L’Appaltopoli del Nordest: la grande truffa delle gare

La nuova Mani pulite del Nordest è cominciata con una piccola inchiesta sui lavori per risistemare corso Italia, nel centro di Gorizia. Appalto di 3 milioni di euro, vince una ditta con sede a Bari. Ma i lavori li fanno due imprese venete, dopo aver pagato una percentuale alla vincitrice. Sono due imprese molto attive: da qui parte un’indagine che, dopo un anno e mezzo, si è estesa a tutto il sistema degli appalti pubblici in Friuli-Venezia Giulia e nel Veneto: strade, autostrade, ponti, viadotti, gallerie, aeroporti, opere fluviali, acquedotti, gasdotti, porti. E ha pian piano sconfinato in mezza Italia, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Sicilia, mettendo sotto indagine 150 appalti pubblici realizzati tra il 2015 e il 2018, per un valore di oltre 1 miliardo di euro. Ha messo sotto osservazione l’attività di decine di stazioni appaltanti, enti pubblici delle Regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto e poi l’Anas, Veneto Strade (controllata dalla Regione Veneto), la Pedemontana veneta, società autostradali come Autovie Venete (controllata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia), Autostrade per l’Italia (del gruppo Benetton), Concessioni Autostradali Venete (che gestisce il Passante di Mestre), l’Autorità portuale di Trieste, le società che gestiscono gli aeroporti di Trieste, Venezia, Treviso, Verona, Bologna. Fino ad arrivare alle opere di ricostruzione dopo il terremoto del 2016 in Umbria, a Norcia, a San Benedetto e nelle Tre Valli umbre.

Ieri la piccola Procura di Gorizia, dopo aver lavorato in silenzio per 18 mesi, ha mandato 600 militari della Guardia di finanza, 400 del Friuli-Venezia Giulia e 200 di altre regioni, a fare oltre 300 perquisizioni, per quella che è stata chiamata “Operazione Grande Tagliamento”. La pm Valentina Bossi e il suo procuratore Massimo Lia hanno ordinato acquisizioni di documenti in decine di enti pubblici, tra cui molti Comuni in mezza Italia e le Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia. E perquisizioni a 220 soggetti privati e a 120 società, tra cui grandi imprese di costruzioni come la Pizzarotti di Parma e la Rizzani de Eccher di Udine, i cui rappresentanti legali, Paolo Pizzarotti e Marco de Eccher, sono indagati per turbativa d’asta, a proposito del lotto di San Donà di Piave dell’autostrada Venezia-Trieste. Ora, dopo la grande pesca di documenti, comincia la seconda fase con lo studio delle carte per vedere se le ipotesi d’accusa potranno accedere a un livello più alto. Le accuse sono già pesanti: associazione a delinquere, turbativa d’asta, frode in pubbliche forniture, false attestazioni, reati ambientali, concussione. La seconda fase punta ad accertare se vi siano state anche corruzioni e siano stati coinvolti direttamente anche uomini degli enti pubblici e della politica che, per ora, è già certo che sono stati almeno poco attenti. Perché il quadro che emerge dalle indagini dei finanzieri guidati dal comandante regionale del Friuli-Venezia Giulia, il generale Giuseppe Bottillo, e dal comandante provinciale di Gorizia, il colonnello Giuseppe D’Angelo, è un’Appaltopoli scientificamente preordinata in cui le aziende private si accordano per pilotare l’esito delle gare e spartirsi i lavori pubblici. E un sistema oliato in cui chi deve controllare è perlomeno distratto.

All’inizio furono le intercettazioni telefoniche. In cui imprenditori, manager e funzionari pubblici senza scrupoli si esprimono con le cadenze dei dialetti del nordest, ma con toni e sostanza non dissimili da quelli dei peggiori boss del sud, rivendicando il controllo del territorio e dei loro business. Le opere pubbliche messe sotto osservazione sono il sistema nervoso del nordest: l’autostrada A4, tratto Venezia-Trieste e raccordo Villesse-Gorizia; le autostrade del gruppo Benetton, tratti Venezia-Belluno e Udine-Tarvisio; il passante di Mestre; le strade regionali di Friuli-Venezia Giulia e Veneto; la Pedemontana veneta; ponti, gallerie, viadotti e sottopassi; i lavori compiuti negli aeroporti di Trieste-Ronchi dei Legionari, nel Canova di Treviso, nel Marco Polo di Venezia, nel Catullo di Verona e nel Guglielmo Marconi di Bologna. Aprendo domande inquietanti: se la pista di un aeroporto viene realizzata, per risparmiare, con ghiaia intera, non lavorata, quanto viene messa in pericolo la sicurezza dei passeggeri?

Le perquisizioni di ieri sono “finalizzate ad acquisire prove documentali su accordi tra imprese, diretti alla preordinata spartizione delle opere, nell’ambito di più complessive alleanze tra società”. Gli appalti, secondo gli investigatori, vengono suddivisi in più lotti per permettere una più agevole spartizione del malloppo tra le aziende che si accordano tra loro, con buona pace del libero mercato e della migliore offerta all’ente pubblico che fa da stazione appaltante. Viene sistematicamente violata anche la regola che impone a chi vince una gara di non subappaltare più del 30 per cento dei lavori. Le associazioni temporanee d’impresa che si costituiscono per vincere una gara sono spesso fittizie. Per ottenere punteggi più alti, vengono presentati falsi documenti sulle dotazioni logistiche e sui macchinari a disposizione delle aziende. Di tutto ciò, le Regioni, le stazioni appaltanti, i funzionari pubblici addetti ai controlli, i responsabili unici del procedimento (Rup) – come Enrico Razzini – non si accorgono: con “comportamenti omissivi di chi avrebbe dovuto realizzare il controllo delle opere” e funzionari pubblici “consapevoli delle irregolarità”. Secondo i pm, in decine di opere pubbliche sono stati consumati reati di turbativa d’asta, preordinando gli esiti delle gare, e di frode in pubbliche forniture, realizzando lavori non conformi ai capitolati o usando materiali non idonei, come ghiaie non lavorate o asfalti di risulta. Con una coda che ha a che fare con l’ambiente: alcune imprese hanno estratto dal greto dei fiumi (il Tagliamento, l’Isonzo…) quantità di ghiaia di molto superiori a quelle per cui avevano la concessione, mettendo a rischio l’equilibrio idrogeologico dei corsi d’acqua; e hanno molto probabilmente impiegato come base per strade e autostrade rifiuti che avrebbero invece dovuto smaltire come rifiuti speciali. Ora l’analisi dei documenti acquisiti e sequestrati ieri apre la seconda fase dell’inchiesta.

Famiglia De Benedetti. Il potere della stampa, soldi dalle banche e dagli enti pubblici

Chiamansi “benefici indiretti del controllo”. Ogni padrone di giornali questo motto lo conosce a menadito. Con l’editoria (almeno in Italia) non si è mai diventati ricchi. Tantomeno negli ultimi 10 anni di crisi. Ma avere un giornale ti dà un potere che va al di là della mera contabilità. Uno strumento formidabile di pressione. Puoi blandire per ottenere favori negli altri campi in cui operi; puoi silenziare tutto ciò che riguarda le tue altre attività. L’editore impuro è questa cosa qui. E sul podio dei padroni della stampa con interessi molteplici si erge di diritto la famiglia De Benedetti. Con l’ex gruppo Espresso Repubblica divenuto Gedi dopo la fusione con l’Itedi degli Agnelli che ha portato in casa La Stampa e il Secolo XIX. Sotto il cappello del regno di Repubblica-Espresso (con una decina di testate locali più tre radio nazionali) c’è molto di più. Il gruppo Cir-Cofide che controlla Gedi sta su altre due gambe: la componentistica auto con Sogefi e la sanità privata con Kos e le sue 81 tra residenze per anziani e strutture mediche (8 mila posti letto).

C’era fino a qualche anno fa una propaggine, una volta gioiello della corona e finito miseramente come pacco-dono alle banche creditrici, che era Sorgenia. Le centrali elettriche che la Cir possedeva e che, entrate in crisi, sono divenute il più grande smacco bancario della storia recente. Già perché la famiglia degli imprenditori-editori, una volta compreso il disastro cui andava incontro Sorgenia, anziché farsene carico hanno rifilato il pacco miliardario alle banche creditrici. Divenute obtorto collo azioniste del gruppo in crisi. La storia della beffa di Sorgenia non la troverete certo sui giornali di casa che riportavano la vicenda in poche righe in cronaca e senza il coup de théâtre dei De Benedetti. Sorgenia va in crisi per eccesso di offerta, cadono i ricavi si producono le perdite. Nel 2013 fa un buco di 537 milioni. È il clou di una crisi che viene da lontano. Il paradosso è che più le cose vanno male più Sorgenia viene finanziata arrivando a cumulare 1,85 miliardi di prestiti. E non c’è da stupirsi, chiamandosi De Benedetti, che la banca più esposta con oltre 600 milioni sia Mps. Ma i De Benedetti (Rodolfo in testa, l’ideatore di Sorgenia) hanno già pronta l’exit strategy: nel 2013 azzerano il valore di Sorgenia nel bilancio di Cir, mossa propedeutica all’abbandono. Serve capitale. Nel 2014 le banche chiedono che la famiglia metta almeno 150 milioni. I De Benedetti non tirano fuori un euro e le banche si ritrovano la Sorgenia in odore di crac. Non avevano i soldi? Qui la tragedia si trasforma in farsa. Sempre nel 2013 i De Benedetti incassano 344 milioni dalla Fininvest che ha perso il lodo Mondadori. Non solo, la Cir era comunque piena di liquidità per 538 milioni. Cdb se la tiene stretta alla faccia di Sorgenia. Finisce che le banche (Mps in testa) fanno il salvataggio, i De Benedetti escono del tutto, deconsolidano da Cir quasi 2 miliardi di debiti e si ritrovano senza guai e con tanta liquidità.

Che dire di Kos? Il gruppo con le sue residenze per gli anziani fattura quasi mezzo miliardo, ha margini vicini al 20% dei ricavi e utili nel 2017 per 29 milioni. Un affare. Che deve buona parte della sua forza al rapporto stretto con il pubblico. Le sue strutture sono convenzionate con il Sistema sanitario e il 63% del suo mezzo miliardo di ricavi arriva da Regioni e Comuni. Non contenti, i De Benedetti cercano ancora la sponda pubblica. Il fondo healthcare di F2i compra nel 2016 il 46% di Kos sborsando 292 milioni. Così la famiglia usa meno capitale e condivide il rischio con il fondo pubblico.

E poi ecco Gedi. O meglio l’ex gruppo Espresso. È aperta un’inchiesta giudiziaria su un eventuale abuso dei prepensionamenti “facili” (a spese dell’Inps) del gruppo e della Manzoni, la concessionaria di pubblicità. Ma al di là dell’inchiesta, resta il fatto che il gruppo ha usufruito tra il 2012 e il 2015 di consistenti prepensionamenti di poligrafici e giornalisti, avvalendosi degli stati di crisi. Un altro regalo alla famiglia. L’unico bilancio in rosso per il gruppo è quello del 2017 per 123 milioni. Pesa la chiusura di una lite fiscale, finita in Cassazione, e che riguardava atti elusivi nella fusione addirittura del 1991 tra l’editoriale Repubblica e la Cartiera di Ascoli. Il fisco chiedeva 389 milioni, la Gedi alla fine ha chiuso il contenzioso con 175 milioni, di cui 140 pagati proprio nel 2017. E poi c’è l’avventura ingloriosa della quotata M&C, il fondo “salva-imprese”, che a detta dell’Ingegnere doveva investire in aziende in crisi, risanandole. Ai tempi fu presentata come una grande iniziativa che doveva coinvolgere anche il nemico di sempre, il Cavaliere. Alla fine M&C non ha salvato neanche se stessa. Di recente ha venduto il suo investimento nella tedesca Treofan portando a casa 30 milioni di perdite e cagionando ai soci di minoranza perdite sul titolo per oltre il 70% solo negli ultimi 4 mesi.

È nota pure la passione dell’Ingegnere per la finanza che pratica da trader smaliziato. Smaliziato e con accesso a informazioni privilegiate. Come non ricordare le visite a Palazzo Chigi e l’interesse sulla imminente riforma delle Popolari? Agli atti c’è l’intercettazione della Finanza in cui l’Ingegnere ordina il 16 gennaio (il venerdì prima dell’approvazione del decreto) al suo broker di fiducia l’acquisto di titoli delle Popolari che sarebbero state rivendute subito dopo fruttando una plusvalenza in pochi giorni. Un mordi e fuggi da speculatore ben informato. Il veicolo delle sue operazioni di Borsa è la Romed. La Romed vive di compravendite di azioni e derivati. In 3 anni ha portato a casa oltre 80 milioni di utili. I titoli in pancia a Romed valevano 65 milioni nel 2015. Sono saliti a 96 milioni. Poi ci sono i derivati per 30 milioni. Cdb scommette su azioni e futures. Il metodo è da corsaro della finanza: compra le azioni, le dà in pegno alle banche da cui ottiene finanziamenti per comprare altre azioni. Nel frattempo l’operazione Gedi e la sua Stampubblica non sta dando i frutti sperati. I ricavi sono aumentati di oltre il 10% ma i margini sono scesi di un buon 5%. Le maggiori dimensioni non fanno reddito. E i De Benedetti hanno già messo le mani avanti. Annunciati tagli dei costi tra cui quelli del lavoro per decine di milioni. Magari chiedendo un nuovo stato di crisi e il paracadute pubblico.

De Rossi in tackle sulla roma chic

La scivolata di De Rossi su Settembrini è un micro trattato di sociologia della Capitale. Il capitano della Roma-calcio fa chiudere lo storico bar della Roma-bene, quello davanti alla Rai, meta di pellegrinaggio di direttori, giornalisti, professionisti, uomini dello spettacolo e politici (uno per tutti: Massimo D’Alema, che vive a pochi passi, e che al ristorante di Settembrini ha presentato i suoi vini e cucinato la sua carbonara modificata al tartufo). Ora, il problema è che le mura del bar Settembrini sono di proprietà di Daniele De Rossi (a queste latitudini conosciuto come Ddr o “capitan futuro”, diventato il capitano presente degli incerti destini romanisti dopo il ritiro di Totti). E il fatto è che Settembrini – scrive Repubblica – non paga l’affitto da diversi mesi. De Rossi, vista la prolungata insolvenza, sembra ne abbia chiesto lo sfratto. È una sublimazione perfetta della guerra intestina tra le anime diverse della Capitale (e si materializza a dieci minuti a piedi dallo stadio Olimpico): il barbuto capitano di Ostia, cuore in campo della curva Sud, viscerale e popolare, vuole sgomberare il locale simbolo del quartiere alto borghese, uno dei luoghi più famosi della Roma al di là del Tevere. Si attendono sviluppi, la palla è al centro.

Renzi vuole commissariare Minniti: per liste e campagna pronto Lotti

Obiettivo: il 70% dei posti in Assemblea destinati a Marco Minniti per i suoi fedelissimi. La trattativa, che per Matteo Renzi stanno conducendo Lorenzo Guerini e Luca Lotti, è a buon punto. Tanto che c’è già chi si spinge a ipotizzare che il coordinatore della campagna congressuale dell’ex ministro dell’Interno sarà lo stesso Lotti. Una presenza che sarebbe quanto meno ingombrante, soprattutto per uno che ci tiene a non essere identificato come candidato renziano.

Ma in realtà sono giorni che c’è uno scontro in atto proprio sulle liste e sul ruolo di Lotti: Renzi avrebbe voluto Teresa Bellanova in ticket con Minniti, con lista di renziani doc in appoggio, il candidato si è opposto a entrambe le soluzioni. E così, ora la trattativa si è spostata direttamente sui posti in lista, per poter comunque contare nel parlamentino dem.

D’altra parte, nel patto tra ex segretario ed ex ministro, c’è anche una reciproca garanzia: Minniti garantisce a Renzi posti in Assemblea, con la promessa anche di posti in lista alle Europee e alle Amministrative di primavera e Renzi gli porta i suoi pacchetti di voti per farlo eleggere.

Un patto tutto da verificare alla luce dei risultati congressuali, però. Perché in molti raccontano che ci sarebbe anche un patto di Minniti con Nicola Zingaretti, che prenderebbe forma dopo il congresso, per gestire il partito insieme, mentre Renzi sarebbe accompagnato verso l’uscita.

D’altra parte, quest’ultimo sta cercando semplicemente il momento adatto per farlo.

Intanto, oggi dovrebbe annunciare la sua candidatura Maurizio Martina, appoggiato e sostenuto soprattutto da Graziano Delrio. Se alla fine nessuno avrà la maggioranza alle primarie, lui, che dovrebbe riuscire a conquistare un terzo posto, sarà determinante. Chi appoggerà? Non è chiaro, soprattutto dopo l’intervista al Foglio di Renzi di ieri, che ha messo anche Delrio tra gli ingrati, insieme a Gentiloni: “Hanno avuto tutto grazie al nostro coraggio e ora pugnalano alle spalle. Ma lo stile è come il coraggio di Don Abbondio: chi non ce l’ha, non può darselo”.

Di fronte a questo proliferare di conflitti, ieri alla Camera c’era chi commentava, semi-ironico: “Se avessimo un partito, in questo momento potremmo provare ad avere un ruolo, viste le evidenti difficoltà del governo”.

Nemici & Contenti. “Siete senza ideali”, “E voi molto ingenui”

La sedia governativa che divide Luigi Di Maio, sempre giusto nel suo vestito ministeriale, la cravatta col nodo perfettino, e Matteo Salvini, chiuso in un grigio facis piuttosto trasandato, penitente, senza telefonino tra le mani a segnare l’ora veramente grave, è il vuoto tecnico che separa leghisti e grillini, così vicini e così scontenti gli uni degli altri come mai prima.

Ci vuole la pazienza, la bravura e la clinica di Massimo Baroni, deputato cinquestelle, specializzato nella cura di pazienti psicotici, per spiegare l’insoddisfazione. “Loro volano basso e hanno lo sguardo politico rivolto all’ingiù, all’altezza della loro vista breve. Quasi tutti gli eletti provengono dai municipi: chi sindaco, chi assessore e hanno la necessità di percepire la concretezza di ogni provvedimento. Fanno coincidere ogni cosa con il loro universo, il fazzoletto di terra che riconoscono come mondo, a loro basta rappresentare le urgenze del loro territorio. Ogni altra proposta che sta fuori da quel fazzoletto è estranea al loro interesse. Volano troppo basso, noi forse troppo in alto. Magari sono più scaltri di noi, ma senza ideali, una luce, qualcosa che li faccia guardare più lontano. Tecnicamente il nostro rapporto si potrebbe definire un po’ collusivo”.

Il leghista Paolo Franco, che viene da Arzignano, tra Vicenza e l’Adige, dove il lavoro non ha odore, e infatti i fumi delle concerie si avvertono per tutta la valle, ha un’altra spiegazione del perché il matrimonio è già in crisi. “Guardi che noi li stiamo aiutando. Parlo per me: sul condono edilizio di Ischia ci ho messo le mani per alleggerirlo di alcuni pesi che veramente lo rendevano improponibile. Li vedo abbastanza ingenui, volenterosi ma forse ancora non strutturati. Io sono ottimista e penso che la sfangheremo, alle Europee ci arriviamo e pure oltre. Però se me lo chiede ancora dico che non sono un mago, e che tutto è possibile. Possibile che si vada avanti e anche che si scenda dal bus. Cioè non saprei nemmeno dirle, ecco”.

Ventiquattro ore sono passate dalla buca dentro cui è cascato il decreto Anticorruzione, fiore all’occhiello di Di Maio, legge simbolo fatta fecondare ad Alfonso Bonafede, il ministro della Giustizia anch’egli ora in aula a sorvegliare, organizzare e spiegare, tranquillizzare. Il governo al suo posto, con i due vice, cioè i due premier, presenti e attenti, anche un po’ preoccupati. La diagnosi della prima ora, un trabocchetto teso da Salvini per incartare ancor di più il suo alleato Di Maio, sembra perdere terreno. “Giocano come i bimbi con i pulsanti”, ha detto Matteo ringhiando ed è parso non felicissimo dell’esito del trappolone.

Nel giorno della verità pieni i banchi leghisti, con Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno e cocco di Salvini, a giurare amore eterno: “Sono ottimista e molto di più ancora. Il contratto tiene, parlandosi e approfondendo le questioni si risolve ogni questione”. Pieni anche i banchi grillini. I berlusconiani in mezzo, e la geografia dell’aula forse ha spinto al tradimento. Laura Ravetto, della famiglia di Arcore: “Purtroppo temo che questi si amino ancora. Ce li terremo per un po”. A sinistra il Pd, che ha concesso l’appoggio esterno ai guastatori. “Noi facciamo opposizione, ed è lecito sostenere ogni azione di rottura”, dice Michele Anzaldi.

Rottura? Un gran bel casino nel quale è finito il capogruppo leghista Molinari, imputato di aver giocato troppo d’azzardo: “Stiamo ancora capendo quel che è successo”, spiegava fuggendo dopo il colpaccio. Botte sotto la cintola, amicizie spezzate, tradimenti svelati. Andrea Colletti, grillino: “Sono stati i leghisti a organizzare tutto. Hanno votato contro una norma che manda in galera i politici che rubano”. Le voci sono salite di tono, e gli alleati, quando l’aula ha chiuso i battenti, hanno continuato a darsele, prima di giurarsi fedeltà. Vista la leghista Rossana Baldi correre dal collega grillino Ferraresi e garantire: “Io non voterò mai più così”.

“Se Di Maio rispetta i patti, li rispetto anch’io”, dice Salvini.

Dall’altro lato del fiume: “Chi chiede lealtà, dimostri lealtà”.

Tutto come previsto. Nemici e contenti.

Pacchie e omissioni dei nuovi tg Rai

La nuova tinta gialloverde dei Tg Rai è applicata con efficienza sovietica. Martedì sera i primi due notiziari del servizio pubblico sono stati aperti dalla stessa (ottima) notizia: la demolizione dei villini abusivi del clan Casamonica. Milioni di italiani hanno potuto apprezzare come primissimo servizio su Rai Uno e Rai Due l’operazione della polizia municipale di Roma, accompagnata da un codazzo di autorità pentaleghiste: il premier Conte, il ministro Salvini e la sindaca Raggi. Particolarmente zelante il Tg2 diretto dal “sovranista” Gennaro Sangiuliano, che ha introdotto il servizio citando le dichiarazioni del Capitano e il suo celebre slogan, in stile claim pubblicitario: “La pacchia è finita”.

Ma ci sono anche notizie che sui Tg Rai non riuscirete ad ascoltare. Per esempio: come si chiamano i pezzi grossi leghisti a processo per le “spese pazze”? Ovvero quelli interessati (potenzialmente) dall’emendamento Vitiello che ha fatto ballare la maggioranza? Mistero. Nei servizi del Tg1 e del Tg2 che hanno raccontato l’incidente parlamentare sul peculato, i nomi di Edoardo Rixi (viceministro), Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo (capigruppo di Camera e Senato) non sono mai stati pronunciati. Rixi e Molinari sono citati en passant (insieme all’ex governatore Roberto Cota) nel Tg3 delle 19.

Martedì la sentenza di Strasburgo su B. (che chiama Salvini)

Silvio Berlusconi ora si aspetta la definitiva riabilitazione politica. Martedì prossimo arriva l’atteso giudizio di Strasburgo: il 27 novembre la Corte dei diritti umani pubblicherà la sentenza definitiva sul ricorso dell’ex Cavaliere contro la legge Severino che lo aveva fatto decadere da senatore. Un ricorso che Berlusconi aveva presentato ormai 5 anni fa: il 10 settembre 2013. Il caso è stato discusso dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo, dove non c’è possibilità d’appello: la sentenza emessa martedì sarà quella definitiva. Sarebbe soprattutto un riconoscimento simbolico, visto che a maggio Berlusconi era stato già riabilitato – tornando candidabile – dal Tribunale di sorveglianza di Milano. Il fondatore di Forza Italia intanto continua a scommettere sulla rottura tra Cinque Stelle e Lega: “Questa maggioranza non è in grado di andare avanti a governare il Paese – ha detto a margine di un vertice con i dirigenti del suo partito – e l’accordo di potere fra Salvini e Di Maio è ormai profondamente logorato”. Berlusconi non vede l’ora di riabbracciare l’alleato leghista: “Speriamo e crediamo sia vicino il momento nel quale si potrà tornare a dare agli italiani un governo di centrodestra”.

Costa e il secondo blitz (sfumato) per annacquare la legge Severino

C’erano già altri due emendamenti trappola pronti, prima che la maggioranza andasse sotto martedì sera alla Camera sul peculato: presentati da Enrico Costa (Forza Italia), riguardavano la legge Severino. L’obiettivo era far scattare la sospensione per gli amministratori locali non dopo la sentenza di primo grado, ma dopo quella di secondo. Il firmatario era Costa ma su queste modifiche era considerata possibile la convergenza sia della Lega che del Pd. Inizialmente, si sarebbero dovuti votare ieri, probabilmente a voto segreto. Poi, dopo l’incidente di martedì, la possibilità di portare a casa questa modifica al ddl anticorruzione (almeno per il momento) è tramontata.

“Lello”, che voleva Scafarto sindaco

Castellammare di Stabia, notte tra il 4 e 5 marzo 2018. A festeggiare a champagne l’elezione a deputato di Catello Vitiello, detto ‘Lello’, nel comitato dell’avvocato penalista aperto in via Santa Maria dell’Orto, ci sono sì e no cinque o sei persone. “Una cosa triste” ricorda scherzando un cronista locale che ne occupò. Dei militanti M5s, che lo candidò e lo ripudiò, ovviamente manco l’ombra. Una campagna sotterranea, silenziosa, senza eventi pubblici, solo incontri privati e passa parola, fu quella di Vitiello. La discrezione come àncora di salvataggio dalla buriana delle polemiche sulla sua appartenenza alla massoneria, causa dell’espulsione immediata dal Movimento. Vitiello aveva dimenticato di informarne Luigi Di Maio, perdindirindina. E guarda un po’, lo statuto dei Cinque Stelle sbarra la strada ai massoni. “Pensavo che l’appartenenza alla massoneria non fosse un problema – dice Vitiello al Fatto Quotidiano – che il divieto riguardasse solo la massoneria deviata che combatto come loro. Per il resto, rivendico con orgoglio una appartenenza e una esperienza che mi hanno aiutato a crescere”.

A quella candidatura nel collegio uninominale Vitiello ci era arrivato per scelta diretta di Di Maio. I due si conoscevano da almeno sei o sette anni. Vitiello infatti è assistente alla cattedra di Procedura Penale dell’Università di Napoli, mastica pane e diritto sin da bambino – il padre Salvatore è stato presidente della Camera Penale di Torre Annunziata e candidato sindaco nel 2013 – e, come rivelò in un’intervista al nostro giornale, tra gli studenti passatigli per le mani c’era anche il giovanissimo futuro vicepremier. “Sì, Di Maio fece l’esame con me, me lo hanno ricordato i miei studenti e gli amici comuni che a gennaio mi hanno messo contatto in lui”. Poi Di Maio superò quell’esame? “Mi pare di sì, ma è un ricordo lontano”. Chissà con che voto.

In un elenco di stabiesi famosi, tra il portiere Donnarumma e l’attaccante Quagliarella, come popolarità Vitiello se la gioca con il maggiore dei carabinieri ed assessore Gianpaolo Scafarto, l’uomo di Consip. I due sono amici e nell’intervallo tra le politiche e le amministrative di Castellammare, Vitiello incrocia in piazza Circumvesuviana il deputato di Forza Italia Antonio Pentangelo, stabiese, e gli lancia al volo un’idea: “Perché non candidate Scafarto sindaco? È un uomo in gamba”. Pentangelo lascia cadere la cosa, altri presenti fanno correre la voce, Scafarto ne viene informato e dice subito no a prescindere, la chiacchiera si ferma. Ed a leggere il comunicato con cui Forza Italia si è dissociata dalla nomina ad assessore di Scafarto, decisa in autonomia dal sindaco azzurro Gaetano Cimmino, questa cosa poteva esistere solo nella testa di Vitiello.

I laici M5S si spaccano sulla sicurezza: Benedetti fa il parere e poi si astiene

Amaggioranza e con un rinvio del voto dal mattino al pomeriggio, il plenum del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, ha approvato il parere sul decreto Sicurezza che rileva “criticità” costituzionali.

Lo hanno votato tutti i togati, compresi i capi di Corte e un unico laico, il forzista Michele Cerabona; si sono divisi i professori in quota M5S: Filippo Donati come Alessio Lanzi di FI ha votato no, Alberto Maria Benedetti, che pure ha firmato il parere come co-relatore, si è astenuto insieme a Fulvio Gigliotti. Si sono schierati contro i due laici leghisti Emanuele Basile e Stefano Cavanna. Ieri mattina doveva essere un plenum senza colpi di scena, invece gli interventi dei laici M5S fanno capire che ci sono divisioni. Donati spiega il suo no con motivazioni molto simili a quelli di Lanzi, avvocato berlusconiano: “Il Csm non si deve avventurare nell’arena della politica, laddove non venga in gioco la salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura o il buon funzionamento della giustizia”.

Come se il decreto Sicurezza non toccasse proprio l’andamento della giustizia. Ma è l’astensione di Benedetti che fa rumore proprio perché il neo direttore del Centro studi del Csm è co-relatore insieme a Paolo Criscuoli, togato di MI. Il consigliere sembra prendere le distanze anche da se stesso: “Molto spesso la nostra valutazione entra nel merito di scelte politiche. Va fatta una riflessione su come si costruisce un parere”. Piercamillo Davigo ( AeI) rimane basito e lo dice: “Resto sorpreso che il relatore dica di astenersi sul parere che ha fatto. È vero che solo gli imbecilli non cambiano opinione, ma non ho sentito ragioni esplicative di questa scelta”. Giuseppe Cascini (Area), che presiede la Sesta Commissione, nega qualsiasi ingerenza: il parere “non interferisce affatto con l’attività del legislatore e con le politiche del governo in materia di immigrazione, né si sostituisce alla Corte costituzionale o al presidente della Repubblica sul tema della costituzionalità”. Concetti ribaditi da Criscuoli.

Nel merito, il parere approvato segnala che alcune norme sono a rischio di incostituzionalità. Per esempio l’estensione dei reati che sono il presupposto per negare o per revocare la protezione internazionale: “L’ampliamento appare per alcune fattispecie non pienamente rispettoso degli obblighi costituzionali”. Prima del sì al documento era stata respinta la proposta di Antonio Lepre (MI) di un ritorno in Commissione.