Signorsì e Signornò

Da anni non guardo il Tg1 per motivi di igiene personale. Quindi non conosco Claudia Mazzola, la telegiornalista inserita dai 5Stelle nella cinquina di aspiranti candidati al nuovo Cda Rai messi ai voti sulla piattaforma Rousseau. L’unica cosa che so di lei è quel che leggo sui social, stupiti dal fatto che i 5Stelle la candidino dopo che quattro anni fa Rocco Casalino l’aveva duramente attaccata sul blog di Grillo per un suo servizio, accusandola di “disinformazione”, “propaganda del governo” e “vergogna”; e alcuni parlamentari M5S avevano chiesto le dimissioni sue e dell’allora direttore Mario Orfeo. Il che mi basta e mi avanza per sperare vivamente che Claudia Mazzola, se ha i requisiti di competenza, entri nel nuovo Cda Rai. Sarebbe il primo caso, nella storia repubblicana, di lottizzazione all’incontrario: cioè di un partito che premia nel “servizio pubblico” un suo avversario, vero o presunto. Se pensiamo ai Cda precedenti, o anche solo all’ultimo (pieno di ex parlamentari o di portaborse che a stento distinguono un televisore da un forno a microonde, con un paio di lodevoli eccezioni, fra cui di Carlo Freccero, indicato dai 5Stelle senz’averli mai votati), sarebbe un enorme passo in avanti. E una sorprendente prova di intelligenza e apertura mentale da parte di un movimento che spesso compie sforzi immani per apparire stupido e intollerante almeno quanto i partiti che dice di combattere.

Per lo stesso motivo sarebbe una gran cosa se Conte e Di Maio confermassero a presidente dell’Inps un illustre economista come Tito Boeri. Nominato da Renzi malgrado il grave handicap di non essere toscano e di non appartenere al Giglio Fradicio, Boeri era entrato quasi subito in rotta di collisione col presunto rottamatore (che voleva cacciarlo già un anno fa), mostrando un’indipendenza che ora lo rende immune da qualunque sospetto di collusione con i partiti. È vero: l’ha fatta fuori dal vaso con la seconda relazione tecnica al decreto Dignità che, con criteri economicamente molto dubbi, prevede un crollo di 8 mila contratti a tempo determinato all’anno (e perché non 6,5 o 9,7? Boh). Un oracolo che ha lo stesso valore scientifico di un oroscopo e che la Ragioneria dello Stato – quella sì sospettabile di remare contro il nuovo governo, all’insegna del motto di tutti gli Ancien Régime: “Quieta non movere et mota quietare” – ha subito colto al balzo per dare una mano alle solite lobby. Ma i governi intelligenti le voci critiche e autorevoli come quella di Boeri devono attirarle e incoraggiarle, non respingerle. Evitare accuratamente di circondarsi di yesmen.

E , fra un Signorsì e un Signornò, preferire sempre il secondo. Il potere dà alla testa e avere a tiro qualcuno che ti aiuta a non sbagliare e a tenere i piedi per terra è la migliore garanzia di successo e di longevità. Se, al posto della sua corte di tirapiedi & leccapiedi toscani, Renzi si fosse circondato di tanti Boeri (che invece restò rara avis, e sempre in bilico) in grado di contraddirlo, avrebbe capito per tempo quand’era il caso di fermarsi. Un attimo prima di varare la Buona Scuola, il Jobs Act e altre boiate che gli inimicarono milioni di italiani. Un istante prima di schiantarsi sulla Costituzione, sull’Italicum e sul Rosatellum. E un secondo prima di stroncare sul nascere il dialogo con i 5Stelle, per gettarli fra le braccia di Salvini. Anche B. si era giocato due governi su tre per non aver saputo ascoltare prima Bossi, che rovesciò il primo sulla riforma delle pensioni, e poi gli alleati centristi e finiani, che lasciarono il terzo in dissenso sull’economia e sulla legalità.

Chi pretende cieca obbedienza e fedeltà assoluta, cioè le virtù dei cani e i vizi degli uomini stupidi, resta solo con un branco di bestie e di cretini. E si suicida. È il rischio che corrono ora i nuovi detentori del potere, se non sapranno scegliersi i collaboratori giusti, cacciando i veri nemici con un sano spoils system e conservando o attirando i veri amici. Anche se oggi, nella strana alleanza giallo-verde, le forze centrifughe sono molto più spiccate che nelle coalizioni precedenti, perché il governo Conte non si regge su un’alleanza strategica fra partiti contigui, ma su un’unione tattica suggellata da un contratto fra due contraenti diversi, se non opposti, e certamente concorrenti. Estinta FI e disperso il Pd, la dialettica maggioranza-opposizione si gioca tutta nell’area di governo. E addirittura in seno al contraente maggiore: i 5Stelle, che lasciano convivere varie anime molto diverse e talora contraddittorie (attorno a Di Maio, Grillo, Fico e Di Battista), mentre la Lega appare per ora (ma fino a quando?) un monolite plasmato a immagine e somiglianza del capo assoluto Salvini, che come il duce ha sempre ragione e non viene mai messo in discussione da alcuno.

Al momento, l’assenza di voci critiche dal fronte leghista potrebbe indurre Di Maio a tacitare le voci critiche dentro e fuori i 5Stelle per strillare più di Salvini e contendergli la scena. Ma sarebbe pura miopia. Se l’opposizione tace perché non sa cosa dire, le diversità nel movimento e nel governo vanno non solo tollerate, ma incoraggiate come un valore aggiunto e un’opportunità per il futuro. Non è affatto detto che il potere logori chi ce l’ha e che il 32% del 4 marzo sia una vetta ineguagliabile da cui si può solo scendere. I primi successi raccolti in Europa sui migranti da due figure mediaticamente inconsistenti come Conte e Moavero dimostrano che gli strilli quotidiani alla Salvini non pagano. Alla lunga gli italiani ubriachi di sparate potrebbero stufarsi e preferire uno stile di governo sempre intransigente nei fatti, ma più tranquillizzante nei toni. Allora chi avrà più frecce al proprio arco vincerà. E chi ne avrà una sola, magari spelacchiata, perderà.

Ulisse, l’ultimo degli eroi contro gli dèi capricciosi

Marco Paolini è stato capace, ancora una volta, di ipnotizzare il pubblico con il suo Il Calzolaio di Ulisse – Oratorio in una tre giorni, appena conclusa, da tutto esaurito nella splendida cornice di uno dei monumenti più suggestivi e importanti di Verona, il Teatro romano. L’attore e drammaturgo veneto, grazie alle sue indiscusse doti affabulatorie, ha messo in scena uno spettacolo della durata di oltre due ore, capace ogni volta di sfuggire a formule o generi di comodo. Il testo, scritto in modo magistrale con il sodale Francesco Niccolini, offre momenti intensi e a volte divertenti, capaci di suscitare emozioni. Il tutto sorretto da una regia solida, quella di un altro grande compagno di viaggio, Gabriele Vacis. Uno dei registi più innovatori e importanti del nostro teatro. Senza dimenticare l’allestimento di Roberto Tarasco, capace di giocare su una scenografia minima, ma potente allo stesso tempo. Dove i suoni (perfettamente mescolati e alternati alle musiche ricercate) e le luci, tra le cifre stilistiche di questo consolidato gruppo di lavoro, riescono a inchiodare gli spettatori.

Al centro lui, Paolini, che interpreta sul palco un Ulisse cinquantenne che dopo la strage dei Proci, come penitenza, comincia un vagabondaggio che dura un altro decennio e dove finge di essere il Calzolaio del protagonista dell’Odissea di Omero. Un pellegrinaggio verso l’ignoto dove porta con sé sempre un remo in spalla per un cammino “in senso ostinato – recita Paolini – e contrario agli dèi”. Un lungo viaggio, si legge nel libretto di questa opera, “dove le storie di dèi, mostri, uomini e guerrieri, maledettamente imparentati e legati fra di loro hanno come perno Ulisse, nipote di Hermes, amato e protetto da Atena, perseguitato da Poseidone, immensamente desiderato da Calipso e concupito da Circe”. “Intorno a questo signor Nessuno – dice Paolini – prima o poi incontri tutto il resto, ramificato e contorto come l’immenso ulivo nel quale scolpì il talamo nuziale suo e di Penelope, la donna che per vent’anni – non si sa come – seppe attenderlo. Infiniti i fili del racconto: se ne potrebbe fare non uno, ma dieci di spettacoli. E dato che tutto qui dentro è collegato nel più incredibile e sorprendente ‘effetto domino’ che la storia ricordi, è obbligatorio rifarsi da zero, riavvolgere il nastro e da lì ripartire. E a grandi falcate, o bracciate, oppure ancora in volo sulle spalle di un dio, raggiungere quel piccolo scoglio mediterraneo: Itaca. Questo canto, antico di quasi tremila anni, passato di bocca in bocca, e di anima in anima, è il soul per eccellenza. È la storia dell’Occidente. A noi, oggi, non resta che cantarla a modo nostro: larga, divertita, sensuale, commossa, ironica, crudele, bugiarda, eccitante, straziata. E piena di musica, perché è impossibile immaginare un aedo senza la sua cetra, che nella nostra versione ha la forza ritmica di un ensemble variegato, musicisti e voci che insieme sono Mediterraneo: mare, terra, sangue, carne, profumo, lacrime, salso, vino, vento. E un sonno profondo e magico ci porta – aggiunge Paolini – dove un giorno dobbiamo arrivare: là dove un vecchio calzolaio cieco intreccia trame destini e rimpianti”.

“Lo spettacolo – afferma il regista Vacis – attraverso la figura di Ulisse e le sue difficoltà di movimento nella complessità contemporanea, racconta la difficoltà, forse l’impossibilità di comprendere di rapporti di potere nel nostro presente. Un presente in cui noi occidentali, per esempio, ci ritroviamo nella posizione degli dèi capricciosi dell’Odissea, che dispongono del migrante Ulisse”. Ad accompagnare l’artista di Belluno un gruppo di interpreti bravissimi, come la poliedrica Saba Anglana, attrice, scrittrice e cantante di origine somala dalla voce avvolgente, il giovanissimo e promettente Vittorio Cerroni e due bravissimi musicisti come Lorenzo Monguzzi ed Emanuele Wiltsch (bellissima la loro versione arrangiata di It’s Five O’Clock degli Aphrodite’s Child).

Un lavoro e uno studio monstre quello di Paolini su Ulisse che è cominciato nel 2003 con lo spettacolo U. e via via, dopo varie rivisitazioni, è arrivato ai giorni nostri e che, dopo che avrà toccato altri teatri italiani, prenderà corpo nello spettacolo intitolato Nel tempo degli dèi che andrà in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano dal 14 marzo al 18 aprile 2019.

Gli effetti imprevisti della piena occupazione (senza inflazione)

In Occidente stiamo vivendo un periodo in cui la tendenza dominante sta diventando quella di ridurre l’immigrazione, percepita come ostacolo al raggiungimento del pieno impiego autoctono e causa di stagnazione salariale e consumo di risorse di welfare. La Brexit è nata anche o soprattutto su questi presupposti, malgrado il Regno Unito fosse in condizioni di pieno impiego pur se con crescita della produttività molto debole. Donald Trump batte sulla stessa grancassa, tranne quando non trova personale di servizio per i suoi resort ed è costretto a importarlo.

In aggiunta alle restrizioni all’immigrazione, la fase di crescita economica globale in alcuni Paesi sta rapidamente abbassando il tasso di disoccupazione sotto i livelli in precedenza considerati tali da alimentare inflazione salariale. Negli Usa la ricerca di personale, soprattutto in manifattura e costruzioni, spinge le imprese ad assumere a retribuzione regolare anche ex condannati e detenuti in regime di libertà diurna, oltre che a non richiedere, ove possibile, i test antidroga o a “scordarsi” e rinviare a dopo l’assunzione le verifiche penali sui lavoratori.

La lunga fase di espansione, almeno sin quando non sarà interrotta da dazi e ritorsioni protezionistiche, e le crescenti restrizioni all’immigrazione non qualificata spingono a soluzioni creative di riattivazione di forza lavoro marginale. Ma questa non è l’unica dinamica innovativa sul mercato del lavoro meno qualificato indotta dal pieno impiego: sempre negli Usa, l’introduzione di robot in mansioni ripetitive nel settore dei servizi ha raggiunto le catene di ristorazione e fast food, dove si sta diffondendo l’uso di robot addetti a rivoltare gli hamburger e pulire le piastre di cottura.

Queste forme di automazione robotizzata non sostituiscono la manodopera, visto che nel settore l’occupazione è sui massimi storici, ma liberano il personale dalle attività più ripetitive, anche in conseguenza della diffusione di sistemi di ordinazione telematica a chiosco, consentendo di estendere gli orari di apertura e dedicarsi al servizio ai tavoli.

In altro e ben differente contesto, quello giapponese, caratterizzato da forte declino demografico ma immigrazione sinora rigorosamente contenuta, temporanea e confinata soprattutto ai servizi alla persona, il governo Abe spinge sulla riduzione dell’orario di lavoro, resa possibile dai forti guadagni di produttività, mentre le aziende cercano di sottrarsi una manodopera sempre più scarsa offrendo l’inserimento nel “nucleo protetto” dei lavoratori, quelli che possono contare su bonus ed altri benefit aziendali. Tutti questi fenomeni, pur molto diversi tra loro, tendono a produrre lo stesso esito: disoccupazione sempre più bassa ma sinora nessuna inflazione salariale. Un fenomeno nuovo che le banche centrali dovranno considerare, per guidare la politica monetaria.

Vaccino anti-papilloma poco utilizzato

I vaccini sono la miglior arma di difesa contro le infezioni e uno Stato deve impegnarsi a garantire alti tassi di immunizzazione. Perché la tutela della salute pubblica non è una questione di libertà di coscienza, ma un dovere morale per una comunità visto il dibattito politico sull’obbligatorietà delle vaccinazioni. E visto che le coperture vaccinali contro il papillomavirus umano (Hpv) – che non rientra tra quelli obbligatori del decreto vaccini, ma è responsabile del 90% dei carcinomi della cervice uterina e dell’ano – sono in picchiata. Nonostante ci siano prove di efficacia sempre più solide. A denunciarlo è la fondazione Gimbe (www.gimbe.org). I dati del ministero della Salute relativi al 2016 dimostrano che nelle coorti di nascita dal 1997 al 2000 la copertura era stata di circa il 70% e poi è progressivamente diminuita nel 2002 (65%) e 2003 (62%) fino al crollo del 53% nel 2004. Eppure il vaccino è offerto gratuitamente a maschi e femmine tra gli 11 e 12 anni. Oggi la copertura, seppur in media a quella europea, è ben al di sotto della soglia ottimale prevista dal Piano nazionale (95%).

Luce e gas, via al portale statale ma senza comparare le offerte

Ventidue milioni di consumatori dell’energia e 18 milioni del gas entro il primo luglio 2019 dovranno obbligatoriamente passare al mercato libero, così come ha deciso il ddl Concorrenza. Ma, salvo un ulteriore slittamento deciso dal governo nei prossimi mesi, questo passaggio – iniziato nel 2009 – potrebbe essere “subito” dalle famiglie che ignorano l’avvento della rivoluzione che mette fine al mercato libero. Con la concreta possibilità, tuttavia, di non scegliere il nuovo gestore che soddisfi le proprie esigenze e il serio pericolo di pagare una bolletta più cara. Tanto che, secondo un sondaggio effettuato dall’associazione Codici, un terzo delle famiglie non sa quanto spende davvero in elettricità e gas, mentre l’80% ignora addirittura il tipo mercato in cui si trova.

Così, se la liberalizzazione del mercato nasce da un’esigenza di maggior concorrenza tra gli operatori e di più ampi margini di guadagno che possano portare a maggiori investimenti sul settore, le offerte “libere” già presenti sul mercato non sempre si sono rivelate convenienti. Senza giri di parole, quello che di fatto ha sempre bloccato il passaggio (nel 2016 – ultimo dato disponibile – nel mercato libero c’era solo il 34,4% dei clienti domestici dell’elettricità e poco meno del 38% del gas) è la paura della mancanza di trasparenza. Fino ad oggi, infatti, chi ha abbandonato consapevolmente il mercato libero (ma è alta la percentuale dei clienti ai quali sono stati “estorti” contratti stipulati tramite reti di agenti che operano porta a porta o attraverso il teleselling), dopo la scadenza del primo anno – quello su cui solitamente viene applicata una forte scontistica – si è ritrovato a pagare più di prima. Mentre solo i più smanettoni che hanno sottoscritto i contratti via web sono riusciti a risparmiare fino al 13%, secondo le elaborazioni di Ref Ricerche.

Facciamo chiarezza. Alle decine di operatori di call center e agli emissari porta a porta che in queste settimane stanno telefonando o scampanellando a casa per comunicare che entro il mese in corso bisogna passare al mercato libero, va subito risposto che c’è ancora un anno di tempo per prendere una decisione così importante che vede sul piatto migliaia di euro all’anno che si sborsano per le bollette della luce e del gas. La scomparsa del mercato a maggior tutela significa, infatti, scegliere personalmente il proprio fornitore (come si fa con la telefonia), dal momento che non ci sarà più un garante, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera), che ogni tre mesi stabilisce il prezzo di luce e gas. Un importo, frutto dell’acquisto collettivo di energia senza ricarichi, salvo i rialzi che si registrano solitamente per la corsa del petrolio. E che per il terzo trimestre equivalgono a un +6,5% per l’elettricità e il +8,2% per il gas, che per una famiglia tipo equivalgono a un aumento di spesa da 24 euro all’anno.

Come fare, quindi, a decidere a quale gestore affidarsi, la forma contrattuale da sottoscrivere (monoraria, bioraria, multioraria) e la condizione di prezzo (fissa, variabile)? E perché proprio queste tre domande? Sono i quesiti che pone il “Portale offerte”, il sito operativo da inizio mese e realizzato dall’Acquirente Unico sulla base delle indicazioni fornite dall’Arera. Iniziativa lodevole che dovrebbe aiutare le famiglie a individuare l’offerta più vantaggiosa rispetto al proprio profilo di consumo visualizzando le cosiddette offerte “placet”, vale a dire le proposte commerciali per i clienti domestici che contengono un prezzo determinato dal venditore, ma a condizioni contrattuali e struttura di prezzo definiti dall’Authority.

Noi abbiamo fatto la prova sul campo. Quasi impossibile trovare il sito che non solo non è indicizzato sui motori di ricerca, ma non è neanche promosso sul sito dell’Arera, dove – tra i banner in bella evidenza, campeggia ancora il “Trova offerte”, il vecchio comparatore. Poi, una volta che si inseriscono i dati, l’offerta del fornitore che esce è alquanto improbabile: un gruppo sconosciuto che riconduce a un sito assi lontano dal concetto di trasparenza tariffaria. “Questo portale ingenera solo confusione in un settore già di per sé molto complicato”, commenta Luigi Gabriele di Codici. Che spiega: “Peccato che si siano dimenticati di comparare queste offerte con il prezzo del servizio di tutela, ossia proprio con il parametro di riferimento più importante; inoltre mancano le offerte green, qualsiasi informazione sui bonus destinate alle fasce più deboli”. E dal nostro . Dal canto suo l’Acquirente unico si discolpa spiegando che il sito è in fase di rodaggio e che la comparazione tra le offerte avverrà per gradi: a dicembre verranno pubblicate tutte le offerte esistenti sul mercato. Ma il peccato originale della mancata comparazione con il prezzo della tutela resterà.

“Odio Philip Roth e tutti gli scrittori moderni. Mio figlio non mi legge”

“Non riesco più a immaginare Elio e Oliver. Dopo che ho visto Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino quei due ragazzi hanno i volti di Thimothée Chamalet e Armle Hammer, i due attori. E anche i luoghi, la villa… sono quelli del film. Non più quelli che avevo immaginato scrivendo il romanzo”.

André Aciman è a Cortina d’Ampezzo per partecipare a Una Montagna di Libri. Risponde con uguale attenzione a tutte le domande dei lettori. Centinaia. In mano ha una copia del romanzo riscoperto (ha venduto oltre 120mila copie) grazie al film sceneggiato da James Ivory che ha sfiorato l’Oscar. È la storia d’amore omosessuale di Elio e Oliver.

Aciman, i film aiutano a riscoprire grandi romanzi. Ma tolgono qualcosa agli scrittori?

È vero, ormai tutti, me compreso vedono i personaggi e i luoghi come compaiono nel film. Ma io sono felice che Guadagnino abbia fatto il film. Un’ottima pellicola.

Però, come dicono molti scrittori, prima di andare al cinema leggete il libro…

No, per me è meglio il contrario. Andate al cinema e dopo leggete il libro.

Così addio sorpresa…

Se prima vedono il film, non parlo del mio caso, si rendono conto di quanto un libro, di solito, sia più ricco di una pellicola.

È una critica a Guadagnino?

Assolutamente no. Anzi. Quando Luca mi ha detto che voleva fare il film e mi ha chiesto un parere, non ho proposto cambiamenti. Neanche quando ho visto che la scena finale era diversa dal libro e, all’inizio, ero disperato. Poi quando l’ho visto, quel ragazzo che piange davanti alla cinepresa, ho pensato che era più bello del mio finale. Con i titoli di coda che scorrevano sul suo pianto e diventavano un elemento estetico.

Ma Elio e Oliver sono ancora suoi?

Non sono mai stati miei. Hanno una loro vita. Hanno la vita di chi legge. Mio è soltanto il romanzo.

Ma lei come li aveva immaginati?

Quando scrivo non vedo i personaggi. Elio non sapevo nemmeno se fosse biondo o bruno. A me non piacciono le descrizioni dei volti. E neppure dei luoghi.

Lei è famoso per le sue descrizioni delle città, come in Città d’ombra. Da Alessandria d’Egitto, dove è nato, a Roma, dove è cresciuto. Fino a New York dove vive.

Ma non racconto le città reali. Sovrappongo la mia Roma a quella che vedono gli altri. Quando un lettore dice: “Roma è come la racconta!”, non capisco come sia possibile.

Molti si sono chiesti cosa ci sia di autobiografico nell’amore tra Elio e Oliver?

Quando avevo 9 anni ho incontrato un ragazzo più grande, ne aveva 17. Ho pensato: voglio essere suo amico. Non saprei dire cosa fosse precisamente quel mio interesse, ma qualcosa è rimasto. Da quell’episodio è nato il libro.

Oggi è a Cortina. Poi andrà in Brasile. Ma quando scrive? Qual è il suo segreto?

Non sono uno di quegli scrittori che si chiudono nel loro studio. Insegno all’università, rubo tempo quando lo trovo. Scrivo, poi mi capita un amico a casa. Scrivo e poi vado in palestra. Ma giro spesso con il mio quaderno di appunti, magari sulla metro di New York. Sono frasi apparentemente senza peso, cose che non scriverei mai quando sono al computer. Sembra tutto meno serio. E invece… poi magari finiscono nei libri.

Non le chiedo che messaggio voleva dare con il libro, vedo già una smorfia…

Non volevo insegnare niente. Non ho uno scopo. Un libro che suggerisce idee mi ricorda l’immagine di Marcel Proust: è uno splendido vaso cinese, ma con il prezzo sopra. Ovvio, ci sono delle idee, ma per me devono restare nascoste. Descritte come sentimenti, fatti. Non in forma astratta.

Nell’amore di Elio e Oliver il sesso è importante. Qual è il segreto per raccontarlo?

È complicato. Bisogna dire come avvengono le cose, certo. Penso a quella scena in cui sono nudi sul letto, ma non hanno ancora fatto l’amore. Si toccano un piede, esitano. “Che stai facendo?”, chiede Oliver. È il momento del disagio, della coscienza – che è antitesi della passione – prima di lasciarsi andare. Bisogna essere precisi. Ma nello stesso tempo vaghi, perché il lettore potrebbe provare ribrezzo: così a un certo punto del racconto di Elio ho messo un’amnesia… perché si era fumato una canna.

Eppure leggendo il discorso del padre in Chiamami con il tuo nome veniva da pensare a un messaggio. Parlava a suo figlio?

Mio figlio non mi legge. Dice: “Faccio anch’io lo scrittore, abbiamo gli stessi gusti, la stessa voce. Finirei per scrivere come te”.

Che libri consiglierebbe a un giovane scrittore?

Posso dirle una cosa?

Certo.

Non leggo più, soprattutto i contemporanei. Trovo sempre un inglese banale che cerca di essere elegante. Uno scrittore vero deve scrivere meglio di così.

Perfino Philip Roth?

Devo essere franco… lo odio.

E Jonathan Safran Foer che tutti idolatrano?

Per carità.

Ma allora chi si salva?

L’ultimo che mi viene in mente è Winfried Georg Sebald. Sennò penso a Edith Warthon.

Lei parla perfettamente la nostra lingua… tra gli italiani?

Quando ero giovane mi piacevano Cesare Pavese, Alberto Moravia, Carlo Cassola o Italo Svevo, anche se non aveva un italiano perfetto. Un grande è senz’altro Giuseppe Tomasi di Lampedusa… il racconto la Sirena… stupendo.

Sembra più bella l’Italia nelle sue parole. Migliore di come la vediamo noi di questi tempi.

Penso a Roma di notte. Silenziosa e deserta. Con i sampietrini bagnati dalla pioggia, luccicanti come d’argento. È perfetta.

Roma e Bordighera, in Liguria, dove è ambientato Chiamami con il tuo nome…

Le dico un segreto. In realtà quella non è Bordighera. Un giorno, trentacinque anni fa, viaggiavo in treno lungo la costa ligure. Ero con una ragazza bellissima. Abbiamo visto un paese che ci è piaciuto e siamo scesi senza pensarci. Tra Nervi e Bogliasco.

Dalla stazione di Sant’Ilario di Fabrizio De André!

Sì. C’era la villa di un grande industriale. Affacciata sul mare. Ho chiesto di visitarla. È cominciato così.

La vendetta di Pisacane, morto suicida o assassinato

Duecento anni fa, il 22 agosto del 1818, nasceva a Napoli Carlo Pisacane, una delle personalità più notevoli, e romantiche, del nostro Risorgimento democratico. Figlio di Gennaro Pisacane, duca di San Giovanni, e di Nicoletta Basile de Luna, e destinato alla carriera militare nell’esercito borbonico, il rampollo di quell’antica casata divenne – per rammentare quanto scrisse lo storico Franco Della Peruta – un personaggio di primo piano nella “storia della democrazia risorgimentale”. Con lui, infatti, “il lento e faticoso processo di elaborazione di un programma di rivoluzione popolare e nazionale, alternativo da ‘sinistra’ a quello mazziniano ed orientato in modo conseguente verso una soluzione socialista del problema italiano, raggiunge il suo punto di maturazione più alto”.

Il nobiluomo napoletano, che aveva abbandonato Giuseppe Mazzini per approdare al socialismo di stampo anarchico, morì a Sanza, in provincia di Salerno, il 2 luglio del 1857. Cadde nel corso della spedizione, partita da Genova con il piroscafo “Cagliari”, che aveva promosso con un gruppo di patrioti per sollevare le popolazioni del Mezzogiorno in nome dell’unità italiana e della rivoluzione sociale. Pisacane e i suoi volontari, i 300 “giovani e forti” della famosa poesia La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, vennero massacrati dai contadini e dai gendarmi borbonici. Ma le circostanze della morte di Pisacane, ancora oggi, non sono chiare. Quasi tutti quelli che si sono occupati di lui, da Nello Rosselli a Della Peruta, hanno affermato che il rivoluzionario, per non finire in mano alla plebaglia assassina, decise di suicidarsi e si sparò. Altri studiosi, invece, sostengono che fu ammazzato; uno dei suoi assassini, poi, sarebbe stato a sua volta eliminato alcuni anni dopo.

Lo storico ed editore campano Giuseppe Galzerano ha affrontato in modo approfondito la figura di Pisacane e, soprattutto, la sua morte. Nell’introduzione agli scritti del patriota napoletano (pubblicati nel volume La Rivoluzione, edito dallo stesso Galzerano), documenta che una delle guardie locali, un certo Sabino Laveglia, il 3 luglio, il giorno dopo l’eccidio, “con le mani ancora macchiate di sangue innocente, si presenta dal giudice Leoncavallo e, autoelogiandosi, tra l’altro ascrive a sè il merito dell’uccisione di Carlo Pisacane, affermando: ‘Al primo colpo del dichiarante quegli della banda rivoltosa che faceva da capo cadde’”. Secondo Gaetano Enter, però, “un gendarme congedato di Napoli, residente a Sanza, dove faceva l’ebanista, nella deposizione resa al giudice Leoncavallo il 7 luglio, il merito dell’uccisione di Pisacane spetterebbe a lui”.

L’Enter, continua Galzerano, “riferì anche che durante il conflitto ‘aveva sentito chiamarlo in nome dai suoi compagni, Pisacane fatti più in qua’. In realtà a Sanza non ci fu combattimento. Le ‘tre ore’ di duro scontro furono una vanteria di Sabino Laveglia per accrescere i suoi meriti omicidi. Si trattò solo di una vile aggressione contro inermi e sconosciuti cittadini. Che non ci fu nessun combattimento è provato anche dal fatto, inconfutabile, che nessuno dei sanzesi risultò ferito”. Il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, “compensò lautamente gli abitanti di Sanza: furono distribuite più di cento medaglie e Sabino Laveglia fu nominato cavaliere, mentre al comune andarono duemila ducati, utilizzati per costruire la strada per Buonabitacolo. Stando alle deposizioni sembra che sia da escludere la massiccia partecipazione della popolazione di Sanza all’eccidio.

Lo scontro sarebbe avvenuto nella prima mattinata e il farmacista Filippo Greco Quintana, dopo aver fatto sfondare la porta della chiesa, fece suonare le campane a stormo per avvertire la popolazione del pericolo. Nei loro interrogatori né le guardie urbane, né i prigionieri fecero riferimento all’intervento della popolazione. Solo il sottocapo Sabino Laveglia dichiarò che era intervenuta anche la popolazione, probabilmente per procurare dei premi ai compaesani”.

Il fallimento nel sangue del moto di Pisacane e dei suoi compagni, tra i quali c’era anche il futuro ministro Giovanni Nicotera, che si salvò e fu imprigionato, venne accolto con soddisfazione dai governi italiani.

Scrive Galzerano che all’indomani “del fallimento della spedizione, Cavour manifestò la solidarietà del governo piemontese al governo napoletano, perseguitò la compagna di Pisacane e accusò Mazzini. Nella famosa lettera Al Conte Cavour, Mazzini stigmatizzò con roventi espressioni lo sfratto della ‘vedova’ di Pisacane, contro cui nessuna voce si era levata alla Camera, sfratto dovuto alla scoperta della corrispondenza con Mazzini. Cavour non fu il solo”.

“Il 9 luglio 1857 – apprendiamo ancora da Galzerano – L’Indipendente di Torino scrive: ‘Nella storia non vi ha tiranno che abbia versato tanto sangue come Giuseppe Mazzini; questo sciagurato è circondato da una immensa quantità di capi mozzi di giovani da lui portati al patibolo’. In un dispaccio del 10 luglio il ministro inglese Hudson lo accusava di essere ‘malvagio, orgoglioso e senza scrupoli’ e ‘come al solito, procurava di tenersi lontano da ogni pericolo’. Anche Carlo Marx, con poche parole, ne condannava l’operato: ‘Il putsch di Mazzini assolutamente nel vecchio stile ufficiale. Avesse almeno lasciato fuori Genova!’ ”. Altrettanto certo, secondo Galzerano, è che nel 1860 il patriota Cristofaro Ferrara “di San Biase, una frazione del comune di Ceraso, vendicò l’uccisione di Pisacane. Partì da Vallo della Lucania con altri liberali per recarsi a Sapri con l’intenzione di giustiziare i parenti del prete Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere Costabile Carducci”, un patriota ucciso dai birbinici.

“Fu dissuaso da Garibaldi – narra lo studioso campano – e allora si recò a Sanza, dove giunse il 6 settembre e, costituito un tribunale, processò Sabino Laveglia, il fratello Domenico, il farmacista Filippo Greco Quintana e Giuseppe Citera, che vennero condannati a morte e fucilati il 7 nelle prigioni di Sanza. Enter era deceduto per morte naturale nel gennaio del 1860. ‘Giustizia’ era fatta”.

Manolita e io in viaggio alle Piramidi

Manolita mi ripete per la centesima volta di bere soltanto acqua imbottigliata, di non lavarmi i denti con acqua del rubinetto e, soprattutto, di non mangiare nulla che non sia cotto a dovere. Il pericolo più bruciante per gli Occidentali in Egitto non è la maledizione di Tutankhamon, ma una specie di colibatterio locale che ti condanna alla toilette per tutto il viaggio e oltre. Certo dimagrisci, ma non ti godi la vacanza. Forse è quello che si sono presi in Messico metà dei calciatori che partecipano al mondiale di quest’anno, l’hanno chiamata la febbre di Montezuma, un re azteco che ha lanciato la sua maledizione agli invasori europei servendosi forse dello stesso colibatterio, cadendo così in preda a disturbi gastrointestinali. Io e Manolita siamo molto contente di stare lontano dai clamori calcistici! Fatto sta che qui al Cairo tutti tifano Italia, chissà perché, e sciorinano la formazione di calcio come se fossimo in un bar del Tufello. Il tassista che ci porta in albergo ha una figurina di Paolo Rossi attaccata sul cruscotto e segue Italia-Francia con una radiolina attaccata all’orecchio. Pare che l’Italia stia perdendo 2 a 0 e ogni tanto inveisce in arabo contro Platini. Manolita non vede l’ora di andare nella piana di Giza, a vedere la Sfinge e le Piramidi. “Cheope, Kefren… e …”. Il terzo faraone non se lo ricorda… Pistarino?… Ma no, dai! Quello è il battutista di Drive In”. Micerino, corregge la guida con una certa sufficienza. Beh, non proprio un nome da faraone, più da comico del varietà, le ribatte Manolita. All’ingresso della grande piramide un guardiano ci sorride: “Voi italiane?”. Annuiamo con un sorriso e lui come un mantra: “Galli, Bergomi, Cabrini, Baresi, Scirea…”. Come fossero faraoni!

 

La giusta scelta dei collaboratori di Mucio Scevola

“Quinto Scevola pose il massimo zelo nel correggere con la propria virtù la meschinità del desiderio. Mandato come governatore in Asia, scelse come consigliere il migliore dei suoi amici, Q. Rutilio, e lo portava con sé quando prendeva una decisione e dava gli ordini e amministrava la giustizia. E voleva che ogni spesa sostenuta per sé e per il suo seguito fosse a carico delle sue sostanze personali. Così, con semplicità e frugalità e incontaminata onestà, sollevò la provincia dalle precedenti sventure. Infatti, i suoi predecessori in Asia, avendo come complici publicani che a Roma erano giudici nei tribunali pubblici, avevano riempito la provincia delle loro ingiustizie. Mucio Scevola non solo liberò gli abitanti della provincia da ogni siconfatia, mantenendo un’amministrazione giudiziaria incorruttibile e precisa, ma raddrizzò anche le ingiustizie commesse dai publicani. Dando giudizi precisi alle parti lese, dichiarò i publicani sempre colpevoli, e li costrinse a pagare alle parti lese i danni in denaro (…). Accadde così che chi aveva commesso poco prima molte ingiustizie per disprezzo e arroganza fosse condotto alla condanna, insperatamente, da chi era stato danneggiato. E provvedendo in proprio alle normali spese del governatore e del suo seguito, ripristinò in breve la benevolenza degli alleati nei riguardi di Roma” (Diodoro Siculo, Biblioteca storica 37.5.2-4). Una straordinaria pagina di etica politica e di governo a proposito del giurista Quinto Mucio Scevola (I sec. a.C.), rigoroso verso se stesso e gli uomini al suo seguito. Perché, come i casi di cronaca giudiziaria contemporanea confermano, bisogna stare attenti ai collaboratori.

La grande avventura misteriosa di Elena Improta

È come un thriller in cui le cose accadono di colpo, a sorpresa, con una rapidità e una gravità imprevedibile, che richiede forza, energia. E nello stesso tempo tutto è narrato con una voce che sa di poesia, e dove resta il tempo di una continua riflessione interiore, che però non è possibile perché un evento duro, implacabile, domina e squassa la vita della persona che ci sta parlando. Però quella voce non permette al silenzio di portare morte.

Qui c’è vita, intensa, appassionata, una grande storia di eventi e di sentimenti. Chi legge non può non restare colpito dal modo in cui due persone – la protagonista, che è la mamma giovane di un bambino con una grave disabilità e poi la protagonista adulta, provata, matura e forte di una straordinaria vita privata e di una intensa e instancabile vita pubblica, e il giornalista che scorta e sostiene la voce fino alla fine del libro – riescano ad abitare la rigida vicenda che vuole tenere in una stretta prigione la vita di una madre e di un figlio, e lasciar passare luce, sole speranza, anche quando è impossibile. Ricomincio con ordine.

Il libro di cui sto parlando è Ordinaria diversità. Diario di una figlia, moglie e madre. L’autrice è Elena Improta , figlia un poliziotto che tutti in Italia conoscono (e che fa parte del libro) e madre del bambino Mario, che si impossessa di una felice vita giovane portando in casa, con il suo arrivo il dolore, la gioia, la disperazione, l’eroismo. L’editore è Ponte Sisto. Il coautore è Claudio Bellumori, giovane giornalista di cronaca e sport che contribuisce alla straordinaria narrazione con qualità che non sono tipiche in un giornalismo giovane che punta sulla sfrontatezza (imparando dai tempi e dai politici) e che qui invece si esprime con una sensibilità rara e delicata, ma anche con una conduzione e organizzazione del materiale narrativo che suggerisce la sceneggiatura di un film.

Per questo è naturale che la prefazione sia di Walter Veltroni, che sa come accostarsi a questa straordinarie storie vere, fate, allo stesso tempo, di dolore impossibile e di amore oltre ogni misura immaginabile. Vorrei avvertire che avere e leggere questo libro non è un atto di benevola solidarietà. È una forte esperienza di vita che, in altri contesti, si chiama grande avventura.