degli ultimi. Un emendamento alle legge di Bilancio presentato dalla maggioranza (Lega e M5S) dispone che i 30 milioni fino a oggi “vincolati” dal 2019 “confluiscono nella quota indistinta del fabbisogno sanitario standard nazionale” venendo così ripartiti tra le Regioni secondo criteri e modalità “in materia di costi standard”.

L’emendamento sarà votato oggi: “Parliamo di denari destinati a persone disperate. Che così perderanno quelle poche risorse che erano loro garantite”, spiega Stefano Fassina (Commissione Bilancio della Camera, LeU). Aggiunge: “Si tagliano 30 milioni che sono tanti per questi migranti. Ma una goccia nei 120 miliardi del bilancio della sanità”. A che cosa erano destinati i fondi vincolati? Alle cure mediche dei migranti, ma anche, si legge nell’emendamento, “alla riqualificazione dell’assistenza sanitaria e dell’attività libero-professionale”.

Ma la norma, se approvata, toglie cure ai migranti più indifesi? Sergio Venturi, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna (centrosinistra) non condivide l’allarme: “La richiesta delle regioni, di cui si fa carico l’emendamento, è motivata dalla necessità, più volte evidenziata, di disporre di tutte le risorse, sia indistinte che vincolate, nel momento del riparto del fondo sanitario, che in via ordinaria viene ripartito nella prima parte dell’anno. Le quote vincolate vengono invece ripartite in chiusura di esercizio finanziario e per cassa arrivano anche con due anni di ritardo”, sostiene Venturi. Ma i migranti sarebbero lo stesso tutelati? “Pur confluendo nella quota indistinta, le risorse mantengono la stessa finalizzazione, in quanto previste da specifiche normative di settore. Nel caso dell’assistenza sanitaria per gli stranieri non iscritti al Sistema Sanitario Nazionale, permane l’obbligo di assistenza nelle forme previste dalla legge, e la partecipazione finanziaria dello Stato avviene ad inizio anno e non alla fine”.

Sonia Viale, assessore alla Sanità della Liguria (Lega), giura: “I migranti saranno curati sempre e comunque, è uno dei vanti del nostro sistema sanitario: assistere tutti”. La stessa Viale aggiunge: “Certo, bisogna combattere gli eccessi. Come avviene, in altro ambito, nel decreto Salvini che non concede più la residenza anagrafica e quindi la carta di identità della Repubblica Italiana ai migranti residenti in Sprar e Cas”.

Ma proprio questo collegamento allarma Fassina e fa sorgere, secondo l’opposizione, il dubbio che si tratti di un emendamento con un significato soprattutto politico anti-migranti: “Il combinato disposto del decreto Salvini e dell’emendamento rischia di avere effetti molto pesanti. Da una parte infatti si aumenta a dismisura il numero delle persone senza residenza anagrafica e dall’altra vengono svincolate le risorse che potevano curare queste persone escluse dal Sistema Sanitario. Quei milioni non risolvono i mali della sanità italiana, ma significavano molto per migranti che hanno bisogno di cure”.

Frequenze, il muro della Lega contro la norma sgradita a B.

L’emendamento che per qualcuno è una minaccia non ci sarà. O almeno non ora. Riapparirà in Senato, assicurano, dopo un rinvio che ha motivi tecnici ma soprattutto ragioni politiche. Perché rappresenta il millesimo problema incorso tra Cinque Stelle e Lega, l’emendamento del M5S alla legge di Bilancio con cui si vuole riassegnare tramite asta parte delle frequenze tv in eccesso per il digitale terrestre.

Un provvedimento che Il Giornale ha già bollato come un “ricatto grillino alla manovra”, sostenendo che vada a penalizzare Mediaset, l’azienda della famiglia Berlusconi. E il Carroccio, chissà quanto influenzato dal gran capo di Forza Italia, sembra avere il medesimo dubbio. Perché fa muro all’emendamento, da giorni. “Man mano che saliamo di grado nelle interlocuzioni, il vento contrario aumenta” raccontano dal Movimento. Ed è un’immagine che rende l’idea del peso della partita.

In ballo ci sono due mux o multiplex: sistemi di diffusione digitale del segnale televisivo, tramite cui i canali tv possono essere trasmessi sulla stessa banda di frequenze. Caselle che il ministero dello Sviluppo economico vuole liberare, in vista del passaggio obbligato nel 2022 a un nuovo sistema di trasmissione digitale. L’obiettivo è “superare l’attuale legge sulle frequenze, la Gasparri”, come ha precisato giorni fa la deputata del M5S Mirella Liuzzi, cancellando tra l’altro la riserva di un terzo dei mux (in tutto dieci) per le emittenti locali. Ergo, i due mux ricavati andrebbero riassegnati a operatori nazionali. Tramite asta senza rialzo, come prevede il Movimento, e soprattutto come vuole l’Unione europea.

Ma il Carroccio per adesso di asta non vuol sentire parlare. Ed è questo, il vero punto di scontro tra i gialloverdi. Dietro il quale gli stessi 5Stelle vedono l’influsso di Silvio Berlusconi, l’alleato che non smette di ricordare a Matteo Salvini (e al sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti) il peso dei suoi interessi. Lo ammettono in tanti nel M5S, fuori taccuino. Ma sempre Liuzzi la settimana scorsa è stata abbastanza chiara: “Chi vuole queste frequenze può partecipare all’asta che non va a rilanci, quindi ipotizzo che non ci sarà una spesa molto grande. Mentre forse ci si aspettava che fossero date in base a non si sa quali criteri…”. Magari in base a un accordo tra gli operatori del settore, senza denaro da spendere e senza il rischio che qualche azienda si allarghi con più canali, attirando potenzialmente più pubblicità. E potrebbero essere queste, le ansie per Mediaset. A cui nel partito di Salvini sono sensibili.

E allora la certezza è che l’emendamento del M5S, a firma del relatore alla manovra, Raphael Raduzzi, non sarà discusso in commissione Bilancio alla Camera. “Dalla Ragioneria dello Stato non sono arrivati in tempo i dettagli sulle coperture economiche” dicono. Ma è chiaro che a pesare è stato soprattutto lo stallo politico. Tale da indurre i 5Stelle a rinviare, per ripresentare l’emendamento a Palazzo Madama. Nell’attesa, gli ambasciatori dei due fronti lavorano per un possibile punto di caduta. Ma i margini sono stretti, e un possibile pasticcio su una norma del genere sarebbe difficilissimo da gestire: innanzitutto per il Movimento. che nell’attesa ieri ha già fatto un altro passo indietro, ritirando l’emendamento sui tagli all’editoria. Il sottosegretario a Palazzo Chigi con delega sulla materia, Vito Crimi, minimizza: “Lo ripresenteremo in Senato: c’è bisogno di un ulteriore approfondimento, con una rimodulazione della progressività delle riduzioni e per interventi specifici per il settore delle edicole. Il taglio dei contributi diretti ci sarà”. Ma la Lega era stata chiara. Così com’era, non poteva passare. E infatti.

Il regalo al Mater Olbia: il governo soccorre l’emiro

Il governo gialloverde di Giuseppe Conte condivide la passione per la sanità privata col centrosinistra e, soprattutto, per l’ospedale Mater Olbia. Con un emendamento alla legge di Bilancio, presentato in commissione dai deputati relatori Silvana Comaroli (Lega) e Raphael Raduzzi (M5S), il governo autorizza per un triennio la Regione Sardegna a incrementare del 20 per cento la spesa per la sanità privata proprio per incentivare l’apertura della struttura di Olbia, ancora sigillata, costruita con i soldi del fondo sovrano del Qatar e sostenuta dal Vaticano attraverso il Policlinico Gemelli. I sardi spendono 270 milioni di euro all’anno per le cliniche convenzionate, vuol dire che la norma di Comaroli e Raduzzi vale 162 milioni dal 2019 al 2021 e non precisa, però, l’effettivo assorbimento delle risorse per gli ospedali pubblici in una Regione in cui i reparti si chiudono.

“Al fine di dare certezza e attuare gli impegni in relazione agli investimenti stranieri”, comincia così il testo di Comaroli e Raduzzi. Quali impegni? Il Mater Olbia è un’operazione azzardata prima lanciata dal governo di Silvio Berlusconi col San Raffaele di don Verzé e poi rilanciata – quattro anni fa – da Matteo Renzi che ha coinvolto la famiglia Al Thani, già presente in Sardegna per mere ragioni d’affari. I padroni del Qatar frequentano la zona perché hanno comprato un pezzo di Costa Smeralda dall’americano Tom Barrack e desiderano i soliti aumenti di cubatura per gli alberghi. Con una società fiduciaria con sede in Lussemburgo, il Qatar ha terminato i lavori dell’ospedale vista mare e stretto un’alleanza in Mater Olbia Spa con gli azionisti cattolici, a cui ha lasciato il 40 per cento del capitale: il Policlinico Gemelli (35%), che fornirà il supporto medico e la Fondazione Luigi Maria Monti (5%), che gestisce l’Istituto dermopatico Immacolata (Idi).

La propaganda dei politici ha raccontato la favola dell’emiro facoltoso che restituisce ciò che prende dal mare sardo, ma la famiglia Al Thani non fa beneficenza e il Mater Olbia non parte finché lo Stato – tramite la Regione – non garantisce almeno 60 milioni di euro all’anno per remunerare circa 200 posti letto. Tant’è che al momento è prevista soltanto l’inaugurazione dei laboratori di analisi entro dicembre o in gennaio, un antipasto per la Regione, senz’altro ingolosita dall’ipotesi di rianimare l’occupazione a Olbia e dintorni.

Le poche righe di Comaroli e Raduzzi, dunque, sono provvidenziali e sanciscono il diritto di Qatar e Chiesa di usufruire di trattamenti speciali. Comaroli e Raduzzi, con improvvisa severità, hanno aggiunto in coda all’emendamento: “Il ministero della Salute e la regione Sardegna monitorano le attività del Mater Olbia e la qualità dell’offerta”. Quanti scrupoli. A chi tocca valutare? Principalmente a Guido Carpani, il capo di gabinetto del ministro Giulia Grillo (M5S), nominato lo scorso ottobre. Qualche giorno prima di ritornare alla Salute dopo l’esperienza con Renato Balduzzi ai tempi dei tecnici di Mario Monti, come scritto dal Fatto, Carpani s’è dimesso dal Cda di Mater Olbia Spa, non ha rinunciato, però, all’incarico di vicepresidente del prestigioso Istituto Toniolo né a rappresentare il governo all’Università Cattolica, organismi entrambi legati al Gemelli. Per il ministero non c’era conflitto di interessi perché l’ospedale privato non era in funzione, e adesso? Per esempio, Carpani sarà condizionato dai comuni trascorsi nel cda di Mater Olbia quando incontrerà l’amministratore delegato Giovanni Raimondi? Di certo non sarà disabituato a vedere Raimondi, consigliere nei cda di Toniolo e di Cattolica nonché presidente del Policlinico Gemelli. Il capo del Toniolo – “collega” di Raimondi e Carpani – è monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano.

Beatrice Lorenzin, ministro per la Salute in tre governi di seguito, cioè con Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, ha riconosciuto il carattere scientifico della Fondazione Gemelli, costituita da Toniolo e Cattolica. Dal primo marzo, il Policlinico Gemelli è un Irccs, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico e quindi può ottenere contributi regionali e statali. Non è semplice immaginarsi un dialogo tra Carpani e Raimondi, di sicuro avranno un mucchio di cose da dirsi. E chissà se il ministro Grillo le saprà mai.

Un paese vero ti riporta al corpo

Un ex paese è ancora un paese. A Conza nuova ci puoi solo passare, è da attraversare. Se ti impiglia lo fa in modo superficiale: puoi dire che non ti piace la ricostruzione, che la chiesa in mezzo al paese non riesce a farsi centro, puoi entrare al bar, comprarti un panino al mini market, indagare una sorta di vita al minimo che ormai si è diffusa ovunque, a Conza nuova e a New York. La vita grande la senti a Conza vecchia, al campo sportivo in cima al paese. Ho la fortuna di avere Conza vecchia a mezzora da casa mia. Ogni volta che ci vado non entro nel paese ma nella mia anima e non so se sono un uomo o sono aria e sento che gli alberi e il respiro sono la stessa cosa e ogni nuvola nel cielo, ogni montagna lontana mi commuove. Un paese è vero e vivo quando ci riporta al corpo, ci fa venire voglia di baciare ed essere baciati, ci punge dolcemente col suo silenzio. Un paese lo devi sentire sotto la pianta dei piedi, deve tatuarsi in te mentre cammini, nascere ad ogni passo. Ogni volta che vengo qui è una piccola avventura anche se vedo sempre le stesse cose, povere e rotte e abbandonate. A Conza il vento e il sole hanno asciugato il lutto, la pioggia ha cancellato nelle case squarciate ogni segno umano. Resta una cosa che ti è intima e non sai perché. Resta che hai passato un’ora tutta piena e tutta vuota. Puoi tornare alla vita minima e confusa dei piccoli paesi e delle grandi città.

L’appello dei cento: “Serve un’altra cultura, non il Torino-Lione”

La Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione è stata progettata quasi trent’anni fa per far fronte a un aumento di traffici definito insostenibile e rivelatosi, poi, in costante calo. Da allora tutto è cambiato (sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, della situazione economica, delle politiche dei trasporti, delle prospettive dello sviluppo) e oggi essa viene confermata con motivazioni ancora più inconsistenti, sostenuta con slogan tanto suggestivi quanto impropri, imposta senza tenere in alcun conto la volontà e i diritti delle popolazioni interessate.

Ridotta di fatto al solo tunnel di 57 chilometri sotto il Moncenisio, la Torino-Lione non aprirebbe nuovi orizzonti continentali di traffico, ma sostituirebbe semplicemente l’attuale collegamento tra Italia e Francia, utilizzato per meno di un quarto delle sue potenzialità. Non migliorerebbe la situazione ambientale ma, con uno scavo ventennale in una montagna a forte presenza di amianto e con i connessi ingenti consumi energetici produrrebbe un inquinamento certo, a fronte di un recupero successivo del tutto incerto (mentre gli obiettivi internazionali per contenere il mutamento climatico globale richiedono una drastica riduzione delle emissioni nell’immediato).

Inciderebbe in maniera ridotta, date le brevi percorrenze dei traffici commerciali tra Italia e Francia, sulla riduzione dei tir in autostrada, che si otterrebbe invece, in tempi brevi e a costo pubblico zero, con politiche tariffarie mirate a incentivare lo spostamento su rotaia e a penalizzare quello su strada. Creerebbe lavoro in misura modesta dato che le grandi opere sono investimenti ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di mano d’opera (con pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato) mentre gli interventi diffusi di riqualificazione del territorio e di aumento dell’efficienza energetica – di cui il Paese ha un disperato bisogno – producono un’alta intensità di manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale (con creazione di più posti di lavoro per miliardo investito e per durata indeterminata).

La realizzazione della nuova linea avrebbe costi ingenti (per la costruzione di 10 metri occorrono 1.587.120 euro, oltre un milione e mezzo) che graverebbero sulla collettività a scapito del soddisfacimento di bisogni fondamentali (scuole, ospedali, welfare, trasporti pubblici efficienti e così via). Inoltre i lavori del tunnel sotto il Moncenisio non sono ancora iniziati (a differenza di quanto sostenuto da una martellante campagna di stampa che confonde il tunnel con opere geognostiche finalizzate ad analizzare le caratteristiche della montagna eventualmente da scavare) e, in caso di rinuncia all’opera, non sono previste penali (come hanno infine riconosciuto gli stessi promotori).

Torino e il Paese hanno bisogno di ben altro per risollevarsi dal declino e della crisi in atto (una crisi che, a Torino, ha distrutto per insipienza e incapacità, un quarto della struttura industriale e della connessa occupazione). Hanno bisogno di una accurata messa in sicurezza del territorio, di una rete di trasporti pubblici efficienti, di un rilancio produttivo in settori strategici e mirati, consapevole che il progresso non si identifica con macchine, cemento, velocità, ponti e gallerie. Hanno bisogno di sostituire il sistema che ha prodotto il declino (e che propone, per uscirne, le stesse ricette che lo hanno determinato) con una stagione fondata sull’innovazione, sulla creatività, sull’impegno di operatori capaci di investire sul futuro e sulle proprie capacità invece di pietire eventi e opere quali che siano purché alimentino flussi di denaro concessi da Roma o dall’Europa.

Le risorse non sono illimitate e occorre scegliere. Il progetto sottostante al Tav Torino-Lione è parte della crisi, non la sua soluzione. Dire di no alla sua realizzazione significa tutelare l’ambiente e la salute e, insieme, aprire un nuovo capitolo di ripresa sobria, sostenibile e duratura. Per questo aderiamo alla manifestazione No Tav di Torino dell’8 dicembre.

Alessandra Algostino (costituzionalista, Università di Torino), Linda Cottino (giornalista), Elisabetta Grande (giurista, Università del Piemonte orientale), Edi Lazzi (segretario provinciale Fiom Torino), Luca Mercalli (climatologo e giornalista scientifico), Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte), Valentina Pazè (docente di Filosofia politica, Università di Torino), Livio Pepino (già magistrato, direttore Edizioni Gruppo Abele), Teresa Piergiovanni (studentessa, presidente del Consiglio degli studenti, Università di Torino), Marco Revelli (storico e politologo), Ugo Zamburru (psichiatra, Caffè Basaglia, Torino), Elio Germano (attore), Jacopo Fo (scrittore, attore e regista), Tomaso Montanari (storico dell’arte, presidente Libertà e giustizia), Sandra Bonsanti (giornalista e scrittrice) e altri cento.

Confindustria alla guerra col governo in nome del Tav

Il Partito del Pil a testa bassa contro il governo. Dal palco delle Officine grandi riparazioni di Torino, dove ieri sera si sono ritrovati circa tremila iscritti alle associazioni datoriali per dire Sì alla Tav e firmare un manifesto a sostegno dell’opera (dopo la piazza dei 30mila di novembre), il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia sferra un attacco all’esecutivo M5s-Lega. “La stagione degli alibi è finita oggi”, ha detto al termine del suo intervento, aggiungendo che sta per finire è anche “la pazienza”. Boccia ha voluto dare un consiglio al presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul tema procedura d’infrazione Ue (e taglio di contributi comunitari): “Se fossi in Conte chiamerei i due vicepremier e direi loro di togliere due miliardi l’uno e due l’altro. Se nessuno dei due volesse arretrare mi dimetterei e denuncerei all’opinione pubblica chi non vuole arretrare”.

Il rappresentante degli industriali si è tolto molti sassolini dalle scarpe, ha ricordato le richieste di incontro liquidate con l’invito a mandare una mail e anche la riunione di domani tra Conte, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli con i rappresentanti torinesi di associazioni di categoria e dei sindacati: “Noi non siamo stati convocati dal governo, sono stati convocati i vertici locali delle nostre associazioni – ha detto -. Ma la Torino-Lione è un’opera nazionale e internazionale. Il fatto che siano stati convocati i vertici locali la dice lunga sulla visione localistica di questo governo”.

A distanza ha replicato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: “Noi non viviamo sulla luna ma in mezzo alla gente, alle imprese – ha detto Giancarlo Giorgetti -. Conosciamo le esigenze e sappiamo ascoltare le necessità di coloro che hanno voglia di lavorare”. Boccia critica anche la definizione che di “partito del Pil”, sostiene che non ci sia niente che faccia di loro un partito, di essere solo “protagonisti del mondo dell’economia”.

Eppure doveva essere un incontro sulla Torino-Lione e sulle infrastrutture, ideato dopo il voto con cui il 28 ottobre scorso il consiglio comunale della città amministrata da Chiara Appendino ha ribadito la sua contrarietà alla grande opera. Quel voto, arrivato dopo le retromarce del M5s su Ilva e Tap, aveva scatenato la reazione dei cittadini torinesi (guidati dalle “madamine”, alcune delle quali erano presenti ieri) e quella delle organizzazioni imprenditoriali. “Il messaggio è un chiaro sì alla Torino-Lione, perché le infrastrutture sono un’idea di società, includono, sono un’idea di visione del Paese, centrale tra Europa e Mediterraneo, aperta a est e a ovest – ha ribadit Boccia -. Abbiamo chiaro che sulla Torino-Lione è già stato investito un miliardo e mezzo, e che se si blocca dobbiamo restituire un miliardo alla Francia e alla Ue, che li hanno spesi e vorranno essere indennizzati”.

Solo i debiti minori sono azzerati dalla “pace fiscale”

Non ci sono solo manufatti abusivi e calcinacci sul terreno in via Umberto I a Mariglianella di proprietà (al 50%) di Antonio Di Maio, padre del vicepresidente del Consiglio Luigi, ma anche un’ipoteca. È stata iscritta da Equitalia Polis di Napoli nel settembre 2010 per rivalersi, almeno in parte, del mancato pagamento di 33 cartelle esattoriali. Dentro c’è di tutto, dai contributi previdenziali all’Iva, alla tassa sui rifiuti ai contributi alla cassa artigiani e con il passare del tempo il debito verso gli enti impositori della ditta Di Maio è cresciuto, fino a 134 mila euro, che con interessi di mora e spese sono lievitati a 176 mila euro. Una cifra che giace da otto anni nell’elenco dei ruoli al quale il fisco non dà seguito con un atto esecutivo per recuperare il credito. Un’ipoteca catastale ha una validità di 10 anni. Per Antonio Di Maio si era già presentata più di un’occasione per fare pace con il fisco, aderendo alle definizioni agevolate e alle “rottamazioni” renziane delle cartelle. Con la rottamazione 2016 si potevano sanare tutti i ruoli su tributi, imposte, contributi previdenziali e assistenziali e multe stradali pagando la somma di base, esclusi sanzioni e interessi di mora, in cinque rate in due anni. La Pace fiscale varata dal governo di cui Luigi Di Maio è vicepremier è ancora più conveniente. Prevede la definizione agevolata di tutti i carichi affidati all’agente della riscossione dal 2000 al 2017. Possono essere estinti, senza sanzioni, gli interessi di mora e somme aggiuntive versando integralmente il capitale, l’aggio della riscossione e il rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica. Il tutto in unica soluzione, entro il 31 luglio 2019 o in 18 rate in 5 anni. Nel caso delle cartelle in sospeso di Di Maio padre, l’abbuono delle sanzioni e degli interessi potrebbe dimezzare l’importo dovuto al fisco. In un altro condono dello stesso decreto “pacificatore” si prevede l’annullamento dei debiti riferiti a cartelle fino a mille euro affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2010 (che è l’ultimo anno in cui risultano pendenze per Di Maio senior). Nell’elenco dei carichi di Antonio Di Maio le cartelle inferiori ai mille euro sono 13, dalla loro cancellazione il beneficio sarebbe di 5 mila euro. Per la cancellazione dell’ipoteca invece occorre versare l’intera somma. Ma con l’adesione vengono sospesi gli atti esecutivi, cioè esproprio e messa all’asta della proprietà.

Ma il Fisco non poteva aggredire il camioncino regalato ai figli

Un autocarro Iveco 35.8 2500 diesel del 1996 è il bene più importante trasferito dalla mamma Paolina a Luigi e a Rosalba Di Maio, soci della Ardima Srl nel 2014. Il vicepremier chiuderà questa Srl. L’ultima accusa ventilata dai detrattori è quella dell’elusione fraudolenta delle imposte dovute dal padre. La storia dell’autocarro aiuta a capire. Nel 2010 la mamma compra il furgone per 13 mila e 200 euro. Nel 2014 l’azienda viene donata ai figli con furgone incluso. Il valore di tutti i beni (senza contare l’avviamento) è 29 mila euro. L’autocarro vale 5 mila e 500 euro.

Però Equitalia non avrebbe comunque potuto fare nulla per ‘rifarsi’ sull’autocarro per i debiti di papà Antonio.

Quindi, si può criticare la scelta di far aprire una nuova impresa alla moglie insegnante nel 2006 ma non si può sostenere che i Di Maio abbiano fatto una frode elusiva quando hanno donato nel 2014 ai figli i beni aziendali. Il caso dell’autocarro è esemplare: l’Iveco non poteva essere aggredito da Equitalia perché era stato comprato nel 2010 da un soggetto diverso da Antonio. Quindi anche la cessione a Luigi non è elusiva. A meno di sostenere che anche la mamma avesse debiti da cui sfuggire. Ma questo non lo sostiene nessuno.

Quando babbo Tiziano ci “confessò” gli strilloni in nero “a sua insaputa”

Ci sono due versioni sulla questione del lavoro nero nelle aziende della galassia di Tiziano Renzi nei decenni passati. La prima è quella del padre dell’ex premier, fatta propria del figlio: tutto in regola, nessuna violazione contributiva. Nessuna traccia di lavoro nero.

La seconda versione viene da un signore che vive a Londra e fa lo chef. A Radio Capital ha detto che stima Matteo Renzi (“se volesse fare il Papa ci riuscirebbe”) e sopporta poco il M5S (“Io Luigi Di Maio lo odio”). Più di venti anni fa faceva lo strillone per Tiziano e Matteo. Lo ha scovato La Verità e con aria scanzonata ha raccontato come funzionava la distribuzione dei giornali da parte dell’azienda dei Renzi. Matteo in persona, allora 22enne (lui stesso probabilmente in nero visto che all’Inps non risultano contributi fino al 1999), arrivava nel parcheggio della stazione con il suo furgone carico di giornali. Li consegnava agli strilloni che dovevano coprire ciascuno un incrocio.

Poi al mattino dopo lo strillone consegnava la busta con i contanti incassati a Matteo o a Tiziano. Santoni a La Verità ha raccontato che la paga era in nero. Niente tasse. Niente contributi.

L’antefatto è noto: Tiziano Renzi ha postato un commento beffardo nel quale chiede “cortesemente di non essere accostato a personaggi come il signor Antonio Di Maio. (…) non ho dipendenti in nero, non dichiaro 88 euro di tasse”. In quei giorni le Iene e il Pd al seguito incalzavano Di Maio chiedendo se avesse lavorato in nero per l’azienda del padre. Poi Luigi Di Maio ha pubblicato i contratti e i contributi, Il Fatto ha pubblicato invece l’attestato con i versamenti Inps di Matteo Renzi (che partono solo nel 1999) per sottolineare la disparità di trattamento dei media. E tutti si sono girati dall’altra parte.

A quel punto La Verità ha raccolto il racconto di Andrea Santoni. I Renzi allora hanno annunciato querela e il Babbo ha scritto su Facebook: “I ragazzi che distribuivano i quotidiani erano pagati cash perché trattenevano il loro compenso da ciò che incassavano con la vendita dei quotidiani ma poi ovviamente l’azienda provvedeva al pagamento delle tasse come previsto dalla legge. Era pagamento in contanti, NON in nero”.

Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto a Radio Capital hanno letto a Santoni la replica e lo chef si è fatto una risata. “Mai pagato contributi. Mai firmato niente. Matteo Renzi non mi ha mai parlato di contratti era tutto a nero, aumma aumma. Andava bene a lui – ha premesso – e anche a me. Se paghi le tasse dovrai firmare qualcosa? Io non ho mai firmato nulla”. Santoni è un tipo sveglio e ha capito al volo: “Se vedi un lupo ti meravigli ma del nero in Italia che ti meravigli?”.

E allora torniamo lì: chi ha ragione, Santoni o i Renzi?

Noi del Fatto possiamo citare un testimone insospettabile: Tiziano Renzi. Quando il babbo non puntava ancora il dito sui babbi altrui ed era disponibile ad ammettere che una piccola azienda come la sua talvolta deve fare i conti con la realtà, ci fece qualche confidenza.

Al Fatto raccontò nel 2014 come funzionava la distribuzione dei giornali: “Tra i lavoratori c’erano gli extracomunitari. A Bologna i pakistani e a Firenze i peruviani. Allora cosa succedeva? Arrivava il grande Manuel, un peruviano con 27 cugini e 37 mogli (il tono era ironico, Ndr) e mi chiedeva il permesso di soggiorno per la moglie. Noi non volevamo avere problemi perché mia moglie era tedesca da questo punto di vista”. Come si faceva allora? “Manuel diceva: ‘ci penso io’. Prendeva lui i giornali per venderli. Girava l’angolo e dava la casacca della Nazione a un altro e lui andava a fare un altro lavoro”. Tiziano era consapevole che Manuel faceva fare la consegna a un altro: “Se passava un vigile e gli chiedeva il permesso di soggiorno, questo col caspita che ce l’aveva. Sapevamo che questo sarebbe potuto accadere e che avrebbe avuto un riverbero su Matteo. Perché il primo cronista avrebbe scritto: ‘l’azienda del presidente della Provincia fa immigrazione clandestina’ per questo nel 2004 ho rinunciato a 18 mila euro al mese di cash flow per tutelare Matteo”.

Allora noi del Fatto, considerati i nemici numero uno del figlio, demmo alla notizia lo spazio che meritava: un ritratto colorito dell’azienda del padre imprenditore di un leader. Con i criteri di oggi avremmo dovuto dedicare a questa storiella un ciclo di inchieste su immigrati irregolari e lavoro nero.