Fs, il nuovo ad piace a destra e a sinistra

Da un renzianissimo manager del Nord appariscente e interventista a un vetero democristiano ciociaro abile nelle pubbliche relazioni, benvisto dal Vaticano e con il pallino dell’immobiliare. È il percorso imboccato dalle Ferrovie dello Stato nell’era del governo gialloverde. Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha pescato tra le seconde file Fs il successore di Renato Mazzoncini e il prescelto è Gianfranco Battisti, un 56enne disponibile e dai modi gentili, sposato e con un figlio, amministratore del ramo immobiliare Fs. Un signore che sembra piacere a tutti. Perfino a quelli di Forza Italia che pure sulle nomine in teoria dovrebbero stare con il fucile spianato contro il governo. Subito dopo la designazione, su Battisti è addirittura planato il gradimento di un forzista storico, il senatore Francesco Giro, laziale democristiano poi passato con il Cavaliere.

Battisti piace, per esempio, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, centrosinistra, che lo ha avuto a fianco durante la vicenda dell’Expo e con cui ha chiuso l’accordo per lo sfruttamento immobiliare del milione e 250 mila metri quadri dei 7 ex scali ferroviari nel centro della città. E pure la sindaca di Roma, Virginia Raggi, 5 Stelle, lo apprezza dopo aver trattato con lui lo spostamento della Direzione Fs dalla sede centrale storica e mastodontica di Villa Patrizi alla periferica zona Tiburtina, a ridosso della stazione e del nuovo palazzo Bnl. Mentre grazie al Giubileo del 2016, come presidente della confindustriale Ferderturismo, Battisti ha rinsaldato i suoi legami con il Vaticano, già robusti fin da quando gravitava intorno all’Udc di Pier Ferdinando Casini.

Presidenza e consiglio di amministrazione delle Ferrovie sono invece di stampo leghista. Presidente è Gianluigi Vittorio Castelli, 64 anni, pensionato, consulente Fs, tecnico di Information Technology imposto dalla Lega 2 anni fa a Mazzoncini. Castelli nel frattempo è stato nominato amministratore di Nugo, la società della nuova app ferroviaria che dovrebbe consentire ai clienti di organizzare viaggi dalla porta di casa fino alla destinazione finale prenotando i biglietti necessari, siano essi di treni, bus, taxi e via dicendo. Per statuto i suoi poteri di presidente sono assai limitati e a fornire a Battisti il sostegno di cui probabilmente avrà bisogno c’è un Consiglio composto da 5 persone: Flavio Nogara, Andrea Mentasti, Cristina Pronello, Francesca Moraci e Wanda Ternau.

Le ultime due sono le sopravvissute del vecchio consiglio di amministrazione e si sono salvate dal licenziamento rifiutandosi di considerare il rinvio a giudizio dello stesso Mazzoncini per truffa ai danni dello Stato come un banale incidente di percorso e non un fatto grave che in base allo Statuto rendeva incompatibile la sua permanenza alla guida delle Fs. La Moraci è anche dirigente Anas. Tra i nuovi entrati, il manager leghista di peso è Mentasti, voluto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Mentasti gravita da un paio di anni intorno alle Fs: a fine 2016 fu inviato con uno stipendio annuo di 300 mila euro circa alle salentine Ferrovie del Sud Est dove l’amministratore precedente, Luigi Fiorillo, aveva aperto un buco di 200 milioni a forza di consulenze fasulle. Mentasti ha firmato il concordato preventivo che ha lasciato a bocca mezza asciutta molti creditori e con quell’atto ha aperto la strada al blitz dell’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio e di Mazzoncini. I due hanno aggregato le Sud Est alle Ferrovie dello Stato praticamente a costo zero facendo un grande affare perché sulle Sud Est che ricevono circa 150 milioni di euro l’anno dalla Regione Puglia, in quel periodo piovvero pure 70 milioni stanziati dalla Finanziaria.

Scontro fra Di Maio e Mittal. Ilva, soluzione più lontana

La svolta nello stallo sulla vendita dell’Ilva si allontana ancora. Ieri Luigi Di Maio ha alzato di nuovo la posta con l’acquirente ArcelorMittal giudicando “non ancora soddisfacenti” i nuovi impegni proposti sul piano ambientale. È l’ultima novità emersa ieri dopo l’incontro omnibus con oltre 60 delegazioni invitate, tra associazioni, sindacati e amministratori locali che ha scatenato diverse critiche. “È un cambio di metodo, si discute con tutti gli attori coinvolti”, ha spiegato il vicepremier e ministro dello Sviluppo.

Per la verità l’incontro, durato due ore, è servito solo a Mittal per illustrare le sue proposte in un documento poi reso pubblico dal ministero. Come anticipato dal Fatto, diversi interventi per adeguarsi alle prescrizioni ambientali vengono accelerati, come la copertura dei parchi a carbone entro giugno 2020 e quella dei parchi di minerale ferroso (da cui si alzano le polveri che fanno ammalare i tarantini) entro gennaio dello stesso anno, tra 6 e 12 mesi prima di quanto contrattato con l’ex ministro Carlo Calenda. Altre misure sono anticipate rispetto alla scadenza fissata al 2023, come la pavimentazione del Parco Loppa (30 mesi prima) o il sistema di trattamento delle acque piovane (8 mesi). Prevista anche l’installazione di filtri “di nuova tecnologia” per i camini; l’impegno a ridurre entro 5 anni l’emissione di Co2 del 15% e un impianto di sinterizzazione per “abbatte le polveri del 30% e le diossine del 50”. L’altra novità è un impegno a limitare la produzione di acciaio colato bruciando carbone (fortemente inquinante) a otto milioni di tonnellate annue. Oltre quella cifra, e solo dopo la fine del piano ambientale (2023), il colosso si impegna a usare tecnologie “a gas o a basso utilizzo di carbone” se “sostenibile economicamente”. Una soglia non facilmente superabile visto che oggi Ilva è ferma a poco più di quattro tonnellate e la legge fissa l’asticella a sei milioni finché non saranno completate le prescrizioni ambientali. Il piano della cordata guidata da Jindal e dalla Cassa depositi e prestiti, sconfitta nella gara, si impegnava a produrre a gas oltre i 6 milioni di tonnellate a fine piano. Il governatore pugliese Michele Emiliano, finora in sintonia con Di Maio, ha bocciato la proposta Mittal come “un piccolo passo assolutamente insufficiente”.

Uscito dall’incontro Di Maio ha gelato il colosso derubricando la proposta, trattata con i commissari governativi, come “qualche passo avanti”. A quel punto Mittal ha diramato una piccata nota: “Gli impegni aggiuntivi superano di gran lunga i termini del contratto del 2017 firmato col governo” e “rappresentano i migliori e definitivi impegni da parte di Mittal” che “ha accettato tutte le richieste sostanziali” del governo. L’azienda ribadisce nella nota di “rimanere ottimista”, ma filtra malumore per l’ultimo colpo di scena. Resta poi il tema occupazionale, non trattato dal documento perché affidato alla trattativa sindacale. A oggi si parte dai 3.800 esuberi (su 13.800 addetti) dichiarati da Mittal e bocciati dai sindacati. “Mi pare evidente che l’azienda voglia parlare con loro – ha detto Di Maio – Un incontro si terrà credo martedì (oggi, ndr)”, ma la convocazione non è ancora arrivata.

Ammesso che Mittal si smentisca, dal ministero non è arrivata nessuna indicazione su come modificare ancora il piano ambientale. E al momento non sembra neanche esserci un’idea precisa. Il dossier è trattato come una partita complessiva su ambiente e lavoro, che potrebbe anche sbloccarsi qualora si trovi un accordo con i sindacati. Che ieri hanno manifestato insofferenza: “Non c’è più spazio solo per trattative tra governo e azienda”, ha sbottato la Fiom. Intanto di Maio attende i risultati della verifica per l’eventuale annullamento della gara dopo che l’Autorità anticorruzione ha confermato le criticità rilevate dal ministero. “Se sono stati commessi reati porterò le carte in procura”, ha detto Di Maio. “I miglioramenti proposti sono importanti, prendi una decisione”, ha replicato a stretto giro Calenda.

Fico lancia la sfida sull’acqua pubblica: “Presto la legge”

“Lego la mia presidenza all’approvazione di una legge sull’acqua pubblica seria e definitiva. È dal 2005 che mi occupo di acqua pubblica, abbiamo lavorato insieme a tantissimi comitati. Quando sembrava tutto molto difficile e in molti cercavano di privatizzare l’acqua, a Napoli ci fu una bellissima vittoria perché si bloccò la privatizzazione che la politica stava mettendo in atto”, con queste parole ieri il Presidente della Camera Roberto Fico, ha aperto la tavola rotonda sul tema “Acqua pubblica” a Montecitorio aggiungendo poi che occorre “rispettare” l’esito del “referendum del 2011” approvando una legge sull’acqua pubblica che “dobbiamo riuscire a fare in questa legislatura”. Fico ha infine commentato l’incontro scrivendo su Facebook: ”Sono felice che oggi alla Camera dei deputati si sia parlato di acqua pubblica in un momento di ascolto e confronto. Quella sull’acqua pubblica è una battaglia innanzitutto culturale perché riguarda i beni comuni, su cui, ribadisco, non si può fare profitto, e la loro tutela”. Per poi concludere ricordando che attorno all’acqua pubblica è nato “un percorso di partecipazione che non dobbiamo dimenticare”.

Profumo loda il governo per restare in sella

Conti “in linea con le attese” e il tentativo dell’amministratore delegato di mantenere la poltrona. Si può riassumere così la giornata di ieri di Leonardo (ex Finmeccanica). Il colosso degli armamenti a partecipazione pubblica (Tesoro al 30,2%) ha presentato la semestrale: utile in calo a 106 milioni di euro, dai 213 di un anno prima, che sconta il costo straordinario di 170 milioni per l’accordo sui prepensionamenti. Escludendo quello, il risultato netto contabile crescerebbe dell’11%, a 236 milioni. Ricavi a 5,589 miliardi di euro, in aumento dell’1,7%, del 4% se si esclude l’effetto dei cambi. Sono risultati, secondo l’amministratore delegato, Alessandro Profumo, “in linea con le attese”. Più nel dettaglio, però, si vedono ordini in calo del 9%, portafoglio ordini giù del 3,9%; e soprattutto un calo del margine operativo lordo, l’indicatore che guardano gli investitori: – 14%.

Ma forse più interessante dei dati di bilancio è l’intervista che Profumo ha rilasciato al quotidiano Libero, in edicola ieri. Una pagina nella quale il manager appare in perfetta sintonia con il nuovo governo. A partire dal cosiddetto “sovranismo”, che non considera in contraddizione con l’europeismo sempre professato, “se per sovranismo si intende avere a cuore gli interessi nazionali”; inoltre “è importante che l’Italia rivendichi il proprio ruolo e i propri interessi nazionali”. Nel nuovo governo Profumo sostiene di aver trovato “attenzione” e “alta capacità d’ascolto”; e in particolare, se la Lega ha grande esperienza politica (“i 25 anni di mestiere di Salvini si vedono tutti”), i 5 Stelle ne hanno meno ma compensano con “una forte predisposizione all’apprendimento”. Quanto allo stravolgimento politico del 4 marzo: “I cambi di maggioranza sono una cosa sana”. Sono le parole di un manager che si era dichiarato disponibile a impegnarsi in politica per il Pd. Che grazie a quel partito nel 2012 è diventato presidente di Mps, carica che gli costerà un rinvio a giudizio a Milano (aggiotaggio e falso in bilancio, per la vicenda dei derivati Alexandia e Santorini), e che ai vertici di Leonardo è stato nominato dal governo Renzi, nel maggio 2017. Una nomina che, oltre a far alzare il sopracciglio ai vertici militari, che si sono domandati che c’entrasse un banchiere con l’azienda di armamenti, ha scatenato aspre critiche da parte del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle, a cui non è andata giù la nomina di un imputato ai vertici della partecipata pubblica. “Amministratori delle grandi partecipate di Stato imputati per reati gravi? È un fatto che non può lasciare M5S indifferente”, scriveva in una nota il Movimento, mentre presentava in Parlamento una mozione di sfiducia nei confronti di Padoan.

La freddezza nei confronti del manager non si è stemperata da quando il Movimento governa. Come s’è visto, al di là delle foto ufficiali con le strette di mano, nella visita del neo ministro dell’Industria, Luigi Di Maio negli stabilimenti Leonardo di Pomigliano.

Da quando Profumo è ad, il titolo di Leonardo in Borsa è passato da 15,5 a 9,27 euro. E anche questo non aiuta. Per mantenere la poltrona servono molte pubbliche relazioni.

Air Force Renzi, sul contratto ora indaga la Corte dei conti

Non c’è solo il governo ad aver puntato il famoso “Air Force Renzi”. Anche la magistratura contabile vuole vederci chiaro sul gigantesco Airbus che l’ex premier volle a tutti i costi nonostante gli aerei già in dotazione per i voli di Stato. Lo scorso nove luglio – risulta al Fatto – la Procura contabile del Lazio ha aperto un fascicolo gestito direttamente dal procuratore, Andrea Lupi, che ha affidato la delega per le indagini alla Finanza. Le Fiamme Gialle chiederanno al Segretariato generale della Difesa e alle varie autorità la documentazione, dal contratto e dalle spese previste e già effettuate, e sentiranno i dirigenti coinvolti.

La vicenda è nota. Giovedì scorso il governo ha deciso di disdire il contratto con Etihad, la compagnia emiratina che tre anni fa il governo Renzi indicò come la salvatrice di Alitalia; partita finita malissimo con il vettore di Abu Dhabi fuggito dopo aver fatto alcuni ottimi affari. A inizio luglio, il Fatto ha rivelato il documento, un accordo che vede Alitalia come tramite tra gli arabi e il segretariato generale della Difesa. Il valore complessivo è di 144 milioni di euro, suddivisi in 5 lotti. Il più importante (lotto 1) è il leasing, cioè l’affitto: 70 milioni di euro suddivisi in 96 rate, in parte già versate, di cui 25 milioni come una tantum al momento della firma. Poi ci sono la manutenzione (31,7 milioni), le operazioni di supporto all’handling e il mantenimento in un gigantesco hangar a Fiumicino (troppo grande il velivolo per parcheggiarlo a Ciampino come gli altri aerei di Stato) pari a 12,5 milioni; e il “training”, cioè l’addestramento per i piloti (4 milioni). Infine la riconfigurazione Vip del jet con una previsione di spesa di 20 milioni di dollari per allestire la sala riunioni, la cabina doccia, le camere, finora però mai effettuata perché, saltato Renzi, nessuno se l’è sentita di dare l’avvio ai lavori. Secondo il governo disdire il contratto porterà a un risparmio di 108 milioni, ma la cifra sarà ben più bassa, circa 70 milioni, visto che il contratto contiene una clausola che prevede il pagamento integrale del leasing anche in caso di disdetta.

La scelta di affittare da Etihad l’Airubus 240-500 ha provocato da subito polemiche feroci. In primis perché si tratta di un velivolo con una pessima storia commerciale, visto che Airubs ha deciso di interromperne la produzione nel 2010 dopo averne venduto solo 40 esemplari. L’ultimo modello è stato venduto per 27 milioni di dollari, meno dell’una tantum versata dal governo italiano per un aereo che, alla fine degli 8 anni del contratto, sarebbe dovuto comunque tornare alla compagnia emiratina, che lo aveva ritirato dal servizio nell’ottobre 2015, dopo meno di dieci anni di attività. La scelta del governo Renzi è stata insomma provvidenziale per evitare che il gigantesco quadrimotore, 300 posti passeggero, restasse a terra troppo a lungo.

“Non l’ho mai usato, non era per me”, si è difeso Renzi. Ieri l’ha ribadito in una diretta su Facebook, con tanto di modellino, in cui ha annunciato che querelerà la senatrice M5s Giulia Lupo, rea di aver detto “Chissà che interessi aveva Renzi nei Paesi arabi”. “L’aereo era un mezzo a servizio delle politiche di rilancio dell’expo, serviva per portare gli industriali nei viaggi col ministero dello Sviluppo – ha spiegato l’ex premier – Si sarebbe ripagato dei costi perché si sarebbe fatto un business plan con un contributo da chiedere agli imprenditori, facendogli occupare due terzi dei posti disponibili”. Sulla scelta del modello s’è limitato a una frase anodina: “È stato individuato con procedure definite dai tecnici, per far questo ci sono dirigenti pagati…”. Spetterà ai pm contabili verificare se ci sono eventuali profili di danno erariale, oltre le insindacabili scelte discrezionali della politica.

Berlusconi in ospedale per analisi: “Routine dopo l’intervento”

Una seriedi controlli e analisi di routine, per monitorare i dati fisici a due anni dall’intervento a cuore aperto. Ieri Silvio Berlusconi ha dovuto sostenere alcune visite all’Ospedale San Raffaele di Milano, lo stesso dove nel 2016 era stato operato per la sostituzione della valvola aortica al cuore. Il tre volte presidente del Consiglio si è recato al San Raffaele assieme agli uomini della scorta e alla fedelissima Licia Ronzulli, senatrice di Forza Italia. I controlli erano programmati da tempo e non avrebbero provocato variazioni nell’agenda degli appuntamenti di Berlusconi, che ieri ha lasciato l’ospedale senza rilasciare dichiarazioni e accennando un saluto ai giornalisti. A tranquillizzare sulla salute del Cavaliere ci ha poi pensato Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di Forza Italia, intervenuto a Zapping su Radio 1: “È tutto a posto, ho sentito più volte Berlusconi ed è in forma smagliante”. “Il presidente– ha detto ancora Tajani – ha solo fatto dei controlli periodici come li facciamo tutti”.

Alessandra Mussolini scarica Berlusconi e pensa ai “verdi”

Forza Italia addio. Dopo quasi dieci anni di fedeltà a Silvio Berlusconi, Alessandra Mussolini ha annunciato l’ addio a Forza Italia. Da qualche tempo l’ex leader di Azione Sociale – già missina e Alleanza Nazionale – era critica con le ultime scelte del partito, e in particolare sulla aspra opposizione al governo Conte, ma adesso potrebbe persino formalizzare la propria adesione alla Lega. “Ho comunicato questa mattina alla segreteria del presidente Berlusconi la mia intenzione di lasciare Forza Italia”, ha detto in una nota Mussolini. Sulla decisione potrebbero pesare le elezioni europee del prossimo anno: Mussolini è eurodeputata per Forza Italia ma in questo momento il partito, ai minimi storici nei sondaggi, non dà sufficienti garanzie in vista del voto. “Non sussistono più – ha detto ancora Mussolini – i presupposti per una mia permanenza nel partito, dopo la scelta di andare all’opposizione senza un confronto con la base e, soprattutto, per la oggettiva impossibilità di portare un contributo di idee e di contenuti in un momento in cui i consensi sono al minimo storico per tentare di invertire la rotta”.

La prima volta in Campidoglio: nasce il gruppo della Lega

Un consigliere in Campidoglio, altri dieci sparsi per i municipi della Capitale. Il consenso della Lega arriva anche a Roma e si traduce in nuovi consiglieri, che per la prima volta portano il gruppo del partito in Comune. Con un obiettivo dichiarato: arrivare, alle prossime amministrative, ad eleggere il primo sindaco leghista della Città Eterna. Le basi del progetto risalgono al 4 marzo, quando il partito registrò un inaspettato boom di consensi nella Capitale. Ieri è stato il coordinatore regionale Francesco Zicchieri (nella foto) a presentare la novità, annunciando Maurizio Politi, già Fratelli d’Italia passato di recente al gruppo Misto, come primo – e per adesso unico – componente del gruppo in Campidoglio. “Nasceranno gruppi Lega anche in altri sette municipi – ha aggiunto Fabrizio Santori, anche lui ex Fdi e passato di recente alla Lega – che oltre a quelli già presenti in due circoscrizioni ci faranno raggiungere un totale 11 consiglieri”.

Tra le linee guida del gruppo, nonostante il patto di governo nazionale giallo-verde funzioni, ci sarà una forte opposizione al sindaco Virginia Raggi, che secondo i leghisti è artefice “di un disastro” nella Capitale. Critiche anche al governatore del Pd Nicola Zingaretti, appena riconfermato nelle elezioni dello scorso marzo, definito “un’anatra zoppa” gli esponenti del Carroccio.

E dov’erano ieri le schiene dritte?

Caro Santelli, non posso non condividere la tua indignazione per il solito balletto che ha circondato questa prima fase delle nomine Rai. Purtroppo non penso ci sia nulla di nuovo e se l’indignazione riguarda davvero la storica e pesante ingerenza della politica nella gestione della nostra azienda non possiamo non ricordare – senza andare troppo in là nel tempo – che anche il vertice precedente era stato nominato secondo precise logiche di appartenenza. Tu premetti che il tuo giudizio vale sia per il presente che per il passato. Tuttavia scavando nella memoria non trovo da parte dei giornalisti Rai analoghe e pubbliche indignazioni quando ad apparecchiare la tavola era Matteo Renzi. E non ricordo scioperi quando uno di noi come Michele Santoro veniva imbavagliato e la trasmissione Sciuscià, una delle migliori espressioni del giornalismo Rai, veniva chiusa. Ricordo invece presunte “schiene dritte” che una volta rientrati a Viale Mazzini i loro editori di riferimento hanno ripreso a fare carriera con progressioni fuori da ogni regola e senza il sostegno di validi curriculum. Mentre ancora risuona nelle mie orecchie il silenzio dell’Usigrai ogni volta che le vessazioni hanno per vittima i non allineati.

Non vorrei dunque che la tua indignazione per questa ennesima operazione di spoil system non molto diversa dalle precedenti serva a suonare la carica di quel cosiddetto “Partito Rai” che entra in azione quando teme di non avere più voce in capitolo. Un comportamento da camaleonti che è riuscito a stufare anche la grande massa dei dipendenti Rai che alla recente elezione del loro rappresentante nel Cda hanno ignorato le candidature espressione dei sindacati. L’elezione di un outsider come Riccardo Laganà, giovane tecnico coerente e combattivo che ha lasciato al palo un cavallo di razza come il giornalista Roberto Natale con una lunga militanza sindacale e solidi rapporti politici, dovrebbe far riflettere. Accusi Laganà di aver taciuto di fronte ai primi passi della spartizione che la maggioranza giallo-verde sta mettendo a punto ma mi sembra che ti siano sfuggite sia la sua risposta all’invettiva Di Maio sulla Rai piena di parassiti che la sua proposta di ancorare le nomine operative a solidi curriculum, una parola latina che nella nostra azienda comprendono in pochi. E soprattutto dimentichi che quando Laganà era capo dell’associazione Rai Bene Comune non solo non stava zitto ma alle parole ha fatto sempre seguire i fatti con denunce così circostanziate che la magistratura è stata costretta a farle proprie. Capisco che la sconfitta di Natale ancora brucia ma il tiro al piccione contro una persona fuori dai giochi come Laganà il cui ruolo dentro il Cda può – da terzo incomodo – diventare non solo dirompente ma anche innovativo non porta da nessuna parte.

Trovo invece sconcertante come tutti tacciano di fronte al comportamento di alcuni nostri colleghi che pur avendo scarsa attitudine e poca esperienza si stanno dando molto da fare per coronare le loro ambizioni. È curioso come ci sia – nel partito di maggioranza relativa – chi sembra pronto a dare fiducia anche a coloro che sono figli di quel sistema che a parole si vorrebbe smantellare. Sono proprio i comportamenti consustanziali al potere di molti di noi sempre pronti a saltare sul carro del vincitore che se da un lato rendono così poco credibili i giornalisti Rai dall’altro li rendono funzionali al controllo politico della nostra azienda. Concludendo, se fossi un esponente dell’Usigrai quale tu sei mi preoccuperei di restituire qualità e credibilità al nostro lavoro piuttosto che tornare per l’ennesima volta ad alzare le barricate contro chi ancora non è entrato a Viale Mazzini. La libertà di stampa e la trasparenza delle carriere la si difende a 360 gradi e giorno dopo giorno. Non solo quando pensiamo che i barbari sono alle porte.

*Giornalista Rai

La Rai modello M5S: guerra agli agenti, verifica sugli sprechi

Togliere potere e influenza agli agenti degli artisti, ad oggi signori e padroni a viale Mazzini. Un controllo a tappeto su tutti i possibili sprechi. E un’attenzione particolare ai diritti del calcio, a partire dagli highlights per la serie A. Sono le tre priorità della “nuova” Rai secondo i Cinque Stelle. Perché mentre Lega e Forza Italia si mostrano i denti sull’elezione di Marcello Foa a nuovo presidente dell’azienda, con il M5S che fa ostentatamente da spettatore (non disinteressato), dietro le quinte i 5Stelle pensano a come cambiare la tv pubblica. E ragionano sui dossier che cominciano a piovere sul tavolo della “loro” consigliera nel Cda Rai, la manager milanese Beatrice Coletti, eletta dal Senato dopo essere stata la più votata sulla piattaforma web Rousseau. “Già pienamente operativa” sostengono.

Ma è evidente che il traino dovrà essere l’amministratore delegato Fabrizio Salini, fortemente voluto da Luigi Di Maio. E il primo banco di prova sarà la gestione degli highlights della serie A di calcio (ossia, il diritto di trasmettere gol e le sintesi delle partite), per i quali il bando scade il 18 agosto. Pacchetti non esclusivi, quindi acquistabili senza asta. Ma sarà comunque una tappa importante a sentire i 5Stelle, perché c’è da sanare “una ferita”, dopo che questa estate la Rai ha lasciato i diritti dei Mondiali in Russia a Mediaset. “Viale Mazzini ha fatto un favore enorme a Berlusconi, e il danno economico e d’immagine per la tv pubblica è stato incalcolabile” ripetono. E allora bisogna valorizzare il più possibile il calcio.

Però la vera priorità, quella che potrebbe smuovere equilibri vecchi di anni nella tv pubblica, è intaccare il potere talvolta enorme degli agenti. Uomini come Lucio Presta, che gestisce Roberto Benigni e Antonella Clerici, o come Beppe Caschetto, che cura gli interessi di Fabio Fazio e Lucia Annunziata. “Sono gli agenti a dettare la programmazione ai canali, e non deve più succedere” è la linea del Movimento, che riprende una vecchia battaglia del presidente della Camera Roberto Fico. Perché fu l’ortodosso del M5S, quando presiedeva la commissione di Vigilanza sulla Rai, uno dei fautori di una delibera sui conflitti di interesse, approvata all’unanimità in settembre. Una risoluzione in gran parte scritta dal deputato del Pd Michele Anzaldi, che voleva ridurre il potere e gli affari degli agenti, visto che impegnava il Cda della Rai a escludere che la produzione dei programmi fosse affidata “anche tramite appalti parziali, a società di produzione controllate e/o collegate ad agenti di spettacolo che rappresentino artisti che prendano parte a quei programmi”. In un altro comma, la delibera esortava a “escludere che in uno stesso programma possano essere contrattualizzati più di tre artisti rappresentati dallo stesso agente o da altra società di cui l’agente sia socio”. Ma c’era anche molto altro, dall’evitare che i format esterni fossero “un mezzo surretizio per incrementare i compensi di autori, conduttori e giornalisti”. Fino alla trasparenza sulle parcelle degli agenti degli artisti, da rendere note sul sito della Rai. Ma il governo ignorò il testo, ritenendolo superato dalla legge di riforma dell’azienda di dicembre, che affidava all’Agcom la regolamentazione dei conflitti di interesse.

Però nel frattempo non è cambiato nulla. E per il M5S il tema dei conflitti di interesse deve tornare di moda. Assieme all’esigenza di rendere più autonoma la Rai. “E per questo è necessario cambiare l’impostazione aziendale, radicalmente” ragionano. Quindi, “bisogna smetterla col comprare questi pacchetti di programmi da fuori, blindati”.

Ma la guerra agli agenti in fondo si intreccia alla più volte promessa lotta agli sprechi, “su cui ci sarà una dettagliata audit, una verifica da affidare a una società esterna”. Perché un altro obiettivo (che a parole è quello di ogni nuovo governo) è tagliare la spesa improduttiva, rilanciando gli investimenti. Impegni e promesse. Dopodiché il Movimento che giura di voler volare alto deve guardarsi dalla più facile delle tentazioni, quella di lottizzare. “È un rischio anche per noi, le pressioni sono fortissime” ammette un parlamentare della Vigilanza Rai.

E un veterano come il senatore Alberto Airola, anche lui in Vigilanza, giura: “Controllerò il più possibile i programmi, se vorranno lottizzare in Rai dovranno vedersela con me”. Si vedrà. A breve.