La forza di quel “no” che fa di Ambrosoli un grande eroe civile

Nella notte di Croazia-Inghilterra un piccolo corteo si muove verso un luogo dimenticato a tre minuti di distanza. Circa 200 persone, molti giovani, si mettono in fila all’uscita del San Carlo, piccolo e accogliente cineteatro del centro di Milano. È appena terminata la rappresentazione di uno spettacolo lineare, di elegante nudità, tenuto in ricordo di un signore che è vissuto lì accanto nel secolo scorso. E che sempre lì accanto venne ucciso nel disinteresse dei più 39 anni fa. Faceva l’avvocato, si chiamava Giorgio Ambrosoli, e aveva avuto dalla Banca d’Italia lo scomodissimo compito di commissario liquidatore unico della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Finanziere mafioso, ma ai vertici del potere ufficiale.

Dentro il teatro, 328 posti, si sono spontaneamente riuniti molti esponenti, attempati o giovanissimi, della Milano civile, attratti dalla data e dal titolo drammaticamente evocativo, “La forza di un no”, affiancato nel manifesto a un bellissimo ritratto dell’avvocato. Disegnato da Gianluca Buttolo, che ad Ambrosoli ha dedicato una graphic novel. Tornano nello spettacolo i passi essenziali di quella sfida con la finanza mafiosa vinta al prezzo più alto. Le telefonate con la Banca d’Italia, gli scambi preoccupati di opinione dell’avvocato con Silvio Novembre, il maresciallo della Guardia di finanza che lo assistette con coraggio e a dispetto dei superiori.

Le conversazioni familiari, tenere e gravi, commoventi. Le maledizioni di Sindona, latitante in America e che in nome della libertà inaugura l’infinito copione del malaffare contro la “magistratura comunista”. Anche le telefonate di minacce del “signor Vitale”, queste non recitate ma realissime, in originale, l’accento implacabilmente mafioso, un crescendo di allusioni fino all’insulto senza salvezza, “Lei è un cornuto e un bastardo”. Un applauso alla foto di Ambrosoli si smorza d’incanto alla successiva proiezione della foto sudaticcia di Giulio Andreotti, il grande protettore di Sindona, che ancora pochi anni fa definì l’avvocato “uno che se l’era cercata”.

Viene invitata sul palco, con i figli Francesca e Umberto, Annalori, la moglie dell’“eroe borghese”, come Ambrosoli restò definito per sempre dal celebre libro di Corrado Stajano di quasi 30 anni fa. Lei sale, una camicetta bianca e una gonna a fiori, i capelli candidi, così diversi dai capelli neri della signora che nella piccola pattuglia di dolenti teneva accanto a sé i tre bimbi il giorno dei funerali del tutto ignorati dal governo.

L’applauso è affettuoso, in tutti scatta istintiva la consapevolezza di dovere un risarcimento alla donna gentile che resistette in silenzio prima e dopo, e di cui il pubblico seppe qualcosa (perché così andava il mondo…) solo un decennio dopo grazie a una bellissima pagina di Giampaolo Pansa. Viene letto il testamento morale dell’avvocato, indirizzato proprio a lei quando ha ormai chiaro il destino che lo attende nella solitudine che gli è stata cucita intorno, “Sarai bravissima…”. Era ancora giovane, 46 anni, l’avvocato quando il killer mandato dall’America lo uccise sotto il portone di casa sua. Un po’ prima di mezzanotte. Ed è quasi quell’ora quando dal San Carlo parte la fiaccolata silenziosa, diretta verso la lapide che ricorda il martirio di chi fece, come si usa ormai dire con troppa retorica, “solo il suo dovere”. Silenziosa è anche la strada; il grande evento pubblico, la semifinale dei mondiali, si è ormai consumato. Parole di memoria recitate da Lucilla di Libera, un paio di studenti che narrano con emozione il loro incontro con la memoria di Ambrosoli; Matteo e Caterina, due ragazzi, che dalle loro sedie sul marciapiede suonano con delicatezza Dylan e Guccini. Una giovane si ferma in bicicletta e fa una foto, si affaccia un signore a torso nudo, poi rientra e fa culturismo davanti allo specchio. Non c’è una luce accesa nei palazzi di via Morozzo della Rocca. La commozione sfuma in malinconia. La piccola folla con le candele assomiglia a quella di certe manifestazioni che si tenevano in Polonia prima della caduta del Muro. Poi da un angolo spunta un gruppetto di studenti che si dirige verso Annalori. Ha per lei in dono un mazzo di peonie. La abbraccia. Penso che 39 anni fa nessun giovane l’avrebbe riconosciuta. E che in questa sera di luglio, c’è sicuramente più gente che in quel funerale assolato. Prendiamocele così, le piccole e irreversibili conquiste della storia. Le rivoluzioni spesso sono peggio.

La paura di una mammache ha due figli gay: la gente che si reputa “normale”

Cara Selvaggia, ti scrivo dopo aver letto, qui sul Il Fatto, la tua intervista ad Enrica, la ragazza transgender con due genitori d’altri tempi che non hanno smesso di amarla. Sono mamma di tre figli, di cui una, la prima, lesbica e il secondo gay. Accettare che la ragazza fosse quello che è mi è venuto facile, in fondo l’ho sempre saputo: il suo volere le scarpe come papà, il suo voler giocare a calcio o desiderare i guantoni da portiere, il suo modo di essere fin dalla più tenera età hanno fatto sì che per me non fosse una sorpresa. Quando a 18 anni me l’ha confessato è stata solo la conferma di ciò che sentivo e sapevo da sempre. Quando l’ho raccontato a suo padre, per sdrammatizzare, gli ho detto: “Vediamo il lato positivo della cosa: non tornerà mai a casa piangendo per un uomo!”.

Avere la conferma che fosse omosessuale non ha cambiato di una virgola il mio amore per lei. Ho conosciuto la maggior parte delle sue ragazze, alcune le ho vissute talmente tanto da voler loro bene come se fossero figlie mie, tanto da soffrire come un cane quando la storia finiva. Ora ha 35 anni, vive da sette con la sua splendida compagna, e stanno progettando di avere un figlio.

Accettare l’omosessualità del ragazzo è stato un po’ più difficile. Ho sofferto con lui durante il suo periodo di accettazione, ho vissuto con timore il momento in cui ho dovuto confessarlo a suo padre, temevo quel giorno sapendo come la pensava. Dopo un periodo un po’ così, abbiamo metabolizzato ed accettato, perché se è vero che non ci interessa sapere con chi si chiude in camera da letto, allo stesso modo è vero che il colpo c’è stato, ed è stato duro digerire che, su tre figli, due fossero “diversi”. So che diversi non è il termine giusto e che non hanno nulla per cui essere chiamati così, ma considerato il mondo in cui viviamo, per quanto tutti vogliano dimostrare di avere la mentalità aperta, la maggior parte della gente pensa che lo siano. Il mio ragazzo è un bellissimo uomo di 30 anni, realizzato nel lavoro e nell’amore, anche lui vive con il suo splendido compagno ed io lo amo esattamente come ho sempre amato tutti i miei figli.

La ragione per cui ti scrivo sta in una frase che la mamma di Enrica, nella tua intervista, ha detto: “Mi fa paura tutto quello che c’è fuori dal portone di casa. I genitori hanno paura sempre che possa accadere qualcosa ai figli, figuriamoci a una figlia esposta alla cattiveria del mondo come Enrica.”.

È quella che attanaglia noi genitori, la paura della gente che si reputa ‘normale’ e che sarebbe capace di fare del male in nome di questa presunta normalità.

E in questo periodo in cui sensibilità e umanità stanno andando irrimediabilmente perse, la mia paura è più concreta che mai.

Giorgia

 

Cara Giorgia, è notizia di pochi giorni fa che la premier scozzese abbia snobbato l’arrivo di Trump per recarsi invece al Gay Pride di Glasgow. E di sicuro ha trovato più normalità lì che in una chiacchierata con Donald Trump.

 

Ronaldo alla Juve: delirio da tifoso al pubblico ludibrio

Ciao Selvaggia, il tuo silenzio sull’acquisto di Ronaldo da parte della Juventus mi fa dubitare che tu abbia capito la portata di quel che è successo tra il primo titolo suggestivo sui quotidiani sportivi e l’arrivo di Andrea Agnelli in Grecia a bordo di un jet. Per dire, al jet di Gianluca Vacchi avrai dedicato almeno due articoli. Vabbè, Agnelli non sarà brizzolato e al posto dei tatuaggi sul bicipite sfoggia un’adolescenziale barba a chiazze, però è finalmente chiaro ora quale sia il velivolo da osannare e celebrare. Con esso Andrea, il nipote dell’Avvocato, ultimo tra i mortali, s’è involato proprio come Icaro, tentando di superare in altezza l’avo, correndo il rischio che le ali d’acciaio gli si squagliassero in volo, troppo vicino al sole, al Re Sole del firmamento calcistico, al primo degli dei, e invece non ha fallito, e ha riportato a casa il sole dentro a una teca di cristallo come patto d’alleanza col suo popolo, quello bianconero. Ma te lo perdono, Selvaggia, perchè ti compatisco. Compatisco te genoana, che l’ultimo acquisto annunciato dal Genoa come stellare è stato quello di Lapadula. Compatisco tutti i tifosi di tutte le altre squadre, perchè se già prima competere con la Juve assomigliava alla proverbiale gara di corsa tra una tartaruga e una lepre, ora è diventato più simile a un concorso di bellezza tra Patrick Dempsey e gli amici alcolizzati di mio nonno. Noi che il più forte del mondo, Zidane, l’avevamo venduto al Real Madrid, proprio a Madrid ora ce lo andiamo a riprendere. È come riacquistare l’indipendenza, la sovranità monetaria, la guida del Sacro Romano Impero. Ci ha portato gli occhi del mondo addosso, e non solo più quelli della Bce e degli osservatori internazionali per le violazioni dei diritti umani. Spero che farai pubblicamente ammenda della tua mancanza, oltre che ricordare al tuo direttore che per tornare a tifare Juve c’è sempre tempo.

Filippo

 

Caro Filippo, pubblico questa tua breve, sì, ma solo per esporre il tuo delirio da tifoso al pubblico ludibrio e, in secondo luogo, per esprimere solidarietà a quella martire che eventualmente ti sta accanto, a cui attualmente stai preferendo un miliardario depilato che si spinzetta le sopracciglia.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

È la versione sportivo-sessista della favola della volpe e dell’uva

È la versione sportivo-sessista della favola della volpe e dell’uva: visto che i maschi ci escludono dal calcio, allora nondum maturum est, sed frocium. Abbiamo le nostre ragioni per rosicare, certo. Secondo Simon Kuper e Stefan Szymanski, che non sono due nuovi acquisti del Napoli ma gli autori dell’illuminante saggio Soccernomics, club come il Milan, la Juve o il Manchester United sono storicamente così forti perché nascono in province industriali a forte tasso di immigrazione, dove la squadra cittadina era, insieme alla fabbrica, un potente mezzo di coesione e integrazione, tutto al maschile. Gli unici equivalenti escogitati finora dalle donne sono i saldi di Zara, la zumba e, ma solo di recente, #metoo, che però non affratellano (assorellano) più di tanto, e tutti insieme non muovono i soldi che Cristiano Ronaldo prende per dire buongiorno ad Andrea Agnelli.

Le parole dell’Inno degli italiani, “noi fummo per secoli calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi”, valgono anche e soprattutto per le italiane, più capaci di fare coppia e famiglia con gli uomini che di fare squadra con le altre donne. Per irrobustirci le ossa abbiamo bisogno anche noi di integrazioni di calcio – femminile, ovviamente. Quindi guai a chi non firma la petizione “Azzurre sulla Rai”, anche se poi quando vedremo i nostri uomini contemplare sventole come Cecilia Salvai e Sara Gama forse rimpiangeremo i tempi in cui ammiravano castamente i polpacci di Immobile. Ci consoleremo guardando giovani e preparatissimi gnoccoloni di cui fioriranno programmi calcistici dedicati ai mondiali in sora. Eh sì, perché dopo il calcio femminile, pretendiamo anche Ilaria D’Amico al maschile.

Molto più introvabile di una donna che sa cos’è il fuorigioco.

L’invisibilità delle partite della Nazionale femminile in tv

Lacrime, recriminazioni, polemiche: quello appena concluso è stato, per noi italiani, il mondiale del lutto. Poco importa però che la squadra esclusa fosse solo quella “azzurra maschile”, e non quella azzurra tout court, visto che poco dopo la mancata qualificazione la nostra nazionale femminile è entrata nei Mondiali 2019 che si giocheranno in Francia. Certo, i giornali al momento ne hanno parlato, ma ad oggi non è ancora chiaro se la Rai li trasmetterà (a proposito: c’è un’ottima petizione su Change.org, “Azzurre sulla Rai!”, da firmare).

Ma il problema non sono solo i Mondiali, ma la generale e completa invisibilità del calcio femminile in tv. Che il calcio sia maschilista non è un’opinione, ma un fatto: 365 giorni l’anno vengono trasmesse partite che si svolgono unicamente tra uomini e incredibilmente nessuno alza la mano per dire: “Scusate, ma le donne dove sono?”. Senza contare l’effetto di questa overdose di testosterone via cavo non solo sulle donne – molte delle quali per disperazione diventano persino accese tifose – ma soprattutto su bambini e bambine. I primi, anche quando le madri tentano di educarli diversamente, diventano drasticamente calcio-dipendenti, con relativo consumismo sfrenato a tema che genera un indotto pazzesco; le seconde si convincono, oltre al fatto di non essere degne di maxi-stipendi – visto che, Svezia a parte, le calciatrici femminili sono pagate a noccioline – che il calcio sia riservato ai maschi. E così rinunciano a uno sport che le aiuterebbe a tirare fuori una sana aggressività, per ripiegare su plié e relevé o palla e nastro. Che poi, a dirla tutta, siamo sicuri che il calcio sia uno sport macho?.

Perché questo immenso idolatrare corpi maschili che corrono dietro a un pallone sa tanto di (neanche troppo) latente omosessualità.

Inviti scritti a mano e porta a porta, il Pd imiti i Testimoni di Geova

L’invito è vergato a mano, su un foglio a righe, come a stabilire un contatto amicale, se non intimo, oggi più unico che raro nell’era della scrittura telematica. “Gentile Famiglia, mi chiamo Emanuela, non è stato possibile parlarvi di persona ma ho delle informazioni importanti che vorrei portare alla vostra conoscenza. Stiamo partecipando a una campagna per invitare le persone ad un congresso che tratterà il tema ‘Sii coraggioso’”.

I decenni passano ma lo zelo della setta millenarista dei Testimoni di Geova è sempre lo stesso, dal porta a porta alle lettere personalizzate. E risalta ancora di più in un tempo in cui nella cassetta della posta si trovano solo depliant pubblicitari di pizzerie, mobilifici e agenzie immobiliari. L’invito scritto a mano e in stampatello è allegato infatti alla campagna per il congresso dei TdG che si terrà a Roma (alla Nuova Fiera) nel prossimo fine settimana, da venerdì 20 a domenica 22 luglio.

Contrari alle trasfusioni di sangue e astensionisti in politica (non vanno mai a votare), i Testimoni di Geova sono la terza religione tra i credenti italiani, senza contare gli stranieri. Vengono subito dopo le varie confessioni protestanti, con 425mila adepti e lo 0,7 del totale. Ovviamente a primeggiare sono i cattolici con oltre il 74 per cento.

Ed è stata proprio l’opposizione della Chiesa (e dei suoi parlamentari di riferimento) a impedire nell’Italia repubblicana che l’intesa tra i TdG e lo Stato diventasse effettiva, in base all’articolo 8 della Costituzione. Sotto accusa il carattere settario della confessione, a partire dai sospetti sul controllo assoluto della vita dei loro associati.

Fu nel 2000 che l’allora governo D’Alema approvò per la prima volta un accordo con i Testimoni di Geova: nel consiglio dei ministri si dichiararono contrari Sergio Mattarella e Rosy Bindi. E in quasi vent’anni, l’intesa (rimodulata negli anni seguenti) non è mai stata approvata in Parlamento.

Post scriptum. Lo zelo dei Tdg potrebbe essere d’esempio al Pd per ricostruire un partito, altro che congresso. C’è da ritrovare un popolo, casa per casa.

È l’Inter la squadra delle finali mondiali

Domanda da un milione di dollari: a finale mondiale conclusa, quali sono gli unici due club al mondo, di cui uno italiano, che possono vantarsi di aver avuto almeno un loro giocatore in campo, della propria o di altra nazionalità, in ognuna delle dieci finali mondiali disputate dal 1982 a oggi? Se siete sul punto di dire Real Madrid oppure Juventus state zitti: perchè il club straniero è il Bayern Monaco mentre il club italiano sempre-presente nella più importante sfida del calcio a partire dal 1982 (il primo mondiale con frontiere aperte agli stranieri anche in Italia dopo la chiusura dal 1966 al 1980) è l’Inter!

Nove volte su nove Bayern e Inter erano stati presenti nelle nove finali mondiali precedenti: e dieci su dieci hanno fatto ieri grazie ai cartellini timbrati nella finale Francia-Croazia da Tolisso, centrocampista francese del Bayern Monaco, e da Perisic e Brozovic, i “gemelli” croati in forza all’Inter di Spalletti. Dieci finali mondiali, dieci volte presenti. Due volte più del Real Madrid, cinque volte più di Juventus e Milan.

È davvero incredibile la performance realizzata dall’Inter nel corso di questi 36 anni di calcio e iniziata al Mundial dell’82 in Spagna (Italia-Germania 3-0) con Oriali, Altobelli e Hansi Muller in campo e poi così proseguita: 1986, Messico, Rummenigge presente in Argentina-Germania 3-2; 1990, Italia, Brehme, Matthaeus e Klinsmann in campo in Germania-Argentina 1-0; 1994, Usa, Berti presente in Brasile-Italia 3-2 ai rigori; 1998, Francia, Ronaldo in campo in Brasile-Francia 0-3; 2002, Corea e Giappone, Ronaldo ancora in campo in Germania-Brasile 0-2; 2006, Germania, Materazzi presente (eccome!) in Italia-Francia 6-5 ai rigori; 2010, Sudafrica, Sneijder in campo in Olanda-Spagna 0-1; 2014, Brasile, Palacio presente in Germania-Argentina 1-0 per finire con la finale di ieri, in Russia, con Perisic e Brozovic a timbrare il cartellino per la Croazia. Grazie ai minuti giocati da Tolisso è proseguita anche la serie del Bayern Monaco, che a dire il vero con le 5 finali su 10 disputate dalla Germania aveva avuto gioco facile nel “presenziare” ed era poi stata salvata da Robben in campo nel 2010, da Sagnol nel 2006, da Lizarazu nel 1998 e da Jorginho nel 1994.

Facendo meglio di tutti i top club a cominciare dal Real Madrid, fermatosi a 8 per i “buchi” non coperti a Usa 94 (finale Brasile-Italia 3-2 ai rigori) e a Brasile 2014 (finale Germania-Argentina 1-0), “buchi” che avevano vanificato i cartellini timbrati da Stielike nel 1982, da Valdano nel 1986, da Ruggeri nel 1990, da Roberto Carlos nel 1998 e nel 2002 e da Zidane nel 2006, senza contare la finale giocata da molti galacticos nel 2010 contro l’Olanda.

Venendo ai confronti col pallone made in Italy: sono solo 5 le finali presidiate dalla Juventus (assente nel 2014, 2010, 2002, 1990 e 1986) e 5 quelle presidiate dal Milan (assente nel 2018, 2014, 2010, 1990 e 1986). E insomma: non solo l’Inter è l’unico club italiano capace di mettere in bacheca il Triplete (leggi: Champions, scudetto e Coppa Italia vinti nella stessa stagione), ma è l’unico club al mondo, assieme al Bayern, che può vantarsi di essere stato sempre presente, con un suo giocatore, nelle dieci finali giocate dall’82 a oggi con frequenza doppia rispetto a Juventus e Milan. Come si dice in questi casi: chapeau!

Finita la propaganda, adesso è l’ora della Brexit moderata

Il fine settimana del 7 luglio ha segnato un punto di svolta nella saga della Brexit. Il primo ministro britannico, Theresa May, ha infine trovato il coraggio per prendere di petto l’ala pro-Brexit oltranzista del proprio governo e del Partito conservatore. Dopo due anni d’inerzia, Theresa May ha presentato un piano concreto per una Brexit pragmatica. Ai Brexiteers dentro il governo ha lasciato poco spazio di manovra. Non hanno avuto modo di visionare in anticipo il Libro bianco sulla Brexit – più di cento pagine – e una volta giunti alla riunione nella residenza fuori Londra del primo ministro si sono visti confiscare i cellulari e minacciare di essere privati della macchina di servizio per il ritorno a Londra se avessero deciso di dimettersi.

Le 48 ore successive si sono rivelate più drammatiche. Il primo a defezionare è stato David Davis, il ministro preposto alla Brexit. L’unica vera conseguenza delle dimissioni di Davies è stata quella di precipitare le dimissioni del ministro degli Esteri Boris Johnson, forza motrice dietro la campagna mendace pro-Brexit, vittoriosa nel referendum del 2016.

Le dimissioni di Johnson non hanno causato la caduta del governo May. Il momento della verità è stato quando, il lunedì successivo, la May si è presentata al “1922 Committee” che riunisce i parlamentari conservatori, esclusi i membri del governo in carica, è la vera sede del potere nel partito. È nel “1922 Committee” che si ordiscono i complotti e partono i voti di sfiducia contro i Leader del Partito conservatore. Ma la May è riuscita a far approvare la sua nuova linea morbida sulla Brexit. Le dimissioni di Davies, Johnson e un altro paio di ministri junior si sono rivelate una purga più che una crisi di governo.

Il governo di Sua Maestà si è finalmente arreso alla realtà. Le false promesse della campagna referendaria pro-Brexit non sono realizzabili, quindi vanno tolte dal programma del partito e coloro che continuano ad invocarle, come Johnson, vanno isolati. Ora si può finalmente passare al negoziato vero, ossia quello da fare a Bruxelles con la squadra di Michel Barnier e non più a Londra tra le varie ali pro o anti-Brexit dei Tories.

La Brexit dura è stata decapitata dei propri leader. Johnson si è sgonfiato e sarà difficile che riesca a sfidare la leadership della May. Davies è spento già da tempo. Rimane il pittoresco Jacob Rees-Mogg, capo del cosiddetto European Research Group, un gruppo di sostegno del Partito conservatore rabbiosamente pro-Brexit.

Ma non sarà certo un gruppo di una ventina di parlamentari a riuscire dove Johnson e Davies hanno fallito. L’unico Brexiter di un certo calibro che rimane è il ministro dell’Ambiente Michael Gove. Può darsi nutra ambizioni da primo ministro, ma sa che il suo momento non è adesso.

Ora, dunque, Londra può orientarsi verso una Brexit pragmatica e fatta di compromessi. Le tre linee rosse della May sono tutte saltate, infrante dal Libro bianco. Ciò significa che il Regno Unito non uscirà dall’unione doganale per quanto riguarda i prodotti manufatti e agricoli, rispetterà l’insieme delle direttive, regole e regolamenti che governano il Mercato unico e rispetterà le decisioni della Corte di Giustizia europea.

Il governo May ha così chiuso due anni di negoziato con sé stesso a Londra, e il Regno Unito si può finalmente presentare a Bruxelles con delle proposte concrete. Il Libro bianco uscito dagli Chequers è un punto di partenza credibile. Ora si passa al lavoro vero, con l’obbiettivo di arrivare a un accordo per ottobre, così da permettere le procedure di ratifica parlamentare in vista dell’uscita del Regno Unito dall’Ue il 29 marzo 2019.

Il settore dei servizi, e soprattutto dei servizi finanziari, l’80% dell’economia del Regno Unito, è stato espunto dall’accordo che il governo del Regno Unito presenterà a Bruxelles. Ciò consente di dare soluzione al problema della frontiera fisica tra la Repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord. Rimosso così l’ostacolo principale, il negoziato può passare dai politici ai tecnici. Nei prossimi mesi si parlerà quindi di compromessi, soluzioni e meccanismi per permettere al Regno Unito di uscire sì dall’Ue, ma con il minimo danno per entrambe le parti. Si parlerà di limiti alla circolazione di beni, servizi, capitali e persone, ma senza linee rosse ideologiche. Si parlerà di come permettere alla City di Londra di continuare a svolgere il suo ruolo chiave di banchiere per il resto d’Europa, si parlerà di equivalenza o reciproco riconoscimento delle leggi e norme che governano i mercati finanziari. Si parlerà di regole a tutela dei diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito e dei sudditi di Sua Maestà residenti nei rimanenti 27 paesi membri. Si parlerà di Euratom, di Eurocontrol e di tutte le agenzie, direttive, regole, regolamenti e politiche che formano l’architettura dell’Ue, che hanno portato all’Europa più di sessant’anni di pace e progresso economico e che il Regno Unito, per la propria storia e carattere nazionale, ha deciso di mettere in questione. Ma che adesso, sempre a causa della propria storia e carattere nazionale, ha deciso di affrontare con pragmatismo e razionalità.

Insomma, tutto deve cambiare affinché nulla cambi.

@igabara

Dal “persecutore” alla giudice “amica” di Temer

Il tempo stringe nella novela giudiziaria di Lula e del Partido dos Trabalhadores (Pt) che lottano non solo per riportare l’ex presidente in libertà, ma anche per superare lo scoglio giudiziario che impedirebbe all’ex presidente di non riuscire, dentro le scadenze elettorali, di partecipare alla campagna elettorale. La polarizzazione politica dei brasiliani si estende nel mondo giudiziario che interagisce non tanto occultamente con parte del mondo politico che palesemente non vuole Lula alle presidenziali che vincerebbe largamente contro qualsiasi candidato in lizza oggi. Chi sono i giudici che avranno un peso sul futuro di Lula?

Nonostante non abbia più parte diretta nei processi contro Lula, il giudice Sergio Moro continua ad avere non solo un forte ruolo, ma un singolare accanimento giudiziario contro l’ex presidente. Moro ha condannato Lula in prima istanza, accettando prove che probabilmente saranno rivalutate anche dalle corti federali a cui la difesa riuscirà a fare ricorso, però, a presidenziali avvenute.

Il giudice potrebbe ostacolare i piani della difesa, per via del suo forte ascendente nel potere giudiziario, nella polizia federale che detiene l’ex presidente a Curitiba e dove si trova la sede della Lava Jato, così com’è chiamata l’inchiesta della magistratura, comandata dallo stesso Moro e che indaga la tangentopoli legata alla Petrobras, la statale petrolifera brasiliana. Moro ha forti legami con gli Stati Uniti, dove viaggia spesso, partecipando a feste di gala frequentate da politici, manager americani e brasiliani.

Un altro personaggio chiave nel destino di Lula è Felix Fischer, relatore della Lava Jato, il quale esaminerà il ricorso della difesa al Superiore tribunale di giustizia. Nel caso in cui la richiesta sia negata, la difesa si appellerà al Supremo tribunale federale, la cui presidente è Carmem Lucia.

Se la presidente deciderà di mantenere la sua carica nei prossimi giorni, sarà lei ad accettare o no la domanda della difesa di Lula che chiederà alla sua corte di discutere se per la costituzione brasiliana l’ex presidente sarà ineleggibile. Il tribunale federale deciderà probabilmente anche i prossimi ricorsi giudiziari per liberare Lula. È stato a causa del giudizio contrario di Carmem Lucia nella votazione del 4 aprile che Lula non ottenne, per un solo voto, l’habeas corpus dal Supremo tribunale che gli avrebbe consentito d’evitare la detenzione.

Alcuni giorni prima della votazione, la presidente ricevette dure critiche anche dall’ex procuratore della Repubblica, Rodrigo Janot, che non vide di buon occhio la visita di un indagato per corruzione, il presidente Michel Temer, il quale incontrò Carmen Lucia nella sua casa, per discutere, apparentemente, di sicurezza pubblica. Carmen Lucia, probabilmente, non vorrà rimanere in carica e sarà sostituita alla presidenza del Supremo tribunale federale da un magistrato vicino al Pt, Dias Toffoli, il quale fece un reclamo già in passato per liberare Lula. Toffoli è stato avvocato del Pt ed ha assunto un posto nella Advocacia-Geral da União, durante il mandato dell’ex presidente petista.

Lula non molla ancora. Il verdetto è sul Brasile

La bagarre giudiziaria intorno alla detenzione di Luiz Inacio Lula da Silva, l’ex presidente del Brasile favorito per vincere le presidenziali del 7 ottobre in Brasile, colloca un punto interrogativo al suffragio elettorale e al futuro politico del Paese. La lotta tra giudici, avvocati, ma anche politici, ha raggiunto il suo apogeo l’8 luglio, quando Rogerio Favreto, il giudice di turno del Tribunale regionale federale 4 di Curitiba (Trf4) – dove Lula sconta una dissentita e non definitiva condanna di 12 anni per corruzione e riciclaggio – ha spiccato per ben tre volte nello stesso giorno un habeas corpus a favore dell’ex presidente.

Gli agenti del carcere della polizia federale, dove è detenuto Lula, si sono rifiutati d’ubbidire a Favreto, soprattutto quando hanno ricevuto la telefonata di Sergio Moro, il giudice che ha condannato Lula in prima istanza. Nonostante fosse in ferie e non più di competenza nel caso Lula, Moro ha fatto pressione prima sul giudice Gebran Neto e poi sul ministero pubblico federale che, attraverso il giudice Thompson Flores, ha bloccato definitivamente il tentativo di liberazione di Lula. La difesa e il Partido dos Trabalhadores, il partito dell’ex presidente, avevano premeditato il piano di scarcerazione di Lula, poiché sapevano che Favreto, un giudice vicino al partito, l’8 luglio, era di turno e avrebbe potuto firmare l’habeas corpus.

La notizia della mancata liberazione del detenuto-candidato che ha governato con un record di preferenze dal 2004 al 2011 il Brasile, ha fatto sì che in poche ore il nome di Lula rimbalzasse sulla Rete milioni di volte e i media brasiliani e stranieri seguissero la notizia in diretta per ore. Il tentativo d’occultare la candidatura di Lula da parte del giudiziario e degli alleati del presidente Michel Temer, ma anche di una élite economica contraria al ritorno dell’ex metalmeccanico al potere, è arduo e, forse, impossibile. Lula ha dato alla presidente nazionale del Pt, la carismatica senatrice Gleisi Hoffmann, l’avvallo totale per parlare a suo nome e comandare l’allestimento della campagna presidenziale che continua a tutti gli effetti.

Luiz Fernando Pereira, specialista in legislazione elettorale, afferma che “non c’è modo d’impedire anticipatamente il registro della candidatura di Lula” che sarà fatto, secondo la direzione petista, il 15 agosto. Lula è condannato, ma solo in secondo grado. La difesa ha fatto ricorso al Trf4 e potrá appellarsi al Superiore tribunale di giustizia e in ultima istanza al Supremo tribunale federale, ma i processi non termineranno prima del 7 ottobre. La questione è invece se Lula potrà partecipare nel frattempo alle elezioni presidenziali. Secondo Pereira, nel 2016 più di 140 candidati alla carica di prefetto disputarono le elezioni con condanne non definitive e, molti di loro, riuscirono a mantenere il proprio incarico, anche dopo il definitivo verdetto giudiziario.

Chi deciderà risolutivamente l’eleggibilità di Lula sarà il Tribunale superiore elettorale, ma l’organo giudiziario potrà essere mosso solo dopo che il Pt avrà iscritto la candidatura di Lula ad agosto.

Quasi sicuramente la giustizia elettorale bloccherà la candidatura petista. Il Pt avrà diritto, però, a un ricorso che, con tutta probabilità perderà, giacché Ficha Limpa, scheda pulita – la legge firmata dallo stesso ex presidente, quando era in carica – non consentirà la candidatura.

La normativa impedisce a candidati politici di disputare elezioni se hanno ricevuto condanne giudiziarie. La costituzione, però, prevede la possibilità di un ricorso straordinario al Supremo tribunale federale di giustizia se, e solo se, si tratterà di discutere una questione costituzionale, ossia la condizione dell’idoneità di Lula di partecipare alla corsa presidenziale, poiché la costituzione brasiliana prevede che nessuno possa avere i propri diritti politici sospesi fino a quando non sia stata emessa una condanna definitiva.

La questione è da molto tempo discussa nel Supremo tribunale federale, cui la difesa di Lula presenterà un’ingiunzione giudiziaria che potrebbe permettere di sospendere l’ineleggibilità dell’ex presidente.

Se la richiesta sarà accettata temporaneamente, Lula potrà registrare la sua candidatura e compiere la campagna elettorale dal 16 agosto. Sebbene sotto giudizio, l’amato e odiato brasiliano potrà partecipare alla campagna, incluso l’apparire negli orari di propaganda elettorale, partecipare a dibattiti e interviste, anche se l’11 luglio, la giudice Carolina Moura, responsabile per l’esecuzione della pena di Lula, ha emesso un provvedimento che non consente all’ex presidente di rilasciare interviste e partecipare alle discussioni elettorali.

Se prima del 7 settembre, la decisione del Supremo tribunale federale sarà sfavorevole a Lula, il Pt avrà tempo fino al 17 settembre per sostituirlo con un nuovo candidato che avrà 20 giorni di tempo per condurre la propaganda elettorale.

Nel caso in cui Lula riesca a essere eletto e la sentenza sfavorevole arrivi dopo la vittoria, la legge elettorale prevede una nuova elezione. Se invece l’impedimento giudiziario avvenisse dopo il primo turno elettorale, il Pt perderebbe definitivamente la chance di avere un proprio candidato.

Per questo motivo il partito dovrà ponderare la strategia elettorale prima del 17 settembre, per non correre il rischio di non avere un proprio candidato nel secondo turno. Probabilmente il Pt lo farà e conserverà la candidatura di Lula al massimo, ma poi sarà lo stesso ex presidente che, in piena corsa elettorale potrà farsi da parte e traghettare i propri voti a un designato del Pt con la sua benedizione.

“Vlad Putin non si è ripulito ma l’opposizione è debole”

In questi giorni “Mosca è piena di stranieri ubriachi, questo mi irrita”. Le sue parole planano come sempre decise. “Volevo che vincesse la ruskaja komanda, la squadra russa”, ma Edward Limonov dice che “l’Inghilterra ha perso, quindi è otlicno, eccellente”.

L’immagine di Putin e della sua Russia sono diventate ancora più solide dopo questo mondiale?

Meno di quanto sembri a Putin. In Russia sono arrivate per il mondiale 2 milioni di persone, comunque un numero molto piccolo rispetto ai 7,5 miliardi della popolazione terrestre, è una kaplja v more, una goccia nel mare. Putin ha sopravvalutato troppo lo sport come strumento di influenza nel resto del mondo. Alla Duma di Mosca oggi sono seduti molti di quelli che ieri erano atleti, ovviamente dei neumnych, dei non intelligenti. Per i Giochi Olimpici invernali a Sochi hanno invece distrutto la natura unica del territorio. La visione di Putin riguardo lo sport non è così dritta, ha sbagliato.

È l’alba dell’incontro di Helsinki. Trump e Putin concorderanno su un’Europa divisa?

Io credo che Trump non sopporti il comportamento degli europei, chiederà una partnership a Putin. È evidente dall’ultimo G7 che Trump è reverente verso Putin e la Russia, quando ha detto “la Crimea ormai russa e i cyber attacchi contro gli Usa sono colpa di Obama, che non ha preso misure adeguate”. Trump percepisce il mondo come un campo di attività di grandi forze: Usa, Cina, Russia, e poi c’è l’Unione europea, che è fallita ai suoi occhi, e ha deciso di sostituirla con la Russia. Ma non è un fatto che Mosca lo voglia, noi abbiamo obblighi verso la Cina.

Dopo retromarce e stalli alla Bolotnaja, intimidazioni e arresti successivi, c’è la possibilità che una nuova generazione sovverta lo stato di cose in Russia?

Se si intende un modello di gioventù euro-orientato, allora il numero di questi giovani è molto basso rispetto a quelli che professano i valori tradizionali russi, e net shansa, non c’è alcuna probabilità. È invece apparsa una gioventù orientata alla grandezza russa.

Quindi non esiste l’opposizione in Russia?

Fino al 2003 i liberali erano parte del potere. Quando nel 2005 si sono svegliati dopo la sconfitta, sono passati all’opposizione e sgovnili, hanno “smerdato” tutto. E oggi la Russia vive nel blocco economico, il Paese è sotto il giogo dell’oligarchia dei super-ricchi. Nel futuro ci sarà qualcosa di più radicale dell’opposizione a Putin, ma per liberali e filo-occidentali perspektiv net, non ci sono prospettive.

È stato gentile a dare questa intervista durante la finale.

Non sono un uomo gentile, sono un uomo efficiente. Dio non ha voluto che la Croazia vincesse, la coppa del mondo sarebbe finita tra le mani di fascisti dei Balcani, che hanno ucciso milioni di serbi ed ebrei. Per Putin sarebbe stato un autogol.