Donald Trump rilancia il suo attacco frontale al Russiagate definendo “totalmente incostituzionale” la nomina del procuratore speciale Robert Mueller e rivendicando il potere di concedersi la grazia, diventando di fatto un untouchable, un intoccabile. O pensando “di essere un re”, al di sopra della legge, come titola sarcastico il New York Times.
“Come dichiarato da numerosi giuristi, ho l’assoluto diritto di graziarmi, ma perché dovrei farlo se non ho fatto nulla di male?”, ha twittato, evocando una controversa facoltà di garantirsi l’immunità, pur assicurando di non volerla usare. Una tesi che riecheggia le dichiarazioni fatte dal suo avvocato di punta, Rudy Giuliani, secondo cui il tycoon ha “probabilmente” il potere di graziarsi ma “non ha intenzione di usarlo”, anche perché rischierebbe di portarlo a un impeachment. Secondo Giuliani, Trump è essenzialmente immune dalle inchieste finché è in carica e “potrebbe persino aver sparato all’ex direttore dell’Fbi James Comey senza rischiare di essere incriminato”. L’unica strada per accusarlo, ha precisato, è l’impeachment. Ma il tycoon ha la maggioranza repubblicana al Congresso ed è impegnato nella campagna elettorale di mid-term per non perderla.
Il dibattito sui poteri costituzionali è iniziato con la pubblicazione di un memo inviato a Mueller il 22 gennaio dall’allora avvocato di Trump, John Dowd, che sostiene che il presidente, in quanto chief legal officer, non può esser convocato da un giudice o venir incriminato. Né può esser colpevole d’ostruzione della giustizia perché “se vuole, potrebbe mettere fine all’inchiesta o persino esercitare il suo potere di grazia”: circostanze su cui i giuristi si dividono. Se Trump si rifiutasse di farsi interrogare da Mueller, il procuratore potrebbe citarlo davanti a un gran giurì ma il tycoon potrebbe opporsi e la sfida finirebbe alla Corte suprema.