Il miracolo Riace, il riscatto dem nei municipi romani e gli ex M5s

Tra i governi locali l’azione di Luigi De Magistris a Napoli in questi anni ha rappresentato essa stessa una trincea. De Magistris ha ottenuto la rielezione sia per il suicidio del Pd nella città partenopea, ma anche per aver parlato il linguaggio delle necessità sociali a partire dall’acqua pubblica. Ha poi dato per primo voce all’opposizione a Salvini.

Più originale è l’esperienza di Riace governata da Mimmo Lucano, sindaco che all’insegna dell’accoglienza dei migranti ha ripopolato il proprio paese, risollevato l’economia locale, conquistato la collocazione tra i cinquanta personaggi più influenti al mondo secondo la rivista Fortune. Il regista tedesco Wim Wenders gli ha dedicato un film e lo ha additato ad esempio a tutta l’Europa. Più sconosciuta è l’esperienza di Latina Bene Comune che ha eletto con il 75% dei voti il sindaco Damiano Coletta con un programma da M5S di sinistra (e infatti si è collegato a Italia in Comune promossa da Federico Pizzarotti). A Roma si è visto invece lo scatto di reni della sinistra che non rompendo con il Pd ne ha voluto dare una visione di sinistra. Nel nome di Nicola Zingaretti, infatti, alle elezioni di giugno, nei municipi Nomentano e Garbatella hanno vinto le elezioni Giovanni Caudo, ex assessore di Ignazio Marino, e Amedeo Ciaccheri, del centro sociale La Strada e militante di movimento. Due idee nuove di centrosinistra che sperano ancora in una svolta del Pd (auguri).

Ong, piccoli sindacati e volontari nella trincea dei migranti

Dai preti di trincea alla trincea dei migranti. A fronte di una sinistra che ha aperto la strada alle politiche securitarie, dalla Turno-Napolitano a Minniti, e di un sindacato che sembra aver perso la parola, la trincea dei migranti resta il terreno più difficile. Su questa frontiera un ruolo di primo piano lo ricoprono le ormai famose Ong che operano nel Mediterraneo. Nomi come Sos Mediterranée, Proactiva Open Arms, Sea Watch e Sea Eye sono diventati delle bandiere e la loro attività è diventata un punto di riferimento per settori della sinistra istituzionale. Nel mese di giugno si sono imbarcati sulla Open Arms alcuni eurodeputati del gruppo di sinistra Gue, tra cui l’italiana Eleonora Forenza, seguiti a luglio dai deputati di Sinistra italiana Erasmo Palazzotto e Nicola Fratoianni. Un modo per ovviare alla propria impotenza. Del resto la supplenza all’incapacità della sinistra le Ong l’hanno già svolta come dimostra l’attività contro la guerra di Emergency quando il centrosinistra autorizzava le missioni militari all’estero.

Nella trincea ci sono anche decine di centri sociali e associazioni di solidarietà,

come la romana Baobab, ma anche figure come quella di Aboubakar Soumahoro, la cui attività di sindacalista dell’Usb è ormai passata in secondo piano rispetto a una rappresentanza più generale, specie dopo l’uccisione del sindacalista Somalia Sacko.

Don Ciotti e i preti di frontiera in maglietta rossa anti-Salvini

Le magliette rosse hanno il volto di papa Francesco. Il paradosso della sinistra italiana è in questa anomalia, c’è voluto un prete, seppure anomalo e controverso come don Luigi Ciotti, per dare voce a un sentimento diffuso a sinistra: l’indignazione contro le “sparate” di Matteo Salvini. Il presidente di Libera ha invitato a mettere nella giornata di un sabato una semplice maglietta rossa. La miseria della sinistra istituzionale ha assunto il volto del segretario del Pd, Maurizio Martina, ministro nel governo di Marco Minniti che ha avviato le politiche anti-immigrazione, indossare la maglietta rossa all’assemblea nazionale del Pd. Ma la maglietta l’hanno indossata tante persone in buona fede, coerenti con i propri valori e le proprie condizioni. Don Ciotti è immerso da anni nell’iniziativa sociale con le campagne di Libera e, più recentemente, con la Rete dei numeri pari, aggregazione di associazioni che ha fatto del “reddito di dignità” una bandiera (l’ultima campagna non a caso si chiama “I love dignità”). Preti di periferia e di frontiera nel segno di Francesco. Come il vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, che va a fare visita al centro sociale “ex disobbediente” Tpo; l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, in visita agli operai della fabbrica recuperata Rimaflow, don Virginio Colmegna, e padre Alex Zanotelli, il quale sulla vicenda migranti ha avviato uno sciopero di protesta coinvolgendo gruppi e associazioni.

De Magistris prova a giocare le sue carte alle Europee 2019

Il primo a muoversi è stato Luigi de Magistris organizzando lo scorso marzo, subito dopo le elezioni politiche, un incontro senza clamori, ma con ambiziosi obiettivi, con l’ex ministro dell’Economia di Alexis Tsipras, Yannis Varoufakis. Alla conferenza stampa erano intervenuti i due leader, ma anche Lorenzo Marsili, co-fondatore di Diem25, Benoit Hamon, fondatore della francese Géneration, Marta Tycher, portavoce di Razem (Polonia), Rui Tavares, leader di Livre (Portogallo), Rasmus Nordqvist, leader di Alternative (Danimarca). Progetto: un soggetto politico europeo in grado di candidarsi, in quanto tale, alle elezioni europee del 2019.

Marsili, per Diem25, il movimento di Varoufakis, tiene le fila in Italia e fa da punto di collegamento con l’unica figura istituzionale, il sindaco di Napoli che, al momento, sembra in grado di animare una prospettiva elettorale su scala nazionale. L’idea di De Magistris e Varoufakis per il momento resta in stand by e viaggia nelle corsie, in genere poco evidenti, del dibattito europeo e transnazionale. Da segnalare che, nel frattempo, il leader “arancione” ha strutturato un suo movimento politico, Dema, affidandone la guida a un ex dirigente della Cgil, Enrico Panini, che è anche assessore della giunta napoletana. Ma quello che è più importante è l’apertura di credito che il leader napoletano ha offerto alla lista Potere al popolo andando a parlare, lo scorso giugno, alla sua assemblea nazionale e facendo capire chiaramente che è tempo di rimettere insieme un po’ di cocci. E così subito dopo, ancora a Napoli, si è svolto un incontro tra varie realtà tra cui Dema, Potere al popolo, Rifondazione comunista, i resti della lista Altra europa per Tsipras (che in comunicato ha ricordato a tutti di possedere la titolarità di quel simbolo e che quindi potrebbe presentarsi alle elezioni senza raccogliere le firme necessarie) e, novità dell’ultima ora, Sinistra italiana guidata da Nicola Fratoianni.

Ed è proprio Fratoianni a far capire che il progetto di un polo di sinistra potrebbe prendere forma in un articolo pubblicato dall’Huffington Post in cui delinea programma e collocazione politica – “a sinistra della socialdemocrazia europea” – ma soprattutto prende le distanze dalla proposta, avanzata anch’essa a luglio, dall’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, di formare un’unica lista della sinistra italiana senza i vecchi simboli. Un modo per superare a piè pari Pd e Leu ma, di fatto, favorendone la riunificazione. Boldrini per rafforzare questa strada ha appoggiato la formazione di una nuova associazione, Futura, il cui coordinatore è un dirigente di Sinistra italiana, Marco Furfaro e che vede tra i suoi componenti anche Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della giunta del Lazio e attivo protagonista del tentativo di Nicola Zingaretti di conquistare la leadership del Pd e ricreare un nuovo centrosinistra.

Anche mentre cerca di riunificarsi, insomma, la sinistra è destinata a creare nuove fratture, anche perché sulla linea di Boldrini sembrano intenzionati a proseguire gli ex alleati di Leu oggi raccolti in Mdp di Roberto Speranza. Il nodo di queste divaricazioni è sempre lo stesso: allearsi con il Pd o fargli la guerra? E come ipotizzare alleanze con un Pd in cui è ancora forte la stretta di Matteo Renzi? Il progetto di De Magistris punta, come già fatto a Napoli, a coinvolgere anche strutture non di partito, centri sociali, associazioni, comitati ambientalisti. Le prime riunioni fuori Napoli sono state già organizzate e si confida nella capacità di aspirazione della diaspora che non ha più punti di riferimento. L’ipotesi del “quarto polo” a sinistra è stata già ventilata più volte negli ultimi anni, sin dai tempi della lista Ingroia. In genere non ha portato bene. Vista la situazione odierna, stavolta non dovrebbe andare peggio.

Alla ricerca della Sinistra perduta

Dall’anomalia del dopoguerra quando l’Italia era il paese con il più grande partito comunista d’occidente, siamo all’anomalia opposta: quella del paese senza sinistra.

L’assenza di idee e di iniziativa di quella che è stata la sinistra italiana è sotto gli occhi di tutti. La cecità e l’arroganza del gruppo dirigente del Pd hanno dato il colpo di grazia a una situazione provocata dai gruppi dirigenti storici e che sembra irrecuperabile perché quello che è evidente a tutti – il Pd deve azzerare e cancellare le facce e le idee degli ultimi dieci-venti anni – è indigesto e osteggiato da chi sta assiso al vertice di quel partito.

A sinistra del Pd purtroppo si verifica una contraddizione ricorrente. Nata per essere l’alternativa al grande corpaccione riformista, la sinistra più radicale alla fine ne segue i destini quasi sempre rovinosi. È accaduto alla “Nuova sinistra” negli anni 70, poi a Rifondazione comunista negli anni 90 e 2000, è successo di nuovo agli improbabili leader di Liberi e uguali. Il problema è che perché esistano “due sinistre” ne serve almeno una. Oggi quella sinistra non esiste nelle idee – si guardino i commenti su Sergio Marchionne – e non esiste nella società, se non in forme parziali e sempre più esili.

La sinistra non si rappresenta nemmeno tramite il sindacato il quale, senza politica, appare muto e senza argomenti. Quando i sindacalisti hanno provato a fare il salto in politica hanno sostanzialmente fallito. L’unico che poteva realizzare un progetto di ampio respiro, Sergio Cofferati, non ci ha nemmeno provato, e dopo di lui stessa sorte è toccata a Maurizio Landini oggi impegnato nella corsa alla leadership della Cgil.

Eppure il sindacato sembrerebbe avere numeri e forza per svolgere almeno un ruolo di surroga sociale, visto che sarebbe innaturale la sua trasformazione in partito. In altri tempi la Cgil avrebbe indetto lo sciopero contro le “sparate” di Salvini. Oggi tace. L’anomalia italiana quindi è complessa e non sembra mostrare una via di uscita. Quello che possiamo fare e mostrare alcune esperienze “esemplari”, timide resistenze e tentativi di ripartenza. Fragili e generosi, ma che hanno bisogno di un evento costituente di cui oggi non si vede traccia.

Beppe Grillo sempre anti-Tav: è progetto anacronistico

Senza senso Beppe Grillo è tornato a far sentire la sua voce sul delicato tema della Tav, la ferrovia Torino-Lione. “È un progetto senza senso – scrive l’ex comico sul suo blog -. Appartiene al secolo passato, è vecchio, anacronistico, inutile. E a tutte le fandonie che sento che dedico queste semplici 9 risposte alle falsità che si sentono a proposito”. “Si è tornato a parlare di TAV, un’opera che appartiene allo scorso secolo, al passato, che rappresenta un mondo che non c’è più, un modo di fare economia e creare posti di lavoro che non ha più senso. Ecco le 9 ‘verità’ che ancora circolano sulla Tav”. Seguono le nove affermazioni che, sempre secondo il fondatore del M5s, circolano ancora sulla Torino-Lione e non corrispondono al vero. Tra i nove punti che Grillo intende confutare ci sono le seguenti asserzioni (vanno tutte precedute dall’espressione “non è vero che”): senza la Torino-Lyon il Piemonte sarebbe isolato dall’Europa; le linee ferroviarie esistenti sono sature; la Torino-Lyon è indispensabile al rilancio economico del Piemonte; la Tav toglierà i tir dalla valle; chi è contro la la Torino-Lyon è contro il progresso.

Nomine e spread, le due ossessioni di Gentiloni

Ogni tanto l’ex premier Paolo Gentiloni (Pd) viene scongelato per lanciare l’allarme contro i populismi, anche l’intervista è sempre identica, di solito a Repubblica, come ieri. Questa volta però era arricchita da due elementi: la critica a Lega e Cinque Stelle sulle nomine e l’allarme finanziario.

“Vedo una ossessione per nomine e poltrone (…) Non puoi cacciare così il cda delle Ferrovie”, dice a Claudio Tito di Repubblica. Che i leader della maggioranza Matteo Salvini (Lega) e Luigi Di Maio (M5S) abbiano fatto più nomine che decreti è oggettivo, ma Gentiloni non ha titoli per criticare: quel cda delle Ferrovie appena congedato (peraltro sulla base del fatto che lo statuto impone la decadenza dell’ad quando rinviato a giudizio, come è successo) è lo stesso cda che si era arrogato un nuovo mandato con un’assemblea dei soci fulminea il 30 dicembre scorso, a Camere sciolte, con la scusa della fusione con l’Anas. L’ad Renato Mazzoncini, con la tacita benedizione di Gentiloni, si era preso altri tre anni senza che nessuno ne fosse prima informato.

Prima di andarsene Gentiloni si è poi accertato di prorogare tutti i vertici dei servizi segreti e il ragioniere generale dello Stato, senza lasciare le caselle libere per il prossimo governo. Il governo ha fatto nomine alla Cassa depositi e prestiti che non hanno convinto tutti, è vero (perché Fabrizio Palermo è stato preferito come ad a Domenico Scannapieco?), ma sotto la gestione Renzi-Gentiloni i vertici della Cdp – Claudio Costamagna e Fabio Gallia – hanno perso presto il contatto con il governo e sono stati lasciati languire in attesa di finire il mandato. Idem in Rai, dove il direttore generale pontiere, Mario Orfeo, ha interpretato al meglio la cifra della stagione gentiloniana: l’immobilismo.

Quanto alla “serie di ‘se’ che vanno chiariti”, cioè Tap, Ilva e Alitalia, sono tutti dossier restati in sospeso dai tempi di Gentiloni. Il complesso negoziato sull’Ilva è stato lasciato aperto – ora Di Maio, in modo un po’ ruvido, sta ottenendo maggiori impegni dal compratore Mittal – e sull’Alitalia è stato il governo Gentiloni a nominare tre commissari che invece di vendere il prima possibile hanno provato a rilanciare la compagnia, forti di un prestito ponte da 900 milioni che la Commissione europea considera illegittimo.

Sul gasdotto Tap un problema c’è, Di Maio pare voler dare ragione ai pugliesi che contestano il passaggio dei tubi sotto le loro spiagge, ma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e il capo dello Stato Sergio Mattarella sono appena volati in Azerbaigian, il Paese da cui parte il progetto, per rassicurare che non si bloccherà.

Poi c’è il solito richiamo ai mercati: “In due mesi lo spread è salito di oltre 100 punti. Solo questo ci costa oltre 5 miliardi. – osserva Gentiloni – Sui mercati è tornato il rischio Italia, nonostante i fondamentali della nostra economia siano buoni. Il peggio deve ancora arrivare”. Il costo del debito italiano continua a essere alto e potrebbe salire bruscamente se a settembre ci fosse un declassamento da parte delle agenzie di rating combinato con una riduzione (programmata) di acquisti da parte della Bce. Magra soddisfazione per Gentiloni, però, perché quando a maggio lo spread è schizzato da 130 a oltre 300 punti con minaccia di governo Cottarelli, il risultato è stato di compattare le due forze della maggioranza e sbloccare i negoziati che hanno fatto nascere il governo Conte (da allora lo spread è stabile intorno ai 230-240 punti).

Invece che far implodere la maggioranza, la pressione dei mercati – assai probabile – potrebbe spingerla su posizioni più radicali sui conti pubblici e verso l’Unione europea.

Tutti contro il mega-tavolo. Chi vuole l’Ilva immobile?

Alla fine il mega tavolo voluto dal Luigi Di Maio ha offerto a tutti un motivo (pretesto?) per cercare ribaltarlo: dagli amministratori del Tarantino (tranne il governatore Michele Emiliano) che resteranno in Puglia; al gruppo interessato, AcelorMittal, che ha criticato la scelta. Ai sindacati che premono sul mantenimento dell’occupazione. Perfino le associazioni e i movimenti hanno storto il naso. Chi per un motivo, chi per l’altro. E il clima attorno all’Ilva di Taranto si fa sempre più incandescente.

Questa mattina, alle 10, i rappresentanti di ArcelorMittal illustreranno al ministro per lo Sviluppo gli “impegni ulteriori” in campo ambientale e occupazionale, dopo che Di Maio aveva giudicato inadeguato il piano del gruppo, sia dal punto di vista ambientale sia da quello dei posti di lavoro. Tanto che lo stesso ministro ha avviato un procedimento amministrativo per verificare, in 30 giorni, se le criticità nella gara fatta dal suo predecessore, Carlo Calenda, e riscontrate dall’Anac di Raffaele Cantone debbano portare o meno all’annullamento del bando stesso.

Il punto della discordia è il fatto che il vice premier ha invitato a sedersi al tavolo ben 62 soggetti. Un numero giudicato eccessivo. Il primo a suonare la carica è stato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci (Pd): “Il ministro ha invitato una serie di sigle pseudo associative e comitati, tra cui quelle delle aggressioni in Prefettura nel giorno dell’ultimo tragico incidente nello stabilimento”, riferendosi ad alcuni attivisti che, al grido “assassino assassino”, due mesi fa contestarono Melucci inseguendolo dopo l’incidente sul lavoro in cui perse la vita il 28enne Angelo Fuggiano, operaio della Ferplast, un appalto Ilva. Melucci parla di “dilettantismo spaccone che Di Maio ci spaccerà per trasparenza e democrazia. È solo una sceneggiatura ben congegnata per coprire il vuoto di proposte e di coraggio”. Risultato: il Comune non parteciperà.

Tempo mezz’ora e arrivano le critiche di AcelorMittal: la decisione di allargare il tavolo “è per noi del tutto inattesa”. Ma “siamo aperti al dialogo con tutti i portatori d’interesse”. Mentre la Fiom chiede un “tavolo parallelo per l’occupazione”, il ministro Di Maio, su Facebook chiarisce che l’incontro “è stato convocato perché ArcelorMittal ha chiesto di poter illustrare a tutti gli stakeholder le proprie proposte. Per me hanno diritto a partecipare tutte le rappresentanze dei cittadini, incluse le associazioni e i comitati. L’incontro non è stato convocato per trasformarsi in un club privato. Chi vuole può scegliere di non partecipare. Da ministro lo accetto, ma ne trarrò le conseguenze”.

Prendono la palla al balzo gli amministratori locali, dal presidente della Provincia, Martino Tamburrano, ai sindaci della zona, che terranno una conferenza stampa in parallelo all’incontro al ministero, proprio nel municipio di Taranto. Si sfila dal fronte il governatore pugliese, Michele Emiliano: “A chi fa paura la presenza dei cittadini ai tavoli istituzionali ai quali col governo del @pdnetwork non era ammessa neanche la @RegionePuglia?”, cinguetta.

“Il governo, relativamente al futuro del siderurgico, vuole garantirne la continuità produttiva attraverso l’ambientalizzazione dello stabilimento – dicono le associazioni e i comitati di cittadini di Taranto – La volontà del governo è quella di scongiurare la chiusura dell’Ilva e di legare il futuro del nostro territorio a quello della produzione dell’acciaio. È un tradimento del mandato elettorale ricevuto dalla città di Taranto e dello stesso accordo di governo che parla esplicitamente di ‘chiusura progressiva delle fonti inquinantì’”. Mentre il leader Fim, Marco Bentivogli teme il “rischio-passerella”. Insomma dopo anni di piani ambientali spostati nel tempo, morti sul lavoro e non solo, scuole chiuse per le polveri che si alzano dai depositi, di decreti salva-azienda, a spaventare gli interlocutori sono le 62 rappresentanze invitate e il “rischio passerella”.

Ma mi faccia il piacere

Accanimento. “Berlusconi vara l’Altra Italia” (il Giornale, 27.7). Questa l’ha già distrutta.

L’allievo di Riotta. “Un pensiero per Indro Montanelli che, secondo quanto dicono i due interessati, ha avuto come allievi Marco Travaglio e Marcello Foa. Purtroppo non possiamo più chiedere a lui conferma” (Jacopo Iacoboni, “giornalista” de La Stampa, Twitter, 27.7). Voce dall’ Olimpo dei Giornalisti: “Iacochi?”.

I profeti. “Berlusconi: ‘Il governo cadrà tra poco’” (il Giornale, 27.7). “’Pronti per l’autunno’. Pd e Fi già si preparano al flop dei gialloverdi” (il Giornale, 28.7). “Renzi copia Silvio: teniamoci pronti, il governo dura poco” (Libero, 28.7). “Governo, aria di crisi in autunno” (Stampa, 26.7).“Renzi ai suoi: teniamoci pronti, il caso soldi della Lega esploderà” (Messaggero, 29.7). Fassino, è lei?

Il portoghese. “Del Noce: vivo in Portogallo, ma per Viale Mazzini tornerei” (Corriere della sera, 26.7). A Fabbrì, magna pure tranquillo.

Slurp. “Tanti auguri al papà del movimento5stelle! La tua genialità, il tuo cuore e la tua creatività han fatto la storia di questo Paese” (Claudio Cominardi, sottosegretario M5S al Lavoro, per il 70° compleanno di Beppe Grillo, Twitter, 21.7). Belìn!

L’argine anti-populista. “Ragazzi, questa (Raffaella Fico, ndr) esce con Balotelli, è fidanzata con Balotelli… a me fa schifo una che va con un negro, scusa eh!” (Silvio Berlusconi, presidente FI e all’epoca premier, in un video girato da Marysthell Polanco nel 2011). Ecco perchè lui si dipinge sempre di marron.

A vela e a motore. “L’attività politica non si svolge solo in Parlamento. Io l’ho detto fin dall’inizio che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani. D’altronde ci sono un sacco di parlamentari che vanno alla Camera e passano il loro tempo a farsi i selfie. Io no, ho altro da fare… È il solito discorso moralista della gente comune: lo Stato ti paga e tu devi andare in Parlamento. Ma l’attività politica non si può svolgere anche su una barca, per il bene dell’umanità, proprio come faccio io” (Andrea Mura, deputato M5S poi espulso per il suo 96% di assenze alla Camera, La Nuova Sardegna, 23.7). Bella l’idea del testimonial a difesa degli oceani. Io però preferisco quello a difesa dei campi da tennis, delle Spa, dei divani e delle spiagge tropicali.

Le Apocalissi prossime venture. “Colf e badanti: arriva la stangata. Famiglie nel mirino” (il Giornale, 21.7). “Il fascismo leghista e il parafascismo grillino” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 21.7). “Punire l’economia è la missione di Lega e M5S” (Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia, Repubblica, 22.7). ”Lo spettro (reale) di una prossima deriva sudamericana” (Padoan, Il Foglio, 23.7). “Casaleggio, il Palamento da abolire e il dramma di un Paese addormentato di fronte ai progetti eversivi” (rag. Cerasa, Il Foglio, 24.7). “Ultima follia a 5 Stelle: abolire il Parlamento” (il Giornale, 24.7). “Quell’inciucio segreto tra 5 Stelle e Pd per salvare i portaborse” (il Giornale, 24.7). “Di Maio, mani bucate e cervello ottuso. Il ministro creerà migliaia di disoccupati” (Libero, 24.7). “I pentastellati progettano l’assalto a tutte le pensioni” (Livio Caputo, il Giornale, 24.7). “L’ira degli industriali veneti” (Corriere della sera, 25.7). “Migliaia a rischio licenziamento. Casaleggio? Ha idee pericolose” (Maurizio Martina, reggente Pd, Corriere della sera, 25.7). “I rischi del populismo giudiziario si possono raccontare con le derive anti garantiste della Germania nazista e della Russia sovietica” (Giovanni Fiandaca, con foto di Conte e Bonafede, Il Foglio, 26.7). “La rivolta del Nordest. L’ira degli industriali veneti” (il Giornale, 26.7). “Imprenditori e operai si ribellano a Di Maio” (Libero, 28.7). “Tav, Tap, Ilva: lo stop costa 60 miliardi” (Il Sole-24 ore, 28.7). “Dalla Tav all’Ilva: i no di Di Maio ci costano 50 miliardi” (il Giornale, 28.7). “Tav, l’ira del Nord” (La Stampa, 28.7). “Le nomine un anticipo del peggio… Se aumentano il debito finiamo contro il muro” (Paolo Gentiloni, deputato Pd, Repubblica, 29.7). “Governo al bivio, cresce il grido d’allarme” (Corriere, 29.7). “Ignoranza al potere” (il Giornale, 29.7). Per ora, dalla Protezione Civile, nient’altro da segnalare.

Il titolo della settimana/1. “Raggi annuncia: niente siccità. Ma dà l’ok al Tevere potabile” (Repubblica sul nuovo depuratore Acea, 22.7). Raramente in un solo monosillabo – “ma” – s’era concentrata tanta stupidità.

Il titolo della settimana/2. “Caro sindaco Appendino, essere gay non è una condizione irreversibile” (La Verità, 24.7). Si può pure guarire.

Il titolo della settimana/3. “M5S vuol dare ai pm libertà di intercettare” (il Giornale, 25.7). Anzichè darla ai ladri e ai mafiosi.