“Vitiello, è come il nostro?” Così è nato il trappolone

Un attimo prima che l’emendamento sul peculato venga messo ai voti, un imprecisato deputato della Lega si rivolge al collega del gruppo Misto, Catello Vitiello, primo e unico firmatario della norma che ha fatto andare sotto il governo: “Ma questo è come il nostro?”. “Il vostro era scritto male, io l’ho migliorato”.

Secondo l’onorevole Vitiello – espulso dal Movimento perché iscritto alla massoneria – sarebbe tutto qui, in un estemporaneo botta e risposta sui banchi di Montecitorio, il cuore della “trattativa” che martedì sera ha mandato in frantumi la maggioranza. E che, in estrema sintesi, ha permesso nel segreto dell’urna l’approvazione di una modifica cara alla Lega, che ha un discreto numero di amministratori nei guai per le inchieste sulle spese pazze dei consigli regionali.

Ci avevano provato in commissione, i leghisti, a depotenziare il reato per cui è imputato, tra gli altri, il capogruppo del Carroccio a Montecitorio Riccardo Molinari. Ma l’hanno dovuto ritirare appena la notizia è uscita sui giornali. Però, ci ha pensato Vitiello a tornare alla carica, questa volta in Assemblea: “Probabilmente se non lo avessi fatto io non l’avrebbe fatto nessuno – spiega ora – ma sono stato mosso da ragioni puramente tecniche, la politica non c’entra: non ho presentato nessun emendamento soppressivo, e altri scritti da me sono assolutamente davighiani!”.

Pur di non finire nel calderone degli oppositori del governo (“Ho pure votato la fiducia!”), Vitiello scomoda il simbolo di Mani Pulite. E spiega di essersi affidato a un orientamento della Cassazione, secondo il quale talvolta l’uso improprio del denaro pubblico è una questione di abuso d’ufficio e non di peculato.

Eppure immaginare che quei 36 franchi tiratori siano arrivati dal nulla, è un’impresa ardua perfino per i principianti della tattica parlamentare. “È stata un’operazione concordata, e sicuramente là in mezzo ci sono anche voti nostri”, assicurano dai vertici del Movimento. “Ma se i Cinque Stelle nemmeno sapevano che cosa ci fosse scritto!”, sbotta adesso Vitiello.

Nel dubbio, ieri, le perplessità sulla gestione del gruppo grillino sono arrivate fino a Luigi Di Maio: i 25 deputati che sono anche sottosegretari, per dire, non erano stati avvertiti degli emendamenti a rischio e nessuno di loro è stato richiamato in aula, nemmeno quando i numeri hanno iniziato a traballare perfino sui voti palesi. Con emendamenti approvati con 20 voti di margine, ragionano, bisognava subito correre ai ripari.

Invece si è andati avanti alla cieca e quando è arrivato il turno di Vitiello è stata la Lega a intuire al volo che quello era “come il nostro”.

Giura, Vitiello, che nulla era stato discusso prima. Eppure a qualche Cinque Stelle, ieri sera, erano arrivati segnali del fatto che si viaggiasse su binari impervi. Per non parlare, raccontano altri colleghi di Parlamento, delle discussioni in cui lo stesso Vitiello, insieme al compagno di gruppo Salvatore Caiata, “segnalava” gli emendamenti su cui la maggioranza poteva andare a rotoli, chiarendo perfino che Lega e Forza Italia avrebbero sicuramente votato a favore. Ora, nessuno ignora che potesse trattarsi di pura deduzione logica. Certo prendiamo atto che a tirare velocemente le conclusioni sono bravissimi anche quelli che gli siedono a fianco.

Il Colle e Fico fanno muro, Giorgetti gioca a rompere

Dovranno andare avanti così, voto dopo voto, nell’aula che pare una botola pronta a inghiottirli. Anche se non si fidano l’uno dell’altro, anche se si accusano di opposti tradimenti e sono fragili. Perché il Quirinale e il presidente della Camera, Roberto Fico, hanno spiegato a Lega e Cinque Stelle che non c’era altro modo di ripartire dopo il martedì in cui il governo è inciampato alla Camera, per mano di 36 franchi tiratori nel voto segreto. Non c’era rimedio possibile nei regolamenti, all’emendamento sul peculato approvato a Montecitorio. Quello che ha “macchiato” il disegno di legge Anticorruzione, che per il M5S era un gioiello di famiglia e ora pare un quadro imbrattato di vernice.

E allora se non si farà male prima, la maggioranza dovrà approvare in prima lettura il ddl così com’è. Entro oggi, secondo i piani. Poi bisognerà correre in Senato, per approvarlo entro 15 giorni e tornare poi alla Camera per la terza e ultima lettura, a ridosso o subito dopo Natale. Un gioco dell’oca a cui sono appese le sorti dell’esecutivo. E che prende forma subito dopo che la commissione europea ha confermato il no alla manovra. Per questo, soprattutto il M5S tra martedì notte e ieri mattina ha cercato in ogni modo una scorciatoia, per eliminare l’emendamento e approvare lo spazzacorrotti in “purezza”. Praticamente impossibile, a scorrere norme e prassi. Eppure ci provano anche tramite il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che martedì sera chiama il Colle chiedendo il parere su una soluzione d’emergenza. “Avremmo pensato a un decreto legge” butta lì il premier.

Ma il Quirinale risponde con un no, cortese ma chiaro. Non si può forzare adesso, con l’Italia in conflitto sui conti con la Ue, ragiona il presidente della Repubblica: che sulla manovra coltiva parecchi dubbi, ma non vuole comunque intervenire. Anche se il numero due della Lega, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, auspicherebbe il contrario. Nel frattempo i gialloverdi sondano anche Fico. E gli prospettano varie possibilità, tra cui un emendamento che corregga quello sul peculato.

Ma il presidente di Montecitorio scuote la testa: “Mi dispiace, non si può”. Non vuole strappi, dopo aver già lavorato di fino per consentire l’inserimento nel ddl dell’emendamento sulla prescrizione, vitale per l’accordo di maggioranza. E allora i partiti di governo si arrendono. Ne prende atto anche Luigi Di Maio, che di prima mattina riunisce tutti i suoi parlamentari: “Il voto di martedì voleva affossare il ddl Anticorruzione. Ma noi non siamo stati, quando abbiamo qualcosa da dire contro non ci nascondiamo con il voto segreto”. Ed è una botta ai leghisti che sembravano una caserma, a fronte del M5S con i dissidenti. Poi ale 11 è vertice a tre a Montecitorio tra Di Maio, un plumbeo Matteo Salvini e Conte. E l’accordo è rapido: tappe forzate sull’Anticorruzione per approvarlo entro fine anno. “Prima del termine originario del 20 gennaio”.

Ma è tregua armata, perché Di Maio e Salvini devono restare sui banchi del governo a presidiare. E intanto trattano. Con il Carroccio che ottiene l’accantonamento di alcuni emendamenti sulle cause di non punibilità per corruzione. E in serata sparisce dal testo l’obbligo di arresto in flagranza per lo stesso reato. Però il tema è il Salvini ferito, da quei 36 in gran parte della Lega. “È stato Giorgetti” accusano dal M5S. In tanti sospettano del sottosegretario che “dice sempre l’inverso di Matteo quando lui non c’è”. Contrario al reddito di cittadinanza, quindi assai critico sulla manovra. E il voto segreto di martedì, è la lettura diffusa, varrebbe proprio come un’esortazione a modificare la legge di Bilancio. E c’è chi racconta di un Salvini che martedì sera avrebbe urlato contro il suo numero due, a margine del vertice a Chigi.

Di certo c’è il nervosismo del segretario del Carroccio, che ieri ha chiesto ai commessi di fermare i cronisti che volevano seguirlo nel cortile interno di Montecitorio. È consapevole del momento, e martedì sera lo ha detto di fronte a Conte e Di Maio: “Devo accettare questa merda che mi è capitata contro”. Intanto il suo decreto Sicurezza è slittato a lunedì. E a occhio verrà blindato con un voto di fiducia. Perché i gialloverdi hanno paura di sbandare.

Dal “babbo natale” di Salvini alla replica di Conte. Alleati uniti

Nulla di nuovo ieri sul fronte manovra, e neanche su quello delle reazioni: dalle preoccupazioni dei commissari Ue (“Con quello che il governo italiano ha messo sul tavolo vediamo il rischio che il Paese cammini come un sonnambulo nell’instabilità”, dice il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis) alle dichiarazioni del vicepremier della Lega, Matteo Salvini (“Ho la casella postale quasi piena di letterine di Bruxelles, io aspettavo anche quella di Babbo Natale”) a quelle più istituzionali del ministro dell’Economia, Giovanni Tria e del premier Giuseppe Conte che ha detto illustrerà la manovra a Jean-Claude Juncker sabato a Bruxelles. “L’Unione europea – ha detto – parla del debito del 2017, quindi di quello del precedente governo” e “noi siamo sempre convinti della nostra manovra, della solidità del nostro impianto di politica economica e quindi sarò ben disponibile a valutare con lui i passaggi successivi”. Dialogo è la parola ricorrente. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, titolare dei dossier e primo pontiere con l’Ue, cerca di invitare tutti alla calma. “Ritengo che la drammatizzazione del dissenso tra Italia e Commissione europea danneggi l’economia italiana e di conseguenza l’economia europea”. Il titolare del Mef che si dice “rammaricato” per la decisione della commissione e convinto che la manovra “assicuri il totale controllo dei nostri conti pubblici” e “garantisca in ogni caso anche l’obiettivo della riduzione del rapporto Debito-Pil”. E aggiunge: “Stiamo parlando di una divergenza su un obiettivo di deficit che è in fondo contenuto, noi stiamo parlando di decimali”. L’appello di Tria è raccolto solo in parte. “Risponderemo educatamente, ormai è uno scambio fitto”, ironizza Salvini aggiungendo però che “all’Europa chiedo rispetto per il Popolo Italiano, visto che paghiamo ogni anno almeno 5 miliardi in più di quello che ci torna indietro”. Luigi Di Maio assicura che “sia noi che l’Europa vogliamo la stessa cosa: ridurre il debito. E l’Unione europea si convincerà che, per raggiungere l’obiettivo, abbiamo scelto l’unica strada che funziona”. L’annuncio dell’Ue, intanto, apre la strada a una nuova ondata di critiche al governo. Per il presidente di Confindustria la bocciatura “non è una novità” ed è evidente che “non è solo l’Ue” a dire no alla ricetta economica del governo. Ad attaccare a muso duro è anche Silvio Berlusconi, secondo cui “Prendersela con l’Europa per questo è come prendersela con il medico che certifica una malattia”. A preoccupare, continua il leader forzista, è il giudizio degli investitori e dei risparmiatori, che si sono già pronunciati” e che trarranno dalla bocciatura “ulteriori motivi di diffidenza verso l’Italia”. Il Pd invece chiede un’informativa urgente del governo in Parlamento, richiesta su cui c’è già la disponibilità del presidente Conte.

Come funziona la procedura

Ieri Bruxelles ha avviato l’iter della procedura per deficit eccessivo in relazione al debito. Considera la manovra “una grave violazione del Patto di stabilità e crescita”, ma l’infrazione partirà per le inadempienze sul 2017. In pratica, la violazione delle regole attuali fa saltare lo “sconto” sulla stretta fiscale da attuare concesso ai governi Renzi e Gentiloni

Cosa succede? Ora i Paesi Ue hanno due settimane per dare il via libera. Poi la palla passa all’Ecofin, la riunione dei ministri delle Finanze dell’Unione. Il voto è a maggioranza qualificata (l’Italia può costruire una minoranza di blocco ma per ora è isolata). Il primo è previsto il 5 dicembre. Il secondo a gennaio. Poi l’Italia avrà 3 o 6 mesi per mettere in atto le misure richieste

A differenza della procedura per deficit eccessivo, in cui basta solo ridurre il disavanzo sotto il 3%, quella per debito è più rigorosa. In teoria prevede la richiesta di misure per far scendere il debito a ritmi sostenuti in un arco di tempo di 3-5 anni. Si può arrivare fino a 60 miliardi, ma la cifra sarà realisticamente molto più bassa. Si può subire poi un controllo rafforzato sui conti (con verifiche trimestrali)

“Eurocrati”, “maestrini” e “ignoti olandesi”. Tutte le proteste per le critiche da Bruxelles

Non è una questione di populismo o sovranismo. Le fasi alterne degli ultimi governi italiani insegnano che a ogni comunicazione delle istituzioni Ue corrisponde una reazione prevalentemente contraria e pure fantasiosa, foriera del bestiario selezionato che trovate di seguito.

Il cappello. Novembre 2014: Lo scontro è tra il premier Matteo Renzi e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. “Devo dire al mio caro amico Renzi che non sono il capo di una banda di burocrati – dice Juncker -. Contro la Commissione sento critiche superficiali, meritiamo di meglio”. Renzi replica. “È cambiato il clima per l’Italia, in Ue non vado a dire ‘per favore ascoltateci’, non vado con il cappello in mano”.

Il maestrino. Concetto ribadito a ottobre 2015:“Se l’Ue boccia la manovra la ripresenteremo uguale. (…) Bruxelles non è il maestro che fa l’esame, in questi anni c’è stata una subalternità psicologica dell’Italia agli eurocrati”.

Un “Sì” certo.Non pago, a luglio 2017 Matteo Renzi sguinzaglia i numeri: “Tornare per cinque anni ai parametri di Maastricht, archiviando il Fiscal Compact, con deficit al 2,9%: così avremo a disposizione almeno 30 miliardi per i prossimi 5 anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita”. Quando Jeroen Dijsselbloem, allora presidente dell’Eurogruppo, dichiara: “Nessuno può decidere unilateralmente”, Renzi smentisce: “Non potranno che dirci sì”.

Semisconosciuti.Gli stralci del libro di Renzi fanno il resto: “Io ho combattuto contro una visione anti-italiana in Europa. Una visione fatta di pregiudizi più che di giudizi. (…) La visione per la quale un semisconosciuto ministro olandese, per caso presidente dell’Eurogruppo, può dire che i paesi del Sud spendono i soldi per donne e alcol. (…) Non accetto che l’Italia sia trattata come una studentessa indisciplinata da rimettere in riga. È un atteggiamento che fa male all’Europa. In Francia nessuno dedica così tanto spazio agli euroburocrati”.

Euroburocrati. Un termine non proprio originale, visto che anche a Silvio Berlusconi è toccato, ancora nel 2005, difendere i conti. Quando il rifiuto di Eurostat di certificare i dati Istat avrebbe potuto aprire la strada a una procedura per sforamento dei parametri di Maastricht, l’allora Premier aveva promesso battaglia sulle riclassificazioni: “Non siamo d’accordo e siamo stanchi della burocrazia Ue”, aveva detto. E a inizio 2018 ha confermato che il tempo cambia tutto ma non Berlusconi: “Questa Europa, quella dei burocrati e delle regole stupide – ha scritto in un tweet – va cambiata profondamente”.

Sovranità.Anche l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha avuto guizzi di resistenza seppur – in linea con la sua grammatica – tecnici, probabilistici e meno coloriti. Dopo la richiesta di chiarimenti sulla manovra 2018 da parte della Commissione, dichiarò: “L’ipotesi di una possibile procedura d’infrazione sarebbe estremamente allarmante. Comporterebbe una riduzione di sovranità sulle scelte di politica economica e pesanti costi per il probabile aumento dei tassi d’interesse”. E ancora: “Una manovra correttiva danneggerebbe l’economia italiana su cui pesa già l’onere del terremoto”.

La fine.Dulcis in fundo: “Se l’Ue boccia la nostra manovra rischia la fine. (…) Può accettare il fatto che il nostro deficit passi dal 2 al 2,3% per far fronte all’emergenza dei migranti, oppure scegliere la strada ungherese, quella che ai migranti oppone i muri. Ma così sarebbe la fine”. Con sorpresa nei palazzi di Bruxelles.

Il debito di Padoan e la sfida gialloverde dietro la punizione

L’Italia ora rischia di finire sotto procedura di infrazione per debito eccessivo non per la legge di Stabilità 2019, ma per quella del 2017. E la colpa è delle scelte fatte dal governo Conte nell’autunno 2018. Vi siete già persi? Miracoli di un’architettura di norme e acronimi impossibili da decodificare che finora ha avuto lo scopo principale di nascondere dietro una cortina fumogena di numeri il potere discrezionale della Commissione europea di aiutare i governi amici e sanzionare quelli considerati ostili. Ma anche nella più oscura delle giungle normative, ogni tanto si apre uno spiraglio di chiarezza, o quanto di più simile si può chiedere a un documento comunitario.

Il report preparato dalla Commissione sull’Italia per spiegare se abbiamo rispettato l’articolo 126 (3) del Trattato, quello dedicato al controllo dei conti pubblici, ha 23 pagine e richiede molta pazienza. Ma la sintesi è la seguente. Nel 2013 l’Italia esce dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo (quando il deficit nominale supera il 3 per cento del Pil) e torna sulla lista dei buoni. Per riuscirci avevamo alzato l’avanzo primario – quanto resta allo Stato delle tasse dopo aver pagato tutte le spese ma prima di aggiungere gli interessi sul debito – al 2 per cento del Pil. Molto alto: era l’austerità vera.

Dall’anno seguente, con il governo Renzi, l’Italia diventa più rilassata, l’avanzo primario scende all’1,4. Il costo reale per finanziare il debito – al netto dell’inflazione – è rimasto intorno al 2,4 per cento del Pil, mentre la crescita nominale del Pil era dell’1,6 per cento. Traduzione per non economisti: se il Pil cresce meno degli interessi, il debito aumenta. E infatti l’Italia risulta lontanissima dagli obiettivi indicati dalla Commissione, funzionali a spingere un passo alla volta il debito pubblico dal 131,2 per cento del Pil nel 2017 al 60 per cento indicato come traguardo dal Trattato di Maastricht nel 1992. Nel 2016 l’Italia era fuori scala di 5,2 punti di debito in rapporto al Pil – qualcosa come 80 miliardi – nel 2017 di 6,6 (100 miliardi). E come hanno fatto allora i governi Renzi-Gentiloni a evitare le sanzioni? Con la tattica di John Belushi nei Blues Brothers, offrendo a Bruxelles una minima correzione del deficit strutturale e poi elencando ogni scusa possibile, anche se poco credibile, in gergo europeo i “fattori rilevanti”: le riforme strutturali da finanziare, l’inflazione bassa, la crisi dei rifugiati. Con questo sistema l’Italia tra 2015 e 2018 ha beneficiato di 1,8 punti di Pil di “flessibilità” cioè di deficit in deroga autorizzato: quasi 40 miliardi che non sono andati a ridurre il debito ma a finanziare gli 80 euro renziani, a evitare gli aumenti dell’Iva e altre misure popolari.

E allora cosa c’entrano i gialloverdi? “I piani di bilancio dell’Italia per il 2019 modificano in maniera sostanziale i fattori significativi analizzati a maggio”, scrive la Commissione. Ecco cosa è cambiato: visto che il Pil è del 2 per cento sopra il livello del 2016 non si può continuare a sostenere, come allora, che servono sconti perché l’economia va male. E poi “i piani del governo implicano un notevole passo indietro sulle passate riforme strutturali volte a stimolare la crescita, in particolare sulle riforme delle pensioni adottate in passato”. C’è anche “il rischio di deviazione significativa dal percorso di aggiustamento raccomandato verso l’obiettivo di bilancio a medio termine nel 2018” (il governo Conte non ha fatto la manovra correttiva da 10 miliardi che serviva per rimediare alle inadempienze di Gentiloni). E infine, questa tutta farina dei gialloverdi, “l’inosservanza particolarmente grave per il 2019 della raccomandazione rivolta all’Italia dal Consiglio il 13 luglio 2018, stando ai piani del governo e alle previsioni d’autunno 2018 della Commissione”. Cioè la mancata riduzione del deficit strutturale – quello che non considera misure una tantum e ciclo economico – dello 0,6 per cento del Pil che invece peggiorerà dello 0,8. Perché Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno preteso un deficit nominale al 2,4 per cento per finanziare misure detestate dalla Commissione (controriforma delle pensioni) o quasi approvate (reddito di cittadinanza).

Invece che seguire il balletto degli anni precedenti, nelle sue lettere a Bruxelles il ministero del Tesoro – su input di Palazzo Chigi – ha spiegato che l’economia va benissimo, che di fattori rilevanti ce ne sono pochi da considerare (il ponte Morandi a Genova) e che il governo sfora i parametri di debito e deficit perché ritiene di avere ricette per la crescita migliori di quelle della Commissione. Questa dichiarazione esplicita fa crollare tutto il castello di carte: diventa chiaro che gli aggiustamenti promessi, ma rinviati dal 2015, non arriveranno mai e la Commissione riscrive la storia, chiedendo sanzioni retroattive per l’Italia. Tutto formalmente corretto, per quanto assurdo. Se però ci fosse una procedura d’infrazione per opacità eccessiva e tasso di potere burocratico sopra la soglia accettabile, la Commissione non potrebbe evitare una punizione esemplare.

Parte la trattativa con l’Ue per evitare nuove tasse

Nel peggiore dei casi si rischia un controllo rafforzato delle finanze e una grossa stretta fiscale. Nel migliore, servirà un accordo politico per mostrare una correzione, seppure minima, dei conti. In entrambi i casi, l’iter aperto ieri dalla Commissione europea per una procedura di infrazione sui conti pubblici dell’Italia potrà essere arginato, se il governo lo vorrà, solo con aumenti di imposte, visto che la procedura non partirà prima di diversi mesi e quindi troppo tardi per bloccare le misure contenute nella manovra. Fermare in corso d’opera Reddito di cittadinanza e riforma della Fornero sarà impossibile. Più facile che il governo si impegni a far scattare gli aumenti automatici dell’Iva previsti nel 2020-2021.

Ieri Bruxelles ha bocciato la manovra che il governo non ha voluto correggere sconfessando l’impegno, per la verità poco realistico, preso dall’esecutivo Gentiloni di far scendere il deficit pubblico 2019 allo 0,8% del Pil, ma anche di ridurlo all’1,6 che era il massimo consentito da Bruxelles. Il deficit viene invece fatto salire al 2,4%, più o meno al livello del 2017 e pochi decimali in più rispetto al 2018, per finanziare il programma e controbilanciare la frenata della crescita.

Per aprire una procedura per deficit eccessivo serviva che il disavanzo superasse il 3% del Pil, il tetto imposto dal Trattato di Maastricht. Bruxelles ha quindi optato per quella in relazione al debito. In sostanza, la scelta di violare le norme ha un effetto retroattivo e toglie la base per gli sconti concessi in passato ai governi Renzi e Gentiloni, quando Roma non ha rispettato la regola che impone di ridurre il debito eccedente il 60% del Pil di un ventesimo l’anno (oggi siamo al 131%). Lo schema era: non sono in regola ma riduco un po’ il deficit e Bruxelles chiudeva un occhio per aiutare il governo gradito. Ieri ha stabilito che, venendo meno l’impegno, nel 2017 l’Italia ha violato le regole.

Era lo scenario peggiore. La procedura per debito eccessivo infatti impone un controllo rafforzato sui conti (con una verifica trimestrale) e la richiesta di misure che facciano calare il debito in maniera consistente in un arco di 3-5 anni. In teoria la stretta fiscale può arrivare fino a 60 miliardi. In pratica è impossibile, e servirà un accordo politico. I tempi, però, sono lunghi. I Paesi dell’Ue hanno due settimane per esprimere un parere. Poi la palla passerà all’Ecofin – la riunione dei ministri delle Finanze dell’Ue – a cui la Commissione proporrà l’avvio della procedura. Il voto avviene a maggioranza qualificata, per bloccarlo l’Italia può creare una minoranza di blocco di Paesi che raccolgono almeno il 35% della popolazione, ma non può votare e al momento è isolata. Il primo Ecofin è previsto il 4 dicembre. Senza un’accelerazione si può slittare al 22 gennaio. A quel punto verrà chiesta la correzione e l’Italia avrà dai 3 – nel caso peggiore – ai 6 mesi per presentare le misure. Se non lo fa rischia una sanzione fino allo 0,5% del Pil (8 miliardi), finora però mai applicata.

Non è escluso che la decisione finale slitti a dopo le elezioni europee di maggio. I Paesi del Nord premono, ma Bruxelles vorrebbe evitare lo scontro prima delle urne. Da ieri inizia la trattativa per un accordo politico che dilati i tempi. Per questo il premier Conte vedrà sabato il presidente Jean Claude Juncker. Le sanzioni irrisorie possono spingere Roma a tirare dritto, ma dovrà trovare un modo per allentare le tensioni finanziarie sul debito espresse dallo spread (l’asta del Btp Italia alle famiglie è stata un flop, come non accadeva dal 2012). L’ipotesi più verosimile è che concordi una correzione da spalmare su più anni. Ma più avanti arriva il verdetto più sarà difficile bloccare le misure della manovra. Grossi tagli di spesa sono irrealistici (l’Ufficio parlamentare di Bilancio lo ha certificato). L’unica leva è l’aumento delle tasse. Già per il 2020 il governo prevede che in parte scattino aumenti automatici dell’Iva per 13 miliardi. Ha promesso di disinnescarli ma quasi certamente entreranno nella trattativa con l’Ue.

“Vogliamo evitare la procedura ma non accettiamo ricatti”, ha detto ieri il commissario Pierre Moscovici. Salvini e Di Maio confermano la linea: “Il testo non cambia”. E oggi Conte riferirà alla Camera. Per il ministro dell’Economia Giovanni Tria “drammatizzare il dissenso tra Italia e Ue dannegga l’economia italiana ed europea”. Ha difeso la manovra e assicurato che “i conti pubblici sono sotto assoluto controllo”. Dopo la fiammata di ieri, lo spread ha chiuso in calo a 311 punti, la Borsa è salita (+1,4%). Prese di guadagno dopo che gli investitori avevano prezzato la bocciatura.

Chiagni e sciopera

L’ultima fake news sulla prescrizione è che i processi non finiscono mai per colpa dei giudici, o dei pubblici ministeri. Lo raccontano gli avvocati, o meglio la loro superlobby rappresentata dalle Camere penali e da altri organismi che negli ultimi trent’anni ha piazzato i suoi uomini in Parlamento (commissione Giustizia) e al governo per sfornare leggi che hanno sistematicamente distrutto il processo penale, trasformandolo in una macchina trita-carte, anzi trita-acqua che penalizza gli innocenti e premia i colpevoli (quelli ricchi e potenti, nelle intenzioni, ma poi anche gli altri, come effetto collaterale). Per una ragione molto semplice: gli avvocati sanno benissimo che la gran parte dei loro clienti sono colpevoli (quelli che fatturano di più). Ora infatti, per protestare contro la legge Bonafede che finalmente abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, hanno deciso di dare il loro contributo (l’ennesimo) allo sveltimento dei processi proclamando quattro giorni di sciopero, paralizzando vieppiù – ove mai ve ne fosse bisogno – l’attività dei tribunali.

Citano a sproposito la Costituzione sul “diritto di difesa” (perfettamente garantito anche se la prescrizione non esistesse mai) e sulla “ragionevole durata del processo” (che oggi non è ragionevole anche grazie alla prescrizione). E ricordano che il 60% dei reati si prescrive già nella fase delle indagini preliminari, cioè nelle mani dei pm, quando l’avvocato non può far nulla né per sveltire né per rallentare, per accusare le Procure di lavorare poco o di fare “indagini infinite”. Ma è una doppia balla. I magistrati italiani, secondo le statistiche europee, sono i più produttivi per procedimenti trattati ogni anno (il quadruplo dei loro colleghi tedeschi, il doppio dei francesi ecc.). E le indagini infinite non esistono: durano per legge 6 mesi, prorogabili fino a 18 (o a 24 per i reati di criminalità organizzata). Se due reati su tre si prescrivono prima del processo è perché spesso il pm apprende di un delitto molto tempo dopo che questo è avvenuto (i reati fiscali vengono segnalati dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di Finanza 4-5 anni dopo la data dell’evasione accertata). E la prescrizione decorre non da quando il reato è stato scoperto, ma da quando è stato commesso. Dovendo scegliere quale priorità dare alle varie notizie di reato, fissati per legge, le Procure danno la precedenza a quelle che hanno buone speranze di arrivare a sentenza definitiva, o almeno provvisoria. Se il pm apprende di un’evasione fiscale di 5 anni prima, è inutile che inizi a indagare perché il reato è già prescritto.

In caso di frode (prescrizione di 7 anni e mezzo), invece, gli restano 2 anni e mezzo per fare le indagini, l’udienza preliminare e i tre gradi di giudizio: impossibile. Meglio concentrarsi sul processo per direttissima sullo scippo del giorno prima. Se davvero gli avvocati volessero combattere la prescrizione in fase d’indagine, anziché scioperare dovrebbero battersi per farla decorrere alla scoperta del reato. Non solo: se il pm ha pronta la richiesta di rinvio a giudizio, ma l’ufficio Gup del Tribunale non fissa l’udienza preliminare perché è oberato di processi, formalmente la prescrizione matura in Procura, anche se questa ha finito da tempo il suo lavoro e non ha alcuna responsabilità. Per certi reati, poi, il pm può citare direttamente a giudizio l’imputato senza passare dal gup: la sola Procura di Roma ha pronte 60 mila citazioni dirette, ma deve tenerle nel cassetto perché il Tribunale riesce a smaltirne solo 12 mila all’anno. Il primo vero collo di bottiglia del processo è l’udienza preliminare, il secondo il tribunale, il terzo l’appello, il quarto la Cassazione. Perché in Italia si fanno troppi processi e troppe impugnazioni. Il sistema “accusatorio” anglosassone, invocato dagli avvocati e importato in Italia dal Codice di procedura del 1990 dal loro illustre collega Giandomenico Pisapia, è lento e farraginoso. Nessuna prova, testimonianza, confessione raccolta dal pm o dagli avvocati può essere prodotta al giudice: bisogna ripetere tutto daccapo davanti al giudice nell’oralità e nel contraddittorio fra le parti (salvo che queste non vi rinuncino, e non si vede perché la difesa dovrebbe). Una procedura ipergarantista, che però allunga a dismisura i tempi dei processi, dove devono essere richiamati tutti i testimoni e, se non si presentano, l’udienza salta.

Voi direte: ma in Gran Bretagna e negli Usa si fa così. Sì, ma lì il processo accusatorio è davvero accusatorio: di norma, c’è un solo grado di giudizio (l’appello di merito è rarissimo e ancor più il terzo grado di legittimità, grazie a una serie infinita di filtri e deterrenti), dopodiché il condannato è già ritenuto colpevole e inizia subito a scontare la pena; la prescrizione non esiste, dunque nessuno ha interesse a tirare in lungo; e chi fa appello rischia di vedersi aumentare la pena). In Italia abbiamo importato l’accusatorio, ma senza rinunciare ad alcuni istituti dell’inquisitorio. Qui appellare non costa nulla, nemmeno se si ha palesemente torto e nessuna speranza di vedersi dare ragione (niente reformatio in peius sull’appello dell’imputato), e anzi conviene: serve a rinviare l’esecuzione della pena e a far decorrere la prescrizione. Così i tre gradi di giudizio, assolutamente eccezionali nel rito anglosassone, in Italia sono la regola. Il che triplica il lavoro della macchina della giustizia. Non solo: nei Paesi anglosassoni, il più delle volte non si celebra neppure il dibattimento di primo grado: la stragrande maggioranza degli imputati (il 90-95%) patteggia, per ottenere uno sconto di pena. In Italia il patteggiamento è previsto, ma lo fanno soltanto i fessi: chi non patteggia, ma si fa i tre gradi di giudizio ha ottime speranze di farla franca con la prescrizione. Sempreché sia così ricco da potersi permettere di pagare per 10 anni la parcella all’avvocato (meglio se parlamentare, così può far rinviare continuamente le udienze per i suoi legittimi impedimenti).

Chi vuol saperne di più di questa amnistia selettiva per ricchi e potenti, non ha che da studiarsi la storia dei processi a B. (l’ho riassunta qualche mese fa in B. come basta, ed. Paperfirst), finiti in prescrizione 8 volte a suon di scioperi avvocateschi, legittimi e illegittimi impedimenti, ricusazioni, istanze di rimessione, richieste di astensione e leggi ad personam. O leggersi La verità sul processo Andreotti (ed. Laterza), raccontata dagli ex pm Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte. L’inchiesta per mafia sul 7 volte presidente del Consiglio e 19 volte ministro accusato di mafia, durò appena un anno: l’autorizzazione a procedere del Senato è del maggio 1993, la richiesta di rinvio a giudizio del maggio ’94. Il gip fissa l’udienza preliminare il 12 ottobre ’94, ma la difesa chiede sei mesi di rinvio. L’udienza parte il 1° febbraio ’95 e dura appena due mesi: il 2 aprile Andreotti va a giudizio. Il 26 settembre 1995, prima udienza del dibattimento: il Tribunale è disposto a procedere al ritmo di tre udienze alla settimana, ma la difesa chiese che una settimana al mese restasse totalmente libera. Così si persero tre udienze al mese, una trentina all’anno. Il 10 gennaio ’96 si ammalò uno dei tre giudici: sospensione per attendere che guarisse. Poi, il 10 aprile ’96, il processo ripartì da zero. Otto mesi perduti. La sentenza era prevista nel luglio ’99, ma, quando mancavano le ultime tre udienze di arringhe, gli avvocati di Andreotti aderirono all’ennesimo sciopero delle Camere penali (gli altri, dal ’95 al ’98, avevano già fatto perdere almeno 5 mesi) e tutto si bloccò. Il processo slittò a metà settembre e si chiuse il 23 ottobre ’99, con l’assoluzione per insufficienza di prove. Quattro anni per un dibattimento che sarebbe potuto durare la metà. Chissà per colpa di chi. La sentenza di appello arrivò tre anni e mezzo dopo, il 2 maggio 2003, e ribaltò il primo verdetto dichiarando Andreotti colpevole di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino alla primavera 1980, ma “estinto per sopraggiunta prescrizione”. Estinto quando? Meno di 5 mesi prima, nel dicembre 2002. Senza i tre scioperi degli avvocati (7 mesi persi in primo grado), Andreotti sarebbe stato condannato in appello. E la futura ministra Giulia Bongiorno sarebbe uscita dall’aula strillando “Colpevole! Colpevole! Colpevole!”. O forse se la sarebbe svignata dal retro.

Nekrosius, l’umore nero mancherà al teatro

È stato uno dei più importanti registi teatrali degli ultimi 40 anni: un lupo nella steppa, ombroso, glaciale, occhio azzurro vagamente luciferino. Se non avesse sposato l’arte drammatica, “forse sarei stato in strada a chiedere l’elemosina, oppure mi sarei ritrovato in prigione. Chissà”: Eimuntas Nekrosius è morto l’altra notte di infarto a Vilnius. Oggi avrebbe compiuto 66 anni: lascia una moglie, due figli e l’intera comunità dei teatranti in lacrime.

Famoso per lo humour nero e l’umore nerissimo, Nekrosius era orgogliosamente lituano, nonostante la fama internazionale, fumatore incallito e riluttante all’etichetta di maestro, da più parti affibbiatagli: “Non saprei perché dovrei insegnare a uno a scrivere con la mano destra anziché con la sinistra. Non ho allievi”. A Vilnius, sua città elettiva, stava provando in questi giorni l’Edipo a Colono per il Festival di Napoli del prossimo giugno, festival di cui era stato ospite in passato con laboratori e spettacoli.

Il regista ha lavorato spesso e volentieri in Italia, come pedagogo ma soprattutto come direttore, cimentandosi anche in regie liriche (Faust di Gounod e Macbeth di Verdi) e coi classici non squisitamente teatrali, come la Divina Commedia di Dante (“labirintica: ero curioso di capire se e come potesse essere trasferita sul palcoscenico”), il Cantico dei cantici e il Libro di Giobbe, imbastito nel 2013 al Teatro Olimpico di Vicenza, che diresse per due anni, dopo aver fatto incetta di Premi Ubu.

Furono le Tre sorelle, nel 1995, a catapultarlo dal palco di Taormina alla ribalta internazionale, e da allora sua croce e delizia restarono sempre Cechov e Shakespeare: Ivanov, Zio Vanja, Il gabbiano, da una parte; Amleto, Otello, Macbeth, dall’altra. E ancora, Il giardino dei ciliegi; Faust di Goethe; Anna Karenina di Tolstoj; Idiotas di Dostoevskij, salvo rinnegare anni dopo l’autore, bollandolo come “troppo maniacale, lo si apprezza solo quando si è giovani”. Proprio del Teatro giovanile di Vilnius Nekrosius era stato direttore all’inizio della carriera, tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta; dopodiché, nel 1998, fondò il Teatro-Studio Meno Fortas (“L’arte del forte”), con la cui compagnia si fece conoscere in tutto il mondo, dalla ex Jugoslavia all’America, da Israele alla Svizzera.

Sarà ricordato soprattutto per il suo eccelso lavoro con gli interpreti, lui che prima di diventare regista si era diplomato a Mosca, nel 1978, come attore: dalla grande scuola sovietica (di recitazione e non solo) si portò a casa il gusto per “l’autenticità”, non lo psicologismo spinto. In scena – spesso austera – amava giocare con i corpi dei performer, gli oggetti e la materia. Non gradiva gli orpelli, gli effetti speciali né certa drammaturgia contemporanea: “Ci sono autori interessanti, ma li lascio ai registi più giovani: tra di loro si intendono meglio… Ci sono teatri che si occupano di cronaca o di attualità, e lo fanno molto bene, è vero anche questo: non necessariamente dobbiamo seguire tutti la tragedia greca”, come quella che stava appunto abbozzando poco prima di morire e per cui era già pronto a volare a Napoli, il prossimo dicembre, per provinare e scovare i futuri protagonisti. Come molti registi rifuggiva i riflettori, i giornalisti, i critici, le interviste, le dichiarazioni pensose, i coup de théâtre. Domanda: l’arte non ha alcun potere? “No”. Però quella volta un sorriso gli è scappato.

Marlene la “sporcacciona” e le altre ribelli di Hollywood

Se per voi la fidanzata d’America Mary Pickford era una lady di ferro, se sotto i riccioli della bambola Shirley Temple si celava un’avanguardista sinistrorsa e se ritenete che il romanzo Gli uomini preferiscono le bionde (scritto da una bruna) sia stato “il più importante libro filosofico scritto in America”, vi trovate dentro al nuovo libro di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, Bambole perverse. Le ribelli che sconvolsero Hollywood, nelle librerie da domani. Quattrocento pagine pensate in decenni di appunti danno vita a un viaggio (contro)culturale e cinematografico coerente alla visione di mondo della coppia Ciotta-Silvestri, che diletta e si diletta costruendo connessioni ardite ma plausibili dentro all’universo pressoché americano (ma non solo) della Settima arte dal punto di vista delle donne “ribelli” che l’hanno abitato o tuttora lo abitano. Sorprendente per chi non sa che il vero cinema sovversivo risiede a Hollywood, si sviluppa sul concetto che la postmodernità sia una categoria fluttuante nel tempo, e che dunque vada da sé apprendere che negli anni 20 c’erano sedicenni capaci di governare il mondo e di dire di no “quando mi chiedeva cose che non volevo fare” come la Pickford rispondeva a Griffith, il padre del cinema classico americano.

La bella prefazione di Luca Guadagnino è coerente al testo che va introducendo: parte dalle sue cine-eroine ab origine di quando, a sette anni, fu folgorato dalla Jessica Lange fra le pelose zampe di King Kong. Crescendo, Luca è arrivato a farlo il cinema e le sue streghe di Suspiria, che vedremo nelle sale a Capodanno, in fondo “esistevano già” in un immaginario cinematografico che “è una storia di donne”, molte delle quali fra le bambole perverse raccontate dai due critici e giornalisti.

Che siano aliene scese “sulla terra del cinema per folgorarlo, illuminarlo e trascenderlo” (per dirla sempre con Guadagnino) le dive/divine presentate nel libro trovano collocazione in una struttura assai originale benché “camuffata” dalla catalogazione per tipologia: in realtà all’interno di ognuno degli otto capitoli vibrano equivalenze seducenti corroborate da aneddoti curiosi, avvincenti per ironia di scrittura. “Che diva sei?” (si) chiedono gli autori prima di dichiarare che dipende dalla perversione messa in campo, o meglio esibita sullo schermo. Una perversione tutta orientata alla rottura del sistema divistico in sé, anche se così non appare all’esterno, come appunto vedere la baby diva Temple quale autentica sovversiva e Marlene Dietrich quale “sublime sporcacciona”. Procedendo cronologicamente ma con parecchie deviazioni oblique, Ciotta e Silvestri titolano le loro “bambole” con due figure esemplificative e fantasiosamente accostate fra passato e presente. E mentre lo fanno rivisitano la storia del cinema con arguzia eretica/erotica ancorché etica perché intimamente coerente.

Ci sono le Piccole donne Mary Pickford ed Emma Watson (la Hermione Granger di Harry Potter, una “anti Lolita” eppure a 23 anni giudicata “l’attrice più sexy del mondo in un sondaggio britannico”), le Funny girl un po’ “maschiette” intraviste in Clara Bow e Meg Ryan, le Dark lady dove se non può mancare Rita “l’atomica” Hayward (“le cui foto da pin up riscaldavano l’Alaska” compare inaspettatamente l’ambigua Eva Green scoperta dal nostro Bernardo Bertolucci. Ed ecco arrivare le Androgine Greta Garbo (e chi più di lei?) accostata all’ex vampira Kristen Stewart (“un ibrido assoluto in costante mutazione”), le Femme fatale con Louise Brooks e il suo arditissimo alterego Jessica Rabbit (“perché non ne esistono più, bisogna disegnarle”), le Popcorn venus come Doris Day e Winona Ryder, le Mutanti esemplificate dalla “postumana” Scarlett Johansson e dalla sua versione black Zoe Saldana e infine la Superdonna che porta un solo nome: Tilda Swinton, “icona della rivolta” nel suo essere “la più aristocratica e rivoltosa” insieme, tutto e il suo contrario in un paradosso luminoso come la sua carnagione. E proprio come suggerisce Guadagnino, il nuovo libro di Ciotta-Silvestri ci ricorda una grande verità, “il divertimento è un gesto politico”.