Rinviato a giudizio per concorso in riciclaggio l’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini. Lo ha deciso il gup Tamburelli che ha mandato a processo anche la compagna di Fini, Elisabetta Tulliani, il padre e il fratello di quest’ultima, Sergio e Giancarlo, e il “Re delle slot” Francesco Corallo. Il processo è stato fissato per il 30 novembre. Un capitolo dell’indagine si riferiva all’opaca operazione di compravendita dell’appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità dalla contessa Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale. Rinviati a giudizio anche altri cinque indagati tra i quali il parlamentare di Forza Italia Amedeo Laboccetta.
“Via del Tritone” ricorda il collega Dido Sacchettoni
Una pagina Facebook per ricordare Dido Sacchettoni, storico inviato de Il Messaggero scomparso nei giorni scorsi. Si chiama “I ragazzi di via del Tritone” (sede storico del quotidiano), la pagina del social network che potrebbe diventare un giornale on line per “ritrovarci e dare nuovo smalto al giornalismo di una volta, quello vecchio stampo, non dell’opinionismo ma dei fatti e delle inchieste”, come ha detto Vittorio Emiliani, ex direttore de Il Messaggero e sostenitore dell’iniziativa. Alcuni giornalisti – tra loro ci sono firme storiche e attuali come Marida Lombardo Pijola e Gianni Giovannetti – nel voler ricordare il collega scomparso, oltre ad avergli dedicato un necrologio, cui peraltro hanno partecipato 104 firmatari, per omaggiarlo hanno pensato di fare qualcosa in linea con il pensiero e il modus operandi di Sacchettoni. Da qui, la pagina sul social, ancora in fase di lavorazione, sebbene chi ha aderito abbia già le idee chiare: “È l’occasione per chi come me”, ha detto Emiliani, “che sia in pensione oppure no, vuole ritornare a divertirsi, a fare del vero giornalismo”. E ha concluso: “È come ritornare ai tempi d’oro de Il Messaggero, quando si era professionalmente felici”.
Bagnini siciliani in spiaggia. E il consigliere leghista protesta
Prima gli italiani. Anzi no, i livornesi. Capita che a San Vincenzo (località balneare a sud di Livorno) il Comune rimanga scoperto di bagnini: due bandi andati deserti, l’offerta aumentata di 30mila euro per attrarre i giovani in cerca di occupazione e l’incubo di non aprire nemmeno gli stabilimenti balneari.
Così il Comune si rivolge a un’azienda di Mazara del Vallo (Trapani), la Multiservice Italia Srls, attiva già nelle vicine spiagge di Cecina e Castiglione della Pescaia e in grado di portare rinforzi: dalla Puglia e dalla Sicilia vengono reclutati due bagnini sui quattro mancanti riuscendo così a coprire tutta la zona. Se non fosse che anche la ex rossa Toscana ormai sia diventata terra della Lega, che grida allo scandalo: “Sono rimasto perplesso nell’apprendere che i bagnini operativi sulle spiagge comunali a San Vincenzo proverranno da Mazara del Vallo – scrive in una nota il consigliere regionale del Carroccio Roberto Biasci –. Possibile che non si sia trovata la disponibilità di qualche aitante giovane locale che potesse avere le giuste caratteristiche per svolgere questa attività?”. Biasci oggi chiederà spiegazioni in Consiglio Regionale anche sui costi dell’operazione che dovrebbero attestarsi intorno ai 50 mila euro: “È possibile che in un momento come questo in cui non c’è lavoro, non ci fosse alcun giovane del posto disposto a fare il bagnino? – continua il consigliere –. È stata data la prevalenza ai ragazzi siciliani e io voglio capire il motivo”.
Per il sindaco di San Vincenzo, Alessandro Bandini, invece “non c’è stata alcuna discriminazione geografica”: “Se sono stati assunti lavoratori da altre Regioni significa che i nostri residenti non sono interessati o sono già occupati – replica –. E poi i posti di lavoro non hanno colore politico e non possono essere scelti in base alla Regione di provenienza”.
Tre anni per falsa testimonianza a uno dei testi del caso Manca. Ingroia: “Il giudice non archivi”
Tre anni di reclusione è la pena inflitta dal tribunale di Messina il 13 luglio scorso a Lelio Coppolino e Andrea Barresi per aver testimoniato il falso durante il processo per l’omicidio di Beppe Alfano, avvenuto nel 1993. I fatti risalgono al 1996, l’anno in cui si svolse il processo per l’assassinio a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) del giornalista antimafia e i due, chiamati a deporre, portarono i magistrati nella direzione sbagliata. Secondo la sentenza Andrea Barresi mentì ai giudici dicendo di aver passato la sera dell’uccisione con Antonino Merlino, risultato poi essere il killer di Alfano, mentre Coppolino ritrattò in aula le parole dettedurante le indagini preliminari quando aveva affermato di avere visto la sua auto la sera del delitto sul luogo dove poi sarebbe avvenuta la sparatoria contro Alfano.
Ma questa sentenza rischia di avere effetti anche in un altro processo su una vicenda nella quale da anni si ipotizza l’implicazione della mafia. È quello sulla morte, attribuita a overdose di eroina, di Attilio Manca, il medico urologo che si sarebbe occupato del boss Bernardo Provenzano durante la latitanza di quest’ultimo nel 2004 (Zu Binnu fu poi arrestato nel 2006 ed è morto nel 2016). Il Tribunale di Viterbo ha condannato la spacciatrice accusata di aver venduto a Manca, considerato un “tossicodipendente anomalo”, la dose letale, ma non ha mai convinto la famiglia che tramite i suoi legali Antonio Ingroia e Fabio Repici ha chiesto nuove indagini tuttora in corso a Roma. Coppolino era stato un importante testimone del processo, in un primo momento aveva dichiarato che il medico non era un drogato per poi improvvisamente ricredersi e dire di essersi drogato con lui per anni. La sua condanna per falsa testimonianza nel processo Alfano, secondo l’avvocato Ingroia, “ dimostra chiaramente la sua inattendibilità e rappresenta un motivo in più per opporsi all’archiviazione dell’inchiesta su Manca”.
Mafia: preso Giuseppe Corona, barista e “re del riciclaggio”. Postava foto di Di Maio nel locale
Sei milioni di euro di Cosa Nostra investiti nei bar delle arancine, in rivendite di tabacchi, in locali e immobili in affitto: c’è un pezzo di economia criminale sommersa che ripulisce il denaro sporco tra le vie e le piazze della cosiddetta ‘’Palermo bene’’ nell’operazione ‘Delirio’ della Guardia di Finanza che ieri ha condotto in carcere 24 (quattro ai domiciliari) affiliati del clan di Porta Nuova, tra cui un penalista già sospeso dall’albo, Nico Riccobene, svelando il volto della mafia palermitana 2.0.
Su Facebook, infatti, il nuovo (presunto) re del riciclaggio, Giuseppe Corona, figlio di un boss assassinato, aveva postato una foto di uno dei suoi locali con il ministro Luigi Di Maio e il vicepresidente dell’assemblea regionale siciliana, Giancarlo Cancelleri, insieme al presunto prestanome, Fabio Bonaccorso, cognato di Corona. “Di Maio e Cancelleri sono andati a prendere un caffè in quel bar dopo un incontro elettorale – ha replicato l’ufficio stampa dei grillini – i gestori, come spesso capita, chiesero una foto ricordo e non c’era alcun motivo per rifiutarla”.
Decine di perquisizioni e sequestri di 15 attività commerciali per un valore pari a 6 milioni di euro, oltre a 19 divieti di dimora a Palermo è l’ulteriore bilancio dell’operazione coordinata dall’aggiunto Salvatore De Luca e dai pm Roberto Tartaglia, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Siro De Flammineis, che vede tra gli arrestati cognomi già noti alle forze dell’ordine, come quello di Raffaele Favaloro, figlio di Marco, il pentito che partecipò come autista al delitto di Libero Grassi, l’imprenditore che per primo si ribellò al racket del ‘’pizzo’’. A lui, come il padre, ritenuto uomo di fiducia della famiglia Madonia, gli investigatori contestano attività di riciclaggio attraverso negozi di Compro Oro, utilizzando inoltre i consigli dell’avvocato Riccobene per evitare il sequestro dei beni.
Spari contro la casa di un giornalista, tre colpi entrano nella stanza dei figli
Due colpi di pistola poco sopra la finestra del primo piano. Altri tre colpi direttamente nella stanza dove dormono i ragazzi. Il primo ha mandato in frantumi il lampadario, il secondo si è infilato in un armadio, il terzo si è conficcato a 50 centimetri dalla testiera del letto. Non hanno sparato per uccidere, ma per intimidire. Eppure non erano dilettanti. Anzi, quei cinque colpi nella notte contro una bivilla alla periferia di Padova, nel quartiere di Chiesanuova, hanno costituito un avvertimento in perfetto stile malavitoso. Il che contrasta parecchio con chi vive in quella casa, ovvero Ario Gervasutti, 55 anni, friulano di origine, giornalista di primo piano in Veneto. Ha lavorato per una dozzina di anni a Il Giornale di Milano. Poi ha diretto per quasi sette anni Il giornale di Vicenza, nel periodo caldo dello scandalo della Banca Popolare di Vicenza. Al Gazzettino ha fatto l’inviato speciale, prima di ritornarvi come caporedattore.
Un tempo sparavano così quelli della Mala del Brenta. Quarant’anni fa lo facevano quelli di Autonomia Operaia, mirando però alle gambe dei loro obiettivi politici, come avvenne con Antonio Garzotto, cronista del Gazzettino. Da allora non ci sono stati altri giornalisti bersaglio di attentati. Perchè prendersela con Gervasutti, la moglie e i due figli? ”Siamo di fronte a un avvertimento mafioso, ma con me hanno sbagliato indirizzo. Io non mi piego e non derogo al mio modo di fare giornalismo che è quello di scrivere pane al pane e vino al vino”, ha commentato l’interessato a caldo, visibilmente scosso. È stato svegliato poco prima delle due di notte. In casa, un inferno. Ha chiamato i carabinieri e la zona è stata isolata. “Non posso pensare che a uno sbaglio”, ha aggiunto al mattino uscendo dal Nucleo Investigativo. “Me lo auguro per la tranquillità della mia famiglia, ma mi preoccupa pensare che ci siano dei pazzi che vanno in giro a sparare”. Un fatto personale? Un errore? Un avvertimento al giornalista? Sono queste le tre ipotesi di un’inchiesta non facile. La prima viene esclusa, anche perchè lo stesso Gervasutti ha detto: “Non ho mai ricevuto minacce”. Per verificare che gli attentatori non abbiano sbagliato casa si sta indagando sui vicini. “Non li conosco, con loro ho solo rapporti formali. Da anni parto al mattino per andare in redazione e torno alla sera”.
Si cerca quindi nella sua attività professionale. Da direttore aveva contatti soprattutto con ambienti politici ed economici, sono ormai lontani i tempi della gavetta e delle inchieste sul campo. La permanenza al Giornale di Vicenza ha coinciso con lo scandalo che ha travolto la Popolare di Gianni Zonin e anche un bel po’ di imprenditori (tra indagati e vittime del crac), che sono gli azionisti di riferimento del quotidiano berico. Ma da quei fatti giudiziari ai colpi di pistola ce ne corre. Durante la direzione di Gervasutti ci fu il caso del benzinaio Stacchio che a Ponte di Nanto sparò contro una banda di giostrai e ne uccise uno. In quell’occasione il giornale prese le difese di Stacchio e dei cittadini minacciati, ma da allora sono trascorsi molti anni. Insomma, l’indagine non trascura nessuna pista. Solidarietà del governatore Luca Zaia (“Un attacco contro opinioni e idee”), di Fnsi e Ordine dei giornalisti. E di Salvini: “Prenderemo chi è stato”.
“Sindone, metà delle macchie di sangue sono false”
Ancora ombre sulla Sindone. Secondo un esperimento condotto in “ stile Csi da Matteo Borrini, della Liverpool John Moores University, e da Luigi Garlaschelli, del Comitato per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap) e pubblicato sul Journal of Forensic Sciences, almeno la metà delle macchie di sangue sarebbero false. “Non abbiamo analizzato la sostanza che ha formato le macchie, ma abbiamo voluto verificare come potrebbero essersi formate sulla figura della Sindone”, ha spiegato all’agenzia Ansa Borrini. Per farlo è stata simulata la crocifissione su uno degli autori, Garlaschelli, utilizzando sangue sia vero sia artificiale. “Abbiamo simulato la crocifissione con croci di forma diversa, di diversi tipi di legno e con posizioni differenti del corpo”, ha rilevato Borrini. È emerso che la macchia sul torace è compatibile con la posizione di un uomo crocifisso, così come “le macchie sugli avambracci, le quali indicano che le braccia erano estese verso l’alto, in una posizione superiore a 45 gradi”. Invece le macchie su polsi e regione lombare “non trovano giustificazione con nessuna posizione del corpo, né sulla croce né nel sepolcro”.
“L’aggravante dell’alcol nello stupro non c’è se la vittima si ubriaca da sola”
“Si deve rilevare che l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante” dell’aver usato sostanze alcoliche per commettere la violenza sessuale. Scrive così la Corte di Cassazione nella sentenza su uno stupro di gruppo avvenuto nel 2009 nel Bresciano. Imputati due cinquantenni. Una pronuncia che ha suscitato aspre polemiche. C’è chi vi ha visto una negazione della responsabilità dei violentatori che hanno abusato di una persona ubriaca. Tanti i commenti, soprattutto dal mondo politico, come quello di Alessia Rotta (Pd): “Torniamo indietro di decenni”.
A ben guardare, però, la Suprema corte non va in questa direzione: “Per l’esistenza dell’aggravante – si legge nelle 11 pagine della sentenza – l’uso delle sostanze alcoliche deve essere ‘necessariamente strumentale’ alla violenza sessuale: in sostanza deve essere l’autore del reato che usa l’alcol per la violenza somministrandolo alla vittima. Invece l’uso volontario incide sì, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza di un’aggravante”. È rilevante, secondo la sentenza anticipata dall’Ansa, la mancanza del valido consenso in seguito all’uso di alcol. Anche se è la vittima ad averlo assunto volontariamente. Quindi nessuna negazione della responsabilità se la vittima è ubriaca, in particolare se il violentatore approfitta dell’inferiorità psichica o fisica determinata dalle sostanze “anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcol e droghe rilevando solo la sua condizione di inferiorità conseguente all’assunzione delle sostanze”. Ma l’aggravante della “violenza commessa con l’uso della sostanza alcolica” è un’altra cosa.
Tutto comincia nel 2009, quando una ragazza denuncia due conoscenti per violenza sessuale. Racconta di essere andata a cena con loro. Ammette di aver bevuto. Un’atmosfera amichevole, fino alla terribile violenza: i due trascinano la donna in camera, la spingono sul letto, le saltano sopra, poi la spogliano e la costringono a un rapporto. In primo grado, però, arriva l’assoluzione: la donna non viene ritenuta del tutto attendibile. Emerge che avrebbe anche assunto droghe e che ha telefonato al suo presunto aggressore dopo la violenza. In secondo grado arriva la condanna: i giudici, in base anche al referto medico, ritengono che ci sia stata violenza. I due cinquantenni sono condannati a tre anni di reclusione ma ora la pena dovrà essere ridefinita senza quell’aggravante speciale.
Chili di troppo, le strane idee delle fan di Chiara Ferragni
Asettembre Chiara Ferragni si sposa a Noto, in Sicilia, e ha già annunciato che i festeggiamenti dureranno tre giorni, anche perché la cittadina verrà “travestita” grazie a fiori, luci e ruote panoramiche da Festival di Coachella. Insomma, grazie al tocco magico dell’influencer, Noto passerà dall’essere capitale del barocco a capitale del tarocco. Ignorare la notizia sarebbe un buon proposito, se non fosse che la Ferragni ha organizzato un addio al nubilato a Ibiza che ha avuto una copertura mediatica ben superiore a quella dei Mondiali di calcio e dell’ultima dichiarazione di Salvini che non so quale sia, ma pure fosse “Non mangio mai cavolfiori che poi mi si impuzzolisce la cucina”, sarà già l’apertura di tutti i tg nazionali.
La Ferragni, che è solita festeggiare le ricorrenze che la riguardano con sobrietà (per il suo ultimo compleanno aveva noleggiato un Frecciarossa, suo figlio Leone era già su Instagram quando non aveva neppure tutta la testa fuori, Fedez le ha chiesto di sposarlo all’Arena di Verona in diretta tv) ha deciso di dire addio al suo stato di nubile in una località isolata, mistica, meta di pellegrinaggi e ritiri ascetici in compagnia di pochi intimi: Ibiza. Con 19 amiche.
Le amiche, ovviamente, in cambio della vacanza a scrocco che Chiara ha rimediato a sua volta a scrocco dagli sponsor e di qualche foto destinata a finire su una pagina Instagram da 13 milioni di follower, si sono prestate alle gag mediatiche preparate a tavolino dalla Ferragni. Tali gag prevedevano che tutte indossassero un bomber acrilico il 12 luglio perché era il bomber acrilico dello sponsor (con su scritto #chiaratakesibiza), nonché un costume rosso dello sponsor, intero e sgambato da immortalare in piscina, in una foto di gruppo che ha scatenato una polemica infinita sui social e sui giornali.
Se pensate che la polemica sia stata in difesa di queste povere amiche costrette a fare marchette indossando la divisa per un weekend al mare, roba che manco la vacanza con l’Inps di Fantozzi, avete sbagliato di brutto. Le poverette sono state descritte come “rotonde e felici, assieme a Chiara con i suoi cinque chili in più guadagnati con la gravidanza” da una giornalista del Corriere della Sera che sui fianchi possiede a sua volta cinque chili in più ben nascosti sotto la maglietta. Di tritolo, però, perché è evidente che si tratta di una kamikaze. Maria Teresa Veneziani infatti (questo è il nome della suicida), è stata cazziata pubblicamente dalla Ferragni, la quale nelle sue storie l’ha accusata di bodyshaming, provocando un’onda di indignazione che io toglierei momentaneamente la scorta a Roberto Saviano per darla alla Veneziani, almeno finché Chiara non pubblicherà la sua prossima storia in cui Leone vomita sulla sua canotta Blumarine e tutto sarà dimenticato.
Ora, è evidente che la giornalista ha scritto una cosa superflua e fessa: superflua perché la forma fisica delle amiche di Chiara Ferragni non era una notizia e fessa perché, per giunta, la più rotonda era una taglia 38. Ancora più fessa l’osservazione sui cinque chili in più della Ferragni anche perché se togli cinque chili alla Ferragni, della Ferragni rimangono tibia e ciglia finte.
Il Corriere ha cercato di rimediare in corsa: ha tolto “le amiche sosia rotonde e felici”, l’ha corretto con “amiche sosia atletiche e felici” e infine ha scritto solo “le amiche sosia”, che poi è stata la prima correzione indovinata visto che a quel punto si sentivano tutte e diciannove chiatte e pure infelici. Da qui, il corto circuito. Le fan della Ferragni hanno ricordato in massa alla giornalista che non si offendono le donne sul web dandole della stronza-acida-giornalista di merda, ma, soprattutto, la Ferragni è diventata improvvisamente la paladina delle forme, del fianco generoso, dei cuscinetti sulle chiappe, delle donne rotonde, lei che di rotondo ha, al massimo, il vinile di una collezione di Fedez.
Lei che a 17 giorni dal parto ha fotografato in palestra la sua pancia già sgonfia e tonica, dicendo che c’era ancora molto lavoro da fare. Lei che per anni ha esibito un corpo di una magrezza che ha spesso allarmato stampa e fan e che della magrezza ha fatto a tal punto la sua ossessione da rispondere a una commentatrice scema che le faceva notare un accenno di pancia: “Ho partorito 5 mesi fa”, non “Chi se ne frega se ho la pancia!”. Lei che del selfie perfetto ha fatto (legittimamente) la sostanza.
Insomma, una giornalista che dovrebbe scrivere di costume e si sofferma sulle forme in un costume da bagno, una che vive a dieta e diventa paladina delle ragazze in carne, le fan che chiedono alla giornalista di non fare l’hater e diventano hater della giornalista. Doveva essere un addio al nubilato. È stato un arrivederci alla coerenza.
Morti sul lavoro, operaio schiacciato da una lastra
Un operaio di 53 anni è morto schiacciato da una lastra di metallo pesante alcuni quintali. L’incidente si è verificato attorno alle 13.30 a Roveredo in Piano, all’interno delle officine meccaniche Cimolai, azienda specializzata in carpenteria metallica.
L’uomo, operaio specializzato in azienda da 10 anni, stava eseguendo delle lavorazioni da solo quando è stato centrato dal pesante manufatto. Nonostante i soccorsi, per l’operaio non c’è stato nulla da fare: i medici hanno solo constatato il decesso. Indagano i carabinieri e gli ispettori dell’Asl. “Dopo la tragedia che si è verificata nel 2011 e la grande attenzione che è stata posta da allora, pensavamo che la nostra azienda fosse sicura, anche per il coinvolgimento dei lavoratori nel processo di efficientamento ed eliminazione dei potenziali rischi e pericoli. Invece, siamo a piangere un altro collega: per questo abbiamo proclamato uno sciopero anche negli altri stabilimenti del gruppo, a Polcenigo e San Giorgio di Nogaro”, hanno scritto in una nota i rappresentanti sindacali dell’azienda.