I 14 contabili del jihad tra Como e la Sardegna

Aleggere la contabilità intercettata sembra di stare in un ufficio cambi. “Io vendo a 10, 2.000 euro fanno 20.000 (…). Io per 3.000 corone consegno 150.000 lire siriane (…). Ci hanno chiesto 100.000 da Budapest e 100.000 da te (…). Lui vuole 5.000 dollari, 5.000 per 8,6 uguale 43.000 corone”. Il denaro corre svelto. È il sistema Hawala, sistema ombra, parallelo, invisibile. I soldi vengono compensati da una parte all’altra del mondo. Il regista è Anwar Daadoue, siriano, con residenza svedese e un passato lavorativo in Sardegna. Che spiega: “Ho un ufficio che lavora su tutta l’Unione europea. Per le grandi cifre prendo il 5%, però per le piccole prendiamo dal 7% all’8%”. Denaro contabilizzato per circa 2 milioni di euro. Un bel tesoretto, parte del quale è servito per finanziare il terrorismo internazionale.

Questo il punto cruciale dell’inchiesta “Foreign fighters” che ieri ha portato in carcere 14 persone. Indagine unica ma doppio canale. Da Brescia alla Sardegna. Due cellule in contatto. Sul piatto, i soldi arrivati alla formazione qaedista al Nusra. A indirizzare gli investigatori della Digos e della Guardia di finanza, coordinati dalla Procura nazionale antimafia, è stato Abdulmalek Mohamad, arrestato in Sardegna nel 2009. “Al-Nusra – mette a verbale nel 2017 – è una milizia molto chiusa. Quanto al finanziamento delle milizie combattenti in Siria, proveniente dall’Europa e nello specifico dall’Italia, riveste un ruolo importante Daadoue Anwar. So che ha molti soldi, in passato aveva una ditta edile in Sardegna.

Anwar è più disponibile a finanziare i combattenti contro Assad (…). Per quanto riguarda l’acquisto di armi, la maggior parte è partita dalla Turchia e i soldi per pagarle li ha dati Anwar, anche se lui dà soldi non solo per le armi”. Buona parte del denaro accumulato in Europa arriva dal traffico di clandestini. Con Anwar lavorano anche i fratelli Chdid. Prosegue Abdulmalek Mohamad: “Una volta aperta la rotta balcanica, i fratelli Chdid si trasferirono in Ungheria per gestire il traffico di migranti; compravano le macchine in Italia, tramite dei contatti e, servendosi di autisti stranieri ed italiani, li facevano venire in Ungheria (…) Chdid Subhi, ai tempi del traffico dei migranti dall’Ungheria ha fatto molto danaro, anche sui 50.000 euro al giorno, tutti in contanti (…). L’unica cosa che è stata comprata dall’Italia sono i mirini ottici per kalashnikov (…). I soldi andavano ad al-Nusra poiché i miei connazionali si fidavano di al-Nusra, che, a differenza di altri gruppi, è sempre rimasto compatto”.

Questo il braccio finanziario fotografato dagli investigatori e che aveva la sua base nella zona di Erba in provincia di Como. Ma anche in Sardegna, dove il capo aveva diverse aziende edili. Alcune di loro hanno ottenuto appalti per il G8 del 2009. L’aspetto, invece, più strettamente legato al terrorismo emerge da un’attività sotto copertura coordinata dal comandante dello Scico. Obiettivo infiltrarsi nei contatti di Chaddad Ayoub, siriano residente a Ponte Lambro (Como). I due lavorano assieme a Bologna. Un giorno il siriano fa vedere alcuni video di combattimenti su Youtube e commenta. “Chi si presta a fare il kamikaze deve amare la religione e non avere paura della morte. Egli è una persona diversa dalle altre, ma tutti sanno che andando a morire andrà in Paradiso sulla strada giusta. Quello che vince la guerra è colui che va a morire e non gli altri”.

In altre intercettazioni, alcuni arrestati, appartenenti alla cellula sarda, commentano: “Dio sia con loro. Loro combattono per amore, per Dio (…). Jabhat al Nusra è l’unica che è nel giusto, è l’unica che applica la sharia”. L’operazione di “undercover” mette in evidenza come Chadadd mandasse spesso denaro in Siria.

Dai messaggi Whatsapp si comprende che quello era “denaro per la causa”. Chaddad si confida con l’investigatore. Spiega di essere in contatto con tale “Abou Kassem” definito “un ufficiale di alto livello di Da…”, l’intercettazione però resta monca. Oggettivo, invece, il fatto che lo stesso Kassem gli aveva mandato un messaggio con scritto: “Servono soldi per noi”. Mentre commentando su Facebook la morte di un suo compagno, lo stesso Chaddad scrive: “Dio ti ha dato la pace, Abu Abd Allah è il paradiso del paradiso”.

“Noi italiani a guardia dei confini, sfiorati dal conflitto siriano”

Abbiamo quasi 11 mila soldati a comporre il contingente di peacekeeping. Al momento nessuna preoccupazione e nessuna modifica delle regole d’ingaggio della missione, ci limitiamo a osservare con attenzione quanto accade a non troppa distanza da qui”. Siamo in uno spicchio strategico del Medio Oriente, a pochi chilometri dal sigillato confine libanese dove le bocce sono ferme grazie alla presenza della missione Unifil, attiva, attraverso alcuni periodi transitori, dal lontano 1978. Il suo obiettivo è tenere buoni due ‘cani da guerra’ come Israele e Libano.

A parte alcune scaramucce, la pace tiene. Il quartier generale di Unifil è a Naqoura, da dove risponde il portavoce della missione Onu, l’italiano Andrea Tenenti. Massima attenzione, ma nessun allarme, anche se la cosiddetta ‘Blue line’, ossia la linea di demarcazione del confine artificiale tra i due Paesi rivali che dalla costa mediterranea si spinge per oltre cento chilometri fino all’interno delle Alture del Golan, resta strategica. Basterebbe un calcolo errato e a essere colpiti potrebbero essere obiettivi molto sensibili: “La disposizione dei servizi resta la stessa, per ora, con i 450 pattugliamenti giornalieri divisi in turni sulle 24 ore, così come proseguono secondo tabella gli incontri coi rappresentanti militari dei due Paesi. L’adesione ai parametri della missione per la cessazione delle attività militari è totale. Ripeto, il confine è ben vigilato e non ci sono pericoli imminenti, inoltre dalla sede Onu non arrivano modifiche ai piani. Neppure l’esito del recente voto libanese sembra aver avuto ripercussioni, i toni non si sono infiammati. Certo, la presenza delle truppe libanesi, a cui facciamo training, è aumentata”. Sono lontani i tempi dei raid compiuti, con varia intensità, da una parte e dall’altra. Nel maggio 2011 a pagarne le conseguenze furono 6 soldati italiani della missione Unifil, miracolosamente sopravvissuti a un attentato contro il loro veicolo lungo la strada Tiro-Sidone.

La forza militare di pace in campo resta più o meno invariata: 10.500 soldati da 41 Paesi. L’anno scorso l’Italia, fino ad allora al primo posto, ha ceduto lo scettro di gruppo più numeroso, 1.100 unità (quello in Afghanistan on arriva a mille), all’Indonesia, 1.300. E nel luglio 2016 ha perso il comando della missione, da allora nelle mani del generale irlandese Michael Beary.

La Merkel scarica Trump “Difendiamoci da soli”

Altro che “leader riluttante”. Di fronte ai rischi per la pace e per la stabilità, anche economica, creati dalla decisione di Trump di lasciare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la Germania fa sentire la voce dell’Europa: non ci si può più trastullare nella convinzione “che gli Usa ci difenderanno”, dobbiamo “prendere il nostro destino nelle nostre mani”, dice la cancelliera Angela Merkel. E il presidente Frank-Walter Steinmeier definisce la mossa di Trump “una tragedia” e “una regressione per la diplomazia della pace”.

La Merkel parla ad Aquisgrana, dove il presidente francese Emmanuel Macron riceve il premio Carlo Magno, il più prestigioso riconoscimento europeo. La cancelliera è attenta a non farsi scavalcare in casa dal francese sull’europeismo, ma le sue parole segnalano una crisi nelle relazioni Ue/Usa più grave di quella del 2003: quando Bush e Rumsfeld contrapponevano la Vecchia Europa di Chirac e Schröder, contrari all’invasione dell’Iraq, alla Nuova Europa di Blair e Aznar (Berlusconi fece il pesce in barile fin quando poté, salvo poi allinearsi ai più forti: e fu Nassiriya).

Per l’Europa, e non solo, Trump non è un interlocutore affidabile: uno dopo l’altro, il presidente s’è sfilato da una serie di impegni internazionali, l’accordo sul clima di Parigi, l’area di libero scambio del Pacifico (Tpp), la distensione con Cuba, adesso l’accordo con l’Iran. E discute con gli alleati tenendo sul tavolo la pistola dei dazi e delle sanzioni. Da una parte, compromette la sicurezza; dall’altra, mette a repentaglio la crescita.

C’è invece un’accelerazione sul fronte coreano: il segretario di Stato Mike Pompeo riporta in patria da Pyongyang tre cittadini Usa, dopo avere concordato la data e il luogo dell’incontro tra Trump e il leader nord-coreano Kim Jong-un: si farà a Singapore il 12 giugno, dopo il G7 in Canada dell’8 e 9 giugno, e sarà preparato dalla visita a Washington del presidente sudcoreano Moon Jae-in il 22 maggio.

“Cercheremo di farne un momento speciale per la pace mondiale”, twitta Trump, che mette a confronto la sua ‘success story’ nord-coreana – dopo che Pyongyang s’è dotata dell’atomica e l’ha sperimentata a sei riprese – e l’asserito fallimento iraniano di Barack Obama, nonostante l’Iran non abbia la bomba e non la stia producendo.

L’Ue punta a salvaguardare l’intesa sul nucleare con l’Iran e ad evitare che Teheran si lasci tentare dallo scontro con il ‘satana’ americano. Ma, sul terreno, gli incidenti sul confine tra Siria e Israele alzano la tensione: provocazioni e ritorsioni. La Merkel dice: “È questione di guerra o pace”; Macron invita a “parlare con tutti” nella Regione per mantenere la stabilità. I due leader individuano un percorso comune “per proteggere le libertà e i valori europei” e “superare gli egoismi nazionali con maggiore solidarietà”. Macron puntualizza: “L’imperativo è fare le riforme adesso” e sormontare le tentazioni a dividersi, di cui il voto italiano è un segnale.

Per il momento – sono passate appena 48 ore dall’annuncio di Trump –, l’Europa non scricchiola sull’Iran. Ma le Cassandre prevedono cedimenti, tra divisioni politiche e fibrillazioni economiche. L’Unione europea in quanto tale e i suoi tre Paesi firmatari dell’accordo sul nucleare con l’Iran, Gran Bretagna, Francia e Germania, tengono il punto sull’intesa: resta valida, l’Iran la sta rispettando. Anche l’Italia è allineata su questa posizione, favorita forse dal fatto che l’esposizione dell’Eni in Iran è modesta, se non nulla. Mosca considera gli europei “fondamentali” per mantenere vivo l’accordo.

Damasco, jeans e niqab tra bombe e realtà

Jaraman è un quartiere a sud di Damasco, stretto tra l’area di Yarmouk (storico campo profughi dei palestinesi, ndr), ancora nelle mani dell’Isis, e ciò che resta della Ghouta orientale dopo l’evacuazione dei ribelli al regime. Rappresenta, in piccolo, l’anima della Siria e della sua moltitudine di etnie, nazionalità e confessioni. Non è raro, camminando per le sue strade caotiche, imbattersi in una ragazza vestita all’occidentale, con abiti attillati, vicina ad un’altra che indossa il niqab: “Chi immagina una città ostaggio della sua paura si sbaglia – spiega un funzionario di un organismo internazionale che per motivi di sicurezza preferisce restare anonimo – Damasco è ben rappresentata proprio da Jaraman, un sobborgo abituato ad accogliere profughi, palestinesi nel secolo scorso e poi gli iracheni dopo il 2003 e infine gli sfollati con la rivoluzione del 2011. Cristiani, sciiti, sunniti, armeni, assiri, ebrei, qui si trova di tutto.

A parte i check-point, Damasco somiglia a una normale capitale mediorientale, dove la gente è abituata ai razzi e agli attentati. Non c’è paura tra la popolazione, piuttosto normale rassegnazione ad eventi come questi, forzata convivenza. Gli attentati compattano gli abitanti di Damasco e della Siria in generale, mettendo d’accordo anche chi non ama e appoggia il governo. Il nemico, Israele, è comune, non ci sono differenze. Ecco, a Damasco il concetto di resilienza è particolarmente centrato”.

Il quartiere di Jaraman si trova a pochi chilometri da Yarmouk e Hajar al-Aswad, le due aree sotto controllo di Daesh, nonostante i progressi delle forze siriane per strapparlo agli jihadisti.

Nel tardo pomeriggio di ieri proprio da Yarmouk si sono alzate colonne di fumo, ennesimo round dell’offensiva anti-Califfato da parte del regime di Assad: “Proprio lì, l’altro ieri, l’Isis ha giustiziato un soldato governativo, filmando il tutto, impacchettandolo, imbottendolo di esplosivo per poi lanciarlo da un palazzo”, racconta il funzionario.

A Damasco sono presenti diverse organizzazioni non governative italiane. Una delle più attive è la bolognese Gvc che opera con progetti su scuola e accesso all’acqua ad Aleppo e Deir Ezzor, ma la cui base è proprio a Damasco: “C’è apprensione nel sentire esplosioni di varia intensità, più o meno vicino a dove vivi e lavori – spiegano Giuseppe Russo e Anna Costa di Gvc – specie per chi non è abituato a tali situazioni. In realtà la vita va avanti, arriva qualche razzo sparato dai ribelli e bisogna coesistere con mille check-point. Paradossalmente, dopo gli assedi, sia Aleppo che Deir Ezzor, quest’ultima fino a poco tempo fa nelle mani dello Stato islamico, sono libere. Damasco ancora non lo è”.

Israele-Iran: guerra aperta sulle macerie della Siria

È stata una notte di guerra. Missili iraniani verso Israele, i caccia con la Stella di David che si avventano sul territorio siriano, sirene di allarme sulle colline del Golan e tutti gli abitanti chiusi nei rifugi. Il clangore dei cingoli dei tank Merkava IV che prendono posizione sulle alture al confine e aprono il fuoco con i loro cannoni da 105 millimetri verso la Siria. È stato il più grande scontro militare dalla guerra del Kippur (1973), il primo confronto armato fra Iran e Israele. E difficilmente sarà l’ultimo.

Israele da mesi aspettava una vendetta delle forze iraniane presenti sul territorio siriano dopo le decine di attacchi effettuati contro le basi dei reparti speciali della Guardiani della Rivoluzione. Poco dopo la mezzanotte 20 missili Grad sono stati sparati da un settore del Golan siriano controllato dalla Al Quds Force contro le postazioni israeliane sulla linea di confine. Le batterie Iron Dome schierate in quella zona ne hanno subito intercettati sei, mentre altri 14 sarebbero caduti senza provocare danni.

La mancata vendetta degli iraniani ha provocato l’immediata rappresaglia israeliana. Decine di caccia israeliani si sono avventati su 50 diversi obiettivi in territorio siriano nel più grande attacco aereo da decenni contro la Siria. Depositi di armi, siti logistici, centri d’intelligence usati dalle forze di élite iraniane sono stati colpiti dai raid.

Stando ai report in Israele le infrastrutture iraniane hanno pagato un prezzo pesante. Ventitré le vittime secondo fonti concordanti, e 15 erano volontari “stranieri”. Israele era pronto da mesi a una notte come questa e ha dato una dimostrazione della sua capacità distruttiva. Lo Stato ebraico non vuole l’escalation militare ma è pronto a colpire ancora.

Israele ha messo in atto un suo mantra: “Rise and kill first”, come recita il Talmud. Da mesi si aspettava una reazione degli iraniani ai suoi puntuali attacchi in territorio siriano, l’ultimo all’alba di martedì scorso alla periferia di Damasco. Questa volta, la valutazione dell’intelligence è stata azzeccata. L’attacco è arrivato dalla direzione, nel momento e nel modo in cui Israele si aspettava. La reazione israeliana è stata sproporzionata, quasi eccessiva, adeguata però al suo mantra. Per colpire 50 diversi obiettivi sono stati usati diversi squadroni di caccia F-16 che hanno lanciato 70 missili contro le basi iraniane in Siria. Sia gli Usa (Trump si è subito schierato al fianco di Israele), che la Russia sono stati avvertiti preventivamente dei raid israeliani contro le forze iraniane. Mosca, che nella guerra siriana è schierata con Assad, chiede moderazione.

Sarà importante capire quali istruzioni riceverà il generale Qassem Soleimani da Teheran. L’Iran ha approfittato del caos in Siria per costruire una importante infrastruttura militare. Ha organizzato e addestrato grandi milizie sciite con decine di migliaia di combattenti ed è presente con migliaia di uomini della Al Quds Force, i reparti di élite dei Guardiani della Rivoluzione. I raid dell’altra notte non garantiscono che l’Iran cambierà i suoi piani strategici, o che accetterà gli attacchi israeliani e non pianificherà ulteriori mosse su altri fronti contro obiettivi israeliani, sia all’estero che sul confine con il Libano. I miliziani del “Partito di Dio” possono tornare nel gioco. Sembra che, prima di tutto, la comunità dei servizi segreti stia tenendo d’occhio le possibili azioni di rappresaglia da parte di Hezbollah.

Ieri sera nel Quartier Generale della Difesa a Tel Aviv c’è stata la riunione del Gabinetto di sicurezza presieduta dal premier Benjamin Netanyahu. Un vertice dedicato all’altro fronte che si sta aprendo nel sud di Israele. A Gaza ,dove oggi c’è un’altra “marcia del ritorno” guidata da Hamas verso la barriera di sicurezza. È l’8° venerdì ad alta tensione lungo la Striscia.

Premiati l’imputato e il suo avvocato

L’ad dell’Eni Claudio Descalzi, imputato nel processo per corruzione internazionale per le presunte tangenti pagate in Nigeria, ha dato ieri una lezione di senso delle istituzioni. Ha risposto frettolosamente agli azionisti che lo avevano bombardato di domande e poi, anche per sottrarsi alle domande dei giornalisti sugli scandali giudiziari che stanno affossando l’Eni, ha tagliato corto: “Scusate, ma ho un incontro istituzionale e devo proprio scappare”. L’incontro istituzionale – che ha avuto la priorità sul rendere conto ad azionisti e giornalisti della conduzione della principale società pubblica italiana – era la consegna del premio Guido Carli nella Sala della Regina di Montecitorio. L’istituzione da riverire era il presidente della giuria Gianni Letta che ha fatto gli onori di casa. Tra i premiati un altro imputato eccellente, Alessandro Profumo per Mps (ma oggi guida Finmeccanica) e benemeriti dell’Italia che produce quali John Elkann, Massimo Giletti e Maria De Filippi. Ma il particolare più significativo è che con Descalzi è stata premiato il suo avvocato, l’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Così a Montecitorio, ospiti del presidente Roberto Fico, si celebra la presunzione d’innocenza: premio solenne all’imputato e al suo avvocato. Roba da far passare la voglia di lavorare ai magistrati. Magari è fatto apposta.

Consob, fallito il blitz di Nava per nominare la fedelissima

Tutto rinviato. Mario Nava non è riuscito a far nominare segretario generale della Consob l’avvocato Giulia Bertezzolo, funzionaria presso la sua stessa direzione alla Commissione Ue. Il presidente dell’Authority di Borsa sperava di ottenere subito il via libera alla fidata collega dal collegio dei commissari, che invece ha chiesto ulteriori chiarimenti. Nava dovrà fornire una relazione sua e degli uffici preposti che assicuri il possesso da parte della Bertezzolo dei requisiti per poter ricoprire una carica che la farebbe passare a un livello molto più alto e l’assenza di candidati interni adatti al ruolo.

Il frettoloso blitz fallito si lega alle polemiche che stanno investendo la nomina di Nava, designato dal governo Gentiloni prima di Natale. Il neo presidente ha infatti deciso di restare formalmente un dipendente di Bruxelles, dove guidava la Direzione vigilanza dei mercati finanziari mettendosi in “distacco” anziché in aspettativa come chiede la legge istitutiva della Consob. La Lega e il M5S hanno presentato nei giorni scorsi due interrogazioni firmate dai vertici parlamentari per chiedere al governo di ripensare la sua nomina, anche perché ha ottenuto un distacco di soli tre anni, quando l’incarico in Consob è di 7. La linea dei due partiti è chiara: è incompatibile e in conflitto d’interessi visto che la sua Direzione Ue si occupa delle stesse materie dell’Autorithy. Il M5S chiede lumi anche sulla nomina della Bertezzolo, che curiosamente arriverebbe in aspettativa, invece che in distacco come Nava. Oltre ad esporre qualsiasi atto della Consob al rischio di ricorsi amministrativi, sulla nomina del presidente incombe anche un rischio più immediato. Il collegio dei commissari, a cui spetta verificare eventuali incompatibilità, ha chiesto un parere giuridico all’avvocato generale dell’Autorità. Se dovesse rilevare criticità, la nomina tornerebbe dal premier, che però nel frattempo potrebbe essere espressione proprio di M5s e Lega.

Ilva, fumata nera. Palla al nuovo governo

Carlo Calenda fallisce il blitz per sbloccare la trattativa sindacale sull’Ilva a cui il nuovo acquirente, il colosso Arcelor Mittal ha subordinato l’acquisto del gruppo siderurgico in amministrazione straordinaria. Invece di lasciare il governo come l’uomo che ha risolto la vertenza più grande d’Italia, lascerà un’eredità pesante al nuovo esecutivo.

Il tentativo era, va detto, disperato e assai frettoloso. Il 26 aprile i sindacati hanno abbandonato il tavolo dopo che Mittal non si era mossa dalle sue posizioni per quasi 6 mesi. Con un colpo a sorpresa il ministro dello Sviluppo ha convocato ieri in extremis le sigle portando sul tavolo una bozza di accordo, una specie di documento limitato a delle linee guida su esuberi e salari. Il testo prevedeva che Mittal assumesse 10 mila dei 13.800 dipendenti diretti di Ilva. Dei restanti 4 mila, 2.300 sarebbero restati alla gestione straordinaria – affidata ai commissari governativi guidati da Enrico Laghi – per occuparsi delle bonifiche; gli altri 1.500 impiegati a rotazione in Cassa integrazione da una società di servizi (denominata “Società per Taranto”) creata dalla vecchia Ilva insieme a Invitalia, il braccio operativo del ministero dell’Economia per gli investimenti. A quest’ultima Mittal si impegnava a esternalizzare lavori per il gruppo “inizialmente fino a giugno del 2021”, con l’impegno del ministero a dare “garanzia di continuità occupazionale a tempo indeterminato” ai dipendenti entro la fine del piano industriale nel 2023, più 200 milioni per incentivi all’esodo. Mittal sceglierà chi assumere, e ai dipendenti verrà garantita l’anzianità maturata e il premio di risultato fisso (quello variabile, oggi pari a una mensilità, non arriverebbe prima del 2023).

L’unica differenza rispetto alle condizioni fissate da Mittal è che gli esuberi resterebbero 4 mila, mentre prima erano previsti crescere a 6.500 nel 2023. Troppo poco per i sindacati – che chiedono garanzie reali e tutele per tutti i lavoratori – e che al ministero si sono visti arrivare Calenda con il documento già definito con i vertici di Mittal (rimasti in silenzio per tutta la riunione). Calenda ha motivato la fretta con la necessità di chiudere prima di giugno quando termineranno i soldi per l’integrativo della Cassa integrazione, con l’azienda che perde 30 milioni al mese. Fiom, Uilm e Fim hanno chiesto modifiche sostanziali, che Mittal non vuole. A quel punto, Calenda ha colto al volo il primo pretesto – i dubbi sollevati dall’Usb sulla sua legittimità a trattare in quanto dimissionario – e ha chiuso il tavolo.

Per i sindacati, l’accordo proposto dal governo non poteva essere ultimativo, tutt’al più una piattaforma da cui partire. “La proposta ricalca quello che già abbiamo respinto. Mittal non si è mossa di una virgola”, attacca Francesca Re David, leader della Fiom. “Rimane lo stato di agitazione in tutti i siti e lunedì riprenderanno le assemblee”, spiega Mirco Rota, coordinatore nazionale Fiom della siderurgia. Lo stallo a cui sono appesi una città, Taranto, e 20 mila dipendenti (tra diretti è indotto) continua.

L’Eni assume l’indagata Descalzi: “Non lo sapevo”

La tragedia dell’Eni – travolta da tre scandali di corruzione internazionale (in Algeria, Nigeria e Congo) e dall’inchiesta milanese sul “presunto depistaggio”, che vede indagato per associazione a delinquere l’ex capo del servizio legale Massimo Mantovani – ha assunto nell’assemblea degli azionisti di ieri toni e ritmi surreali degni di una commedia di Mel Brooks. L’assetto attuale del vertice aziendale vede l’amministratore delegato Claudio Descalzi rinviato a giudizio per corruzione internazionale per le tangenti in Nigeria (cosiddetto caso Opl 245) insieme al suo braccio destro Roberto Casula e al predecessore Paolo Scaroni. Il capo del cosiddetto Upstream (l’estrazione di petrolio) Antonio Vella è in attesa di sentenza nel processo per le tangenti in Algeria, dove l’accusa ha chiesto per lui 5 anni e 4 mesi di carcere. Di Mantovani si è detto.

L’indagata assunta. Incalzati dalle domande dell’associazione Re:Common, i vertici del colosso petrolifero hanno rivelato che Maria Paduano, indagata per le tangenti in Congo come presunta complice di Roberto Casula, braccio destro di Descalzi, è stata assunta dall’Eni nello scorso settembre. Infatti la perquisizione ordinata dalla procura di Milano è stata fatta un mese fa nel suo ufficio dentro lo storico palazzone dell’Eni all’Eur di Roma.

Paduano era esponente della Wnr, la “società di comodo” che secondo gli inquirenti sarebbe stata il veicolo per retrocedere a Casula parte delle tangenti pagate in Congo. Il decreto di perquisizione fa anche riferimento ad accertati rapporti diretti tra Paduano e Casula. Nel giugno 2017, tre mesi prima dell’assunzione all’Eni, Casula ha comprato una casa a Roma in seguito a un contratto preliminare firmato dalla donna. Casula, dopo la perquisizione di aprile si è messo in aspettativa, ha detto la presidente Emma Marcegaglia, per evitare “ogni possibile problema che possa derivare alla società dall’indagine a suo carico”. Una delicatezza mancata a tutti gli altri indagati e imputati e allo stesso Casula dopo il rinvio a giudizio per la Nigeria, il che fa sospettare che la decisione del manager sardo sia stata sollecitata. Forse da Descalzi, che da imputato continua a dirigere l’azienda per 4 milioni all’anno di stipendio.

Infatti, secondo l’Eni, Descalzi non sapeva niente della singolare assunzione, cosa che fa sospettare che l’ad imputato non abbia un pieno controllo . È vero che solo sei mesi dopo si è saputo che la Paduano era indagata, ma si ammette che “al momento dell’assunzione non si aveva conoscenza di attività pregresse della dottoressa nella società Wnr”. Paduano, fa sapere l’Eni, è stata assunta con una una procedura competitiva “nella struttura competente in materia di sostenibilità”, ma non si sa chi l’abbia selezionata perché “non c’è un unico decisore nel processo di assunzione delle risorse da mercato”. In ogni caso la presidente Emma Marcegaglia, che ha confermato “la massima fiducia nella correttezza dell’operato della società, di Descalzi e dei suoi manager”, ha rassicurato gli azionisti notificando che l’Eni ha ottenuto la certificazione Iso 37001 per le procedure anticorruzione.

La presunta bugia. All’assemblea dell’anno scorso Re:Common aveva chiesto se ci fossero rapporti d’affari in Congo con la Petro Services. società coinvolta nell’affare congolese e con la curiosa caratteristica di condividere in Congo la casella postale con la società Elengui Ltd della moglie di Descalzi Marie Madeleine, imprenditrice congolese. Marcegaglia rispose: “Non esistono in Congo, a oggi, legami contrattuali con le società Osm e Petro Services”.

Ieri Giulia Franchi di Re:Common l’ha accusata di aver mentito, notando che Il Fatto aveva riferito nell’edizione di mercoledì che Petro Services aveva lavorato per Eni in Congo per cinque anni emettendo fatture totali per 105 milioni. La replica di Marcegaglia è stata degna di Pirandello: “L’anno scorso ho detto che non avevamo rapporti con Petro Services, ma ho specificato: a oggi. Infatti le ultime fatture le avevamo pagate a febbraio 2017. Poi dovevo dire anche che con quella società avevamo avuto rapporti in passato, ma nella fretta non l’ho letta e non è stata verbalizzata”. Con un anno di ritardo comunque l’Eni conferma che Il Fatto ha scritto la verità: 105 milioni di lavori.

Dice De Benedetti: “Democrazia a rischio e Renzi da archiviare”

Il Pd “ha una formidabile occasione per rilanciarsi, perché è finito male proprio perché non aveva una missione vera. È stato un’espressione di leader più o meno forti e di correnti battagliere fra di loro, ma soprattutto negli ultimi 5 anni non si è identificato con un disegno politico chiaro e ha del tutto dimenticato le disuguaglianze, che sono la piaga di tutte le società”. Parola di Carlo De Benedetti. Su Renzi è netto: “Non ho dubbi che lo considero da archiviare, non c’è dubbio. Ma oltre alla sua necessaria archiviazione, bisogna fare anche quella di un partito che ha raccolto delle tradizioni ma non ha saputo esprimere delle idee. Però non archivierei solo i fossili, ma anche quelli più recenti, che muovono ancora le mani. Mettiamoli a fare un’altra cosa, non sono più in grado di interpretare il Paese. Quindi questa è una occasione unica per il Pd per occuparsi delle persone più deboli nella società e per ribadire la collocazione europea dell’Italia”. Poi azzarda la proposta: “Serve un personaggio con gravitas, non dei giovani più o meno leoni, più o meno tigrotti. Il nome ce l’ho, ma non lo dico”.