Trump intoccabile: “Se mi incriminano mi auto assolvo”

Donald Trump rilancia il suo attacco frontale al Russiagate definendo “totalmente incostituzionale” la nomina del procuratore speciale Robert Mueller e rivendicando il potere di concedersi la grazia, diventando di fatto un untouchable, un intoccabile. O pensando “di essere un re”, al di sopra della legge, come titola sarcastico il New York Times.

“Come dichiarato da numerosi giuristi, ho l’assoluto diritto di graziarmi, ma perché dovrei farlo se non ho fatto nulla di male?”, ha twittato, evocando una controversa facoltà di garantirsi l’immunità, pur assicurando di non volerla usare. Una tesi che riecheggia le dichiarazioni fatte dal suo avvocato di punta, Rudy Giuliani, secondo cui il tycoon ha “probabilmente” il potere di graziarsi ma “non ha intenzione di usarlo”, anche perché rischierebbe di portarlo a un impeachment. Secondo Giuliani, Trump è essenzialmente immune dalle inchieste finché è in carica e “potrebbe persino aver sparato all’ex direttore dell’Fbi James Comey senza rischiare di essere incriminato”. L’unica strada per accusarlo, ha precisato, è l’impeachment. Ma il tycoon ha la maggioranza repubblicana al Congresso ed è impegnato nella campagna elettorale di mid-term per non perderla.

Il dibattito sui poteri costituzionali è iniziato con la pubblicazione di un memo inviato a Mueller il 22 gennaio dall’allora avvocato di Trump, John Dowd, che sostiene che il presidente, in quanto chief legal officer, non può esser convocato da un giudice o venir incriminato. Né può esser colpevole d’ostruzione della giustizia perché “se vuole, potrebbe mettere fine all’inchiesta o persino esercitare il suo potere di grazia”: circostanze su cui i giuristi si dividono. Se Trump si rifiutasse di farsi interrogare da Mueller, il procuratore potrebbe citarlo davanti a un gran giurì ma il tycoon potrebbe opporsi e la sfida finirebbe alla Corte suprema.

Il “film de paura” della Brexit “trucco” per l’uscita soft dall’Ue

Il porto di Dover collassa in poche ore. Entro due giorni, Cornovaglia e Scozia finiscono le scorte di cibo: entro due settimane gli ospedali esauriscono le medicine. Poco dopo finisce il carburante. Per assicurare gli approvvigionamenti, il governo deve ricorrere a ponti aerei con l’uso di aerei militari.

Un film catastrofista?

No, uno dei tre scenari previsti dai funzionari del governo britannico in caso di uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza accordo con Bruxelles. Lo scenario intermedio, nemmeno il più estremo: di quello non si hanno dettagli, ma pare che nei corridoi di certi ministeri sia chiamato evocativamente “Armageddon”, l’Apocalisse, e non resta che rassegnarsi, dopo al 29 marzo, a invasioni di locuste, piaghe bibliche e sacrifici dei primogeniti.

Per quasi due anni la gestione dei negoziati su Brexit da parte del governo britannico è stata una alternanza di bellicosi proclami, imbarazzanti ritrattazioni, bollettini di guerra da un consiglio dei ministri tuttora spaccato non sui dettagli, ma sulla sostanza – e poi, a intervalli regolari, un leak da ambienti governativi a intorbidire le acque.

Stavolta la notizia bomba la pubblica il Sunday Times. La fonte, scrive il capo della redazione politica Tim Shipman, sarebbe un documento preparatorio compilato da funzionari ministeriali per il “Gruppo interministeriale per i preparativi a Brexit”: pagine viste da pochissime persone, così esplosive da essere custodite in cassaforte. Fino a che, come già accaduto in passato, una manina le ha passate a un giornale.

Un portavoce del ministero per l’uscita dall’Unione europea si è affrettato a dichiarare che non c’è nulla di vero, mentre il neo ministro dell’Interno Sajid Javid, ospite all’Andrew Marr Show, ha maldestramente tentato di rassicurare il pubblico dicendo che dubita che quegli scenari possano verificarsi.

Poi ci sono state le smentite delle smentite, e insomma il leak ha raggiunto l’obiettivo di aggiungere confusione alla confusione.

Qual è l’impatto di queste fughe di notizie? Primo: indebolire la leadership di Theresa May, che non solo continua a essere incapace di controllare il fuoco amico, ma è anche comunemente considerata una morta che cammina, utile solo a tenere in mano la patata bollente di Brexit e poi sacrificabile alla prima opportunità.

Secondo: sottolineare la contrapposizione fra civil service, con i funzionari che i rischi li stanno valutando e denunciando, e una élite politica che continua a gestire i negoziati in modo opaco e propagandistico.

Terzo: esacerbare lo scontro politico in entrambi gli schieramenti. I Brexiteer hanno l’occasione di digrignare i denti, denunciare tentativi di sabotaggio della loro agognata hard-Brexit e serrare le fila fuori e dentro il Parlamento.

Gli europeisti, invece, possono rilanciare il messaggio: solo noi possiamo impedire il disastro. Occhio alla tempistica. A fine giugno c’è il prossimo vertice europeo, a cui il governo May si presenta, ancora una volta, senza proposte definitive su Unione doganale e confine nord-irlandese.

E la prossima settimana approda in seconda lettura alla Camera dei Comuni il Withdrawal Bill, la legge sull’uscita dall’Unione europea, già pesantemente emendata dai Lords. Ai Comuni esiste una potenziale maggioranza bipartisan che potrebbe annacquare la Brexit, rendendola molto simile allo status quo. Ma per ottenere questo risultato parecchi parlamentari, sia Tories che Labour, devono sfidare le indicazioni ufficiali dei loro segretari di partito. Le fughe di notizie servono anche a far pressione su di loro.

Adesso sono i cittadini a sconfiggere i giganti

Se si dovesse trovare una immagine per definire quello che sta succedendo in Europa, si potrebbe parlare di un’onda che cresce: prima c’è stata la sentenza ottenuta dalla Corte di Giustizia europea che ha riconosciuto il diritto all’aria pulita, poi nel Regno Unito la vittoria in tribunale contro il governo – tre volte in tre anni – che ha costretto l’esecutivo a lavorare di nuovo a un piano che tuteli davvero la salute dei cittadini e le cui misure sono attese entro ottobre. Ancora, in Germania, nonostante l’opposizione del governo Merkel e delle case automobilistiche, la vittoria storica davanti alla Corte federale che ha dato il via libera ai divieti ai veicoli diesel. Il primo è entrato in vigore il 31 maggio ad Amburgo. E in Italia: qui, insieme a Cittadini per l’Aria , è stata forzata l’adozione di un nuovo piano per l’aria in Lombardia, mentre un’azione simile è in corso nel Lazio, dove la sindaca di Roma Raggi ha annunciato il divieto dei diesel entro il 2024. E tutto parte dai cittadini e dalle associazioni che, come un’onda appunto, hanno smesso di tollerare l’inerzia dei loro governi e hanno iniziato a rivolgersi ai tribunali per veder riconosciuto il loro diritto a respirare aria pulita. ClientEarth è la prima organizzazione non profit a occuparsi (nell’interesse pubblico) di diritto dell’ambiente in Europa e con il proprio team di avvocati ambientalisti ha contribuito a tutte queste vittorie. Ma non solo. C’è anche il fronte delle informazioni sulla qualità dell’aria, non sempre corrette. Abbiamo rivelato che i bambini britannici sono esposti a livelli di inquinamento pericolosi e illegali in quasi mille scuole, mentre, a Bruxelles, abbiamo smascherato falle gravissime: le autorità hanno spento le due centraline di monitoraggio che registravano i livelli di inquinamento più alti nella città. Insomma, respirare aria pulita è fondamentale per la salute eppure gran parte della popolazione mondiale è esposta a livelli di smog eccessivi, con un impatto di 6,5 milioni di morti premature nel 2012 (stime Oms). Anche in Europa, le morti premature sono 400mila all’anno secondo le stime EEA. Qual è allora il cuore del problema? La mancanza di volontà politica dei governi, che troppo spesso antepongono il profitto dei privati alla salute dei cittadini. Il risultato? Livelli di inquinamento illegali nella stragrande maggioranza degli Stati Ue. Ma anche se la battaglia per respirare aria pulita sarà ancora lunga e difficile, almeno ora i cittadini sanno di avere un’arma in più: il diritto.

 

Il profitto sporca le spiagge di Manila

Ogni volta che guarda l’orizzonte, Ephraim resta abbagliato dalla bellezza del tramonto di Manila. Poi si gira a osservare le spiagge e le vede ricoperte di spazzatura. Ephraim Patrick Batungbacal è il responsabile regionale campagna oceani di Greenpeace nel sud-est asiatico. “L’inquinamento plastico nel mio paese è un enorme dilemma – ci spiega dalle Filippine -. Il fiume Pasig, il più grande di Manila, collega Metro Manila alla baia di Manila. È stato inserito nella top venti dei fiumi più inquinanti del mondo”. C’è anche chi fa il bagno. “Ma a proprio rischio e pericolo”.

Lungo le rive dei fiumi, qui, ci sono insediamenti informali, “persone che vivono un giorno alla volta” dice Ephraim. Sono i consumatori di riferimento per i brand che vendono prodotti a buon prezzo con plastica monouso. “Le aziende vendono filosofie, dal ‘Realizziamo prodotti che le persone possano utilizzare’ al ‘Buon cibo. Buona vita’. Ma immagina: 12 milioni di persone nella metropolitana di Manila bevono caffè e usano lo shampoo quotidianamente. Ecco quanti involucri si consumano in un solo giorno! E come possono i consumatori optare per un’altra soluzione quando tutti i caffè sono venduti in contenitori usa e getta e l’alternativa è possibile solo in negozi costosi?”.

Per 30 anni, l’International Coastal Clean-up (Icc) ha portato avanti una iniziativa molto popolare a Manila: camminare lungo le spiagge per pulirle. Producevano poi rapporti annuali sull’immondizia raccolta, ma nessuno mai menzionava i nomi dei marchi che si celavano dietro al disastro. “Si parlava solo degli sponsor”, spiega Ephraim. Per questo, nel 2017, Greenpeace con il movimento Break Free From Plastic (che riunisce oltre 1200 associazioni) si è unito a Icc con un obiettivo. “Abbiamo catalogato i marchi che infestavano la Freedom Island, un’area che è anche stata dichiarata sito Ramsar (zone umide di importanza internazionale, ndr)”. Dopo otto giorni di lavoro, avevano raccolto 54mila pezzi di immondizia, soprattutto imballaggi. E i marchi più diffusi erano Nestlé, Unilever e Procter and Gamble con altri nomi come Universal Robina, Colgate-Palmolive e Coca Cola . Insieme costituivano il 74 per cento della spazzatura raccolta.

L’appello degli ambientalisti, oggi, è rivolto alle aziende. Chiedono di cambiare direzione, di assumersi la responsabilità di adottare misure per ridurre ed eliminare la plastica monouso. “Il reddito delle prime dieci società che producono spazzatura era di 22 milioni di dollari – conclude Ephraim – mentre le spese di 17 città di Metro Manila sono di 73 milioni di dollari. Chiaramente, queste società stanno collezionando troppi profitti dalla produzione di materie plastiche che finiscono nell’ambiente o negli oceani”.

Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace per l’Italia spiega che le aziende stanno provando a proporre soluzioni, ma spesso sono inefficaci. “Tutti i grossi player, al momento, stanno rilasciando statement volontari in cui dicono che renderanno la plastica riciclabile nel 2025 – spiega – ema così svelano sia che per alemeno altri sette anni le cose non cambieranno sia che producono e utilizzano plastiche non riciclabili”.

La plastica monouso rappresenta circa il 40 per cento della plastica prodotta globalmente. Degli scarti, solo il 10 per cento arriva sulle spiagge il 90 resta sui fondali. “La plastica, sottile e resistente avrebbe dovuto essere il materiale del futuro se usata con coscienza. Invece è un invasore che ha creato una crisi globale senza precedenti”. Si può agire sul sistema di consegna delle merci, incentivare lo sfuso e il vuoto a rendere. “Non è impossibile – conclude Ungherese -. Fino a 40 anni fa era prassi e si viveva benissimo comunque”.

Pianeta di plastica

Ci sono due tipi di immagini scattate dalla fotografa professionista Caroline Power durante il suo viaggio ai Caraibi: le prime mostrano un sogno, mare cristallino, natura incontaminata e banchi di pesci che si muovono tranquilli. Le seconde ritraggono distese galleggianti di immondizia che al dettaglio svelano bicchieri e posate di plastica e carta da imballaggio.

Benvenuti nel pianeta di plastica, dove si produce e circolano 407 milioni di tonnellate di materiali plastici all’anno e dove il riciclo riguarda solo il 14 per cento dell’immondizia prodotta. Tutto il resto viene bruciato (24 per cento) oppure semplicemente si disperde nell’ambiente. Anche Chris Jordan è un fotografo. Ha lavorato per anni sulla Midway Island nel Nord del Pacifico per realizzare un documentario. Il titolo è “Albatross”, racconta la morte di migliaia di esemplari di questi volatili a causa della plastica che ha invaso gli oceani. Le immagini sono crude: il videomaker seziona chirurgicamente il corpo degli animali, all’interno tappi, pezzi di tubo e di imballaggi. “Non dimenticherò mai il momento in cui questo progetto mi è entrato nel cuore per la prima volta – ha detto in una intervista – era il 2008, ero a un incontro con ambientalisti e scienziati. Immaginavo che tutta la plastica nel Pacifico si concentrasse nel mezzo, in un unica sorta di isola grande due volte il Texas. Volevo fotografarla in modo panoramico dall’alto, così che potesse scuotere la coscienza di tutti”. E invece Jordan impara che la plastica è diffusa, frammentata, dissolta anche nell’aria. È più piccola di un millimetro. “Mi dissero che non potevo fotografarla. Mi arrabbiai, dissi ‘Dannazione! Io sono un fotografo e voglio immortalare l’inquinamento da plastica!’ Mi risposero: ‘Se vuoi, va’ nella Midway Island e fotografa il contenuto dello stomaco degli albartoss’”.

La settimana scorsa l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato un rapporto sul mercato dei rifiuti plastici. In tutto il mondo ne viene riciclato solo il 15 per cento, il 25 per cento finisce in inceneritori o termovalorizzatori e il restante 60 per cento va in discarica o viene bruciato all’aperto rilasciando inquinanti e gas serra o si disperde. L’Unione europea ricicla in media circa il 30 per cento dei rifiuti di plastica, gli Stati Uniti il 10 per cento, numero più basso di quello dei paesi in via di sviluppo. Il 4 per cento di tutto l’olio e il gas prodotti nel mondo finiscono nel ciclo produttivo della plastica. Il motivo è semplice: la produzione di plastica nuova, nel mondo, è otto volte quella della riciclata perché ancora oggi è economicamente più conveniente produrre nuova materia.

“Il mercato dei produttori di plastica riciclata – si legge nel rapporto Ocse – è molto piccolo. Il prezzo delle materie plastiche riciclate è in gran parte determinato dal prezzo delle materie plastiche vergini, che a sua volta è trainato dai prezzi del petrolio”. Questo significa che il prezzo delle materie plastiche riciclate non dipende dai costi sostenuti per la loro produzione, che sono principalmente determinati dai costi di raccolta, selezione e trattamento dei rifiuti. “I produttori di materie plastiche riciclate – prosegue il rapporto – sono lasciati con poche opzioni per adeguare i loro costi in una fase discendente”.

La produzione globale di materie plastiche è aumentata dai circa 2 milioni di tonnellate all’anno dagli anni Cinquanta ai 407 del 2015. In questo periodo si stima che siano stati prodotti 8.300 milioni di tonnellate di plastica e di questi circa 6.300 si pensa siano diventati rifiuti. Oggi, i principali produttori regionali di materie plastiche primarie sono la Repubblica popolare cinese, l’Europa e il Nord America. E se la creazione di plastica è cresciuta costantemente in Cina e in altre parti dell’Asia negli ultimi dieci anni, in Europa e Nord America è prima diminuita tra il 2008 e il 2009, dopo la crisi economica, ma è poi tornata lentamente a crescere (sebbene stia raggiungendo solo i livelli di produzione di crisi pre-economica). Insomma: la plastica è figlia del benessere. Tanto che la percentuale di materie plastiche nei flussi di rifiuti delle economie emergenti è in aumento.

Il Global waste management Outlook stima che ogni anno vengano generati da 7 a 10 miliardi di tonnellate di rifiuti e che la produzione di rifiuti plastici si attesti intorno a 302 milioni di tonnellate all’anno, circa il 4 per cento del totale dei rifiuti. Una percentuale in aumento. “Le quantità di rifiuti solidi urbani stanno aumentando a causa della crescita della popolazione e dell’urbanizzazione – si legge nello studio -. Si ritiene che le popolazioni urbane generino circa il 40% in più di rifiuti rispetto alle popolazioni rurali nei paesi a reddito medio-basso”. Il tutto trainato dai consumi. “Prodotti sempre più piccoli richiedono un maggior peso d’imballaggio per chilogrammo”. E secondo il Business Research Co. di Philadelphia (nel suo rapporto, Plastics Product Manufacturing Global Market 2017) il mercato globale delle materie plastiche cresce di circa il 3 per cento all’anno. Nel 2016 valeva 1,06 trilioni di dollari e crescerà a 1.150 miliardi entro il 2020.

Stoviglie usa e getta: lo stop parte dall’Ue

È un piano molto ambizioso che però richiederà anni per essere attuato: la settimana scorsa, la Commissione europea ha avviato l’iter per bandire la produzione e l’uso di gran parte dei prodotti di plastica usa e getta. Posate, contenitori per alimenti, cotton fioc, piatti e cannucce. Finanche i bastoncini per tenere i palloncini.

Secondo la proposta, i produttori dovranno iniziare a informare i consumatori dei rischi del disperdere questi oggetti nell’ambiente, si dovrà evitare che i materiali in plastica siano distribuiti gratuitamente, entro il 2025 gli stati membri dovranno raccogliere il 90 per cento delle bottiglie di plastica usa e getta e i produttori dovranno contribuire ai costi di gestione e bonifica dei rifiuti oltre a contribuire alla sensibilizzazione sull’impatto ambientale della dispersione dei rifiuti plastici, dalle buste agli involucri dei gelati. La proposta è stata lanciata. Ora tocca al Parlamento europeo e al Consiglio portarla avanti, anche apportando modifiche e integrazioni.

Nei piani della Commissione, c’è l’obiettivo di riuscire ad avere i primi risultati entro la primavera del 2019. La strada è lunga, ma è stata intrapresa. Dopo, sarà compito degli Stati recepire le norme e, soprattutto, farle applicare.

Il gen. Costa si insedia con la lotta agli imballi

Prima il passaggio di consegne con l’ex ministro Gian Luca Galletti, poi per ore in riunione con i direttori generali del ministero che hanno illustrato i dossier aperti: si è insediato ieri Sergio Costa, il nuovo ministro dell’Ambiente in quota Movimento 5 Stelle. Breve curriculum: laureato in Scienze Agrarie con un master in Diritto dell’Ambiente, generale di brigata dell’Arma dei Carabinieri e comandante della Regione Campania dei Carabinieri Forestali. Ha contribuito a far scoprire la Terra dei Fuochi campana e proprio da questo punto sembra intenzionato a ripartire: la questione dei roghi tossici è in cima alla sua agenda insieme alle bonifiche. Si recupera quindi dal grande assente, l’ambiente, con premesse che sembrano ottime ma che dovranno essere confermate dal tempo. Come nel caso della proposta di una politica diversa sugli imballaggi. L’idea del nuovo ministro è utilizzare le leve fiscali per rendere più conveniente l’acquisto di prodotti con meno imballaggi. Prodotti sfusi o che rispettino un ciclo di produzione più virtuoso (dal riuso al riciclo) e prodotti confezionati dovrebbero avere una differenza di prezzo basata sulla differenza di pressione fiscale. Costa ha dato mandato alle direzioni generali di studiare la questione. E se è presto per conoscere le coperture, è invece già chiaro il metodo: toglierle da dove risultino dannose per l’ambiente per metterle dal lato virtuoso. Si vedrà se uffici tecnici e legislativi (anche questi in fase di ristrutturazione) riusciranno a farlo. Sul tavolo di Costa, poi, anche acqua pubblica e consumo di suolo zero: per quest’ultimo, il disegno di legge è pronto ma si è arenato in Parlamento. Andrà invece rivisto quello sull’acqua pubblica: via i privati dalla gestione idrica, come deciso dal referendum del 2011.

Esuberi Tim, oggi primo sciopero per il nuovo governo

È previstaper le 10 di oggi in piazza Montecitorio a Roma, la manifestazione dei lavoratori Tim – la prima, con il nuovo governo in carica –, indetta dai Cobas, con il sostegno dei sindacati di Base, Usb, Snater e Cub. I lavoratori protestano contro il Piano di tagli al costo del lavoro che si concretizza con 4500 esuberi da gestire con cassa integrazione o contratti di solidarietà. Per i Cobas, la gestione degli esuberi può essere affrontata con una diminuzione delle ore lavorative, senza tagli al salario. I sindacati sono anche preoccupati dallo scorporo della Rete Telefonica di Accesso che, secondo i programmi dell’Azienda e delle forze politiche al governo, potrebbe portare in un anno alla creazione di una società della rete controllata da Cassa Depositi e Prestiti separata da Tim. È dal 2010 che l’azienda telefonica ricorre agli ammortizzatori sociali per tagliare il costo del lavoro dei suoi dipendenti, mentre – sostengono i Cobas – “amministratori delegati e dirigenti hanno continuato a gonfiare i loro portafogli”. La trattativa in corso al ministero del Lavoro non lascia sperare nulla di buono.

Iliad, partenza e intoppi: guerra dai big del telefono

Iliad non è più un fantasma. Dal 29 maggio il gestore telefonico francese da oltre 5 miliardi di euro di fatturato e 20 milioni di abbonati, è una realtà anche in Italia. Al motto casser lex prix (rompiamo i prezzi), il quarto operatore propone per il primo milione di clienti un’unica tariffa molto competitiva: 5,99 euro al mese (il costo di tre colazioni) per chiamate e sms illimitati con incluso 30 Gb per navigare alla velocità del 4G e 2Gb dedicati in Europa. E, oltre al roaming gratuito verso 65 Paesi esteri, nell’offerta sono compresi anche la segreteria telefonica, il servizio ‘Mi richiami’, il piano tariffario, l’avviso di chiamata, la segreteria visiva e nessuno scatto alla risposta. In pratica quei costi nascosti che applicano gli altri gestori e che, in un’inchiesta pubblicata lo scorso ottobre, abbiamo conteggiato in circa 2 miliardi di euro. A suon di “trasparenza”, “tutto compreso” e “gratuito”, l’ad della divisione italiana di Iliad, Benedetto Levi, ha scombinato le carte di un pigrissimo mercato caratterizzato dalla querelle sui 28 giorni e dalle innumerevoli rimodulazioni tariffarie, sempre a svantaggio dei clienti, che nel 2017 hanno fatto volare i bilanci dei big telefonici.

“Basta, la gente è stufa, è ora di voltare pagina”, va così ripetendo Levi per promuovere questa rivoluzione che, tuttavia, qualche intoppo iniziale l’ha registrato tra problemi di comunicazione e tecnici. Detto che è previsto un costo di attivazione di 9,99 euro, che comprende anche il costo della nuova sim (anche se l’importo da pagare non è ben evidenziato nell’home page del sito di Iliad), dopo l’incomprensione iniziale sui gigabyte a disposizione nel roaming europeo (sono solo 2) e il problema dell’Ip francese che si è registrato da subito ed è stato risolto (le prime sim vendute si sono viste assegnare un indirizzo Internet francese, impedendo ai clienti di poter utilizzare sul cellulare i servizi basati sulla geolocalizzazione, come Netflix, Youtube, RaiPlay o Google), ora a tenere banco è, invece, lo sgambetto di Tim e Vodafone.

Alcuni clienti dei due gestori si stanno ritrovando degli addebiti per aver chiamato numeri Iliad. La colpa è del prefisso che è stato assegnato al gestore francese, 351, che è lo stesso da comporre per telefonare in Portogallo. Quindi, se non si compone prima il +39, Tim e Vodafone (che di fatto non hanno adeguato i propri sistemi) riconoscono la telefonata come un prefisso internazionale. Sul fronte della copertura, anche se Iliad dichiara una copertura pressoché totale, alla prova dei fatti il segnale che arriva non è di buona qualità perché viene portato dai ripetitori Wind che offrono una scadente copertura in esterno. Per la portabilità del numero non ci sono, invece, più problemi a richiederla nei box (i distributori automatici di schede sim), oltreché attraverso la procedura online. A dimostrazione che il rodaggio sta funzionando e che lo sbarco di Iliad sta mettendo paura agli altri big. Che, per correre ai ripari, stanno lanciando nuove tariffe low cost che restano comunque più care di quella unica francese.

Stragi, Totò Riina cerco l’alleanza con la ’ndrangheta

“Cosa Nostra voleva che la ‘ndrangheta calabrese attaccasse anche piccole caserme dei carabinieri e colpisse i militari in servizio”. È uno dei passaggi della lunga deposizione del collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta cosentina Franco Pino, nel corso dell’udienza del processo denominato “‘Ndrangheta stragista”. Nel processo sono imputati il boss della ‘ndrangheta Rocco: “Dopo la strage di Borsellino e della sua scorta, alla fine dell’estate del 1992 – ha detto – fui convocato dal boss di Limbadi Pantaleone Mancuso. (…). Luigi Mancuso ci comunicò l’interesse di Riina a coinvolgerci in una offensiva contro lo Stato ‘perché, diceva Riina, se la legislazione non cambia si fa brutto per tutti’. L’obiettivo erano le caserme dei carabinieri, sovvertire lo Stato e costringerlo a una ‘trattativa’ per ammorbidire il 41 bis e la legge sui collaboratori di giustizia. Io non ero d’accordo – ha detto Franco Pino – e neppure Luigi Mancuso, ricordo. Non condividevamo la guerra aperta allo Stato e ai carabinieri. A noi cosentini e cirotani – ha detto il pentito – ci volevano tirare dentro, ma non avevano certo bisogno di noi”.