Il doppio colpo in salita. Parigi incorona Thomas

Il finaleNon è Chris Froome ma è sempre un britannico del Team Sky a prendersi il Tour: Geraint Thomas. Il gallese ha ribaltato il pronostico (e le gerarchie interne) trionfando a La Rosière e il giorno dopo all’Alpe d’Huez. In entrambi i casi precedendo Tom Dumoulin, poi secondo anche nella generale davanti a Froome. Dopo la crono di sabato Thomas scoppia in lacrime: “L’ultima volta che avevo pianto era stato al mio matrimonio”.

Facce di Casta

 

Bocciati

TROPPO A LARGO
Andrea Mura, talentuoso velista e neodeputato del M5s, ha raggiunto l’ennesimo primato: questa volta non si tratta di un altro record in mare ma del 96,3% di assenze alle votazioni di Montecitorio da quando ha avuto inizio la legislatura. Mura, però, ben lungi dal giustificarsi, ha rivendicato con orgoglio come il suo compito fosse tutt’altro rispetto al banale ruolo del parlamentare, e ci ha tenuto a precisare come questo, negli accordi col Movimento, fosse chiaro dal principio: “Io l’ho detto fin dall’inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani. L’attività politica si può svolgere anche in barca, per il bene dell’umanità, come faccio io”. Finchè la barca va/ tu non votare/ finchè la barca va/ tu alla Camera non c’andare. A quanto pare però la barca ha smesso di andare, perchè i pentastellati hanno già espulso dal gruppo il generoso velista: nemmeno il Movimento utopista e visionario per eccellenza si è mostrato così all’avanguardia da comprendere la filantropia in contumacia.

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PRETTY EUROPE
Bocciare l’Unione europea fa quasi ridere. È superfluo, ovvio, ridondante. Farlo in una rubrica che si chiama Facce di Casta, quando se la Casta dovesse avere un volto sarebbe indubbiamente il “non volto” dei tecnocrati di Bruxelles con i suoi connotati invisibilmente arcigni, suona ancora più scontato; eppure questa settimana l’Unione è riuscita a superare se stessa e a meritarsi una menzione speciale. Per affrontare la questione immigrazione la Commissione europea ha proposto 6mila euro d’incentivi per ogni richiedente asilo che venga accolto. Giuseppe Conte ha replicato a nome dell’Italia, cercando di mostrare con garbo la gravità del fraintendimento di piani: “Non è mai stata fatta una questione di soldi. La solidarietà europea non ha un prezzo, non è una logica corretta”. Ma l’Unione europea sembra proprio non arrivarci: continua a trattare i singoli Stati con le loro esigenze pratiche, culturali, gestionali come se fossero mignotte da mettere a tacere a suon di quattrini, senza arrivare a capire che la condivisione è ben altra cosa. Sembra di vedere il loop la prima parte di Pretty Woman, con Richard Gere convinto di poter blandire Julia Roberts e le sue richieste “femminili” a suon di dollari: peccato però che “la favola” che vuole Vivian e che vorrebbe ogni nazione che ancora nutra qualche speranza nel progetto europeo non arrivi mai. L’illuminazione arrivata su Rodeo Drive non riesce a farsi strada a Bruxelles; e Donald Tusk e Jean Claude Juncker non riescono nemmeno a capire quanto offensiva possa essere la loro sordità.

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Promossi

AVVERSATIVE A FUOCO
Pippo Civati ha commentato così la deriva Far West che sta prendendo piede: “Prima spararono a una bimba rom, ma stavano provando la pistola. Poi a un operaio di Capo Verde, ma volevano sparare a un piccione. Prima del ‘ma’ c’è sempre una persona ferita gravemente e senza alcuna ragione”. Amen.

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La settimana Incom

 

N.c.

Divissimo Claudio
Il direttore (dittatore) artistico del Festival della canzone italiana ci ha preso gusto. In realtà ci aveva messo una pulce nell’orecchio già l’anno scorso, quando aveva detto: “Il Festival dovrebbe durare due settimane”. Noi non l’avevamo preso sul serio e invece abbiamo fatto male. “Le novità del Sanremo numero 69 per ora sono sostanzialmente due: il Sanremo Giovani, la seconda settimana di Festival, e il fatto che, come rivela il nome stesso della manifestazione, questa seconda settimana sarà interamente dedicata ai giovani”… Lo ha scritto Claudio Baglioni su Facebook. “La seconda settimana del Festival è seconda di nome, ma non di fatto, dal momento che si svolgerà a dicembre, anticipando il Festival di febbraio e diventandone, così, la prima settimana. Un’intera settimana dedicata ai giovani. Saranno sei serate, quattro selezioni e due finali, in diretta su Rai1, in contemporanea su Radio2 e in differita su Rai4 e ancora in replica su Rai1, dedicate a giovani emergenti, tra i 16 e i 36 anni non ancora compiuti”. Baglioni ha avuto un successo impensabile lo scorso anno: eppure il passo forse è più lungo della gamba e l’overdose rischia di appesantire il pubblico prima che inizi il Festival, con l’ormai classico effetto “che due baglioni”.

 

Bocciati

Il lato oscuro del Neorealismo
Le due gemelle che nel (divertentissimo) “Come un gatto in tangenziale” di Riccardo Milani interpretano Pamela e Sue Ellen accanto alla meravigliosa Paola Cortellesi sono state arrestate perché beccate a dedicarsi alla stessa attività dei loro personaggi, “shopping compulsivo”. Ovvero furto con destrezza. Il bottino due profumi Creed del valore di 500 euro. Altro che Dallas.

I wanna be Alberto Angela
Primo ciack a Firenze del documentario di Matteo Renzi su Firenze. Come ha anticipato Carlo Tecce sul nostro giornale, il contratto è pronto per la firma: quattro puntate da un’ora scarsa ciascuna – con opzione per altre quattro – da trasmettere in autunno o su Rete4 o su Italia1. Gli autori di Crozza possono restare in vacanza, noi pure ci rallegriamo nella certezza che sarà ospite fisso di questa rubrica.

 

Promossi

Un paese da operetta
Secondo l’Annuario della Siae aumenta la spesa media degli italiani per lo 0,71% . Nel dettaglio, il cinema senza il Checco nazionale perde (-12,48% ingressi), male il teatro, bene il balletto e soprattutto le manifestazioni sportive che totalizzano il volume d’affari più elevato, cioè il 43,54% dell’intero settore economico dello spettacolo (il calcio ovviamente da solo fa l’80,55% della voce sport). Bene, a sorpresa, la lirica che lo scorso anno è cresciuta e non poco in numero di rappresentazioni (+8,68%).

Ariete, smettila di obbedire al capo Scorpione: scappa dai tipi pesanti

ARIETE – Sveglia! Gao Xingjian ti esorta a un Nuovo Rinascimento (La nave di Teseo), in cui “dire addio alla fase adolescenziale e all’adorazione degli idoli. La nostra è l’epoca di leader non intellettuali, e forse è giusto così”. Smettila, perciò, di seguire pedissequamente il tuo capo senza sale in zucca.

 

TORO – “Quello era un giorno in cui si sentiva inerme, incapace di combatterla. Sarebbe svanita come sempre?”: Mariella Cerutti Marocco sta parlando della stanchezza, non dell’amante. Non illuderti: quella/o non ti abbandona così facilmente. Ormai siete come Fratelli allo specchio (Mondadori).

 

GEMELLI – WhatsApp da X: “Scrivimi AIUTO se hai bisogno di me e io accenderò la mia Batmobile!”. Seee! Tu ancora gli credi? Natasha Preston ti suggerisce di barricarti in Casa (Piemme), anziché frequentare i brutti ceffi.

 

CANCRO – Non farti sorprendere dall’Ombra della paura come Dirk Kurbjuweit (Bollati Boringhieri): “Stronza, mormorò, dopo aver riattaccato. Non l’avevo mai sentita esprimersi in quel modo, ma comprendevo le sue ragioni”. Lei di ragioni ne ha; tu no: al massimo scuse.

 

LEONE – Primo: non maltrattare, ti ordina Giulia Guazzaloca (Laterza), perché tutti hanno il “diritto di non subire sofferenze evitabili”. Si sta parlando di animali, come quelli/e che frequenti tu: abbi più cura di loro.

 

VERGINE – “Ogni volta si rifiutava di venire a letto con me – non era professionale, diceva – ma mi preparava sempre un cordiale secondo una ricetta di sua nonna”. Pessimo: Come si dice addio a un uomo di tal pasta? Boh, chiedilo a Laurie Colwin (Sur).

 

BILANCIA – Cara Anna dai capelli rossi, o come diavolo ti chiami e di qualsiasi sia il colore dei tuoi capelli, “credo che tu mi stia dicendo una bugia. Anzi, lo so. E quindi rimarrai in silenzio finché non sarai disposta a dire la verità”. Lucy Maud Montgomery (Gallucci), di concerto col partner, ti obbliga a sputare il rospo.

 

SCORPIONE – Spiffera Rosetta Loy (Einaudi) di Cesare (Garboli): “Io sono, in poesia, un po’ snob: amo la tradizione… amo il leggero, non mi piacciono i grandi assunti”. E tu uguale, anche se più prosaicamente: sbarazzati di chi fa brutti versi, ed è pure pesante.

 

SAGITTARIO – Nei Diari di Falcone (Chiarelettere), Edoardo Montolli rivela: “Il magistrato (Giannicola Sinisi) dice che in situazioni particolarmente delicate Giovanni gli chiedeva di accompagnarlo”. Fatti scortare anche tu da uno bravo la prossima volta che vai dal capufficio ad avanzare strampalate richieste.

 

CAPRICORNO – Quel tuo amico lì è un “uomo che ha cercato di abituarsi a uccidere qualsiasi cosa senza mai riuscirci. L’unica cosa che è stato capace di sopprimere sono i suoi sentimenti”, dice Iwaki Kei (e/o). Arrivederci, arancione, e pure Ciao, core: smettila di stargli dietro, tanto non si redimerà.

 

ACQUARIO – “Nessuno era venuto a trovarmi. Ero solo. Mi sono messo a piangere. Interiormente, ovvio. Fuori poker face”: per uscire dall’eremo e accedere finalmente alla Stanza delle meraviglie in compagnia di Julien Sandrel (Rizzoli), smettila di piangerti addosso. Così bagnato, sei poco appetibile.

PESCI – Stai Pacifico, scrive Tom Drury (Nne); quel tipaccio “ha avuto quel che si meritava. Non metti le mani addosso a una donna che non conosci. Neanche a una che conosci”. Rivale addio: in ufficio le tue quotazioni risalgono vertiginosamente.

Tutti a Livorno ad ascoltare la diva Cortellesi al festival “del ridicolo”

Livorno è al lavoro per la terza edizione di un Festival proprio speciale: “Il senso del ridicolo”. Diretto da Stefano Bartezzaghi, dal 28 al 30 settembre, il festival – con i suoi recital e le sue chiacchiere – impegna ben più di qualunque evento tra i tanti dell’estate perché va a toccare la corda segreta, quella “pazza”, ahinoi sempre nascosta nel sottoscala della serietà e della civiltà.

È una tre giorni tutta di filosofia – col permesso di Luigi Pirandello – col ridicolo in sé, con le conseguenze ermeneutiche, che decifra tanto la chiacchiera corrente quanto la sistematizzazione di ogni architettura sociale.

La serata d’avvio è di Paola Cortellesi, il titolo è “Stelle o caporali”, ed è – l’arte propria di Bartezzaghi – l’anagramma rivelatore di questa superba diva del buonumore inevitabilmente affiliata alla dialettica risolta in una sola domanda da Totò: “Siamo uomini o caporali?”.

Ogni Socrate ha il suo Aristofane ma è il filosofo a disseminare di esche comiche la sua stessa tragedia – fosse pure per dondolarsi sull’altalena, come nelle Nuvole – e così attrarre alla propria paideia un figlio: “Ma certo, ragazzo mio, puoi bastonare tuo padre!”.

Zarathustra, con Nietzsche, danza sul capitombolo mortale del funambolo.

La cosalità di Martin Heidegger altro non è che una “brocca” e solo a un genio elegante qual è Luciano De Crescenzo – abile a cogliere il senso del ridicolo – è riuscita l’impresa di divulgare la sapienza greca.

I greci, nati già divulgati, masticavano filosofia come noi oggi possiamo al più elargire like alla divina Chiara Ferragni ma De Crescenzo, incarna ancora il personaggio di A che servono questi quattrini?. È la celeberrima commedia popolare di Armando Curcio dove il professore Parascandalo – un filosofo, manco a dirlo – ammaestra all’ozio i propri discepoli nel supremo insegnamento: “S’è mai detto lavoro assoluto? Nessun medico lo prescriverebbe. Riposo assoluto invece, sì!”.

Il ridicolo, dunque, ed è il senso del non senso. La potenza del paradosso con cui smascherare doxa, ossia l’opinione giammai corroborata dallo spirito critico forte – sempre – di spirito di patate se serve a destrutturare i tabù, gli “ismi” delle ideologie e gli integralismi.

Non c’è grande, nella storia, che non abbia adottato la maschera buffa a modo di contrappunto, o di compimento.

È il Berretto a sonagli di Pirandello, è la linguaccia di Albert Einstein in posa, è la benedizione di Maometto, infine, a una vecchina morente.

Questa, con un filo di voce, domanda: “Ma le vecchie come me, entrano in Paradiso?”.

La risposta è una sferzata: “Non ci sono vecchie in Paradiso”.

La nonnina si rabbuia ma il Profeta, in un istante, muta quel corruccio in sorriso: “Tornerai in Paradiso, ma fanciulla, bambina, restituita alla letizia”.

Sempre uomini, giammai caporali.

Con Sfrutta Zero per cancellare caporali e schiavitù

20 luglio 2015. Mohamed, bracciante sudanese, muore nelle campagne di Nardò (Lecce) stroncato da un malore dovuto al caldo e alle condizioni disumane nelle quali i caporali lo avevano costretto a raccogliere pomodori. L’unico effetto di questa tragedia all’epoca fu quello di accelerare il processo Sabr che con la sentenza dello scorso anno ha appurato come dal 2009 al 2011 i braccianti siano stati “ridotti in schiavitù” dai caporali venendo sottoposti a turni di lavoro nei campi di almeno 10-12 ore, al caldo torrido, senza riposo settimanale, per una paga di 20-25 euro, quasi sempre in nero.

Oggi, passati tre anni dalla morte di Mohamed e uno dalla sentenza Sabr, a Nardò basta fare un giro per le campagne per capire quanto il caporalato sia ancora molto forte. Ma qualcosa nel frattempo si sta muovendo nella società civile per interrompere questa catena di sfruttamento che opprime i lavoratori stagionali pugliesi. Si tratta di “SfruttaZero” progetto di agricoltura sociale che produce salsa di pomodoro rispettando i diritti dei lavoratori, italiani e non.

L’idea, semplice quanto rivoluzionaria per un territorio assuefatto al caporalato come quello pugliese, è portata avanti dal 2015 dalla barese “Solidaria” (che ha iniziato a sviluppare il progetto nel 2014) e dalla salentina “Diritti a sud”, due realtà che da anni si battono per fermare lo sfruttamento dei braccianti. “Il cuore è quello di non avere padroni”, spiega Angelo Cleopazzo vicepresidente di “Diritti a Sud” che con questo termine si riferisce “non solo ai caporali che sono l’ultima ruota del carro, ma anche e soprattutto alle aziende, che si servono di loro per mantenere i costi bassi e alla grande distribuzione dei supermercati che obbliga le aziende a deprezzare il lavoro a scapito dei diritti”.

Coerenti con queste opinioni gli attivisti di SfruttaZero hanno quindi deciso di rifiutare l’offerta di Conad Adriatica e di affidare la distribuzione nazionale della salsa a “FuoriMercato”, rete alternativa ai grandi marchi. La bontà di questa decisione è confermata dal numero delle salse prodotte e vendute che, con l’unico supporto degli ordini fatti sulla pagina Facebook, è salito da 2500 nel 2015 a 13mila nel 2017. Numeri sui quali Cleopazzo resta cauto: “Per il momento siamo molto piccoli e sappiamo che c’è ancora molto da fare”. Le salse risultano essere molto più vendute nel Nord Italia e all’estero che al Sud.

La spiegazione per il vicepresidente è chiara: “Il Sud, Nardò in particolare, sono conservatori e i locali spesso guardano con diffidenza al nostro progetto”. Questo problema di percezione viene affrontato di petto dall’attivista che tiene a precisare: “Non siamo buonisti, ma siamo pratici e crediamo nella giustizia sociale. Il nostro è un progetto in cui si lavora tutti allo stesso livello, senza discriminazioni di alcun tipo e a cui prendono parte sia i migranti sia i locali. L’obiettivo è quello di dimostrare che un’alternativa al caporalato è possibile, se la si fa tutti insieme”.

Treni, aerei, concerti e non solo: sconto sì, ma non cambiare idea

Flessibili, reversibili, sostituibili, adattabili a qualsiasi mutamento di programma: così siamo ormai diventati nei nostri lavori. Lo stesso vale anche, almeno un po’, per i nostri mutevoli rapporti sentimentali e pure per il modo in cui compriamo i prodotti, visto che siamo abituati a rimandare agilmente indietro qualsiasi cosa e in qualunque momento, con appena un clic. Ma se, invece, si passa a viaggi ed esperienze di vario tipo, la nostra psiche è costretta a un brusco cambiamento: perché oggi la politica di moda – su aerei, treni, alberghi ma anche eventi come concerti – è quella del “non rimborsabile”.

In molti casi si tratta di un vero baratto: ti faccio uno sconto e tu in cambio mi dai i soldi tutti e subito, e se cambi idea peggio per te, il biglietto lo butti. Scambio perfettamente legittimo, anche se il gioco vale la candela solo se lo sconto è cospiscuo (specie rispetto a un’eventuale assicurazione anti-infortuni, laddove possibile). Il più delle volte, invece, le offerte si limitano a un mini-sconto, a fronte di un vantaggio di chi incassa notevolissimo: soldi tanti, benedetti e subito, e se il cliente non si presenta tanto meglio che si risparmia sulla pulizia e sul resto.

La modalità intransigente del “non rimborsabile” sta prendendo piede ovunque, e a volte neanche in cambio di uno sconto. Ma si tratta di una modalità lontana anni luce dalle nostre vite mobili e transeunti, segnate dalla fragilità e dall’imprevisto: la badante della madre anziana che si licenzia all’improvviso, il cane che va operato d’urgenza, un impegno di lavoro. In alcuni casi (anche se l’Europa è intervenuta di recente proprio su questo), non è possibile neanche sostituire un nome con un altro, che sarebbe una minima forma di flessibilità.

Va bene la sicurezza, va bene evitare il rischio del secondary ticketing, ma se mi viene l’appendicite perché devo buttare il viaggio a Parigi mentre ci può andare, che so, mio fratello, una zia, un amico? Un’altra odiosa forma di anticipo nascosto è quella dell’addebito su carta di credito, anche se la vacanza è cancellabile. In pratica i soldi vengono bloccati, con la conseguenza che se devi partire ti toccherà magari avere una seconda carta, visto che il massimale della prima è stato raggiunto dall’addebito “fantasma”. Tutto ciò produce uno strano effetto psicologico: qualche settimana prima degli eventi o delle partenze, cominciamo a camminare con scarpe comode e con cautela, evitiamo di prendere le cose su soppalchi, insomma il nostro cervello si posiziona in modalità “ansia da incidente”, perché ogni passo falso può provocare la catastrofe. Ma non sarà che questa storia della non reversibilità sia in definitiva controproducente?

Va bene per fare cassa, certo, ma in fin dei conti è possibile anche che a un certo punto la gente si scocci. Perché in fondo cambiare idea è un diritto, e pure fare una vacanza senza vivere nell’incubo della nostra labilità e mutevolezza. Anzi, per una volta, dimenticandole un po’.

Ecco la Nuova Turchia tra regime e modernità

All’ingresso stampa del ponte sul Bosforo, uno dei teatri del tentato colpo di stato del 2016, e oggi, della sua commemorazione annuale, consegnano biscotti, patatine, acqua, e anche una barretta energetica: e siamo tutti pronti a fare notte. E invece Erdogan parla per meno di mezz’ora. E quasi a bassa voce. Ringrazia i 249 morti, i 249 martiri, promette che la Turchia non dimenticherà, che ogni colpevole sarà punito, ma quando la folla lo incita: Idam isteriz! Idam isteriz!, Vogliamo la forca!, dice solo: “Non dimenticheremo, ma nel rispetto della legge”. E passa oltre. Poi, tranquillo, ringrazia Dio, e dice: “E ora andate in pace”. “Tanto la legge può sempre cambiarla”, commenta un giornalista britannico. Ed è vero.

Soprattutto adesso che con le elezioni del 24 giugno, e un ultimo licenziamento di 18.632 dipendenti pubblici accusati di essere vicini ai golpisti, è entrata in vigore la riforma della costituzione che fa della Turchia un sistema presidenziale. Non esiste più il primo ministro, e il parlamento ha un ruolo più consultivo che legislativo. Sarà Erdogan a proporre il bilancio, e a nominare i ministri. E anche i funzionari di alto rango, e i governatori, e i giudici, e i rettori. E gli ambasciatori. Eppure, quello che inaugura dal palco non solo il suo nuovo mandato, ma quella che qui è stata già ribattezzata la Nuova Turchia, è un Erdogan strano. Diverso dal solito. Perché si sente finalmente sicuro, dicono i suoi consiglieri più stretti. E quindi ora, dicono, tutto può tornare alla normalità. O forse, perché ora il nemico è un altro, dicono invece gli oppositori. Ed è un nemico che non puoi arrestare: l’economia. In realtà, l’economia è da sempre la forza di Erdogan.

Nei suoi vent’anni al potere, si è registrata una crescita del 5 percento l’anno. E la classe media è raddoppiata, dal 20 al 40 percento. In uno dei rari casi al mondo di riduzione delle disuguaglianze. Apparentemente, tutto gira ancora a pieno ritmo: nel 2017, la crescita è stata del 7,4 percento. Ma a un’analisi più attenta, è ormai chiaro che in Turchia è finito un ciclo. Il ciclo delle grandi opere. Come il nuovo aeroporto di Istanbul, che aprirà in autunno, su un’area che è quanto Manhattan, per 12 miliardi di dollari: tutti ancora da restituire. E sempre più difficili da restituire. Per ragioni legate solo in parte alla diffidenza degli investitori nei confronti di Erdogan, e dello stato di emergenza con cui dal 2016 ha cercato di districarsi tra attentati jihadisti, ribelli curdi, golpisti gulenisti, e oltre 3,5 milioni di profughi siriani. Centinaia di imprese sono state accusate di finanziare il terrorismo, e confiscate. Incluse molte imprese straniere. Ma il motivo di fondo della crisi è il rialzo dei tassi di interesse deciso dalla Federal Reserve, che sta spostando tutti i capitali verso gli Stati Uniti. E sta creando problemi non solo alla Turchia. La cui lira in più, appunto, è già di suo ai minimi storici: solo da gennaio, ha perso il 20 percento del suo valore. E tutto questo rende i debiti ancora più onerosi. In un effetto domino micidiale. E la nomina a ministro delle Finanze di Berat Albayrak, di mestiere imprenditore, ma soprattutto, genero di Erdogan, non ha particolarmente rassicurato i mercati.

Nonostante la ritrovata intesa con Putin, basata su gas e petrolio, per diversificare, e sviluppare, la sua economia la Turchia avrebbe bisogno dell’Europa. A cui è diretto il 46 percento delle esportazioni, e da cui arriva il 76 percento degli investimenti. Ma in questi anni, in Turchia è cambiato tutto, tranne una cosa: il no dell’Europa. O meglio. Il silenzio dell’Europa. “La domanda di adesione è stata presentata nel 1987. E in 30 anni, solo uno dei 35 capitoli da discutere è stato chiuso. Quello su Scienza e ricerca”, spiega un diplomatico norvegese che preferisce restare anonimo. Perché poi aggiunge: “Ufficialmente, per noi il problema è Erdogan. Ma la verità è che le trattative non sono mai iniziate. Perché la Turchia ha 80 milioni di abitanti: e tutti musulmani. Ed è questo il problema. Potremmo dire No. Espliciti. E invece rinviamo, rinviamo. E perdiamo tutta la nostra credibilità. Tutta la nostra capacità di influenza – dice – Ormai, non siamo più un modello per niente e nessuno. Il problema, tra la Turchia e l’Europa, non è Erdogan: è l’Europa”.

Al momento, i negoziati sono di nuovo sospesi. L’Europa contesta a Erdogan la reazione al tentato colpo di stato: 130mila dipendenti pubblici licenziati, e 70mila cittadini in carcere, tra cui 150 giornalisti, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International. Associazioni chiuse, conti correnti congelati. Restrizioni a internet e all’informazione. Come promesso, appena rieletto Erdogan ha abolito lo stato di emergenza. “Ma perché tanto, adesso lo stato di emergenza è permanente”, commenta Ayhan Bilgen, portavoce dell’Hdp, il partito dei curdi che in questi anni aveva riunito intorno a sé la sinistra laica. E sull’onda delle proteste di Gezi Park, sembrava poter scompaginare tutto. “Erdogan non ha più bisogno di poteri speciali. Ora ha tutti i poteri”. Selahattin Demirtas, il segretario dell’Hdp, è tra i 70mila in carcere. “Ma per quanto ci riguarda, siete tutti uguali”, dice un attivista che è tra i 130mila licenziati, e ora fa il cameriere in un caffè di piazza Taksim. Era nell’avvocatura dello Stato. “Criticate tanto Erdogan. E contro l’Isis siamo stati i vostri eroi. Ma quando Erdogan ci ha attaccato ad Afrin, siete spariti. Ci avete usato e basta”.

Nei corridoi di governo minimizzano. Il nuovo sistema presidenziale, ripetono, è semplicemente practical. Semplicemente un sistema per decisioni più rapide ed efficaci. E sarà solo il tempo a dire chi ha ragione: a dire se lo stato di emergenza è stato abolito davvero, o ha solo cambiato nome. “Adesso, per esempio, il capo delle forze armate è subordinato al ministro della Difesa. Ed è una rivoluzione, per un paese in cui l’esercito ha sempre avuto il ruolo di garante della Repubblica”, dice Erol Önderoglu, uno dei giornalisti più noti, più volte arrestato. “Ma può significare due cose opposte. Che Erdogan ora controlla anche l’esercito. O che ora i civili, finalmente, controllano i militari”, dice. “Niente, qui, è semplice come sembra”. Tranne l’analisi dell’Europa. Che in questa Turchia al bivio potrebbe essere decisiva, e invece non ha dubbi: Erdogan è il nuovo sultano. E prima cade, meglio è. Ma per Mustafa Akyol, uno dei più autorevoli esperti di Islam contemporaneo, non è questione di scontro tra laici e islamisti, qui. Ma piuttosto, appunto, tra civili e militari. O vecchie e nuove generazioni. “Perché per molti turchi, Erdogan è l’opposto di quello che è per gli europei: non ha ristretto, ma allargato la libertà”, ha scritto sul New York Times. “Ha riequilibrato gli eccessi di Atatürk. Attaccando non la laicità ma il laicismo. Il fondamentalismo laico. Per cui, per esempio, l’hijab nei luoghi pubblici era vietato. E vietare l’hijab è equivalente a imporlo: è comunque una forma di costrizione”. Erdogan, sostiene, è il paladino dei musulmani praticanti. A lungo cittadini di seconda classe. “Non gli risparmiano critiche. Ma non importa quanti limiti, quanto problemi abbia la sua Turchia: è una Turchia di cui per la prima volta si sentono parte”. Con Erdogan, dice, sono arrivati al potere non tanto gli islamisti, quanto i conservatori.

Come è evidente, in effetti, guardando il parlamento, in cui gli islamisti sono all’opposizione. O anche solo camminando per Istanbul. Questa Istanbul che è il simbolo di Erdogan, a lungo suo sindaco: e che è l’unica città del Medio Oriente in cui laici e islamisti vivono realmente insieme. E in cui girano senza paura persino gli israeliani. E non solo: perché la straordinaria crescita di Istanbul, tornata a essere metropoli globale, si deve a una politica della porta aperta. Trasferirsi in Turchia è molto semplice: per chiunque. La Turchia è il paese con il più alto numero di rifugiati al mondo. Incluso il 63 percento di quelli siriani. Per cui l’Europa ha versato 6 miliardi di euro, è vero. Ma dal 2011, sono costati alla Turchia 26 miliardi di euro. La sola Istanbul ha più siriani dell’intera Unione europea. Nei giorni in cui la Aquarius di Medici senza frontiere vaga nel Mediterraneo in cerca di un porto, in uno dei centri per rifugiati un giornalista tunisino alza la mano. “Ho una domanda”, dice. Poi mi guarda. “Ma è per l’Italia”.

La star in fila alla posta per il canone

Sono in fila alla posta, mia madre mi ha mandato a pagare il canone Rai, accanto a me ho una signora che mi sembra di conoscere. Chi sarà? Boh, forse un’amica di mamma. No, me la ricorderei. Ha un sorriso familiare che mi ricorda qualcuno, un aspetto elegante, garbato, truccata a dovere ma senza eccesso. Dove l’ho vista? A scuola forse, sarà una professoressa o la madre di un compagno. Non mi ricordo! Eppure la conosco, aspetta, aspetta, sai chi deve essere? La signora che viene a fare le iniezioni a mamma per il mal di schiena. “Mamma sta meglio eh! L’altra sera ha avuto un po’ di dolore, poi fatta l’iniezione le è passato subito. Dice che lei ha una mano leggera leggera come una piuma, la ringrazia tanto e la saluta. Quando viene la prossima volta?”. E lei con un’espressione tra il sorpreso e l’incredulo: “Non saprei ho un po’ di impegni”. “Eh immagino con questa influenza che gira, chissà quante punture fa al giorno”. “ Eh, insomma non mi lamento. Allora mi saluti tanto la mamma! Anzi gliela saluto io dalla televisione”. “Perché lei va a fare le punture anche in tv? E a chi le fa, mi dica, a Pippo Baudo, alla Carrà? No, per carità lo so che non può dirmelo, c’è il segreto professionale. Come si chiama, il giuramento di Ippocrate?”. A questo punto si avvicina una signora e rivolgendosi all’infermiera le dice: “Signora Orsomando che piacere, lo sa che è molto più bella dal vivo?”. Ecco chi era, Nicoletta Orsomando, l’ annunciatrice della tv, persino lei paga il canone Rai, è vero è più bella dal vivo, non come Maria Giovanna Elmi che, si sa, è una fatina. Eppure è tale e quale all’infermiera di mamma, che secondo me con la faccia che ha potrebbe fare benissimo la tv. “Signora Orsomando, stia tranquilla non voglio né autografi, né punture. Però mi dice almeno Signore e Signori buonasera?”

 

Il sistema Siracusa e la sentenza di quel giudice

Nell’esperienza giuridica romana fu sempre colpito il comportamento negligente o doloso del giudice nella pronuncia della sentenza, che il legislatore e i giuristi romani indicavano con efficace espressione iudex litem suam fecit, “il giudice che fa propria una lite”. Nella grandiosa antologia di pareri di giuristi, disposta da Giustiniano, è stato conservato un passo di Ulpiano, uno dei più grandi giuristi romani (II-III secolo d.C.): “Se un figlio in potestà, fungendo da giudice, faccia propria una lite, è tenuto nella misura di ciò che era nel suo peculio nel momento in cui pronunciava la sentenza. 1. Si intende che un giudice faccia propria una lite allorché con dolo abbia pronunciato una sentenza in frode alla legge (si considera che egli faccia ciò con dolo quando risulti evidente la sua preferenza per una delle parti, o la sua inimicizia verso una di esse o anche la sua corruzione), sicché viene costretto a prestare la vera stima della lite” (Digesta 5.1.15pr.-1). Nell’inchiesta sul sistema Siracusa, è finito agli arresti, tra gli altri, Giuseppe Mineo, professore associato di Istituzioni di diritto privato e componente del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Siciliana. Il giudice Mineo, insomma, secondo le contestazioni avrebbe scritto una sentenza sovvertita a favore di alcune aziende sanitarie dietro un compenso di € 115mila su un conto maltese per assicurare, così sostiene, le cure a un amico. Sebbene formalmente per fini non propri ma per un amico, peraltro un potente dell’Udc condannato a 3 anni per utilizzo di fondi riservati di Palazzo d’Orleans, l’espressione romana del iudex litem suam fecit credo calzi bene anche al caso in questione.