Bisogna darci una mossa ed espirmere i nostri desideri

Personalmente, non mi lusingherebbe fare sesso con una persona “consenziente”. Voglio dire, hai la fortuna di fare sesso con me e ti limiti ad “acconsentire”? È sesso, mica una normativa sul trattamento dei dati personali o un’operazione chirurgica. Mi aspetto come minimo entusiasmo, salti di gioia, evidenti manifestazioni di giubilo. Avrò l’ego più fragile di quello del violentatore medio, che si accontenta del “consenso”, dove per consenso intende l’assenza di chiusure automatiche/dissuasori/tagliole/barriere elettrificate negli orifizi anatomici della vittima. Applausi, quindi, alla legge svedese che non si limita a prescrivere il “consenso esplicito” di tutte le persone coinvolte nel rapporto, ma parla di “desiderio”.

Qui, donne, parliamoci chiaro: millenni di educazione patriarcale ci hanno insegnato a dire “no”, che volessimo fare sesso o meno. Tanto la nostra volontà non contava una mazza, se l’uomo voleva trombarci lo faceva comunque, e l’unico modo per dimostrare il non-consenso era farci ammazzare prima, come Maria Goretti, o suicidarci dopo, come la leggendaria matrona Lucrezia. L’importante era non passare per puttane, perché sono loro che dicono sì; le donne per bene si limitano al silenzio-assenso, oppure dicono no per finta. Bisogna che ci diamo una mossa: non si tratta solo di consentire o dissentire rispetto alla voglia altrui, ma anche dire per prime e chiaramente i nostri desideri, fin da ragazze. A quanto pare a molti uomini continua a sfuggire la differenza fra una che vuole davvero fare certe cose e una che le accetta solo per evitare guai peggiori. Forse perché non hanno mai incontrato una donna che volesse farle davvero – o farlo con loro, il che è più probabile. E se la incontrassero, quella che vogliosa che glielo fa capire senza mezzi termini ed è disposta pure a metterglielo nero su bianco magari, chissà, si cagherebbero sotto.

Ogni legge sulla violenza alle donne è la benvenuta

Sesso senza consenso esplicito? Per la Svezia ora equivale allo stupro. Anche nel paese del welfare e dell’occupazione femminile, dove comunque la violenza sulle donne è un problema reale, lo stupro non sarà più legato alla forza fisica, alla minaccia o alla coercizione ma alla “semplice” mancanza di assenso. Vittoria del #MeToo, gridano le femministe. E che si tratti di vittoria non c’è dubbio, specie se la si vede da un Paese, come l’Italia, dove lo stupro fino a ieri era un reato contro la morale, dove i femminicidi aumentano e il tema molestie è tanto grave quanto ancora taciuto. Al di là di pochi ambienti, restiamo un Paese ancora bestialmente maschilista, in cui non c’è parità nella coppia (e non solo nei ceti bassi), e in cui le donne, specie sposate e ancor più immigrate, ma anche adolescenti, spesso subiscono il sesso in silenzio, per insicurezza e paura. E, tuttavia, guardando alla legge un po’ più da vicino, e con un po’ di ironia, non si può negare che la nuova misura potrebbe avere effetti paradossali, anche perché, va ricordato, lo stupro è reato da galera.

Il fatto è, obiettano molti uomini, che se tutto si basa sulla parola la donna potrebbe anche cambiare idea il giorno dopo e dire che il consenso non c’era. E poi lo stesso, si chiedono, vale per l’uomo? Ossia lo stupro sussiste anche quando lui subisce il sesso senza volerlo? E ancora: una norma simile non rischia di rovinare i rapporti uomo-donna, inibendo gli uomini nell’approccio all’altro sesso? C’è chi sui social ha fatto girare un modulo scritto di adesione “pre-scopata” da far firmare alla partner prima del sesso. E forse davvero alla fine si potrebbe arrivare, per non rischiare, all’idea di un consenso messo nero su bianco. Insomma ogni legge sulla violenza sulle donne è benvenuta. Magari, però, con un occhio anche all’altra metà del cielo. E a una certa, sana, riottosità del desiderio a farsi ingabbiare in algidi formulari.

Tra Mattarella e il leghista Fontana, cattolici in ordine sparso su Conte

Con la sua tragica uscita negazionista sulle “famiglie gay” inesistenti, è il neoministro Lorenzo Fontana il primo eroe della destra clericale e antibergogliana in questa Terza Repubblica.

Nemmeno il tempo di far nascere il governo – e per Fontana di entrare nei giardini del Quirinale, per la festa della Repubblica, poco prima del portavoce grillino Rocco Casalino scortato dal suo compagno cubano – nemmeno il tempo, dicevamo, di far nascere il governo gialloverde o gialloblu che il ministro per la Famiglia e la Disabilità ha piazzato il suo primo colpo reazionario. Galeotto è stato anche il singolare, ché appunto Fontana è ministro della Famiglia, non delle famiglie. E subito nell’universo di siti e blog della destra farisea si sono alzate lodi sperticate per l’esternazione anti-gay.

Per la serie: “Seguiamo da anni l’attività del neoministro Lorenzo Fontana, difensore in tempi non sospetti della sacralità della vita e dei movimenti pro life e amico della Tradizione (dove lo vediamo spesso alle nostre celebrazioni). Nelle polemiche ripugnanti di questi giorni contro le dichiarazioni del neoministro da parte della lobby gay, abbiamo constatato la sparizione del buon senso” (dal sito messainlatino.it). Fontana si è infatti sposato col rito tridentino ed è un tradizionalista militante.

Salvini ha arginato il suo ministro ma su ogni tema eticamente sensibile, Fontana ha già promesso che si opporrà con “tutte le mie forze” sia da ministro sia da parlamentare. Alla faccia della laicità repubblicana. Allo stesso tempo, la posizione ufficiale dei credenti, rappresentata dai vescovi italiani, si trova su una sponda diversa, più attendista e prudente. Anzi. Come ha scritto ieri il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il punto di riferimento resta il capo dello Stato per evitare le derive pericolose di un “qualunquismo irresponsabile” grilloleghista.

E qui il pericolo include ovviamente il nodo dell’immigrazione. Per il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, “i migranti non sono una mera questione di polizia”. Più chiaro di così.

La coppia dei sogni: Mbappé e Dembélé

Uno, Dembélé, quello del fantastico gol del 3-1 finale, ha compiuto 21 anni tre settimane fa; l’altro, Mbappé, di anni ne ha invece 19 e soffierà sulla ventesima candelina soltanto sotto Natale, il 20 dicembre. Parliamo, l’avrete capito, dei due attaccanti della Francia, originario della Mauritania Dembélé, del Camerun e dell’Algeria Mbappé, che nell’amichevole contro gli azzurri di Mancini, venerdì scorso, hanno fatto il bello e il cattivo tempo infierendo sulla povera Italia manco fossero Didi&Vava, Garrincha&Pelè, Gullit&Van Basten. Sono, Mbappé e Dembélé, due fortissimi giocatori: non per niente il Psg ha acquistato il primo, l’estate scorsa, pagando al Monaco 145 milioni di euro più 35 di bonus (totale 180 milioni), secondo acquisto più costoso della storia del calcio dopo Neymar (222), mentre il Barcellona pochi giorni prima aveva acquistato Dembélé dal Borussia Dortmund pagando ai tedeschi 105 milioni più 40 di bonus (totale 145).

Parliamo di due talenti naturali, quelli che in Italia sembrano non nascere più dopo l’infornata di fine Anni 60, inizio Anni 70, che ci regalò Baggio, Maldini, Totti e Del Piero, solo per limitarci a qualche nome. Beata la Francia, dunque. Che qualche merito comunque ce l’ha: a cominciare dal coraggio di lanciare in prima squadra i suoi giovani, coraggio che sembra invece totalmente mancare ai nostri club di serie A, grandi o piccoli che siano. Quando il Monaco lo fece debuttare in Ligue 1, contro il Caen, Mbappé aveva 16 anni; e ne aveva 18 quando mise a segno i suoi primi gol in Champions League, negli ottavi di finale, portando il Monaco a eliminare il City di Guardiola e a qualificarsi ai quarti. E ne aveva 18 Dembélé quando il Rennes decise di lanciarlo in prima squadra: segnò 12 gol, a fine campionato andò a Dortmund per 15 milioni, un anno dopo al Barcellona per 145. In Italia, fatta eccezione per l’Atalanta, club modello nel campo della valorizzazione dei giovani, e per il Milan, che a dispetto (o forse: a causa) dei guai societari sta attingendo al suo settore giovanile come dimostrano il lancio di Donnarumma, diventato portiere titolare a 16 anni, e di Cutrone, titolare a 19 e debuttante in nazionale a 20, la politica giovanile è completamente assente: e non si capisce il perché, visto che il valore dell’investimento su un giovane può rivelarsi inestimabile. Lo è stato per il Monaco con Mbappé, potrebbe esserlo molto presto anche per il Milan: per far fronte alle imminenti sanzioni dell’Uefa, sportive e amministrative, potrebbe mettere sul mercato proprio Donnarumma, il portiere oggi 19enne allevato a costo zero e a km zero, e incassare una cifra salva-bilancio non inferiore a 60-70 milioni.

Ha lasciato di stucco, giorni fa, la notizia che gli spagnoli di Mediapro, quelli messi alla porta dai club italiani nonostante un’offerta di 1.050 milioni per i diritti tv, hanno acquistato i diritti del campionato francese per il quadriennio 2020-2024 alla bella cifra di 1.153 milioni a stagione. Tutti a dire che la Ligue 1 non vale un’unghia della nostra serie A: e magari sarà anche vero. Di certo, vedendo Francia-Italia 3-1 con Mbappé e Dembélé da una parte e De Sciglio e D’Ambrosio dall’altra, più che Francia contro Italia sembrava di assistere a Gulliver contro Lilliput. Diciamolo: facevamo tenerezza.

Oltre il limite del lavoro come sola fonte di ricchezza

Immaginate un mondo in cui, grazie all’automazione, si lavora sempre meno e si produce sempre di più. È al contempo il mondo in cui viviamo e la promessa di un futuro fantascientifico. Ma se si tratti di un futuro utopico o distopico non è chiaro. Da un lato, una distopia in cui la ricchezza crescente si concentra nelle mani di pochi e la contrazione del lavoro umano riduce sempre più persone in povertà. Una corsa a rendersi competitivi, a inseguire un cuore dell’economia sempre sfuggente, rimpiazzati continuamente nelle nostre nuove competenze dai robot, sempre più inutili. Dall’altro un futuro utopico in cui la ricchezza è sempre meno legata al lavoro umano “produttivo” (delegato alle macchine), ma distribuita equamente. Un futuro di innovazione, tempo libero, famiglia, scienza, musica, arte e poesia. Il progresso al servizio di un’organizzazione sociale migliore.

Poche proposte politiche mantengono oggi un anelito utopico. L’idea di un reddito di cittadinanza ha invece un piede, sì, nel presente, ma l’altro deliberatamente in questi futuri. Ora il tema è infine emerso anche in Italia. M5S lo ha fermamente nel suo programma. Stefano Feltri coglie l’occasione e offre, nel suo libro Reddito di cittadinanza (edito da Paper First), una riflessione sobria e documentata su quanto è stato proposto e tentato. Intanto Chris Hughes, il co- fondatore di Facebook, pubblica Fair Shot, in cui lancia la proposta di un reddito di cittadinanza legato al lavoro: 500 dollari al mese per chi lavora, cerca lavoro o si prende cura di bambini, anziani, invalidi, e guadagna meno di 50.000 dollari all’anno. La maggioranza delle proposte, comprese quelle del M5S e di Hughes, pongono vincoli legati al lavoro, alla sua ricerca. Il lavoro è condizione e fine. Il che è paradossale se pensiamo che l’idea stessa di un reddito di cittadinanza è radicata in scenari in cui di lavoro ce n’è, e ce ne sarà, sempre meno. Le cautele della proposta del M5S (come di tante altre), con l’obbligo di formazione continua, centri per l’impiego, controlli, un massimo di tre lavori rifiutati, sono dovute al timore di scoraggiare la ricerca del lavoro. L’idea di fondo è che obiettivo auspicabile e fattibile sia un lavoro ben pagato per tutti. La misura vuole creare lavoro; non vuole confrontare un futuro (utopico o distopico) in cui l’automazione il lavoro se l’è mangiato.

L’approccio di Hughes è differente: sostiene (ricerca alla mano) che non è solo la povertà a creare marginalizzazione, criminalità, malattie. È invece la mancanza di uno scopo, di un ruolo, dell’autostima funzione del rispetto altrui per il proprio contributo alla collettività. Il lavoro non è solo reddito: è dignità, senso di se stessi e del proprio posto nel mondo. Politiche redistributive come il reddito di cittadinanza vanno vincolate al lavoro, perché non vogliono redistribuire solo reddito, ma anche rispetto e dignità. Hughes ha ragione: sir Michael Marmot, epidemiologo di Ucl che ha studiato gli effetti del gradiente sociale (come gradiente di status prima che di reddito) sulla salute, ha ben dimostrato che sono le diseguaglianze di posizione e rispetto che fanno davvero la differenza. Se però adottiamo questa prospettiva i problemi si complicano.

Primo. Se il punto non è sanzionare pigri e disonesti ma guidare il disoccupato al lavoro come fonte di scopo e dignità, allora le conseguenze dei mezzi stessi di controllo e “formazione” sull’autostima diventano fondamentali. Basta guardarsi Io, Daniel Blake di Ken Loach per rendersi conto dell’umiliazione strutturale in sistemi di controllo del welfare iperburocratizzati e punitivi: dalle code in centri per l’impiego sottofinanziati, all’errore arbitrario del funzionario, alla pervasiva presunzione di colpevolezza. Il pericolo è creare un sistema che redistribuisce reddito ai meno fortunati mentre ne umilia ulteriormente la dignità. Secondo. Che rispetto e status siano legati a doppio filo al lavoro non è fatto naturale, ma storico contingente.

In città-stato greche, come Atene e Iaso, forme di supporto al reddito idealmente universali erano legate non alla ricerca di lavoro ma alla partecipazione politica in assemblee, consigli, tribunali, magistrature (selezionate per lo più per sorteggio). Questi ruoli numerosissimi erano concettualizzati come timai, fonte di stima e dignità, e remunerati con un reddito minimo. Il sistema, a suo modo (e con i suoi limiti: l’esclusione di donne, schiavi e stranieri) garantiva ai cittadini un modicum di reddito, onore e autorità politica. Cito questi esempi non per proporli come modelli di redistribuzione di rispetto e reddito combinati a forme sperimentali di democrazia diretta (tanto care al M5S). Quanto per mostrare che il lavoro non è e non deve essere l’unica fonte di scopo, rispetto e dignità. Al contrario, un’economia che richiede sempre meno lavoro umano sta già creando impiego che è in realtà contenitore vuoto: mansioni sottopagate e umilianti, ruoli iperburocratici inutili, improduttivi e percepiti come tali. Rispetto e dignità andranno sempre più cercati altrove. L’idea di un reddito di cittadinanza ci può aiutare a tratteggiare un futuro che non è solo continuazione e aggiustamento del presente. Ci invita a pensare fuori dagli schemi, a immaginare un modello di distribuzione più equo non solo di ricchezza e reddito, ma anche di rispetto, stima e controllo politico sulla vita della collettività.

Pietro Ingrao, la “Memoria” non è solo dover ricordare

Se cominciate a leggere Memoria di Pietro Ingrao (a cura e con uno scritto di Alberto Olivetti, Centro Studi per la riforma dello Stato editore) troverete un testo denso e breve di uno dei grandi protagonisti del Pci, un uomo colto, complesso e semplice, che ripensa a se stesso, mentre Alberto Olivetti si cura di riordinare tavolo, appunti, pensieri, discorsi del protagonista, senza mai sovrapporsi e perdere il contatto con la voce. E vi rendete conto che il dislivello fra il mondo in cui Ingrao è vissuto e di cui Olivetti organizza la testimonianza, è molto diverso e molto al di sopra del mondo politico e morale in cui adesso viviamo.

Attenzione. Non si tratta del Pci che c’entra molto, ma solo come fondale e contesto (e a momenti come spiegazioni di una vita). È il resoconto dell’esistenza personale di un uomo che vede e trapassa il limite di essere un intellettuale e un poeta, decidendo che il di più di creatività che segna e riempie la sua vita, è parte della vita in comune e della partecipazione alla vita degli altri che allora si chiamava politica.

Olivetti organizza Memoria seguendo, quasi insieme, sia il percorso della maturazione culturale, psicologica, morale, di un ragazzino di scuola media che diventa un giovane uomo mentre la sua vita personale è affollata degli incontri con la filosofia, la letteratura, i grandi saggisti, la poesia, il romanzo, ma anche l’arrivo del fascismo in armi.

Dunque lo assedia la guerra, lo fronteggia il disastro europeo, lo va a cercare e arruolare il militantismo politico. E sono molto belle le righe in cui il giovane che sta diventando militante ma intanto cresce da intellettuale, si domanda se un poeta come Ungaretti possa essere un grande poeta (lo è, decide) benchè sia fascista. La qualità di Memoria, sta nell’impegno e nella capacità di rendere conto della lunga vita di Pietro Ingrao, ricchissima di fatti, idee, letteratura, riflessioni filosofiche, opere, usando sia il diario d’autore che l’esplorazione del curatore, e mantenendo largo l’orizzonte dell’esplorazione. In questo senso Memoria è un modello di lavoro storico: la storia spiega il personaggio (che ha molte vite e una voce che risuona alta e a lungo) dentro il più vasto fondale di politica e di vita italiana. E proprio mentre il libro vi cattura e vi entusiasma, dovete rendervi conto di quanto sia profondo il gradino della nostra discesa verso la condizione (culturale e politica ma anche quotidiana) in cui stiamo tentando di continuare il dibattito.

Lesbo: terra di poeti, viandanti e sognatori

Il cranio di Orfeo smembrato dalle baccanti di Tracia per il gran rifiuto vaga da queste parti tra le onde. Luogo natale di Arione di Metimna, (lì dove il cranio si andò ad arenare). Di Lesbo erano anche Saffo, la poetessa la cui biografia è un’impresa ricostruire e Alceo, il conterraneo aedo che la definisce “Pura Saffo dai capelli viola”. Lembo di terra ricco di poesia.

“Arcipelago” di Giorgio Ieranò (Einaudi, 20 , 280 pag.)

Kos: anche in vacanza è utile un buon medico

Qui nacque Ippocrate, il primo medico, circostanza che valse all’isola la fama di patria della medicina. Tuttavia il suo passato è ancora più prodigioso, grazie al suo antenato Asclepio. Per le arti di quest’ultimo, apprese dal saggio centauro Chirone di infondere di nuovo la vita nei cadaveri, schiere di malati accorrevano da tutta la Grecia e affollavano il santuario. Dell’Asklepion di Kos tuttora si possono ammirare le rovine restaurate dagli italiani.

Lemno, destino zoppo di Efesto fin dall’Iliade

È il figlio stesso di Era e Zeus a raccontarlo nell’opera omerica. Nel tentativo di mettere pace tra i suoi genitori, sarebbe stato afferrato e scagliato nel nuovo dal padre degli dèi. Dopo un volo durato un giorno intero, Efesto va a sfracellarsi sul terreno aspro di un’isola vulcanica, Lemno, rompendosi entrambe le gambe. Ed è qui che fonda la sua officina mitologica forgiando i prodigi che l’epica racconta. Ps: la grotta non è visitabile.

Samo, tempio della più grande gelosia esistente

Le rovine sono così vaste “che non basterebbe un giorno intero per enumerarle”, scrive Cristoforo Buondelmonti in “Liber insularum”. Oggi del tempio della gelosissima dea Era, moglie di Zeus, resta in piedi solo una colonna che non riesce a restituire la gloria del santuario a cui accorrevano pellegrini da tutto l’Egeo e non solo. Erodoto ci informa che Amasis, il faraone d’Egitto le aveva dedicato due sculture in legno che lo ritraevano.