“Sulla riforma di Dublino Lega non pervenuta”

Cari governi, sono due anni che avete sul tavolo la riforma di Dublino: i vostri egoismi tengono in ostaggio l’Unione. Presidente Macron, cancelliera Merkel, se non volete che il vostro europeismo sia solo di facciata sostenete la proposta di riforma dell’Europarlamento”. Con il suo intervento in aula a Bruxelles ha fatto sobbalzare sulle scrivanie capi di Stato e di governo: è Elly Schlein, europarlamentare italiana del gruppo socialista, 33 anni, eletta con il Partito democratico e fuoriuscita con Pippo Civati per l’avventura di Possibile. È virale in Rete l’appello per la riforma del trattato di Dublino, che “darebbe sostanza ai principi di solidarietà cancellando la propaganda: eliminerebbe la norma secondo cui il Paese di primo approdo è quello che deve occuparsi dell’esame della richiesta d’asilo, sostituendolo con un meccanismo di ricollocamenti in tutta l’Unione, che agirebbe finalmente come attore politico unico senza ribaltare la cartina geografica. Anche perché non c’è modo di spostare l’Italia e la Grecia dal Mediterraneo…”.

La Lega ha dato un contributo? Salvini è anche eurodeputato…

La Lega non ha mai partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato svolte in due anni di lavori sulla riforma. A nessuna. L’attuale ministro della famiglia Lorenzo Fontana non si è mai presentato neppure a difendere emendamenti firmati da lui.

Cosa contestate del regolamento di Dublino?

Ha introdotto un criterio ipocrita capace di lasciare responsabilità quasi esclusive ai Paesi di frontiera. L’Italia è una frontiera naturale. Ma a novembre 2017 è avvenuto un fatto storico: abbiamo fatto approvare a due terzi dell’Europarlamento una riforma capace di cancellare l’assurdità per cui il Paese di primo approdo, il porto sicuro, deve seguire tutto l’iter necessario alla verifica e al conferimento della protezione internazionale. L’iter burocratico attuale prende fino a due anni anche per i ricongiungimenti familiari: abbiamo inserito una procedura accelerata di ricollocamento. E, inoltre, sarebbe introdotto un principio per cui chi viola il sistema di quote subirà conseguenze sui fondi strutturali europei.

Chi ha votato contro?

I conservatori, le destre lepeniste e i Cinque stelle. La Lega di Salvini si è astenuta. La motivazione dei grillini è: la riforma si occupa di rifugiati e non di migranti economici. Sbagliato, si applica a chi chiede l’asilo. Solo al termine dell’iter della richiesta e della valutazione si può capire chi ha diritto e chi no: la nostra vittoria è stata proprio stabilire che questo iter avvenga in altri Paesi europei.

E nel Mediterraneo succede quel che succede…

A questo proposito ho l’impressione che il ministro dell’Interno sacrifichi l’interesse italiano sulla base di un’alleanza politica che ha come vero fine lo smantellamento dell’Unione europea. Invece, sarebbe bene che il governo venisse al Consiglio europeo per convincere anche il premier ungherese Orbán a fare la sua parte.

Siamo di fronte a un’invasione epocale come sembrerebbe dalle parole di politici come Salvini?

Sono i numeri a dirci che non è un’invasione. Il 2016 è stato l’anno più difficile: si parla di un milione e 300 mila richieste di asilo su 500 milioni di cittadini europei, lo 0,25%. Penso che la paura delle persone non debba essere banalizzata, ma se la risposta della sinistra è quella dell’ex ministro Minniti con uno spostamento di linguaggi e politiche a destra, l’unica beneficiaria sarà la destra. Oltretutto fermare i flussi alla fonte non ha mai funzionato e quando è stato fatto ha determinato solo la creazione di nuove rotte, riguardanti sempre Grecia e Italia. Il fronte nazionalista ormai è globale e punta a nuovi muri: da Trump a Salvini, dalla Le Pen a Orban. Ma l’europeismo di Macron fin qui è stato di facciata, ora la sinistra ha l’occasione per rinascere. Pd e sinistra devono avviare percorsi di autocritica seri, e ritornare a parlare alle persone nei luoghi di sofferenza del Paese che si sono rivolti ad altri. E bisognerà farlo con umiltà, rinnovando linguaggi e proposte. Altrimenti è tutto finito.

L’Unione delle debolezze tiene vicini Conte e Merkel

Come se la questione migranti non bastasse, a rendere perigliosa la navigazione nelle acque europee verso il Vertice di Bruxelles giovedì e venerdì, il governo italiano ci aggiunge il carico da novanta del lavoro e della lotta alla povertà: priorità ovvie di ogni esecutivo nazionale, che in larga parte esulano, per volontà dei governi, dalle politiche comunitarie.

Ma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che prosegue a Berlino la sua iniziazione europea, dopo essere stato venerdì a Parigi, annuncia alla cancelliera tedesca Angela Merkel che, al Vertice, nella discussione sul nuovo quadro finanziario pluriennale Ue 2021-’27, l’Italia cercherà d’orientare i fondi europei verso misure di sostegno all’inclusione sociale, come il reddito di cittadinanza.

Cioè, alla Germania andiamo a chiedere, lo stesso giorno, di farsi un po’ carico dei migranti sbarcati in Italia e un po’ pure dei nostri poveri e disoccupati. In cambio le prospettiamo riforme per rendere più competitivo il sistema Paese: questa, la Merkel l’ha già sentita da almeno altri cinque premier italiani e senz’altro, buona creanza a parte, si chiede perché stavolta dovrebbe crederci.

Fortuna che le decisioni sul bilancio Ue 2021-2027 non devono maturare adesso – se va bene, a fine 2019. Ora, la corda è tesa sui migranti: Conte arriva dalla Merkel che la cancelliera ha appena disinnescato l’insidia portata al suo governo dal ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer: ok al piano sull’immigrazione del ‘Salvini di Monaco’, ma nel quadro di un accordo sul diritto d’asilo a livello europeo; no all’“avvio automatico” dei respingimenti alle frontiere tedesche. Dopo il Vertice di Bruxelles, la Cdu, il partito della Merkel, di cui la Csu di Seehofer è una costola, ne vaglierà i risultati.

In questo contesto avviene la stretta di mano tra la Merkel e Conte e si collocano le dichiarazioni alla stampa, che precedono il colloquio e che sono, sostanzialmente, e scontatamente, mielose. La Merkel è pronta a venire incontro alle richieste dell’Italia sui migranti ed è consapevole che l’Ue deve cambiare – una frase passe-partout, che va sempre bene. Conte avverte che, se non ci sarà una risposta europea, la libertà di circolazione di Schengen è a rischio – il che suona autogol, ma può fare colpo.

Mentre in Italia il vice-premier M5S Luigi Di Maio gioca l’ ‘asse dei premier’ – Italia, Germania, Francia – contro l’ ‘asse dei ministri dell’Interno’ del collega Salvini – Italia, Germania, Austria –, sostenendo che “la Germania ci sta servendo degli assist”, la Merkel riconosce l’urgenza di dare “solidarietà all’Italia” e apre a “collaborare con l’Italia” sia sui migranti che sul lavoro. Fra le cose da fare, la cancelliera cita il potenziamento di Frontex e la tutela delle frontiere esterne dell’Unione.

Conte dice che l’Italia non può continuare a fare da sola e che sui migranti l’Ue deve “cambiare prospettiva”; e ricorda che “chi mette piede in Italia mette piede in Europa” e che “la posta in gioco è altissima”. Le relazioni tra Italia e Germania? “Eccellenti”.

Poi i microfoni della conferenza stampa si chiudono e inizia il colloquio. Che forse non sarà stato tutto un ‘volemose bene’.

E anche Feltri benedice Genny

L’ascesa di Gennaro Sangiuliano verso la poltrona di direttore del Tg1 continua a incassare endorsement da vecchi e nuovi amici. L’attuale vicedirettore – ve l’abbiamo raccontato – è il preferito di Salvini, sempre incline ai selfie col putiniano Genny: qui vi mostriamo quello del 6 marzo – due giorni dopo le elezioni – insieme all’altro giornalista Rai Giuseppe Malara. Ieri è arrivata la benedizione di Vittorio Feltri nel suo editoriale su Libero. È lo stesso Feltri (e lo stesso Libero) che chiamò Sangiuliano a fare il vicedirettore nel 2002. Lo stesso Feltri con cui Sangiuliano ha firmato l’opera immortale: “Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa”. Ora Vittorio, guarda un po’, tifa per Genny: “(Salvini) cominci a impadronirsi del Tg1, chiamando a dirigerlo l’attuale vicedirettore Gennaro Sangiuliano, un grande professionista dell’informazione”.

Carroccio in rosso: più di un milione perso nel 2017

Al verdestorico e al blu di “Salvini premier”, ora si aggiunge un altro colore: il rosso del bilancio. La Lega ha chiuso il 2017 con una perdita di oltre un milione di euro. È il risultato dell’ultimo rendiconto, su cui pesa ancora la spada di Damocle del contenzioso aperto dal Tribunale di Genova e il blocco dei conti correnti. L’inchiesta sulla maxi-truffa sui rimborsi elettorali – che ha portato alla condanna dell’ex tesoriere Francesco Belsito e ha coinvolto anche Umberto Bossi – tiene bloccati circa 50 milioni di euro.

Oggi la liquidità è pari a 41.868 euro, tra depositi bancari e postali. Nel 2016 era quattro volte superiore. Quasi due milioni di euro di introiti provengono dal due per mille versato dai cittadini, mentre i dirigenti leghisti hanno donato più di un milione e 310 mila euro. Matteo Salvini ha versato 36 mila euro di autotassazione, che si aggiungono a quanto tutti i dirigenti leghisti già versano: 3.000 euro al mese e 20 mila una tantum in caso di candidatura alle politiche. I più generosi sono Marco Rondini, deputato milanese (57 mila euro), il senatore bergamasco Nunziante Consiglio (54 mila euro) e il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (51 mila euro).

Il sorpasso del Carroccio. Nel sondaggio scavalca il M5S con il 29,2 per cento

È sorpasso, anche se solo in un sondaggio. E ovviamente colpisce parecchio, leggere che la Lega di Matteo Salvini scavalca i Cinque Stelle nelle intenzioni di voto, seppure di un soffio, con il 29,2 per cento rispetto al 29 del M5S. Così recita il sondaggio di Swg, diffuso ieri dal Tg de La7, nel quale rispetto al rilevamento di una settimana fa crescono anche di pochissimo il Pd, al 18,8, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Ma chi davvero schizza in avanti è il Carroccio, che in soli sette giorni passa dal 27 per cento (già quasi dieci punti in più rispetto alle Politiche del 4 marzo scorso) al 29,2. Parallelamente, il Movimento scende dal 31,5 al 29 per cento. Quindi, a una prima lettura immediata, Salvini ha succhiato consenso direttamente agli alleati a 5Stelle, anzi ai contraenti dell’accordo di governo. Cifre da cui è legittimo dedurre come le “sparate” del ministro dell’Interno sull’immigrazione abbiano pagato in termini di popolarità, almeno nel brevissimo termine. Circostanza che accresce ovviamente le quotazione della Lega e del centrodestra in vista dei ballottaggi del 24 giugno, dopo un primo turno in cui il Carroccio ha già ottenuto ottimi risultati.

Maroni condannato per l’incarico, ma assolto per la trasferta a Tokyo

Condannato a metà. Roberto Maroni, ex presidente della Regione Lombardia, è stato ritenuto colpevole del reato di “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”, ma assolto da quello, più grave, di “induzione indebita a promettere utilità”. Così il Tribunale gli ha inflitto, in primo grado, la pena (sospesa) di 1 anno di reclusione e 450 euro di multa. Il processo girava attorno a due vicende. La prima: l’ex ministro dell’Interno era accusato dal pm Eugenio Fusco di aver fatto pressioni affinché una sua collaboratrice al Viminale, Mara Carluccio, ottenesse un incarico in una società controllata dalla Regione, Eupolis, compenso 29.500 euro. La seconda vicenda ipotizzava che Maroni, da presidente della Regione, avesse fatto pressioni per portare con sé a Tokyo, in un viaggio del maggio 2014 a spese di Expo, un’altra sua collaboratrice al Viminale, Maria Grazia Paturzo, con cui aveva in corso una “relazione affettiva”. Per questo Fusco aveva ipotizzato il reato di “induzione indebita”, una delle fattispecie della vecchia concussione. La missione fu poi annullata da Maroni all’ultimo momento, per le proteste di Isabella Votino contro la presenza della “concorrente” Paturzo. Se per questo reato fosse arrivata una condanna superiore ai 2 anni, sarebbe scattata la legge Severino, che impone la decadenza di un amministratore pubblico condannato anche solo in primo grado. È per questo che Maroni il 4 marzo non si è ricandidato alla presidenza della Regione, malgrado tutti i sondaggi prevedessero una sua vittoria sicura? È una spiegazione che qualcuno ha dato per il suo inaspettato ritiro dalle scene, affiancata da un’altra ipotesi: non candidarsi significava evitare un rischio a Milano (la decadenza da presidente a causa della Severino), per puntare su una vittoria a Roma (un importante ruolo di governo nel caso di vittoria del centrodestra). Poi le cose il 4 marzo sono andate diversamente dalle previsioni, la Lega di Matteo Salvini ha superato il partito di Silvio Berlusconi, con cui Maroni è in sintonia più di quanto non lo sia con il suo successore alla guida del Carroccio. Conseguenza: Maroni è entrato in un cono d’ombra. Ora si dice deluso per l’assoluzione a metà: “Assolto e condannato allo stesso tempo, un colpo al cerchio e uno alla botte. Sono deluso, ma non mi scoraggio”. Ma forse intanto si mangia le mani: se fosse rimasto a fare il presidente, avrebbe evitato l’uscita dalla scena politica e oggi potrebbe festeggiare lo scampato pericolo.

Matteo: “Vedo il Papa”. Il Vaticano: “Falso”

Con tono perentorio, durante un’intervista televisiva, Matteo Salvini infila in agenda un colloquio con papa Francesco: “Probabilmente avrò l’onore di incontrarlo questa settimana. Questo mi riempie di gioia”. In Vaticano negano: nessuna richiesta pervenuta, nessun appuntamento previsto. Forse Salvini sperava di vedere Jorge Mario Bergoglio stasera al ricevimento annuale tra le gerarchie vaticane e le istituzioni italiane alla Nunziatura apostolica. Improvvisare un bilaterale, in mezzo a un evento, sarebbe puro azzardo diplomatico. Papa Francesco, però, non partecipa.

Il ministro dell’Interno, invece, potrebbe sfruttare l’occasione della partenza per il viaggio a Givevra di Bergoglio e salutarlo giovedì sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino. Il vicepremier – che in quindici giorni blinda i porti e prepara un “censimento dei rom” – ha bisogno di “coprire” il lato degli elettori cattolici. Neanche il leader più in ascesa può permettersi un rapporto gelido col popolare pontefice. Così Salvini ragiona su Bergoglio con una delicatezza che da tempo non si riflette nei suoi discorsi: “Giustamente il Papa parla alle anime, parla del bene supremo, di tutti. Noi che siamo più piccoli e molto più legati ai problemi terreni, ai rifugiati garantiamo il necessario. A coloro che non scappano dalla guerra e che pensano che in Italia ci sia casa e lavoro per tutti diciamo, come fanno i francesi, gli spagnoli, gli austriaci, che non ce la facciamo ad aiutare tutti”.

Il leghista si riferisce all’appello di Bergoglio all’Angelus, alla vigilia – si terrà domani – della giornata mondiale del rifugiato: “Puntiamo l’attenzione sui fratelli costretti a fuggire dalla loro terra a causa di conflitti e persecuzioni. La ricorrenza – ha spiegato il Papa – cade nel vivo delle consultazioni dei governi per un patto mondiale sui rifugiati. Auspico che gli Stati coinvolti raggiungano un’intesa per assicurare con responsabilità e umanità la protezione a chi è costretto a lasciare il suo Paese”. Il Vaticano, in passato, ha supportato la linea di Marco Minniti, predecessore del leghista al Viminale: “Un governo deve gestire il problema dell’immigrazione con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho. Secondo: non solo ricevere, ma integrare”.

Per il rifiuto di far entrare in Italia la nave Aquarius, Salvini ha ricevuto già le severe critiche dei vescovi italiani.

Al contrario, il Vaticano ha professato sempre l’accoglienza, ma il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato e sentinella di Francesco nel mondo, ha rafforzato la richiesta di collaborazione dell’Italia: “La soluzione deve essere comune, non si può gettare soltanto sulle spalle di un Paese il peso e la responsabilità di risolvere questo fenomeno”.

FascioLega Capitale, la Terra di Mezzo si ricicla con Salvini

Arrivano dalle gloriose terre pontine e littorie del Lazio e dapprima hanno colonizzato l’Ugl, il sindacato di destra un tempo di Renata Polverini (oggi berlusconiana), e poi si sono imbarcati, ospiti graditissimi, sul Carroccio trionfante di Matteo Salvini.

È il grumo di potere capitolino che si raccoglie attorno al neosottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, candidato nel collegio plurinominale di Latina alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Durigon è stato vicesegretario generale dell’Ugl e la sua nomina nel sottobosco di governo era annunciata da settimane, a dimostrazione della forza di questa lobby fascioleghista in tutto il Lazio. Ché la Lega di Salvini e Giorgetti ha una foresta di peli sullo stomaco con l’intera galassia nera – non solo di matrice An – e il nuovo partito nazionalista del Dux Matteo sta spalancando le porte a camerati di ogni risma.

Il referente di Durigon è infatti l’indimenticato Stefano Andrini, già protagonista delle assunzioni clientelari di Alemanno e Panzironi alla famigerata Ama, la municipalizzata per la raccolta dei rifiuti. Con Andrini siamo oltre il fascismo: da giovane naziskin sprangò due ragazzi e per questo venne condannato. Nella Lega si racconta che Andrini, ubriaco del successo di Durigon, parlamentare e poi sottosegretario, sogni addirittura di candidarsi in prima persona alle elezioni europee del prossimo anno. E l’asse tra Andrini e Durigon è la conferma del massiccio esodo della destra postmissina verso i lidi salviniani, soprattutto nel centrosud. Sta accadendo in Campania, in Calabria, in Sicilia. E sta accadendo nel Lazio.

In origine, quattro anni fa, il primo, solitario sbarco della destra sociale di An nella Lega fu quello di Barbara Saltamartini. Da allora è cambiato il mondo e il declino del centrodestra berlusconiano ha innescato la spinta propulsiva del fascioleghismo.

Un altro nome di peso del cerchio magico di Durigon è quello di Francesco Zicchieri, vicecapogruppo alla Camera. Nemmeno una settimana fa, si è saputo che i manifesti di Zicchieri per le amministrative del 2016 di Terracina, in provincia di Latina, furono rinvenuti dalla polizia nell’auto di un attacchino al soldo del clan Di Silvio, di etnia rom. Da un lato il Paese reale che si vuol fare leghista, dall’altra la narrazione dello stesso Salvini che vuole cacciare i rom. Zicchieri è anche il coordinatore regionale del Lazio e sta trattando da settimane un altro autorevole ingresso nel partito salviniano: quello di Pietro Sbardella, figlio di Vittorio buonanima alias lo Squalo andreottiano.

Alle ultime regionali Sbardella non ce l’ha fatta ed è in procinto di abbandonare i centristi dell’Udc. Così, per il momento, ha piazzato il suo fedelissimo Angelo Valeriani come nuovo responsabile leghista per gli enti locali della provincia di Roma.

La filosofia politica di questo gruppo non disdegna il consociativismo modello Terra di Mezzo. Quello che conta sono le poltrone, il potere. Ecco, per esempio, la storia del povero Enrico Cavallari. Fu lui a fondare Noi con Salvini ma dopo le regionali del Lazio, il 4 marzo scorso, è stato sbattuto fuori dal gruppo di Durigon. Espulso. Oggi siede nel gruppo misto alla Pisana. Ha detto: “Sono onorato di essere stato espulso da un coordinatore regionale, Francesco Zicchieri, la cui condotta nulla ha a che vedere con i dettami del nostro leader nazionale. Mi trovo esattamente agli antipodi delle persone che governano il partito nel Lazio, tanto culturalmente quanto nel modo di fare politica e di costruire un partito, lontano anni luce, oltre che dallo stesso Zicchieri, anche dal coordinatore della provincia di Roma, Claudio Durigon. Nella regione Lazio c’è la corsa ad accaparrarsi le poltrone”.

Una consigliere regionale leghista del Lazio si chiama Laura Corrotti: in campagna elettorale avrebbe ricevuto il sostegno persino di Samuele Piccolo, enfant prodige della destra di Roma fino al 2012 quando fu arrestato per una serie di reati dall’associazione per delinquere in giù.

Il 4 marzo, tra regionali e politiche, la Lega nel Lazio ha sfondato il muro della doppia cifra ed è destinata a ingrossarsi sempre di più, con l’avallo di Salvini e di Giorgetti. E raccontano perfidamente che Durigon, al Lavoro, potrebbe riservare grandi sorprese. Vedremo di che genere.

“Censimento dei rom”, poi Salvini deve fare retromarcia

La trance agonistica da campagna elettorale permanente porta consensi, ma può esporre a magre figure. Parlando di Rom e Sinti, Matteo Salvini è scivolato: per la prima volta ha dovuto specificare, stemperare e correggere le dichiarazioni rilasciate solo poche ore prima.

La frase incriminata la pronuncia in mattinata durante un’intervista su Telelombardia: “Al ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos”. Il capo della Lega ha parlato di “una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti siano”. In che modo? “Rifacendo quello che all’epoca fu definito ‘il censimento’, apriti cielo… Allora chiamiamola ‘anagrafe’ o ‘fotografia’ della situazione”. Ultima considerazione: mentre gli stranieri irregolari si possono espellere, “i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”.

Alla parola “censimento” il cielo si apre davvero: l’eco dell’intervista di Salvini si diffonde rapidamente e le reazioni sono durissime. Il Pd mette in campo i suoi uomini di punta (Gentiloni, Martina, Orfini) che definiscono a vario titolo “fasciste”, “naziste”, “aberranti”, “pericolose e inaccettabili” le parole del ministro dell’Interno. La segretaria della Cgil Susanna Camusso va giù dritta, senza giri di parole: “Che orrore e che schifo!”.

Rispondono persino i Casamonica, il clan sinti che semina il panico nelle periferie romane: “Salvini può dire quello che vuole – dichiara Luciano Casamonica – ma noi siamo italiani da 7 generazioni”.

Interviene, soprattutto, Luigi Di Maio. Ufficialmente i 5Stelle rimangono in silenzio di fronte all’ennesima uscita in avanscoperta dell’alleato di governo. Dietro le quinte, invece, il vicepremier grillino chiama il vicepremier leghista e gli chiede di rettificare. La parola “censimento” peraltro non è contemplata nel contratto (che prevede “chiusura di tutti i campi nomadi irregolari; contrasto ai roghi tossici e obbligo di frequenza scolastica dei minori”).

Salvini evita lo strappo e corregge la linea. Sui social resta spavaldo a beneficio dei milioni di follower (vantandosi delle “minacce” dei Casamonica). Sul piano diplomatico, più delicato, si affida a una dichiarazione dettata a giornalisti e agenzie. Con la quale si rimangia parte delle dichiarazioni del mattino: “Non è nostra intenzione schedare o prendere le impronte digitali a nessuno, il nostro obiettivo è una ricognizione della situazione dei campi rom. Intendiamo tutelare prima di tutto migliaia di bambini ai quali non è permesso frequentare la scuola regolarmente”.

La parola chiave è “campi rom”: Salvini non parla più di un censimento tout court dell’intera popolazione – che in larghissima parte vive in Italia da diverse generazioni e abita in case e appartamenti, non in baracche – ma di una verifica solo sui campi nomadi. La stessa che fece al Viminale Maroni nel 2008, quando affidò il censimento degli insediamenti di Roma, Milano e Napoli ai rispettivi prefetti, “commissari straordinari per l’emergenza Rom”. Un’emergenza sopravvalutata, almeno nei numeri: le persone censite risultarono appena 12.346; 5.436 erano minori.

Il ravvedimento di Salvini fa esultare Di Maio: “Mi fa piacere che abbia smentito qualsiasi ipotesi di censimento, registrazione o schedatura, se una cosa non è costituzionale non la si può fare”. Il ministro del Lavoro non nasconde l’urgenza di spostare l’attenzione mediatica sui temi della sua agenda: “Bene occuparsi di immigrazione, ma prima pensiamo ai tanti italiani che non possono mangiare”. In un’intervista a Lucia Annunziata sull’Huffington Post aveva piazzato un’altra stoccata alla Lega: i discorsi sulla trasparenza dei finanziamenti alla politica, ha detto il leader del M5S, valgono “anche per la fondazione del Carroccio”.

Salvini, dal canto suo, rimane in contatto con il vecchio alleato: ieri pomeriggio ha visto Silvio Berlusconi ad Arcore. Un incontro “breve e cordiale”, fanno sapere da Forza Italia, non solo per i ballottaggi delle Amministrative, ma pure per discutere del Def, che oggi approda in aula.

Ballusti

Tenetevi forte, notizia sensazionale: Sallusti ha scoperto la vergogna. Scrive proprio così: “vergognarsi”. Solo che il verbo non è coniugato alla prima persona singolare, come sarebbe doveroso, almeno da quando la grazia presidenziale di San Re Giorgio gli risparmiò gli arresti domiciliari e quella di San Bruti Liberati la galera. No, è coniugato alla terza persona singolare e riferito al sottoscritto e, per estensione, al Fatto. Che, diversamente dal fu Giornale fondato da Montanelli e affondato da Sallusti, ha il brutto vizio di dare notizie. Su tutti. Sabato il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ci ha raccontato come arrivò Luca Lanzalone a contatto con i 5Stelle: Lanzalone non era lo stalliere di Grillo e Casaleggio, né l’igienista dentale della Raggi, non si riuniva con Di Maio in una loggia eversiva, e pare non allestisse per loro cene eleganti o gare di burlesque. Era un professionista affermato che la giunta di Livorno scelse fra una quindicina di civilisti esaminati in un vasto scouting, in base alle competenze e ai progetti per salvare una municipalizzata (non tutti i presunti corrotti sono anche incapaci). Per le stesse ragioni fu chiamato a Roma, come consulente gratuito per lo stadio (di cui contribuì a dimezzare le cubature) e poi come presidente retribuito di Acea (dove nessuno eccepì sul suo operato). Ora è agli arresti con l’accusa di corruzione che, come abbiamo scritto subito, è incompatibile con la sua permanenza in carica. Infatti gli è stato intimato di dimettersi e l’ha fatto.

Ora, potete immaginare la reazione di Sallusti dinanzi a un oggetto volante non identificato detto “notizia”: quella del vampiro davanti alla luce o all’aglio. Sono anni che cerca invano qualcuno da paragonare ai suoi due padroni: quello finto, Paolo B., più volte arrestato e pregiudicato per corruzione; e quello vero, Silvio B., pregiudicato per frode fiscale (“delinquente naturale”), 9 volte prescritto, tuttora imputato per corruzione di testimoni e induzione a mentire e indagato per strage, nonché descritto dalla Cassazione come un finanziatore ventennale di Cosa Nostra. Ai tempi d’oro del bunga-bunga, provò ad apparentarlo con Kennedy, ma poi, sommerso dalle risate dei presunti lettori, capì che era meglio lasciar perdere. Ultimamente è ossessionato dai 5Stelle e dal loro maledetto vizio di non rubare. Gli è andata maluccio con la Raggi, la Muraro e le polizze di Romeo. Ma ora crede di aver trovato il suo uomo in Lanzalone. E, siccome si crede garantista ma non sa cosa vuol dire, addossa le eventuali tangenti del consulente M5S a Grillo, Casaleggio, Di Maio e Raggi.

Per arguirne – doppio salto mortale carpiato con avvitamento – che, se rubano tutti, il suo padrone è innocente. Tutti uguali e tutti ladri: che, per la malavita, è una bella consolazione. Però, anziché accontentarsi di sguazzare giulivo nel letamaio, Ballusti esagera. Pretende pure di passare per un giornalista, per giunta libero e financo coerente. Solo che per quell’impresa titanica gli mancano proprio le basi. E allora se la prende con noi, non parendogli possibile un giornale senza padroni che non prende ordini da nessuno. Omnia munda mundis, omnia sozza sozzis (Massimo Fini). Da quando siamo nati, ci hanno affibbiato variati mandanti occulti: da Di Pietro a Ingroia, dal Partito dei Giudici alla sinistra radicale, per qualche tempo persino Renzi, ora i 5Stelle. Poi però le nostre cronache e i nostri commenti si sono sempre incaricati di smentire quelle panzane. Per limitarci al M5S: lo scoop sull’incarico dimenticato dalla Raggi che le procurò la prima indagine penale, quello sulle polizze di Romeo, giù giù fino al ritratto al vetriolo di Spadafora che gli è costato un ministero. Ora, noi siamo vicini a Ballusti e capiamo la sua angoscia. Dev’essere terribile specchiarsi la mattina e vedere quella faccia. Specie da quando B. è fuori di testa e oggi ordina di sparare sul governo e domani di difenderlo. Come diceva Guzzanti nei panni di Fede, “nulla è peggio che leccare culi in movimento”.

Pertanto abbiamo deciso di aiutarlo con un consiglio gratuito. Per essere coerenti, gioia mia, devi sceglierti una posizione (un’idea, non un partito) e poi tenerla ferma nei confronti di chiunque. Se, puta caso, uno viene scoperto (da un’indagine penale o da un’inchiesta giornalistica) a compiere fatti gravi e infamanti, oggettivamente riscontrati a prescindere dalla loro rilevanza penale, devi decidere: il tizio deve dimettersi o no? Noi abbiamo sempre detto di sì, beccandoci orgogliosamente di “giustizialisti”. E abbiamo applicato questo principio a B. (i perché son noti), alla Boschi (conflitto d’interessi), alla sindaca M5S di Quarto (omessa denuncia di ricatti), ai deputati grillini indagati per le firme false (rifiuto di rispondere ai pm), a Lotti (accuse di altri renziani su Consip), alla Muraro (bugia, su un’indagine poi peraltro finita nel nulla), a Lanzalone (arresto e conflitto d’interessi). In che senso dunque saremmo “giustizialisti con i nemici e garantisti con gli amici”? E quali amici, poi? Se emergeranno prove che Raggi, Di Maio, Grillo, Casaleggio & C. erano complici in corruzioni, dovranno ritirarsi ipso facto. Al momento però non risulta e il “non poteva non sapere” non è mai esistito, né in una sentenza, né in un nostro articolo. Invece risulta – sentenza di Cassazione – che B. non solo sapeva della mega-frode fiscale da 360 milioni di dollari, ma che ne era “l’ideatore e il beneficiario”. Non solo sapeva: intascava. “I Travaglio d’Italia – scrive Ballusti ridotto alla disperazione – si stanno rimangiando tutti gli escrementi che per anni ci hanno tirato addosso”. Povera stella, controlla meglio: quella roba che puzza non te l’ha tirata addosso nessuno. È il tuo habitat naturale.