Forza Italia divisa su Foa Il piano B e il voto al buio

Forza Italia ieri ha ribadito il suo no a Marcello Foa come presidente della Rai. Ma il partito è spaccato. Tra alcune frange delle truppe parlamentari, infatti, non si capisce perché “non si dovrebbe votare una persona che viene dal nostro mondo”. Truppe che ieri si sono galvanizzate leggendo l’editoriale di Vittorio Feltri sul Libero. “Personalmente, sapendo quanti leccaculo sono stati issati ai vertici di Viale Mazzini, non riesco a capire come mai il giornalista in questione non sia degno del massimo scranno…”, scrive il direttore che ebbe, a Il Giornale, Foa come capo degli Esteri. Dubbi che rimbalzano pure nel partito. “Sono d’accordo per non trasformare la Vigilanza in Sarajevo, trasformando il povero Foa nel principe ereditario d’Austria. Cerchiamo di essere ragionevoli”, osserva Giovanni Toti. Non impicchiamoci sul nome di Foa, sembra dire il governatore ligure. Ufficialmente, però, Forza Italia resta sulle barricate. “Non possiamo votare il candidato indicato dal governo, il metodo è sbagliato. Noi avevamo delle proposte, ma non siamo stati ascolti, né consultati”, fa sapere il numero due, Antonio Tajani.

Al momento, dunque, al presidente indicato da Palazzo Chigi mancano quattro voti. Ne occorrono 27 (i due terzi dei membri della Vigilanza), Lega e M5S arrivano a 21, ma ieri Foa ne ha incassati altri 2, quello di Fdi, Daniela Santanché e Federico Mollicone. “A sentir parlare il Pd e Renzi di lottizzazione della Rai è ridicolo. Alla fine la sinistra ci ha convinto a votare Foa”, afferma Giorgia Meloni.

E siamo a 23. Mancherebbero 4 voti, 3 se il presidente Barachini dovesse astenersi, per non risultare decisivo. A questo punto circolano due tesi. La più accreditata racconta che la maggioranza terrà duro su Foa (che oggi avrà il via libera del nuovo Cda, che si riunisce per la prima volta), anche a rischio di andarsi a cercare i voti al buio in Vigilanza, confidando nel segreto dell’urna e nel fatto che, alla fine, Berlusconi potrebbe cedere, in cambio garanzie nei confronti di Mediaset o di una direzione di rete a Viale Mazzini.

Ipotesi meno accreditata è che Foa, senza la certezza dei voti, si ritiri, aprendo così la strada a un altro nome, tutto da decidere (ieri da ambienti di centrodestra è filtrato quello del consigliere Giampaolo Rossi, in quota Fdi ma gradito pure a Berlusconi). “Non c’è un piano B e non sono in corso trattative sottobanco. Noi domani andiamo in Vigilanza col nome di Foa come presidente, un nome di garanzia. Se Fi non lo vota si prenderà la responsabilità di questa scelta. Poi, però, non si potranno lamentare se per la presidenza cercheremo un accordo col Pd…”, sostiene il pentastellato Stefano Buffagni. “Essere sovranista non è un reato. Sovranità è una bella parola. Contro Foa agisce un nuovo patto del Nazareno”, afferma Luigi Di Maio. “Non votare Foa da parte loro mi sembra folle. Hanno piazzato un uomo Mediaset a capo della Vigilanza, ora c’è un possibile presidente ex dipendente del giornale di Berlusconi. Cosa vogliono di più?”, si chiede il sottosegretario leghista Raffaele Volpi. “Il problema non è Foa, ma è politico. Non possiamo permettere ancora ad altri di scegliere in casa nostra. E mi chiedo: perché Salvini sta facendo questo braccio di ferro su Foa? Vuole forse creare il casus belli per rompere il centrodestra?”, risponde l’azzurro Andrea Ruggieri, deputato della Vigilanza.

E si ritorna a Sarajevo e all’attentato che scatenò la Prima Guerra Mondiale. Sul metodo “spartitorio” interviene con forza anche il Pd che, insieme a Leu, invita tutti i partiti di opposizione a disertare la Vigilanza. Ma critiche arrivano anche dall’interno del M5S, con Roberto Fico. “Non entro nel merito delle scelte del governo, dico solo che i meccanismi che hanno portato alla scelta dei consiglieri non mi trovano d’accordo. Il metodo è sbagliato, serve una nuova legge”, afferma il presidente della Camera. Mentre Fnsi e Usigrai scrivono una lettera al Cda di Viale Mazzini per denunciare come “l’indicazione del presidente da parte del governo si configura come una palese violazione della legge e delle prerogative del Cda”, perché tale indicazione spetta, appunto, ai consiglieri. E annunciano ricorsi.

Teramo, il dipendente Asl al senegalese: “Qui non c’è il veterinario”

Un’altra storia di razzismo. L‘ennesima. Questa volta è avvenuta a Giulianova, in provincia di Terano, dove Ibrahima Diop, senegalese di 39 anni, era andato all’Asl per chiedere il rinnovo del libretto sanitario. Evidentemente un dipendente dell’Azienda sanitaria non gradiva la sua presenza tanto da avergli detto: “Che vuoi? Vattene! Qua non c’è il veterinario”. La vicenda è stata pubblicata da alcuni quotidiani locali. L’episodio è stato raccontato dal senegalese – dal 2000 in Italia, sposato con un’italiana e con un figlio di 16 anni e residente a Roseto degli Abruzzi (Teramo) – ai carabinieri. La Asl di Teramo, su disposizione del direttore generale Roberto Fagnano, ha aperto un’inchiesta interna sulla vicenda: stanno svolgendo tutti gli accertamenti ascoltando i testimoni presenti in quel momento negli uffici di Giulianova, sia i dipendenti sia alcuni utenti esterni che ora la stessa Asl sta cercando di rintracciare. “Ci sono rimasto davvero male, è la prima volta che mi capita una cosa del genere”, ha spiegato l’uomo.

Nave italiana diretta verso Tripoli dopo salvataggio di 108 migranti

La nave italiana Asso ventotto, dopo un salvataggio di 108 migranti a circa 70 miglia dalle coste libiche, si è diretta per lo sbarco dei naufraghi verso il porto di Tripoli. La notizia è stata data ieri sera da Oscar Camps, fondatore della Ong spagnola Proactiva Open Arms, via Twitter. La rotta era visibile nella serata di ieri sulla piattaforma di monitoraggio marittimo Marinetraffic. È la prima volta che un’imbarcazione battente bandiera italiana si dirige verso la Libia dopo un’operazione di salvataggio. Tripoli, secondo quanto recentemente ribadito anche dalla Commissione Europea, non viene considerato un place of safety, un porto sicuro, per accogliere migranti sopravvissuti ai naufragi. Il governo di Tripoli non ha mai firmato la convenzione di Ginevra, che tutela rifugiati e richiedenti asilo.

Salvini non si tiene, Di Maio lo copre: “Attacchi strumentali”

Il linguaggio di Matteo Salvini non si è spostato di un millimetro dal 3 febbraio 2018, il giorno dell’assurda caccia al nero di Luca Traini a Macerata. Mancava un mese alle urne: il capo della Lega era in piena trance elettorale. La condanna di quella follia criminale (commessa da un ex candidato locale del Carroccio) fu particolarmente blanda: “Chiunque spari”, disse, “è un delinquente a prescindere dal colore della pelle. Ma è chiaro ed evidente che un’immigrazione fuori controllo, un’invasione come quella organizzata, voluta e finanziata in questi anni, porta allo scontro sociale”. Oggi, dopo le ultime violenze a Latina e Moncalieri, il Salvini ministro sembra parlare col copia e incolla: certo, c’è la solidarietà a Daisy Osakue, ma “l’immigrazione non aiuta” e “parlare di emergenza razzismo è una sciocchezza”. Semmai, insiste, quello che succede in Italia è colpa “delle migrazioni di massa permesse dalla sinistra negli ultimi anni”. E poi ci sono le cifre sui crimini degli stranieri che i media non raccontano: “Negli ultimi tre giorni, nel silenzio generale, la Polizia ha arrestato 95 immigrati, mentre altri 414 sono stati denunciati”.

Se il linguaggio di Salvini non cambia, quello di Luigi Di Maio fa registrare una significativa novità. Il vicepremier dei 5Stelle (che in nome della pax governativa aveva evitato di mettere bocca sul tema migranti) ieri ha difeso apertamente l’alleato: “Io non credo che ci sia un allarme razzismo in questo Paese – ha detto in mattinata ad Omnibus, su La7 – ma si sta utilizzando questo argomento, perché qualcuno, per sentirsi un po’ di sinistra, deve attaccare Salvini considerandolo di estrema destra”. Nel pomeriggio, dopo l’aggressione dell’atleta italiana, è tornato sull’argomento senza cambiare linea: “La novità è che episodi del genere adesso facciano notizia, perché i dati invece dicono che il numero di aggressioni resta in linea con quelli del passato. Il tema del razzismo va affrontato senza strumentalizzazioni politiche, non si devono usare questi episodi per andare contro il governo”.

Fino a ieri i contraenti del patto gialloverde hanno viaggiato su binari paralleli. Ognuno ha curato la sua parte di programma: i Cinque Stelle decreto dignità e taglio dei vitalizi, Salvini l’immigrazione. Una fabbrica di slogan e iniziative ad alto rendimento politico e a impatto zero sui conti pubblici: i porti chiusi, le trasferte in Libia, la battaglia alle Ong. Non è chiaro quanto la strategia possa durare, in mancanza di risultati concreti, ma il nuovo orizzonte della campagna elettorale permanente è spostato alle elezioni europee, maggio 2019, quando la Lega conta di smettere definitivamente le vesti del socio di minoranza del governo.

Gli strappi iniziano a produrre qualche timida turbolenza. Nel Carroccio (dove Luca Zaia e Roberto Calderoli hanno pronunciato dichiarazioni autonome rispetto a quelle del segretario) e soprattutto nel Movimento, dove l’unico a esporsi contro Salvini era stato il presidente della Camera Roberto Fico. Ieri invece i grillini sono andati in ordine sparso. Il ministro Danilo Toninelli ha negato – come Di Maio – che ci sia “un clima di razzismo”, al di là della rituale “condanna di tutti gli episodi di violenza”. Altri uomini vicini al capo del Movimento invece hanno abbandonato la prudenza. Come Vincenzo Spadafora, uomo ombra di Di Maio e sottosegretario a Palazzo Chigi: “La notizia dell’ennesima violenza di stampo razzista non può lasciarci in silenzio. Abbiamo la responsabilità di creare un argine. In primis, smettendo di soffiare sul fuoco attraverso slogan e spauracchi, che appartengono a periodi bui della nostra democrazia”. E come Lorenzo Fioramonti, sottosegretario all’Istruzione: “In Italia, l’emergenza razzismo c’è ora come c’è stata in passato. Chi ricopre incarichi istituzionali deve pesare le parole, perché creano effetto sdoganamento e imitazione”.

Non sono una novità invece le parole di monito di Sergio Mattarella. Nella giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, ha definito i migranti “i nuovi schiavi”. “Nessun Paese – ha detto il capo dello Stato – è immune da questa sistematica violazione della dignità umana”, bisogna “rifuggire la tentazione di guardare altrove”.

I Garanti delle carceri: “Centri per i rimpatri in condizioni indegne”

“Delusione e preoccupazione per la scadenza della delega alla riforma penitenziaria, senza che siano state adottate misure per l’assistenza sanitaria dei detenuti con problemi di salute mentale, e per l’apertura di nuovi Centri per migranti” è stata espressa dai Garanti territoriali delle persone private della libertà che si sono riuniti per approvare il nuovo regolamento istitutivo dell’assemblea. Secondo Stefano Anastasia, portavoce dei Garanti territoriali, è “grave il proposito di potenziamento e di allargamento del circuito dei Centri di detenzione per stranieri privi di titolo di soggiorno, ma allo stesso modo liberi da accuse o condanne penali. Nei centri attivi le condizioni di detenzione sono indegne di un Paese civile”. Ma proprio di aprire nuovi centri aveva parlato Salvini qualche giorno fa. Fino ad aprile 2018, quelli attivi in Italia erano 5 (Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino e Bari), per un totale di 538 posti. Caltanissetta è temporaneamente chiuso. “I Cpr attivi sono sei — ha spiegato il vicepremier — per una disponibilità di 880 posti. Entro l’anno saranno riattivati nuovi centri, per altri 400 posti, tra cui la riconversione di due centri di accoglienza per richiedenti asilo: a Gradisca d’Isonzo e Milano”.

Aprilia, uno dei due aggressori era armato

È più di un dubbio. Il sospetto di un’azione di “vigilanza” finita male, con la morte del 43enne marocchino ad Aprilia, è una pista che i carabinieri di Latina stanno analizzando. Una ronda? “Non lo escludiamo, stiamo approfondendo”, spiega il comandante provinciale di Latina, colonnello Gabriele Vitagliano. La morte dell’uomo a causa, probabilmente, delle percosse ricevute potrebbe essere l’esito tragico di un’azione non del tutto estemporanea. Ipotesi che se fosse confermata cambierebbe la valenza dell’aggressione finita tragicamente.

Nella ricostruzione di quanto avvenuto ci sono indizi apparentemente in contrasto con la versione fornita dai due indagati per omicidio preterintenzionale. A partire dalla presenza di un’arma negli attimi finali dell’inseguimento, visibile nelle immagini delle telecamere di sorveglianza ed impugnata da uno dei due uomini denunciati, probabilmente la guardia giurata, 42 anni. È uno degli elementi ora al vaglio del pm di Latina Giuseppe Miliano, titolare dell’inchiesta.

Per avere il quadro chiaro sarà necessario ricostruire a ritroso l’ultimo viaggio di Hadj Zaitouni, che termina sulla via Nettunense, dopo una folle corsa iniziata a qualche chilometro di distanza, quando un gruppo di abitanti vede una Renault Mégane, con due persone a bordo, vicina ad un’area residenziale di Aprilia. Pensano ad un tentativo di furto, decidono di bloccare i due. Un inseguimento da Far west, nel cuore della notte, che termina quando l’automobile con a bordo Hadj Zaitouni si ferma contro un muretto.

Le immagini dei filmati delle telecamere di sorveglianza di un bar adiacente raccontano quello che avviene subito dopo. Una persona scende da un’automobile bianca, dopo essere entrata in un cortile, quando la Mégane è ormai ferma. Passa meno di un minuto e appaiono tre uomini, uno dei quali ritratto con chiarezza con un’arma nella cintura. Il sistema di registrazione segnava l’una e 34 minuti della notte tra il 28 e il 29 luglio. Il marocchino era già a terra sull’asfalto, deceduto. Pochi colpi visibili sul corpo, constateranno poi i carabinieri, e una causa della morte che solo l’autopsia potrà chiarire definitivamente: “Probabilmente una serie di concause”, spiegano gli investigatori, che escludono “un pestaggio prolungato”.

I legali del secondo uomo denunciato, autista di mezzi pubblici, 45 anni, riportano una versione che tende a ridimensionare quanto accaduto: “Stavano tornando da una serata in famiglia – riferisce al Fatto quotidiano l’avvocato Federico Savo – quando hanno visto l’automobile con targa straniera aggirarsi attorno alle loro abitazioni. Nessuna ronda, nessuna aggressione”. L’auto, spiega il legale, sarebbe fuggita via, “rischiando di investire una decina di persone, era l’una di notte”. In quel momento sarebbe iniziato l’inseguimento.

La zona di Aprilia dove abitano i due indagati è in fondo a via Guardapasso, una strada stretta che porta dalla Pontina fino alla città. Case nuovissime, cinque condomini da sei piani, molti ancora non abitati. Attorno non c’è nulla, nessun locale, nessun bar. Una enclave residenziale cresciuta in un’area a cavallo tra le tante industrie della zona e quella parte rimasta ancora agricola. “Ronde? Mai viste”, assicurano gli abitanti della via. “Vivo da anni in questa parte di Aprilia e di furti in abitazione non ho mai sentito parlare”, aggiunge una signora, a pochi passi dal bar della zona. Forse un’azione estemporanea, una giustizia fai-da-te terminata nei peggiori dei modi.

Daisy, campionessa colpita al volto: “Miravano a me”

“Divento cieca, ho pensato sentendo quel colpo all’occhio. Ma dopo un secondo mi è venuto un flash: oddio, perdo i campionati Europei di atletica! Li sogno da quando avevo sedici anni… per me, per la mia famiglia e per l’Italia. E in un attimo rischiava di andare tutto in fumo: anni di allenamento, ore e ore, tutti i giorni. Per colpa di un razzista”. Daisy Osakue lunedì sera camminava per strada a Moncalieri, dove Torino e la periferia si incontrano tra incroci e superstrade. È stata colpita da un uovo in faccia, dritto nell’occhio. Poi la corsaall’ospedale oftalmico, il terrore che la primatista italiana di lancio del disco under 23 perdesse i campionati di Berlino tra dieci giorni. Alla fine un soffio di ottimismo: ci sono lesioni alla cornea e alla retina, ma dovrebbe guarire. Adesso è nella sua casa di Moncalieri con una benda sull’occhio tumefatto.

La guardi e capisci perché è una campionessa: il fisico forte, ma agile; l’energia dei 22 anni. Ma soprattutto l’entusiasmo che apre il volto in un sorriso bianchissimo. Accanto a lei ci sono i due fratelli e i genitori. E decine di medaglie, coppe, ritagli di giornale. “Li ha messi lei… cuore di mamma”, usa un’espressione che più italiana non si può. Racconta: “C’era quel Doblò, o forse una Multipla. Appena mi ha vista, ha puntato verso di me. Poi ho sentito un dolore forte, ho pensato fosse acido”.

Adesso, però, non è l’occhio che le fa più male, ma il pensiero di essere stata colpita perché nera. “Non ho dubbi. In quella strada ci sono ragazze africane che si prostituiscono. Mi hanno scambiata per una di loro”. Ora tutti temono che la ferita spezzi l’alchimia perfetta di corpo e testa che ha portato Daisy ai vertici dell’atletica. Pare di no: la rabbia è diventata sana ‘cattiveria’. “Se avessero colpito una di quelle povere ragazze nessuno avrebbe saputo di questo schifo – sorride Daisy –, ma hanno preso me, non li mollerò finché non li prenderanno”. Papà Iredia fa gli scongiuri strofinando una medaglia. Lui che era campione di judo, mentre la moglie giocava a pallamano. Sono ancora nigeriani, come i due figli minorenni. Daisy no, a 18 anni è diventata italiana. Ma ha dovuto sudarselo, racconta Maria Marello, la sua allenatrice: “È un’atleta nata, prima il tennis, poi la corsa, infine il lancio del disco. Ma a 16 anni, nonostante i risultati eccezionali, non ha potuto gareggiare nei campionati internazionali perché non aveva il passaporto”.

Sport, riscatto e identità che si intrecciano. “La mia famiglia viene dalla Nigeria, ma io sono nata in Italia. Respiro Italia, mangio Italia. Questo è il mio Paese”. Nonostante tutto: “Mi hanno già insultata per strada. Mai, però, un’aggressione. Non ci rendiamo conto che stiamo per superare un confine. C’è gente che dice cose terribili in tv e qualcuno si sente autorizzato ad agire”.

Daisy non ha dubbi, è stato razzismo. Ma i carabinieri sono molto più cauti nel parlare di movente razzista: nella stessa zona c’erano già stati due lanci di uova, contro la casa di un pensionato e un gruppo di donne italiane che uscivano da un ristorante. Senza contare altri episodi che, riferiscono i carabinieri, non sarebbero stati denunciati. Ma secondo Daisy l’auto aspettava lei. E alla fine quei tizi hanno rischiato di far male anche all’Italia. Perché l’atletica tricolore si sta risvegliando grazie a loro: delle 17 medaglie conquistate ai mondiali juniores del 2017, 8 hanno origini straniere.

Ora indagherà la Procura di Torino guidata da Armando Spataro, che ha disposto un giro di vite contro i reati razziali. Quello di Daisy non è l’unico caso di potrebbero occuparsi: ieri Laura Pompeo, assessore di Moncalieri, ha denunciato un altro episodio. In un ufficio pubblico, con decine di persone in coda, si è sentita la suoneria di un cellulare. Era una preghiera araba. E una donna italiana ha cominciato a urlare e insultare: “Tornatene a casa tua”.

Ma Daisy sulla porta ti saluta sorridendo: “Il 9 agosto guardatemi tutti”. Contro chi lancia le uova ai neri, lei tirerà un disco per l’Italia.

Alta Voracità

L’aspetto più comico dell’opposizione politico-affaristico-mediatica al governo è che gli rimprovera contemporaneamente di non cambiare nulla e di cambiare troppo. E, delle due critiche, almeno la seconda fa ridere perché gli elettori di 5Stelle e Lega proprio questo chiedono: di cambiare. Sennò avrebbero rivotato Pd e FI. Ora, per esempio, i giornaloni scrivono che il Nord sarebbe in “rivolta”, sull’orlo della guerra civile, per la pretesa del M5S di fare ciò che ha promesso agl’italiani fin da quand’è nato: sbaraccare il Tav Torino-Lione, la più inutile e dannosa e costosa fra le grandi opere progettate negli anni 80 del secolo scorso e rimasta allo stato larvale dopo 1,6 miliardi di sprechi e 17 anni di studi e carotaggi. Siccome per completarla servirebbero sulla carta un’altra quindicina di miliardi, che poi nella realtà salirebbero a 20-25 (le grandi opere in Italia lievitano in media del 45%), il minimo di un “governo del cambiamento” è riunire i protagonisti – quelli ancora in vita – e annullare un’impresa nata già morta quando fu pensata, figurarsi oggi dopo trent’anni e passa. Ma il fatto che si osi discutere il dogma della Santissima Alta Velocità semina il panico fra i prenditori e scatena le fake news dei loro giornaloni. La propaganda terroristica del partito-ammucchiata Calce& Martello, che affratella la “sinistra” di scuola Marchionne (il Pd dei Chiamparini), FI, Lega, triade sindacale, Confindustria, coop bianco-rosse e mafie varie, minaccia “penali” da pagare e “miliardi” (2, anzi 3) da “restituire” non si sa bene a chi, nonché “referendum” da bandire contro l’“isolamento del Nord-Ovest”, il “rischio Brexit per l’talia” e altre cazzate.

Il contratto. Nel contratto M5S-Lega, sul Tav Torino-Lione, si legge: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Quindi, quando Salvini dice che “il Tav si farà e basta”, viola gli accordi da lui stesso firmati. E quando il suo sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri (grosso esperto del ramo: 18 mesi patteggiati per bancarotta fraudolenta) spiega che “i costi di uno stop sarebbero superiori ai benefici”, dovrebbe spiegare perché ignora i veri costi dell’opera e perché è entrato in un governo con un programma opposto al suo.

Merci e passeggeri. Quando partì l’idea della Torino-Lione, si pensava a un supertreno per passeggeri sullo snodo italo-francese del Corridoio 5, da Lisbona a Kiev. Di quel progetto, mai realizzato (il primo paese a sfilarsi fu nel 2012 quello di partenza: il Portogallo), restano due reperti archeologici.

E cioè: un tratto di pennarello su un dossier nel cassetto; e un solo cantiere aperto, il Torino-Lione. Infatti, pur di non ridiscutere il dogma, anni fa si virò disinvoltamente dall’“alta velocità” (persone) all’“alta capacità” (merci). Chi, come La Stampa o l’ineffabile Siri, favoleggia di “treno per persone e merci” non sa che dice: il Torino-Lione riguarda solo le merci, mentre le persone viaggiano serene da decenni sul Tgv o su comodi aerei. Il Tav sarebbe una seconda linea ferroviaria da affiancare a quella storica (la Torino-Modane, inutilizzata all’80-90 %), scavando 57 km di tunnel dentro montagne piene di amianto e materiali radioattivi e devastando l’intera Valsusa. Il tutto per soddisfare un fabbisogno che non esiste: il previsto boom del traffico merci su quella direttrice si è rivelato una bufala colossale.

Merci fantasma. L’ha riconosciuto a fine 2017 persino l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio: “Molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue sono state smentite dai fatti”. Sulla Torino-Modane i treni merci viaggiano carichi di container perlopiù vuoti. La linea è utilizzata per un quinto delle potenzialità: che senso ha affiancargliene una nuova? Anche l’aumento dei Tir nel traforo del Fréjus è una panzana: nel 2017 l’hanno attraversato 740 mila mezzi pesanti, stessa cifra di vent’anni fa. Come ha scritto sul Fatto il prof. Francesco Ramella, “l’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e sarà ulteriormente incrementata a breve con l’apertura al traffico della seconda canna del traforo stradale del Fréjus. Anche qualora l’attuale ripresa dovesse proseguire, non si verificherebbero criticità per almeno mezzo secolo. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese poco più di 11.000 veicoli contro i 33.000 della Torino-Piacenza: si tratta dunque di una infrastruttura poco utilizzata”.

Ce lo chiede l’Europa. Secondo Aldo Grasso, ottimo critico televisivo del Corriere di cui si ignoravano (e si continuano a ignorare) le competenze in materia di Tav, questa “è una delle opere più importanti che l’Europa aspetta da anni”. Nell’ambito di una non meglio precisata “piattaforma logistica del Nord Ovest”. Ma – come spiega non il movimento No Tav, ma il sito lavoce.info, molto apprezzato quando c’è da difendere il fondatore Tito Boeri – “la Commissione Ue non ha mai chiesto che l’attraversamento delle Alpi avvenga su una linea ad alta velocità: sia a Est sia a Ovest le merci possono tranquillamente continuare a viaggiare su reti ordinarie, come da Lione a Parigi”.

L’occupazione. Alta velocità, bassissima occupazione: le previsioni più rosee indicano 4 mila nuovi occupati. Visto quanto ci costerebbero pro capite (in soldi e in danni ambientali stimati dall’Agenzia nazionale per l’ambiente francese e dai migliori atenei italiani), è molto più conveniente mandarli a spaccare pietre e poi a reincollarle.

I costi. La delibera 67/2017 del Cipe (governo Gentiloni) stima il costo complessivo del solo tunnel di base in 9,6 miliardi. Di questi, il 57,9% lo paga l’Italia e solo il 42,1 la Francia (disparità incredibile, tantopiù che il tunnel insiste per l’80% in territorio francese e solo per il 20 in territorio italiano, e spiegabile solo con l’ansia di convincere Parigi, da sempre renitente all’impresa). Non solo: la delibera Cipe autorizza la spesa dei 5,5 miliardi per 5 “lotti costruttivi non funzionali” del tunnel di base che, presi singolarmente, sono inutilizzabili se non a opera ultimata. Lavori inutili in caso di revisione o annullamento dell’opera. Infatti il Cipe avrebbe potuto finanziarli solo se anche la Francia avesse stanziato la sua quota: cosa che Parigi non fa, né si sa se e quando la farà. Dunque la delibera è in forte odore di illegittimità.

Penali e restituzioni. Stampa, Repubblica, Corriere e Grasso vaneggiano poi di “penali”, “multe” e “restituzioni” miliardarie. Anche se avessero ragione, varrebbe comunque la pena sborsare 2 miliardi per risparmiarne 10 o 20. Ed è curioso che tutti s’interroghino quanto costerebbe non fare il Tav, e mai su quanto costerebbe farlo (l’operazione al completo, per i docenti Andrea Debernardi e Marco Ponti, produrrebbe una perdita economica di 7 miliardi, che salirebbe a 10 con le lievitazioni all’italiana). In ogni caso, non è vero niente. Non c’è un solo contratto o accordo col governo francese, con l’Ue o con ditte appaltatrici (per il tunnel di base non è stata bandita alcuna gara) che parli di penali. L’Italia, nel tracciato italiano, può fare ciò che vuole. La legge 191/2009, art. 2, comma 232 lettera c prevede che “il contraente o l’affidatario dei lavori deve assumere l’impegno di rinunciare a qualunque pretesa risarcitoria eventualmente sorta in relazione alle opere individuate… nonché ad alcuna pretesa, anche futura, connessa al mancato o ritardato finanziamento dell’intera opera o di lotti successivi”. Quanto alla Ue, finanzia solo lavori ultimati: dunque, se il Tav non si fa più, l’Italia non deve restituire un euro, al massimo non incassa fondi per un’opera annullata. Quando il Portogallo si sfilò, non sborsò un cent alla Spagna né all’Ue. Idem la Francia: si finge interessata al Tav, ma ha sospeso i cantieri sulla tratta nazionale (anche per i fulmini della Corte dei Conti) e per quella internazionale – il tunnel di base – non ha mai erogato i finanziamenti (come l’Ue). Senza l’ombra di una penale. I fessi che prendono sul serio la patacca stanno tutti Italia (“prima gli italiani”, direbbe Salvini). Se avessero intascato tangenti e temessero di doverle restituire, almeno li potremmo capire. Ci facciano sapere.

Come far funzionare il Sistema sanitario

Il ministro della Salute Giulia Grillo in una circolare inviata alle Regioni chiede più trasparenza sulle liste di attesa. Dal monitoraggio della fondazione Gimbe risulta che 10 Regioni non hanno aggiornato i tempi di attesa e Campania e Toscana non dispongono di alcun report. Ma il problema è un altro: la carenza di medici. Pensare di ridurre le code tagliando l’intramoenia o non assumendo nuove risorse è impensabile. La Toscana ha deciso che in caso di lunghe attese per gli interventi chirurgici gli ospedali possono acquistare l’operazione in intramoenia senza spese per il cittadino. L’Emilia ha creato un fondo per assumere nuovi medici, ha imposto il pagamento dei ticket per chi non disdice e ha aperto gli ambulatori il sabato e la domenica, e oggi il 98% delle prestazioni sono garantite nei tempi previsti per legge. Così il Ssn potrebbe funzionare alla grande. Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao, ci ricorda che siamo virtuosi: “La spesa pubblica sanitaria pro-capite in Italia è di circa 2200 euro contro i 4100 della Germania e i 3400 della Francia. Non significa che facciamo schifo ma che abbiamo un buon rapporto tra qualità e costi dei servizi”.

Gli economisti indagano sul mistero della produttività che non cresce più

Da tempo gli economisti si interrogano su un fenomeno che sinora non è stato spiegato in modo soddisfacente né complessivo: il rallentamento della crescita della produttività, cioè del prodotto di beni e servizi per ora lavorata. Nel lungo termine, l’incremento di produttività dovrebbe trasmettersi agli standard di vita. Il condizionale è divenuto d’obbligo, dopo che gli ultimi anni hanno visto un indebolimento di questa trasmissione, per motivi ancora non chiari. I minori progressi nella crescita della produttività vengono ricondotti a fattori quali bassi tassi d’interesse che agevolano il mantenimento in vita delle aziende zombie, meno produttive; difficoltà di misurazione della produttività in un mondo digitale; aumento di concentrazione settoriale, con formazione di monopoli e oligopoli, che frena i progressi di produttività.

Una recente ricerca dell’Ocse evidenzia un crescente divario di produttività tra imprese: tra il 2001 ed il 2013, il 5% di imprese più produttive ha aumentato la propria produttività del 33% in manifattura e del 44% nei servizi. Nello stesso periodo, il resto delle aziende ha segnato miglioramenti di solo il 7% in manifattura e del 5% nei servizi.

Pare che gli incrementi di produttività, a differenza che in passato, non si diffondano a tutte le aziende di un settore, mentre la tecnologia premia in modo abnorme i giganti dell’economia globalizzata. Il crescente dualismo di produttività ha conseguenze per i lavoratori: negli Stati Uniti, il National Bureau of Economic Research ha scoperto che la quasi totalità dell’aumento della disuguaglianza di reddito dal 1978 deriva da disparità retributive tra differenti aziende, mentre i differenziali salariali all’interno delle singole imprese sono rimasti perlopiù invariati.

Le aziende più produttive spesso sono anche quelle di maggiori dimensioni, grazie alla combinazione tra specializzazione e globalizzazione, che consente l’accesso “scalabile” (cioè a costi incrementali molto contenuti) ai mercati globali. Aziende di questo tipo hanno maggiore possibilità di sperimentare nuove tecnologie e processi produttivi, senza che eventuali fallimenti portino a destabilizzare l’intera impresa.

In Europa, tra il 2011 ed il 2016, la metà dei brevetti tecnologici depositati provengono da sole 25 aziende. I leader tecnologici forniscono servizi alle imprese minori in regime di concorrenza assai limitata o spesso inesistente, frenandone i recuperi di produttività. Il potere di mercato dei titani tecnologici consente loro di attrarre le migliori professionalità, accentuando quindi il dualismo di produttività e la sua persistenza.

Le evidenze che emergono da queste ricerche contribuiscono a gettare luce sui molteplici effetti, non tutti positivi, che globalizzazione e nuove tecnologie esercitano su produttività e diseguaglianza. Le indagini proseguono, a tutto campo.