Il lavoro sul lavoro di De Masi, ma Olivetti era qualcosa in più

Domenico De Masi, il sociologo che resta da solo a confrontarsi con la domanda “che cosa è il lavoro ?” (ora che non c’è più Luciano Gallino) ha raggiunto una grande svolta nel suo lungo cammino intorno alle fabbriche. È il volume Il Lavoro, edito da Einaudi. È una storia ragionata e documentata del mondo occidentale (Europa e America) attraverso il lavoro. O una storia del lavoro attraverso le vicende storiche e politiche dell’Occidente ricco e povero che ha vissuto e vive intorno alla fabbrica.

È un grande oggetto poroso, questo vasto studio, attraversato da molte gallerie che portano a tutti i luoghi, i punti, i nomi che hanno fatto o cambiato il lavoro o ne hanno visto le incredibili diversità, da Marx ad Adriano Olivetti.

Io ho seguito il percorso Olivetti, nell’esplorare questo volume, sia perchè si tratta di una serie di fatti e di impronte solo apparentemente lontane (lontane decenni, lontane un intero capitolo di civiltà industriale ma anche oggi incompiute) sia perchè ho partecipato a molti aspetti di quelle avventure, dal rapporto fra fabbrica e campagna nel piano regolatore di Ivrea, alla nascita del primo calcolatore elettronico Elea a Milano, in cui l’ingegnere cinese Chou stava arrivando primo nel mondo. E il mio incarico era di trovargli nel mondo giovani intellettuali per lo strano, ignoto lavoro, dagli Stati Uniti al Giappone. La mia constatazione felice è che in questo libro si viola la convenzione della storia industriale italiana secondo cui Olivetti era un “filantropo” e un uomo colto e buono, una specie di collezionista della bellezza.

In tutti i punti di svolta della storia contemporanea del lavoro, De Masi vede il senso originale e unico della missione che Adriano Olivetti si era assegnata. La mia obiezione riguarda una certa marginalità che resta assegnata alla persona e alla vita di Adriano Olivetti visto come parte di una pattuglia di “buoni” e “geniali” che hanno cercato di rendere migliore il mondo. Si perdono alcuni fatti unici di questo evento storico italiano.

Olivetti è il caso unico di un intellettuale creativo ma anche il proprietario della fabbrica, è l’ideatore della bellezza come inevitabile contenitore (anzi definizione) del lavoro e del suo senso, ma è anche il padrone, è l’innovatore, culturale e organizzativo della vita operaia ma è anche il capitalista. È l’unico a fare il più grande esperimento mai tentato, sul rapporto fra lavoro, vita pubblica, vita privata, ricerca di identità e di felicità, rapporto con la casa, la città, la comunità, la politica. Lo fa nella sua vita e nelle sua fabbrica.

Grazie Milano, ricordi le vittime di via Palestro tra scippi e luna rossa

Scena prima. “Prendetelooo, mi ha rubato i soldi”. Nella Milano svuotata, via Borgogna, dietro piazza San Babila, l’urlo disperato giunge da lontano. In quel momento mi arriva a un metro un “bolide” biondo ed elegante. Mi viene in mente che potrebbe essere lui, che potrei sgambettarlo, ma non vedo null’altro e dietro l’angolo c’è la fermata di un autobus che non arriva mai. Che stia correndo a prenderlo? Mi frega il pregiudizio. È vestito bene, non sembra un ladro. Frazioni di secondo, giusto per vedere che dell’autobus non c’è ombra. È già lontano quando sopraggiunge un uomo sui sessanta. Affannato e disperato.

“Prendetelo, aiuto, ha preso i soldi quel bastardo”. Potrebbe finire così, in genere finisce così. Con il ladro che si dilegua. E la vittima che sacramenta. Invece il finale è diverso. A cento metri, al semaforo di corso Monforte, un signore capisce e va verso l’atleta che fila come un’auto. Un passante lo affianca. Il fuggitivo è costretto a spostarsi di marciapiede, solo che in quel momento arriva un autobus e gli si mette di traverso in curva, e lui devia a sinistra. Ora accelero per vedere, va verso San Babila mentre il poveretto arriva di nuovo con il suo urlo. Qualcuno dice “i carabinieri”, io dico “i tassisti”, perché c’è lì un loro lungo posteggio, ma i tassisti li vede anche il ladro, che si getta a sinistra (direbbe Totò: porta male), in via Cino del Duca, finendo in uno slargo dove le urla arrivano di rimbalzo. Tra i tavolini di un bar e un capannello, in una decina fermano il corridore e lo immobilizzano. Lo tengono fermo. Tra loro ci dev’essere un esperto di queste situazioni, perché lo spinge contro un’auto mettendogli la faccia sul tetto e intimando a tutti “non toccatelo”. Rimangono tutti lì a tenerlo addosso all’auto per consegnarlo a chi arriverà, con un paio che continuano a dire “non facciamogli del male”. Una donna dotata di qualche funzione pubblica (ma non sembra una vigilessa) chiama la polizia locale, altri i carabinieri e la polizia. Tanti si affacciano dalle finestre, dai negozi, sui balconi degli uffici, perché in effetti è stata una scena da film d’azione. Guardo lo scippatore, che ha una busta o un rotolo in mano. La vittima arriva, lo riconosce, ha un epiteto tutto per lui, ma poi non infierisce, non sobilla. L’altro non si divincola. Straniero: può essere inglese, scandinavo o dei paesi dell’est. Di certo non è un disperato. Chissà, forse qualcuno gli ha detto che in Italia si può scippare impunemente. Specie in una città svuotata. Specie a Milano, dove ognuno si fa gli affari suoi.

Invece in tanti non si sono fatti gli affari loro. Dalle finestre non un urlo contro di lui, e nemmeno dalla strada. Non una richiesta di pena di morte. Nessuna maledizione contro gli stranieri. Quando arrivano i vigili con le manette nessuno applaude. Penso di avere assistito a una delle scene più civili che si possano immaginare. Solidarietà tra persone che non si conoscono, il primato della legge, perfino l’habeas corpus popolare. E di aver visto franare un po’ di pregiudizi. Gli scippi fatti dai marocchini o dai nomadi. O la richiesta di sicurezza come voglia di linciaggio. Così me ne vado, sotto l’afa di mezzogiorno, soddisfatto della mia città. Scena seconda. Nove ore dopo. Milano celebra i 25 anni della strage di via Palestro. Una delle bombe mafiose del ’93, la Trattativa. Morirono in cinque, quella sera, davanti al Padiglione d’arte contemporanea. Tre vigili del fuoco, un vigile urbano, un cittadino marocchino steso su una panchina lì davanti. All’ingresso del Padiglione c’è la lapide, dove solo da poco è stata indicata la matrice mafiosa della strage. Terzo appuntamento di questo anniversario speciale. All’inizio solo piccoli gruppi. Ragazze che si smanacciano le gambe nude a caccia di zanzare, signori maturi con marsupio e pantaloni al ginocchio, donne anziane, magliette di Libera. Una bandiera tricolore. Non siamo più di cinquanta. Ci si guarda intorno. Così pochi? Milano non ricorda? Ma è ovvio, sono tutti al planetario qui accanto, a vedere la luna rossa. Certo, la luna rossa, ci si consola. E invece a un certo punto si contano almeno trecento persone commosse, nella Milano da week end in fuga, al terzo appuntamento della giornata, luna rossa o no. Applausi ai colleghi di allora, all’attrice, al prete che sposò una delle vittime poco prima che morisse. Al “silenzio” suonato dai vigili del fuoco. Due ore in piedi, tutti insieme. La luna rosseggia. Me ne vado. E di nuovo sono soddisfatto della mia città. Perché non dirlo?

Alt network marketing “Mi sono illusa e ho speso un sacco di soldi in pillole”

Cara Selvaggia, dopo aver letto il tuo articolo su Juice Plus ho deciso di scriverti. Mi chiamo S., mamma di 3 bimbi. Un anno fa, su Fb, ho iniziato a vedere i post di una mia amica del tipo: “Mangio quello che voglio e non prendo un etto, chiedimi come!”, con allegate fotografie di “trasformazioni” di persone da sovrappeso a magre. Come tutte avevo quei due o tre kg che credevo di dover perdere, quindi contatto la mia amica che mi propone dei prodotti da acquistare. Io ero disoccupata, e avendo 3 bimbi e scarse disponibilità pensavo di rifiutare, dato che il costo del pacchetto scelto era di 150 euro al mese per 4 mesi. Rendendola partecipe dei miei problemi scatta la proposta: “Ma perché non lavori con me! Anch’io sono a casa coi bimbi e con questo lavoro riesco ad essere indipendente, poche ore al giorno con il cellulare e contribuisco alla famiglia!”. Allora decido di fare un sacrificio e acquisto il pacchetto più costoso più la quota di iscrizione pari a 60 euro, e vengo quindi inserita nella chat di gruppo delle venditrici. Tutte carine “Oh tesoro, amore, benvenuta, volerai con noi!”. La responsabile della chat parla delle riunioni on line e mi passa dei fascicoli riguardo allo svolgimento del lavoro, che è sui social, dove darai la tua testimonianza sui prodotti, sulla tua evoluzione da bruco a farfalla, farai vedere che sei dentro a un miracolo. Ovviamente obbligatorio partecipare alle riunioni della durata di ore, fare post a pagamento su Fb e postare almeno 5 volte al giorno. E soprattutto, bisogna partecipare agli eventi. Non solo quelli della ditta, ma anche e soprattutto quelli degli Unstoppable, ovvero il gruppo dei venditori di cui facevo parte. “Se non vai e ti lamenti perché non hai risultati, cara mia, è per quello! Chi non si forma si ferma! Partecipare agli eventi è d’obbligo se vuoi fare parte degli Unstoppable!”. Questi eventi sono semplici lavaggi del cervello, persone che ora sono president (il grado più alto del fatturato) che raccontano le loro storie e tu che sei una misera disoccupata con bollette e spese da pagare ti senti così piccola ma sogni, sogni te sul palco, sogni te con una vita più facile e puoi farcela se ci credi perché “stai assistendo al miracolo”. Biglietto circa 70 euro, la stanza altri 100, il treno 50, tutto moltiplicato per 4 volte l’anno. Il lavoro non é semplice: devo reclutare nuovi venditori, perché con le mere vendite guadagni poco o nulla. Per fare entrare le persone come venditori devi vendere il pacchetto da 150 euro al mese per 4 mesi. È importante reclutarne di nuovi tutti i mesi perché le qualifiche (cioè il tuo livello di provvigioni) ogni mese si azzera e se non ripeti la tua performance non avrai il bonus minimo, e io non l’ho mai raggiunto. Per un po’ reggo e fingo, creo post felici, frasi fatte, sbatto tutta la mia vita su Facebook, figli compresi. Continuavo a spendere, perché “se non consumi la gente se ne accorge! Se non usi le pillole premium si vede!”. Ci credevo davvero, mi ci vedevo alle Maldive a chattare sopra un fenicottero gonfiabile, e con tutti questi soldi spesi tra pillole e inserzioni Facebook qualche vacanza fatta bene me la sarei pure fatta. Mollo. Solitudine totale. È la tua punizione, devi sentirti una sfigata, una nullità. L’autostima va a zero. Allora sparisco dai social e ricomincio a vivere.

Cara S. ho scelto la tua testimonianza perché è il prototipo di quelle che ricevo, a decine e decine, tutti i giorni. Uno studio americano rivela che la percentuale di quelli che guadagnano qualcosa (qualcosa, non molto) col network marketing, qualsiasi azienda sia, è inferiore allo 0,5%. Quindi coraggio, sei stata solo illusa. E nel modo più bieco.

 

Barcellona in aereo, ma che parità di genere

Ciao Selvaggia, sulla settimanale polemica circa la tournèe americana della squadra di calcio del Barcellona, con il team maschile, Messi e compagni, in business class e quello femminile in economy e gli strali femministi e le vesti stracciate, io vorrei lasciare da parte tutte le questioni che riguardano i massimi sistemi, la morale e lo spirito dei tempi per concentrarmi su un dato: la squadra maschile gioca in uno stadio da 100.000 posti, quella femminile 1.400. La squadra maschile ha vinto 89 trofei, quella femminile 9.

La squadra maschile di calcio ha fatto registrare un utile lordo di 120 milioni di euro l’anno scorso, mentre tutte le altre squadre della polisportiva (compresa quindi quella di calcio femminile) una perdita complessiva di milioni 82.

Siamo sicuri che sia un discorso di mancata parità di genere?

Maurizio

 

Caro Maurizio, no. no.

Anche perché ho appena scoperto quanto dovrei spendere per avere un upgrade in business sul mio prossimo volo transoceanico.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

Salvini, l’uso politico del crocifisso e la “sostituzione etnica” dell’Europa

L’ormai nota copertina di Famiglia Cristiana contro Satana Salvini, “Vade retro”, non è solo un fenomeno contingente, dovuto ovviamente all’emergenza migranti e alla xenofobia del ministro dell’Interno, ma segna sempre di più la linea di divisione esistente nella Chiesa tra il fronte bergogliano della misericordia e quello clericale e tradizionalista che invece innalza a suo indefesso alfiere proprio Salvini, trasfigurato in una sorta di Braveheart ratzingeriano del terzo millennio, per sognare una teocrazia populista.

Ecco perché i più scatenati critici del settimanale paolino – quasi 200mila copie sommando edicola e copie digitali – sono gli stessi cattolici che da almeno tre anni conducono una crociata contro papa Francesco, ritenuto un nuovo Lutero se non addirittura l’Anticristo annunciato dall’Apocalisse, secondo le parole dal cardinale ultraconservatore Burke, americano.

Così Famiglia Cristiana diventa un covo di “cattocomunisti” o “progressisti nichilisti” e alla copertina antisalviniana viene contrapposto l’immagine di Bergoglio che riceve un crocifisso con falce e martello dal presidente boliviano Morales. Una battaglia politica in tutti sensi, alimentata da quotidiani e numerosi siti di destra oggi dichiaratamente sovranisti e leghisti.

Le parole d’ordine di questi farisei per i quali conta solo la Dottrina e non il Vangelo (mai come ora tocca ricordare il parallelo di Melloni tra Salvini e il Duce che si proclamò fieramente “cattolico e anticristiano”) sono l’omofobia e le messe di riparazione nelle città dove sfilano i Gay Pride; la lotta alla cosiddetta ideologia immigrazionista; l’uso politico del crocifisso, come simbolo identitario per una guerra di civiltà contro l’Islam, “ridotto” alle sole armate dell’Isis.

Questo fronte può contare sul sostegno di vari settori dell’episcopato italiano. L’ultimo a schierarsi in ordine di tempo è stato monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia, lungo la frontiera tra Italia e Francia. Pur riconoscendo il diritto all’accoglienza, in una lunga lettera monsignor Suetta non si trattiene e scrive chiaramente che l’obiettivo dell’emigrazione è “cambiare l’identità nazionale dei popoli europei”. In due parole: “Sostituzione etnica”.

Invece non è così, la tetta al vento è di nuovo simbolo militante

In Europa Femen e Pussy Riot, negli Usa la campagna Free The Nipple (libera il capezzolo), un po’ ovunque i sit-in di allattamento in pubblico per protestare contro custodi di musei ostili alle mamme nutrici: la tetta al vento è di nuovo un simbolo di militanza, come ai tempi del femminismo, quando sembrava che il “pezzo sopra” fosse destinato alla soffitta insieme al busto e al reggicalze. Non è stato così: già a metà degli ’80 non solo il top non era sparito, ma erano tornati anche busto e reggicalze, destando il sospetto che oltre a Big Pharma esista anche Big Bra, un cartello di multinazionali dell’intimo che condiziona occultamente il senso del pudore a fini di lucro, anche se attualmente l’intimo non serve tanto a coprire la natura quanto a incorniciare la perizia del chirurgo estetico. E non a beneficio di un partner o dei lumaconi da spiaggia, ma dei followers su Instagram, vedi Kardashian, Ratajkowski e via selfando. Ah, che nostalgie delle estati in cui Novella 2000 paparazzava topless vip in Costa Azzurra o sugli yacht, e i pretori bigotti si appostavano fra i cespugli in spiaggia per arrestare in flagrante le turiste che si denudavano. Mostrando senza paura un seno più o meno imperfetto, senza essersi fatte preventivamente installare un push-up sottopelle, come fanno le Instagrammer.

Il topless che fa scandalo oggi è quello bio, con le sue pecche e asimmetrie, la tetta che balla, allatta, “sente” il ciclo, invecchia, insomma, vive. È quello il seno che sarebbe bello rivedere sulle spiagge, e non solo in quelle naturiste, emblema di una femminilità – o meglio, di un’umanità, visto che le mammelle qualificano gli esseri umani come classe zoologica – estroversa ma pacifica, sensibile, accogliente e ludica al tempo stesso. E invece sotto l’ombrellone impazza il lato B, protrudente anche dai bikini da sciura. È la versione estiva del populismo: il pop-culismo.

Oggi il due pezzi ha stravinto e di Femen non se ne vedono

Anche se i negozi di bikini hanno adottato l’insopportabile malcostume di venderti pezzo di sopra e di sotto separati (col risultato che il costume lo paghi doppio e quando trovi il sotto non c’è mai un sopra adatto o viceversa), la ragione non è certo la diffusione incontrollata della pratica del topless. Infatti, dopo anni di seno in libertà, e nonostante la sentenza della Cassazione che decretava la fine del topless come offesa al pudore, oggi non c’è donna che in spiaggia non porti il suo pudico due pezzi. Ma non si tratta di un improvviso rigurgito di moralità. Il fatto è che per le donne ordinarie – le Femen sono un paio a paese – è ormai saltato qualsiasi legame tra liberazione del corpo e, per così dire, dell’anima.

L’uguaglianza è lontana, anzi persino retrocessa, e nessuna oggi pensa che stracciare il reggiseno porterà a un aumento di stipendio, a un lavoro meno precario o all’asilo nido per i figli. Persa ogni connotazione ideologica, resterebbe quella pratica. Ma in definitiva il reggiseno da costume, oltre a coprire dal sole maligno, è pure comodo, anche perché spesso privo degli infernali ferretti dell’intimo (che ahimé fanno male alla salute). Insomma, la donna italiana, alla domanda su come mai quel tanto discusso topless, ora che è diritto, viene da lei del tutto ignorato, probabilmente risponderebbe che se l’emancipazione non arriva con lacrime e sangue, figuriamoci togliendosi il pezzo di sopra. Neanche il cruccio della famosa abbronzatura a pezzi è sufficiente: mariti ed eventuali amanti conoscono la dotazione, e non sono certo le strisce a mandare via l’eros. Molto peggio è – per dirne una – l’invio di pacchi di curriculum in più lingue a cui nessuno risponde. Ma basta anche, per far calare la libido, continuare a vedere Sgarbi in tv, o la Ferragni che si erge a paladina delle grasse. Magari dopo aver fatto su Instagram la pubblicità del latte artificiale.

La Serie A stavolta è meglio in radio

La gente si renderà conto di tutto al ritorno dal mare o dalla montagna, ma una cosa è certa: l’operazione “Rapina del secolo” (ai danni dell’abbonato al calcio tv) è ufficialmente iniziata. Anche se chi la compie rischia di avere fatto i conti senza l’oste: invece di nuovi abbonati, potrebbe ritrovarsi alla fine con tanti vecchi abbonati in meno. Perché va bene tutto, ma spendere soldi in più per poi sentirsi turlupinati potrebbe non essere cosa gradita. E comunque. Dopo aver stracciato l’accordo da 1 miliardo e 51 milioni con gli spagnoli di MediaPro, la Lega di Serie A ha ceduto i diritti dei prossimi tre campionati a Sky e Perform per 973 milioni (780 la quota Sky, 193 la quota Perform), un centinaio in meno dei minimi sbandierati. A Sky spettano 7 partite su 10 di ogni turno, a Perform 3. E qui casca l’asino; perchè è proprio qui che comincia la rapina.

Fino a ieri, per vedere tutte le partite della A l’abbonato-Sky spendeva 36,80 euro al mese: 21,60 per il pacchetto obbligatorio SkySport più 15,20 per il pacchetto SkyCalcio. Oggi la stessa cifra serve per vedere non più 10, ma solo 7 partite settimanali: per vedere le altre 3, (quelle assegnate a Perform, che le irradierà sulla piattaforma Dazn), tra cui l’ambitissimo anticipo del sabato sera alle 20.30, l’utente dovrà sottoscrivere un abbonamento aggiuntivo di 9,99 euro portando così il suo esborso a 46,79 euro.

Finita qui? Macché. Per vedere le 3 partite di Perform-Dazn sarà necessario sottoscrivere un abbonamento internet a connessione veloce, con costi che variano dai 16 ai 25 euro al mese (e qui l’esborso complessivo schizza a un totale che varia dai 62,79 ai 71,79 euro) e soprattutto occorrerà dotarsi di un supporto diverso dalla tv tradizionale come la smart-tv, il computer, la consolle PlayStation o Xbox, il tablet o lo smartphone. Insomma, un bagno di sangue per molti e una trafila inquietante per tutte le persone “non tecnologiche”, quelli cioè che si sentono in confidenza solo alle prese con la cara, vecchia tv. Ma niente paura, fa sapere Sky! Noi pensiamo a tutto e infatti abbiamo firmato un accordo con Dazn per dare ai nostri abbonati le 3 partite di Perform non a 9,99 euro al mese bensì (udite udite!) a 7,99. Vabbè, dice l’utente, lo sconto è risibile ma almeno mi vedo tutto in tv come facevo prima senza pensare a nuovi supporti e a connessioni ultra veloci. Macchè. Sky ti sconta 2 euro al mese ma la verità è che le tre partite in questione le vede solo chi possiede il decoder Q di ultima generazione: pochissimi, ad oggi. Ne esistono di due tipi: il decoder Q Platinum che ti permette di vedere tutto su tutte le tv di casa, che di sola attivazione costa 199 euro e richiede poi un abbonamento di 12,40 euro al mese (spesa primo anno 347,80 euro; anni successivi 148,80); e il decoder Q Black che vale per una sola tv di casa, costa 79 euro e richiede un abbonamento di 5,4 euro al mese (spesa primo anno 143,80 euro, anni successivi 64,80). Insomma: c’era una volta l’appassionato di calcio che per vedersi la Serie A spendeva, già facendo uno sforzo, 36,80 euro. Succedeva fino a ieri, ma ieri è già Preistoria. Perché la Nuova Era è qui. La “Rapina del secolo” sta per partire.

Quanti pesci finiranno nella rete gettata in mare da Sky, che per la cronaca fino al 1° ottobre 2016 ha avuto John Elkann – quindi la Exor, quindi la Fiat, quindi la Juventus – nelle vesti di consigliere di amministrazione della “News Corp” di Murdoch, il gruppo che controlla Sky in Italia? Di sicuro, la prima parte del diabolico piano che ha permesso a Sky di acquistare a prezzo di saldo i diritti tv di A appena prima dell’annuncio di CR7 alla Juve (evento che avrebbe di fatto raddoppiato il valore dei diritti tv del nostro campionato), è andata in porto con esiti trionfali. Per tre stagioni, SkyItalia – da molti ribattezzata SkyJuve – mostrerà gratis le performances italiane di CR7 dopo aver messo nel sacco tutti, da MediaPro ai 19 presidenti dei club di A, Agnelli escluso. A Sky puntano decisi a fare un milione di abbonamenti in più, ma con tutte queste difficoltà tifosi e appassionati potrebbero anche decidere di tornare ad ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto, gratis su Radio1.

Cosa vuole ottenere davvero Trump con la guerra dei dazi

L’aggressiva politica commerciale adottata dal presidente americano Donald Trump continua ad essere in larga misura fraintesa, anche perché per comprenderla è necessario partire dall’analisi dei probabili obiettivi geopolitici complessivi dell’attuale amministrazione americana.

L’elezione del tycoon non è stata un incidente della storia, ma l’esito di un processo iniziato all’indomani stesso della fine della Guerra Fredda. Data infatti dal principio degli anni Novanta la richiesta sempre più pressante del pubblico statunitense di ridurre l’esposizione internazionale del proprio paese per concentrare gli sforzi nel rilancio del sistema produttivo. Nel 1992 Bill Clinton sfrattò dalla Casa Bianca George Bush senior, che aveva assistito al crollo del Muro di Berlino e aveva sconfitto Saddam Hussein, proprio scommettendo sulla centralità dell’agenda economica. Svanita la minaccia comunista, che avevano avvertito come rivolta anche contro di loro, gli elettori americani hanno iniziato a dubitare della necessità e dell’opportunità di continuare ad assicurare una stabilità planetaria dalla quale stavano traendo i maggiori vantaggi proprio i competitori e rivali potenziali degli Stati Uniti.

La postura prescelta da Trump è la risposta più avanzata all’esigenza di un riequilibrio. Implica una rinuncia al ruolo imperiale finora esercitato dall’America e la transizione ad un’agenda più strettamente basata sul perseguimento degli interessi nazionali. I deficit commerciali, che in qualche modo rappresentavano sovvenzioni ai propri alleati, utili nella logica di un confronto bipolare che gli Stati Uniti non potevano vincere da soli, sono ora avvertiti come un peso. Ecco perché, sotto Trump, Washington tratta con l’obiettivo primario di contenere questi trasferimenti, per restituire agli americani parte degli impieghi ad alto valore aggiunto perduti negli ultimi decenni. Sarebbe tuttavia assai ingenuo ritenere che l’attuale presidente statunitense miri soltanto alla riconquista delle quote di mercato.

Trump utilizza infatti la politica commerciale anche a fini più nettamente geopolitici. Nella sua percezione dei fattori di rischio e minaccia gravanti sugli Stati Uniti primeggia, oltre all’Islam politico, l’ascesa di Cina e Germania. In questo contesto, un’intesa di respiro strategico con la Russia gli appare essenziale a prevenire la saldatura di un asse eurasiatico esteso da Berlino a Pechino, al quale peraltro Mosca si rassegnerebbe solo in mancanza di alternative, temendo tanto la Repubblica Federale quanto quella Popolare. Ma anche dazi e tariffe possono essere utilmente impiegati.

Nel caso cinese, alcune delle misure attuate o considerate dall’amministrazione Trump sembrano preludere a un vero e proprio embargo strategico dissimulato, la cui meta reale è il rallentamento dello sviluppo tecnologico dello Stato bersaglio.

Nei confronti della Germania, invece, le misure di politica commerciale sembrano tarate sulla finalità di aggravare le già evidenti tensioni che percorrono l’Unione europea. È peraltro improbabile che Trump pensi davvero di disintegrare l’Europa comunitaria. Ha invece maggior fondamento l’ipotesi che con la sua strategia il presidente americano stia cercando di accrescere l’isolamento della Germania rispetto ai propri partner. Non è certo che la risposta tedesca sia stata al momento quella più adeguata. Nell’influenzare le scelte europee in materia di rappresaglie commerciali, Berlino ha in effetti puntato alla generazione di un interesse effettivamente comune a resistere, esponendo tutti noi alle eventuali, ulteriori, future ritorsioni statunitensi. Ma quanto tarderanno i sodali europei della Germania a comprendere che parte dei loro interessi può essere sacrificata al tentativo tedesco di allentare la pressione nei propri confronti?

Trump è un politico molto più abile della caricatura che ne fa la stampa mondiale. Quando si siede al tavolo negoziale, adotta tecniche che comunque gli garantiscono di portare a casa un risultato politicamente spendibile, tanto in ambito Nato quanto nel contesto degli incontri che vertono sul commercio internazionale. È stato così a Bruxelles, è avvenuto anche a Washington con il presidente della Commissione Ue Juncker.

Per ora, il presidente americano ha portato a casa concessioni sui due versanti dell’incremento delle spese militari alleate e del graduale abbattimento delle protezioni erette dall’Ue alle proprie dogane, che colpiscono una quantità enorme di beni e servizi, dai prodotti agricoli ai libri, come ben sa chi ordina on line volumi pubblicati negli Stati Uniti e si vede costretto a pagare una tassa d’importazione.

C’è tuttavia di che dubitare che Trump si fermi alla conquista di nuovi spazi per la soia statunitense, che tra l’altro ridurranno quelli a disposizione dei nostri agricoltori. Il traguardo di lungo termine è più ambizioso e ci sfida. Perché dovremo decidere quanto saremo disposti a sopportare per permettere alla Germania di sconfiggere il tentativo americano di limitarne la crescente potenza. In questi giorni del viaggio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Washington sarà bene tenerlo a mente.

“Sport infantili, un salasso: addio ai talenti poveri”

Fosse la retta, 600 euro all’anno, sarebbe uno scherzo. Ma poi, scarpini a parte, c’è l’acquisto del kit, tute e completini e pure il giaccone, con un costo che può arrivare fino a 200 euro. Ma il peggio, economicamente parlando, sono i tornei. “Si paga per vederli giocare fuori casa, poi quando si va fuori regione ci sono i pranzi, le cene, la benzina. Un salasso”, dice Francesca, mamma di un teenager. “Noi genitori compriamo tute di almeno una misura più grande per farle durare due anni”. Insomma, altro che due tiri a un pallone, oggi avere un figlio che gioca a calcio, sport nazionale, significa spendere anche uno stipendio all’anno. Non cambia molto, però, per gli altri sport, come il nuoto: 750 euro l’anno per un corso classico in una polisportiva federale (dove magari si paga anche il gettone del phon). Un anno di scherma, invece, costa “solo” 600 euro, ma poi “per l’attrezzatura – maschera, spada, divisa e guanto – si parte dai 300 euro”, dice Veronica, una mamma di Milano. Ma la palma degli sport più esosi va senz’altro all’equitazione, “100 euro al mese per una volta a settimana, più 150 di iscrizione più 17 di patentino, più 80 di kit ma senza stivali, quelli però li abbiamo presi da Decathlon”, dice un papà.

Anche il tennis non scherza, specie se diventa pre-agonistico: “2.200 euro all’anno per tre volte a settimana”, spiega una mamma di Roma. E poi c’è la “mazzata” dei saggi, per i quali si può arrivare persino a 400 euro. Di tutte queste spese – a cui vanno aggiunte l’iscrizione, il certificato medico che il medico di base si fa pagare, la visita per l’elettrocardiogramma – lo Stato ti consente di scaricare il 19% di 210 euro, in pratica 40 euro e solo a partire dai 5 anni. Una goccia nel mare.

Eppure i genitori di oggi, ma anche chi ha qualche anno in più, non ricordano che lo sport fosse né così costoso – specie l’agonismo – né così faticoso per i genitori, che impazziscono per accompagnare i figli ad allenamenti e gare. “Da piccolo”, dice Francesco, di Modena, “giocavo a pallone nella stradina dietro casa, alle medie andavo da solo in bicicletta allo stadio, mai che i miei mi abbiano accompagnato”. “Dalla quinta elementare alla terza ho fatto scuola tennis, ma non esistevano né kit da comprare né tornei da disputare”, racconta invece Claudio. “Negli anni ’80 per giocare a pallavolo agonistica pagavo 10.000 lire alla squadra, non molto”, dice Francesco, di Roma.

Ma allora cos’è cambiato? Ci dà una mano a capire Paolo, giovane allenatore di una grossa società calcistica romana: “Venti anni fa nel settore agonistico non si pagava, le Federazioni davano più fondi. Oggi invece non solo questi fondi non ci sono, ma aumentano i costi di iscrizione ai campionati e quelli di gestione delle strutture, basti pensare che fare un campo di calcio regolamentare costa circa 130.000 euro. E nessuno aiuto viene dalla politica, né tantomeno dai Comuni, tranne rari casi e in genere sempre per l’organizzazione di manifestazioni. Così i costi si riversano sulle famiglie”.

Nonostante le agevolazioni a livello fiscale, le Asd, Associazioni sportive dilettantistiche, vivono in una situazione di grande sofferenza, specie nel garantire il settore agonistico, il più costoso. Un problema è anche il ruolo del Coni, che ha annunciato fin da subito un controllo sui costi e sugli sprechi. I fondi dello Stato – 440 milioni – finiscono quasi tutti negli stipendi e poi alle 42 Federazioni. Ma alle singole società ovviamente arrivano briciole.

Così oggi, dallo sport, divenuto un’opzione per soli ricchi, restano fuori i bambini poveri o a rischio povertà (1 su 3 secondo l’ultimo il rapporto di Save The Children). “Noi abbiamo provato per due anni ad allenare gratis bambini con disagi familiari o senza soldi – continua sempre Paolo – ma alla fine, senza aiuti, ci siamo arresi. La Federazione è presente solo quando esige il pagamento del cartellino, una follia di 23 euro a bambino: consideri che solo a Roma ci sono tra i 50.000 e i 60.000 bambini iscritti, si tratta di oltre un milione di euro”. Emblematica delle difficoltà di quelle associazioni sportive che cercano di togliere i ragazzi dalla strada è la vicenda del judoka Giovanni Maddaloni, padre del campione olimpico Pino, che da aprile sta chiedendo aiuto al Comune di Napoli perché la sua palestra rischia di chiudere.

Riesce invece ancora a lavorare la nota associazione sportiva romana Mezzaroma. “Valutiamo le singole situazioni economiche, i nostri abbonamenti hanno prezzi sociali”, dice la dirigente Loredana Margheriti. “Come riusciamo? Primo, perché i dirigenti non incassano nulla, è puro volontariato, secondo perché siamo riusciti a vincere bandi provinciali per l’uso di strutture pubbliche”. Casi rari a parte, però, lo sport infantile ha preso ormai chiaramente la strada del business. “Se solo i ricchi fanno sport, poi chi ci mandiamo alle Olimpiadi? – spiega ancora Mastrostefano – Ci sono stati i mondiali di calcio senza Italia. In futuro sarà la normalità”.