Libia, così le navi delle Ong hanno favorito i trafficanti

La concentrazione e il consolidamento in Libia delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico migratorio ha portato a una profonda trasformazione delle sue modalità operative. Per cogliere al meglio le possibilità offerte da una domanda inesauribile proveniente dagli aspiranti migranti intercettando il maggior numero possibile di richieste era opportuna una modifica delle iniziali modalità del traffico, eliminando l’accompagnamento dei migranti da parte delle “navi madri”, che in precedenza li trasportavano a ridosso delle acque territoriali italiane, lasciandoli poi sui barconi. Con il crescere del numero dei trasporti e con il maggiore presidio che le varie missioni navali nazionali e internazionali stavano realizzando nel Mediterraneo, sarebbe assai cresciuto il rischio che le navi dei trafficanti venissero intercettate, con conseguente arresto dei rei e sequestro delle navi.

 

I TRAFFICANTI. Il sempre maggiore numero delle unità navali nel Mediterraneo con funzioni di search and rescue poteva essere volto a loro favore dai trafficanti, che in questa seconda fase decisero di arretrare il raggio di azione delle loro imbarcazioni, facendo agire natanti più piccoli e più veloci nella fuga, da utilizzare non più per il trasporto ma solo per l’accompagnamento dei barconi dei migranti in funzione di ausilio per il rifornimento dei viveri e l’indicazione della rotta (i “facilitatori”) sino al momento in cui i barconi dei migranti fossero stati soccorsi.

Per aumentare l’impunità in modo da renderla assoluta restava un solo ulteriore piccolo passo: fare in modo che i natanti dei facilitatori non dovessero più entrare in acque internazionali, il che comportava che le navi dei soccorritori avanzassero il loro fronte di azione. Tale situazione era stata ben compresa dai comandi delle missioni navali che, infatti, si erano ben guardati dal farlo (la finalità di tali operazioni è il contrasto ai trafficanti, mentre l’attività di soccorso in mare costituisce un obbligo nascente dal diritto internazionale del mare per chi si trova nelle vicinanze di natanti in pericolo) ma a partire dagli ultimi mesi del 2015 gli spazi delle acque internazionali lasciati liberi dalle unità navali militari è stato occupato dalle navi delle Ong che per intercettare il maggior numero di migranti si sono spinte sino a ridosso del confine tra le acque territoriali libiche e quelle internazionali.

 

I GOMMONI. Le condizioni sempre più precarie dei mezzi utilizzati dai trafficanti per il trasporto dei migranti (spesso gommoni senza chiglia, di fabbricazione cinese, con motori inadeguati alla navigazione in alto mare) determina una situazione di pericolo che prescinde dalle condizioni del mare e, quindi, giustifica sempre l’intervento di soccorso che viene effettuato con la regia dell’IMRCC italiano, che interviene in un’area SAR estesa di fatto sino a 1.100.000 km quadrati circa a causa del disimpegno delle autorità maltesi, che pure dovrebbero presidiare un’area SAR di non modesta estensione lungo la rotta del Mediterraneo centrale interessata da questo traffico, ma che sistematicamente rifiutano l’utilizzo dei loro porti per l’approdo.

Stando alla ripartizione delle aree SAR negli atti ufficiali, l’area SAR di responsabilità italiana è di 500.000. km quadrati e non è direttamente confinante con le acque territoriali libiche perché si interpone l’area SAR maltese, che è di circa 250.000 Km quadrati, ma in tale Area l’MRCC maltese si rifiuta di intervenire alle richieste di soccorso. In sintesi, le modifiche intervenute sulle modalità del traffico sono consistite nel costante arretramento del raggio di azione dei trafficanti e nel correlativo avanzamento delle navi private dei soccorritori.

 

GLI SBARCHI. L’effetto del consolidamento del traffico organizzato in Libia lo si percepisce a partire dal 2014, anche se non bisogna dimenticare che in quegli anni era ancora forte in Italia e ancor di più in Grecia il traffico proveniente dalla Turchia, riguardante in maggior parte i migranti siriani e asiatici. Nel 2015 il numero dei migranti in Italia scende del 9 per cento rispetto a quell’anno record, ma si attesta comunque su 153.842 migranti, il secondo maggior numero sino ad allora. Non va inoltre dimenticato che ancora incide su questi dati il flusso proveniente dalla Turchia, che si interrompe solo nei primi del 2016, a seguito dell’accordo stipulato tra l’Unione europea e la Turchia.

Il nuovo record raggiunto nel 2016 di 181.436 migranti è da ascrivere quasi per intero alle organizzazioni dei trafficanti libici, record al quale si affianca quello tragico dei morti in mare accertati: ben 5.022. È questo l’anno del definitivo arretramento dei trafficanti al di qua delle loro acque territoriali.

 

LA POLITICA. Cosa succede nel 2017? Nel primo semestre arrivano ben 83.000 migranti, pari al 18 per cento in più rispetto al semestre corrispondente dell’anno precedente, che era stato quello dei record; nel secondo semestre il numero degli arrivi scende a 36.000, il 34 per cento in meno rispetto al secondo semestre del 2016. Il dibattito conseguito alle inchieste di varie commissioni parlamentari e le misure governative adottate con l’impulso determinante del ministero degli Interni (dagli accordi con il governo libico riconosciuto dalla Comunità internazionale per l’apprestamento di una guardia costiera libica, al codice di condotta che viene sottoscritto da alcune Ong) portano a tale contrazione: le dimensioni del traffico organizzato dei migranti non sono una variabile dipendente esclusivamente dal volume della domanda e da quello dell’offerta ma è condizionato dalle risposte che a livello politico e, solo in minima parte, giudiziario vengono adottate dalla controparte che è più di tutte coinvolta, e cioè l’Italia.

Anche i dati dei primi quatto mesi del 2018 confermano tali indicazioni: in tale periodo si è registrato un numero di arrivi di 9.418 migranti, inferiore del 75 per cento al numero record del primo quadrimestre del 2017 (37.235), ma gli arrivi di aprile sono in netto aumento rispetto ai tre mesi precedenti e tale tendenza sembra confermata dai dati di maggio e da quelli ancora provvisori di giugno.

* Procuratore capo di Catania

Melania icona liberal per i bimbi ingabbiati

Melania è tornata, ma sta dall’altra parte del muro anti-migranti, anzi del nuovo muro che ormai divide l’America: quella delle mamme e dei ‘liberals’ che non sopportano l’idea dei figli separati dai genitori, siano pure migranti illegali – storie da Schindler’s List del XXI Secolo -, e quella di quanti invocano la Bibbia a sostegno di scelte atroci, ignorando la lezione di Salomone (Libro dei Re, 3 16/28) che sapeva riconoscere la vera madre d’un bimbo conteso dall’amore che gli portava.

Le cronache riferiscono di 2mila bimbi separati dai genitori illegalmente entrati negli Usa dal Messico e si soffermano su alcune vicende particolarmente commoventi. La first lady, da poco uscita da un lungo periodo post-operatorio senza sortite pubbliche, che aveva alimentato le ipotesi più fantasiose sulla sua sorte, sceglie il giorno della Festa del Papà in America per dire che “odia vedere bambini separati dalle loro famiglie” e che spera che repubblicani e democratici “possano concordare una riforma dell’immigrazione positiva”.

Parlando alla Cnn, la sua portavoce Stephanie Grisham aggiunge che “Melania crede che dobbiamo essere un Paese che segue tutte le leggi ma anche un Paese che governi col cuore”, mentre l’Amministrazione Trump applica la ‘tolleranza zero’. Nel sud del Texas, una neonata sarebbe stata strappata al seno della madre, una honduregna, che l’allattava. Un papà arrivato pure dall’Honduras si è ucciso in cella dopo essere stato separato dalla moglie e dal figlio di 3 anni.

La prese di posizione politica della ‘first lady’, un’immigrata anch’essa – è di origine slovena -, che considera l’aiuto ai bambini la priorità della sua piattaforma sociale ‘Be best’, ne ha fatto una sorta d’icona ‘liberal’.

Dopo Melania, pure Laura Bush ha condannato la separazione delle famiglie di migranti. La moglie dell’ex presidente George W. Bush, sempre ostile a Trump, definisce sul WP la pratica “crudele, immorale e straziante”. Tace invece Ivanka, la ‘prima figlia’ del magnate presidente. Proprio il WP, che elogia Melania, cerca di stanarla con un editoriale: “Dov’è Ivanka, che rivendica la famiglia come suo portafoglio?”.

Giorni fa, aveva fatto scalpore la dichiarazione della portavoce di Tramp Sarah Sanders Huckabee, che, difendendo l’Amministrazione, aveva detto: “Questa è la legge ed è secondo la Bibbia fare rispettare la legge”. La Sanders ha consuetudine con la Bibbia, essendo figlia di Mike Huckabee, pastore protestante, ex governatore dell’Arkansas, più volte candidato alla nomination repubblicana alla Casa Bianca; ed è una mamma con una bimba che va all’asilo.

Il format xenofobo che Orbán esporta nell’Europa dell’Est

Colloquio telefonico tra leader Washington-Budapest: “Bene tolleranza zero sui migranti, bene confini nazionali forti”. È la formula magica della Casa Bianca di Trump che vuole “forti relazioni con l’Ungheria” di Orbán. L’asse populista dei due che fa sponda a Roma con Salvini lo spezza a Napoli Roberto Fico: “Se Orbán non vuole le quote rifugiati, deve essere multato, bisogna ridiscutere Dublino”. Nel fuoco incrociato di dichiarazioni, intanto, l’Ungheria si espande in Europa: in Slovenia.

A inizio giugno, quando Janes Jansa ha festeggiato diventando premier di Lubiana, anche Orbán ha esultato. La vittoria di Jansa alle ultime elezioni è arrivata con gigantografie per strada contro le ong, slogan populisti ai microfoni, servizi tv su “orde di migranti” ai confini. Il fondatore della “democrazia illiberale del XXI secolo” aveva dichiarato prima delle urne che “la sopravvivenza della nazione slovena” poteva essere garantita solo dal suo alleato in Europa, l’attuale premier Jansa.

Erano tre i nemici nella campagna elettorale del Sds, partito democratico sloveno, ora al potere: i migranti, Soros, “l’ebreo che vuole islamizzare l’Europa”, l’Onu. La propaganda elettorale in copia carbone che ha riconfermato Orbán primo ministro ad aprile è stata replicata a Lubiana.

E se l’eco di Budapest è arrivata così forte oltreconfine, è perché l’impero del premier si è allargato con un esercito di penne, microfoni e videocamere. Una scuderia di giornalisti che ne diffonde la retorica.

Gli alfieri di Orbán che stanno procedendo a investire in media stranieri per favorire i suoi interessi geopolitici sono Agnes Adamik e Peter Schatz, due ex dirigenti della tv pubblica ungherese, la Magyar Televizio. Qualcuno li chiama “generazione Mtv”, qualcun altro fondatori della “mediocrazia illiberale”.

In Slovenia lo Skandal24, giornale di gossip, aveva attaccato negli ultimi mesi tutti i nemici di Jansa, mentre la Nova24tv trasmetteva reportage fasulli su colonne di rifugiati in arrivo. Dietro le quinte, queste scelte venivano tutte dirette dal maggior azionista di Skandal: Peter Schatz, padrone di una matrioska mediatica.

La storia comincia nel 2015: il manager entra nella cerchia Orbán e diventa comproprietario del Ripost, quotidiano ungherese vicino alla politica Fidezs, il partito del premier. Nel 2016 Ripost compra la slovena Nova24tv. Nello stesso giorno, altre due compagnie ungheresi hanno comprato quote identiche del canale sloveno. Una di queste compagnie è la Mmg, fondata nel 2015 dallo spin doctor di Orbán, Arpad Habony, che ha discusso con Steve Bannon il progetto di una Breitbart News regionale, da far nascere nella Nuova Europa, quella dell’est.

La campagna stampa slovena comunque riesce: Orbán trionfa insieme a Jansa.

“Ufficialmente non è lo Stato che sta compiendo tutto questo” nell’ex blocco sovietico, crede l’ex presidente sloveno Milan Kucan, “ma in realtà si tratta del lungo braccio di Orbán”. Reporter senza frontiere: “Non soddisfatto di controllare media nel suo paese, Orbán prova a estendere il suo controllo nei paesi vicini”.

Dopo la Slovenia, l’orbanizzazione procede in Macedonia: la Adamik ha cominciato a finanziare siti, quotidiani e magazine che attaccano i giornalisti indipendenti “perché a libro paga di Soros” e dove gli articoli sono tutti a favore di un altro alleato del primo ministro ungherese, l’ex premier Nikola Gruevski. L’Alfa tv che trasmette dallaCapitale macedone invece è gestita, di nuovo, da Schatz. Prossima tappa del percorso della generazione Mtv è la Romania, dove vive la minoranza ungherese con doppia cittadinanza. Tutto in nome del protettore magiaro della patria, che adesso, però, sembra averne più d’una. Ieri l’Ungheria, oggi l’est, domani l’Europa.

Durnwalder nei guai, tra caccia “selvatica” e autonomia a rischio

Un centinaio di decretiemanati fra il 2010 e il 2014 a favore dei cacciatori altoatesini costano caro all’ex presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder e al suo direttore dell’ufficio caccia e pesca Heinric Erhard. Sono stati condannati dalla Corte dei conti: dovranno pagare più di un milione di euro (circa 568 mila ciascuno). Avevano acconsentito all’uccisione di migliaia di animali selvatici protetti dalle normative europee: cormorani, tassi, marmotte, faine e stambecchi. Per la Lav è una “sentenza storica”, ma dall’Alto Adige (e in particolare dagli autonomisti della Svp) arrivano le prime reazioni contrarie a quello che viene interpretato come un attacco all’autonomia. La sentenza si riferisce al passato, ma ha un suo strascico anche sul presente. Poche settimane fa le giunte provinciali di Trentino e Alto Adige hanno approvato in contemporanea un disegno di legge per “autorizzare il prelievo, la cattura, o l’uccisione” di lupi e orsi.

Non è ovviamente una caccia indiscriminata, ma l’abbattimento sarebbe permesso solo in casi di pericolo e senza compromettere la sopravvivenza delle specie. La sentenza su Durnwalder – sperano ora le associazioni ambientaliste – potrebbe cambiare le cose.

Copasir al Pd: anche Renzi in squadra

La presidenza del Copasir per il deputato del Pd, Lorenzo Guerini sembra più vicina. Perché Fratelli d’Italia, che in questi ultimi giorni aveva rivendicato quella posizione, sarebbe orientata a optare per la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Nome indicato per presiederla, Marco Marsilio, portavoce del partito nel Lazio, in origine militante del Movimento sociale italiano.

Il pacchetto per dividere le cinque presidenze delle Commissioni speciali e di garanzia delle Giunte che toccano alle opposizioni comprenderebbe Maurizio Gasparri (Forza Italia), a capo della Vigilanza Rai. E alla Camera un posto per Liberi e uguali e uno per Fratelli d’Italia nella due Giunte che spettano all’opposizione (una per le elezioni, una per le immunità parlamentari).

Stamattina alla Camera si incontreranno i capigruppo di tutte le opposizioni. Ma la quadra alla quale si sta lavorando è questa. Fdi avrebbe così una presidenza importante. Perché la Giunta è quella che si occupa sia dei casi di incompatibilità e di incandidabilità che delle autorizzazioni a procedere in caso di richieste di arresto per un senatore. In cima alla lista delle pratiche da esaminare ci sarebbe già da adesso quella di Luciano D’Alfonso, il dem presidente della Regione Abruzzo, eletto a Palazzo Madama. La giunta per le elezioni del Consiglio regionale dell’Abruzzo ha già rigettato la richiesta delle opposizioni di dichiararlo incompatibile, nonostante l’articolo 122 della Costituzione. Si aspetta che il Senato convalidi gli eletti. Cosa che non è potuta avvenire fino ad oggi, visto che la Giunta non si è insediata. Ora Fratelli d’Italia potrebbe istruire la pratica che ne decreta la incompatibilità più rapidamente di quanto farebbe il Pd (visto che così perderebbe la Regione), costringendolo a optare. Se D’Alfonso sceglie il Senato, l’Abruzzo torna al voto. E se lo fa entro l’estate, si va alle urne a novembre.

Nel gioco degli incastri, poi, c’è una vicenda tutta interna all’asse Pd-Forza Italia: al posto di Guerini al Copasir, l’uomo che potrebbe aspirare a questo ruolo in Forza Italia sarebbe il deputato Renato Brunetta (nella scorsa legislatura la presidenza della Commissione ce l’aveva il Senato, con il leghista Stucchi, la prassi vuole che per alternanza passi a Montecitorio). Ma gli azzurri si fidano più di Guerini. D’altra parte, si ricorderà che fu proprio lui a essere immortalato nelle foto che mostravano Berlusconi accolto nella sede del Pd. Il patto del Nazareno.

I Dem tengono così tanto al Comitato che ha il compito di controllare l’operato dei servizi segreti, che per ottenerlo sono pronti anche a cedere una presidenza a Liberi e uguali: a loro toccherebbe una delle due Giunte della Camera. Non solo: a volere uno di Fratelli d’Italia alla guida del Copasir è Matteo Salvini. Il partito si è candidato in coalizione con la Lega. I Cinque stelle non sembrano intenzionati ad assecondare questo disegno. Nel frattempo, il secondo membro del Copasir che spetta al Pd sarà Matteo Renzi (che lo ha scelto, insieme agli Esteri): se per caso non fosse chiaro quanto interessano i servizi all’ex segretario del Pd.

Nomine, lo scontro tra Conte e Giorgetti blocca Palazzo Chigi

Le nomine per le posizioni più importanti di Palazzo Chigi sono paralizzate dallo scontro tra il premier Giuseppe Conte (M5S) e il suo sottosegretario Giancarlo Giorgetti (Lega). Conte sarà pure uno sconosciuto per molti, ma ha le sue conoscenze: è stato vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura amministrative, e da lì vuole attingere personale, dai consiglieri di Stato. Giorgetti ha una sua squadra che vuole piazzare ovunque. Risultato: stallo.

Oggi il dipartimento affari legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi quello cruciale che prepara i provvedimenti prima e dopo i consigli dei ministri, si troverà senza un capo. Roberto Cerreto, per tre anni capo di gabinetto di Maria Elena Boschi al ministero delle Riforme e poi richiamato a Palazzo Chigi dal tandem Gentiloni-Mattarella, tornerà al suo lavoro di consigliere parlamentare, alla Camera. Conte e Giorgetti avevano un patto: al primo il segretario generale di Palazzo Chigi, così da bilanciare il sottosegretario, al secondo il capo del Dagl. Conte sceglie Giuseppe Busia, oggi segretario generale del garante della privacy. Lo aveva già presentato per il passaggio di consegne a Paolo Aquilanti, segretario generale uscente pronto a trasferirsi (a malincuore) al Consiglio di Stato. E Giorgetti chiede al presidente della Camera Roberto Fico il distacco di Claudio Tucciarelli (già collaboratore di ministri leghisti) a capo del Dagl. Ma tutto si blocca.

Il vicepremier e capo dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, raccontano abbia addirittura suggerito a Conte di tenere Aquilanti come segretario generale (in fondo anche lui ha voluto come capo di gabinetto un altro funzionario legato alla Boschi, Vito Cozzoli). Poi Conte ha messo il veto su Tucciarelli e ha proposto il nome di Ermanno De Francisco, un altro membro di quel Consiglio di Stato in cui Conte ha tanti legami. De Francisco è stato consigliere dell’ultimo governo Berlusconi poi, tornato al Consiglio di Stato, ha dovuto gestire sia la nomina a consigliere di Aquilanti (voluta dalla Boschi) sia quella di Antonella Manzione, l’ex capo dei vigili di Firenze (voluta da Renzi, pare che De Francisco non fosse favorevole). Con De Francisco, Conte avrebbe un’altra casella affidata a uno di cui si fida. E si fida solo dei consiglieri di Stato, come Roberto Garofoli, confermato capo di gabinetto al ministero del Tesoro nonostante il suo passato di vicinanza al Pd e il servizio nei governi Letta, Renzi e Gentiloni.

Giorgetti è passato alla controffensiva: ha chiesto il distacco dalla Camera di Daria Perrotta come capo della segreteria del Consiglio dei ministri. Un ruolo delicato che di solito è affidato ai funzionari di Montecitorio con maggiore esperienza (i dirigenti di prima fascia) mentre la Perrotta è ancora una documentarista (IV livello), ma con un’esperienza di consigliere giuridico a Palazzo Chigi. Ancora una volta per la Boschi quando era alle riforme. Giorgetti poi sta provando a ottenere dalla Camera un altro funzionario di tutt’altro livello, un “capo servizio”: Paolo Visca. Toccherebbe a lui fare il capo di gabinetto di Matteo Salvini a Palazzo Chigi. Salvini ha già un capo di gabinetto al Viminale (il prefetto Matteo Piantedosi), ma ne avrà un secondo per la carica di vicepremier, come dovrebbe averlo Di Maio. Non è mai successo che un funzionario apicale della Camera andasse a svolgere un ruolo così politico, soprattutto di un vicepremier così poco istituzionale come Salvini che è agli antipodi dell’idea di politica che professano i funzionari della Camera.

Giorgetti non ha neppure rinunciato a Tucciarelli: ha scritto un’altra lettera al presidente Fico per chiederne il distacco non più a capo del Dagl, ma “intanto” a vicesegretario generale di Palazzo Chigi. In attesa non si sa bene di cosa, giusto per bloccare almeno quella poltrona. Anche se Tucciarelli ha già passato più di otto anni fuori ruolo e quindi dovrebbe rimanere alla Camera: Fico dovrà decidere se creare un precedente o deludere Giorgetti.

C’è poi il caso di Luigi Fiorentino, l’attuale vice-segretario generale di Palazzo Chigi: il governo Gentiloni lo ha nominato consigliere di Stato ma il giorno del giuramento Fiorentino ha rinunciato alla carica per andare a fare il capo di gabinetto del ministro dell’Agricoltura leghista Gian Marco Centinaio. Il suo nome, però, continua a circolare come possibile segretario generale di compromesso.

Un altro dei fedelissimi della Boschi, Cristiano Cerasani, è fuori da questa partita ma solo perché si è già accasato: è andato a fare il capo di gabinetto del ministro della Famiglia leghista, Lorenzo Fontana.

Minacce all’avvocato attivista Lgbt: “Ti sparo in fronte”

La minaccia gliel’hanno scritta direttamente sul suo profilo Facebook: “Cathy La Torre pedala… che presto mentre pedali ti arriverà un colpo di pistola sulla fronte. Nessun compromesso con le lesbiche. Nessuno”. E a corredo, l’immagine di una pistola puntata. Questo il messaggio lasciato sotto un post dedicato al caso della nave Aquarius di La Torre, avvocato bolognese ed ex consigliere comunale di Sel, da anni in prima linea per i diritti Lgbt. È stata lei stessa a renderlo noto sui social, spiegando di aver denunciato tutto alla Digos. Mentre all’Ansa ha spiegato: “Non mi era mai capitata una cosa del genere ci sono stati insulti, ma mai così pesanti e intimidatori. È una cosa che mi mette ansia perché evidentemente questa persona conosce le mie abitudini”. Sul caso ora indaga la polizia postale. E l’ipotesi è che quello usato per le minacce sia un profilo finto, ma a quanto si è appreso le possibilità di individuarlo sarebbero ritenute buone, visto che la denuncia è stata fatta a poche ore di distanza dalla pubblicazione del commento. E in questi casi la prima cosa che fanno gli investigatori è “congelare” i dati telematici, che possono permettere di risalire all’autore del post anche se il profilo è stato eliminato.

L’ultima impresa di Renzi la lince

Gioiamo tutti, giacché Egli è tornato. A furia di sentir parlare Salvini, c’era il rischio che per contrasto il centrosinistra uscisse dalla crisi. Così, per stroncare ogni speranza, è intervenuto il curatore fallimentare di sempre: Matteo Renzi. Domenica la Diversamente Lince di Rignano ha di nuovo raso al suolo il Pd, prima da Lucia Annunziata e poi con un post mitologico. Leggiamolo insieme: “Colpisce, semmai, il silenzio degli intellettuali, delle cantanti, degli attori, dei commentatori che in questi mesi ci hanno spiegato che i Cinque Stelle erano la vera sinistra. Mentre Beppe Grillo che stacca un biglietto per Pontida è il vero rappresentante, francescano si direbbe, del proletariato. Tesi suggestiva. Chissà se qualcuno di questi intellettuali-cantanti-attori-commentatori sentirà il bisogno di dire qualcosa nei prossimi giorni”. Perculando milioni di persone che hanno creduto nel M5S, Renzi si è garantito il loro disprezzo eterno. Strategia finissima. Le sue parole contengono poi quell’antico paraculismo che è cifra distintiva della Lince Guizzante del Valdarno: prima ha tifato per il tanto peggio tanto meglio, bombardando l’eventuale dialogo Di Maio-Martina. Ora finge di dolersi che i 5 Stelle siano diventati fascisti, nazisti e magari anche fan di Nardella. Genio. Ogni volta che parla, Renzi riesce a stare sulle palle a tutti. Impeccabile il commento di Alessandro Robecchi, certo non un fan del governo Salvimaio: “Niente da fare, non ci ha ancora capito un cazzo”. Parlare ancora di Renzi è come sparare sulla Croce Rossa. Un giorno dice che smette, quello dopo si dà al tennis, quello dopo ancora fa conferenze in giro per il mondo (dove, e qui sì che c’è del talento, si fa pagare per insegnare agli altri come distruggere un partito). Se ogni crollo ha la sua immagine che racchiude la fine di un’era (?), quella di Renzi è accaduta al Senato quando si votava la fiducia: lui che parlava, appesantito e sbiadito, mentre Di Maio sghignazzava e Salvini lo guardava con supponenza definitiva. Una mattanza. Al post di Renzi, che ce l’aveva anzitutto col Fatto

, si potrebbe rispondere in tanti modi. Che il Salvimaio era l’unico governo possibile, stante i numeri e i (suoi) veti. Che ha detto più cose di sinistra Di Maio sul caso rider/Foodora che Renzi in tutta la sua vita. Ma sarebbe tutto gasparrico, cioè inutile. La situazione, al netto della propaganda piddina, è molto chiara: l’appiattimento dei 5 Stelle nei confronti della Lega ha polarizzato pareri già esistenti. Ha cioè fatto sì che i grillini fossero ancora più odiati da chi già non li votava: elettori Pd, Leu, Potere al popolo, astenuti di sinistra. Il caso Aquarius ha spostato poco in ottica consensi 5 Stelle, che casomai crolleranno se si scoprirà che “rubano come gli altri” e se non concretizzeranno battaglie identitarie (conflitto di interessi, anticorruzione). “I commentatori” stanno zitti perché sapevano che sarebbe andata a finire così. E tutto sommato gli va bene così: senza fare cortei, ma gli va bene così. Detta ancora più chiaramente: costretti a forza, gli elettori di sinistra vicini al M5S non avrebbero dubbi su chi scegliere tra Renzi e Salvini. Invece di cinguettare come un bimbominkia tardivo e al tramonto, Renzi dovrebbe riflettere su questa sua ennesima impresa: essere riuscito a divenire persino più indigesto di Salvini, e non agli occhi di Borghezio ma a quelli di milioni di elettori provenienti dalla sinistra. A suo modo, un capolavoro. Daje Matteo.

Che stoffa, Mister Conte: elogio del presidente sobrio

Mea culpa, mea culpa. Questo diario assai si pente del giudizio frettoloso e superficiale espresso sulla figura governativa di Giuseppe Conte. E si sparge il capo di cenere davanti agli italiani che si sperticano in lodi sul presidente del Consiglio (57% i favorevoli, sondaggio dell’insospettabile Repubblica). Mea maxima culpa. Lo stolto estensore di queste righe molto si duole di non aver compreso in tempo di che stoffa fosse l’avvocato di Volturara Appula.

Altro che l’anonimo Mister X. Un Signor Nessuno che ha vinto alla lotteria. Un povero Re Travicello, vaso di coccio tra Salvini e Di Maio. “Fantastic”, ha esclamato Donald Trump dopo averlo conosciuto. “Gli accordi si fanno tra leader”: soltanto io e te, ha poi sussurrato abbracciandolo Emmanuel Macron, letteralmente estasiato dal nuovo amico italiano. Per non parlare di frau Merkel, impaziente di averlo con sé a Berlino. Largo al factotum della città – largo. Presto a bottega che l’alba è già – presto. Ricordare il popolarissimo Figaro, nella cavatina rossiniana del Barbiere di Siviglia, non significa certo perseverare nell’imperdonabile sottovalutazione del premier. Anzi, è un sincero elogio per il suo attivismo sobrio, pragmatico, ricco di empatia. Nell’italico cortile si spellano le mani per i modi trucibaldi di un Matteo Salvini nel trattare i problemi dei migranti. Con i suoi raus che bloccano le Ong ma non gli arrivi. Eppure, nel magnificare “quanto paghi l’essere duri sull’immigrazione”, il ringhiante inquilino della Casa Bianca cita forse il padano che gli implorò una photo opportunity (Salvini who?)? Certo che no. Fantastic è piuttosto il devoto di Padre Pio che non si esibisce nei comizi con un rosario verdognolo (quello che il bambinello irregolare lo avrebbe espulso da Betlemme insieme a mamma, papà e asinello). E lo straordinario calore del presidente francese nei confronti del collega venuto dalla Magna Grecia, ben vestito e ben rasato, non significa forse sollievo e liberazione dall’incubo di dover trattare con il socio della Le Pen? Oh, bravo Figaro! Pronto a far tutto la notte e il giorno sempre d’intorno in giro sta. Sentimenti condivisi dalla cancelliera tedesca alle prese con un Salvinen ancora più achtung banditen: quel truce Horst Seehofer, da cui traspare un misoginia che viene da un triste passato (“con questa donna non posso più lavorare”).

Teniamocelo stretto Giuseppe Conte. Soprattutto se confrontato con gli eroi di Tor di Valle. Non sarà un De Gasperi (ma chi lo è più stato?). Non sarà stato eletto (visti certi ceffi usciti dalle urne è davvero una disgrazia?). Si perde gli appunti (come può capitare a tutti). Non sfonda lo schermo televisivo (alleluja). Però sa leggere (e scrivere). Però insegna all’università. Ha una professione che gli dà da vivere (l’avvocato, ma non del popolo, per cortesia). Non frequenta Parnasi. Non va a cena con Lanzalone. Non pretende biglietti omaggio per le partite della Roma (così speriamo). Non raccomanda figli o fidanzate (per il momento). Conosce le lingue. Non è scostante. Non fa il bullo. E quando viaggia per le Capitali del mondo viene accolto con rispetto. Coi tempi che corrono vi sembra poco? Ah, bravo Figaro! Bravo bravissimo a te fortuna non mancherà.

L’Ue (Italia compresa) estende le sanzioni al Cremlino

L’Unione europea estende di un anno (fino al 23 giugno 2019) le sanzioni alla Russia per l’annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli. Ma dei tre set di misure restrittive che l’Ue ha attivato contro Mosca, questo è il meno importante, e nessuno Stato membro – Italia compresa – ne ha mai messo in discussione la riconferma. La partita vera, quella che sta più a cuore a Roma, riguarda invece le sanzioni economiche settoriali, che scadono il 31 luglio, e subordinate al rispetto degli accordi di Minsk per il conflitto con l’Ucraina. E proprio il vertice dei leader di fine mese, a quattro settimane dalla deadline, sarà l’occasione per la cancelliera Merkel e il presidente francese Macron di fare il punto sull’attuazione degli impegni di Minsk da parte di Mosca, raccomandando, come già avvenuto a dicembre, la conferma delle misure.

Nelle cancellerie c’è però un pò di fibrillazione per un possibile veto del nuovo governo italiano all’estensione. Anche se, spiega una fonte europea, Conte al G7 “ha dato la sua parola che non si opporrà. Staremo a vedere”, allarga le braccia, sottolineando come il clima del dibattito sarà comunque già molto arroventato dalla discussione sui migranti.