Droga, arrestato il capo ultras del Milan. “Da Toro prendi 50 mila, lui ha i soldi”

“E’ da prendere 50 mila da Toro, sono soldi”. “Speriamo che questo ha i soldi”. “Ma sì che li ha, uomo”. L’intercettazione è tra due trafficanti di droga, entrambi fornitori sulla piazza di Milano. “Toro”, invece, è il soprannome di Luca Lucci, 36 anni, capo della curva sud del Milan e di casa all’interno della società. Volto noto e figura carismatica della tifoseria rossonera, Lucci, ieri, è stato arrestato assieme ad altre 21 persone, tutte destinatarie di misure cautelari con l’accusa di vendita e spaccio di droga.

L’indagine coordinata dal commissariato Centro, agli ordini del dottor Ivo Morelli, è durata poco più di un anno e ha fotografato un florido traffico di droga (soprattutto hashish e marijuana, più cinque chili di cocaina) che ha portato al sequestro totale di circa 600 chili. Un lavoro prezioso quello degli investigatori che hanno lavorato su ben 140 utenze ricostruendo una rete di spaccio su tutta Milano alimentata da due canali: uno calabrese e un altro albanese. Tra gli arrestati c’è anche Massimo Mandelli, steward durante le partite dell’Inter allo stadio Meazza, nonché neo candidato anche per Casapound alle prossime Amministrative nel Comune di Cerro Maggiore.

Luca Lucci, in sostanza, si faceva arrivare la droga direttamente nei locali dell’associazione il Clan 1899, sede storica di un Milan club e punto di riferimento per tutti i curvaioli rossoneri. A Lucci, daspato tre volte e condannato per l’aggressione a un tifoso dell’Inter, sono contestati, scrive il giudice, 3 acquisti per un quantitativo imprecisato tra i 4 e i 40 chili (“diceva 2 e gli ho portato 4”). Tutti gli indagati avevano in dotazione cellulari intestati a persone inesistenti o straniere. Anche Lucci, che ne chiederà uno nuovo ai due trafficanti. Rilevante, inoltre, una conversazione tra il capo ultras e un narcos. Dice il secondo: “Ti sto parlando come fossi mio fratello, non è che te vuoi lavorare e non ce l’abbiamo, piano piano arrivano le cose nostre non avere dei problemi”.

Sono rare le intercettazioni di Lucci. Sarà lui a individuare e scollegare una telecamera della polizia posizionata vicino al Clan. Tra i non indagati, ma fotografato dopo le consegne anche Daniele Cataldo definito “uomo di fiducia” del “Toro” e figura carismatica della curva rossonera. Lucci ha raccolto l’eredità di referente della Sud da quel Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, fondatore dei Guerrieri Ultras, i quali, nel 2006, presero il posto della leggendaria Fosse dei Leoni. “Attendiamo di leggere gli atti – ha commentato ieri Jacopo Cappetta legale di Lucci – alcuni passaggi dell’ordinanza ritenuti cruciali non ci sembrano affatto chiari”.

Incroci pericolosi: il Paese dei (troppi) passaggi a livello

“Muore al passaggio a livello”: i risultati di Google sono centinaia. Notizie recenti raccontano della morte di due persone a Caluso (Torino), dopo che un tir bloccato sui binari è stato travolto da un treno e di almeno due casi – prima Ciriè e poi Borgone di Susa -, in cui la barriera è rimasta alzata nonostante il passaggio del convoglio. L’ultima relazione dell’Agenzia nazionale sulla sicurezza ferroviaria conta, nel 2017, 13 incidenti (9 morti e 4 feriti). Si legge: “7 morti e 2 feriti gravi si sono registrate per indebito attraversamento, 2 morti e 2 feriti gravi per urti contro veicoli stradali. Oltre l’11% degli incidenti significativi e oltre il 11% delle vittime sono avvenuti in corrispondenza di un passaggio a livello”.

In Italiai passaggi al livello sono in dismissione da un decennio. Nelle città ci sono comitati che vi si oppongono. A Udine ce n’è uno che a dicembre ha organizzato una mostra per sensibilizzare sul tema e che lotta contro il frequente passaggio dei treni merci nella città. Secondo i dati, al 31 dicembre 2017 sulla rete gestita da Rete Ferroviaria Italiana c’erano 4.518 passaggi a livello, quasi un terzo rispetto agli anni Novanta quando erano oltre 12mila. Da allora, ne sono stati eliminati circa 8mila con un investimento economico che di Rete Ferroviaria Italiana conteggia intorno a circa 1,5 miliardi di euro. “Il piano di eliminazione – ci spiega Rete Ferroviaria italiana – prosegue secondo il programma impostato in accordo con gli enti”. La loro definitiva scomparsa non è però imminente. Nel 2018 ne è stata prevista l’eliminazione per soli 125. Sulla base dei dati del passato, per terminare Rfi dovrebbe investire oltre mezzo miliardo di euro. “In base agli ultimi dati ufficiali disponibili, tra il 2005 e il 2016 si sono registrati in Italia quasi 200 incidenti gravi in corrispondenza dei passaggi a livello – denuncia Federconsumatori -. Numeri che devono far riflettere Rfi e Trenitalia”.

Chi lavora nel campo fa osservare che ci sono due livelli di problemi: eliminare i passaggi a livello è complesso perché, nonostante la spesa sia generalmente a carico di Rfi, richiede modifiche urbanistiche da concordare con enti locali e proprietari della strade (comuni, province, Anas), dalla ricerca di percorsi alternativi alla realizzazione di sottopassaggi e sovrapassi. Rfi dispone di una struttura apposita per la soppressione e ogni opera ha un suo costo: un sottopasso pedonale per far arrivare al mare può costare 800mila euro, mentre la realizzazione di una uscita o la gestione di una curva può valere anche due milioni. La soppressione è presente nel contratto quadriennale di programma che Rfi ha con lo Stato, ma la cifra è aggregata: “648 milioni di euro per il proseguimento dei programmi di sicurezza…con interventi necessari a contenere i rischi nelle gallerie, nelle zone sismiche e in quelle soggette a dissesto idrogeologico, oltre a interventi per la salvaguardia dell’ambiente e la mitigazione del rumore, per la soppressione dei passaggi a livello”. Chiediamo quale sia l’investimento medio annuo specifico: “Circa 100 milioni di euro”.

Intantoè stata pensata un’alternativa: prevenire gli incidenti ricorrendo a nuove tecnologie. Tra queste, i cosiddetti Pai-Pl (Protezione automatica integrativa dei Passaggi a Livello): si tratta di un sistema che rileva la presenza di ingombri sulle rotaie e che quindi è in grado di bloccare il treno in corsa se le rotaie risultano ingombre. Il sistema, però, è solo sperimentale e, anche in questo caso, non sembrano esserci spiragli di accelerazione. Con questo tipo di dispositivo si sarebbe potuto evitare l’incidente di Caluso “Il sistema – spiegano da Rfi – è stato pensato per rimediare ai comportamenti scorretti di pedoni e automobilisti”. Sull’intera rete, però, finora ne sono stati installati solo cento ed è in corso l’installazione di altri 200. Trecento in tutto che risultavano già affidati nel 2016 con un contratto di sperimentazione allargata a tre diverse società. L’investimento, tra quelli installati e quelli che si installeranno fino al 2021, è di circa 130 milioni di euro.

Il sindaco di Pozzallo smorza la polemica: “Toni moderati”

”Ero molto preoccupato per le affermazioni del ministro dell’Interno a Vicenza e in altri parti d’Italia. Ma a Pozzallo Salvini ha attenuato molto questi toni perché è venuto a contatto con una realtà che ha saputo coniugare molto bene in questi ultimi mesi l’accoglienza con la legalità”.

Lo ha detto il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei.

“La problematica dell’accoglienza dei migranti – ha aggiunto il sindaco – non si liquida con degli spot realizzati per colpire l’opinione pubblica. Non sarà così semplice e penso che il neo ministro Salvini pian piano se ne renderà conto. Visitando l’hotspot si è reso conto del funzionamento della struttura che ha saputo coniugare una grande efficienza. Qui si seguono tutte le procedure internazionali e non sfugge un solo migrante che sbarca dalle navi. Qui c’è anche una grande umanità dei nostri operatori. Anche per un uomo duro come Salvini non sarà facile dimenticare questa visita a Pozzallo e penso che lo farà riflettere. Salvini ha attenuato molto i toni. Gli ho detto che non la pensavo come lui. E mi ha detto che dobbiamo comunque collaborare”.

Non sono i galeotti ad attraversare il mare. Lo fa chi teme la crisi

La tragedia del 3 giugno al largo delle isole Kerkennah, riporta alla luce il fenomeno dell’immigrazione dalla Tunisia all’Italia. Almeno 48 persone sono morte in un naufragio, l’ultimo di una lunga serie. Lo scorso ottobre un altro incidente nella stessa area aveva causato la morte di più di 40 persone. Questo ennesimo episodio nefasto nel tentativo di attraversare il Mediterraneo – 16.000 vittime dal 2014 a oggi – si è incrociato con l’insediamento al Viminale del politico che più di tutti ha fatto della lotta all’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia, Matteo Salvini. “La Tunisia spesso esporta galeotti”, ha detto. Probabilmente, nelle intenzioni di Salvini, vi è la volontà di ridurre l’immigrazione dalla Tunisia a una mera questione di sicurezza, tramite lo screditamento delle ragioni alla base della scelta di migrare dei tunisini.

Era dal 2011 – l’anno della “Primavera araba” e dell’instabilità politica seguita alla fuga dell’ex Presidente Ben ‘Ali – che le coste siciliane non erano testimoni di così tanti sbarchi dalla Tunisia. Nei primi 5 mesi del 2018, in Italia sono sbarcati 2.889 tunisini, su un totale di 13.775 persone: un immigrato su 5 arrivato via mare in Italia nel 2018 proviene dalla Tunisia, diventata il primo Paese di origine dell’immigrazione in Italia. E questo trend ha avuto inizio almeno nel settembre scorso, con più di 4.500 persone sbarcate dalla Tunisia tra quel mese e la fine di novembre 2017. Siamo di fronte a una ripresa significativa delle partenze dalle coste di Tunisi e Sfax. Ma non si può mettere in correlazione questo trend con il calo delle partenze dalla Libia in seguito al “Minniti compact”, il piano ideato dal predecessore di Salvini volto a negoziare con gli attori statali e non statali libici il blocco delle partenze dai porti a Ovest di Tripoli. A screditare una possibile relazione tra i due fenomeni vi è la provenienza dei migranti: nel caso di quelli in arrivo dalla Libia, quasi tutti provenienti dall’Africa subsahariana o dal Bangladesh, tutti tunisini quelli provenienti dalla Tunisia.

La frase di Salvini è probabilmente il frutto di una “bufala” fatta circolare tra gli ambienti mediatici vicini all’attuale ministro a novembre, secondo cui la ripresa delle rotte dalla Tunisia sarebbe dipesa da un’amnistia generale concessa dal presidente della Repubblica tunisino Beji Caid Essebsi. Come dire: la Tunisia svuota le carceri e i criminali fuggono in Italia.

Ma quella che veniva presentata come un’amnistia speciale, altro non era che un’iniziativa che ogni anno la presidenza tunisina intraprende durante la festa della Repubblica o il Ramadan. Essebsi aveva perdonato poco più di 1.500 prigionieri (in carcere per reati minori in un Paese in cui un terzo della popolazione carceraria ha alle spalle reati legati all’uso di droghe leggere), di cui solo 400 erano stati effettivamente liberati, mentre il numero di persone sbarcate in Italia nello stesso periodo era di dieci volte maggiore: dunque non si poteva provare un nesso di causa-effetto.

Paradossalmente, sarebbe quasi una “buona notizia” se ad arrivare in Italia dalla Tunisia fossero i “galeotti”. Invece il fenomeno dell’immigrazione sulla rotta Sfax-Pozzallo è indice di un malessere più strutturale. I tunisini che lasciano il Paese fuggono da una crisi economica che fatica a rientrare; da una svalutazione del dinaro del 30 per cento in un anno; da una crisi occupazionale sempre più forte; da una disparità tra Est e Ovest del Paese che fa sì che in quest’ultimo non sia garantito il più basilare servizio infrastrutturale o igienico-sanitario; da una crisi di rappresentanza che vede una emorragia di giovani dalla politica (l’astinenza dal voto delle persone tra i 18 e i 25 anni ne è una riprova). E tutto questo, che genera condizioni perfette per il proliferare di ideologie radicali e oltranziste e del sempre alto rischio di episodi terroristici, ha direttamente a che fare con noi.

L’Europa e l’Italia (che in questo dovrebbe far sentire la propria voce a Bruxelles) dovrebbero adoperarsi per far sì che quelle condizioni alla base della scelta di emigrare vengano meno e che la Tunisia possa finire il cammino di democratizzazione intrapreso più di sette anni fa, altrimenti gli effetti distorti si sentiranno fino a ben sopra il Mediterraneo, come sta avvenendo. E non verranno fronteggiati efficacemente a suon di slogan. Altro che pacchia.

 

Parla Salvini, Tunisi convoca l’ambasciatore

Pochi gentiluomini in mezzo a tanti galeotti tra i tunisini che sbarcano in Italia e la prima uscita del neo ministro degli Interni, Matteo Salvini, provoca subito una crisi diplomatica col governo di Tunisi.

Probabilmente sanabile, visto che lo stesso Salvini ha subito tenuto a precisare che quella dichiarazione “la Tunisia, Paese libero e democratico, non manda in Italia gentiluomini, ma spesso e volentieri galeotti”, detta durante la sua visita al porto siciliano di Pozzallo domenica scorsa, sarebbe stata riportata al di fuori di un contesto molto più ampio.

In realtà sia Salvini che il suo partito e il resto dell’opposizione al precedente governo Gentiloni, queste considerazioni le avevano già espresse, dunque nulla di nuovo sotto il sole.

A parte il fatto che adesso, con l’incarico ministeriale di punta, le cose sono cambiate e il leader della Lega dovrà valutare bene le singole reazioni. La prima, ieri, ha spinto il ministero degli Esteri tunisino a convocare con urgenza il nostro Ambasciatore a Tunisi, Lorenzo Fanara: “Esprimiamo profondo stupore per le dichiarazioni del ministro degli Interni italiano sul dossier immigrazione – così una nota del ministero degli Esteri di Tunisi –. Certe dichiarazioni non riflettono la cooperazione tra i due Paesi nel campo della gestione dell’immigrazione e indicano una conoscenza incompleta dei vari meccanismi di coordinamento esistenti tra i servizi tunisini e italiani per affrontare questo fenomeno”. Il nostro ambasciatore ha subito gettato acqua sul fuoco: “Nel cordiale incontro al ministero degli Esteri – ha sottolineato Lorenzo Fanara – è stata ribadita la volontà del nuovo governo italiano di rafforzare la cooperazione bilaterale per approfondire il partenariato strategico e per far fronte alle problematiche comuni relative al fenomeno migratorio. Stiamo già lavorando a prossime visite governative”.

In effetti tra i due Paesi mediterranei i rapporti sul fronte migratorio sono stati, fino a oggi, votati alla massima collaborazione. L’Italia ha fornito fondi e mezzi alla Guardia costiera tunisina per pattugliare le coste dove maggiormente si sono verificate le partenze verso l’isola di Lampedusa. Non sempre con risultati esaltanti, questo va detto, vista, ad esempio, l’escalation di viaggi della speranza dalle località attorno a Sfax e all’isola di Kerkennah (dove l’altroieri si è verificato l’ultimo, terribile naufragio, con la morte di almeno 48 persone) tra agosto e ottobre dello scorso anno.

Un campanello d’allarme, dopo il piano Minniti che a luglio aveva quasi azzerato le partenze delle carrette del mare dai porti libici, poi rientrato nei ranghi della normalità.

Non va dimenticato, inoltre, che i rapporti tra i due Stati al centro del contendere sono stati approntati anche sul versante degli accordi per i rimpatri di cittadini tunisini in odore di espulsione.

La Tunisia è uno dei cinque Paesi con cui il nostro governo ha stipulato patti ufficiali su questo fronte: gli altri quattro sono Sudan, Nigeria, Gambia ed Egitto.

Isernia, a fuoco centro di accoglienza temporaneo

Un incendio ha distrutto il vano di uno stabile di Pescolanciano (Isernia) che avrebbe dovuto ospitare un Cat, centro di accoglienza temporanea, con 15 richiedenti asilo gestito da una Cooperativa privata. I carabinieri hanno sequestrato l’immobile e indagano per incendio doloso. Nei giorni scorsi il sindaco, Manolo Sacco, aveva incontrato i cittadini che avevano espresso contrarietà all’accoglienza di adulti, dando la disponibilità solo per minori non accompagnati. Mentre il proprietario dello stabile, del posto, aveva subito atti vandalici nella cappella di famiglia del cimitero del paese.

Le fiamme sono state notate durante la notte. Da qui la richiesta d’intervento ai Vigili del Fuoco e le operazioni di spegnimento. I danni – secondo quanto si apprende da fonti ufficiali – sarebbero limitati solo al vano già allestito con letti e armadietti per accogliere i migranti, la restante parte sarebbe solo annerita dal fumo. “Sono pronto a restituire la fascia al Prefetto di Isernia perché non mi sento tutelato: viviamo in un clima di terrore”. Così il sindaco di Pescolanciano (Isernia), Manolo Sacco ha commentato l’accaduto.

Protocollo Dublino, voltafaccia Roma

Un doppio paradosso segna i primi passi della gestione dell’immigrazione da parte del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Primo paradosso: l’Italia si schiera di punto in bianco contro la riforma del regolamento di Dublino, che ha sempre chiesto. Secondo paradosso: il ministro, che è ovunque, non sarà oggi nel posto giusto per difendere gli interessi italiani in Europa sul fronte migranti, cioè alla riunione a Lussemburgo dei ministri dell’Interno, l’ultima prima del Vertice di fine giugno (28 e 29), quando i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Ue dovrebbero varare la riforma.

Dovrebbero, perché il dossier è controverso: la presidenza di turno bulgara del Consiglio esercita un’influenza modesta; e la defezione dell’Italia rischia di risultare letale per la riforma. Un conto è battersi per ottenerne modifiche, un altro affossare il progetto.

Il protocollo di Dublino, che prevede che i Paesi di primo ingresso esaminino le domande d’asilo, risale al 1996 e fu riformato nel 2003, con l’avallo dell’Italia. Ma, allora, i migranti venivano da Est e il Paese di prima accoglienza era la Germania. Sono oltre una dozzina i Paesi pronti a dire no, per motivi diversi, talora opposti, al compromesso della presidenza bulgara, sul tavolo oggi a Lussemburgo.

Da una parte, ci sono i quattro del Gruppo di Visegrad, contrari a ogni ricollocamento, cui prestano manforte i tre Baltici e l’Austria e cui può ora aggiungersi la Slovenia, dopo il successo nelle elezioni di domenica del Partito anti-migranti (Dsd). Dall’altra, il fronte mediterraneo guidato dall’Italia, che giudica le proposte insufficienti. Grecia, Cipro e Malta sono pronte a negoziare, in attesa che la Spagna del neo-premier socialista Pedro Sanchez scopra le carte. Perplessità, infine, ci sono da parte olandese.

Pronti a lavorare sulla bozza sono Germania e Francia, con Belgio, Lussemburgo, i Nordici e altri. Con l’Italia contro, il sostegno di Parigi e Berlino non basterà ad andare avanti nel solco tracciato negli ultimi 30 mesi. Il cambio di rotta italiano spingerebbe la discussione su un binario morto: obiettivo, ripartire su nuovi presupposti da luglio sotto presidenza austriaca, puntando sulla messa in sicurezza delle frontiere esterne e sui rimpatri – la linea Salvini –.

Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas affida a Cicerone (“Dum spiro, spero”) la speranza di accordo a fine mese, le Istituzioni europee puntano sull’unanimità, ma la decisione può essere presa, a termini di Trattato, a maggioranza qualificata.

Si ipotizzano tre scenari per il Vertice europeo di fine giugno. Lo scenario più radicale, indebolito però dal “contrordine” italiano, è il lancio d’una cooperazione rafforzata fra “Paesi volenterosi”, che comporterebbe una ridefinizione dell’area Schengen (Italia e Paesi mediterranei ne farebbero parte). La scenario del compromesso è che la bozza bulgara alla fine passi a maggioranza qualificata. Altri infine puntano a ripartire da zero, spostando l’attenzione sulla protezione delle frontiere esterne e sui rimpatri.

In ogni caso, per incidere sull’una o sull’altra soluzione, bisogna partecipare alla discussione. “Sarebbe più saggio parlarne insieme – si osserva a Bruxelles –: l’occasione è il Consiglio di oggi”, dove Salvini non ci sarà.

La rivolta dei braccianti: “Ammazzati come animali”

“Soumayla Sacko era un cittadino, un bracciante e un lavoratore impegnato nella lotta contro la schiavitù. Non era un ladro ma viveva in quella gabbia”.

Il sindacalista dell’Usb Abobakar Soumaoro la chiama così la baraccopoli di San Ferdinando. Viveva in quel ghetto il maliano di 30 anni ucciso due giorni fa mentre si trovava in un terreno abbandonato a San Calogero. Era lì per prendere alcune lamiere di alluminio che servivano a costruire la baracca per i suoi compagni, quando un uomo gli ha sparato un colpo di fucile alla testa ferendo lievemente altri due migranti. Nessuno di loro ieri si è recato nei campi per raccogliere le arance. Né in Calabria e né a Foggia. Non potevano in un giorno che, per tutti, è stato di sconforto e di rabbia. Hanno aderito allo sciopero indetto dall’Usb.

“Ci ammazzano come animali. Basta uccidere gli africani”. È uno dei tanti cartelli esposti durante il corteo che dalla tendopoli, nella zona industriale a ridosso del porto di Gioia Tauro, è arrivato fino al Comune di San Ferdinando. “Salvini razzista” urlano gli africani con in mano la foto del bracciante ucciso: “Sacko aveva un regolare permesso di soggiorno, una figlia di 5 anni e una compagna in Mali. Non era l’extracomunitario o il migrante ma una persona”. Dalla protesta a una rivolta, come quella del 2010, il passo poteva essere breve. Ma Soumaoro riesce a tenere calmi gli animi: “Tocchi uno e tocchi tutti”. Le parole del sindacalista dell’Usb inchiodano una politica che, negli anni, ha fatto finta di occuparsi dei migranti e del ghetto di San Ferdinando.

“Sacko – afferma Soumaoro – è stato assassinato in un contesto politico. Un ministro della Repubblica ha dichiarato in questi giorni che è finita la pacchia”. Chiaro il riferimento a Matteo Salvini che si prende le bacchettate pure di don Pino De Masi, il prete di Libera che, in merito all’omicidio del migrante, punta il dito su un “clima che certamente non è stato favorevole. Dobbiamo abbassare i toni altrimenti i frutti sono questi. Mi auguro che la campagna elettorale sia finita per tutti e che chi governa comprenda che lo faccia per il Paese”.

Prima di chiedere un incontro con il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, il sindacalista dell’Usb prende il megafono e rincara la dose contro Salvini: “Noi non siamo mai stati nella condizione di parassita a differenza del suo partito politico che, come dice la magistratura, prendeva i contributi e li mandava guarda caso in Africa. Vogliamo dire al ministro dell’Interno che la pacchia è finita per lui, non per noi. La legge Bossi-Fini, razzista e schiavista, non l’abbiamo portata dall’Africa ma l’hanno approvata loro in Parlamento. Questa terra è stata saccheggiata non dai migranti ma dai politici”.

Dal letargo si è svegliato anche il segretario del Pd Matteo Renzi che denuncia “l’orribile silenzio” attorno alla morte del trentenne maliano: “Era nero e molto probabilmente è stato ucciso per questo, per il colore della sua pelle – si legge in un tweet –. Sacko Soumayla viveva in una baraccopoli insieme a quei compagni che con lui sono stati feriti”. Sui social network, però, Renzi ha omesso che il suo è stato lo stesso governo incapace di trovare una soluzione dignitosa per quei braccianti africani. Ed è stato lo stesso governo che ha bloccato i fondi per i migranti che servivano al Comune di Riace, distruggendo quel “modello di accoglienza” costruito con fatica dal sindaco Mimmo Lucano oggi definito “zero” dal neo ministro Salvini che, così come il suo collega Di Maio e il premier Conte, fino all’ora in cui scriviamo non ha commentato la tragedia del migrante ammazzato.

Tornando alle indagini, non è escluso che i carabinieri riescano nelle prossime ore ad arrestare l’uomo che ha ucciso Sacko a fucilate.

Dagli ambienti della Procura di Vibo Valentia non trapela nulla. La sensazione, però, è che ci sia almeno un sospettato, forse già sottoposto allo stub, l’esame che consentirà agli investigatori di verificare eventuali tracce di polvere da sparo. Se così è, la “questione di giorni” a cui fanno riferimento gli inquirenti potrebbe essere legata all’esito dell’accertamento tecnico.

Dalla scorta allo scooter: Scajola (ri)scende in pista

Una maionese impazzita: 500 candidati per 42mila abitanti, uno ogni 84 persone. Se cammini in via Aurelia, a Imperia, a ogni passo un candidato ti ferma. Gente passata da sinistra a destra, da Forza Italia a Claudio Scajola. Del resto era dura trovare il carro del vincitore: all’inizio piomba la candidatura Scajola. Poi il centrodestra di Giovanni Toti lo sfida. Infine l’accordo Lega-M5S scompiglia tutto. Partiti e bandiere non contano più, unici punti di riferimento sono potere e cemento. Per provare a orientarsi bisogna inseguire uno scalcinato motorino F10. A bordo, impegnato in pieghe da Valentino Rossi, un attempato signore. Quando si toglie il casco scopri che è proprio lui: Scajola. “Dall’auto con scorta allo scooter”, sorride. Una volta planava a Imperia con il volo Roma-Albenga messo apposta per lui oppure in elicottero con Nicholas Sarkozy.
Oggi eccolo negli studi di Imperia Tv con gli altri 7 candidati sindaci. In tutto 3 di destra, 3 di sinistra, uno M5S e un indipendente. Ma se leggi i curricula ci capisci ancora meno. Prendete Luca Lanteri, il favorito. Era scajoliano di ferro e oggi corre contro Scajola. Per dodici anni è stato assessore all’Urbanistica ai tempi della cementificazione. Poi nel 2015 si candida con il Pd di Raffaella Paita. Contro Toti. Gli va male, ma dopo tre anni lo ritrovi proprio con Toti, sostenuto da Forza Italia, Lega e FdI. Vittorio Coletti, professore universitario di Lettere, indica i manifesti elettorali: “C’è solo Matteo Salvini. Lui porta voti, mica Lanteri”. Così a Imperia sono piovuti i leader del fu centrodestra, da Giorgia Meloni a Salvini. Perché la vecchia alleanza e Toti si giocano tutto.

Scajola segue una tattica opposta: c’è lui, solo.

Il centrosinistra ha governato Imperia dignitosamente, ma non ha santi cui votarsi: “Da Roma volevano mandare Graziano Delrio, ma qui hanno risposto ‘no, grazie’”, racconta l’architetto Paolo Verda che dopo una lunga militanza Pd oggi sta in disparte.

Il sindaco uscente, Carlo Capacci, forse avrebbe voluto candidarsi, i giornali ipotizzavano un suo passaggio al centrodestra. Ma la sua lista civica si è sgretolata: metà con il centrodestra, metà con Scajola. Alla fine si candiderà Guido Abbo, commercialista. Preparato, pratico.

Ma che cosa sognano gli imperiesi? Il cambiamento non è all’orizzonte. Resta il vecchio modello, il cemento, che oggi pare personificato da Toti e Lanteri. Lui assessore all’Urbanistica negli anni del Partito del Cemento. Lanteri che all’epoca volava sulla città in elicottero insieme con Scajola, il furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani (avvistato in Liguria con Toti) e l’imprenditore Francesco Caltagirone Bellavista a caccia di terreni dove investire fortune guadagnate chissà come. Da quelle imprese nacque il gigantesco porto realizzato da Caltagirone. “Un monumento al fallimento: 1.300 posti in gran parte invenduti, silos sotterranei invasi dal fango, scheletri di enormi costruzioni sulla riva”, punta il dito Alessandro Casano, ex FdI che guida la lista Alternativa Indipendente.

Eccoli i temi della campagna elettorale: il cemento in vista del nuovo piano regolatore; poi il porto e le piste ciclabili per cui sono già stati stanziati 16,2 milioni. Lanteri dovrebbe arrivare al ballottaggio. Ma se dovesse vedersela con Abbo, i voti di Scajola potrebbero finire al centrosinistra. E se invece toccasse a ‘u ministru’, come qualcuno lo chiama ancora, il Pd voterebbe per lui. Il M5S candida Maria Nella Ponte, bancaria part-time e artista. “Alle politiche erano il primo partito con il 29%. Ma potrebbe succedere come nel 2013 quando alle nazionali presero il 30 e poi alle amministrative scesero al 10”, ricorda Coletti.

Ed eccoci nell’ufficio del divo Claudio, dove nei decenni è passata mezza Imperia. Alle sue spalle il Tricolore. Ai muri foto con papi, ministri francesi e tedeschi in visita a Imperia. Cerca di evitare le polemiche, ma qualcosa gli è rimasto sul gozzo: “Mi ha fatto male mio nipote Marco, assessore di Toti, che si è schierato contro di me”. E poi, ovvio, c’è il Governatore: “Il consenso se lo conquistano così: i Comuni hanno bisogno di finanziamenti e chi sta con loro sa che poi se la passerà bene. Vergognoso”. Nelle ultime settimane Toti è stato più a Imperia che a Genova. Ha organizzato trasferte di tutta la Giunta in città. Perché chi perde, tra Scajola e Toti, rischia di essere finito. E qui, parlando con i vecchi rivali del Ministro, arriva la sorpresa. Non è più lui, ti dicono, “il male assoluto”. Anzi, “se proprio dobbiamo votare uno scajoliano, meglio l’originale”. Senti quasi nostalgia. Nessuno fa cenno al processo di Reggio Calabria dove Scajola è accusato di aver aiutato Amedeo Matacena nel tentativo di trasferimento da Dubai a Beirut (poi non avvenuto).

Imperia soffre della sindrome di Stoccolma. Archiviare Scajola dopo decenni vorrebbe dire chiudere una parte della propria vita. O forse è simpatia per chi ha perso: quell’ex ministro che faceva tanta paura e ora, a settant’anni, scorrazza a bordo di uno scooter a caccia di voti.

Cda Rai, arrivate in Parlamento 236 candidature

Sono 236 i candidati per i quattro posti nel Cda della Rai che saranno eletti dal Parlamento: 196 curricula sono arrivati alla Camera e 169 al Senato. Dato che 129 persone l’hanno inviato da entrambe le parti, alla fine i candidati sono appunto 236. L’elenco completo dei nomi verrà reso noto oggi. Finora, però, si sa che a inviare la propria candidatura sono stati tutti i membri del Cda uscenti tranne Guelfo Guelfi (Diaconale, Mazzuca, Freccero, Borioni, Siddi), i giornalisti Michele Santoro e Giovanni Minoli, il giornalista del Sole 24 Ore Marco Mele, il giurista Ugo Mattei, lo studioso di economia dell’informazione Francesco Devescovi, il maestro Marco Quaranta. Altri 2 consiglieri saranno poi nominati dal governo su indicazione del Tesoro, mentre l’ultimo consigliere sarà eletto dai dipendenti Rai tra i 18 candidati interni. Nel frattempo, per quanto dg, presidente e direttori di rete e testate siano cauti, è già partito il toto nomi. “Ritorno in Rai? Mai dire mai. Bisogna vedere dove, come e quando. Per ora nessuno mi ha chiesto nulla…”, ha detto ieri Milena Gabanelli a commento delle voci che indicano il suo nome tra i papabili per incarichi di vertice.