Facce di casta

Bocciati

Quelc’un m’a dit que tu m’amaisencore
Il capogruppo di Forza Italia alla Camera Mariastella Gelmini ha plaudito al valore dell’ex alleato leghista sulla vicenda Aquarius e sulla chiusura dei porti: “Bene fermezza Salvini su migranti. Questa è posizione presente nel programma centrodestra, votato dalla maggioranza degli italiani lo scorso 4 marzo. Basta buonismo. E adesso attendiamo il M5S al varco. Cosa diranno Di Maio e Fico? Esploderanno contraddizioni governo gialloverde”.
E, mentre sogna il ritorno di un amore, probabilmente sulla prua della nave la Gelmini immagina anche un’orchestrina che in sottofondo suona per loro.

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S-concerto
Sì stupendo, mi viene il vomito, è più forte di me”: nel definire ‘vomitevole’ il comportamento dell’Italia nella vicenda Aquarius, Gabriel Attal, portavoce di En marche, fa venire subito in mente la canzone di Vasco Rossi.
“Però ricordo chi voleva, un mondo meglio di così, ancora tu che ci fai delle storie ma dai, cosa vuoi tu più di così”: stupendo è l’unico aggettivo da usare per un Paese che è stato promotore della guerra in Libia, che ha respinto alla frontiera migranti, che ha sfidato i diritti umani a Ventimiglia e a Bardonecchia, che ha chiuso i porti a doppia mandata e che, come niente fosse, ora viene a pontificare su come siano senza cuore gli altri.
Mentre noi brighiamo per toglierci la pagliuzza dall’occhio, qualcuno chiami un falegname per segare e rimuovere più facilmente quella di Attal (si legge Macron) dal suo.

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Aridatece Totò e Peppino
Il gruppo Parnasi, incaricato di corrempere l’assessore all’Urbanistica, Pierfrancesco Maran (Pd), è partito alla volta di Milano per proporgli l’acquisto di una casa e incassare il rifiuto con un ‘Qui non si usa’. “Abbiamo fatto una brutta figura, sembravamo i romani dei film quando vanno a Milano”: dicono gli uomini in un’intercettazione. E pensare che un tempo i ‘forestieri’ a Milano le brutte figure le facevano, al massimo, dicendo ‘Noio voulevàn savuar’.

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Promossi

Non tutti i cambiamenti sono uguali
Non è stata la foto di Salvini con l’espressione da duro a far decidere a Pedro Sanchez di accogliere in Spagna i 629 migranti a bordo della nave Acquarius. “È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone”: il gesto del nuovo premier spagnolo fonde il motore della solidarietà con l’obiettivo di dare un segnale politico, che marchi la distanza tanto dal governo precedente quanto da quello italiano, in soccorso del quale apparentemente è intervenuto. Come il governo italiano tiene a rivendicare il suo ‘cambiamento’, allo stesso modo quello spagnolo sembra voler sottolineare il proprio. Per Sanchez, subentrato in corsa a Rajoy, sostenuto da una maggioranza eterogenea e ancora senza programma, un primo atto simbolico che servisse a connotare la direzione dell’azione di governo, era doppiamente necessario. La speranza è che sia il mattino di un lungo buongiorno.

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la settimana Incom

 

Bocciati

Anche i ricchi piangono
Angelina Jolie deve far vedere i figli all’ex marito Brad Pitt, altrimenti rischia di perdere l’affidamento primario. L’avvertimento arriva dal giudice della causa per il divorzio dell’ex coppia d’oro di Hollywood, una battaglia che va avanti da circa 20 mesi.
Il tribunale ha emesso un ordine che impone alla bella attrice di incoraggiare i figli ad avere rapporti con il padre, poiché è “fondamentale” che instaurino una relazione sana con entrambi i genitori, e deve anche rassicurarli sul fatto che con l’attore sono “al sicuro”. Ma c’era bisogno del giudice per sapere che i figli hanno bisogno del papà?

 

N.c.

Due Baglioni così Notizia: dopo un lungo corteggiamento, Claudio Baglioni ha accettato l’incarico di direttore artistico del 69esimo Festival di Sanremo.
Eh no? “Sono molto contento del positivo esito della trattativa sulla direzione artistica del prossimo Festival della Canzone italiana a Sanremo”, ha detto l’ancora dg Rai Mario Orfeo. “È un grande onore oltre che motivo di orgoglio per tutta la Rai essere riusciti a convincere un grande musicista e compositore come Baglioni a concedere il bis seguendo un percorso di condivisione e di costruzione del progetto artistico. Da febbraio a oggi c’è stato un vero e proprio corteggiamento e non poteva essere altrimenti considerato il successo di critica e di pubblico e i record ottenuti nella sua prima volta da direttore del Festival. A Baglioni un grande in bocca al lupo per l’edizione numero 69 e per questa seconda avventura insieme con la Rai, con lo stesso entusiasmo che ha caratterizzato quella straordinaria di quattro mesi fa”.
Commento: il secondo mandato all’Ariston è andato storicamente molto bene (Carlo Conti), ma anche molto male (Fabio Fazio). Per quando riguarda la seconda volta del Divo Claudio tutto dipenderà dalla sua capacità d’innovare. Non è pensabile riproporre la formula del lungo medley “Tutto Claudio minuto per minuto”. Se è intelligente sceglierà di non fare il conduttore onnipresente (mentre un Favino bis potrebbe funzionare). L’idea perfetta sarebbe chiamare Alessandro Cattelan.Identità di rete
Rete 4 cambia pelle: da televisione per casalinghe disperate a una rete all news.
Per ora i rumors parlano di Gerardo Greco alla direzione del Tg che fu di Emilio Fede. Poi di Barbara Palombelli alla striscia di access prime time (conduce già ”Lo Sportello di Forum”) e varie prime serate di informazione, ognuna con un volto diverso: Nicola Porro, Roberto Giacobbo, Gianluigi Nuzzi e lo stesso Greco. Vedremo.

 

Promossi

Bolle che balla
Bellissima iniziativa del ballerino-monumento: una settimana di eventi, spettacoli, workshop dedicati a Tersicore in tutta Milano.
Una meraviglia per gli occhi.

Gemelli: il tuo fascino è in risalita. Basta, Vergine, coi conflitti in famiglia

ARIETE – Tra i Figli del segreto di Cinzia Tani (Mondadori), una ragazza “prese la decisione irrevocabile di non dedicare la vita a un uomo ma alla regina”. Forse è il caso che anche tu cominci a sacrificare il piacere al dovere e l’amore al lavoro, tanto non c’è nulla di nuovo sul fronte sentimentale.

 

TORO – Ecco un consiglio da Camille Aubray (Piemme): “Non c’è che un modo per non soccombere. Aggrappati a qualcosa e tieni duro”. Dal momento che c’è riuscita La ragazza che amava Picasso, puoi farcela anche tu: è ora di perdonare e dimenticare quell’artista che ti inquina l’umore e l’amore.

 

GEMELLI – “Sei davvero sexy quando ti arrabbi, lo sai”: è un’affermazione, non una domanda. Il tuo fascino è in risalita, d’accordo, ma pavoneggiandoti così corri seriamente il rischio di lasciar scappare l’ultima, succulenta preda, caduta nella tua Kissing Booth come Berth Reekles (DeA Planeta).

 

CANCRO – “Era una storia senza futuro. Questo faceva sì che ogni incontro fosse potenzialmente l’ultimo”: Lo stupore della notte coglie impreparati gli amanti di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli), idem te. I favori di Venere sono finiti a metà mese, se ancora non te ne sei accorto.

 

LEONE – Sbrigati con la remise en forme perché l’estate è alle porte: Daniele Vecchioni ti suggerisce il metodo Correre naturale (Sperling & Kupfer), allenando “la funzionalità del piede e, in particolare, dell’alluce”. Il diavolo è nei dettagli e veste scarpe Prada.

 

VERGINE – Inés Garland, con te, è fiduciosa: “Che muri bisogna abbattere? La tenerezza viene dopo, e quando arriva è la tregua più dolce”. Preparati dunque alla tregua e a Una vita più vera (Bompiani): smettila di fomentare vecchi conflitti in famiglia.

 

BILANCIA – Hai lo spread sotto ai piedi, ma non è una buona notizia. La buona notizia te la porta Malcolm Mackay nella Trilogia di Glasgow (Sem): “È tutto istinto e intelligenza. Se possiedi queste due doti, non ti servono grandi consigli”. In ufficio soprattutto.

 

SCORPIONE – Quando si spense la notte, gli amanti si congedarono; così racconta Ottavia Casagrande (Feltrinelli): “Sia la tua bocca prodiga di baci,/ ma di parole avara./ Ama, ma taci!”. E fai il piacere di spegnere la luce visto che sarai l’ultimo ad andartene dall’alcova.

 

SAGITTARIO – “Cos’è che ha traumatizzato, accecato o ucciso queste persone? I ricordi. Cos’è che le trasforma in zombie? I ricordi”: per Viet Thanh Nguyen (Neri Pozza), Niente muore mai. Ora puoi congedarti definitivamente da un pezzo di passato angoscioso.

 

CAPRICORNO –Kondoh Akino disegna una ragazzina in balia del Mondo degli insetti (Coconino): “Forse ho perso qualcosa e non me ne sono accorta? Ogni giorno convivo con quest’ansia”.
La tua di ansia, invece, sta per andare in vacanza: stappa!

 

ACQUARIO – “Sto male e, per limitare i danni, sto a letto”: Salvatore Falzone, dopo anni di depressione, ha imparato L’arte di rialzarsi (Marsilio), non solo dal letto. La sua storia ti sia di luminoso esempio per affrontare una separazione comunque non così traumatica come sembra.

 

PESCI – Leonardo G. Luccone dice che, sul lavoro, è tutta una Questione di virgole (Laterza): “Guardi, le cose o si fanno bene o non si fanno”. Meglio se decidi di darti da fare in azienda o in ufficio, perché qualcuno tra i capi si sta accorgendo della tua imperdonabile pigrizia.

Le solitarie battaglie delle monadi nello smarrimento della sinistra

L’assenza a sinistra della sinistra. Questo è lo stigma che nello smarrimento strategico si trascina in una certa idea dell’Italia. E chi è più a sinistra di chi, questa è la gara interna al cortile. E quasi non si capisce se all’afasia della rappresentanza – smarrita tra le apnee parlamentari e gli agguati di partito – va a corrispondere uno squillare di varie solitudini, come Roberto Saviano che, in assenza di una posizione politica della sinistra, s’intesta da sé la battaglia sui migranti e sembra proprio che dica ai professionisti della sinistra “descansate nino che continuo io”.

Lo stesso, sul medesimo argomento, fa un sindaco dalla squillante solitudine qual è Luigi de Magistris. Si mette alla testa dei municipi dissidenti, pronti ad aprire i porti, e così – per altre variabili – arriva Rossana Casale, una cantante, che sull’Aquarius ci vuole i figli di Matteo Salvini. L’assenza di sinistra genera un sinistro ghigno di sinisteritas quando un altro scrittore, meno epico di Saviano, ma ben addentro agli ambienti altolocati – il già Premio Strega Edoardo Albinati – a una presentazione di libri, alla Feltrinelli di Milano, spericolatamente confessa: “Io stesso, devo dire, con realpolitik, di cui mi sono anche vergognato, ieri ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius; ho detto: adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede per il nostro governo”.

Non sarà parso vero agli Amici della Domenica, la scorsa settimana, registrare l’assenza di qualunque rappresentante del governo alla proclamazione della Cinquina degli autori dello Strega. Ottimo argomento è questo dell’assenza del nuovo ministro, di certo si premurerà di andare alla serata finale ma il primo inciampo, fosse pure quello di non conoscerne la mail o il telefono di Alberto Bonisoli, è servito ad additare la conclamata refrattarietà dei barbari giallo-verdi ai fatti della cultura, dell’alfabeto e delle sensibilità.

Una sensibilità custodita comunque – e sempre in toccante solitudine – da Dario Franceschini giunto alla proclamazione nella veste di ex titolare del Mibac ancor più che in quella di scrittore e giurato. E anche nel ruolo di Vindice commendatore, tale e quale un tonante ammonitore è sembrato quando gli amici – della Domenica o anche dei giorni feriali – avvicinandosi a lui, si stringevano nelle spalle. Qualcosa succederà. Poche, isolate e forti di battaglie solitarie sono le monadi che, a sinistra, fanno le veci della sinistra. Come quattro gatti osservati dal mondo, i solitari, isolatamente miagolano il proprio disappunto mentre i sorci s’impossessano del formaggio delle cose vive grattandone via crosta e polpa fino a far grancassa della dispensa. È la famosa presenza della realtà nel reale.

Occupied, ritorna il russo super cattivo stile Ivan Drago

Era dai tempi di Rocky Balboa che con il giaccone di montone nella neve andava a sfidare Ivan Drago in Unione Sovietica in un match di boxe che avrebbe segnato i destini del mondo, che i russi non erano così cattivi in tv. Talmente cattivi che quando nel 2015 venne mandata in onda per la prima volta la serie norvegese Okkupert – diventata Occupied nel circuito internazionale e trasmessa anche da Netflix Italia quest’anno (siamo alla seconda serie, la terza è prevista per il 2019) – l’allora ambasciatore russo in Norvegia Vyacheslav Pavlovsky aveva voluto ricordare come senza l’intervento dell’Armata Rossa in Scandinavia sarebbero girati ancora i nazisti al passo dell’oca. E che comunque, nel tempo presente, non era buona cosa far temere al popolo norvegese un pericolo proveniente “dall’Est”.

Scritta dal genio multiforme di Jo Nesbo (romanziere, sceneggiatore, musicista, calciatore), la trama è abbastanza lineare, frutto di accesa fantasia, eppure addirittura credibile. In un futuro abbastanza prossimo il partito dei Verdi va al potere in Norvegia e annuncia che dal giorno seguente, grazie all’uso del torio, renderà indipendente la propria produzione energetica dall’uso del petrolio. Il giorno seguente Jesper Berg, primo ministro di Norvegia, viene sequestrato da un misterioso commando e rilasciato solo dietro il ritorno alla produzione di petrolio (che avviene appena dopo il suo rilascio). Da quel momento dunque, con il timore di finire schiacciati dalla potenza militare dell’orso russo, Irina Sidorova, ambasciatrice della Federazione, diventerà la controparte con cui si dovranno misurare tutti i protagonisti della vicenda.

Ora, è evidente che chi ha prodotto una serie con un presidente degli Stati Uniti pluriomicida, e mandato in rete politici corrotti dalle foreste del Brasile alle spiagge di Ostia, non è che va troppo per il sottile col “nemico” russo. Ma qui, forse anche più che in House of cards, è la verosimiglianza dell’inverosimile che porta lo spettatore di filato fino a puntata 18 (e oltre). Dal povero ceceno che investe il cittadino russo in macchina (e mal gliene incolse), al giornalista locale (di cui è inutile ricordare la fine), alla doppia fedeltà (filonorvegese e filorussa) di alcuni dei protagonisti, fino alla rivolta, alla politica nazionale che prova a tenere assieme le due esigenze (sì, ci sono i russi, ma siamo ancora abbastanza indipendenti).

Ci sono hacker e pallottole, spie e controspie, sommergibili e soldati. L’Unione europea, con incredibile sforzo di fantasia, è vista come assolutamente imbelle di fronte allo scenario mondiale, più cospiratrice che forza di stabilità. Altro tocco di genio, i “russi” da cui emana il potere, quelli della madrepatria, i decisori finali delle sorti norvegesi, non sono mai in campo. Perché poi alla fine il male può anche non essere visibile agli occhi.

Il male assoluto delle note audio di Whatsapp: ridateci il telefono

Sino a poco tempo fa, non appena l’ultimo cellulare veniva lanciato sul mercato, c’era sempre qualcuno che credeva fosse divertentissimo affermare: “Fa anche le telefonate?”. E giù a ridere. Ma oggi non accade più. Ormai quasi nessuno telefona – c’avete fatto caso? – e il mondo si divide in tre categorie: quelli che scrivono sms, quelli che visualizzano e non rispondono e chi detta note audio, cioè gli zombie digitali. Sono facili da riconoscere: il telefono stretto nel palmo, portato alla bocca come fosse un vassoio di Viennetta e i passi sono veloci. Poi, fatalmente, il ruolo si ribalta, incolliamo gli occhi al display, fremiamo in attesa che su Whatsapp appaia il primo baffo grigio e poi il secondo – consegna avvenuta! – prima che si colori magicamente d’azzurro, segnalandoci che è stato anche ascoltato (sempre che l’altro non ci privi della gioia, deselezionando l’opzione di notifica). E la trafila riparte, l’altro detta – “X sta scrivendo” – il circo si rimette in moto e noi attacchiamo lo smartphone al padiglione come i telefoni d’antan dei film in bianco e nero. Avanti così, un centinaio – forse di più – di volte ogni giorno. Ma perché non telefoniamo più? Ricordate Massimo Lopez che scanzava il plotone d’esecuzione con la cornetta in mano e lo slogan “una telefonata allunga la vita”? Ricordate le code alle cabine della Sip per chiamare la persona amata, con i gettoni in tasca che tintinnano? Invece oggi siamo disposti a delegare tutto, persino il confronto con l’altra persona, preferiamo dettare al telefono in totale libertà come magnati della finanza a una dattilografa virtuale, evitando il batti e ribatti a voce. Finché, frustrati dalle correzioni farlocche dello smartphone, si assiste a una reazione equivoca, scomposta.

Eppure, non mi ero reso conto di questa sorta di mutazione dei costumi fin quando, pochi giorni fa, stremato dall’ennesima nota audio, ho telefonato a una collega in trasferta. Al sesto squillo, mi ha risposto con un tono esitante; soltanto la sera, mi ha detto con candore: “Sai, non rispondo più al telefono”. Al mio stupore, ha replicato: “Scrivo o detto note ma non telefono più a nessuno tranne che mio marito. Mi sembra un atto troppo privato, intimo”. Eccoci dunque al cuore del problema. Rispondere al telefono è un gesto che si sta estinguendo, come il galateo a tavola o continuare ad aprire la portiera anche dopo la prima uscita; sarà che siamo ossessionati dalle chiamate dei call center. Parlandone con Lisa, un’amica inglese, mi ha ricordato che anni fa la scrittrice Jennifer Egan aveva già colto questo fenomeno ne Il tempo è un bastardo. Nelle ultime pagine del libro, il padre finalmente ricongiunto con la figlia ormai incapace di sostenere una conversazione, era costretto a dialogare via sms con lei, seduto allo stesso tavolo della cucina. Anni fa sembrava un’assurdità, oggi è invece è una fotografia della nostra tetra realtà. Così, prendendo spunto da questo trend – come direbbero i milanesi zona CityLife – stanco di rispondere alle sue insistenti telefonate a tutte le ore, ho proposto a mia madre di smettere di chiamarmi e iniziare a mandarmi note audio. Me ne sono già pentito.

“Un live di Fossati e la vita mi è cambiata a 40 anni”

Gioca con le parole quando le parole non sono solo un gioco, e neanche un mero mezzo, ma uno splendido strumento in mano a un ex “ultraoperaio, cameriere e infine imballatore di videogiochi” che, a ridosso dei quarant’anni, ha scoperto di poter diventare un musicista professionista, e “l’illuminazione” – modello John Belushi nei Blues Brothers – è in parte arrivata “grazie a un concerto di Ivano Fossati”. Lui è Pacifico, nome d’arte di Luigi “Gino” De Crescenzo, classe 1964, quattordici anni di carriera professionistica tra gli spartiti, con una serie non indifferente di successi prima come autore e poi da cantante. E a settembre esce il suo nuovo album.

Ha dichiarato: “Mi piace l’idea del rigore e della distanza dell’artista”.

Davvero?
Sì.
Ammazza che presunzione.

Rinnega?

No, è che a volte uno sorride nel risentire quello che ha detto. Comunque la realtà è che sono un po’ diviso tra il ruolo di autore e quello di interprete, e grazie a questa divaricazione so alla perfezione quanto un artista può sentire l’influenza del pubblico.

Il rischio di compiacere.

Se i Coldplay organizzano una tournée negli stadi, sono obbligati a scrivere pezzi adatti a quella situazione.

Mentre lei?

Amo isolarmi. Se c’è un momento in cui mi prendo sul serio, è quando resto solo con me stesso in una stanza, per scrivere. Ecco, quel momento cerco di proteggerlo, anche se non è sempre possibile.

Si guarda dentro.

La solitudine è bella e anche creativa.

Senza angoscia.

Non sempre. Anni fa ho scelto Fregene (località marina vicino Roma) per trovare la giusta solitudine, ed era inverno…

Il “mare d’inverno”.

E mannaggia a Ruggeri! Sono partito tutto fiducioso, convinto della bontà dell’iniziativa; dopo pochi giorni non vedevo l’ora di entrare in qualunque pizzeria e per abbracciare chiunque.

Troppo estremo.

Mi avevano anche avvertito: “Attenzione in casa non c’è il riscaldamento”. E io: “Tranquilli non potrà fare così freddo”. Momenti congelavo.

Da autore, come si trova a collaborare con gli altri?

I musicisti spesso faticano nel coordinare il proprio animo fanciullesco con la parte adulta, sono momenti differenti, anche di frizione, e la massima “quando li conosci sono spesso una delusione”, non è così lontana dalla realtà.

I riflettori li dominano.

Hanno la necessità di stare sempre in mostra, e quando non lo sono, cercano il modo per tornarci. È necessaria una forte dose di presunzione, la stessa che fa credere di aver scritto o cantato il brano più bello e importante della storia.

Obiettivo: riconoscibilità.

È un elemento fondamentale per la propria esistenza, ho visto artisti non andare al bar per il timore di non essere riconosciuti o ben voluti.

Lei, no?

Ho una carriera strana, sia per limiti che per timidezza. E poi ho iniziato veramente tardi, e questo in qualche modo mi ha protetto: a 18 anni sarebbe stato molto complicato controllare le emozioni.

E la popolarità…

In parte è bellissima, regala un amore apparentemente incondizionato. In realtà ti piazza sotto giudizio.

Un giudizio permanente.

In alcuni casi il mio lavoro è sul “foglio”, sulla parola, in altri casi è di sostegno, amicizia e incoraggiamento per l’artista.

Si è perso la fase “sesso, droga e rock”…

Proprio vero. Prima di questa carriera ho suonato per dieci anni con una band, e con gli altri ragazzi condividevo i sogni di gloria: ricordo una serata a Caserta con noi carichi per un concerto, peccato che il locale era stato chiuso dalla protezione civile.

Lei scrive molto?

Tantissimo, è un esercizio infinito, ho nel cassetto centinaia di canzoni, e spesso quando le riascolto capisco perché non le ho incise: sono solo un prototipo verso brani migliori.

Come si sente quando la sua creazione è in mano ad altri?

Ci sono dei momenti belli, perché sono le voci a dare lo slancio finale al pezzo; e qui scatta l’imprevedibile: magari il brano cantato inizialmente da me, interpretato da altri finisce in lembi emozionali oltre le mie aspettative.

Le piace la sua voce?

Da poco tempo sto arrivando a una sorta di pace, cerco di volerle bene.

Ci ha litigato?

Per decenni ho cantato in falsetto, anche nel primo disco, e sempre per timidezza; adesso è più vicina a come parlo.

Da timido, come ha vissuto i suoi due Sanremo?

Esperienze completamente diverse: la prima volta nel 2004 mi sono sentito travolto, come un guscio di noce in mezzo alla tempesta. E lì ho pure compiuto 40 anni.

Così perso?

Esordiente agli “anta”, non potevo neanche nascondermi o giustificarmi dietro a un’età non matura; non mi sono sentito all’altezza dell’orchestra e mi è dispiaciuto.

E poi?

Con il tempo ho imparato, e quest’anno mi è piaciuto tanto, coperto pure dalla presenza di una grandissima Ornella Vanoni e dall’ottimo Bungaro.

Come si definisce?

Scrupoloso. E dedito alla scrittura.

Dicevamo di Fossati.

Fino a 38, 39 anni non ho mai scritto nulla, forse solo il tema delle superiori e un paio di lettere d’amore. Mentre la musica l’ho sempre seguita e creata, mi sentivo più musicista che paroliere.

Fino a quando…

Sono andato al concerto di Ivano e ho percepito la bellezza nel far combinare parole e musica, quando l’ho incontrato sono rimasto estasiato, lui ha cambiato la mia vita e con una gentilezza disarmante.

A chi altro dire grazie?

Mio padre ha avuto la generosità di farmi sentire protetto. Lui, operaio, firmò sei anni di cambiali per regalarmi la prima chitarra, una Fender Stratocaster che è sempre con me. E oggi quella sensazione cerco di trasmetterla a mio figlio.

Il passaggio finale della sua ultima canzone, recita: “Pensami, aiuterà a dimenticarmi”. Non vale per tutte le situazioni.

Ci sono affetti così grandi che per essere lasciati andare meritano di essere pensati fino in fondo, mentre quando ero giovane dicevo: basta, si volta pagina. Eppure il passato a volte lo rivedi nello specchio, lo senti addosso.

Come le è venuto in mente di scrivere una tesi universitaria sul “delitto politico”?

Eh, davvero. E non ne ricordo neanche una riga. Ho scelto Scienze politiche perché mi permetteva di lavorare.

Lei, cosa vuole?

Con l’età si torna agli aspetti banali, quasi primitivi, quindi prima di addormentarmi recito la mia preghiera laica dedicata alla famiglia, alla penna sul foglio, all’intensità della scrittura, alla possibilità di giocare con mio figlio.

(Canta Pacifico: “Tu che sei parte di me, e lasci fuochi, piccole tracce per riportarmi a casa. Tu che sei parte di me, ultima luce, ultima insegna accesa…”)

@A_Ferrucci

“Così faccio la regista tra continui tentativi di delegittimazione”

Oltre i numeri “l’immaginario: madri coraggio, madri sexy e poi?”. Pluripremiata regista, il nuovo, atteso lungometraggio Sembra mio figlio pronto, Costanza Quatriglio non ci sta: la statistica non dice tutto, in un cinema dove “la storia di una donna ingegnere viene percepita come la storia di una donna che fa l’ingegnere, non di un’ingegnere donna. Al contrario, se l’ingegnere è uomo, nessuno sottolinea che è la storia di un uomo che fa l’ingegnere”.

Nella ricerca del NuovoImaie, la prevalenza dei ruoli maschili su quelli femminili è più accentuata in Olanda e Stati Uniti rispetto all’Italia: che dicono questi dati?

Ovunque la disuguaglianza è frutto di una cultura talmente consolidata che è difficile da scalfire: solo quando ci si renderà conto di come l’esaltazione della forza quale vettore per muovere il mondo abbia portato allo sfacelo, all’autodistruzione, si potrà cambiare davvero. Non possiamo scindere l’immaginario da chi contribuisce a costruirlo: quante sono le donne che possono avere quell’autonomia, prima di tutto politica ed economica, per mutare le cose dall’interno?

È più grave il gender gap o il gender pay gap?

Trovo davvero strano che una diva americana prenda un compenso inferiore al partner uomo nello stesso film. In Usa la questione è legata alle quotazioni nel sistema industriale, ma la stessa cosa avviene in tutti i campi. Nei mestieri del cinema, le donne in ruoli chiave sono così poche che fanno fatica persino a essere riconosciute.

Ci sono due aspetti positivi: dal 1939 a oggi la disuguaglianza si è attenuata e ora nelle fasce d’età inferiori i ruoli femminili sono addirittura prevalenti. Che cosa ci attende?

Una rivoluzione che ci affranchi da un immaginario colonizzatore del corpo della donna come giovane e fecondo. Ma ci sarà mai? A me, onestamente, pare che il cinema italiano esalti perlopiù storie di machismo che riproducono eternamente maschi in lotta per il potere.

Questi dati prendono in considerazione chi sta davanti la macchina da presa: e dietro?

Si sta benissimo, è il mestiere più bello del mondo! La questione del gender gap però è talmente presente che rischia di rovinare tutto.

Ha firmato il manifesto Dissenso Comune: movimenti come il #metoo e il Time’s Up aiutano davvero?

Sono importanti, aiutano a scoperchiare il vaso di Pandora.

Quatriglio, una discriminazione di cui è stata oggetto?

Mi vengono in mente i non sporadici tentativi di delegittimazione del mio ruolo che ho incontrato negli anni. Basta che un uomo qualsiasi, nella filiera di produzione del film che stai facendo, non riesca a guardarti negli occhi per problemi psicanalitici suoi e ti intenda come marziana, perché non ha mai visto una donna regista, ed ecco che ti rende tutto inutilmente più complicato.

Maschi contro femmine: al cinema non c’è partita

Al cinema le primedonne sono uomini: i ruoli da protagonista, infatti, sono coperti per il 62,70 per cento da attori, mentre le attrici si fermano al 37,30 per cento. È solo uno degli sconfortanti dati raccolti da NuovoImaie – l’Istituto per la tutela degli Artisti Interpreti ed Esecutori –, in una ricerca esclusiva che, per la prima volta, quantifica il gender gap nel settore dell’audiovisivo, concentrandosi in particolare sulla recitazione. Lo studio ha preso in esame 84 Paesi del mondo e 63.235 opere, per un totale di 315.617 ruoli interpretati.

Il divario tra donne e uomini è pressoché costante a tutte le latitudini, anche tra i comprimari, ovvero attori non protagonisti: 33,77 per cento (160.378 ruoli femminili) contro 66,23 per cento (314.602 ruoli maschili). In totale, le parti maschili sono 480.060 (64,97 per cento) a fronte delle 258.790 (35,03 per cento) parti femminili.

Sorprendentemente l’Italia, nella partita femmine contro maschi, è il Paese più virtuoso, grazie alla minor sperequazione tra generi sul set: i ruoli femminili sono complessivamente 121.573 (38,52 per cento), mentre i maschili sono 194.044 (61,48 per cento); di questi, le prim’attrici arrivano quasi al 40 per cento (45.499) mentre i prim’attori sono il 60 per cento (68.619), le comprimarie sono più del 37 per cento (75.874) e i comprimari oltre il 62 per cento (125.425).

La ricerca calcola precisamente la disparità tra uomini e donne: la forbice italiana – la migliore, come si è detto – è poco meno del 23 per cento, laddove gli Stati più discriminatori arrivano a percentuali del 48 per cento (Paesi Bassi) e del 45 per cento (Stati Uniti). Tra le bad company del maxischermo figurano anche nazioni insospettabili, solitamente più sensibili dell’Italia alle differenze di genere: nel Regno Unito il gap è quasi del 40 per cento; in Francia del 36 per cento; in Russia del 35 per cento; in Svezia (!) del 29 per cento; in Canada e Germania del 27 per cento. Non stupisce allora che la Spagna sia il Paese migliore dopo il nostro, con un divario del 25 per cento.

In generale, le attrici giovani sono meno svantaggiate delle colleghe agé: tra i 18 e i 34 anni, infatti, le donne e gli uomini sono quasi pari e in Italia, addirittura, i ruoli femminili sono il 52 per cento, sorpassando per la prima volta quelli maschili. Va male, invece, per le interpreti tra i 55 e i 67 anni, la cui disparità con gli uomini supera il 47 per cento. In particolare, in quella fascia d’età, da noi i ruoli maschili superano il 72 per cento, mentre in America l’83 per cento: non è un Paese per vecchie (artiste).

Anche l’andamento del gender gap nel tempo è sconfortante: fino al 1939 i ruoli femminili erano appena il 27 per cento, percentuale invariata nei due decenni successivi (1940-1959) e addirittura scesa al 25 negli anni Sessanta e Settanta, con buona pace delle allora neonate femministe. La tendenza inizia timidamente a invertirsi dal 1980 al 1999 con il 32 per cento di ruoli femminili, che salgono al 37,50 per cento dal 2000 al 2017.

Il cinema italiano rispecchia, con percentuali poco meno umilianti, l’andazzo generale: fino al 1939 le parti assegnate alle donne erano il 30 per cento (idem tra il 1940 e il 1959), poi precipitate al 26 per cento tra il 1960 e il 1979. La forbice diminuisce, come nel resto del mondo, a partire dagli anni Ottanta, con i ruoli femminili che salgono al 37 per cento e superano, nel 2017, il 41 per cento. Se Cinecittà si conferma, col passare del tempo, la più virtuosa, Hollywood conserva viceversa lo scettro della discriminazione di genere, anche in anni recenti: tra il 2000 e il 2017 i ruoli maschili sono stati oltre il 70 per cento, contro il 29 per cento di quelli femminili. Chissà se il #MeToo invertirà la tendenza.

L’inganno dei numeri delle assicurazioni

Il piano della lobby delle assicurazioni oggi è più spudorato che mai. Le compagnie, nel tentativo di cannibalizzare il Ssn, vogliono gettarci nello scompiglio con l’inganno dei numeri. Sul fatto che la spesa sanitaria privata nel 2017 sia arrivata a circa 40 miliardi di euro e sia in aumento rispetto al passato non ci piove. Ma questo non significa che sostituisca quella pubblica. “È una crescita fisiologica che si incrocia con l’aumento della spesa pubblica e del Pil”, sottolinea Mario Delvecchio, direttore dell’Osservatorio sui consumi privati in sanità della Bocconi. La metà della spesa out of pocket (ticket inclusi) se ne va per le cure dentistiche (escluse dai Lea), per i farmaci di fascia C (a carico del cittadino) e per i ticket di fascia A. Un altro falso allarme sono i 12 milioni di italiani che rinunciano alle cure per difficoltà economiche (Censis/Rbm). Il ministero della Salute ha fatto notare che l’indagine su un campione di mille persone che non hanno specificato l’urgenza della prestazione è molto approssimativa, precisando che, sui dati Istat, la quota di persone che ha rinunciato a una visita specialistica in un anno è pari al 6,5% della popolazione (3,9 milioni di italiani).