Forza Italia ieri ha ribadito il suo no a Marcello Foa come presidente della Rai. Ma il partito è spaccato. Tra alcune frange delle truppe parlamentari, infatti, non si capisce perché “non si dovrebbe votare una persona che viene dal nostro mondo”. Truppe che ieri si sono galvanizzate leggendo l’editoriale di Vittorio Feltri sul Libero. “Personalmente, sapendo quanti leccaculo sono stati issati ai vertici di Viale Mazzini, non riesco a capire come mai il giornalista in questione non sia degno del massimo scranno…”, scrive il direttore che ebbe, a Il Giornale, Foa come capo degli Esteri. Dubbi che rimbalzano pure nel partito. “Sono d’accordo per non trasformare la Vigilanza in Sarajevo, trasformando il povero Foa nel principe ereditario d’Austria. Cerchiamo di essere ragionevoli”, osserva Giovanni Toti. Non impicchiamoci sul nome di Foa, sembra dire il governatore ligure. Ufficialmente, però, Forza Italia resta sulle barricate. “Non possiamo votare il candidato indicato dal governo, il metodo è sbagliato. Noi avevamo delle proposte, ma non siamo stati ascolti, né consultati”, fa sapere il numero due, Antonio Tajani.
Al momento, dunque, al presidente indicato da Palazzo Chigi mancano quattro voti. Ne occorrono 27 (i due terzi dei membri della Vigilanza), Lega e M5S arrivano a 21, ma ieri Foa ne ha incassati altri 2, quello di Fdi, Daniela Santanché e Federico Mollicone. “A sentir parlare il Pd e Renzi di lottizzazione della Rai è ridicolo. Alla fine la sinistra ci ha convinto a votare Foa”, afferma Giorgia Meloni.
E siamo a 23. Mancherebbero 4 voti, 3 se il presidente Barachini dovesse astenersi, per non risultare decisivo. A questo punto circolano due tesi. La più accreditata racconta che la maggioranza terrà duro su Foa (che oggi avrà il via libera del nuovo Cda, che si riunisce per la prima volta), anche a rischio di andarsi a cercare i voti al buio in Vigilanza, confidando nel segreto dell’urna e nel fatto che, alla fine, Berlusconi potrebbe cedere, in cambio garanzie nei confronti di Mediaset o di una direzione di rete a Viale Mazzini.
Ipotesi meno accreditata è che Foa, senza la certezza dei voti, si ritiri, aprendo così la strada a un altro nome, tutto da decidere (ieri da ambienti di centrodestra è filtrato quello del consigliere Giampaolo Rossi, in quota Fdi ma gradito pure a Berlusconi). “Non c’è un piano B e non sono in corso trattative sottobanco. Noi domani andiamo in Vigilanza col nome di Foa come presidente, un nome di garanzia. Se Fi non lo vota si prenderà la responsabilità di questa scelta. Poi, però, non si potranno lamentare se per la presidenza cercheremo un accordo col Pd…”, sostiene il pentastellato Stefano Buffagni. “Essere sovranista non è un reato. Sovranità è una bella parola. Contro Foa agisce un nuovo patto del Nazareno”, afferma Luigi Di Maio. “Non votare Foa da parte loro mi sembra folle. Hanno piazzato un uomo Mediaset a capo della Vigilanza, ora c’è un possibile presidente ex dipendente del giornale di Berlusconi. Cosa vogliono di più?”, si chiede il sottosegretario leghista Raffaele Volpi. “Il problema non è Foa, ma è politico. Non possiamo permettere ancora ad altri di scegliere in casa nostra. E mi chiedo: perché Salvini sta facendo questo braccio di ferro su Foa? Vuole forse creare il casus belli per rompere il centrodestra?”, risponde l’azzurro Andrea Ruggieri, deputato della Vigilanza.
E si ritorna a Sarajevo e all’attentato che scatenò la Prima Guerra Mondiale. Sul metodo “spartitorio” interviene con forza anche il Pd che, insieme a Leu, invita tutti i partiti di opposizione a disertare la Vigilanza. Ma critiche arrivano anche dall’interno del M5S, con Roberto Fico. “Non entro nel merito delle scelte del governo, dico solo che i meccanismi che hanno portato alla scelta dei consiglieri non mi trovano d’accordo. Il metodo è sbagliato, serve una nuova legge”, afferma il presidente della Camera. Mentre Fnsi e Usigrai scrivono una lettera al Cda di Viale Mazzini per denunciare come “l’indicazione del presidente da parte del governo si configura come una palese violazione della legge e delle prerogative del Cda”, perché tale indicazione spetta, appunto, ai consiglieri. E annunciano ricorsi.