L’Argentina è prossima a finalizzare la concessione di una linea di credito triennale col Fondo Monetario Internazionale per 50 miliardi di dollari, nettamente superiore alle attese degli osservatori, che ipotizzavano 30 miliardi. La misura è stata richiesta dal governo del presidente Mauricio Macri dopo le forti turbolenze di mercato delle settimane scorse, col cambio in caduta libera e la banca centrale di Buenos Aires costretta nel giro di pochi giorni a portare i tassi al 40%, ponendo le basi per un forte rallentamento dell’economia. Dall’insediamento, nel 2015, Macri ha riguadagnato l’accesso ai mercati internazionali, chiudendo un lungo contenzioso con investitori esteri, ristabilito la credibilità delle rilevazioni dell’istituto nazionale di statistica, che sotto Cristina Fernandez de Kirchner occultava i dati di inflazione reale, tagliato le imposte alle esportazioni. Per recuperare valuta, l’Argentina si è indebitata sui mercati per oltre 100 miliardi di dollari, ma è stata colpita dalla forza del biglietto verde. Macri ha cercato di ridurre e riqualificare la debordante spesa pubblica, tagliando i sussidi su elettricità e combustibili, causando un doloroso ma inevitabile balzo dell’inflazione. La banca centrale ha ridotto ma non eliminato la monetizzazione del deficit, e il tentativo di frenare il deprezzamento del cambio, ancora sopravvalutato, ha portato ad una crisi di fiducia dei mercati. I miliardi del Fmi, che per un triennio rimuoveranno la necessità di rivolgersi ai mercati, hanno in contropartita la fine della monetizzazione del deficit da parte della banca centrale e un percorso di rientro più accelerato verso il pareggio di bilancio primario (al netto della spesa per interessi), in quattro anni anziché nei sei previsti da Macri. La ristrutturazione dell’economia argentina, piagata da anni di governo populista di Cristina Kirchner, resta ineludibile. Macri ha cercato un approccio gradualista, tale da non compromettere il suo consenso e non causare impatti troppo violenti sulla popolazione; ora dovrà accelerare, sotto il peso del vincolo esterno del finanziamento del Fmi, che la popolazione guarda con ostilità, memore della durissima cura dopo il crac del 2001. Il paese, fortemente dipendente da fondi esteri per finanziare il suo deficit delle partite correnti, dovrà comunque attuare politiche fiscali e monetarie restrittive per conseguire l’aggiustamento, e i salari reali sono destinati a subire forti riduzioni. Lunghi anni di spesa pubblica fuori controllo, per finanziare clientele di ogni tipo (un terzo degli occupati è nel settore pubblico), non possono essere cancellati rapidamente né in modo indolore. I “diritti acquisiti” restano un ostacolo quasi insormontabile sulla via del risanamento. Macri si gioca la rielezione, il prossimo anno, ma l’Argentina molto di più, se non riuscirà a rimediare agli anni tossici del populismo economico.
Tasse sulla casa, ultimo giorno per Imu e Tasi: come si paga
Nella giungla delle tasse sulla casa la parola semplificazione resta ancora lontana. E la conseguenza più diretta è che ci sono ancora poche ore a disposizione per pagare l’acconto di Imu e Tasi, rispettivamente l’Imposta municipale unica (che dal 2012, con il federalismo fiscale, ha sostituto l’Ici) e il Tributo per i servizi indivisibili (copre le spese come l’illuminazione o la manutenzione delle strade), che insieme alla tassa sui rifiuti (Tari) costituiscono l’Imposta unica comunale (Iuc). La scadenza fissata per oggi (il saldo dovrà essere versato entro il prossimo 17 dicembre) riguarda ben 25 milioni di proprietari di immobili (il 41% sono lavoratori dipendenti e pensionati) diversi dall’abitazione principale (per intenderci le seconde case al mare o in montagna, quelle che si affittano o le prime case se si tratta di abitazioni signorili, castelli o ville) e che porterà nelle casse dei Comuni e dell’Erario oltre 10 miliardi di euro.
Anche se dal 2016, l’anno in cui l’ex premier Renzi ha “fatto il funerale sulle tasse della prima casa”, il prelievo sugli immobili si è ridotto di 4,4 miliardi di euro – per un risparmio medio pro capite di 175 euro annui – le complicazioni non sono diminuite. Tutta colpa del mancato accorpamento tra Imu e Tasi, che è una sorta di duplicazione che è stata “inventata” per compensare i Comuni del mancato gettito relativo all’abitazione principale quando è stata decisa l’esenzione sulle prime case. E che quest’anno ne dimostra tutti i limiti: i Comuni, infatti, non hanno potuto aumentare le aliquote per calcolare le due tasse visto che per quasi tutte le amministrazioni hanno già raggiunto la soglia massima. E anche se sono poche, ai contribuenti resta quindi l’onere di controllare se c’è stata una variazione. Che in pochissimi casi potrebbe anche essere nel senso di un taglio che farà, quindi, sborsare meno soldi rispetto allo scorso anno.
Chi paga. Sono i proprietari e i titolari di diritti reali sugli immobili tranne le prime abitazioni. Se, invece, la casa è affittata l’inquilino deve pagare una quota della Tasi (tra il 10 e il 30% a seconda di quanto previsto dalla delibera comunale. A Roma, ad esempio, è pari al 20%), ma solo se non ha residenza e dimora abituale nell’immobile. Altrimenti non deve nulla. Mentre il proprietario pagherà comunque solo la quota a lui spettante senza sobbarcarsi quella dell’inquilino e senza l’obbligo di preoccuparsi di fornirgli i dati. Imu e Tasi si pagano anche per i terreni, ma restano esentati gli agricoltori e imprenditori del settore.
I casi particolari. A seconda della tipologia di immobile, il pagamento richiederà maggiore attenzione per quanti vivono negli alloggi Iacp e negli altri di edilizia residenziale pubblica (Ater, Aler, ecc) visto che dovranno versare l’Imu, con una detrazione di 200 euro, e la Tasi.
Quanto si paga. Se non ci sono state variazioni – per verificare le aliquote decise dal proprio Comune si può utilizzare il sito del dipartimento delle finanza www.finanze.it. o anche i calcolatori gratuiti presenti in rete – il calcolo è lo stesso del 2017: basta versare il 50% di quanto saldato complessivamente lo scorso anno. Confermate, anche la riduzione del 25% per chi affitta gli immobili a canone concordato e del 50% per chi concede le case in comodato ai figli o genitori (il contratto deve essere registrato e il familiare, anagraficamente residente, deve utilizzarlo come abitazione principale).
Il calcolo. Si applicano le stesse regole di calcolo per determinare la base imponibile data dal valore catastale rivalutato del 5% (in altre parole bisogna moltiplicare la cifra per 1,05) e poi moltiplicato per un coefficiente variabile a seconda della tipologia dell’immobile, invariato rispetto al 2017. Per i fabbricati abitativi il coefficiente è 160, per gli uffici 80 e per i negozi 55. A questo punto, alla base imponibile va applicata l’aliquota del proprio Comune che è diversa per Imu e Tasi. Questa è, infatti, l’unica differenza di queste due imposte gemelle. Il dato finale va poi rapportato alle quote e ai mesi di possesso dell’immobile (bastano 15 giorni per far conteggiare un mese intero). Chi possiede un immobile di lusso come prima casa usufruisce di un trattamento agevolato: va applicata un’aliquota ridotta (dal 2 al 6 per mille) deliberata dal Comune e una detrazione di 200 euro.
Come si paga. I Comuni non inviano a casa nulla di precompilato. Spetta ai contribuenti compilare il bollettino. Ed è possibile utilizzare quello postale oppure il modello F24 (si può pagare tramite l’home banking o in banca) senza dimenticare che anche se Imu e Tasi riguardano lo stesso immobile occorre compilare due moduli distinti (per l’F24 due diverse righe) indicando i diversi codici di riferimento dei tributi.
“Grazie a noi basta un clic: vedi e compri il campione”
Segnalati dal “principe” Diego Milito, i colpi e i numeri di Lautaro Martinez col Racing Avellaneda sono stati poi studiati da Luciano Spalletti con cura su Wyscuot e adesso il 21enne argentino indosserà la maglia dell’Inter: 22 milioni di euro più bonus.
C’erano una volta taccuini, videocassette, almanacchi e scafati osservatori che affollavano le tribune degli stadi. In qualche caso anche ciarlatani stile Andrea Roncato che rifila Aristoteles a Lino Banfi nel film cult L’allenatore nel pallone (1984). Una volta, appunto, prima che anche il calcio fosse stravolto dall’utilizzo dei cosiddetti big data, la tecnologia per raccogliere e mettere in relazione un’enorme mole di dati eterogenei. Tradotto: per sapere tutto sull’ultima promessa del calcio argentino non servono voli intercontinentali, ma basta affidarsi a Wyscout, piattaforma italiana che vende ai suoi clienti video e statistiche di seicento leghe sparse per ben 52 Paesi, con quasi mezzo milione di calciatori mappati e messi a portata di clic.
Video e statistiche da seicento campionati
Come funziona? Basta selezionare un giocatore e si hanno a disposizione le immagini di tutte le sue partite, catalogate per gol fatti e assist vincenti, ma anche per colpi di testa, contrasti o tocchi in una determinata zona di campo. Di ogni giocata ci sono filmati e statistiche dettagliate, tanto che gli addetti del calciomercato riescono a profilare al meglio qualsiasi calciatore, anche il più sconosciuto.
Non c’è da meravigliarsi allora se oggi tutti i maggiori club mondiali si affidano a Wyscout per fare mercato: “Lo usano Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco – spiega Matteo Campodonico, uno degli ideatori e fondatore della piattaforma – ma serve anche alle nazionali per scegliere al meglio i propri convocati e per studiare gli avversari”. In tempi di Campionato del mondo una bella mano per gli allenatori: “Non so chi vincerà in Russia, ma di sicuro sarà un nostro cliente”, sorride Campodonico.
Pacchetti per top club ma anche per dilettanti
Wyscout offre diversi pacchetti, con servizi calibrati a seconda delle richieste – e del budget – degli utenti. Non tutti, infatti, possono permettersi di fare mercato dall’altra parte del mondo e di poter visionare il nuovo talento sudamericano, ma anche ai più piccoli può essere utile catalogare le proprie partite, dividerle per singole azioni e magari sbirciare le migliori giocate degli avversari. E così, a fianco ai top club della Champions League, utilizzano Wyscout anche squadre dei dilettanti, fino alla terza categoria: “Se un allenatore può immagazzinare le proprie migliori partite, potrà per esempio utilizzarle negli anni successivi per insegnare i movimenti ai nuovi calciatori”.
Per i procuratori e per gli arbitri
Non solo: alcuni pacchetti sono pensati nello specifico per gli arbitri, che così possono prepararsi soprattutto per le partite internazionali, per i giornalisti sportivi e persino per i procuratori, sempre ingolositi dalla possibilità di arrivare per primi su un nuovo talento.
I costi del servizio, con un’offerta così specifica, variano molto: “Alcune squadre dilettantistiche pagano dieci euro al mese, mentre i più grandi del calcio mondiale possono spendere anche diversi milioni di euro l’anno”. Eppure la fortuna di Campodonico, ideatore della piattaforma assieme a Simone Falzetti e Piermaria Saltamacchia, è iniziata da strumenti ben diversi: “Nel 2004 registravo le partite dei dilettanti a Chiavari (oggi sede di Wyscout, in provincia di Genova, ndr) e le vendevo agli allenatori su vhs e dvd, già catalogando in maniera artigianale le singole azioni dei calciatori.
Il colpo dell’Udinese nel 2006 col cileno
Poi un giorno io e i miei soci proponemmo il nostro servizio a Serse Cosmi, che allenava il Genoa. Per fortuna gli piacque e da lì abbiamo fatto un primo salto in avanti”. I ragazzi iniziano così a lavorare per Genoa e Sampdoria, poi seguono Cosmi a Udine e la società ringrazia, perché quache anno dopo commissiona agli scout di visionare un ragazzino cileno di sedici anni con il servizio offerto da Campodonico e soci. Risultato: nel 2006 l’Udinese lo compra per tre milioni di euro e cinque anni dopo lo rivende per poco meno di 40 complessivi, quando ormai il cileno Alexis Sanchez non è più soltanto un potenziale talento, ma può diventare un titolare del Barcellona campione d’Europa.
Il resto è storia recente, con i club che pian piano si accorgono di aver bisogno di un database interattivo per rispondere alle esigenze di quello che ormai è diventato il calciomercato 2.0, fatto prima di tutto mouse alla mano: “Prima di un acquisto il calciatore viene comunque visionato dal vivo – spiega ancora Campodonico – ma nella fase iniziale, quando per esempio un procuratore lo propone alle squadre, si va subito a vedere cosa dice Wyscout”.
Nel piccolo centro ligure brindano agli affari
A Chavari si sfregano le mani, con fatturati di oltre 10 milioni di euro e una reputazione in ascesa che addolciscono costi di gestione ingenti: “In tutto abbiamo circa 500 dipendenti, poi ci sono i costi dei software e gli accordi per procurarsi le immagini”. Già, perché procurarsi i filmati da tutto il mondo non è impresa facile. Molti arrivano da intese con le società televisive dei singoli Paesi, altre ancora dagli stessi club, ma resiste anche una fetta di database ben più vintage: “Per alcune partite di serie minori siamo noi stessi a andare al campo e registrare, più o meno come facevo quindici anni fa”. La rivincita del fai-da-te nel mondo dei big data.
Tank Man, l’ignoto rivoluzionario
L’estate si sta affacciando discreta in questo memorabile 1989. Credo che la storia segnerà questi tempi, nel cammino lento dei diritti e delle libertà. E io, presa dalle mie piccole e stupide storie personali, mi chiedo cosa possa fare, non dico per “fare la storia”, ma per dare una mano. Qualcuno ha dato tutto se stesso, un ragazzo cinese di soli 19 anni, un ometto gigantesco che spopola sui giornali e le televisioni. Il mondo lo guarda e lo riguarda, di spalle, che impedisce il passo ai carri armati. Solo, minuscolo, nella grande piazza della repressione cinese, con una busta in mano e nell’altra una giacchetta, uno studente, o forse un giovane lavoratore, di lui non si sa neanche il nome. Il carrarmato si ferma, lo aggira, ma lui gli si pone davanti, e ancora una volta, e un’altra volta ancora, cocciuto. Poi s’arrampica sulla torretta del carro armato e comincia a parlare col conducente, che se è vietato in tutti gli autobus del mondo, figuriamoci su un mezzo militare della Repubblica popolare cinese! Ma qui siamo oltre il divieto, Libertà va cercando ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Non si sa che fine abbia fatto, non ci sono altre immagini. Qualcuno dice che sta per essere giustiziato dal plotone d’esecuzione, altri che sia condannato al carcere a vita o all’ospedale psichiatrico. E noi? Nel chiasso delle nostre cucine, dei salotti, nel nostro passivo cammino verso un mondo più giusto, più libero, guardiamo e riguardiamo queste immagini. “Tornate indietro e smettete di uccidere il nostro popolo!”: è l’urlo che i testimoni affermano di aver sentito. Tank man, uomo del carrarmato, l’ometto di piazza Tienanmen, il rivoluzionario ignoto e un’infinità di soprannomi che mi irritano. Mi basterebbe che gli studenti di oggi e di domani, magari in silenzio, sussurrassero il suo nome. Così, per non dimenticare.
La lunga lezione dei classici sull’accoglienza
L’Europa è drammaticamente divisa sulla questione migranti; sulla sorte di questa umanità dolente in fuga da guerre, miseria, fame, assenza di speranze in una vita migliore. Abbiamo assistito a uno stupefacente caso diplomatico, in realtà un atroce duello tra i governi di Italia e Francia sulla testa di centinaia di donne, uomini e bambini. Uno scontro tra due fondatori dell’Ue sul dovere di chi debba prestare soccorso e accogliere, che sembra dimostrare la rimozione delle radici dell’umanesimo greco-romano intrecciato con quello giudaico-cristiano, che ha lacerato ancora di più le coscienze e scatenato l’ancestrale paura animale dell’altro, alimento dei peggiori e primordiali istinti. Non c’è nessuna ragione di Stato che possa spingere a tale plateale cinismo; non c’è alcun interesse nazionale che possa lasciar spazio a indulgenza verso uno spietato cinismo. Questa rubrica fonda il suo essere sulla lezione dei classici, sui valori più nobili che dall’antichità a oggi si sono sedimentati a beneficio dell’umanità, e su questo dolorosissimo tema non vi è documento che non contrapponga il valore positivo dell’accoglienza e dell’ospitalità a quello sommamente esecrabile del rifiuto, del respingimento. Dall’Odissea con Nausicaa e Circe e di contro con il mostruoso Polifemo, all’Antico e Nuovo Testamento, con l’agghiacciante profanazione raccontata nel Libro dei Giudici, 19; e con Matteo 25: “Ero straniero e mi avete accolto”. Al governo italiano e al cattolicissimo ministro dell’Interno c’è da ricordare uno scorcio di un importante testo antico senz’altro conosciuto: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Lettera agli Ebrei, 13).
Per capire la cultura del Male prima e dopo la Shoah
La cultura del bene ha le sue grandi invenzioni. Per esempio la scoperta della pietà che consente il soccorso, della identificazione che permette di accettare esistenza e dignità dell’altro, del rapporto fra invenzione e realtà che porta al mondo infido e avventuroso del rapporto fra verità e menzogna. La cultura del male ha lavorato alacremente lungo questo stesso percorso per rovesciarlo: non ti riconosco, non ti soccorro e credo in false ragioni per farti male, graduando il male senza alcuna altra ragione che il mio potere. Nella storia dell’umanità, al centro del punto di distinzione fra il bene e il male c’è una esemplare scoperta malvagia: inventare il popolo dei marrani. Che sono lo straordinario giocattolo della persecuzione che comincia da prima, come difesa, e continua dopo, come condanna non cancellabile. Marrani è il libro di Donatella Di Cesare (Einaudi). È un testo di filosofia, storia e constatazione che rende espliciti alcuni concetti ovvi (nel mondo dell’antisemitismo) ma oscuri e volentieri abbandonati nella persuasione di vivere, dopo la Shoah, in una sorta di dopo guerra dove, insieme con la memoria del dolore, resta un senso illusorio di raggiunta immunità. Il gioco del marrano, spiega questo libro, è una scatola magica che nessuno ha mai smontato e che funziona ancora. Funziona bene, quando volete. O quando vuole l’antisemita professionale che ritroviamo, senza alcun turbamento di dubbio, generazione dopo generazione. Ma anche: nessuno ha voluto smontare questa scatola per una certa inconfessata paura di doversi, da capo, misurare con il contenuto malefico, fondato su una presunta ardente fede cristiana e il timore di contagio col maleficio degli estranei alla fede, persino se non c’è alcuna fede e alcun ebreo. Esempio: la Polonia di oggi. Che cosa vuol dire “inventare i marrani”? Vuol dire che il convertito è un giocattolo nelle mani del potere cristiano, accettato e respinto, fintamente riconosciuto e giudicato con disprezzo senza dover decidere né perchè né quando. Ciò accade in nome della libertà che il marrano (l’ebreo convertito nel linguaggio della grande persecuzione ed espulsione spagnola) non avrà mai perchè, essendo per natura colpevole, dovrà sempre subire. E ciò vale sia per le condanne pronunciate apertamente sia per quelle che restano un patrimonio tramandato e segreto, di una massoneria cristiana anti-ebraica. Il libro è carico di storia, ragione, riflessione, che molti insegnanti di liceo farebbero bene a condividere (data la qualità della scrittura) con i loro studenti. È la storia dei rapporti dei cristiani con gli ebrei prima della Shoah. E dopo.
Antonina, la madre che insegna agli altri a guardare oltre
Alle fatidiche cinque del pomeriggio la folla in attesa della cerimonia sulla grande piazza quadrangolare di Valderice si divide rigorosamente in due: quella assiepata sotto il sole e quella messa in salvo oltre la linea dell’ombra. Sotto, il mare trapanese si distende senza fine. Appena un metro al di qua dell’ombra c’è una sedia in stoffa color panna con due braccioli scuri. Vuota, fatta portare dal capitano dei carabinieri in borghese che guida instancabile il cerimoniale. Sembrerebbe la sedia del regista in un film popolato di comparse. Alla sua sinistra la stele che farà da altare civile è coperta da una grande drappo rosso, proprio di fronte al mare. Intorno, pini marittimi e palme e case a due piani. A un certo punto avanza verso la stoffa bianca una piccola teoria di persone, intorno a un completo nero femminile.
Di quelli di una volta, della Sicilia immortalata in foto da Letizia Battaglia. La donna in nero viene accompagnata verso la sedia, su cui altri l’aiutano amorevolmente a sedere. Gli sguardi e le parole sussurrate dicono che la signora non ci vede più. Accomodata su quell’unica sedia all’ombra appare a tutti come una sacerdotessa. È Antonina, la mamma di Pietro Morici, il carabiniere valdericino che qui si vuole ricordare, tra piccoli e orgogliosi reparti schierati, magistrati che hanno contribuito a fare la lotta alla mafia, esponenti di associazioni e amministratori locali, anche alcuni familiari di vittime.
Pietro venne ucciso il 13 giugno di 35 anni fa a Palermo. Aveva lavorato da ragazzo in un negozio d’alimentari proprio vicino alla caserma locale dell’Arma. A furia di frequentarla gli era venuta voglia di arruolarsi, contro il parere dei genitori. Era il più giovane dei tre che i corleonesi sterminarono in via Scobar a Palermo nel 1983: il capitano Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e, appunto lui, il carabiniere scelto Pietro Morici. Agguato sotto la casa del capitano, comandante della compagnia di Monreale. Sullo sfondo il ruolo vitale, mai abbastanza indagato, di quella città nell’impero del crimine di Totò Riina. La signora Antonina, circondata dai familiari, segue attentamente le parole che ricordano il figlio, simbolico risarcimento per tanti pubblici oblii.
“Che sia di esempio ai nostri concittadini”, dice il nuovo sindaco. Poi si incammina con le autorità a inaugurare la stele, tra fiori verdi bianchi e rossi e due carabinieri. Tolto il drappo, una scritta e una fiamma. La benedizione e poi un lungo applauso. Non parla, la signora. Torna alla poltrona. E il suo silenzio riassume una lunga striscia di dolore speciale. Ripiegato, metallico, senza tempo. Il dolore delle madri.
Quindi si accomoda in prima fila davanti al palco allestito per un’intervista-dibattito sulla mafia di ieri e soprattutto di oggi. Per andare oltre la commemorazione. Ma anche per ricordare quel che l’Arma ha dato alla lotta alla mafia in questa parte di Sicilia. La mamma di Piero Morici applaude, accanto alle figlie e accanto alla sorella dell’appuntato Bommarito. E in un quarto d’ora è come se su quella piazza prendesse forma un imperativo: recuperare tutta insieme la memoria dei carabinieri dimenticati. Il giornalista, Attilio Bolzoni, enumera alcuni nomi e cognomi, li mette in fila, ed è obiettivamente impressionante. Poi mentre il dibattito continua si scusa con onestà per avere dimenticato, come quasi tutti, i carabinieri uccisi follemente nella strage della circonvallazione il giugno dell’82. Massacrati per eliminare Alfio Ferlito, il boss detenuto che scortavano. E di nuovo ci si ricorda di un altro carabiniere, il maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso in fondo al triangolo della morte, nella Valle dei Templi, un decennio dopo. Nel pubblico che ascolta ci sono anche i due figli, un uomo e una donna.
Sempre di più, tra quelle dimenticanze rimediate, la signora va assomigliando a una creatura mitologica. Lei che nulla vede costringe tutti a vedere di più e più lontano. A immaginarsi come fosse fatto quel suo figlio quando si guadagnava un salario nella bottega alimentare. A immaginare lei al momento della notizia, e al rapporto che ebbe allora, quando ancora ci vedeva, con il grande mare blu trapanese. A immaginare i tanti volti dei nomi sempre dimenticati. Mentre il vento conquista il piazzale al tramonto, capisci che le cerimonie non sono tutte uguali. E non sempre sono fatte per ripeterci quello che già sappiamo. A volte si impara.
Il ministro della vergogna. Per il mio collega Regeni anche l’insulto di Salvini
Gentile Selvaggia, mi permetto di scriverti per portare alla tua attenzione un fatto di triste cronaca di cui forse hai già scritto. La morte di Giulio Regeni e la lotta incredibile della sua famiglia per affermare la giustizia e la verità sono state seguite con particolare attenzione da chi, come me, di Giulio è stato collega e ne condivide un percorso e scelte di vita diverse dalla maggior parte dei nostri coetanei. Nelle organizzazioni internazionali ci sono tanti giovani, molti italiani e ci si conosce un po’ tutti. Facciamo tutti questa vita da “cervelli in fuga” e ritroviamo spesso un senso di casa con i nostri connazionali. Quello che è successo a Giulio potrebbe succedere a chiunque di noi, quando anche se giovani veniamo mandati in viaggio di lavoro in paesi dove gli interventi di sviluppo sono necessari quanto il contesto socio-politico insicuro (l’anno prima della morte di Giulio due altri colleghi furono assassinati mentre scendevano dall’aereo). E lo facciamo, per quanto funzionari Onu, con l’orgoglio della nazionalità che ci appartiene. Sotto la bandiera dei “funzionari italiani alle nazioni unite” ci riuniamo per celebrare il Natale e la Festa della Repubblica. Le nostre organizzazioni forse non ci proteggono abbastanza, o forse noi non percepiamo il pericolo a cui ci esponiamo. Giulio dopo la sua esperienza all’Onu era passato all’università di Cambridge, un’altra istituzione di assoluto prestigio, conosciuta ovunque per le sue eccellenze. E se avesse potuto continuare, un giorno i suoi studi e le sue pubblicazioni magari sarebbero state citate come quelle del “ricercatore italiano a Cambridge”, forse qualche iniziativa istituzionale lo avrebbe riportato in una università italiana per rimpatriare il suo “cervello in fuga” tra il plauso della politica. Nell’infinita tristezza, ignoranza, cattiveria e malafede dei tanti commenti del nuovo governo ce n’è anche uno su Giulio. Il ministro dell’Intero Matteo Salvini dice, sono piu’ importanti i rapporti con l’Egitto, la ricerca della giustizia riguarda la famiglia. Prima gli italiani, ma solo se conviene insomma. Non so immaginare cosa un’affermazione del genere possa aver fatto alla famiglia di Giulio. Vorrei che non passasse inosservata e che il ministro ricevesse pubblicamente critiche e biasimo da parte dei cittadini. Non amo espormi pubblicamente, e preferisco mantenere queste discussioni private. Ma se tu volessi pubblicare le mie parole, magari potrebbero avere un qualche effetto sull’opinione di tante persone.
Cara B., bisognerebbe ricordare a Salvini la sua crociata per il rientro dei marò in Italia. Dunque. Due soldati italiani ammazzano un povero pescatore in India e secondo il nostro ministro dell’Interno sono eroi da riportare a casa altrimenti “Bisogna cacciare l’ambasciatore indiano dall’Italia col primo aereo”. (parole sue). Un giovane e brillante dottorando italiano viene torturato e ammazzato in Egitto ma “è una questione della famiglia, sono più importanti i rapporti con l’Egitto”. (parole sue). A quanto pare, ogni tanto, “prima gli egiziani”.
Il compagno genio del male e il bisogno dello psicologo
Sono separata dal 2011 e ho un figlio che adesso ha 12 anni, una vita che sembrava avere tutte le basi per essere felice e invece. Ho avuto la forza (o l’incoscienza) di chiudere un matrimonio con l’uomo che conoscevo da 18 anni. Poi, ho incontrato il male. Un uomo mistificatore, un traditore seriale, un perverso patologico, un manipolatore sociopatico che mi ha tenuta avvinta a sé per 4 anni. Dopo la fase di love bombing di due anni in cui mi ha fatto sentire amata, scopro che ha una relazione parallela da mesi con un’altra la quale mi contatta e mi informa di tutto. Lo lascio. Dopo circa 3 mesi lui torna pentito da me: lei è una prostituta, lui ne ha prove schiaccianti. Con esitazione (ero innamorata) me lo riprendo. Tutto magnifico per un po’, poi scopro che mi ha tradito di nuovo con la stessa donna ma… era solo un modo per chiudere il cerchio. Gli do di nuovo fiducia. Dopo altri 3 mesi lei mi scrive che si sono rivisti. Questa volta è l’ultima, mi dico. Invece me lo riprendo. Io ormai non lo stimo più ma per una strana ragione non voglio lasciarlo all’avversaria. Cerco di farmi scivolare cose insopportabili tipo che per sue paranoie e manie di essere intercettato io non possa chiamarlo al cellulare. Intanto già da mesi ho scoperto libri che sono specializzati nel narcisista patologico perverso. È lui. Prendo coscienza che ho a che fare con un genio del male, un perverso che ha distrutto tante donne (lui ne ha contate 90) che ha manipolato e condotto anche ad abitudini sessuali promiscue (rapporti a 3, scambi di coppia). Il giorno del suo compleanno, dopo aver aspettato per ore una risposta al mio mattutino messaggio di auguri ho detto basta… gli ho scritto “fottiti!”.
Barbara
Cara Barbara, ho avuto un fidanzato simile molto tempo fa. Dopo un’ora di sfogo in cui raccontavo cose molto simili alle tue a un’amica spiegando come e quanto lui avesse bisogno di uno psicologo, la mia amica mi guardò e mi disse: “Sì, ma tu gli stai dietro da anni. Forse lo psicologo serve a te”. Ecco.
Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com
Dovrebbe l’uomo: il braccino corto ammazza pure l’appeal di Siffredi
“Lasciami fare l’uomo”, dice lui, mettendo la mano al portafoglio a fine cena. Ma prego, per carità, lungi da me volerti privare del piacere di sentirti forte, importante e necessario, almeno al ristorante, la prima sera. Anzi, per “fare la donna” senza rimorsi da scroccona ho cercato di non pesare sul conto, evitando il filetto di angus e il tris di dessert, memore dell’aureo precetto enunciato da Mammy di Via col vento, “non sta bene che signora s’ingozza come tacchino”.
Un uomo che mi fa pagare la cena anche all’inizio della storia è sicuramente moderno e anticonformista, ma così moderno e anticonformista che non gli peserà far pagare a me, un domani, pure viaggi, benzina e bollette – che ci può stare solo se è un ventenne carino come Timothée Chalamet. Scherzi a parte: il tema “offre lui/lei” è delicato. Perché, anche nell’era di #metoo, se c’è una parte anatomica maschile cui non perdoniamo le piccole dimensioni non è quella che sta nel boxer ma quella che maneggia la carta di credito. C’è poco da fare, il braccino corto ammortizza anche l’appeal di un equipaggiamento alla Rocco Siffredi, a meno di non essere Brigitta, l’eterna innamorata di zio Paperone, l’unica femmina a trovare sexy la spilorceria. Intendiamoci: declinata al femminile sotto forma non solo di riluttanza all’offrire o a dividere le spese comuni, ma anche di parsimonia in regalini ed eccessiva frugalità in trucco, parrucco, igiene e vestiario – non piace nemmeno a Cottarelli. Uno dei vantaggi dell’indipendenza economica è anche poter «fare le splendide», in ogni senso, con le persone che amiamo, partner compreso. È bello offrire la cena o il cinema, e altrettanto bello ed elegante non dare per scontato che debba farlo lui. A patto che si tiri come facciamo noi quando usciamo con qualcuno che ci piace: abiti, capelli, profumo eccetera. Il più carino non paga: è una regola equa, no?
In tempi di crisi non vale più il romaticismo ma solo il 730
Era l’ultimo baluardo di romanticismo rimasto, quel gesto della mano accompagnato da un sorriso e da una frase, “lascia, faccio io”. Poi è venuta l’ondata del femminismo intransigente, secondo cui quell’offrire, machista e antiegualitarista, creava in realtà un debito che la donna si sentiva costretta a ricambiare, per lo più offrendo sessualmente se stessa. Infine, indifferente alle ideologie, è venuta la crisi, che ha reso tutti precari, mentre anche i rapporti umani diventavano instabili e a termine. Gli uomini hanno smesso di offrire la cena, le donne di aspettarsi che venga loro offerta. D’altronde, chiedere di pagare a un compagno con reddito scarso e intermittente dovrebbe far venire il magone a chiunque abbia un minimo di sensibilità, mentre essere attenti alla situazione economica dell’altro è il minimo per una donna intelligente. Anche perché di sicuro una cena con l’incubo del momento del conto non può creare grandi prospettive per la serata, anzi è avvilente per entrambi. Meglio sarebbe, in definitiva, che pagasse semplicemente il più ricco (o il meno povero).
E tuttavia, resta un problema. Andare a cena col 730 sotto braccio non è il massimo dell’eccitante, e la bellezza di una serata sta anche nell’abbandono, almeno per un po’, della ragionevolezza e della prudenza, con conseguente apertura di uno spazio fatto anche di piccoli eccessi, di slanci emotivi. E di gesti, come quello dell’offrire, che raccontano della felice indifferenza verso l’algida aritmetica e al tempo stesso dell’eccitante bellezza di qualcuno che in qualche modo, anche solo per una sera, si prenda cura di te. Qualcuno che, a quel punto, può essere – ogni tanto però che gli stipendi restano ancora più bassi – anche lei, perché ciò che conta è l’abbandono di un egualitarismo troppo politicamente corretto e della triste ripartizione meccanica, magari (orrore) persino a seconda della rispettiva voracità o inappetenza.