Laganà, Enni Paradisi & C. gli outsider del nuovo Cda

E alla fine spuntò l’outsider. Giovedì i dipendenti Rai di tutta Italia (oltre 13.000 persone) voteranno il loro rappresentante interno per il Cda di Viale Mazzini. E a sorpresa potrebbe farcela Riccardo Laganà, il tecnico di produzione che, dall’ottobre 2011, fa le pulci all’azienda con il suo blog IndigneRai cui ha fatto seguito, nel marzo 2015, la nascita dell’associazione Rai bene comune. Partita in sordina, la sua candidatura ha preso quota strada facendo, andando a raccogliere molto del malcontento tra i dipendenti, specialmente tra quelli di fascia media. Secondo riservati sondaggi interni, sarebbe il favorito, seguito da Gianluca De Matteis (il candidato di Cgil, Cisl, Uil e Ugl) e Roberto Natale (Usigrai). Dei 15 candidati iniziali, già due si sono ritirati dando indicazione di voto proprio per Laganà: Emidio Grottola (altro candidato di IndigneRai) e Piero Pellegrino (sindacato Snater). Oggi è l’ultimo giorno in cui ci si può ritirare. Sarà interessante vedere se ci saranno altre defezioni frutto di alleanze e convergenze.

Siamo ormai alle battute finali della campagna elettorale e i candidati partiti come favoriti – Natale, De Matteis e Stefano Ciccotti di Adrai – stanno cercando di convincere gli altri a convergere su di loro. Tra gli outsider più corteggiati ci sono Alessandra Paradisi, protagonista di un’ottima campagna di comunicazione, e la direttrice di Raigold, Roberta Enni. I candidati, però, lamentano la poca collaborazione di Viale Mazzini, cui hanno chiesto, ottenendoli solo nelle ultime ore, spazi comuni per gli incontri con i dipendenti e dirette streaming con le sedi sparse per l’Italia. L’unico a fare campagna nelle sedi regionali è stato De Matteis, con relative polemiche degli altri. Si vota tutta la giornata di giovedì, fino alle 21, via web.

Chi sono i candidati targati M5S

Ecco chi sono i candidati per il cda Rai targati M5S, che oggi saranno votati sulla piattaforma Rousseau. Claudia Mazzola: dal 2012 è nella redazione politica del Tg1, dove si occupa proprio del M5S. Qualche tempo fa fu attaccata da Rocco Casalino per un servizio del Tg1 che non era piaciuto al Movimento (“il Tg1 fa servizietti”, furono le parole del capo della comunicazione del M5S). M5S, però, su di lei deve avere cambiato idea. È stata anche a Telecamere e Rai Parlamento.

Paolo Favale: avvocato specializzato nella rappresentanza legale delle società, le sue maggiori esperienze sono nel settore comunicazione, nell’audiovisivo e nel diritto d’autore. Per anni ha lavorato nell’ufficio legale della Rai di cui è stato direttore fino al 2014 quando venne licenziato con l’accusa di aver rivelato all’esterno dati sensibili. Dopo diversi ricorsi, giorni fa la Cassazione ha annullato il licenziamento.

Beatrice Coletti: manager televisiva, come si evince dal suo curriculum, ha lavorato a Sky Italia, Fox, Disney Channel, La7, Sole 24 Ore e Freemantle. È stata anche ad del canale Supertennis. Un profilo manageriale e molto televisivo che è sicuramente il suo punto di forza.

Enrico Ventrice: documentarista, filmmaker e produttore televisivo, negli ultimi anni ha lavorato negli Usa per Global Vision Group Newsnet, un’azienda che si occupa di news e produzioni tv. Dopo aver prodotto una 20 documentari all’estero, nell’aprile scorso ha deciso di tornare a lavorare in Italia.

Paolo Cellini: altro uomo azienda, docente della Luiss, ha lavorato in diverse imprese, anche multinazionali. Attualmente a Octo Telematics, è stato anche in Seat Pagine Gialle, Buffetti, Benetton, Invitalia, Disney. Rispetto agli altri ha un profilo meno televisivo.

Veti incrociati Lega-M5S sulle nomine Rai e 007

La lunga settimana delle poltrone si apre con l’indicazione dei rappresentanti del Partito democratico e di Forza Italia per le commissioni parlamentari di garanzia, preludio alle scelte del governo sul Consiglio d’amministrazione Rai e Cassa depositi e prestiti. Può sembrare il segnale di un accordo tra la maggioranza e le opposizione per nominare i presidenti della Vigilanza Rai e dell’influente Copasir, il comitato parlamentare che sorveglia i servizi segreti.

In realtà è soltanto il prologo di uno scontro politico ancora pulsante che si può concludere in due modi: o Cinque Stelle e Lega si dividono sul tema delle poltrone oppure si blocca tutto. Perché resistono due veti. Quello dei leghisti per non assegnare il Copasir a un rappresentante dem, nello specifico al renziano Lorenzo Guerini. Quello dei pentastellati che rifiutano l’ipotesi di consegnare la vigilanza a Maurizio Gasparri di Forza Italia, il senatore emblema del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi e firmatario da ministro di una legge che ha ingabbiato lo sviluppo televisivo in Italia.

Siccome la questione riguarda i numeri e pure la politica, la soluzione costruita negli ultimi giorni colloca gli azionisti del governo gialloverde in posizioni differenti. Con la Lega che vota per Gasparri, ma non per Guerini e il Movimento che vota per Guerini, ma non per Gasparri.

Il rapporto incrociato con le minoranze, sempre mercoledì, si ripropone per le elezione dei consiglieri di Viale Mazzini in Parlamento, due ciascuno tra Camera e Senato. A ogni gruppo spetta una preferenza, dunque per selezionare il secondo è obbligatorio un patto tra due gruppi: da largo del Nazareno, sede del Pd, sono pronti a condividere un nome con Forza Italia, ma i leghisti non sono disposti – in alcuna circostanza – ad aiutare i dem. Così appare assai complicato reperire la maggioranza dei due/terzi in Vigilanza necessaria per indicare il presidente del Cda Rai. Con una rottura sul pacchetto Rai e sul Copasir di mercoledì, immaginare una sintonia nel governo sugli amministratori delegati di Viale Mazzini e Cassa – appena venerdì – è inverosimile.

Però le trattative non s’interrompono e i contatti tra i partiti sono costanti. I Cinque Stelle s’affidano al sottosegretario Stefano Buffagni, che gode della fiducia del vicepremier Luigi Di Maio e di Davide Casaleggio. Il dossier Rai lo segue anche il sottosegretario Vincenzo Spadafora, interlocutore privilegiato dei dem pure sul Copasir. I contatti del Movimento con i leghisti, invece, li cura l’onnipresente Buffagni. Quando si parla di Lega e di nomine ci si riferisce a Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e, in seconda battuta, Massimo Garavaglia. Il no del Carroccio al Copasir per Guerini può far saltare qualsiasi patto tra maggioranza e minoranza. Ancora ieri sera, un leghista molto ascoltato da Matteo Salvini, pronosticava lo slittamento totale delle nomine.

A complicare tutto c’è la sostanziale paralisi del ministero del Tesoro, che è l’azionista di riferimento e il titolare formale dei poteri di nomina tanto per la Cassa Depositi e Prestiti quanto per i vertici della Rai, amministratore delegato e presidente (che verranno però scelti da Di Maio e Salvini). Le mosse del ministro Giovanni Tria risultano incomprensibili a molti: prima ha confermato quasi tutti gli uomini dello staff del predecessore Pier Carlo Padoan, incluso il capo di gabinetto Roberto Garofoli visto da Lega e M5S come espressione di vecchi assetti di potere da contestare. E ora, scaduti i termini per lo spoils system, sembra essersi pentito e ha deciso di affidare a un consigliere parlamentare, Fortunato Lambiase, la segreteria tecnica del ministero che pare destinata a gonfiarsi fino a oltre 20 persone e diventare una sorta di gabinetto parallelo. Con queste oscillazioni, Tria cerca di prendere tempo su tutto. E poiché la scelta dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti (dovrebbe arrivare dalla Bei Dario Scannapieco) influenza quella del direttore generale del Tesoro (ai Cinque Stelle non piace Alessandro Rivera, c’è l’ipotesi di Stefano Scalera) anche a Tria va benissimo rinviare tutto. Fino a quando non si sa.

Conte-Ue: non si trova la notizia

Un traguardopieno di “ma” quello di domenica per i maggiori giornali italiani. Il governo ottiene altri tre sì da Germania, Spagna e Portogallo all’accoglienza di una quota migranti, ma sia il Corriere che Repubblica smorzano i toni ricorrendo agli escamotage grammaticali (o alla posizione nel giornale). Il Corriere è più obiettivo, riporta la notizia in seconda pagina: “Migranti, sì di mezza Europa a Conte. Ma Praga fa muro”. Repubblica, invece, sembra aver ignorato la faccenda. Almeno fino a pagina 14 dove, a sorpresa, compare il titolo: “Caos migranti, c’è il sì di cinque Paesi. Il governo esulta, ma non è la svolta”. Anche La Stampa sembra apprezzare molto la versatilità della salvifica congiunzione avversativa: a pagina 6 titola “Migranti, altri sì all’Italia ma Visegrad spacca l’Ue”. In prima pagina, i sì non sono presenti. “Migranti, i Paesi dell’Est dividono l’Ue” sembra essere infatti la notizia (che tanto nuova non è).

Non molto diversa la situazione nelle altre prime pagine: “Navi e migranti, l’Europa spaccata sull’accoglienza” è il titolo – in evidenza – del Corriere mentre Repubblica non richiama la vicenda nei titoli in prima.

Bonafede dovrà decidere se autorizzare l’indagine contro il collega del Viminale

L’istruttoria è aperta e la questione rischia di mettere contro M5S e Lega, governo e magistratura. Il ministero della Giustizia, guidato dal grillino Alfonso Bonafede, sta valutando se autorizzare o meno l’indagine per vilipendio degli organi giudiziari avviata contro il ministro dell’Interno (e leader della Lega) Matteo Salvini. In via Arenula – riportano le agenzie – si fa notare che considerati i principi del movimento “non si guarderà in faccia a nessuno”. Nei giorni scorsi il procuratore di Torino, Armando Spataro, ha inviato al ministero il terzo sollecito sul caso. L’inchiesta è stata avviata nel febbraio 2016 dopo le parole pronunciate da Salvini contro le toghe a Collegno, a margine del congresso della Lega Nord del Piemonte. All’epoca europarlamentare, aveva difeso l’allora assessore ligure Edoardo Rixi (ora sottosegretario alle infrastrutture), rinviato a giudizio per lo scandalo dei rimborsi regionali in Liguria. “Se so che qualcuno nella Lega sbaglia – aveva detto Salvini – sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana”. Il giorno dopo, la Procura aveva aperto un fascicolo ipotizzando il reato di vilipendio all’organo giudiziario, punito con sanzioni tra i mille e i 5 mila euro. Il leader del Carroccio aveva replicato: “Ci sono tanti giudici che fanno benissimo il loro lavoro, in prima linea contro mafia, camorra e ’ndrangheta. Purtroppo ci sono anche giudici che lavorano molto di meno, che fanno politica, che indagano a senso unico e che rilasciano in 24 ore pericolosi delinquenti”. Il codice penale prevede che per poter proseguire l’inchiesta, affidata alla Digos della Questura di Milano, serva l’autorizzazione da parte del guardasigilli, chiesta per tre volte ad Andrea Orlando e mai arrivata. Adesso, dopo 29 mesi, la procura torinese si aspetta una risposta. Se positiva l’inchiesta proseguirà, altrimenti verrà chiusa. Una settimana fa Salvini aveva contestato Spataro, secondo il quale la chiusura dei porti ai migranti era una grave violazione delle norme internazionali.

Oggi Salvini incontrerà il carabiniere che inneggia al Duce su Facebook

È confermato, il ministro degli Interni Matteo Salvini oggi sarà a Fermo per le cerimonie di inaugurazione dei Presidi provinciali delle Forze dell’ordine. Non solo: incontrerà anche l’appuntato scelto Gianluca Giaccio della Compagnia dei carabinieri di Fermo, nelle Marche. Appuntato che nei giorni scorsi, nel quartiere Tirassegno, era stato ferito riportando un trauma al ginocchio e alla caviglia, da un richiedente asilo nigeriano in stato di ebbrezza, arrivato in città con il progetto S.P.R.A.R. (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), da dove, sembrerebbe essere andato via da diversi mesi in attesa del ricorso in Cassazione, dopo che la richiesta di asilo era stata rigettata anche in Appello.

Non è un mistero che l’appuntato Giaccio, difeso dall’assessore all’Ambiente del Comune, l’avvocato Alessandro Ciarrocchi (si è costituito parte civile per la vicenda del nigeriano), frequenti ambienti leghisti, così siamo andati a sfogliare il suo profilo Facebook. E con grande sorpresa abbiamo visto diverse foto di pistole con la scritta: “L’unica canna da legalizzare”. Post in cui, per commentare il filmato del programma Dalla Vostra Parte, titolato “È di nuovo caos immigrati e a Messina esplode la rivolta”, si diceva: “Sempre più schifato di vivere in questa Nazione, Che vergogna…Benito si sta rivoltando nella tomba…è ora Fuoco Fuoco Fuoco Fuoco”.

E ancora la condivisione di un video in cui il commento più soft è il seguente: Hitler che dice: “Piacere sono il nuovo ministro per l’integrazione” e sotto la foto di immigrati con gli occhi sbarrati dal terrore. Ma stranamente, pochi minuti prima che il Viminale ufficializzasse l’incontro del ministro, l’account dell’appuntato Giaccio è stato chiuso. Per sapere cosa gli dirà il ministro dovremo attendere un suo twitter, visto che l’incontro sarà vietato ai giornalisti.

Camera, nell’era gialloverde il question time diventa spot

Il clou finora l’ha raggiunto Davide Tripiedi, deputato pentastellato alla prima legislatura, che, nella controreplica a Luigi Di Maio – che rispondeva a un’interrogazione a risposta immediata di un altro grillino, Sebastiano Cubeddu – si è sperticato in lodi nei confronti del ministro del Lavoro. “Siamo veramente soddisfatti della risposta e, me lo faccia dire, siamo proprio orgogliosi di lei (…) Le dico la verità: lei sta compiendo un atto insolito (…) Finalmente il Parlamento e il governo si occupano delle ingiustizie!”. Siamo a Montecitorio, durante il question time del 27 giugno scorso. Come tutti i mercoledì, alle tre di pomeriggio, ci sono le interrogazioni a risposta immediata, ovvero lo strumento con cui i deputati chiedono all’esecutivo di rendere conto sui più svariati argomenti. Nel caso in questione si parlava di ricalcolo pensionistico.

Il question time di solito è uno degli strumenti con cui le opposizioni chiedono conto ai ministri dell’azione di governo e fanno le pulci alla maggioranza. In questa legislatura, invece, sembra essersi inaugurato il “question time spot”: le interrogazioni vengono utilizzate da parlamentari della maggioranza (Lega e M5S) per dare al ministro di turno l’opportunità di rendere pubblico il lavoro svolto o quello che si vuole fare. Il deputato chiede, il ministro risponde e il parlamentare, nella contro-replica, si ritiene “soddisfatto”, o “davvero soddisfatto”, o “molto contento”, o addirittura “contentissimo”. Mercoledì scorso, per esempio, il leghista Christian Invernizzi ha chiesto al ministro degli Affari Regionali, Erika Stefani (Lega), a che punto è l’iter dell’autonomismo regionale, dichiarandosi, dopo la risposta, “più che soddisfatto quantomeno dell’impegno che sicuramente lei personalmente, anche per sua storia personale e politica, sta mettendo un questo processo”. Poi Alessandra Carbonaro (M5S) ha interrogato il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, sul “piano straordinario di assunzioni nel settore cultura”. Risposta del ministro e contro-replica della grillina Vittoria Casa: “Ministro, le sue parole sono una grande boccata d’ossigeno per i lavoratori del settore!”. Non mancano, poi, le interrogazioni dell’opposizione, ma la novità di questo inizio di legislatura è l’uso propagandistico del question time da parte della maggioranza, secondo una strategia di comunicazione che sembra studiata a tavolino.

“Il question time va in diretta televisiva. Perché dovremmo lasciare i nostri ministri in balìa delle opposizioni? Può essere uno strumento utile per far conoscere l’attività del governo, quindi va sfruttato”, conferma il leghista Invernizzi, intercettato in Transatlantico a fine seduta. “Interrogazioni di parlamentari della maggioranza al proprio governo accadevano anche in passato. Ma spot all’esecutivo in maniera così smaccata non si erano mai visti. Non so se sia frutto di una precisa strategia o dell’inesperienza dei nuovi. Così, però, diventa una sceneggiata”, ragiona Stefano Ceccanti (Pd). “Nessuna strategia. Come tutti i gruppi, anche noi chiediamo conto al governo di ciò che sta facendo. Se poi siamo soddisfatti delle risposte, perché non dirlo?”, fanno sapere dal gruppo 5 Stelle alla Camera.

Da quando si è insediato il governo (primo giugno), si sono tenuti 4 question time, con 26 interrogazioni a risposta immediata, di cui 9 da parte di parlamentari della maggioranza (una su tre) che, volutamente o no, si sono trasformati in una vetrina per l’esecutivo e una sponda per il ministro di turno. E’ stato chiamato pure Matteo Salvini, naturalmente da un deputato leghista, Gianluca Vinci. “Signor ministro, grazie per la risposta. A nome dei firmatari mi dichiaro sinceramente soddisfatto…”.

Matteo mondiale, sognando Putin

Il salvini di giornata, in libera uscita a Mosca. Ore 11: “Impegno comune di Italia e Russia per la stabilità dei Paesi del Nord Africa, per la lotta al traffico di esseri umani e all’immigrazione clandestina, per il contrasto al terrorismo islamico, al traffico di droga e di armi, per la prevenzione del fenomeno dei foreign fighter, per la cybersicurezza” (Facebook, dopo il colloquio con due rappresentanti del Consiglio di Sicurezza russo). Ore 11 e 20: “Non c’è stato nessun volo di Stato, sono arrivato su un normalissimo volo di linea. La mia presenza alla finale dei Mondiali era organizzata dalla Fifa” (Mosca, conferenza stampa). Ore 11 e 30: “In questo momento ci sono due navi di Ong dalla Spagna in acque libiche, è evidente la complicità con il business dello scafismo”. (Mosca, conferenza stampa). Ore 12: “Il veto sulle sanzioni Ue contro la Russia è una extrema ratio a cui l’Italia pensa che non sarà necessario ricorrere, ma non è da escludere” (Mosca, conferenza stampa). Ore 13: “L’Unione europea vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome, o si cambia o saremo costretti a muoverci da soli” (Twitter). Ore 18 e 30: “Mi piacerebbe che il prossimo vertice si svolgesse in Italia, per parlare con forza e coraggio di sicurezza, pace, lavoro e crescita economica. Buon lavoro Presidenti! #TrumpPutin” (Twitter).

 

Otto soffocati nel container frigo 28.000 rimpatriati da Al Serraj

Otto migranti, tra cui sei bambini, sono morti soffocati per aver inalato vapori di benzina in un container merci a Zuara – città sulla costa libica a ovest di Tripoli – da cui è partito anche l’ultimo barcone con 450 migranti. In totale sono 90 i migranti, ricoverati in condizioni critiche, che viaggiavano all’interno del container frigo. E ieri, l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini alla conferenza stampa a margine del Consiglio Affari esteri a Bruxelles, fornisce i numeri sui rimpatri: “Il lavoro fatto l’anno scorso ha portato a dei risultati: i migranti dai paesi terzi che volontariamente sono ritornati dalla Libia nei loro paesi di origine attraverso l’Oim e con il sostegno finanziario dell’Ue nei primi sei mesi dell’anno sono stati 28mila”. E ancora: “Gli arrivi sulle coste europee dalla Libia che sono calati dell’85% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ciò dimostra che il lavoro fatto l’anno scorso sta portando risultati”.

Operazione “Themis” e centri nell’Ue: il piano per la missione navale

Il governo Conte passa alla fase due: aver ottenuto la condivisione da Francia, Germania, Malta e altri Paesi della gestione dei 450 migranti sul barcone arrivato a Pozzallo dalla Libia diventa la base per ridiscutere le condizioni delle missioni navali europee, Eunavfor Med “Sophia”, che scade il 31 dicembre 2018, e Triton. Dopo l’estate è prevista la revisione delle regole di ingaggio di cui si discute già in questi giorni con le riunioni di un apposito comitato.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ieri ha proposto: “Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici porti sicuri”, così che anche le navi militari possano riportare verso la Libia i migranti che salvano nell’ambito delle loro azioni di lotta ai trafficanti. Non si può fare, gli ha subito risposto l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini. La Libia non ha mai ratificato neppure la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che quindi non si possono rimandare in blocco le persone verso il Paese. E inoltre – ha osservato la Mogherini – questa richiesta “non è stata sollevata dall’Italia al Consiglio”, cioè nelle riunioni ufficiali. E l’unica revisione del mandato di Eunavfor Med, in autunno, sarà di affidare alle navi sotto coordinamento Ue (che rispondono alla Mogherini) anche il compito di contrastare il traffico di petrolio dalla Libia.

Dietro le ormai abituali provocazioni di Salvini, infatti, il premier Giuseppe Conte continua a seguire una strategia molto più pragmatica elaborata dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. L’Italia chiederà, già oggi al Cops, il Comitato politico e di sicurezza che si riunisce a Bruxelles, che diventi subito operativa la missione navale Themis. Approvata in febbraio ma non ancora efficace, Themis è l’erede di quella Triton negoziata nel 2014 dal governo Renzi. Con Themis c’è una differenza importante: “Triton prevedeva che chiunque venisse salvato dovesse essere portato in Italia, Triton lascia la decisione sullo sbarco al Paese che coordina la singola operazione di soccorso”, spiegava il primo febbraio scorso alla Reuters Izabella Cooper, una portavoce di Frontex, l’agenzia dell’Ue che si occupa della sicurezza alle frontiere e che coordina Triton e Themis.

Il governo Conte vuole quindi mantenere il controllo della nuova missione anche per sfruttare un altro punto delle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno, che già sono state la base per chiedere agli altri Stati membri di farsi carico su base volontaria di parte dei 450 migranti. Quelle conclusioni auspicano la creazione di “centri sorvegliati istituiti negli Stati membri” per chi viene salvato. Il plurale indica che non devono essere soltanto in Italia.

La linea di Conte e Moavero è questa: poiché il barcone libico a Pozzallo ha stabilito il precedente che chi arriva, prima che venga stabilito se è un potenziale rifugiato o un migrante economico, è sotto responsabilità condivisa, ogni Paese dovrà avere un posto dove portare queste persone. Una volta costruiti i centri, con la regia italiana dell’operazione Themis (e di Eunavfor Med) e senza più l’obbligo di portare tutti in Italia, il Trattato di Dublino che impone la presa in carico dei richiedenti asilo al Paese di primo approdo, cioè l’Italia, sarebbe superato nei fatti senza bisogno di faticose modifiche normative.

Non sarà facile, perché anche nel Comitato politico e di sicurezza in tanti possono bloccare il piano, ma questo è il tentativo.