Soldi ai partiti. Aziende, lobby e altri affari. Ecco chi ha pagato la politica

La politica non si sente più casta, ma ancora costa. I finanziamenti pubblici (diretti) sono spariti, le strutture dei partiti sono più snelle, quasi impercettibili se non per la propaganda, e perciò aumentano le donazioni private con ampio supporto dei politici stessi e di una miriade di piccole, medie e grandi imprese che si muovono per tutelare i propri interessi. O detto in volgare: i propri affari. Il resoconto arriva dai tabulati – consultati dal Fatto e riferiti a quest’anno – delle dichiarazioni congiunte che partiti, eletti e candidati sono obbligati a depositare alla Camera. La legge – che sta per cambiare – impone la trasparenza per i contributi superiori a 5.000 euro fino al limite di 100.000, ma le norme sulla privacy rendono agevole l’occultamento del benefattore.

La Lega ha un debito con lo Stato di 49 milioni di euro per la condanna sui rimborsi pubblici del passato di Bossi & Belsito. Seppur inarrestabile nei sondaggi, il Carroccio di Matteo Salvini è squattrinato. Per le campagne elettorali, la Lega ha tartassato i candidati e rimpinguato le casse del partito nazionale con 3,48 milioni di euro. Un obolo di 100.000 euro, però, è di Vaporart, un’azienda milanese che produce sigarette elettroniche. Il ministro Salvini ha smesso di fumare, pare, ma la Lega protegge le imprese del settore “aromatico” contro le tasse inique applicate dai governi di centrosinistra. Il primo di agosto, il Capitano ha promesso: “Entro l’estate faremo un provvedimento”.

Un mese fa, invece, Salvini ha comunicato l’attesa e lieta notizia al magazine delle sigarette elettroniche: “Ci abbiamo messo qualche settimana in più, ma ce l’abbiamo fatta”. In Parlamento, però, non è finita e i leghisti spingono a fatica l’emendamento alla legge di Bilancio. Il ministro dell’Interno ha raccolto un po’ di denaro anche con la lista “Salvini premier”: 97.000 euro, di cui 25.000 da Confagricoltura e 25.000 da Telefin. Quest’ultima è un’azienda specializzata in impianti di comunicazione ferroviaria di proprietà di Ducati Energia di Guidalberto Guidi, già vicepresidente di Confindustria e padre di Federica, ministro per lo Sviluppo economico nel governo renziano. Telefin ha coperto l’intero versante del centrodestra con 20.000 euro per Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) e 20.000 per Mara Carfagna (Forza Italia). Al contrario, la figlia si è impegnata col centrosinistra, per la precisione col Pd. Il centro di ricerche Ducati di Trento, di cui Federica Guidi è vicepresidente, ha finanziato gli ex colleghi ministri e sottosegretari uscenti Maria Elena Boschi (20.000 euro), Cosimo Maria Ferri (20.000) e Marianna Madia (10.000). Per Boschi da segnalare anche 9.000 euro da Robox di Roberto Marai.

La battaglia dei valori sovranisti di Fratelli d’Italia ha riscosso successo durante la raccolta fondi: 1,1 milioni di euro al partito nazionale, 171.000 a Roma e nel Lazio. Giorgia Meloni ha rinunciato al sempre più forte sentimento animalista e abbracciato la causa dei cacciatori. Tant’è che ha portato il capo della Confederazione delle associazioni venatorie – Maria Cristina Caretta – in Parlamento. Non sorprende che l’Associazione dei cacciatori veneti abbia scelto di premiare FdI con 70.000 euro. Non è sempre così automatico legare una donazione a una richiesta, più o meno esplicita. Per esempio, chissà perché Idroterm – che fabbrica tubi in polietilene – ha puntato 25.000 euro su Alternativa popolare, una costola del Nuovo centrodestra che fu di Angelino Alfano. Più evidente e di certo più sofferto il solito assegno da 100.000 euro – il più recente è stato registrato a ottobre – che Fininvest ha staccato per mantenere in vita Forza Italia. Per fortuna, il ricco italo-americano Lawrence Auriana ha elargito un po’ di generosità con 40.000 euro per Francesca Alderisi e 25.000 per FI. Urne infauste per +Europa di Emma Bonino, ma ottima presa sui donatori: 412.000 euro raccolti dal cartello politico, più altri distribuiti ai fedelissimi come i 260.000 euro per Benedetto Della Vedova da Peter Baldwin. Il professore americano Baldwin, come riporta correttamente il portale di +Europa, ha aiutato Bonino con oltre 1,6 milioni di euro. Più parsimonioso Diego Della Valle, patron di Tod’s, che ha versato 15.000 euro a Sandra Lonardo in Mastella, senatrice di Forza Italia. Giovanni Arvedi, il fondatore dell’omonimo gruppo siderurgico, ha donato più del triplo – 50.000 euro – all’ex sottosegretario Luciano Pizzetti.

L’ex ministro Luca Lotti s’è dovuto accontentare di una dozzina di migliaia di euro: 7.500 dai gelati Sammontana, 5.000 da Defendini Logistica. Interessante la disputa per il Pirellone. Il dem Giorgio Gori, lo sconfitto, ha rastrellato 1,35 milioni di euro e s’è pure svenato: ha finanziato se stesso con 200.000 euro, altri 200.000 li ha messi la moglie Cristina Parodi, 20.000 Ilaria Dallatana (ex socia in Magnolia e poi direttrice di Rai2) e la miseria di 9.964 euro l’ingegnere Carlo De Benedetti, ex presidente del gruppo editoriale L’Espresso (ora Gedi).

Il leghista Attilio Fontana, il vincitore, ha ricavato abbastanza dalle associazioni fondate anche attorno alla figura dell’ex governatore Maroni: 50.000 euro da Paolo Scaroni, ex presidente di Eni e ora al vertice del Milan; 50.000 dal cavaliere Domenico Bosatelli (che con Gewiss darà il nome al nuovo stadio dell’Atalanta) e 25.000 dalla Mapei di Giorgio Squinzi, ex capo di Confindustria e proprietario del Sassuolo. Bosatelli, in maniera neutrale, ha donato 50.000 euro anche a Gori. Più povera la campagna laziale.

Il comitato di Roberta Lombardi (M5S) ha incassato 41.500 euro con contributi sotto la soglia di 5.000, mentre quello di Nicola Zingaretti – per la seconda volta governatore e adesso candidato alla segreteria del Pd – s’è fermato a 27.500: 6.000 da Assomercati di Fondi e 9.500 da Paolo Gentilini, dell’omonima azienda di dolciumi. Chiude la classifica, soltanto per questioni di ordine alfabetico, l’ex capogruppo dem Luigi Zanda, che denuncia un’unica donazione: 15.000 euro dal cittadino svizzero Carlo De Benedetti.

Garantismi e gargarismi

Avete notato quanto sono diventati simpatici i Casamonica, ora che la Raggi gli fa svuotare e abbattere i villini? Qualche estate fa, dopo il vistoso e fastoso funerale in stile Padrino per il loro patriarca, parevano la più pericolosa organizzazione criminale del mondo. Ora che la sindaca e i vigili di Roma fanno ciò che avrebbero dovuto fare da 21 anni i loro tremebondi predecessori, i giornaloni la menano sulla “passerella”, lo “spot”, il “défilé” di Raggi, Conte e Salvini, come se non fosse una buona notizia che le massime autorità della capitale e del Paese mettano la faccia sulla restituzione di un pezzo di territorio nazionale ai cittadini onesti. La legalità non è più un valore in sé, ma un principio intermittente, da applicare ai nemici e ignorare per gli amici. Se Mimmo Lucano, sindaco di Riace, usa i pubblici poteri per violare la legge, e i giudici lo bloccano, è un martire e un eroe, perché certe leggi non vanno rispettate. Quali, lo decidono lui e i suoi amici. Se la benemerita Ong (francese) Medici senza frontiere scarica nei porti (italiani) 24 tonnellate di rifiuti tossici, infettati da vari virus e dunque pericolosi per la salute pubblica, come fossero bucce di banana, e i giudici la bloccano, l’indagine diventa “accanimento” e la legge “cavillo” (Repubblica) anche per chi vorrebbe imporre l’obbligo vaccinale pure contro le unghie incarnite.

L’altra sera abbiamo appreso dall’autorevole Bruno Vespa che le manette sono una brutta cosa, soprattutto in mano a un giudice tipo Davigo, così come il bisturi in mano al chirurgo e il volante all’autista (a proposito: indovinate che mestiere fa la moglie di Vespa). Arrestare chi commette reati, o auspicare che ciò avvenga, non significa schierarsi dalla parte della legge: ma essere “giustizialisti” e dunque poco “garantisti”. Infatti il Foglio spiega che l’emendamento infilato nell’Anticorruzione (ribattezzata per l’occasione Procorruzione) da Lega, Pd e FI per depenalizzare il peculato nei processi di Rimborsopoli, è “benedetto” perché “ci salva da una legge manettara” e “giustizialista”: cioè dal Codice penale che incredibilmente, dopo tanto “garantismo”, punisce ancora il peculato e l’abuso d’ufficio, cioè chi deruba lo Stato o usa i pubblici poteri per farsi i cazzi propri. Intanto non gli avvocati (ce ne sono di serissimi), ma le loro lobby delle Camere penali e di altre sigle sindacali, scioperano per difendere la prescrizione, definita nientepopodimenoché “diritto costituzionale” e “conquista di civiltà” in nome della “ragionevole durata dei processi” (che in Italia è irragionevole anche grazie alla prescrizione).

Siamo così abituati a sentire spacciare l’impunitarismo per “garantismo” da aver dimenticato il significato del termine. Cesare Beccaria teorizzava un insieme di regole per tutelare il diritto dell’imputato a difendersi nel processo per essere giudicato equamente, non dal processo per farla franca. Le garanzie devono valere per tutti, ma andrebbero modellate su misura degli innocenti, non dei colpevoli. L’innocente vorrebbe uscire al più presto dal processo: invece i processi sono eterni. L’innocente indagato ingiustamente vorrebbe spiegare subito al pm le proprie ragioni: invece il pm non è obbligato a sentirlo durante l’indagine e può chiederne il giudizio senza averlo mai visto. L’innocente, se viene archiviato o assolto, vorrebbe almeno che l’avvocato glielo pagasse lo Stato o chi l’ha denunciato ingiustamente: invece le spese legali deve pagarsele lui. Se i “garantisti” lo fossero davvero, invocherebbero queste norme di ordinaria civiltà. Invece difendono la prescrizione, riservata ai colpevoli: per gl’innocenti c’è l’assoluzione (in caso di prescrizione, l’innocente può rinunciarvi per farsi assolvere nel merito oltre i termini: il che è consigliabile a tutti per i reati infamanti).
Ho appena messo le mani sulla seconda sentenza del Tribunale civile di Firenze che mi ha visto soccombente contro Tiziano Renzi per una banale frase del tutto veritiera sul caso Consip. Il giudice l’ha ritenuta diffamatoria perché ha dato ragione all’unica parte presente al processo: l’“attore” Renzi sr., mentre io, il “convenuto”, ero contumace. Il postino, non trovandomi in casa, mi aveva lasciato nella buca delle lettere un avviso di giacenza (dell’atto di citazione) che, evidentemente, s’è perso. Così non l’ho ritirato e il processo è partito senza di me. Nel civile pare che sia normale: non ti avvisano neppure una seconda volta, come per le multe per divieto di sosta prima che scatti la maggiorazione. E, se sei contumace, non c’è né un pm che indaghi anche per te né un avvocato d’ufficio che ti difenda. Conta solo la parola dell’“attore”, che ovviamente sa del processo. Così, ignaro di tutto, non ho potuto mandare il mio avvocato con le carte che dimostrano la veridicità della mia frase. Perciò sono stato condannato a 50 mila euro. Lo scrive il giudice: “È financo intuitivo che, a fronte dell’allegazione di… affermazioni astrattamente diffamatorie, compete al convenuto invocare l’esimente del diritto di cronaca o critica e provare, tra l’altro, la veridicità del fatto narrato… Il convenuto non si è costituito, così rinunciando a spiegare le proprie difese e, quindi, a far valere una eventuale causa di giustificazione ed a provare che i fatti riferiti nella trasmissione televisiva fossero veri… A fronte della contumacia del giornalista, questo giudice non deve né può chiedersi… se operi o meno la scriminante del diritto di cronaca o di critica”. Avete mai visto un “garantista” battersi contro questo abominio, cioè chiedere una prima notifica brevi manu e le successive allo studio del difensore (per evitare le fughe di chi non si fa più trovare)? Questi “garantisti” all’italiana parlano di Cesare Beccaria e pensano a Cesare Previti.

“È stato un bell’azzardo: papà voleva il posto fisso”

Un palco, uno spettacolo da mettere in scena, un fratello in difficoltà (tre della compagnia ammalati, come racconta nella prefazione della pagina accanto); una mamma che ti sprona, una vocina interna che dice “vai, è il momento”; sempre quella vocina che insiste e ti sobilla verso “una (presunta) botta di follia”. E puff, scatta la magia, e Roma, e l’Italia scoprono per la prima volta Carlo Verdone: “Ancora oggi non so perché l’ho fatto: un grande azzardo; e io un po’ megalomane”.

Seduto su un divano accavalla le gambe, socchiude gli occhi, guarda a ieri non da arrivato, (“in questo mestiere non te lo puoi permettere”), ma da uomo realmente e piacevolmente stupito; da mesi poi lavora alla sceneggiatura del suo prossimo film.

Per fortuna è salito su quel palco.

E ho capito di avere un potenziale del quale ero ignaro; è stato un momento di euforia.

Concluso tra gli applausi.

Andò tremendamente bene. Da quella sera è partita la mia carriera. Papà non voleva.

Come mai?

Conosceva bene la realtà del cinema, le difficoltà per intraprendere e restare in questo mondo: per lui era un mestiere complicato, pericoloso, pieno di fragilità. Diceva: “O sei da primo in classifica, o meglio lasciar perdere. E non so se puoi riuscirci. Studia e pensa a un posto sicuro”.

Sua madre?

L’opposto: “Carlè, tu hai un occhio particolare su ciò che ti circonda. È una dote”. Però a quel tempo la laurea aveva un valore spendibile…

Suo padre così addentro al cinema?

Sì. Allora gli attori che duravano, e potevano vivere di questo mestiere, erano pochi: Gassman, Sordi, Manfredi, Tognazzi e Mastroianni.

I fantastici cinque.

Per gli altri arrivavano i dolori, depressi, oppressi dall’ansia e dalla smania per una parte; cercavano mio padre, chiamavano a casa: “Tu che conosci Fellini, puoi parlarci?”.

Raccomandazioni…

E non mi riferisco a professionisti di basso livello, ma a grandi come Leopoldo Trieste. Per questo mio padre non era convinto, conscio delle mie fragilità, della mia timidezza davanti alla folla.

La proteggeva.

Allo stesso tempo mi consigliava i film da vedere, mi regalava le tessere dei cineclub, i libri di Maupassant, Cechov, Gogol, Verga, Deledda… tutta la letteratura di fine Ottocento, primi del Novecento. È stato eccezionale.

Per alcuni scrittori non sono necessari i classici.

È un’enorme stronzata: sapete chi è il maggiore esponente della commedia all’italiana? Carlo Goldoni. Se riprendete le sue opere scoprirete i segreti dei grandi autori.

Dal passato non si prescinde.

È fondamentale per capire i vari Monicelli, Age e Scarpelli; i capolavori come Metropolis e 2001 Odissea nello spazio sono anche oggi attuali perché nascono da qualcosa di profondo e meditato. Sono immutati.

In “Gallo Cedrone” parla della “modernità di Dante”.

Quella è una gag nata in un pranzo di lavoro con Claudia Gerini: eravamo in un locale periferico di Roma per discutere di Sono pazzo di Iris Blond; accanto a noi si siede una coppia, sicuro al primo appuntamento, lei in minigonna, lui un cafone quarantenne che per darsi un tono si lancia in una sperticata lezione di vita: “A lettura è tutto, a casa ho una collezione de libri disumana, e la modernità di Dante te apre un mondo…”. La Gerini mi fissa e sferra un calcio sotto il tavolo; mi fermo e penso: “Prima o poi questa battuta la metto in un film”.

Da qualche giorno è Grande Ufficiale della Repubblica Italiana…

Un grande onore, e mi ha colpito il discorso del Prefetto quando ha definito il mio percorso come un’indagine sull’evoluzione dei caratteri, dei tic, delle nevrosi della nostra società.

Un po’ quello che le riconosceva sua madre.

(Ci pensa) Ho sposato il mio lavoro, anche a costo di mettere da parte altri aspetti della vita come le amicizie: quello della scrittura prima, della regia e recitazione poi, sono un impegno perenne, ho la testa sempre lì.

Ha ancora dubbi su cosa ha realizzato Carlo Verdone?

Quelli sono all’ordine del giorno; sa quanti soggetti ho scritto per il prossimo film? Cinque. Però così mantengo sempre l’idea di ricominciare da capo, come se fossi al mio secondo lungometraggio.

E quando esce un film?

Sono giorni terribili: mi domando se piacerà, su come il pubblico uscirà dalla sala, in quanti andranno.

Oggi è più difficile trovare i personaggi per strada.

Hanno tutti il cellulare in mano, i discorsi sono a brandelli, non si ascoltano le risposte, e forse perché nessuno si guarda più neanche negli occhi.

Vai in scena Fregnone!

Cento fotografie per celebrare Carlo Verdone e i suoi quarant’anni di carriera e grandi successi. Una densa carrellata di immagini, foto di backstage e ritratti, anche inediti, scattati sul set o in studio sono raccolti nel volume “Uno, dieci, cento Verdone”, nato da un’idea del fotografo Claudio Porcarelli, autore delle immagini, e dalla collaborazione con il Gruppo BANCO BPM. Di seguito la prefazione.

Questa densa raccolta di ritratti, scattati su un set o in studio, sono il frutto della mia collaborazione con il fotografo Claudio Porcarelli che da un po’ di tempo mi invitava a non disperdere tanto materiale interessante che, giustamente, doveva trovare posto in una pubblicazione di prestigio. Quando proposi alla Banca Aletti e al Banco BPM il progetto, ho trovato entusiasmo e curiosità da parte dei vertici. E così piano piano abbiamo dato il via a questo bel volume che ferma nel tempo le trasformazioni di un attore attratto dall’apparato umano che lo circonda e del quale è sempre stato un profondo osservatore ed instancabile pedinatore.

Sono sempre stato curioso dei tic, delle fragilità, della mitomania, dell’assoluta mancanza del senso del ridicolo di molti tipi che incontravo o incrociavo velocemente in un bar, in farmacia, in treno o dal barbiere. Mi bastava sentirli parlare ed atteggiarsi per risalire al loro dna caratteriale. Non ho quasi mai sbagliato. E così riuscivo a catturare il loro modo di pensare ed agire di fronte ad un determinato problema. Ma per alimentare questa mia innata sensibilità non dovevo perdere mai il contatto con la gente. Perché i costumi cambiano velocemente, mutano le nevrosi, cambia addirittura la gestualità, le abitudini, dilaga la superficialità e si fa sempre più strada una sconcertante megalomania. Mio padre Mario e mia madre Rossana mi hanno sempre spinto, fin da adolescente, a guardarmi intorno e a frequentare il mio quartiere, perché se tanto mi divertivo a rifare le voci della gente comune, il mio rione (non distante da Campo de’ Fiori) era il teatro ideale per trovare spunti esilaranti.

Con tutta sincerità devo ammettere che mai avrei pensato di diventare un attore. Non era sufficiente ricevere i complimenti durante le mie prime prove recitative, come attore protagonista, in una compagnia teatrale universitaria diretta da mio fratello Luca. Il lavoro dell’attore mi sembrava un impegno per gente senza paura, piena di assoluta passione e con un perfetto e monolitico autocontrollo. Io non credevo minimamente di avere queste qualità. Timido, riservato, timoroso, credevo di essere inadeguato a presentarmi davanti ad un pubblico pagante. Il mio sogno era quello della regia cinematografica e non mi sarebbe dispiaciuto affatto diventare un bravo documentarista. Tant’è che più avanti, dopo la laurea in Lettere, ottenni il diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Ma ci fu un episodio, del tutto casuale, che mi fece acquisire un timido coraggio come attore. Era il 1973 e mancavano sette repliche alla fine di una rappresentazione teatrale universitaria su un testo di Rabelais riadattato e diretto da mio fratello Luca.

Quella sera si ammalarono di influenza ben tre attori. Tutti eravamo disperati perché una quarantina di persone avevano già comprato il biglietto e stavano entrando dentro quella cantina gelida di via Cavour. Colto da inspiegabile folle coraggio dissi: “Li interpreto io tutti. Dai, preparatemi i cambi veloci dietro le quinte…”. Il resto della compagnia rimase a bocca aperta prendendomi per pazzo. Chiesi al direttore delle luci di seguire, come suggeritore, l’intero testo per ricordarmi bene le battute degli altri. Entrai in scena come Panurgo e nell’arco di venti minuti avevo già cambiato tre abiti per gli altri personaggi. Portai a termine lo spettacolo con un furore creativo ed interpretativo che sbalordì tutti. Ma in primo luogo me stesso. Quella sera ebbi la consapevolezza che dentro di me, forse, c’era un potenziale che ignoravo totalmente. Il pubblico si divertì tantissimo e il successo fu tale che quando tornarono gli attori, ancora convalescenti, non li volevamo più. Se ne andarono furibondi prendendoci a parolacce. Ma da quella sera girò la voce che un attore, un certo Carlo Verdone, interpretava a raffica un sacco di ruoli, cambiandosi costume in quindici secondi. E il teatro fu sempre esaurito.

Mio padre, venuto a conoscenza della mia impresa teatrale, mi fece un regalo: mi invitò ad una sua lezione universitaria di “Storia e Critica del Film” dove avrebbe proiettato alcuni filmati di Leopoldo Fregoli, il più grande trasformista che il teatro dei primi del novecento abbia mai conosciuto. Rimasi così colpito ed affascinato che i miei futuri spettacoli teatrali avrebbero avuto, come comune denominatore, la trasformazione continua ed incessante della mia performance in una schiera di personaggi. Non facevo altro che entrare ed uscire in un modo e rientrare e riuscire di scena in un altro. Ma con una fatica in più: quella di dare voce, anima, gestualità e perfetta psicologia ad ogni personaggio. Uno sforzo di concentrazione spaventoso ma molto gratificante. Chiusi la mia carriera teatrale nel 1981 con “Senti Chi Parla” da me scritto, diretto ed interpretato al Teatro Eliseo di Roma. In quello spettacolo giunsi ad interpretare ventiquattro personaggi.

Dedicandomi ora solo ed esclusivamente al cinema, con qualche incursione importante in televisione, agli inizi degli anni ottanta e alla fine dei novanta, in alcune pellicole e vari sketch tornano i miei personaggi. Ovviamente rivisti e corretti nei tic e negli atteggiamenti attuali. Claudio Porcarelli ha fermato nel tempo alcune delle mie tante “anime”. Un pedinatore di anime che ama la vita e il prossimo, pur nel loro aspetto ridicolo o pietoso, al punto tale da immedesimarsi se non di annullarsi in loro.

Questa colorata galleria fotografica è dedicata a mia madre Rossana, la prima persona che credette in Carletto come attore, incoraggiandomi ad affrontare il mio primo importante e terrorizzante spettacolo teatrale nel 1977 con un calcio nel sedere. “Vai in scena, fregnone! Perché un giorno mi ringrazierai…”. E infatti non c’è giorno che non la ringrazi.

Nell’imbuto umano di Tijuana

Tijuana è una città di cambiamenti, contrasti e grandi movimenti di persone. Così è nata e su quest’onda ha proseguito la sua breve ma convulsa esistenza. Eppure questi ultimi sono stati giorni di prime volte: per la prima volta dopo anni si è svegliata con la garitta di San Ysidro – la torre di controllo più attraversata del mondo – chiusa. Il che ha creato gravi disagi ad almeno 50 mila persone che quotidianamente passano di lì per andare a scuola o al lavoro.

L’esodo di rifugiati centroamericani – erroneamente definito carovana –, è costituito per lo più da cittadini dell’Honduras. Stando ai dati del consolato honduregno, a Tijuana sarebbero arrivati 5 mila connazionali e se ne aspettano altri 9 mila nelle prossime settimane.

Perché scelgono Tijuana? Anche se raggiungerla significa oltre mille chilometri in più, continua a essere quella con più infrastruttura: dagli alloggi ai posti di identificazione, alla quantità di agenti addetti all’immigrazione. Inoltre qui è molto più basso il rischio di rapimenti da parte di bande criminali, se confrontata con la rotta del golfo che passa per gli Stati di Veracruz e Tamaulipas. Questo nonostante Tijuana stia passando uno dei peggiori momenti della sua storia quanto a omicidi, con 7 assassinii giornalieri di media e un sindaco indolente che risponde che gli omicidi “non sono una priorità in agenda” a differenza dell’arrivo dei centroamericani. “Queste persone si presentano qui con atteggiamento aggressivo, cantando, minacciando le autorità, facendo cose a cui gli abitanti di Tijuana non sono abituati”, ha spiegato il sindaco Juan Manuel Gastelum, soprannominato “El Patas” (satana, ndt), “tutto il Messico deve sapere che noi ne abbiamo abbastanza… alcuni di loro sono pigri, drogati… che roba è questa?”. Le sue dichiarazioni gli sono valse la risposta via Twitter di Trump: “Come Tijuana, gli Stati Uniti neanche sono pronti a questa invasione e non la sosterranno. I migranti stanno commettendo crimini e creano gravi problemi in Messico. Devono tornare a casa!”

L’arrivo: l’11 novembre è arrivato a Tijuana un gruppo di 77 membri della comunità Lgbtq, che con l’aiuto di donazioni private ha affittato delle case su Airbnb nella zona residenziale vicina a “la Playa”. I residenti li hanno accolti urlando. “Certo che ho una casa”, risponde Cesar Mejía, attivista honduregno e leader Lgbtq, “ma lei vuole che mi uccidano?”. Il giorno dopo sono arrivati in autobus altri gruppi, scortati dalla polizia federale e da associazioni per i diritti umani: quasi 5 mila persone che si vanno a sommare alle code di 2600 richiedenti asilo provenienti anche da spostamenti interni di persone in fuga dalla violenza in altre regioni del Messico. Circa 100 migranti – per lo più giovani uomini – hanno scelto di dormire in spiaggia per non andare negli accampamenti già stracolmi.

La terza notte gli abitanti della zona residenziale si sono riuniti di fronte alla chiesa. Una piccola delegazione è andata a protestare al commissariato di polizia e alla fine un centinaio di loro, infervorati, è tornato in spiaggia ad affrontare a brutto muso i migranti perché risalissero sugli autobus e se ne andassero. “Siamo una piccola comunità, quasi familiare, molti lavorano a San Diego, in California e i migranti ci stanno creando problemi quando usciamo con i bambini, ci sono persone che si drogano, altre defecano per strada”, dice Jahanna Pérez, una oculista che manifesta. “Non sono arrivati medici, avvocati, ingegneri, ma il peggio di quei Paesi, gente senza istruzione”. Il giorno stesso degli scontri a Playa è stato impedito l’ingresso ad autobus con 800 migranti, che sono stati fatti scendere al mattino presto in mezzo alla strada. “È dura, soprattutto perché ci sono molte donne e bambini”, spiega Narylin Cabrera, che racconta di aver preferito passare la notte sul ciglio della strada e riprendere il cammino il giorno dopo.

Il Comune ha aperto un centro sportivo vicino alla frontiera dove circa 3 mila migranti dormono in prefabbricati o in giacigli improvvisati da loro con coperte e corde. Qualcuno addirittura ha approntato dei veri rifugi con rami secchi. L’accampamento ha un solo bagno e visto che si tratta di distribuire cibo al meno due volte al giorno, non può reggere. Il sindaco e il governatore lamentano di non aver ancora ricevuto denaro dal governo federale. Si prevede che i richiedenti asilo passeranno dai 6 ai 18 mesi in città, mettendo un’enorme pressione allo Stato, al Comune e alla rete dei migranti. Le autorità stanno ricevendo gruppi da 80 o 90 richiedenti asilo al giorno. Di questo passo secondo il monitoraggio del sito Trac, solo tra il 4 e 10% riuscirà ad accedervi. “Sono arrivato in autobus per iscrivermi alla lista di richiedenti asilo”, dice Tomás Torres, salvadoregno arrivato con l’esodo, “ho preso il numero 1300 e mi hanno detto che aspetterò un mese, un mese e mezzo solo per poter presentare domanda”. Hanno organizzato anche una fiera del lavoro e l’ambasciatore di Honduras in Messico promette di aprire un consolato mobile per identificare i cittadini.

Lo scontro. Domenica mattina presto, circa 500 persone si sono date appuntamento nel centro finanziario della città per manifestare fino all’accampamento nel quale si trovano 2300 persone, tra cui 300 bambini. Una volta arrivati al campo i 200 manifestanti hanno provato a entrare con la forza. Tra di loro c’erano anche personaggi noti per la loro radicalizzazione. Questi agitatori di professione fanno leva sullo scontento sociale di persone come Bertha Alicia Rodríguez, infermiera con 21 anni di servizio. “Non vogliamo altri migranti, non ne possiamo più di violenza, se ne vadano pacificamente, auguriamo loro ogni bene, ma nel proprio Paese. Undici milioni di pesos per risolvere i loro bisogni? Perché non li impieghiamo negli ospedali, non abbiamo niente, neanche le garze”, assicura Rodriguez con un cartello che dice: “Basta migranti”.

Caso Khashoggi, Trump e Ryad uniti nel prezzo del petrolio

La determinazione con cui il presidente Trump persegue non la giustizia, ma la tutela degli affari americani, suoi e del genero, con i sauditi desta interrogativi e indignazione nell’Unione che celebra il Ringraziamento e vorrebbe sentirsi più buona. Dopo avere simbolicamente graziato un tacchino sul prato della Casa Bianca, a fronte dei 40 milioni serviti in queste ore sulle tavole americane, Trump ha pure graziato l’uomo forte di Ryad, il principe ereditario Mbs: nonostante i rapporti della Cia e il groviglio di prove, che fanno risalire direttamente a lui l’ordine di eliminare l’analista del Washington Post e oppositore saudita Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre con consolato saudita di Istanbul, Trump resta fedele all’alleato che gli compra armi per oltre cento miliardi di dollari in dieci anni, gli combatte l’Iran nello Yemen e – apparentemente contro i propri interessi – gli tiene basso il prezzo del petrolio (sceso da 82 a 54 dollari al barile). “Grande! Godiamocelo!”, scrive su Twitter il presidente: “Grazie, Arabia saudita, ma abbassiamolo ancora di più”.

La stampa di qualità Usa è basita. Chiamata in causa, Teheran risponde con ironia: “Magari sono colpa nostra pure gli incendi in California”. Anche la Turchia, con gli Usa nella Nato, giudica “ridicola” la posizione di Trump: “Non è credibile che la Cia non sappia”. Trump dice dell’omicidio Kashoggi, Mbs “forse sapeva e forse no”, forse è stato il mandante e forse no, non conosceremo mai la verità con certezza. E, comunque, gli Usa hanno relazioni con l’Arabia saudita e ne restano “un partner incrollabile”. Con mossa bipartisan, due senatori di spicco della Commissione Esteri chiedono un supplemento di inchiesta per determinare se il principe sia responsabile di violazioni e abusi dei diritti umani, citando una legge che vincola il presidente a farlo. Intanto, ormai assolto, Mbs si prepara al G20 in Argentina.

Brexit: tutti contro Londra dalla Spagna a Frau Merkel

Londra

Ora Theresa May combatte su due fronti. Ieri, durante il Question Time settimanale, ha affrontato un Parlamento quasi tutto ostile all’accordo preliminare di concordato con l’Ue. Ma ha ribadito, stavolta a muso duro, che la probabile bocciatura parlamentare avrebbe due esiti: “O ulteriore incertezza e divisioni”, cioè l’abisso del no deal, o “nessuna Brexit”. E ha vinto lo scontro più atteso, quello con il capo dell’opposizione Jeremy Corbyn, che ha dimostrato di non aver letto, o non capito, la soluzione per il confine nord irlandese.

Intanto emerge un nuovo scenario, ricostruito dall’autorevole commentatore politico Robert Peston: governo battuto al primo voto sul trattato di divorzio, sterlina a picco, panico generale, no deal incombente. La May ripropone il piano con modifiche cosmetiche e i parlamentari conservatori, sotto quell’enorme pressione, stavolta lo sostengono. Commento (presciente?) di Peston: “Se un accordo che la maggioranza dei parlamentari ora respingono come un affronto al diritto di autodeterminazione democratica venisse approvato per paura della reazione punitiva degli investitori e del grande capitale, questo diventerebbe terreno fertile per estremisti e populisti”. Non la migliore premessa per la missione di ieri pomeriggio a Bruxelles, dove May ha incontrato il presidente della Commissione Juncker e il capo negoziatore Michel Barnier.

Ostacoli anche qui, perché ora che la tensione è massima, a pochi giorni dal summit europeo di domenica che dovrebbe dare il nullaosta all’accordo di divorzio e al testo preliminare del negoziato sui futuri rapporti commerciali, diversi Paesi membri sfruttano l’occasione per ottenere concessioni. I diritti di pesca sono un grave motivo di contenzioso. Il Regno Unito vuole che l’accesso dei Paesi europei alle sue acque venga negoziato su base annuale: Francia, Danimarca e Paesi Bassi chiedono il mantenimento degli accordi attuali, con quote stabilite in base a una formula fissa.

Poi c’è la Spagna: il primo ministro Pedro Sánchez ha minacciato di votare contro l’accordo se la questione di Gibilterra, enclave britannica in territorio spagnolo, non verrà estrapolata dal trattato e negoziata in via bilaterale tra il suo Paese e il Regno Unito durante il periodo di transizione. La sua proposta è quella di una sovranità condivisa. Nessuna delle parti vuole cedere: in gioco, per i due ex grandi imperi, ci sono antiche questioni di orgoglio nazionale. Il ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell ha gettato benzina sul fuoco, dichiarando di essere molto più preoccupato per l’unità del Regno Unito che di quello spagnolo, e di essere convinto che sarà il primo a smembrarsi prima. Non è solo retorica: ormai da oltre un anno la Spagna ha fatto sapere che, se una Scozia indipendente volesse entrare nell’Unione europea, Madrid farebbe venire meno il suo veto, imposto per decenni dai timori di contagio in Catalogna. Un messaggio per Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party che in queste ore è impegnata in consultazioni esplorative con Labour, Lib-Dem e conservatori moderati. Pensa a una “coalizione dell’opposizione” per trovare alternative al deal attuale, senza escludere un secondo referendum. La Sturgeon è la grande sconfitta della consultazione indipendentista del 2014, con cui il 55% degli scozzesi ha deciso di restare nel Regno Unito. Secondo un recentissimo sondaggio di Survation oggi resterebbe il 60%. Ma la percentuale scende al 52 in caso di no deal. Nel tutti-contro-Londra è intervenuta in serata Angela Merkel, ancora determinante in Europa: tramite canali diplomatici a Bruxelles avrebbe minacciato di boicottare il summit di domenica se gli ultimi negoziati non saranno conclusi entro 24-48 ore.

L’obiettivo è chiudere il testo sui futuri rapporti commerciali entro stasera e pubblicarlo domani mattina.

Il Corno d’Africa, un Mediterraneo allargato

Sembra lontano il Kenya. Eppure, per l’analisi geopolitica, fa parte dell’“Africa italiana” (Limes) oppure del “Mediterraneo allargato” (Ispi), all’interno del Corno d’Africa che per l’Italia e l’Europa gioca un ruolo cruciale.

La regione, attraversata dopo l’esplosione della Somalia e la guerra ventennale tra Etiopia ed Eritrea, da fenomeni crescenti di terrorismo islamico – il gruppo sospettato del rapimento della volontaria italiana, al Shabab, può contare su circa 6000 uomini – è un cuscinetto strategico per i flussi migratori, per il commercio mondiale e per la competizione geopolitica. E non è un caso che la Cina concentri qui le sue energie – in particolare sul Kenya – che l’Unione europea abbia un suo Rappresentante speciale per il Corno d’Africa (il greco Alexander Rondos), che Gran Bretagna, Francia e Germania abbiano ripreso viaggi e commerci. Così come non è un caso che l’Italia abbia nel Corno d’Africa due missioni militari: la Eutm in Somalia, con 156 uomini e la base militare in Gibuti con 106 unità, oltre a contribuire “a chiamata” all’operazione Ocean Shields della Nato contro la pirateria.

Gibuti sembra rappresentare così l’unico presidio stabile nel fondamentale stretto di Bab al Mandeb, il “collo di bottiglia” da cui passano ogni anno circa 25 mila navi che dall’est asiatico si dirigono al Canale di Suez. Circa il 40% delle forniture mondiali di petrolio passa da una zona che la crisi somala e la guerra nello Yemen rendono quanto mai instabile. Secondo i dati Sace, citati dal rapporto Ispi sul Corno d’Africa, “l’Etiopia è il quarto mercato di destinazione dell’export italiano in Africa sub-sahariana, mentre l’Italia il secondo partner commerciale, primo fornitore e terzo cliente a livello europeo”. Salini-Impregilo è impegnata in Etiopia nella costruzione delle due grandi dighe (la Gibe III, ma soprattutto la Gran Ethiopian Reinessance Dam, la più grande d’Africa) mentre in Kenya c’è l’Eni con le tre piattaforme offshore nel bacino di Lamu.

Il ruolo dell’Italia, rafforzato dal governo Renzi e dal viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, oggi direttore delle Relazioni internazionali dell’Eni, è stato ribadito anche dal governo Conte nel corso della visita in Etiopia ed Eritrea. L’Italia ha anche istituito, dotandolo di 200 milioni di euro, il Fondo per l’Africa, gestito dalla neonata Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, che tra i 22 Paesi prioritari del suo intervento ben 9 Paesi sono dell’area di cui stiamo parlando (Burkina Faso, Senegal, Niger, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Mozambico). L’intervento italiano, ed europeo, è interessato a intervenire sull’origine dei flussi migratori.

Circa il 20-25% dei flussi che arrivano in Libia provengono dall’area che è anche una con le più alte concentrazioni di rifugiati al mondo. Se al primo posto, infatti, secondo l’ultimo censimento dell’Unhr-Onu c’è la Siria seguita dall’Afghanistan, al terzo si trova il Sud-Sudan, al quinto la Somalia, al sesto il Sudan, al nono l’Eritrea. Il Kenya ospita oltre centomila rifugiati dal Sud Sudan e oltre 280 mila dalla Somalia. Il campo profughi di Dadaab, “la città delle spine” è una città nella città e il governo ha annunciato più volte di volerlo chiudere. Il fenomeno terroristico si nutre anche di questa situazione. Il Kenya è in quella che gli analisti definiscono una “democrazia nascente” che nel 2017 ha vissuto un grande processo elettorale. Logico che sia uno dei tasselli su cui scommettono i governi europei e, come abbiamo visto, la Cina. Lo scontro con i gruppi armati si inserisce in un contesto più generale in cui politica, economia e politiche migratorie giocano un ruolo decisivo.

Kenya, l’ombra islamica sulla cooperante rapita

Ancora una cooperante italiana rapita da, probabili, terroristi islamici. Stavolta è successo in Kenya, a Chakama, a circa 70 km da Malindi, località conosciuta per circostanze più piacevoli. La ragazza, Silvia Costanza Romano, era nel Paese africano come volontaria della onlus Africa Milele che opera su progetti di sostegno all’infanzia. La conferma è arrivata in tarda mattinata dalla Farnesina che ha attivato subito la sua Unità di crisi e che, tramite la viceministro, Emanuela Claudia Del Re, ha definito “gravissima” la vicenda.

Fino a sera non erano stati resi noti il movente del rapimento né l’identità dei rapitori. I sospetti, vista la zona, sono tutti rivolti verso il gruppo islamico al Shabab riconosciuto formalmente dal 2012 come cellula locale di al Qaeda e inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di numerosi governi e servizi di sicurezza occidentali. Tra gli obiettivi del gruppo, quello di instaurare in Somalia la Sharia, la legge islamica, nella rigida applicazione wahabita. Espulso da Mogadiscio nell’agosto 2011 e dal porto di Kismayo nel settembre 2012, il movimento islamico controlla ancora gran parte delle zone rurali nel sud del Paese, da dove potrebbe essersi spinto in Kenya, Paese teatro di numerosi attentati islamisti.

Tra i più sanguinosi, quelli del 2013, al Westgate shopping mall di Nairobi, in cui morirono almeno 67 persone, e del 2 aprile 2015 nel nord-est del Paese, dove militanti armati fecero irruzione nel Garissa University College, uccidendo 148 individui. Da parte dell’Isis, invece, le rivendicazioni hanno riguardato finora solo un attacco, avvenuto nell’ottobre 2016 a Nairobi, quando un militante armato di coltello aggredì un poliziotto all’entrata dell’ambasciata americana.

Silvia Romano aveva deciso di partire lo scorso agosto per l’Africa, per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio a Likoni, gestito dalla onlus Orphan’s Dream. Poi, aveva proseguito le sue attività con la piccola onlus marchigiana Africa Milele a Chakama, prima di tornare in Italia, dove ha poi deciso di continuare con il suo impegno. “Quando un mese fa è tornata in Kenya, Silvia mi è venuta a trovare e le ho detto di non andare a Chakama, perché non è un posto sicuro, ma lei mi ha risposto che lì erano tutti suoi amici”, racconta Davide Ciarrapica, fondatore di Orphan’s Dream. Silvia gli aveva spiegato che preferiva Chamaka “perché le avevano proposto di fare la referente e perché lì poteva svegliarsi quando voleva e uscire con gente del posto”.

Il carattere della ragazza risalta anche dalla frase con cui ha scelto di presentarsi sulla sua pagina Facebook: “Piuttosto che essere normale, ho scelto di essere felice”. E, a giudicare dalla foto del profilo, sembra in effetti felice.

Il motivo del sequestro per ora non ha una risposta certa. La polizia locale parla di “banditi”. Nel caso di al Shabab, come abbiamo visto, il conflitto con il Kenya e le sue truppe è endemico. Proprio ieri 37 elementi del gruppo – secondo notizie di fonte americana – sono stati uccisi in due raid aerei nella Somalia centrale, 60 chilometri a nord di Harardhere. Quest’anno circa 30 attacchi aerei americani hanno ucciso, secondo notizie di fonte ufficiale, 200 uomini dell’organizzazione islamista. Lo scontro interessa un’area che (si veda l’articolo in basso), ha una forte valenza geopolitica e in cui ruotano interessi globali considerevoli.

Metti un’azienda friulana nel mondo degli affari siciliani

Si dice che a far notizia non è il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane. È proprio quello che sta succedendo tra Udine e Ragusa. Di aziende del Sud, magari alleate con le cosche, che vengono al Nord a fare affari infrangendo la legge, sono piene le cronache. Con seguito di vibrate proteste degli un-tempo-nordisti della politica, che erano pronti a protestare contro l’invasione mafiosa, contro il contagio portato da un virus alieno nel sanissimo corpo del Nord produttivo e lavoratore. A poco vale ricordare che i Barbaro, i Papalia, dal cognome inequivocabilmente calabrese (o siciliano, o campano), non sarebbero quello che sono senza i Brambilla, i Perego – imprenditori, commercialisti, consulenti, avvocati, fiscalisti, politici – che hanno scelto di servire e ossequiare i ricchi clienti venuti dal Sud, di farsi terreno fertile per far attecchire al Nord il modello criminale di business. Ma questo è, appunto, il cane che morde l’uomo.

Tra Udine e Ragusa, invece, l’uomo ha morso il cane: un’azienda friulana, la Euro&promos, è andata in Sicilia a fare affari con metodi illegali, a quanto ci dice un’inchiesta della Procura di Ragusa per corruzione, falso, interruzione di pubblico servizio e frode nelle pubbliche forniture. La Euro&promos ha conquistato un appalto da 32 milioni di euro per la pulizia di tutti gli ospedali e di tutte le strutture sanitarie della provincia di Ragusa: non era mai successo prima, in quella zona. Bravi, i friulani. Bravi a muoversi anche nel complicato mondo degli affari siciliani. Ma hanno vinto il super-appalto fornendo prestazioni che – secondo le verifiche della Guardia di finanza – sono del 20 per cento inferiori a quanto stabilito, sia in personale impiegato, sia in ore lavorate. Con un possibile danno erariale, segnalato alla Corte dei conti, di almeno 4,5 milioni di euro. E non senza furbate che di solito si dicono levantine: per vincere la gara, l’azienda friulana aveva promesso l’impiego di strumenti innovativi e tecnologici per rilevare lo sporco biologico. Sapete quali erano, questi mirabolanti prodigi della tecnica? Una unica dipendente della ditta che ogni tanto faceva il giro dei reparti dell’ospedale, utilizzando “la vista, l’olfatto e un fazzoletto di carta”. La raffinata tecnologia del naso.

La Euro&promos è un’azienda che ha una storia, in Friuli. Era una coop di servizi, pulizie e facchinaggio, ma è stata trasformata in società per azioni dal suo padre-padrone, Sergio Bini, che l’ha fatta crescere fino a farla diventare un colosso che (con la “sorella” Gsa spa) ha 8 mila addetti e 110 milioni di fatturato.

La trasformazione è avvenuta tra le polemiche e le proteste di chi, dentro il mondo coop, ha ritenuto uno scippo che Bini si sia impossessato di una grande cooperativa semplicemente versando una decina di milioni di euro al Fondo mutualistico delle coop.

Insieme al passaggio aziendale, Bini ha fatto quello politico: si è schierato con la Lega e ha dato vita a Progetto Fvg, un partitino che si è presentato alle ultime elezioni regionali, portando la sua dote di voti. Così Bini, per premio, ha avuto la poltrona di assessore alle Attività produttive nella giunta leghista di Massimiliano Fedriga. Non è indagato a Ragusa e si è detto subito estraneo alle accuse mosse alla sua creatura, da cui si è prontamente dimesso quando è diventato assessore. Restano i fatti: un’azienda imbroglia nelle forniture pubbliche, rubando soldi ai cittadini (almeno secondo l’ipotesi d’accusa). E questa volta è un’azienda del Nord virtuoso a inquinare il Sud vizioso. L’uomo ha morso il cane.