Domenico De Masi, il sociologo che resta da solo a confrontarsi con la domanda “che cosa è il lavoro ?” (ora che non c’è più Luciano Gallino) ha raggiunto una grande svolta nel suo lungo cammino intorno alle fabbriche. È il volume Il Lavoro, edito da Einaudi. È una storia ragionata e documentata del mondo occidentale (Europa e America) attraverso il lavoro. O una storia del lavoro attraverso le vicende storiche e politiche dell’Occidente ricco e povero che ha vissuto e vive intorno alla fabbrica.
È un grande oggetto poroso, questo vasto studio, attraversato da molte gallerie che portano a tutti i luoghi, i punti, i nomi che hanno fatto o cambiato il lavoro o ne hanno visto le incredibili diversità, da Marx ad Adriano Olivetti.
Io ho seguito il percorso Olivetti, nell’esplorare questo volume, sia perchè si tratta di una serie di fatti e di impronte solo apparentemente lontane (lontane decenni, lontane un intero capitolo di civiltà industriale ma anche oggi incompiute) sia perchè ho partecipato a molti aspetti di quelle avventure, dal rapporto fra fabbrica e campagna nel piano regolatore di Ivrea, alla nascita del primo calcolatore elettronico Elea a Milano, in cui l’ingegnere cinese Chou stava arrivando primo nel mondo. E il mio incarico era di trovargli nel mondo giovani intellettuali per lo strano, ignoto lavoro, dagli Stati Uniti al Giappone. La mia constatazione felice è che in questo libro si viola la convenzione della storia industriale italiana secondo cui Olivetti era un “filantropo” e un uomo colto e buono, una specie di collezionista della bellezza.
In tutti i punti di svolta della storia contemporanea del lavoro, De Masi vede il senso originale e unico della missione che Adriano Olivetti si era assegnata. La mia obiezione riguarda una certa marginalità che resta assegnata alla persona e alla vita di Adriano Olivetti visto come parte di una pattuglia di “buoni” e “geniali” che hanno cercato di rendere migliore il mondo. Si perdono alcuni fatti unici di questo evento storico italiano.
Olivetti è il caso unico di un intellettuale creativo ma anche il proprietario della fabbrica, è l’ideatore della bellezza come inevitabile contenitore (anzi definizione) del lavoro e del suo senso, ma è anche il padrone, è l’innovatore, culturale e organizzativo della vita operaia ma è anche il capitalista. È l’unico a fare il più grande esperimento mai tentato, sul rapporto fra lavoro, vita pubblica, vita privata, ricerca di identità e di felicità, rapporto con la casa, la città, la comunità, la politica. Lo fa nella sua vita e nelle sua fabbrica.