I templi di Paestum, luogo di fusione di razze, culture, religioni e speranze

All’inizio dell’ottavo secolo avanti Cristo la penisola italica era abitata da popoli e razze. I greci, gli etruschi, i latini e gli altri italici, oschi di lingua e sannitici, poi i celti, sono i principali. A grado a grado Roma li assoggetta: bellicosamente o pacificamente. Ma lasciando a ciascuno culti e usi. Ne scaturisce un crogiuolo ch’è uno dei miracoli del suo genio politico e della stessa civiltà. Quella che consideriamo la nostra cultura, dall’epoca di Scipione ad Augusto e Tiberio, è il frutto di questa fusione, di tale koinè.

Andiamo a un tempo nel quale essa si svolgeva. All’inizio del quinto secolo Roma incominciava a conoscere la Magna Grecia. La parte meridionale della Campania, che discende verso lo sbocco marino della Lucania e la prima costa tirrenica della Calabria, è la sede di uno dei sommi esiti religiosi e artistici che la civiltà greca ci abbia lasciato. Si tratta dei tre templi di Paestum, più imponenti e più belli di quelli stessi della Valle sicana; e meno deturpati da speculazione edilizia, a colloquio con l’orizzonte in un’arida pianura. La pietra di tufo assume colori a seconda del giro del sole, dal giallo e arancione fiammeggianti al tenero rosa del tramonto. Dedicati a Nettuno (il primo nome della città è greco, Poseidonia) o, più probabilmente, ad Apollo (o Zeus), a Era, ad Atena. Li contempli da lontano, li raggiungi, cammini entro la chiostra; e ti senti invadere da una enorme forza numinosa.

La colonna dorica è affine a quella egizia, come vediamo a Luxor e Karnak; allo stesso modo che Dioniso e Osiride sono affini, e il protagonista del primo poema dell’umanità che ci sia giunto, il sumero Gilgamesh, ha tratti comuni con loro e con Orfeo. Forse queste grandi religioni della Natura, destinate a esser in parte sconfitte da quella giudaico-cristiana, hanno comune origine. Il meraviglioso museo di Paestum conserva alcuni fra i miracoli artistici della koinè. Vasi perfettamente conservati, dovuti all’artista Asteass (metà del quarto secolo), vividi i colori su sfondo nero, ostendono tripudii dionisiaci dai quali viene catturata anche Afrodite. Tombe lucane (i lucani erano prevalsi sui greci, e il nome Paestum deriva dal loro idioma) mostrano guerrieri accolti dalla Magna Mater, Cibele, la divinità frigia dell’Anatolia, col suo tamburello; e sempre vediamo il frutto del melograno, simbolo ultraterreno. La Tomba del tuffatore, greco-etrusca, venne scoperta giusto cinquant’anni fa dall’archeologo Mario Napoli; e una mostra lo celebra. Gli affreschi dovevano esser contemplati dal defunto, non dai vivi. Una scena di convito, di carattere religioso dionisiaco, mescola, col predominio della forma, dato dall’equilibrio assoluto fra ductus e colore, Apollo con Dioniso. I giovani uomini banchettano sdraiati su letti, alcuni soli, altri a due. Il vino, il giuoco del cottabo (un tirassegno con gocce del liquore), l’eros, la musica. La raffinata descrizione di un simposio di gioia e insieme funebre da documento sociale e di civiltà diviene simbolo.

La gioia, il vino, la conversazione, l’amore: tutto è vissuto religiosamente. Il culto è misterico e più largamente filosofico. Il tuffatore è un ragazzo sui vent’anni: il defunto. Si getta fra onde azzurre. L’acqua, spiegano quelli che hanno studiato la tomba, è un simbolo della palude stigia; più latamente, del passaggio. Più latamente, aggiungiamo noi, è l’origine del tutto: alla quale, morendo, il giovane torna tuffandocisi. Speranza; o filosofia: quella dei cosiddetti pre-socratici. Parmenide e Zenone vivevano a pochi chilometri da Paestum.

 

Thomas, l’ex gregario salito sul tetto di Parigi

Beh, un po’ di paura ce l’ha avuta, ieri, il longilineo gallese Geraint Thomas da Cardiff detto “G” nei 31 km della tappa a cronometro da Saint- Pée-sur-Nivelle a Espelette che di fatto ha sancito il suo trionfo al Tour 2018. Una curva presa male, una slittata e subito è riemerso lo spirito da gregario prudente ed esperto, qual è stato per anni e anni al servizio di Chris Froome: meglio rallentare, che rischiare un Tour. Così la crono è stata vinta dall’olandese Tom Dumoulin per un piccolissimo secondo su Froome, mentre Thomas si è piazzato terzo.

La vittoria di Dumoulin è in fondo un piccolo risarcimento nei confronti dell’unico corridore che sino all’ultimo ha tentato disperatamente e inutilmente di far colare a picco la corazzata Sky. Lo squadrone britannico ha fatto il bello e il cattivo tempo in una corsa diventata ben presto un monologo senza suspense. L’unica incertezza non è arrivata dai rivali del gruppo, bensì dal pubblico. Froome è stato spietatamente subissato di fischi, urla, insulti, bandiere sventolate davanti al manubrio, fumogeni, spinte, persino un cazzotto (Alpe d’Huez) e un poliziotto che lo ha fermato sbattendolo per terra. L’astio del tifo contro la Sky si è riversato pure sulla maglia gialla Thomas. Tutto, nell’indifferenza o quasi, degli organizzatori. Froome puntava alla mitica doppietta Giro-Tour: l’ultimo ad esserci riuscito fu il nostro Marco Pantani, nel 1998. Ma le polemiche sulla sua partecipazione al Tour – pendeva sul suo capo una possibile squalifica per esami positivi alla Vuelta del 2017, è stato assolto in extremis proprio alla vigilia del Tour – lo hanno spossato mentalmente. Una caduta iniziale ha peggiorato le cose. Per metà Tour, pareva comunque che Thomas – meglio piazzato in classifica – fungesse da parafulmine per disorientare gli avversari. All’undicesima tappa, infatti, la prima alpina da Albertville a La Rosière, Froome lasciava via libera al compagno Geraint Thomas che vinceva la prima tappa alpina. Il giorno dopo, però, Thomas si ripeteva all’Alpe di Huez, primo davanti a Dumoulin, mentre Froome perdeva 14 significativi secondi. È in quel giorno che Thomas ha cambiato status: non più “ruota di soccorso” del capitano Froome, ma suo pari, nell’interesse supremo della Sky, come ribadito dal general manager Dave Brailsford: “Se un corridore della Sky sale sul gradino più alto del podio a Parigi, io sarò contento”. Sottinteso: chi ha più gamba, merita, indipendentemente dal passato. Un quinto Tour vinto avrebbe permesso a Froome di raggiungere Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Ma solo la vittoria conta per la Sky, che investe ogni anno 30 milioni di Euro: quindi la leadership era la strada a dettarla. Da un lato, Froome non al massimo della condizione, stressato. Dall’altra, l’ex delfino che sente di avere nelle gambe l’occasione della vita: “Vedere G a questi livelli è stata una sorpresa anche per noi”, ha confessato Nicolas Portal, il direttore tecnico. D’altra parte, nelle otto precedenti esperienze al Tour, non aveva mai combinato granché, salvo lo scorso anno, quando tenne la maglia gialla i primi quattro giorni.

In queste tre settimane, il pubblico ha scoperto un ex pistard (due ori olimpici nell’inseguimento a squadre ai Giochi del 2010 e 2012), diventato corridore completo, polivalente, che se la cava benissimo nel vento e sul pavé (ha vinto una Parigi-Roubaix junior), buon scalatore. E che si presentava come il compagno leale e fidato di sua maestà Froome, col quale corre nella stessa squadra dal 2008, prima alla Barloworld poi alla Sky dal 2010.

Il ciclismo, a volte, sa essere crudele. L’ex gregario Thomas ha attraversato il Tour con la stessa determinazione che ebbe nel 2012 Bradley Wiggins, vincitore (a 32 anni come Geraint) del Tour 2012, primo episodio della saga Sky. Wiggins fu detronizzato dal gregario Froome, che si impose in quattro Tour: “Siamo buoni compagni di squadra, siamo amici… almeno per il momento”, ha detto Thomas, buttandola sul faceto. Froome, ieri, dopo aver penato sui Pirenei, ha cercato di vincere. Se il re è stato nudo, si è rivestito subito.

“L’allarme bomba in sala, la cena a casa Vianello e il nostro no a Berlusconi”

L’attore per un applauso spesso è disposto a giocarsi la madre, Tullio Solenghi a 11 anni sul piatto della vita ha rilanciato con la scuola: “Il primo pubblico sono stati i compagni di classe, il primo copione le imitazioni dei professori, la docente di Fisica la vittima preferita. Un giorno, e come al solito, mi dedico a lei e alle sue nevrosi, a un certo punto la classe ammutolisce. Non capisco. Insisto. Carico ancor di più la parodia. Poi una mano mi batte sulle spalle: era lei. Sospeso tre giorni”. Da allora il palco non lo ha più mollato, dai due o tre spettatori degli anni Settanta insieme all’amico Beppe Grillo, fino agli oltre quattordici milioni degli Ottanta e primi Novanta quando il Trio (con Anna Marchesini e Massimo Lopez) regalava gioie ai fan e alla Rai. “Per me il palco è una questione di rispetto, è un grazie per l’affetto dimostrato in questi decenni. Se mollassi, lo vivrei come un tradimento mio nei loro confronti”. Così gira l’Italia con quattro letture-monologhi dedicati a Iliade, Odissea, Decamerone e Paolo Villaggio. E da ottobre è di nuovo in tournée con il collega e amico (“fraterno”) Massimo Lopez (“prima tappa Pesaro e poi in giro per l’Italia”).

Tre testi “classici”, più Villaggio.

L’anno scorso a Genova ho condotto una serata dedicata a Paolo, e in quell’occasione leggo un suo pezzo su Fantozzi a Ferragosto; alla fine la figlia mi abbraccia: “Per la prima volta ho risentito la voce di mio padre”. Da lì è nata l’idea di portare a teatro il Villaggio scrittore e autore.

Scrittore fantastico…

Nei primi anni Ottanta è stato l’autore italiano maggiormente venduto in Russia, davanti a Moravia e Calvino. Magari trovavano una sorta di analogia con i personaggi creati da Gogol.

Voi, amici?

Ci conoscevamo, ogni tanto ci incontravamo, ma amici no; poi lui era uno molto tosto da frequentare, però un genio assoluto, per me è il Santo Graal della comicità, uno in grado di andare completamente contro corrente: è stato il primo a rivoluzionare anche il ruolo del bravo presentatore.

Imprevedibile.

Una volta annunciò in televisione Milly (celebre cantante), oramai anziana, con la frase: “E allora signore e signori, per speciale concessione del museo delle cere, ecco a voi Milly!”.

Feroce.

Sì, anche umanamente. Quando si definiva una “merdaccia umana”, era conscio di non mentire del tutto.

Lei è della generazione di Grillo e Ricci.

Nel cabaret ho debuttato a Milano nel 1977 e insieme a Beppe: al Refettorio avevo il primo tempo, lui il secondo.

Ancora sconosciuti.

Totalmente, a volte con appena tre spettatori in platea; una sera Beppe entra soddisfatto nel camerino: “Tullio è andata benissimo: questa sera siamo riusciti a far ridere quasi il 70 per cento dei presenti”. Quindi due su tre…

Ricci già scriveva i testi a Grillo?

No, Antonio in quegli anni provava la carriera da cabarettista, esattamente come me e Beppe, solo che lui soffriva come un matto. Poi capì che la strada era un’altra, e divenne autore.

Soffriva così tanto?

L’intrattenere, il salire sul palco, non era il suo mestiere.

E per lei?

I primi due anni sono stati veramente duri, gavetta pura, sperimentazione, la ricerca dei giusti tempi comici, imparare a capire la platea, quali sono le giuste sfumature per tenere in piedi la serata; insomma, in quei due anni mi è cresciuto il necessario pelo sullo stomaco, specialmente in discoteca.

Come, discoteca?

Allora i locali, per darsi un tono, a un certo punto stoppavano la musica e chiamavano il comico-vittima a salire sul palco, e nove volte su dieci scattava immediatamente un coro: “Nooooo, facce ballà! Facce cantà!”

Bel clima.

Per fortuna spesso si ricredevano, ma non era semplice.

Le hanno mai tirato qualcosa?

No, giusto qualche serata non proprio riuscita.

Dubbi sull’andare avanti?

Quelli comprendevano solo la sfera della riuscita finale: non avevo la certezza di poter vivere di questo mestiere; perché allora eravamo tantissimi, e ci ricordiamo solo di quelli arrivati a meta, mentre il gruppo era veramente vasto.

Fortuna, perseveranza e capacità.

Al sessanta per cento è necessario il talento, poi un venti di scuola e di tecnica; il resto rientra nelle combinazioni fortunate, le classiche sliding doors.

Secondo alcuni suoi colleghi, l’attore è “ladro”…

Più che rubare, direi “assorbire come una spugna”, perché questo mestiere è un’arte, o un artigianato, poi sintetizzato da ognuno con le caratteristiche personali.

Da chi ha assorbito?

Il primo è stato Alberto Lionello: in teatro ho debuttato con lui, e con lui, ad appena 21 anni, ho recitato a Londra davanti a Laurence Olivier; una felicità immensa, emozionato come giusto, nonostante non avessi neanche una battuta a disposizione.

Ha iniziato con il teatro classico, poi si è buttato sul comico.

Dopo sette anni di Teatro Stabile, tra Shakespeare, Molière e Brecht, a un certo punto non sono più cresciuto, mi sono reso conto di non riuscire a conquistare l’ultimo centimetro necessario per il salto di qualità, e ancora oggi non ho capito neanche il motivo. Non ero male.

Va bene, in sintesi?

Mi ero rotto le palle.

E via con il cabaret.

Una sera vado al Derby, finalmente un provino con lo storico proprietario: mi fece esibire alla fine della serata, mentre stavano smontando il palco; il pubblico per il test era un nucleo di cinque camerieri arruolati dallo stesso Bongiovanni: “Cazzo, sei bravo, si libera un posto a febbraio”. Peccato che era ottobre e non potevo permettermi di aspettare.

Proietti sostiene: “Un attore per un applauso è disposto a tutto”.

È abbastanza vero, ma per me questa tendenza è stata smussata dopo la nascita del Trio: nessuno dei tre invadeva il terreno degli altri, c’era il rispetto per la battuta, per i tempi altrui; e ancora oggi non amo salire da solo sul palco, patisco la solitudine in scena. (Riflette) Comunque per un tutto esaurito, un attore è disposto a vendere la madre, il padre, la zia e pure il vicino.

Angoscia del sipario?

Un tempo sì, oggi no; oggi l’ansia mi può assalire su questioni pratiche, e su questo mia moglie mi prende in giro: “Vai in tournée con quattro copioni e dormi tranquillo. Si rompe l’irrigatore del prato e passi la notte in bianco”.

Da solo ha affrontato un provino con Strehler.

Cercava dei giovani per il Re Lear, quindi da Genova parto per Milano, e mi trovo davanti una sorta di catena di montaggio composta da una fila di sciagurati, ansiosi di mostrare al maestro le proprie presunte capacità: entravano da una parte, uscivano da quella opposta con l’eco della frase più mortifera del nostro mestiere: “Grazie, lasci le foto, le faremo sapere”.

E lei?

Entro, lui seduto in platea, mi domanda il nome, e subito dopo inizia a parlare con il tecnico delle luci. Quindi mi fermo. “Cosa fa? Perché non prosegue?”. Maestro, aspetto la sua attenzione. “Ah, stiamo messi bene…” Ricomincio, recito tutto il monologo e senza interruzione. Tutto. A metà non vedo più la sua chioma bianca, non mi fermo: ho sempre avuto il dubbio fosse andato in bagno.

Quindi, niente.

Grazie, lasci le foto, le faremo sapere.

Ha recitato in un cult del 1980: “La moglie in vacanza… l’amante in città”.

Film accettato per portare a casa lo stipendio, però non nego un certo divertimento.

Conteso tra due icone sexy.

Come personaggio avevo il pregio e la fortuna di incarnare il sogno degli italiani di allora: ero sposato con la Bouchet e la tradivo con la Fenech.

Il primo giorno.

Arrivo sul set, indosso l’accappatoio d’ordinanza, e domando al regista quale scena avremmo girato. “Non ti devi cambiare, spogliati: iniziamo con quella di sesso”. Sbianco. Sotto avevo la canottiera, roba da sfigato, quindi con una scusa corro al bagno, me la tolgo e la infilo nello sciacquone. Risultato: ho intasato tutto.

La tv la stressava?

Lì è diverso: la risposta non è immediata, ma arriva il giorno dopo a seconda dell’ascolto. Gianni Boncompagni, l’uomo più spiritoso dopo Villaggio, diceva: “In Rai, le persone che incontri, ti svelano il loro risultato Auditel dalla sola espressione del viso”. Gli afflitti erano sempre intorno al tre per cento di share, i raggianti toccavano e superavano il 18.

Il 18 lo avete superato, eccome.

Con numeri incredibili.

Voi e il successo.

Sotto l’aspetto divistico non ce ne siamo accorti, ricordo sempre che scherzavamo su un dato: mai conquistata la Freccia Alata di Alitalia.

La Marchesini soffriva un po’ le attenzioni dei fan.

Ha sempre manifestato un’idiosincrasia per la folla e le foto, ma a prescindere se erano dieci o cento persone; era proprio parte di lei.

Molto più di cento.

A un certo punto la nostra condizione la definivo modello-Duran Duran: una volta sono scappato da un museo perché riconosciuto da una scolaresca; loro correvano verso di me, io fuggivo.

Osannati.

Durante una replica pomeridiana al Sistina di Roma, arrivarono i carabinieri dietro le quinte: “C’è stata una telefonata anonima per una bomba in platea: per cortesia inviti gli spettatori a uscire dalla sala per un inconveniente tecnico”. Ma non ci credono, azzardo. “Vada!”. Esco: applauso. Parlo: risate e applauso. Esco, rientriamo tutti e tre: applauso lunghissimo. Anna invita a uscire dal teatro: risate e applauso. A quel punto, preoccupati, salgono sul palco i carabinieri: applauso pure per loro.

Alla fine?

Il tenente si mette a urlare: “C’è una bomba in platea!”. Applauso e ola. Così accendiamo le luci e fingiamo la fine dello spettacolo. Usciti dal teatro incontriamo un fan: “A grandi! Ma come ve vengono st’ideee come a bomba?”

Lei, oggi.

Come dicevo, dopo aver raggiunto il pienone, se non vai in tournée hai il timore di deludere le persone; oramai sono talmente tanti anni di palcoscenico, che quando salgo sul palco ho la sensazione di avere in platea un folto numero di parenti.

Dopo la fine del Trio, ha mai giudicato quell’esperienza come troppo invasiva?

Mai. L’unico “che palle” l’ho avvertito gli ultimi tempi del sodalizio, quando la verve, l’ispirazione si era completamente esaurita. Attenzione: noi siamo sempre stati gli unici autori dei nostri spettacoli, non ci siamo mai affidati ad altri.

Ma ha faticato per diventare Tullio Solenghi, e basta?

È stata una lotta, ma era inevitabile, così come agli inizi, quando sono sceso da Sant’Ilario per conquistare il mio futuro; da allora mi sono sempre sentito e definito un “ragazzo di montagna”.

Wikipedia specifica: lei è ateo.

Mi definisco un razionalista kantiano.

Un concetto semplice.

Ateo lo trovo un po’ greve.

La sua sembra una supercazzola.

Allora mi spiego: sono nato all’ombra di un campanile, da piccolo sono stato chierichetto, sono poi cresciuto con la figura di Don Milani e con madre super religiosa, molto dispiaciuta quando a Sanremo ho interpretato la parodia di San Remo…

Credenziali appurate.

In particolare da dieci anni a questa parte amo studiare la fisica dell’universo, il mio nume tutelare è Einstein e ho avuto la fortuna di conoscere Margherita Hack; quindi i miei interessi sono ampiamente lontani dalle suggestioni religiose.

Domani sono due anni dalla morte della Marchesini.

(Silenzio, e poi un lungo sospiro) Ci penso. Ci manca. E allo stesso tempo ci appartiene: quando sono in scena con Massimo, una parte di lei è in scena con noi, perché dodici anni insieme, e vissuti così intensamente, in qualche modo ci hanno scolpito, sono entrati reciprocamente dentro le nostre sensibilità.

Anna Marchesini.

Nei primi tempi del Trio lei era molto presente; è sempre stata una molto dura, intransigente, la chiamavamo “La lupa” per la forza, il coraggio e la determinazione. Fu lei la prima a dire di no a Berlusconi.

Vi voleva ingaggiare.

Ci chiama in via dell’Anima con in mano la proposta scandalosa: “Questo è un assegno in bianco, decidete voi la cifra”. Poi per creare la giusta atmosfera accende un televisore su Canale 5, e con atteggiamenti charmant si presenta con in mano dello champagne. Mai festeggiare prima del tempo. “Allora, signora Marchesini, cosa le piace delle mie trasmissioni?”. Silenzio. E lei: “Nulla”.

Lei è svenuto.

Eravamo d’accordo. E questa sua non diplomazia mi manca tantissimo, bilanciava il mio pragmatismo; ma 12 anni con lei mi hanno migliorato.

Cosa si augura dalla vita?

Di mantenere sempre il distacco ironico sulla realtà e di trasmetterla ai miei due adorati nipoti, Samuele e Filippo; l’ironia al servizio della propria esistenza e non solo come mestiere, anche a costo di diventare un elefante dentro la famosa cristalleria.

Un sorriso per non venir seppelliti.

Su questa lunghezza d’onda il mio punto di riferimento è Vianello e c’è una storia che rende plasticamente quanto dico: Baudo va a cena da Sandra e Raimondo; Sandra è in crisi depressiva violenta, quasi si butta dalla finestra, la calmano, le danno dei sedativi. Si addormenta, finalmente. A quel punto Pippo saluta: “Va bene, la serata è finita”.

E invece…

Raimondo risponde: “Qui sotto c’è una pizzeria, Sandrina tanto si è addormentata, mangiamo qualcosa?”. Scendono. Vicino al portone, Raimondo si ferma e guarda il portiere: “Oh, se cade qualcosa dalla finestra, è roba nostra”.

 

Pellegrinaggio alla Apple, ma è soltanto un negozio

Parto con una buona notizia: questo è sì un pezzo sul nuovo Apple Store di Milano, ma nelle 5000 battute a seguire non troverete mai l’aggettivo “visionario” associato a Steve Jobs. Io, al posto vostro, troverei questa scelta di rottura una buona ragione per proseguire la lettura.

Dunque. Sono andata a vedere il nuovo santuario milanese dell’unica mela smozzicata che, nel tempo, anziché ingiallire pare rigenerarsi. Sorge nel bel mezzo di piazza del Liberty, che fino a quattro anni fa – ce lo siamo dimenticati – era già meta di pellegrinaggio per gli amanti di un altro logo iconico – il cavallino – visto che lì c’era lo store della Ferrari (ha chiuso nel 2014). È il destino di questa piazza, evidentemente, quello di essere una sorta di Medjugorje aspirazionale. E non è un caso che al posto dello store Ferrari, oggi, ci sia un negozio Nespresso, il marchio che è riuscito a trasformare un micro-contenitore con del caffè dentro in una capsula di culto.

È il potere ipnotico dell’oggetto del desiderio che crea le famose file fuori dallo store già dalla notte prima, come la fila di New York, come quella di piazza Liberty. La piazza intitolata all’art noveau, dell’arte nuova. Del resto, qui il nuovo ha scalzato il vecchio. Via l’aiuola nel centro della piazza con quei quattro alberelli alla Spelacchio, via il cinema Apollo che tanto ormai i film ce li facciamo noi con l’iPhone e il nuovo Apple Store è sorto maestoso e solenne come un Buddha birmano.

La nuova sede, diciamolo, aveva il dovere di essere fighetta perché nel Milanese gli altri tre santuari hanno più la collocazione della parrocchia (sorgono a Rozzano e Carugate). Quindi c’è il parallelepipedo trasparente con la cascata (quando arrivo io però la cascata non c’è, quelli di Apple avranno confrontato una bolletta Acea italiana con una bolletta qualunque a Cupertino), c’è la scalinata-anfiteatro per gli eventi, c’è tutto quello che serve a far scrivere articoli con incipit “L’archistar Norman Foster disegna il nuovo volto di piazza Liberty”, che voglio dire, già l’utilizzo del termine “archistar” è un buon motivo per andare nello store di Rozzano, c’è lo slogan “reinventare il futuro” pure se chi ha progettato lo spazio ha 83 anni, ma non mi lascio scoraggiare.

Scendo le scale (affollate) per ammirare questi 600 metri quadri sottoterra e mi si para davanti il loft medio di un pubblicitario milanese. Pareti grigie, design minimalista, grossi schermi, otto alberi sparsi per la sala, tavoli di legno, prodotti esposti soprattutto lungo le pareti. La differenza con i loft del pubblicitario medio è che lui, esposti lungo le pareti, ha i leoni d’oro vinti a Cannes, qui ci sono gli iPhone X, per il resto siamo lì. Non dico che potevano chiamare Paola Marella, ma la sensazione è che non ci sia nulla di nuovo, né di strabiliante.

Nel dubbio, vado a cercare qualche immagine del primo Apple Store aperto nel mondo. Scopro che si trova in Virginia, a McLean, che parrebbe un posto un po’ tipo “Forlì”, che uno dice “Perché ha aperto proprio a Forlì?” e invece poi scopri che a McLean ci sono le sedi della Cia e di Usa Today, tanto per dire. Trovo un video quasi romantico di Steve Jobs datato 2001. Steve in persona mostra la sede e illustra i prodotti, specificando che lì dentro “tutti i computer godono di una linea internet a disposizione”. Fa effetto ascoltare Steve Jobs parlare come un nonno che si fa spiegare come mandare un sms dal nipote. Alle sue spalle, mentre indica videocamere grosse come frigobar e agende digitali dall’aria preistorica, il negozio è più o meno quello fighetto di piazza Liberty. Di New York. Di Londra. Di Rozzano. Di Carugate. C’è solo un elemento in più: una gigantografia di John Lennon e Yoko Ono. Un tripudio iconico quasi stordente: gli occhialini di John, il lupetto blu infilato nel jeans a vita alta di Steve, la mela mangiucchiata di Apple in un unico fotogramma. Qui invece, l’icona nell’icona, è una mamma che mostra un iPad ai suoi bambini mentre stringe un grosso palloncino verde tra le mani con la scritta McDonald’s. Dal fast-food all’Apple store. Dal luogo in cui anche i ricchi desiderano il consumo popolare, a quello in cui anche i poveri aspirano al consumo di alta fascia.

Ci sono giovani, vecchi, mamme, turisti, bambini. Dicono che l’Apple Watch, dopo una partenza a ostacoli, sia diventato lo smartwatch più venduto al mondo, ma attorno al tavolino con gli Apple Watch c’è meno gente che a un concerto dei Jalisse. L’area videogiochi, in compenso, sembra il concerto di addio di Justin Bieber. Nell’area meeting (uno schermo gigante e qualche comodo cubo in legno massiccio su cui sedersi) c’è una lezione di fotografia con iPhone durante la quale, spero, qualcuno risponderà alla domanda “Perché ogni volta che fotografiamo qualcosa di bello, sullo sfondo c’è sempre un tizio con una t-shirt o un borsello fosforescenti addosso a rovinare tutto?”.

Saltata a piè pari la zona dei Mac e degli iPhone, l’area degli oggetti inutili è chiaramente quella che finisce per ipnotizzarmi. C’è la corda per saltare wireless che nella lista delle cose indispensabili alla mia esistenza viene subito dopo il filo interdentale gusto bacon. C’è il termometro vibrante che a prima vista parrebbe avere due funzioni diverse a seconda che lo utilizzi il bambino o la mamma. C’è lo spazzolino da denti da collegare all’iPhone “così si parlano” che a guardarlo mi fa venire in mente la famosa battuta di Corrado Guzzanti, di quando gli spiegano che con Internet lui potrà comunicare perfino con un aborigeno e lui: “Bello, per carità. Però aborigggeno, dimmi ’na cosa: io e te, che cazzo se dovevo di’?”. Ecco, che se devono di’ lo spazzolino e il telefono? Esco dall’Apple Store con questo grande interrogativo. E con una riflessione: se chiedessimo ad Apple di far parlare i 5Stelle col Pd?

In cura per ludopatia, accusato dell’omicidio della vicina (per soldi)

I Carabinieri hanno arrestato il presunto assassino dell’anziana uccisa in casa lo scorso 17 luglio a Chiaravalle, in provincia di Ancona, con una coltellata alla gola. Si tratta di un 57enne, vicino di casa della donna. Ad arrestarlo sono stati i militari del Reparto operativo e quelli della Compagnia di Jesi. I carabinieri, interrogando le persone che abitano nel condominio, hanno sentito anche il racconto dell’uomo arrestato, M.M., le cui dichiarazioni sono apparse subito dubbiose e in contrasto con quanto riferito da altri testimoni.

Indagando in maniera più approfondita, i militari hanno così scoperto che il 57enne aveva venduto a un Compro Oro di Falconara Marittima alcuni gioielli poi risultati di proprietà della vittima in cambio di 400 euro: due fedi nuziali, un ciondolo in oro bianco e una collana in oro bianco. L’uomo, da settembre 2017 fino ad aprile scorso era stato anche in cura per ludopatia in una comunità terapeutica in provincia di Ancona. La sua forte dipendenza dal gioco era tornata a galla e in passato, dopo aver perso grosse somme di denaro, si era venduto i gioielli di famiglia in alcuni Compro Oro della zona.

Tiziana, gli scambisti e il “gioco” dei video hard finito in tragedia

In che cosa consisteva il “gioco”? Quel gioco che, purtroppo, è finito in tragedia. I pm di Napoli lo chiedono a Sergio Di Palo, l’ex fidanzato di Tiziana Cantone, la 31enne che il 13 settembre 2016 si è suicidata in un sottoscala, abbattuta dalla gogna scatenata da sei video hot che dovevano rimanere in un circuito di poche persone e finirono in pasto ai siti porno e ai social network che ne rilanciavano i link in un delirio di insulti e di irrisioni.

È la domanda chiave del verbale di un interrogatorio iniziato nel primo pomeriggio del 15 novembre 2016 e durato dieci ore. Di Palo quel giorno è senza avvocato, non è ancora indagato. Soffre, e il suo ragionamento avanza a strappi: “Io trovo un certo imbarazzo a parlare dei rapporti personali con Tiziana”. Lo farà solo quella volta. Non parlerà più. Si negherà ai magistrati, ai giornalisti, agli inviati delle tv che per mesi lo hanno braccato come un animale raro per registrarne una battuta o un sospiro, solo le Iene riusciranno a carpirne qualche parola con la telecamera nascosta.

Di Palo oggi ha 44 anni e non fa vita sociale dal 2015, dall’anno prima del suicidio di Tiziana. Da quando quei maledetti video iniziarono a circolare e divennero virali. Non era in aula qualche giorno fa, quando il Gip di Napoli Egle Pilla lo ha rinviato a giudizio per calunnia e accesso abusivo a sistema informatico, era presente solo il suo difensore, l’avvocato Bruno Larosa. Vive chiuso in casa, senza fare niente. Con un appannaggio di 5.500 euro al mese che la famiglia gli passa come amministratore delle loro società, come spiega nel verbale.

Di Palo è imputato di aver finto lo smarrimento di un telefonino che conservava in memoria i file a luci rosse (“Tiziana aveva paura della reazione della madre alla conoscenza della diffusione dei video”) e di aver accusato falsamente cinque persone della messa in Rete dei video hard. In uno dei video, quello dove lei indossa gli occhiali, il protagonista è Sergio. Di alcune di queste accuse avrebbe dovuto rispondere anche Tiziana se fosse ancora viva. I cinque presunti calunniati sono i conoscenti di chat ai quali la donna di Casalnuovo avrebbe inviato spontaneamente i filmati. Sergio e la sua fidanzata concordarono insieme molte cose, prima e dopo. La mamma di Tiziana, la signora Maria Teresa Giglio, si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Marco Campora. Di Palo parla molto di lei durante l’interrogatorio. Ricorda gli ostacoli che interpose alla loro relazione, alla decisione della figlia di andare a convivere con lui a Pozzuoli, gli andirivieni di Tiziana tra le due case, le liti tra le due donne. Ricorda la telefonata in cui gli disse “di averle rubato la figlia”. Ricorda la notte in cui la signora aprì il cellulare di Tiziana, di nascosto, scoprì le tracce e le chat del “gioco”, e lo contattò scrivendogli “te la farò pagare”. Avvenne nell’ottobre 2015 e Di Palo dice che subito dopo dovette lasciarsi con Tiziana “per forza maggiore”.

Qual era questo “gioco”? Di Palo pare liberarsi di un peso, sa che per il mondo lui è l’uomo che ha traviato la ragazza ma le cose non sarebbero andate esattamente così, entrambi erano consapevoli e complici. “Tiziana mi raccontava delle sue relazioni”, le piaceva “provocare le altre persone per eccitare il partner”. Fa i nomi degli altri uomini che incontrava. Ed entra nei dettagli del “gioco”. “Il suo modo di provocare mi piaceva e iniziammo il nostro ‘gioco’, ci iscrivemmo sul sito www.lamoglieofferta.com. Il nostro nickname era coupleladywant, quello di Tiziana ‘Carla’, il mio ‘Massimo’”. È un sito per scambisti. Basta un contatto whatsapp per fissare un incontro. “Le persone che si presentavano all’appuntamento riferivano un nome di fantasia”. Tiziana stava con l’uomo. Sergio guardava. E quasi sempre filmava.

Gli incontri avvengono tra il 2014 e il 2015. Con Sr. John, con il Conte Max, con un suo vecchio ex fidanzato e suo fratello. Incontri in parcheggi, nei bagni dei centri commerciali, persino a casa loro. Con perfetti sconosciuti. I file video viaggiano da un telefonino all’altro. “Dopo qualche tempo Tiziana non si accontentava di conoscere persone mediante contatti recuperati dal sito di scambisti ma voleva agganciare persone in modo diretto”. Di Palo sostiene che la ragazza inviò i sei video porno che la vedono protagonista e che finiranno in Rete a due fratelli di Salerno abbordati su Instagram, che non incontrerà mai. “Tiziana mi informava? Sì, ero a conoscenza di tutti gli incontri che avvenivano”. I video venivano girati con un iPhone 4 nero e lì conservati. Su questo telefono “sono stati registrati circa 70-80 video. Dieci fatti nel periodo del nostro gioco, altri 60-70 nel periodo prima che la conoscessi”. Che fine ha fatto quell’apparecchio? “Lo abbiamo distrutto il 30 luglio 2016, a casa sua, col martello. Decise lei, non voleva avere più quei vecchi ricordi. Quella documentazione apparteneva al nostro passato e non voleva sapere nulla delle schifezze che erano successe. Io volevo essere presente al momento della distruzione”. Purtroppo non è possibile eliminare un video una volta finito in Internet. Il web è un pozzo nero senza fondo: se ci butti una cosa dentro, non la recupererai più.

Dopo la distruzione del cellulare, Tiziana e Sergio non si rivedranno né sentiranno più sino al 7 settembre. È il giorno dell’ordinanza del Tribunale di Napoli Nord che ha trattato le cause avviate dalla ragazza contro i social network e i siti che hanno pubblicato i video, e che la condanna a pagare 20 mila euro di spese a fronte di appena 3.600 euro di risarcimento. Tiziana è agitata. Sergio è ricco e vuole aiutarla. “Mi ero reso disponibile di pagare”. L’ultima loro conversazione avviene alle 12.30 del 13 settembre, poche ore prima del suicidio. Dura 22 minuti. “Si è parlato del parere che dovevo chiedere per il reclamo. L’appuntamento con l’avvocato era stato rimandato. Tiziana non voleva fare più nulla in merito al reclamo, era d’accordo che andassi dall’avvocato il giorno successivo. È stata una conversazione tranquilla, pacata. Non ho usato toni forti, né lei mi ha urlato”. Il dolore di Tiziana riesploderà all’improvviso poco dopo.

“Logge, ’ndrangheta e 007 Vi racconto come funziona”

Era il braccio destro di Giacomo Maria Ugolini, potentissimo massone ma quando questi muore, nel 2006, Cosimo Virgiglio, detto Mino, nato a Rosarno (Reggio Calabria), chiede protezione alla cosca calabrese dei Molè. E lì cominciano i suoi guai. Oggi 52enne, uno dei più credibili collaboratori della Procura di Reggio Calabria, Virgiglio è stato arrestato nel 2009 in un lussuoso albergo con due ristoranti a Monte Porzio Catone, a pochi chilometri da Roma, dove sono finiti parte dei proventi delle attività illecite gestite nel porto di Gioia Tauro. Personaggio assai particolare, che Il Fatto incontra a Firenze, Mino incrocia diversi mondi e lasciarlo parlare (“non posso spingermi troppo oltre, i magistrati stanno indagando”) dà un’idea di come funzioni quel lato del potere che non si vede ma c’è.

Cosimo è un massone, “tegolato” (nel gergo della fratellanza significa sondato, testato, osservato) per mesi quando è studente universitario a Messina. Fa il salto tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei ’90: “Lascio la vita profana, nella nostra visione si dice proprio morire, e abbraccio la fratellanza. Mi sono avvicinato alla massoneria tramite il nobile messinese Carmelo Ugo Aguglia. Iniziai a frequentare il Rotary, trampolino di lancio per il Goi (Grande Oriente d’Italia, ndr). Il tempio di Messina si trovava nella zona del Papardo. Fra gli altri frequentatori di questi ambienti massonici ricordo Franco Sensi, presidente dell’As Roma. Eravamo potenti. Quando il magistrato di Palmi, Agostino Cordova, avviò la sua inchiesta sulla massoneria ci arrivò la soffiata dall’interno del suo mondo: facemmo in tempo a far sparire un sacco di roba”.

In quel periodo Aguglia lo fa entrare nell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro: “È un sodalizio organico al Vaticano – spiega – che aveva a capo tale monsignor Montezemolo, zio di secondo grado del più noto Luca Cordero. Fu lui a celebrare in Chiesa di Sant’Anna la mia iniziazione. All’interno dell’Ordine c’era anche Elio Matacena”. Mino diventa poi l’uomo di fiducia di Ugolini, ambasciatore di San Marino in Vaticano, proveniente da una delle famiglie fondatrici della Repubblica del Titano. “Ugolini era un uomo in grado di aprire ogni porta in Vaticano, anche le più importanti. Ad esempio, quando cercarono di truffarlo per l’acquisto della villa di Carlo Ponti riuscì a riavere i suoi soldi tramite lo Ior”. Ne parla, in un verbale di sommarie informazioni reso nel 2006 al pm Henry John Woodcock, anche Angelo Balducci, Gentiluomo del Papa ed ex presidente del Consiglio superiore delle Opere pubbliche, in seguito condannato a sei anni e mezzo in primo grado nel processo alla “cricca” degli appalti del G8: il denaro destinato a quell’operazione passò anche per le sue mani. “Ugolini – prosegue Virgiglio – divenne decano di tutti gli ambasciatori del mondo nella città del Papa”. Dopo la scomparsa di Ugolini lei si mette da parte? “Sì, vengo fatto fuori e il suo grande impero di contatti viene ereditato da altri, sicuramente anche da parte di un mondo imprenditoriale che ha a che fare con le produzioni vinicole”.

Cosa significa far parte di una loggia massonica? “Non mi riferisco alla massoneria ufficiale. Lì si svolgono cerimonie, qualche favore, ma le cose grosse avvengono nelle strutture disseminate nel territorio che diventano potentissimi intrecci di potere, controllano ogni movimento e risolvono le controversie”. Lei cosa faceva, quale era il suo ruolo? “Tra le altre cose io mi occupavo del Porto di Gioia Tauro. Quando Franco Sensi decise di investire lì, nel ’95, secondo lei cosa fece? Si rivolse a me che ero Maestro Venerabile”. Naturalmente questa è la versione di Virgiglio, Sensi è scomparso nel 2008 e non è possibile chiedergli conferma.

So che lei dava informazioni ai servizi segreti, perché? “Io sono cresciuto all’ombra dei Servizi. Io dovevo passare tutto ai Servizi che dunque avevano un controllo capillare della nostra zona. Certamente non per intervenire. Non è che un carico di droga di una cosca gli interessasse, ma dovevano saperlo”. E cosa gli interessava? “Di sapere dei loro traffici, soprattutto armi. Quando sono stato arrestato avevo con me due registratori digitali che mi avevano dato al Sisde”. Lei si è pentito subito, è così? “Sì è vero, quei due registratori, però, sono scomparsi insieme agli elenchi dei massoni che mi portavo dietro”. Ma è sicuro? Sta dicendo una cosa grave… “Guardi che non la sto dicendo a lei per la prima volta, è già tutto agli atti delle mie deposizioni alla Procura di Reggio Calabria. Nel 2012 feci anche richiesta ufficiale di restituzione e il Gup ordinò la riconsegna che, però, non avvenne mai. Iniziai immediatamente la mia collaborazione con il Ros, non sono mai stato interno alla ’ndrangheta alla quale chiesi protezione dopo la scomparsa di Ugolini. Avevo tre società e se non chiedevo appoggi alle cosche non avrei potuto lavorare, ormai. Ma quegli elenchi sono spariti, io non lì ho più visti, saranno andati persi per sciatteria…”. I Molè sono una famiglia potente? “Sono stati il braccio armato dei Piromalli, famiglia storica insieme ai Pesce e ai Mancuso. Sono queste tre famiglie che decidono cosa accade a Gioia Tauro”.

Come si incrociano una Loggia massonica e una cosca? “Sono realtà diverse e ben distinte, con le proprie tradizioni e i loro interessi. Io parlerei più che altro di fratellanza, per distinguere una struttura come quella a cui appartenevo io, la Loggia Garibaldi, dalla massoneria delle cerimonie. La fratellanza orienta le persone, scompone e ricompone tutti i pezzi del territorio, la ’ndrangheta ha i suoi traffici ma ha bisogno di strumenti finanziari evoluti, quelli glieli mettono a disposizione i fratelli. In mezzo c’è il consenso politico che viene veicolato da questi due poli”. Lei si riferisce al suo territorio come se non ci fossero cerchi decisionali superiori… “Ci sono eccome ma non voglio dire cose che potrebbero disturbare il lavoro investigativo. C’è in corso il processo contro l’ex ministro e attuale sindaco di Imperia, Claudio Scajola (processo Breakfast: Virgiglio viene ritenuto dai pm un valido strumento dell’accusa secondo cui Scajola ha protetto la latitanza di Amedeo Matacena, ndr). Scajola è un personaggio che Ugolini si poteva permettere di lasciare fuori dalla porta, di fargli fare anticamera, anche se oggi è molto protetto… Però posso dire che nel 1993, quando in Italia c’era il caos, ci fu un importante incontro della massoneria internazionale a Santiago di Capo Verde. Ne sono a conoscenza perché c’era Ugolini, fu lui a raccontarmelo. C’era anche l’ambasciatore nicaraguense Robelo (Alvaro, noto in altre inchieste, molto attivo in tutta la penisola italiana, venne segnalato a Giovanni Falcone sin dal 1987 con una relazione sull’Osj, Sovereign Hospitallers Order of Saint John of Jerusalem, una sorta di Cavalieri di Malta deviati che venivano impiegati per riciclare denaro grazie al tipo di organizzazione di cui si erano dotati: ambasciatori, sedi diplomatiche, passaporti, indennità di valigetta, ndr) La preoccupazione dei convenuti – prosegue Virgiglio – era il nostro Paese, la necessità di mettere un po’ d’ordine e di superare le stragi. Decisero lì di liquidare Cosa Nostra, troppo compromessa con il vecchio mondo, aprendo la strada alla mafia calabrese. Penso di poter dire che i fratelli Graviano se li vendettero i De Stefano”. Ma chi altri partecipò a quel consesso? “Lei fa veramente troppe domande, aspetti e vedrà…”.

Mentre mi congeda Virgiglio intravede un amico: “È un fratello di una importante banca”. Perché fratelli si resta a vita.

Lo spettacolo d’arte varia

Noi siamo laici quanto alle opinioni (già Clint Eastwood ci aveva avvertito che “sono come le palle: ognuno ha le sue”) e dunque osserviamo sine ira et studio l’intenso scambio di opinioni riguardo alle opinioni di Marcello Foa, il giornalista che diventerà – volente la commissione di Vigilanza – presidente della Rai. Per i critici, questo Foa non è nemmeno una persona, ma una sorta di cliché ambulante, un contenitore di tutti i babau concettuali con cui i poveri di spirito acquistano (gratis) un cospicuo senso di sé: sovranista, putiniano, anti-vaccinista, maleducato col Colle (che ricambia con “gelido silenzio”), divulgatore di fake news, fascista etc. (le sfumature sono roba da barbieri e chi, conoscendolo o leggendolo, non ravvisasse somiglianze col Foa reale è, ovviamente, un barbiere). Persino in questo disperato stato dell’arte, però, c’è chi riesce a esagerare: scrive Repubblica che il libro di Foa, Gli stregoni della notizia, “spiega come si falsifica l’informazione al servizio dei governi”. Messa così sembra una guida pratica alla falsificazione invece che – quel che è – una sua denuncia. Per dire com’è cambiato l’intellettuale italiano: Traiano Boccalini, nei suoi Ragguagli di Parnaso (1615), difese Machiavelli perché, scrivendo una teoria del colpo di Stato, in realtà ammaestrò gli italiani sulla natura dei loro prìncipi; oggi uno scrive un saggio per smascherare la doppiezza del potere e lo fanno passare per un servo. Diremmo, parafrasando proprio Boccalini, che è una questione di occhiali: ognuno ha quelli che si merita.

Un viceré in colonia, così S. E. il Prefetto esplora la Sardegna

Lunedì scorso Sua Eccellenza Romilda Tafuri si è insediata come prefetto di Cagliari e ha subito inviato alle Autorità Civili, Militari e Religiose della zona Sud della Sardegna un saluto dall’incipit memorabile: “Sono lieta e particolarmente onorata di assumere l’incarico di Prefetto in un territorio unico per la sfolgorante bellezza delle sue spiagge e del suo mare, per il fascino selvaggio del suo interno e per la civiltà più che millenaria della sua gente, profondamente legata ai valori della tradizione, aperta, laboriosa e ospitale, come ho già avuto modo di riscontrare in queste ore”. Viene da chiedere al ministro dell’Interno Matteo Salvini se i prefetti vengono selezionati come turisti per caso o come viceré delle colonie. Nel caso di Cagliari, pare, entrambe le cose. S. E. Tafuri ha spiegato di non essere mai stata a Cagliari nei suoi 64 anni di vita, ma di avere in curriculum una vacanza ad Arbatax e alcune alla Maddalena. E ha detto che “a Cagliari ho ritrovato il mare, da salernitana amo il mare, amo nuotare. La prima cosa che ho notato quando sono arrivata qui è che da questo palazzo, ovunque ci si affacci, si vede il mare”. Cagliari in effetti sorge sul mare.

Sfugge però alla prefetta che la Sardegna è per i turisti uno splendido luogo di vacanza balneare, ma per i sardi è soprattutto una patria difficile dove “il fascino selvaggio” prevalente è quello della miseria. Maurizio Onnis – sindaco di Villanovaforru alle prese con il problema di cui parliamo a pagina 7 – ha accolto la lettera con la calma ospitale dei sardi cara alla prefetta: “Qui lo stereotipo discende per via ufficiale dal centro governativo. Non c’è da stupirsi, certo. Ma fa tanto incazzare”.

Per i burocrati statali lo stereotipo discende dalla tradizione secolare del “ti sbatto in Sardegna” come sanzione suprema. Carlo Vanzina, recentemente scomparso, ritrasse da par suo questo tic coloniale nel film Viuuulentemente mia (1982). L’attonito Diego Abatantuono viene apostrofato dal capo: “Ti sbatto in Sardegna! In Barbagia!”. Reagisce come una prefetta amante del nuoto: “No, Babbagia no! Babbagia no! Almeno Potto Ciervo…”. A destinazione, si sfoga con il collega sardo: “Questa natura non mi si addice, mi è ostica, è una schifezza, e tu ci stai bene, tu ci sguazzi nello schifo, sei una schifezza pure te…”.

I sardi, stia pur serena S. E. Tafuri, sono abituati a essere trattati come razza inferiore da sedicenti compatrioti, fin dai tempi di Cicerone (“un popolo senza lealtà, senza possibilità di associarsi e di congiungersi col nostro popolo”), di papa Gregorio Magno (“Tutti i barbaricini vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano i legni e le pietre”), di Dante (“i soli a risultare privi di un volgare proprio, imitando invece il latino come fanno le scimmie con gli uomini”). Un predecessore della Tafuri, Joseph de Maistre, mandato a Cagliari nel 1799 dai Savoia come Reggente della Gran Cancelleria del Regno, così sentenziava: “Sono più selvaggi dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, ilsardola odia… Razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l’umanità”. Carlo Emilio Gadda nel 1920, appena laureato in Ingegneria, trovò il primo impiego alla centrale elettrica di Portovesme, nel Sulcis. E scriveva sconsolato: “Speravo e cercai di andare un po’ all’estero: invece dell’estero saltò fuori la Sardegna, fiera e amena isoletta nei pressi di Tumbuctu”. Fa sorridere il Gadda ventiseienne che un secolo fa si lamentava di vedere tanta malaria, niente donne e clima “realmente porco”. Invece la prefetta che elogia terra selvaggia e popolo ospitale a poche ore dall’insediamento fa pensare allo stato culturale del ministero dell’Interno.

 

Gesù è venuto tra noi per saziare la nostra fame di vita e di bene

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo (Giovanni 6,1-15).

Per guidarci nella contemplazione del segno del pane, la liturgia domenicale, per cinque settimane a partire da oggi, ci propone brani del capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni. Naturalmente, il pane esprime simbolicamente la condizione essenziale del nostro poter vivere. Tutti abbiamo necessità del cibo, anche se, purtroppo, in molte parti della terra, folle innumerevoli di uomini, donne e bambini sono prive del necessario a causa dell’ingiusta prevaricazione di pochi potenti e dell’incoerente e colpevole distribuzione delle risorse per vivere! La cultura dello scarto del pane, dei viveri e del loro mercato è un grido d’ingiustizia che si spegne nell’indifferenza tanto diffusa e più micidiale.

Il fatto che il gesto di Gesù sia riportato da tutti gli evangelisti fa pensare, perché se orienta alla decisione della fede, non esclude di evidenziare il dovere di dare da mangiare a tutti. Il p. Donatien Mollat, maestro spirituale del P. Carlo Maria Martini, cardinale arcivescovo di Milano, sostiene che “oltre ad essere sintesi dell’attività di Gesù in Galilea, contiene una delle sue più alte rivelazioni su se stesso e un esempio tipico della scelta che s’impone all’uomo in sua presenza” (Dodici meditazioni sul Vangelo di S. Giovanni, Paideia, 1966, p.58).

Per Giovanni, l’iniziativa parte da Gesù che coinvolge Filippo con una domanda impegnativa, provocatoria: dove potremo comprare il pane? Il Maestro non fa considerazioni previe, né rileva che forse sono stati imprevidenti: loro e la folla! Ma vuol rendere chiara l’incapacità dell’uomo a capire e a risolvere il caso. Il segno del pane, in quel frangente, ci presenta l’unica soluzione umana che Filippo e noi sappiamo offrire nella nostra ovvietà priva di compassione: Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare (Mt14,15). Più semplicemente: liquidiamoli, si arrangino con i loro mezzi! Ma il nostro Dio è “compassione”; la stessa che spinge Gesù ad agire subito e ad accompagnare poi il miracolo con sue considerazioni, le più lunghe di tutto il Vangelo giovanneo.

Con quei cinque pani d’orzo e due pesci trovati da Andrea presso un ragazzo, costringe i suoi a far sedere quella moltitudine e lui stesso li serve condividendo il frutto della sua compassione. Fattala sedere esorta i discepoli a servire la folla nel modo più naturale ed accogliente. Egli rende grazie, distribuisce, ordina di raccogliere i pezzi avanzati, riempirono dodici canestri. C’è bisogno di un altro pane, non per i cinquemila ma per tutti, che solo Gesù può procurare, ed è Lui stesso! È questa nostra fame di vita e di bene che Egli è venuto a saziare. Poveri noi se affamati di vita non guardiamo al Messia che la dona. La folla lo cerca per una regalità mondana, ma Egli si ritira per offrire la sua morte e risurrezione.

*Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche