Trenta fa trasferire il marito per evitare conflitti d’interessi

Elisabetta Trenta, neo ministro alla Difesa, ha iniziato il suo lavoro – ieri, nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno – cercando di smorzare le prime polemiche. Ha chiesto al marito di trasferirsi dalla segreteria del vicedirettore nazionale agli armamenti, in un settore lontano dal sospetto di conflitto d’interessi: agli Affari generali, sotto la direzione di un civile. “Così voglio spegnere ogni sterile polemica promossa in queste ore da alcune forze politiche”, ha spiegato la Trenta. “Mio marito, il capitano Claudio Passarelli, non si è mai occupato di armamenti, come è stato scritto in questi giorni – ha spiegato – ma il Movimento 5 Stelle lavora così, con trasparenza e coerenza”.

Ma anche questa scelta viene criticata: “Un uomo che non si è mai occupato di acquisti e di contratti – dice l’europarlamentare pd Pina Picierno – passa agli Affari generali solo perché marito del ministro. Uno vale uno, ma qualcuno vale più degli altri: per farla breve, chi di merito ferisce alla fine di marito perisce”.

Spread, anche Financial Times mette sotto accusa la Bce

Torna la polemica sul ruolo della Bce di Mario Draghi nel rapido aumento dello spread – il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi – rilanciata addirittura dal Financial Times con un articolo dedicato ai dati rivelati ieri da Francoforte: a maggio gli acquisti netti di titoli di Stato italiani da parte della Bce sono stati 3,6 miliardi. La stessa cifra che a gennaio o marzo, ma in proporzione sul totale degli acquisti soltanto il 15 per cento, il minimo dall’inizio delle operazioni nel 2015. Per acquisti “netti” si intendono quelli aggiuntivi rispetto allo stock già in bilancio (la Bce compra 30 miliardi in più ogni mese). Ma se si guarda agli acquisti lordi – cioè che includono anche i titoli comprati per compensare le obbligazioni arrivate a scadenza così da mantenere invariato lo stock – si scopre che il volume di acquisti nei giorni decisivi è stato addirittura maggiore che in passato: 4,8 miliardi nelle prime tre settimane di maggio contro i 3,9 di aprile, come rivelato nei giorni scorsi. Anche il Financial Times riconosce che gli acquisti sono stati maggiori che in passato, a ridursi è soltanto la quota sul totale (è aumentata la percentuale di bund tedeschi), cosa che fonti della Bce spiegano con la necessità di bilanciare gli acquisti per Paese tra un mese e l’altro. Elevati acquisti di bund possono contribuire a deprimerne il rendimento allargando quindi lo spread con i titoli italiani.

Nulla dimostra però che la Bce abbia deliberatamente manipolato il mercato a danno dell’Italia per indebolire la coalizione giallo-verde. Anzi, secondo quanto filtra da Francoforte, i maggiori timori della Bce riguardavano l’ipotesi di un’incertezza lunga accompagnata a uno scontro sempre più forte sul rapporto con l’Europa: lo scenario che si stava delineando con l’ipotesi di governo Cottarelli e che avrebbe potuto portare in pochi giorni a un declassamento del debito italiano con annessa crisi bancaria.

Far salire l’Iva costerebbe 30 euro al mese a ogni famiglia: un macigno sui consumi

Da qui alla fine dell’anno il dibattito sulla politica economica sarà incentrato sulla necessità di trovare coperture finanziarie per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva dal 1° gennaio 2019.

Da qui a dicembre, in sostanza, o si individuano misure alternative che consentono di recuperare 12,5 miliardi di maggiori entrate o di minori spese dal 2019 e 19,2 dal 2020 (preferibilmente a carattere strutturale), oppure si lascia che l’aliquota Iva ordinaria del 22%, salga prima al 24,2% e poi al 25% e quella intermedia dal 10% passi all’11,5% e quindi al 13%.

Considerando che, secondo le più recenti stime di Eurostat, il tax gap sull’Iva fra l’ammontare dovuto e quello incassato, è pari in Italia a 35 miliardi di euro l’anno (il valore più alto di tutta l’Unione europea), basterebbe recuperarne poco più della metà per chiudere la partita. Ma, evidentemente, non si riescono o non si vogliono predisporre efficaci strumenti di contrasto all’evasione.

Se dal 1° gennaio 2019 l’Iva aumentasse, avrebbe un impatto sulla spesa delle famiglie e sull’inflazione, con un effetto recessivo (rispetto a un ipotetico scenario invariante) dovuto a una possibile contrazione dei consumi. A parte le tariffe, per le quali l’adeguamento sarebbe automatico, l’esperienza insegna che non necessariamente l’aumento si trasferirà sic et simpliciter sul prezzo finale di vendita, essendo improbabili ritocchi di listino tabellari di 1,5% o 2,2% (il caffè al bar non può certo passare da 1 euro a 1,015).

Va anche detto, però, che l’aumento dell’Iva potrebbe rappresentare per alcuni rivenditori l’occasione per arrotondare i prezzi in misura ben superiore, generando rincari maggiori delle attese (con la scusa dell’Iva, il caffè al bar potrebbe finire per aumentare di 10 centesimi, il 10% in più). Una simulazione teorica, condotta a partire dall’indagine sulla spesa per consumi delle famiglie dell’Istat, rapportata ai consumi finali privati di contabilità nazionale, tenendo conto delle differenze concettuali tra le due misure, mostra che ogni famiglia italiana spenderebbe in media nel 2019 quasi 30 euro in più al mese per l’aumento dell’Iva, senza considerare l’imposta sull’eventuale acquisto di un’abitazione.

La maggiorazione di un punto percentuale sull’aliquota al 10%, fa crescere la spesa media mensile di 7 euro, mentre ogni punto in più rispetto al 22%, provoca un aumento di 8,7 euro. La spesa media familiare aumenterebbe di quasi 1%, gravando in misura maggiore al crescere dell’ammontare (+0,77% per il decimo più povero di famiglie per spesa equivalente e +1% per quello più ricco). Il motivo di tale differenza è abbastanza ovvio, considerando che sui prodotti di prima necessità, di cui si compone in prevalenza il paniere delle famiglie a basso reddito, l’aliquota Iva del 4% resta invariata.

Nel programma di governo M5S-Lega è presente l’impegno a sterilizzare l’aumento dell’Iva, in linea con quanto fatto finora dai governi precedenti, che si sono però sempre limitati a rimandare il problema all’anno successivo, riducendo in minima parte l’onere originario, come è avvenuto con l’ultima legge di bilancio.

In attesa di sapere come intende procedere il nuovo governo è bene chiarire che ogni intervento di riduzione della spesa pubblica o di aumento delle entrate ha carattere recessivo, per cui si tratta di scegliere il male minore o un giusto compromesso tra le diverse possibilità, tenendo conto degli effetti redistributivi sulle diverse fasce di popolazione.

Anche lasciare crescere il deficit (passerebbe da 1,6% a 2,3% nel 2019 e da 0,8 a 1,8 nel 2020 rispetto al Pil), ammesso che si riesca a convincere Bruxelles in tal senso, ha i suoi costi, che potrebbero lievitare – e non di poco – con l’atteso rialzo dei tassi di interesse.

Conte prepara il discorso, Salvini tratta con Silvio

Il premier a 5Stelle giurerà fedeltà all’Europa, più volte. E metterà in fila i titoli del contratto di governo, quello che è il programma del suo esecutivo. Mentre dietro le quinte i vicepremier che rischiano di stritolarlo nella loro morsa, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, duellano su deleghe e nomine, sulla “ciccia” che se ne sta sotto la confezione dorata degli slogan. Con il leghista che in mattinata incontra per 40 minuti l’uomo che è rimasto fuori, Silvio Berlusconi, discutendo con il Caimano di giustizia e delle sue aziende. E fornendogli, assicurano, “garanzie” sulla delega alle telecomunicazioni, ovviamente cruciale per Berlusconi. “Spetta alla Lega” promette Salvini. Andando dritto contro il Di Maio che invece vorrebbe tenersela da ministro del Mise.

Non proprio il viatico ideale per il debutto in Aula del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo”, che a mezzogiorno in Senato pronuncerà il suo primo discorso al Parlamento per chiedere la fiducia. Per poi concedere il bis domani alla Camera. Ma il passaggio più significativo ad occhio sarà quello a Palazzo Madama, dove la sua maggioranza ha numeri molto più stretti, con 167 voti certi a fronte dei 161 che valgono la maggioranza assoluta. Quota che però sale già a 171 con i sì degli ex 5Stelle Carlo Martelli e Maurizio Buccarella e di due senatori del Maie eletti all’estero, Ricardo Antonio Merlo e Adriano Cario. Un buon margine di partenza per il Conte che oggi parlerà innanzitutto dell’importanza dell’Unione europea, per rassicurare il Quirinale e i mercati. “L’Europa è la nostra casa” scandirà, rivendicando che l’Italia “è tra i Paesi fondatori dell’Unione”, ma invocando anche cambiamenti. A partire dal “superamento” del Regolamento di Dublino sull’immigrazione, secondo cui un migrante deve presentare richiesta di asilo nel primo Paese europeo dove approda. E restando in tema, Conte dovrebbe citare il caso di Soumayla Sacko, il migrante maliano ucciso sabato scorso in Calabria, su cui ieri nè lui nè Di Maio sono intervenuti (per non mettere in difficoltà Salvini?).

Ma nel discorso ci saranno anche i punti principali del contratto di governo. Dal reddito di cittadinanza alla flat tax della Lega, per passare alle pensioni, ossia al superamento della legge Fornero. E parlerà anche di Sud, il premier che viene da un paese vicino Foggia. E di ambiente, facendo un passaggio “sull’economia circolare”, che si basa sul riuso dei beni e sull’utilizzo di fonti naturali di energia. Infine, prometterà il carcere duro per i grandi evasori, e appalti puliti. Obiettivi reali e grandi ideali, mischiati assieme. Conte ha lavorato al testo con la comunicazione del M5S, nel giorno in cui ha ricecuto la telefonata del neo-premier spagnolo, Pedro Sanchez. E nel quale Emmanuel Macron gli ha teso la mano: “Il nostro auspicio è di continuare il dialogo con l’Italia sulla questione dei migranti. Nessun Paese può trovare una soluzione da solo, né isolarsi”.

Sullo sfondo però resta la partita su nomine e deleghe. E almeno per quelle più pesanti si dovrà trovare l’accordo mercoledì sera, alla vigilia della partenza di Conte per il G7 in Canada. Non pare facilissimo, soprattutto su competenze e ruoli nei ministeri economici. E il principale nodo restano le Tlc. Di Maio vorrebbe tenerle, a ogni costo. Mentre Salvini, come auspica Berlusconi, le chiede per un suo uomo, il deputato Alessandro Morelli, direttore del sito Il Populista. Però dal Movimento giurano che Di Maio non mollerà: “Se ha scelto di prendersi il Mise è anche per mantenere quella delega”. E tenerla così fuori dall’assalto di Berlusconi, o di nomi di sua fiducia. Però la trattativa è in corso. Ed è il primo scoglio anche per Conte. Premier, in mezzo al fuoco.

In autunno il solito sgravio alle imprese e la “Fornero”

Ieri il ministro Giovanni Tria s’è insediato al ministero di via XX settembre e già si capisce che non sarà una passeggiata. Nella legge di Bilancio di questo autunno, infatti, si partirà con un nuovo taglio delle tasse per le imprese e la prima modifica della legge Fornero sulle pensioni: la scelta è anche tecnica, visto che per riformare la tassazione Irpef (la flat tax, da contratto, è solo una grande semplificazione dell’attuale sistema fiscale) c’è bisogno di tempo, come pure per creare l’ecosistema istituzionale in cui potrà nascere il reddito di cittadinanza (che poi, in realtà, è solo una politica attiva del lavoro). La manovra sui saldi di finanza pubblica, a un calcolo spannometrico, già così sfiora comunque i 20 miliardi di euro sul 2019, al netto delle famigerate clausole di salvaguardia che comportano un aumento dell’Iva per oltre 12 miliardi (vedi qui in basso).

Andiamo con ordine. Ieri mattina, su Rai3, Alberto Bagnai, economista e senatore della Lega, ha spiegato: “Mi sembra ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall’anno prossimo. Il primo anno per le imprese e poi a partire dal secondo anno si prevede di applicarla alle famiglie”. Il collega Armando Siri, deputato e ideatore della flat tax leghista, aveva più volte promesso il nuovo regime fin dal 2019 (“risparmi per 300 euro in busta paga”), prova a metterla diversamente: “Non è vero, ci sarà anche per le famiglie: cominceremo dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020”.

Il Pd, invece, ha voluto rivendicare: la flat tax per le imprese c’era già e noi l’abbiamo ridotta. Quasi tutta la tassazione non Irpef è flat, cioè ad aliquota fissa, e da parecchio: la sostanza, insomma, è che si annuncia una nuova riduzione di tasse per le imprese, un intervento dal lato dell’offerta che abbiamo già visto più volte in questi anni (taglio dell’Ires, superammortamenti, sgravi per le assunzioni, eccetera).

Quanto alle famiglie si dovrebbe partire con qualche beneficio per quelle con due o, più probabilmente, tre figli. Anche volendo, peraltro, essere pronti per la prossima dichiarazione Irpef sarebbe impossibile: un sistema fiscale astruso e complicato da decenni di interventi occasionali come il nostro non può essere semplificato radicalmente in poche settimane.

Restando alla prossima manovra, dunque, dovrebbe succedere questo: la tassa sui redditi d’impresa (l’Ires che “vale” 35 miliardi l’anno) passerebbe dal 24% attuale alle due aliquote (15 e 20%) previste dal contratto di governo; lo stesso capiterà alla nascente Iri, cioè l’imposta sempre al 24% sui redditi di imprese piccole o individuali introdotta da Renzi ma a scoppio ritardato. Difficile calcolare il minor gettito senza sapere i dettagli su scaglioni e detrazioni: basandosi su analoghe operazioni del passato, dovrebbe costare una decina di miliardi. Impossibile, invece immaginare il costo per l’erario delle detrazioni per le famiglie con figli.

Poi c’è la partita delle pensioni, meno impegnativa a livello finanziario. Alberto Brambilla, che fu sottosegretario nei governi Berlusconi ed è uno degli esperti di previdenza della Lega, spiega cosa si può fare “in 3-4 mesi” partendo dai 5 miliardi con cui si vorrebbe “intervenire in modo chirurgico sulla Fornero”, prima di passare al “nuovo Testo unico delle pensioni entro un anno”. La base è sempre “quota 100” tra somma dell’età anagrafica e contributiva, ma con limitazioni: “L’idea è mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi. Oppure 41 anni e mezzo di contributi, a prescindere dall’età, ma con non più di 2-3 anni di contributi figurativi. Consentire di uscire a 64 anni significa di fatto annullare lo ‘scalone Fornero’ che ha portato l’età a 67 anni dal 2019”.

Altra gamba di questo intervento – spiega Brambilla, in corsa per un posto di sottogoverno – sarebbe la creazione di fondi di categoria per i pensionamenti alimentati dalle imprese sul modello di quanto avviene nel settore bancario.

Il reddito di cittadinanza invece – o meglio il sostegno al reddito temporaneo vincolato alla ricerca di un lavoro proposto da M5S – non può partire senza una riforma dei centri per l’impiego, oggi quasi inutili e peraltro di competenza regionale: servono 2 miliardi per assumere personale, fare formazione e renderli adeguati a presentare vere offerte di lavoro. Solo a quel punto può partire il cosiddetto reddito di cittadinanza: dal 2020, forse dopo, come la “finta” flat tax per tutti.

Il tema delle coperture, ovviamente, per i progetti del governo è soprattutto il tema dei rapporti (di forza) del governo italiano con Bruxelles.

Senza parole

Aleggere gli anatemi dei giornaloni, pare che il governo Conte sia in carica da anni e ne abbia combinate di cotte e di crude. Invece ha giurato venerdì e avrà la fiducia delle Camere oggi. Paolo Mieli, sul Corriere, nota la “stravagante eterogeneità delle prese di posizione antigovernative – sia a destra che a sinistra”, che “peccano talvolta di incoerenza e talaltra di mancanza di ordine logico”. Infatti, a parte la (per ora impossibile) abolizione degli elettori, non si è ben capito cosa auspicassero dopo il 4 marzo i signorini grandi firme che ora scomunicano preventivamente il governo giallo-verde. Quando il Fatto, rara avis, in buona compagnia di Zagrebelsky, Cacciari, Montanari, Barbara Spinelli, Scalfari, Emiliano, Bersani e altri, temeva un’alleanza fra i due vincitori parziali e caldeggiava l’unica alternativa migliore o meno peggiore – un patto su pochi punti fra i 5Stelle e un centrosinistra rinnovato dopo la sconfitta – gli attuali partigiani della guerra di liberazione al Nuovo Fascismo tifavano proprio per l’alleanza M5S-Lega e diffidavano il Pd dal contaminarsi con i grillini brutti, sporchi e cattivi. Li avete forse sentiti strillare contro Renzi che, in tv, richiamava all’ordine (il suo) il riottoso Pd e spalancava la strada ai nipotini del Duce?

Quando poi Di Maio si sedette al tavolo con l’unico che ci voleva stare, Salvini, iniziarono a strepitare per il ritorno di Mussolini. Allorché parve saltare tutto, presero a strillare contro gli incapaci che non riuscivano nemmeno a fare un governo. Quando poi arrivò Conte, urlarono al Signor Nessuno, al parvenu che si ritocca il curriculum. Quando Conte si definì “avvocato del popolo italiano”, inorridirono per il suo populismo giacobino. Salvo poi descriverlo come la quintessenza del sistema perché stava nello studio Alpa, e longa manus del Vaticano perché ha uno zio frate e prega padre Pio. Appena indicarono Savona, i populisti incompetenti divennero ipso facto servi dell’establishment, senza che per questo Mattarella diventasse un populista incompetente perché respingeva il professorone. Il quale, dipinto come un jihadista anti-Ue, non andava bene all’Economia ma è perfetto agli Affari europei, però Mattarella ha stravinto con la sua coerente infallibilità. La verità è che un governo così, nel bene e nel male, non l’avevamo mai visto. È una cosa complessa e un oggetto ancora misterioso: un mix tra nuovo e vecchio, popolo ed élite, sistema e antisistema, europeismo e antieuropeismo, anziani integrati e giovani esclusi, progressismo e centrismo e reazionarismo, destra e sinistra e anti-destra-sinistra.

E soprattutto tra due forze che – checché se ne dica – restano diversissime, con le loro forti identità. Un fatto così inedito, figlio di un esito elettorale unico al mondo, richiederebbe parole nuove per descriverlo, categorie fresche per analizzarlo, umiltà e laicità per giudicarlo. Dai fatti, non dalle parole o dalle etichette. Invece, salvo rare eccezioni, si ascoltano parole decrepite e svuotate, categorie novecentesche, slogan manichei e fumettistici che denotano sforzi sovrumani per non comprendere. Così i sedicenti nemici del “populismo” cadono negli stessi errori che imputano ai “populisti”: semplificazione, superficialità, demonizzazione. Un disperato esorcismo per scacciare ciò che non si riesce a capire. Anche Ezio Mauro, analista intelligente, si appiattisce su una desolante descrizione del governo Conte come “destra realizzata”, addirittura “lepenismo corretto da assistenzialismo al Sud spacciato per facsimile del reddito di cittadinanza”. Naturalmente i baluba “grillini, non avendo una storia… e una cultura… sono già prigionieri del campo di forza della politica sprigionata dalla nuova Lega”. Un frullato di “Bannon, Le Pen, Putin, Erdogan, Orbán, Farage” sotto le bandiere del “ribellismo, velleitarismo, ideologismo, dilettantismo, avventurismo”. Mancano Hitler e il Ku Klux Klan, ma c’è tempo: ci si arriverà.

Intanto Salvini loda il “buon lavoro” del predecessore Minniti, che peraltro si proponeva i suoi stessi obiettivi: espellere più irregolari, fare accordi coi Paesi africani, mettere ordine tra le Ong, sottrarre il business dei migranti ai privati (vedi Mafia Capitale), riportare l’accoglienza sotto lo Stato, costruire Cie in ogni regione. Anche le cose che fanno orrore pure a noi, dalla licenza di uccidere i ladri “a prescindere” alle sparate retrograde del Fontana di turno, dovrebbero indurre alla prudenza chi finge di dimenticare la legge demenziale del Pd per la difesa sempre legittima (anche senza offesa) nelle ore notturne, o le uscite omofobe dei catto-dem amici di Renzi e degli alfaniani. Intanto Conte e Di Maio incontrano le vittime delle banche e i riders: le avanguardie dei vinti della crisi finanziaria e del lavoro precario senza diritti; le peggiori eredità di un centrosinistra senza bussole né principi. E parlano di salario minimo, garanzie sociali, reddito di cittadinanza, pensioni anticipate, investimenti al Sud, lotta ai reati dei colletti bianchi, acqua pubblica, green economy. Tutte cose che susciterebbero cori di Exultet, peana alla Sinistra Risorta e boccucce a cul di gallina se le dicesse Pisapia (a proposito: chi ne cercasse traccia può consultare mesi di titoloni di Repubblica alla panna montata). Invece le dice Di Maio, ergo è tutta destraccia. Mattia Feltri, su La Stampa, scopre financo che una frase di Salvini, “Chi si ferma è perduto”, la diceva già Mussolini. Se è per questo, è pure il titolo di un film con Totò e Peppino. Ma d’ora in poi è meglio starci attenti: mettete che a casa vostra, all’ora di cena, vi scappi detto “Apriamo la finestra per cambiare un po’ l’aria”. Siccome lo disse già Hitler a Eva Braun, rischiate di passare per nazisti.

Francesco Nuti e io verso il Perù

Quando mi piace un film esco dal cinema e mi sento la faccia del protagonista, sono stupefatta e con il diaframma fracassato dalle risate. Ridere e stupirmi con un film mi piace tanto. Non conoscevo Francesco Nuti e ora mi sembra non ci sia altri che lui. È proprio carino, con quel viso da Lucignolo cresciuto bene e quella fossetta caduta proprio in mezzo al mento, sorride davanti alla cinepresa e ti si squagliano tutti i pensieri. Mi sento lui, ho la sua faccia, mi ridono gli occhi, sono improvvisamente buffa e divertente, non so, mi prende cosi. Una forma di follia! Parlo persino in dialetto toscano. “Maaadonna che silenzio c’è stasera, guarda c’è un silenzio stasera, maaadonna che silenzio c’è stasera”, mi ripeto e sorrido come una stupida da sola, mentre cammino verso casa.

Ogni scena, ogni frase mi si è stampata in mente con la naturalezza d’un bacio “… si, m’ha lasciato, ma l’ho deciso io, altrimenti all’uomo gli resta la penultima decisione. Chi tace acconsente, no chi tace sta zitto. Mamma ho detto che un torno a casa. Ci sono tre cose importanti nella vita: o tu vai in Perù, o tu sposti la Chiesa, o tu vinci al Totocalcio”. Fino a quel folle madrigale di “tu hai le puppe a pera, pera, pera”. No, vabbè, le matte risate. Il regista Ponzi gli piazza la camera davanti e lo ritrae nelle sue elucubrazioni, nelle sue confusioni, nei suoi incontri sconclusionati con personaggi di varia umanità. E l’effetto è stratosferico. Nuti è bravissimo “maaadonna”. Magro, ciondolante, arruffato, bellissimo. In genere chi fa ridere non brilla per la bellezza, magari ha fascino, ma proprio a guardarlo bene, lui è proprio carino. Beh, se lo incontrassi in mezzo alla strada gli direi: “Ehi Francesco, si va a Machu Picchu insieme? A me la scuola un mi piace punto!”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

La risoluzione del conflitto politico nel 53 a.C.

La costituzione della Roma repubblicana prevedeva l’elezione annuale di due consoli con pari poteri. Nel 53 a.C. un conflitto politico aveva condotto a un pericoloso stallo istituzionale.

Plutarco racconta con dovizia di particolari l’infuocato dibattito: c’era chi con estrema forzatura chiedeva la nomina di Pompeo a dittatore, chi invece come Catone con fermezza si opponeva; alla fine prevalse la soluzione di Bibulo, sostenuta dallo stesso Catone, di eleggere Pompeo console unico (Vita di Pompeo 54). Sebbene potesse sembrare una violazione della costituzione, così invece non era.

Il conflitto politico-istituzionale dei giorni scorsi ha fatto discutere decine di milioni di italiani, oltre a insigni costituzionalisti schierati su posizioni opposte, a proposito delle prerogative del capo dello Stato. Eppure il diritto costituzionale è disciplina complessa che soltanto una visione distorta può permettere a chicchessia di discuterne come se si trattasse di un derby calcistico e additare il presidente della Repubblica come un criminale politico. Non può essere affrontato con le categorie del diritto privato né aiuta un metodo di interpretazione analogo a quella di una norma del codice civile.

Il presidente del Consiglio dovrebbe evitare così di parlare di “contratto di governo” quasi continuasse a fare il civilista in cattedra.

Presidente Mattarella, continui con fermezza a garantire il rispetto della Costituzione repubblicana antifascista.

“Non sono un free lance dell’antimafia. Risveglio l’orgoglio di Palermo”

Finalmente sono riuscito a rintracciarlo. Salvatore. Così si chiama, cognome Benintende, il giovane leader di popolo che ho ammirato il giorno 23 maggio per le strade di Palermo mentre da un primitivo camioncino guidava il grande corteo di giovani partito dall’aula-bunker per andare all’albero Falcone. Un leader naturale, come pochi ne ho conosciuti. Il microfono che nelle sue mani è gentile e ruggente, le parole e le soste che scaldano i cuori anche ai bambini, gli incitamenti mai banali e men che meno volgari, le appassionate e sicilianissime esortazioni a “uscire un lenzuolo” rivolte a chi dalle finestre guarda il corteo. I lenzuoli bianchi, da quel 1992 segno di ribellione. “Anche se non avete i lenzuoli, uscite qualcosa di bianco, pure un foglio se siete in un ufficio”.

I fogli e le magliette escono e perfino i lenzuoli vengono srotolati nel tripudio generale, di cui lui si fa interprete entusiasta ed educato verso le anziane signore o le famiglie affacciate. Applausi dalle finestre, partecipazione di popolo. “Mi prende tra gli scatoloni, prof, stiamo facendo l’ennesimo trasloco, una delle solite disavventure, l’infiltrazione d’acqua. No, non sono sposato, vivo con due amici, Danielino lo chef e Antonio che fa il coadiutore di un amministratore giudiziario. Vicino l’Antica focacceria San Francesco, conosce?”. Salvatore racconta spicchi di storia personale. Padre impiegato comunale a Leonforte, provincia di Enna, di cui è originario. Madre farmacista. E studi a Lettere e filosofia a Palermo, un corso di laurea in beni demo-etno-antropologici, presto chiuso come annunciato dal nome. Si è rifatto studiando da europrogettista. Oggi fa il project manager per la fondazione Falcone. “Sì, ma a me piace di più fare l’operatore, così mi definisco, andare nelle classi, cucire rapporti, promuovere relazioni”.

C’è una parola magica nel suo linguaggio, ed è “incrocio”. Gli piacciono gli incroci delle esperienze di vita, delle culture. Quelli di cui si occupa gli riescono bene, lui stesso è in fondo un incrocio. Fondazione Falcone, Libera, Cinemovel (“sono bellissimi i laboratori di schermi in classe, l’ha visto il libro di Giulia Tosoni?”), ministeri, terzo settore, rigenerazione urbana, ora anche i celebri Cantieri culturali della Zisa di Palermo. Ma non chiedetegli se si sente un “free lance dell’antimafia”. Non gli piace perché è inchiodato a questa terra, altro che free. “La cosa più importante che ho fatto è stato scegliere di rimanere in questa città. Di cercare qui tutti gli strumenti per stare nel tempo in cui vivo.” Appunto, il tempo dei 30 anni in arrivo.

Lo rivedo il pomeriggio del 23 maggio mentre l’azzurro del cielo palermitano si fa più denso, e lui, barba castana e giacca blu, dirige migliaia di giovani giunti da ogni dove che alla sua parola si affidano per capire esattamente che cosa stanno facendo, dove sono, in che storia sono piombati. Lo rivedo mentre dal palco attende calmo le personalità in ritardo e parla a una folla sempre più pigiata ed emozionata, introducendo come un provetto presentatore Giovanni Caccamo e Maurizio Musumeci detto Dinastia, le signore in lacrime quando il primo canta il Battiato di “avrò cura di te”, i giovani commossi alla canzone del secondo, in romantica guerra con il sarcasmo siciliano del chi te lo fa fare. Riempie il tempo, Salvatore, fa muro alla retorica, e parla da leader, cose intelligenti, coinvolgenti, senza che nessuno si accorga che inventa tutto al momento. Una folla immensa lo segue.

“Era importante stavolta. Negli anni scorsi abbiamo avuto qualche amarezza, lei Palermo la conosce, no? Ma ora dovevamo far vedere che c’eravamo. Occorreva l’orgoglio di massa, dopo la vergogna per Saguto e Montante, e anche la delusione per Ingroia. Da un paio d’anni facciamo convivere quante più esperienze possibili, cerchiamo di generare incroci (rieccoci…), abbiamo fatto dei nuovi innesti e il 23 abbiamo capito che sono riusciti benissimo. Una manifestazione grande e genuina”.

Salvatore si ferma, poi si lascia andare. E intenerisce. “Però lo sa che è da 12 anni che presto la mia voce al movimento dell’albero, che guido qualcosa più grande di me, che sto sul palco, e mai nessuno mi ha chiamato per nome?”. Ora è un nome anche lui, finalmente. “Che cosa desidero? Sogno che finisca quest’ansia. Vorrei svegliarmi un giorno e poter dire ‘c’era una volta la mafia’. Vorrei che ciò che stiamo facendo dimostri quel giorno di avere avuto un senso: liberare la nostra terra”.

La violenza ostetrica sulle neo mamme che non possono allattare

Gentile Selvaggia, ho 42 anni e pochi anni fa, dopo la fine di una relazione, ho avuto bisogno di cambiare aria e mi sono trasferita a Ferrara, dove nel tempo ho conosciuto una persona meravigliosa. In passato ho avuto molti problemi di salute e prendevo la pillola, mai avrei pensato a una gravidanza. Invece a ottobre ho scoperto di essere incinta e a maggio è nato il nostro bellissimo bimbo, con taglio cesareo. Ed è iniziato un incubo chiamato allattamento. Non ho avuto la montata lattea e, ovviamente, non avendo nulla da offrire al mio piccolo se non poche gocce di colostro, ho chiesto il latte artificiale. Lui ha avuto un importante calo fisiologico e mi hanno fatto sentire in colpa, come se fossi io il problema. Un giorno è arrivata l’infermiera, mi ha strizzato il seno e i capezzoli facendo uscire qualche misera goccia di colostro, dicendo: “Vedi che c’è? Devi attaccarlo…”. Fatto, ma un bimbo di 3 giorni di vita cosa se ne fa? Non sono i 30 ml che deve avere e ogni giorno mi hanno detto di incrementare del 10%. Ma senza il latte, siamo sempre al punto di partenza. Sguardi pietosi, sempre lo stesso discorso. Fare la doppia pesata, prima e dopo averlo attaccato, vedere quanto peso ha preso e loro mi davano l’aggiunta per quello che manca. L’umiliazione di vedere che non prendeva un grammo, altri sguardi di compassione, l’insistere sul fatto che ha perso peso. Stavo malissimo. Poi finalmente siamo usciti dall’ospedale. Dopo qualche giorno, vengo contattata da due consulenti di un centro che di supporto per neo mamme, specialmente per l’allattamento. Mi dico “ok, proviamo”. Vengono a domicilio, mi vogliono fare vedere come si fa ad allattare con le nuove posizioni. Trasformano il mio divano in un nido dove mi fanno adagiare, a seno scoperto, lo esaminano, dicono che non si attacca perché è troppo duro. Mi chiedono se ho i copri capezzoli in silicone, per agevolare la suzione. Li ho, ma preciso che in ospedale mi hanno detto di non usarli. Li metto e lui finalmente succhia da me: 30 minuti per parte. Chiedo quanto può avere mangiato, ma mi rispondono che non si sa. E alla fine ho comunque dovuto dare l’aggiunta. In totale, non ho trovato due ostetriche che dicessero la stessa cosa, mi sono sentita umiliata, come una violenza subita prima in ospedale e poi nella mia casa. Non ho abbastanza latte, quindi? Sono una sfigata? È colpa mia? Questi promuovono l’allattamento esclusivo al seno, almeno un ora e mezza a poppata, così che quando hai finito sei quasi alla poppata successiva. Per chi ha poco latte come me, senza supporto (non avendo più i genitori) nonostante l’aiuto prezioso del mio compagno, com’è pensabile farlo? E come si può accanirsi tanto su una donna che ha appena partorito, che è travolta dalla situazione, dagli ormoni, da tanti pensieri, facendola sentire inadeguata? Ho compreso il significato di “violenza ostetrica” e devo dire che è bruttissimo sentirsi così. Ora ho trovato un mio equilibrio ma ti giuro, cara Selvaggia, che non avrei mai creduto che delle donne potessero far sentire così male altre donne.

Sabrina

 

Ciao Sabrina, ricevo tante lettere che parlano del tuo stesso problema. È incredibile come sia diffuso in un ambito, quello medico, in cui l’empatia dovrebbe venir prima di tutti i copricapezzoli in silicone del mondo.

 

Una campagna contro le coach del dimagrimento su Facebook

Cara Selvaggia, tra i miei contatti su Facebook c’è questa ragazza, 39 anni e figlia di un anno, delle cui pappine, prime camminate e ‘complemese’ informa tutti con grande solerzia. Questa mamma modello ha intrapreso una carriera come fantomatico coach: consiglia ogni giorno una dieta speciale, pubblica selfie, si vanta di dimostrare 10 anni di meno grazie a questa dieta tentando di proporla anche al resto della famiglia e perché no, anche alla figlia, quando sarà cresciuta. Ogni giorno mostra le sue belle cosce di pollo spiegando alle “persone frustrate che vogliono essere belle e quindi magre” che il cambiamento è possibile solo affidandosi a lei. Io peso 49 kg e in passato ho avuto disturbi alimentari che ho affrontato perché a fianco avevo qualcuno (che ho tutt’ora) abbastanza forte da farmi capire che non era la strada da intraprendere, ma ammetto che oggi “temo” di ricaderci. Questa 39enne mi ha proposto la sua dieta, insinuando dunque che ne avessi bisogno. Ha poi insultato su Facebook la ex fidanzata del suo attuale compagno (nonché padre della figlia) paragonandola a un gorilla, con annesse banane in emoticon. Sono amareggiata e dispiaciuta non tanto per lei quanto per la sua bimba che non potrà crescere serenamente, conoscendo invidia, perfidia e ignoranza. Vorrei solo che ci fossero persone in grado di opporsi a questi elementi e alle loro assurde campagne. Vorrei che ci fosse più gente che avesse le palle di mandare a quel paese queste donne. Perché per dimagrire c’è sempre tempo, mentre per imparare a rispettare gli altri ce n’è molto meno. E l’ignoranza, ahimé, non trova cure. Del resto, esistono le campagne contro l’aborto, non vedo perché non dovremmo condurne una contro questi soggetti, i loro pericolosi consigli e atteggiamenti da bulli.

Flavia

Cara Flavia, ho parlato di una persona simile proprio pochi giorni fa. Diagnostico, nel caso di questi soggetti, un deficit di sale in zucca dovuto a eccesso di beveroni dietetici.

 

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