Così si offende chi è rimasto “non borghese”

Caro direttore Luciano Fontana, ero certa che le “madamine” sì Tav di Torino e le signore romane indignate contro la sindaca Raggi l’avrebbero entusiasmata in quanto eroine della normalità, miti pasionarie dalla manica sempre rimboccata. Ma davvero non mi aspettavo che il suo innamoramento raggiungesse simili vette. Ricapitolo. Un lettore le scrive sul Corriere della Sera che il ruolo della donna è stato “esaltato per merito di un piccolo gruppo di signore che, con grande spirito civico e sottile senso della vera politica pulita, hanno organizzato dal niente (…) due composte manifestazioni contro il degrado politico e morale che attraversa (…) tutto il Paese”.

Se l’email del lettore è un inno, la sua risposta è un peana: “Le due manifestazioni di Roma e Torino hanno portato in piazza un’Italia composta (aridaje, ndr), determinata e coraggiosa. Che ha voglia di non rassegnarsi a una politica che esalta le reazioni di pancia, urla soluzioni semplificate e perciò bugiarde, passa il tempo a bloccare progetti utili alla crescita. Il fatto che tutto sia nato da un’iniziativa spontanea di un gruppo di donne estranee alle fazioni politiche è un altro bel segnale.”

Ora – e scherzi a parte – al di là della favoletta di manifestazioni che paiono spontanee come lo era per Fantozzi la partecipazione alla coppa ciclistica “Cobram”, indetta dal megadirettore galattico (o come lo fu la marcia dei 40.000), la domanda è semplice: lei davvero pensa che chi non ha partecipato a quelle manifestazioni, chi pensa per esempio che il Tav sia un’opera inutile o non prioritaria (c’è un plotone di docenti di vari politecnici a pensarlo, tra gli altri) sia scomposto, codardo e faccia il tifo per il baratro? Glielo chiedo anche se, nel prosieguo del suo pezzo, ci dà un indizio. Le signore, dice, sono borghesi nel senso nobile del termine, cioè hanno “l’orgoglio di studiare, impegnarsi, aprirsi agli altri, far bene il proprio lavoro, raggiungere risultati con la consapevolezza che molto dipende da te”. E gli altri, quelli che (per censo o idee) lei non ritiene sanamente “borghesi”? Non hanno orgoglio, non studiano, non s’impegnano? Chi perde il lavoro o non lo trova, chi non arriva a fine mese, i precari cronici (magari laureati), i cinque milioni di poveri assoluti italiani si sono fatti male da soli? Conclude: “Non ci sono alibi da avanzare sempre per giustificare manchevolezze da fannulloni e per pretendere sussidi pubblici senza aver creato ricchezza e lavoro”. Ah, ecco. Capito. Sono fannulloni. Non creano ricchezza (neanche se dovessero impiegarsi, perché solo gli imprenditori creano ricchezza, i lavoratori no). Soldi pubblici non devono averne, non devono essere aiutati (come accade in tutti i paesi civili). E poco importa che il nostro capitalismo – così fieramente “borghese” –, negli anni, di denaro pubblico ne abbia ingoiato un fiume tra incentivi, rottamazioni, decontribuzioni e chi più ne ha più ne metta, con i brillanti risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Questi sono dettagli indegni di essere menzionati.

Caro Fontana, perché offendere chi è rimasto indietro? E perché negare il rispetto a chi non la pensa come lei, a chi non appartiene al blocco sociale cui lei ritiene corrispondano i lettori del suo giornale? Paradossi dell’estremismo moderato.

Un cordiale saluto.

Pd, falsa partenza verso il congresso

Non so se sia un merito o una colpa, ma mi posso considerare tra i padri dell’Ulivo. Con Prodi e Parisi tuttora sono tra i titolari del simbolo dell’Ulivo. Allora, dopo il collasso del sistema politico del primo tempo della Repubblica eravamo quattro gatti a traguardare già al Pd quale approdo naturale dell’Ulivo, circondati da ex Dc ed ex Pci che ci opponevano l’autonomia e le differenze di tradizioni e simboli più o meno gloriosi (e le residue rendite di posizione), accusandoci di velleitario nuovismo. Giudico Renzi, certo non il solo, responsabile del deragliamento del Pd dal solco dell’Ulivo, cioè da un partito concepito come major party (non il tutto e tantomeno il “partito della nazione”) di una più vasta e plurale alleanza di centrosinistra nitidamente alternativa al centrodestra.

Da tempo mi sento estraneo al Pd e tuttavia, come democratico (con la minuscola), non sono indifferente alla sua sorte. Come si conviene a chi non si riconosce nell’attuale maggioranza giallo-verde e auspica una opposizione efficace orientata a un’alternativa convincente e competitiva. Dunque, seguo l’avvio, clamorosamente e colpevolmente tardivo, del congresso Pd. Il quale – disciplinato da uno statuto stilato nel quadro di una democrazia maggioritaria e bipolare (o addirittura bipartitica, secondo la visione essa sì velleitaria di Veltroni), un quadro oggi anacronistico – si decide e quasi tutto si risolve nelle primarie per la leadership nazionale.

Che il Pd, dopo un anno di impasse e di immobilismo che ci ha regalato il governo Frankenstein, abbia assoluto bisogno di una politica chiara e di una guida autorevole e legittimata è una ovvietà. Ed essa, con le vigenti regole, passa appunto attraverso una trasparente e leale competizione tra candidati intestatari di distinte e riconoscibili piattaforme politiche. Qualcuno addirittura sostiene di diverse visioni dell’identità stessa di un partito da rifondare o da fondare ex novo. Non a caso si parla di cambiare nome. Se così stanno le cose – un confronto decisivo a tutto tondo politico – non si può non nutrire preoccupazione per come si stanno mettendo le cose. Sotto tre profili.

Primo: la proliferazione di candidature non plausibili, puramente testimoniali. Diciamolo chiaro: un vecchio modo di marcare il territorio, di mettere a verbale l’esistenza in vita di singoli e di microcorrenti, finalizzato a negoziare poi con il vincitore la propria quota di potere e di posti negli organigrammi e nella candidature.

Secondo: la candidatura di Martina. Già fu curiosa la sua designazione come “segretario reggente” dopo la disfatta delle Politiche. Non esattamente il segno della percezione dell’esigenza di discontinuità, trattandosi del vicesegretario di Renzi. Quale che sia il giudizio sul tempo della sua reggenza, per definizione (ma forse anche per il suo profilo soggettivo) grigia e dilatoria dei cruciali nodi che solo un congresso può (forse) sciogliere, oggi, candidandosi, Martina non rende un buon servizio al Pd. Anzi: se necessario, getta una luce retrospettiva di segno negativo sulla sua reggenza, che, se un senso lo aveva, era semmai quello di preparare al meglio il chiarimento congressuale. Tutti, osservatori e protagonisti, già oggi, notano che, se nessun candidato varcherà la soglia del 50% nelle primarie e tutto sarà rimesso poi all’assemblea nazionale e dunque a un accordo tra capicorrente, il congresso si risolverebbe in un fallimento. Plausibilmente esiziale per la sorte del Pd. È di tutta evidenza che la candidatura di Martina conduce se non mira a questo. Non può non saperlo. Una mossa da vecchia politica. I maliziosi sostengono che sia l’auspicio di Renzi, che chiaramente non esclude altre iniziative fuori dal Pd. A prescindere dal giudizio sui due candidati più accreditati, decisamente meglio sarebbe un confronto aperto tra Minniti e Zingaretti. Semplificando, ma finalmente facendo chiarezza, tra destra e sinistra del Pd, tra continuità e discontinuità di politica e di politiche. Di questo c’è bisogno, non di retorica unitaria dietro la quale si celano logori giochi di potere tutti interni al ceto politico.

Terzo e soprattutto: il dovere ineludibile di fare i conti con il renzismo. Davvero qualcuno immagina che, dopo ciò che è accaduto, si possa aprire una nuova fase senza misurarsi con quella stagione politica, partitica e di governo? Leggo, incredulo, che Delrio, persona dabbene ma politicamente lunare, ammonisce a non centrare il congresso sul giudizio sul renzismo. E così motiva il suo sostegno a Martina. Come se Renzi fosse stato un dettaglio ieri e non rappresenti tuttora uno snodo politico dirimente. Come se non contasse. Come se l’ipotesi politica (a mio avviso auspicabile e comunque sul tavolo) di una sua “separazione” più o meno consensuale dal Pd fosse una maliziosa fake news.

Mail box

 

Casamonica, la differenza tra “dilettanti” e vecchi politici

Alcune ordinanze di demolizione erano degli anni 80, altre del 1997! Da allora si sono succeduti amministratori di vario colore: Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino… i professionisti, quelli “bravi” e competenti. Eppure, le 8 villette dei Casamonica, rigorosamente abusive, erano ancora lì. Un clan accusato di ogni genere di violenze e intimidazioni, i cui affari spaziano tra usura, spaccio ecc… Temuti e blanditi da “autorità” e politicanti che ci andavano a cena o li invitavano a sostenerli durante le elezioni. Poi, è arrivata una dilettante allo sbaraglio, messa alla berlina con accanimento feroce da giornali e tv. Accusata di tutto, ma a quanto pare colpevole di niente. In un mattino, ha deciso che quelle ordinanze andavano eseguite e si è assunta il rischio di farlo. Ancora una volta, viene il dubbio che la differenza tra i “competenti” e i dilettanti sia la stessa che c’è tra il predicare in modo cialtronesco e l’agire con coerenza, senza paura. Ora, dopo il primo attimo di smarrimento, non potendo criticare la sostanza, c’è chi comincia a condannare il modo: 500 uomini, la spettacolarizzazione! Come se andare a stanare gente come quella fosse una passeggiata.

Mario Frattarelli

 

M5S, due possibilità: staccare la spina o soccombere

Il M5S aveva impostato tutta la campagna elettorale su una semplice e chiara ipotesi di governo: se risulteremo il partito con il maggior numero di voti, chiederemo l’incarico per formare il governo, ci presenteremo alle Camere e chiederemo la fiducia sul nostro programma. Si svolgono le elezioni, il M5S le stravince e piuttosto che chiedere e mobilitare il suo elettorato per ricevere l’incarico governativo comincia ad avvitarsi su se stesso per finire nelle sabbie mobili di un Contratto con la Lega di Salvini che gli sta rodendo consensi. Oggi il M5S è in difficoltà, e non avendo più il bue per le corna è costretto a rincorrerlo “per la pedata”, cioè per le impronte. Il M5S ha due sole possibilità: essere fagocitato e rafforzare sempre di più un governo marcatamente di destra oppure staccare la spina, denunciare gli ostacoli che vengono posti dall’altra componente del Contratto e riandare alle elezioni. L’una esclude l’altra. Ho paura che la sete di governo, il senso di responsabilità, la fiducia in se stesso – sottovalutando i fattori oggettivi – lo porti alla deriva e a sciupare così una straordinaria esperienza. Non è scritto da nessuna parte che per stare dalla parte del “popolo” bisogna per forza governare.

Michele Castaldo

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 21 novembre dal titolo “Da Rixi a Molinari: ecco i leghisti (e non) imputati” voglio precisare che, contrariamente a quanto affermato, non c’è alcun procedimento a mio carico in corso per peculato.

L’inchiesta a cui fa riferimento il suo giornale riguarda un’accusa di concorso in abuso d’ufficio, cosa ben diversa dal reato di peculato e che, soprattutto, non ha nulla a che vedere con l’emendamento Vitiello. Pertanto le chiedo, cortesemente, di rettificare quanto erroneamente riportato dal vostro giornalista nell’articolo.

Claudio Mancini
Deputato del Partito democratico

 

In relazione all’articolo di ieri, dal titolo “Alla ruota del lotto vincono tutti. tranne lo Stato” l’Agenzia Dogane e Monopoli precisa quanto segue:

1) Per determinare l’introito erariale del gioco del Lotto occorre considerare anche la tassa sulle vincite. Relativamente a tale tassa, l’articolo afferma che “il Lotto è trattato con i guanti bianchi” in quanto la percentuale della trattenuta è pari all’8% rispetto agli altri giochi per i quali è del 12%. La “tassa sulle vincite” per il Lotto, però, è applicata a tutte le vincite di qualsiasi importo mentre per gli altri giochi si applica solo per le vincite superiori a 500 euro, che sono in numero molto limitato.

Infatti, la ritenuta sulle vincite del Lotto genera un’entrata erariale complessiva pari ai 2/3 del totale. Quindi, i 100 milioni di minor erario, correttamente indicati dal giornalista come derivanti dal Lotto, sono compensati dall’aumento dell’introito derivante dalla tassa sulle vincite del Lotto (che, per il periodo gennaio – settembre, passa dai 222 milioni del 2017 ai 331 milioni del 2018).

2) In relazione all’affermazione secondo cui lo Stato perderebbe per effetto “dell’impostazione data alla concessione (rinnovata due anni fa)”, si precisa che con la gara del 2016 l’aggio dovuto dallo Stato al concessionario è stato ridotto dalla legge dal 6,4% al 6% ed è stato effettuato un versamento una tantum di 770 milioni. Quindi, per tutta la durata della concessione (nove anni) lo Stato avrà un beneficio complessivo aggiuntivo di oltre 1 miliardo (770 milioni già incassati più 300 milioni da minor aggio).

Agenzia Dogane e Monopoli

 

Confermo: con il Lotto lo Stato regala al concessionario la polpa e si prende la rogna. Il Lotto è un gioco in cui il banco può perdere, il rischio però non se lo assume il concessionario gestore Lottomatica-Igt, ma lo Stato per intero. Quest’anno (gennaio-settembre) il minor gettito è di 100 milioni di euro, ma secondo l’andamento del gioco e in linea teorica in futuro potrebbe essere anche molto più elevato. In quel caso la perdita dell’erario non sarebbe mai coperta dalla tassa sulle vincite pagata peraltro dai giocatori e non dal concessionario. L’aggio del 6 per cento, infine, è stato ridotto 2 anni fa di un misero 0,4 per cento, ma rimane senza motivazioni apparenti il più alto tra quelli riconosciuti per la gestione di tutti gli altri giochi.

Dan. Mar.

“Madamine” e Fb. Dopo il Sì Tav, anche il Salone: il vero obiettivo è Torino 2021

Ho letto della “provocazione” di Cristiano Fantechi, membro del gruppo Facebook “Sì, Torino va avanti” – fondato dalle “madamine” – in merito al salvataggio del Salone Internazionale del Libro di Torino. Ora, premesso che da torinese sono preoccupato per la sorte di quella che è la seconda fiera del libro in Europa (potrebbe non restare nella mia città), vorrei ben sperare che la proposta presentata dallo stesso Fantechi come una boutade non si riveli seria e suscettibile di realizzazione. In tal caso, non sarebbe troppo, per le “madamine”, occuparsi di editoria oltre che di grandi opere?

Carlo Ferrani

 

Caro Ferrani, la “provocazione” del signor Fantechi del gruppo Facebook “Sì, Torino va avanti” ha provocato davvero: in risposta è nato l’altro gruppo “Pazzi per Torino. Salviamo il Salone del Libro”, che ha annunciato un incontro pubblico. Sono cose diverse. Anche perché le famose “madamine” Sì Tav, e chi le ispira, hanno in testa ben altro che l’Alta velocità o i libri. I guai del Salone, peraltro, non sono stati causati dalla giunta di Chiara Appendino, ma hanno origine nelle amministrazioni (non solo comunali) precedenti, a cominciare da quella di Piero Fassino. Anzi: sotto la giunta Appendino la kermesse del Lingotto ha riconquistato pubblico e importanza, tanto da mettere fuori gioco i rivali milanesi di “Tempo di Libri”. In realtà le “madamine” Sì Tav, o chi per esse, sono scese in campo per dare vita a una lista civica, modellata sull’Alleanza per Torino dell’epoca di Valentino Castellani, per le elezioni del 2021. Nel segno dell’ammucchiata fra pezzi del centrosinistra e del centrodestra, con prevalenza di professionisti, finanzieri (non le Fiamme Gialle), industriali e industrialotti, ex Fiat, commercianti e borghesia varia. Il comitato delle “madamine” è stato costituito nello studio del notaio Andrea Ganelli, che dal 2017 si dà da fare per una “iniziativa civica” anti-Appendino. Il suddetto notaio, associato all’autorevole studio Marocco, nel 2016 autenticava le firme per la lista Fassino. Niente di nuovo sotto il sole (e le brume) di Grissinipoli, come la chiamava Emilio Salgari.

Massimo Novelli

Il rito sciamanico del talk politico: elettori in trance

Se si vuol ragionare di talk politici in televisione, credo che un buon modo per avvicinarsi sia considerarli un tipo particolare e inedito di spettacolo. Si tratta di spettacoli che negano di esserlo, protetti come sono dal grande ombrello dell’informazione: un sottogenere artistico che non osa dire il proprio nome.

I talk politici, invece, presumono di fare il punto sull’attualità e mettono sul piatto nientemeno che il comportamento degli spettatori nell’urna elettorale, dunque sono costretti a respingere qualunque sospetto di “montatura” (anche se ogni tanto qualche fuorionda li smaschera) – sono, per dir così, spettacoli in buona fede, forse neppure voluti da chi li produce, li scaletta, li improvvisa e li recita. Che si possa parlare, al limite, di arte come risultato passivo, in analogia con quanto è accaduto e accade per certi villaggi appenninici o africani, per alcune pitture rupestri, per i ritmi sciamanici che inducono la trance?

Perché vada in scena il talk politico in senso stretto occorrono almeno quattro o cinque partecipanti, un argomento controverso e un conduttore; i partecipanti possono essere politici o giornalisti o professori, meglio se misti. Poltrone contrapposte in scenografia, studio sobrio, qualche ospite in collegamento con problemi di “ritorno” o di “ritardo” audio – il conduttore di solito sta in piedi, più raramente seduto se invece delle poltrone contrapposte c’è un tavolo a ferro di cavallo. I collegamenti esterni possono anche essere con una “piazza”, dove un sub-conduttore sceglie di dare il microfono a questo o a quello. Dentro la durata della trasmissione (che può andare da 60 fino a 180 minuti) non tutto è spettacolo – vi compaiono elementi genuinamente informativi: statistiche, sondaggi, servizi giornalistici di indubbio interesse, osservazioni assennate e semplicemente referenziali. Oppure, ed è il caso opposto, all’interno della trasmissione sono previsti cammei satirici gestiti da professionisti del settore; senza contare altri inserti che possono essere fruiti come spettacolo (per esempio, nei talk politici di La7, le previsioni del tempo di Paolo Sottocorona); o la sinergia che si crea tra gli argomenti discussi e le immagini più spettacolari di migranti a mare o dei fumogeni dei poliziotti contro i no-Tav, o perfino del conduttore Corrado Formigli con l’elmetto durante i suoi peraltro coraggiosi e impressionanti reportage da Kobane e dalla distrutta Mosul. Tra il grado zero e lo spettacolo al 100%, il nostro sottogenere potrebbe passare per un innocuo “programma contenitore”; ma sarebbe fargli un torto, trascurandone la forte carica emotiva e le costanti formali. Preferisco analizzarne la specificità di spettacolo carsico, che sguscia tra i discorsi referenziali e i vari approfondimenti come una biscia tra le canne di palude.

Il sottogenere, così definito, ha avuto in Italia una straordinaria fortuna tra gli anni Novanta del secolo scorso e gli anni Dieci di questo; a raccontare all’estero quanti fossero i talk politici in Italia si rischiava di non essere creduti, o tutto veniva messo a carico dell’anomalia-Berlusconi, mentre le ragioni principali erano economiche: nella gara al risparmio che si era ingaggiata tra Rai e Mediaset, dove trovarli altri tipi di programma che potessero contare su protagonisti gratis e location così poco onerose? Non è che i talk fossero molti perché la passione politica era alta: la passione politica sembrava alta perché i talk che su di essa si reggevano erano molti. (Uno strascico di quelle antiche motivazioni economiche si può rintracciare nell’addensarsi di talk politici su La7, frutto dell’oculatissima gestione di Urbano Cairo). A partire dal 2016 il crollo di ascolti è stato violento, in gran parte proprio per l’eccesso di offerta e per il discredito generale in cui la politica era caduta. Gli ascoltatori si erano stufati di quella frenesia immobile per cui tutti parlavano e non accadeva nulla. L’Auditel segnala una lieve ripresa di ascolti in quest’ultimo anno, forse perché il pubblico annusa pericoli veri.

La prima regola dei talk è che in trasmissione non si deve parlare male dei talk; appena qualcuno accenna ai danni che possono essere prodotti da una così prolungata e spettacolare esposizione della politica, subito il conduttore risponde “e certo, è sempre colpa nostra”, con l’aria della vittima designata e il risentimento di chi non vede riconosciuti i propri meriti. Il discorso finisce lì, eppure varrebbe la pena di rifletterci con libertà di testa. Nel 2016, su Italia1, fu tentato un esperimento istruttivo: andò in onda la prima puntata di quello che fu definito un “talent-talk” o anche “il talk con il televoto” (si intitolava Maggioranza assoluta) – cinque politici o intellettuali dovevano sfidarsi a colpi di argomenti e alla fine era il pubblico da casa a decretare il più convincente, che si portava via un bel montepremi. Il programma fu chiuso dopo la seconda puntata, per share troppo basso e le troppe defezioni, ma è interessante chi furono i due vincitori: Andrea Pucci, comico interista, e Giampiero Mughini, intellettuale juventino – cioè due abituali frequentatori della trasmissione sportiva Tiki Taka, in onda sulla stessa Italia1 e condotta da Pierluigi Pardo che conduceva pure lo sfortunato talent-talk. Il calcio aveva stinto sulla politica, indebolendola e “calcizzandola”.

Tra i vari piaceri, più o meno perversi, che il talk politico suscita, il più segreto è forse quello di avere una “classe politica” sempre a disposizione in video, e sempre a rischio di scivolate e brutte figure: come nel Grande Fratello delle origini. Una classe politica a cui magari affezionarsi ma senza il minimo rispetto. Non è un caso se i veri leader non si sognano nemmeno di partecipare a un talk; il talk è uno spettacolo ibrido, che non consente ai singoli personaggi di controllare fino in fondo la propria parte. È un po’ reality, un po’ soap, un po’ luna-park (anzi, tirassegno), un po’ improvvisazione e un po’ commedia; come in tutti i testi che danno importanza alla forma (e uno spettacolo non può non appartenere a questa categoria), i contenuti specifici valgono meno dell’effetto generale – nei talk spesso passano senza discussione affermazioni francamente discutibili (“i piccoli imprenditori sono i veri precari”, “bisogna creare un’internazionale dei sovranisti”), mentre ci si scanna su cose che sembrerebbero pacifiche (“sono andato in pensione quando la legge me l’ha permesso”). L’emotività prevale sul raziocinio, come in qualunque opera d’arte, ma nessun autore ne ha calcolato la miscela e gli esiti, e se ne è assunto la responsabilità. Se vogliamo estrarre dai contenuti espliciti il contenuto implicito dovuto alla forma, questo è grosso modo quel che ci dice lo spettacolo collettivo dei talk politici: l’Italia è un grande Paese, un Paese in rovina dove si possono comprare molte cose, dove vivono molti disperati ma dove è giusto e possibile pensare positivo ed essere felici; un Paese democratico dove si può discutere di tutto ma niente può essere risolto, un Paese che nessuno è degno di guidare ma dove contano i valori, soprattutto salvare le donne incinte e i bambini. Paradossalmente, l’insieme dei talk politici è un esempio gigantesco (e inavvertito) di arte che influisce sulla realtà: cioè di arte impegnata.

Estratto da “Il talk politico come arte éngagée?” di Walter Siti, in L’età del ferro 11/2018, Castelvecchi editore. © 2018 Lit Edizioni Srl. Per gentile concessione.

D&G, la cotoletta colpisce ancora (anche in Oriente)

È la maledizione della cotoletta. Tutto quello che di disgraziato è accaduto negli anni a Dolce & Gabbana nel mondo della comunicazione – fino ad arrivare al caso di ieri con la cancellazione del loro show a Shanghai – nasce da lì. Da quel fazzoletto di carne fritta che 12 anni fa fu l’inizio di una serie di sventurati eventi. Novembre 2006. Camilla Baresani, che ai tempi aveva una rubrica su Il Sole 24 Ore, va nell’ex ristorante dei due stilisti a Milano, il Gold, e ordina una cotoletta. La trova legnosa.

Sul giornale, giorni dopo, la recensione è perfino meno tenera della cotoletta: “È la più cattiva che abbia mangiato in vita mia, oleosa, inspiegabilmente dolciastra, troppo brunita sui bordi, gommosa. Mi ha fatto pensare a quelle che ammanniscono in certi baretti del centro, cucinate dal gestore la sera prima a casa, in qualche paese dell’hinterland, e riscaldate il giorno seguente nel microonde, per i frettolosi pasti degli impiegati”. Dolce & Gabbana si incazzano, annunciano l’intenzione di togliere 300.000 euro di pubblicità al Sole 24 Ore. Giorni dopo, sullo stesso giornale, esce un’altra genuina recensione della cotoletta D&G (nel senso di Dozzinale&Granitica) che a quel punto, per il recensore-schiena-dritta, diventa cibo degli dei. Fine della storia. Anzi no. Perché prima di chiudere la questione, Stefano e Domenico aggiunsero: “La Baresani è stronza e frustrata forse perché grassa”. Non c’erano ancora Fb, Twitter e Instagram per cui sopravvissero al linciaggio 2.0, ma la maledizione della cotoletta li colpì con certezza quel giorno lì. Da quel momento, non a caso, la storia di D&G col mondo della comunicazione è un susseguirsi di inciampi, sviste e pirotecniche cafonate. Un anno dopo esce la loro nuova pubblicità: una donna bloccata a terra per i polsi da un uomo a torso nudo, circondata da un branco di maschi che guardano. Vengono accusati di fare pubblicità sessiste, di aver dato un’immagine patinata dello stupro. Poi c’è la polemica con Napoli. Girano una campagna nella città partenopea e i napoletani li accusano di aver rappresentato una serie ridicola di cliché. Del resto, in 30 secondi di spot apparivano: la bella donna in tubino nero tra la folla, gli spaghetti, due sposi napoletani, il marinaio galante, la donna in vestaglia e Pulcinella. Colonna sonora: tu vuo’ fa’ l’americano. Mancavano solo Maradona e un comizio di De Magistris sullo sfondo. Stefano Gabbana risponde con pacatezza: “Non verrò mai più a Napoli a farvi pubblicità! Brutta gente, siete lo schifo d’Italia”.

Poi D&G litigano con Elton John perché definiscono “sintetici” i figli nati in provetta e quello s’offende. Poi Stefano Gabbana comincia a utilizzare Instagram come se anziché uno stilista di fama mondiale fosse un bimbominkia del “Valerio Scanu fan club” e scrive che Selena Gomez è un cesso venendo accusato di body shaming con cazziatone di Miley Cyrus annesso. Scrive che la Ferragni è cheap. Che il fashion blogger Mariano di Vaio è un ingrato perché è stato invitato alla festa D&G e non li tagga su Instagram. Poi il livello delle discussioni si alza ulteriormente. Comincia a prendersela con i tronisti, da Sara Affi Fella a Claudio Sona, colpevole quest’ultimo di essere l’ex fidanzato di un suo ex fidanzato. Insomma, mancano solo la lite con Fabrizio Bracconeri e quella con Gasparri. Nel frattempo il povero Domenico tace con malinconica rassegnazione, come tace John ogni volta che Lapo fa qualche casino. A settembre di quest’anno Stefano scrive che il suo account è momentaneamente chiuso per instagram detox. La dieta disintossicante dai social purtroppo dura poco e nel giro di poco tempo Stefano riapre il suo frigorifero delle social-minchiate. E veniamo alla crisi diplomatica con la Cina. Nella giornata di ieri era programmata un’importante sfilata D&G a Shanghai. La faccenda era partita male fin da subito. Gli spot usati da D&G per promuovere la sfilata erano un po’ la versione cinese di Napoli-Pulcinella-donna in vestaglia già citati. Per esempio, una ragazza cinese con gli occhi molto a mandorla tentava di mangiare un enorme cannolo siciliano con le bacchette. Il tutto accompagnato da frasi come “è troppo grande per te”. Insomma, un capolavoro di raffinatezza.

I cinesi, che già stavano incazzati perché Di Maio aveva chiamato Ping il loro presidente a Shanghai due settimane prima, si offendono. A quel punto Stefano Gabbana, in un orario in cui evidentemente Uomini e donne non andava in onda e aveva tempo libero, pensa bene di discutere in privato della permalosità dei cinesi con un account Instagram (DietPrada) famoso per detestare D&G e per svelare gli altarini di moda e stilisti. Questo il suo parere sobrio e moderato condiviso con DietPrada: “Cina Ignorante Mafia sporca puzzolente (…) Pensi che io abbia paura dei tuoi post?”. DietPrada pubblica i suoi commenti in un post. I commenti diventano virali. Vengono tradotti nei 3.450.098 dialetti dei cantoni cinesi. La Cina annulla la sfilata. I satelliti registrano movimenti sospetti nelle basi nucleari cinesi. Stefano Gabbana si difende come il quindicenne sorpreso a scrivere “Prof deficiente” su fb. Dice: “Mi hanno hackerato l’account, sembravo io ma non lo ero!”. E, ormai, conoscendolo, è già tanto che non abbia aggiunto: “Sarà stato un cinese, del resto questi cinesi del cazzo copiano tutto”. Insomma: la maledizione della cotoletta ha colpito ancora.

“Mio figlio, morto in cella a 29 anni di polmonite. Adesso voglio la verità”

“Ilaria Cucchi mi ha mandato un messaggio di solidarietà. L’ho ringraziata e a volte sarei tentata di chiamarla per chiederle un consiglio: è stata caparbia. Non credo che il caso di suo fratello sia paragonabile a quello di mio figlio: Stefano Cucchi è stato massacrato di botte. Ma in qualcosa in comune c’è: un sistema penitenziario che non funziona, strutture sanitarie che latitano. La vita di mio figlio era affidata al carcere. Ora pretendo risposte”.

Laura Gottai vive a Portogruaro, in provincia di Venezia. Ha 55 anni, gli ultimi tre li ha passati a combattere, dentro le aule giudiziarie, per conoscere la verità sulla morte di suo figlio Stefano Borriello, stroncato a 29 anni da una polmonite comune nel carcere di Pordenone, dopo una settimana di forti dolori e febbre alta. La perizia di parte civile ha stabilito che una semplice terapia antibiotica avrebbe potuto salvarlo. Terapia mai prescritta dal medico del penitenziario, Giovanni Capovilla, che ora deve rispondere di omicidio colposo.

La prima udienza del processo era prevista ieri, ma è stata rinviata per lo sciopero degli avvocati. E ancora una volta la signora Laura deve aspettare.

Signora Gottai, quando ha saputo che suo figlio Stefano era morto?

Erano le 23 del 7 agosto del 2015 quando mi hanno telefonato dal carcere. Nessuno mi aveva avvertita prima per dirmi che stava male da giorni. Poi ho saputo che è stata chiamata l’ambulanza quando non c’era più nulla da fare. Il personale del Pronto soccorso non ha fatto altro che accertare il decesso.

Ha dubbi sulla ricostruzione dei fatti che riguardano la morte di Stefano?

Io ho molti dubbi sul funzionamento del sistema penitenziario. Nel diario clinico del medico del carcere non c’è traccia degli accertamenti che avrebbe dovuto fare secondo il protocollo. Sarebbe bastata l’auscultazione: nemmeno quella è stata eseguita, gli sono stati dati solo degli antipiretici. Il medico è stato superficiale. Con l’aggravarsi delle condizioni di mio figlio avrebbe dovuto disporre gli accertamenti necessari. Ma mi domando fino a che punto il personale sanitario di un carcere sia autonomo. Quanto è vincolato dall’amministrazione penitenziaria? Non sono certa che a mio figlio sia sempre stato concesso dagli agenti di recarsi in infermeria quando stava male. Per questo credo che ci siano state concause. Mio figlio era tossicodipendente. Ma è entrato in carcere sano e dopo poco più di due mesi è morto.

Ci sono state due richieste di archiviazione dell’inchiesta da parte della Procura a cui lei si è sempre opposta, fino a ottenere l’imputazione coatta per il medico del carcere. Come se le spiega?

C’è scarsa attenzione verso ciò che succede in un carcere. I Tribunali sono pieni di fascicoli e fatti come questi sono ampiamente sottovalutati.

I periti della Procura hanno ravvisato negligenze affermando però, in sostanza, che la morte di mio figlio non poteva essere evitata. È come dire a uno che ha un tumore: guarda non puoi avere la certezza di guarire quindi non ti prescrivo nemmeno una terapia. Il mio perito ha ribaltato questa conclusione. E io fin dal primo momento non ho accettato di sentirmi dire: ‘Suo figlio è morto e non c’è altro da aggiungere’. Non era cardiopatico. Non ha avuto un infarto. E non stiamo parlando di una disgrazia.

Cosa si aspetta adesso?

Mi aspetto che dal processo emerga con la massima chiarezza quello che è accaduto. Parliamo di incapacità? Di superficialità? Io voglio sapere. Sono convinta che mio figlio non sia stato assistito nel modo adeguato. Poi mi sono fatta una idea più complessiva del sistema carcerario: un luogo omertoso, dove tutti stanno attenti a non pestarsi i piedi l’un con l’altro. È solo un’opinione, certo. Ma non credo di essere molto lontana dalla realtà. E ora voglio giustizia.

Salute in carcere: un diritto negato

Quando Agostino Siviglia, garante dei detenuti di Reggio Calabria, presenta la sua relazione sulle due carceri cittadine, Antonino Saladino, 31 anni, è morto per un malore da poco più di due mesi in quella di Arghillà, dove era rinchiuso per traffico di droga. È il 24 maggio scorso, siamo a palazzo San Giorgio, sede del Comune. Siviglia, davanti al vicesindaco e ai carabinieri, affonda la sanità penitenziaria reggina. “La problematica più grave e complessa – dice – è rappresentata da un presidio sanitario che risulta sempre meno garantito. Manca la copertura infermieristica sulle 24 ore, il personale medico è del tutto insufficiente, non c’è un gabinetto radiologico, la specialistica necessita di implementazione”. Erminia, sorella di Saladino, aveva già denunciato: “Mio fratello stava male, aveva la febbre e vomitava. L’ambulanza è stata chiamata quando per lui non c’era più nulla da fare”. L’assistenza fuori dal carcere è quasi inesistente. L’azienda ospedaliera Bianchi-Melacrino-Morelli di Reggio Calabria, solo per citarne una, dispone di 2 soli posti letto per oltre 600 detenuti: in tutta la regione sono 4. Solo che la Calabria non è un caso a sé. E forse non è nemmeno il peggiore. Da Nord a Sud sono appena 133 i posti riservati dagli ospedali italiani a chi è in carcere: e i detenuti sono più di 59mila. Alcune regioni, poi, non ne hanno nemmeno uno. Lombardia, Veneto, Sardegna. Così i tempi di attesa per un intervento chirurgico sono interminabili. Si arriva anche a 5 anni. Non va molto meglio per le visite specialistiche: da un minimo di uno a due anni. Con l’aggravante che le cartelle cliniche digitali sono un miraggio, girano solo scartoffie che spesso si perdono. Così quando un detenuto viene trasferito nessuno può assicurargli la continuità terapeutica, e tutto riparte da zero. “La situazione è drammatica – scandisce Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania –. Ricevo una media di 15 lettere alla settimana dai detenuti. E il primo problema è sempre quello della salute. Per un ecodoppler attendono un anno e otto mesi, per una visita ortopedica due anni…”.

Nel frattempo nei tribunali si impilano i fascicoli sulla malasanità in carcere: nove medici, compreso un perito, imputati di omicidio colposo a Siracusa per la morte di Alfredo Liotta, deceduto nel luglio del 2012 nel carcere di Cavadonna; stessa accusa per otto guardie carcerarie e due medici di Regina Coeli per il suicidio di Valerio Guerrieri, 21 anni: soffriva di disturbi mentali, il giudice ne aveva disposto la scarcerazione ma era ancora in cella in attesa di essere ricoverato in una Rems, le strutture che hanno sostituito gli Opg. Il fatto è che i casi Liotta, Guerrieri, Saladino, sono solo la punta dell’iceberg. “Dopo il sovraffollamento oggi c’è un’altra emergenza: quella sanitaria”, conferma Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell’Osservatorio di Antigone, associazione per i diritti dei detenuti. “La sanità in carcere non è affatto un corpo alla pari nel sistema sanitario nazionale”, ammette Luciano Lucania, presidente della Società di medicina penitenziaria. “Il personale scarseggia, Stato e Regioni latitano. Montagne di carte e iniziative e siamo al punto di partenza”. Il punto di partenza è la riforma che nel 2008 ha sancito il passaggio delle competenze dal ministero della Giustizia a quello della Salute. Sono passati dieci anni ed è un flop, con corredo di scaricabarile delle responsabilità. “Le competenze sono delle Regioni e delle Asl”, dice il ministero della Salute. Regioni e Asl, a loro volta, denunciano un conflitto tra le ragioni della sanità e quelle della sicurezza, che guidano un’amministrazione penitenziaria a corto di agenti (sono poco più di 32.300, dovrebbero essere 41.130). “Non c’è il personale, questa è la madre di tutti i problemi – dice Stefano Branchi, coordinatore Cgil degli agenti di polizia penitenziaria –. Per questo capita che non si riesca a trasferire un carcerato in ospedale perché mancano le guardie: ne servono due per un detenuto comune, almeno tre per uno sottoposto a regime speciale. Ogni guardia deve coprire più posti di servizio, una volta c’era un agente per ogni sezione con 50-60 detenuti, adesso è costretto a sorvegliarne tre”. L’ultimo bando ministeriale permetterà l’assunzione entro la fine dell’anno di 1.500 agenti, il ministero assicura che farà scorrere le graduatorie per reclutarne altri 1.300. “Ma sono del tutto insufficienti. E il ministero della Giustizia ci dice che mancano le risorse economiche”, aggiunge Branchi.

Oggi tra le malattie più diffuse in carcere ci sono quelle psichiatriche, oltre il 40% dei detenuti soffre di disturbi mentali. Poi ci sono le patologie infettive correlate all’epatite C. Ma non funzionano nemmeno i presidi sanitari che avrebbero dovuto essere un esempio, come il Sestante, il reparto psichiatrico aperto nel 2002 nella casa circondariale di Torino. Il garante nazionale, Mauro Palma, lo ha ispezionato due volte in un anno, l’ultima pochi mesi fa. Trova “sporcizia diffusa, muffa sulle pareti, nessuna doccia interna, servizi igienici a vista, materassi in pessime condizioni, letti privi di lenzuola”. Quando fa il secondo controllo la situazione è persino peggiorata. Si imbatte anche in una cosiddetta “cella liscia” per i detenuti con disturbi psichici in fase acuta. Un’eredità dei manicomi. È completamente vuota, scrive Palma, in condizioni “assolutamente inaccettabili”. “Non sappiamo – spiega Michele Miravalle di Antigone – in base a quali regole un detenuto viene rinchiuso in questo tipo di cella, quante volte viene visto da un medico. E se c’è una necessità di contenimento, questa andrebbe affrontata in un quadro di garanzie”. C’è chi nelle celle lisce è stato rinchiuso anche per più di 20 giorni, anche se dovrebbe essere utilizzata per un massimo di 36 ore. Questo tipo di celle sono più d’una nel nostro sistema carcerario. E, in questo caso, “il confine tra legalità e illegalità è sottile”.

Pisa, lo strano caso della casa rifugio per maschi violenti

Una casa rifugio per gli uomini che maltrattano le donne. La proposta choc dell’assessore alle politiche educative del Comune di Pisa Rosanna Cardia apre una crisi nell’amministrazione leghista: a pochi giorni dalla “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne” e dopo le inevitabili polemiche, il sindaco Michele Conti decide di fare un passo indietro sconfessando il suo stesso programma di mandato. “Il provvedimento è un’idea dell’assessore e sarà abolito con un emendamento – spiega Conti – costruire residenze per uomini che maltrattano le donne non è una nostra priorità e non ci sono le risorse economiche”. La proposta era stata inserita nel programma di mandato presentato lo scorso 13 novembre in consiglio comunale e prevedeva la costruzione di “residenze” nelle quali trasferire gli uomini violenti. “È un’idea pericolosissima – attacca Giovanna Zitiello, coordinatrice della Casa della Donna – così l’uomo continuerà a sapere dove abita la ex compagna e di conseguenza a molestarla”. Dopo le polemiche, il dietrofront del sindaco: “noi comunque andiamo avanti”.

“Il medico poteva salvare mia madre: l’ha uccisa”

“Il medico aveva rimosso la mascherina per l’ossigeno e chiuso la valvola di erogazione… poi avrebbe rapidamente iniettato un farmaco dall’aspetto lattiginoso, forse Proposol… Un sedativo ipnotico che in caso di sovradosaggio fa insorgere depressione respiratoria e cardiovascolare”. È scritto così nell’ordinanza e nella perizia della Procura di Trieste che indaga su Vincenzo Campanile, un medico dell’ospedale Cattinara, il più grande della città, che prestava servizio presso il 118.

L’accusa è omicidio volontario. Si indaga sulla morte di 9 pazienti anziani che Campanile avrebbe soccorso dal 2014 al gennaio 2018. Ma invece di curarli, è l’accusa, ne avrebbe “accelerato o determinato il decesso”. Proprio come Mirella Michelazzi, 81 anni, cui sarebbe stato tolto l’ossigeno e somministrata una dose letale di anestetico. Senza che la somministrazione del farmaco comparisse nei documenti. È Cesare Negro, figlio della donna, a parlare: “Mi chiedo come sia possibile che un medico accusato di un reato tanto grave sia libero…”, esordisce. E torna al 3 gennaio scorso: “Mi hanno chiamato dalla casa di cura dove mia madre era ricoverata dopo un incidente per dirmi che stava male. Sono accorso subito e ho trovato mia madre in condizioni gravissime. Il medico del 118, però, si rifiutava di portarla in ospedale. Mi rispondeva in modo durissimo che era lui a dover scegliere. Allora io ho dato in escandescenza e quel tizio addirittura ha minacciato di chiamare i carabinieri… ‘li chiami, per carità, li chiami, così salvano mia madre’, ho detto. Ho chiamato perfino il mio avvocato, Antonio Santoro”. Nel giro di pochi minuti, però, Mirella era morta. Forse proprio le urla disperate del figlio hanno spinto infermieri e volontari del 118 a denunciare il comportamento del medico. Ma, secondo l’accusa, quello che all’inizio pareva un caso di malasanità potrebbe essere un omicidio, come ha raccontato Il Piccolo. Ecco cosa scrive il perito dei pm: sono le 17,15 del 3 gennaio, “all’arrivo del personale del 118 veniva valutato il caso come grave insufficienza respiratoria e posizionata una mascherina d’ossigeno” in attesa dell’arrivo del medico. Ed ecco che arriva l’automedica con Campanile che “decide di rimuovere l’ossigeno e di non trasportare la donna in ospedale”. È soltanto l’inizio: “Il personale non medico presente sul posto” racconta “che Campanile, prima dell’arrivo del figlio della donna, avrebbe chiesto il contenitore dei farmaci termolabili e avrebbe preparato una siringa”. Su un dettaglio i testimoni concordano: il colore e la consistenza del farmaco, biancastro, lattiginoso. Quasi certamente Proposol. Una dose pesante, secondo un testimone, da 20 ml. “Nessun altro farmaco”, scrivono i periti, “soltanto il Proposol che ha come effetto apnea”. Le carte depositate dalla Procura testimoniano una situazione confusa: “Dopo l’iniezione, il personale del 118 – mentre il medico era girato di spalle – aveva ripreso l’erogazione dell’ossigeno, ma il medico, accortosi di ciò, aveva dato disposizione che la somministrazione fosse interrotta”. In pochi minuti Mirella scivola nel sonno e alle 17,54 muore.

I periti della Procura non sembrano avere dubbi: “Il decesso appare attribuibile, in base agli accertamenti esperiti, anche tossicologici (l’analisi del capello, ndr), a un’intossicazione recentissima da Proposol”. Sulla cartella clinica redatta da Campanile di quella medicina non c’era traccia. Una circostanza che ha insospettito le pm Cristina Bacer e Chiara De Grassi che hanno cominciato a scavare. E la catena delle morti sospette si è allungata: 9. Finora Campanile – il cronista ha interpellato il suo avvocato che non ha voluto rilasciare dichiarazioni – è l’unico indagato, ma gli inquirenti devono capire: possibile che superiori e colleghi del medico non si fossero accorti di niente?