Aldo Moro: due dubbi, una spiegazione

Acosto di beccarmi del dietrologo cospirazionista, voglio avanzare nel quarantennale della morte di Moro un dubbio che coltivo appunto da quarant’anni. Ero un ragazzo quando mi venne il dubbio e proprio ieri l’ho condiviso con mio figlio che ha oggi esattamente la mia età di allora e che per una volta non mi ha mandato a quel paese anzi si è detto d’accordo forte della sua cultura da videogame d’azione parabellica.

Negli anni ne ho parlato con varie persone in chiacchiere più o meno da aperitivo e mai nessuno, devo dire, ha trovato l’ipotesi assurda, anzi a tutti è parsa di buon senso. Non mi risulta però avanzata in alcun dove e quindi lo voglio fare qui. Due fatti sono noti a tutti, indipendentemente dall’approfondimento della questione.

a) La fiat 130 di Moro è stata attaccata in via Fani da un commando a colpi di mitragliatrice provenienti da più di un’arma. b) Aldo Moro era legato da amicizia nei confronti della sua scorta.

Secondo la ricostruzione unanime, tutti gli occupanti della 130 a eccezione di Moro sono stati uccisi crivellati di colpi di mitra. Come è possibile che Moro in quell’inferno di piombo e vetri infranti non abbia subito neppure un graffio? Inoltre, alla luce del punto b) di cui sopra, come è possibile che in tutte le lettere scritte per rompere “l’irridente silenzio” un uomo dall’umanità e dalla fede profonda come Moro non abbia manifestato alcun pensiero o preoccupazione per gli amici della scorta? Questo mistero richiede una teoria per spiegarlo.

Una teoria di tipo fisico-balistico per il punto a) e di tipo psicologico (o di censura dei carcerieri) per il tipo b).

Fin da ragazzino ho sempre trovato molto più convincente una terza spiegazione: che Aldo Moro in quella 130 non ci fosse, non potesse quindi ferirsi né abbia mai saputo della strage della sua scorta.

L’ho sempre immaginato prelevato prima, quando era ancora a messa e portato da qualche altra parte. “Venga con noi Presidente c’è un’allerta e dobbiamo uscire da una porta secondaria”, qualcosa del genere potrebbe avergli sussurrato un qualsiasi falso ufficiale della polizia, dei servizi o della Digos, sufficientemente credibile perché Moro uscisse con lui, salisse su un’altra auto e andasse via. Successivamente la 130 avrebbe potuto lasciare la chiesa con la sola scorta e cadere nell’imboscata messinscena.

Una tale ipotesi è coerente con gli aspetti misteriosi e irrisolti di quella fase complessa, (incluso l’intervento dei Servizi americani per scongiurare il compromesso storico impensabile in tempi di Guerra fredda) oltre a fornire una spiegazione balisticamente ed emotivamente più semplice.

Fantasie irrazionali di un ragazzo? Ancora oggi mi sembra meno irrazionale rispetto alla famosa seduta spiritica che portò i sommozzatori al lago della Duchessa mentre Moro presumibilmente stava in via Gradoli, in un rifugio affittato da Moretti che nessuno più nega esser stato in odore di infiltrazione.

La base (5S) in attesa: “Cosa ci sarà dietro?”

La sensazione dominante è quella della sospensione di giudizio. La base del Movimento 5 Stelle, di per sé trasversale e sfaccettata, con dentro di tutto e il suo contrario, osserva lo scenario attuale conscia del profondo paradosso: andare al governo del Paese, ipotesi fantascientifica fino a pochi mesi fa, ma non poter esultare perché non si è ancora capito che razza di governo sarà. Cosa farà. E – peggio ancora – cosa non farà.

Gli elettori del M5S sono assai diversi tra loro: c’è il deluso di sinistra. Quello di destra. Quello di centro. C’è il giovane, c’è l’anziano. C’è il talebano, c’è il conciliante. C’è l’ideologico e più ancora c’è il post-ideologico. Difficile, quindi, fare un’analisi compiuta: si rischia di generalizzare. Eppure una tendenza dominante pare esserci: quella del “vediamo cosa succede”. L’accordo con la Lega di Salvini, di per sé, non è indigesto a molti. Certo, non era l’accordo dei sogni, anche perché fino all’altroieri Salvini era visto come un cazzaro al soldo di Berlusconi, incoerente e colpevole al punto da avere votato quell’oscenità chiamata Rosatellum. Ora però è accettato in quanto “male minore”. È sintomatico come una forza che ha sin dall’inizio catalizzato delusi di sinistra, e quindi delusi dal Pd, veda ora come ipotesi peggiore proprio l’accordo con il Pd: una delle tante imprese di Renzi, che è riuscito a rendere per contrasto meno indigeribile il centrodestra italiano. Se la base è insorta quando Di Maio è andato a parlare con il Pd quasi col cappello in mano, facendosi poi sfanculare da Renzi via Fazio, quella stessa insurrezione non c’è stata quando si è parlato di contratto con Salvini. Qualcosa vorrà pur dire. Certo: con questa mossa i 5 Stelle hanno probabilmente perso per sempre “il voto alla Marescotti”, ovvero quello proveniente da chi aveva votato M5S per spingere il Pd a fare qualcosa di sinistra. Non è però una fetta numericamente enorme della base, che tollera (per ora) Salvini e Lega anche perché – lo sostengono pure molti big grillini – c’è “un’affinità di fondo tra attivisti leghisti e 5 Stelle”. Un’affinità non tanto di idee, quanto di militanza, partecipazione e senso d’appartenenza. Ecco allora che, per ora, si pratica più che altro la sospensione di giudizio, interrotta qua e là da chi ritiene Salvini “un razzista xenofobo” e chi credeva davvero che i 5 Stelle potessero andare al potere senza allearsi mai: vederli nel Lazio con Zingaretti e al governo con Salvini, per questi ultimi, è stato un colpo ferale.

Il problema maggiore della base è però un altro: “Cosa c’è dietro?”. Detta più chiaramente: se un Salvimaio breve e di scopo è tollerabile, un Grillusconi sarebbe giustamente visto come l’abominio assoluto. Ed è qui che risiedono le paure di quasi tutti i militanti. O Berlusconi è davvero alla canna del gas al punto da avere sbracato su tutta la linea, oppure questo Salvimaio cela varie concessioni a Berlusconi: sul fisco, sulla giustizia, sulle tivù. Il terrore della base è che, pur di andare al potere, Di Maio abbia accettato di non fare il conflitto di interessi o una seria legge anticorruzione, quasi che si fosse trasformato in un Violante minore. Sarebbe imperdonabile. L’opzione Salvimaio era stata sin qui legata a una rottura chiara tra Salvini e Berlusconi: rottura che non c’è stata, perché Forza Italia parla di alleanza salda e “astensione critica” o “benevola”. Davvero qualcuno crede sul serio che Berlusconi faccia qualcosa gratis?

La paura di molti elettori è legata poi alla figura di Luigi Di Maio, che si mostra ora entusiasta e oltremodo felice: o ha molti assi nella manica, oppure si sopravvaluta clamorosamente. Ha più numeri di Salvini e Berlusconi, ma è molto più inesperto e quindi può essere turlupinato da entrambi con agio. Da questo giochino spericolato, che poteva serenamente essere evitato andando subito al voto e distruggendo politicamente tanto Berlusconi quanto Renzi, quelli che rischiano di uscire peggio sono proprio i 5 Stelle. A dispetto del sin troppo sperticato giubilo ostentato dai vertici.

Ecco perché la base aspetta per valutare (più ancora dei nomi) l’entità del contratto tra M5S e Lega. Se sarà un contratto al ribasso, come le risibili “tavole” di Giacinto Della Cananea, Di Maio ne uscirà malissimo. E ne uscirà ancora peggio se dimostrerà che accordarsi coi Calderoli non è figlio di un’emergenza, ma di un’autentica liaison sentimentale. Se poi i 5 Stelle avessero davvero garantito a Berlusconi garanzie su tivù, presidenze e prebende (tenendo poi conto oltretutto che Salvimaio in Parlamento è numericamente autosufficiente e non ha bisogno di Forza Italia), allora i 5 Stelle avrebbero firmato il loro suicidio. E la base, che per ora sta a guardare, esploderebbe. Giustamente. Per poi rivolgersi altrove.

Mail box

 

Cara Italia, questa generazione è la tua possibilità per risorgere

Ho letto la lettera di V.B. sul Fatto Quotidiano di domenica. Si blocchino le consultazioni, si gelino i partiti e si fermi il Presidente al grido di un’Italia così arrabbiata e delusa.

È un’italiana di 15 anni piena di forza e rigore che grida la propria delusione al suo Paese e al mondo. Non c’è problema che tenga di fronte a tanta delusione: non c’è destra, sinistra o centro che orienti una giusta riflessione.

Abbassino tutti il capo, istituzioni e cittadini e ognuno rifletta su questo grido di rabbia.

Cara V.B., sarai rabbiosa anche con me, ma io sento il dovere di riflettere su quanto hai gridato a questa Italia ingiusta e malmessa. Sono una madre e in te rivedo mia figlia in quei giorni… sempre una parola in meno, ma un impegno in più, uno sguardo attonito nei confronti delle ingiustizie, ma un piglio determinato a portare avanti il rifiuto ad omologarsi alle presunzioni di turno.

Cara Italia, V.B. ti vuole bene, ti ha definita una merda, anagramma di… madre. E tu sei una straordinaria madre con la tua storia, la tua arte, la tua gente, il tuo genio, la tua ironia, la tua capacità di risorgere, la tua letteratura, il tuo diritto, la tua scienza. Ora sei un’ombra di te stessa, svilita e svuotata di ogni forza identitaria, ridotta alla sterilità, capace di evacuare solo ingiustizia e diffidenza.

Cara Italia, questa generazione rappresenta la tua unica possibilità di risorgere dalle ceneri, non farla scappare via, prendila, custodiscila, coccolala e con essa raccogli tutti i cocci: scuola che sia degna di questa parola, lavoro che non sia solo l’asettico podio della Costituzione, ambiente che ritorni a ossigenare il tuo patrimonio, ospedale che non siano più gironi infernali.

Sei un fazzoletto di terra, non piangerti addosso e reagisci! Sei uno stivale, calza le galosce e trotta!

Ci sono figli che hanno bisogno di te: non essere una merda, sii una madre gravida di tutto ciò di cui tu sei straordinariamente capace. L’Italia si desti e di responsabilità e impegno si cinga la testa. Lo deve a V.B., lo dobbiamo a noi stessi.

Vanna Paolini

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo di Vincenzo Iurillo pubblicato sul Fatto Quotidiano dell’8 maggio, dal titolo “Campania, la ‘scalata’ al sindacato giornalisti con 7.500 euro cash”, preciso quanto segue.

Premesso non è mia abitudine “impartire benedizioni” e che rifuggo da attività “dietro le quinte”, cui allude il cronista, non entro nemmeno nel merito del tesseramento al sindacato giornalisti della Campania, cui si fa riferimento nel pezzo, dal momento che la vicenda non mi riguarda in alcun modo.

Va invece sottolineato che l’etichetta con la quale vengo definito dal giornalista (“editore televisivo” e “patron di fatto di Julie Tv”) è doppiamente errata e fuorviante. Il sottoscritto, noto opinionista di tv locali e nazionali, non è infatti “editore” di nessuna testata televisiva o giornalistica, né tanto meno “patron di fatto”.

Ben sei sentenze della magistratura (due della Corte dei conti, Gip, Riesame e Corte di Cassazione) attestano esattamente il contrario, cioè che l’avvocato Lucio Varriale non è né editore, né patron di Julie Italia e/o di qualsiasi altra emittente. Questi ed altri incontrovertibili documenti sono a disposizione se si desidera consultarli.

Le sentenze sono state emanate da diversi e autorevoli Corti giudicanti, in risposta al tentativo di confondere strumentalmente il mio ruolo di consulente legale di emittenti televisive private e presidente del C.a.m. (Coordinamento autonomo multimediale, organismo interlocutore dei massimi vertici Europei e delle Istituzioni italiane nonché, per quanto riguarda il settore delle tlc, da autorità come l’Agcom e il Mise), con l’amministrazione di tali società editrici, a cui fianco (così come accanto ad altre), opero da anni per le complesse attività di tutela e per gli adempimenti che incombono quotidianamente sugli operatori di tale strategico comparto.

avv. Lucio Varriale

 

Ad assegnare a Lucio Varriale l’etichetta di “editore televisivo” e “patron di fatto di Julie Tv” non sono io ma la Procura di Napoli. Gliela attribuisce in atti giudiziari, in un comunicato stampa, in un’inchiesta ancora aperta e in un processo tuttora in corso. Indagini e dibattimento che hanno visto e vedono impegnati i procuratori aggiunti Vincenzo Piscitelli e Raffaello Falcone e i pm Valter Brunetti, Stefano Capuano, Urbano Mozzillo, Raffaele Tufano e Francesco Raffaele.

Non è questa la sede per elencare i dettagli delle vicende giudiziarie che riguardano Varriale nella veste di “editore di fatto”, perché non hanno attinenza con l’articolo dell’8 maggio.

Mi limito a citare il comunicato stampa diramato dalla Procura di Napoli il 19 maggio 2017, firmato dal procuratore aggiunto Piscitelli e vistato dal procuratore facente funzioni Nunzio Fragliasso. Fu così titolato: “Sequestro di beni per oltre due milioni di euro nei confronti della Julie Italia srl e dell’editore Lucio Varriale”. Al quindicesimo rigo Varriale viene indicato come “amministratore di fatto della Julie Italia srl”. È la società editrice dell’emittente televisiva regionale.

Vincenzo Iurillo

Rispetto allo strapotere in Europa Putin è un modello di trasparenza

Da abbonato a questo splendido giornale ed ex arbitro (non voluto in Figc per motivi politici) sono perfettamente d’accordo con lei, Padellaro, tranne che nel post scritpum dell’articolo di venerdì scorso: vero che alla Roma mancano due rigori con una sola espulsione per il fallo di mano (il portiere ha il rosso se il fallo è fuori area, vedi espulsione Koulibaly a Firenze), ma Padellaro dovrebbe inserire negli errori dell’arbitro anche il rigore farsa di mercoledì (ma forse lei non ha visto la partita essendo a La7, dove l’ho seguita), il rigore pro Liverpool non fischiato dopo qualche minuto sempre mercoledì per sotterramento di Firmino a opera di Manolas o Fazio (ma le nostre tv “democratiche” hanno dimenticato subito) e il rigore molto generoso fischiato al Liverpool dove il braccio è sufficientemente aderente al corpo e probabilmente dato vista la mole di gol subiti.

Winston Churchill diceva che la democrazia è la peggior forma di governo ma che non ne conosciamo di migliori. La stessa massima potremmo applicarla agli arbitraggi nel calcio: spesso sono pessimi ma non conosciamo un sistema più accettabile per impedire che ogni partita finisca in una gigantesca rissa. Gli errori fanno parte della natura umana. Così come la malafede e la corruzione. L’importante è che un sistema che smuove passioni infinite e interessi giganteschi sappia auto emendarsi senza appellarsi a una sacralità inesistente. Certo che gli arbitri possono sbagliare, ma non è accettabile che i loro errori spesso marchiani vengano archiviati da un’autorità suprema che non risponde a nessuno. In Italia e in Germania l’introduzione del Var ha creato un limite a questa supposta infallibilità che la Uefa continua a difendere con le scuse più assurde. Il Var in tutte le fasi di Champions o di Europa League non è ancora possibile? Mettiamolo dai quarti di finale in poi per evitare almeno in parte gli scempi a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Ma il monarca di tutti gli arbitri Collina ha detto che ci penseranno rinviando ogni decisione all’anno del poi. Più ancora che gli svarioni in campo questo muro a ogni cambiamento mi conferma che gli arbitri europei non intendono rinunciare neppure a un pollice del potere illimitato che si sono autoconsegnati. Sono l’ultima dittatura assoluta che sopravvive in Europa. In confronto Putin è un modello di trasparenza e di tolleranza. Come diceva il vecchio Boskov: rigore è quando arbitro fischia. Punto.

Diritti tv, MediaPro annuncia il ricorso: “Noi siamo in regola”

Continua la battaglia sui diritti tv per la Serie A. MediaPro ha annunciato che impugnerà l’ordinanza del Tribunale di Milano che aveva accolto il ricorso di Sky, annullando l’assegnazione dei diritti tv per i prossimi tre anni. Secondo la società spagnola, l’offerta presentata era “conforme a quanto stabilito nel contratto con la Lega e a quanto previsto dalla legge Melandri”. Il tribunale aveva sostenuto invece l’irregolarità dell’offerta secondo le regole dell’Antitrust. Il rischio – ha sottolineato ieri MediaPro in una nota – “è che il timore di Sky di perdere una posizione dominante sul mercato dei diritti possa generare agitazione all’interno del calcio professionistico in Italia. Ma “la responsabilità di questa situazione non va attribuita a MediaPro”.

Sempre ieri, il presidente del Coni Giovanni Malagò aveva chiesto “un passo indietro da parte di tutti per il bene del sistema”.

“In questo momento un’opera di mediazione da parte mia non sarebbe neanche giuridicamente corretta – ha spiegato Malagò – Non devono esserci né vincitori né vinti, altrimenti si rischia di farsi male.”

Dietro Liberato c’è soltanto Liberato. Il piccolo flop di un concerto-evento

Il palco è minimale con poche luci ma con uno sfondo che lascia senza fiato, il Golfo di Napoli. Al primo e attesissimo concerto nella sua città, Liberato arriva dal mare a bordo di un gommone, con tre sosia incappucciati. Ad aspettarlo 20.000 persone venute da ogni parte d’Italia con la speranza di scoprire chi si nasconde dietro l’anonimo artista e per assistere al fenomeno musicale del momento, nato in Rete circa un anno fa.

Migliaia di ragazzi, di età e classi sociali diverse, sono accorsi in seguito al post del 3 maggio scorso, con cui Liberato ha annunciato sulla propria pagina facebook il concerto del 9 maggio sul lungomare di Napoli. Data che è anche il titolo della sua prima canzone. In sei giorni e con il solo passaparola Liberato ha dimostrato che le milioni di visualizzazioni su youtube non solo erano reali ma che ha un seguito impressionante. E il paradosso è che Liberato ha pubblicato solo sei canzoni, senza etichetta e ufficio stampa, anche se tutto lascia pensare a un mega progetto costruito a tavolino. Un gruppo di lavoro che non sbaglia un colpo nell’immagine così come nella comunicazione sui social, sempre misurata e capace di stupire con una foto, una gif o la pubblicazione improvvisa di un nuovo singolo, senza parlare dell’organizzazione di un grande evento in tempi record.

L’esibizione live però a sentire la voce di chi c’era non è stata all’altezza. Nel canto traspariva emozione e insicurezza del resto era il suo primo concerto a Napoli.

Una performance limitata anche dal breve repertorio e dal fatto che sul palco c’erano 4 Liberato a cantare, vestiti alla stessa maniera per non essere riconosciuti. Però a differenza di Milano dove sul palco salì Calcutta, a Napoli sembra che la voce fosse proprio quella dei video. E lo show non poteva durare di più, ha aperto il breve set con Nove Maggio e lo ha chiuso con Tu t’e scurdat’ ‘e me, nel mezzo ha omaggiato anche Pino Daniele accennando, Quanno chiove.

Chi sperava di scoprirne l’identità è rimasto deluso, ma questo breve show – se da una parte ha consacrato con i numeri Liberato – dall’altra ha evidenziato che non può essere un artista conosciuto, perché dal vivo è sembrato alle prime armi come è giusto che sia e probabilmente non vive nemmeno più a Napoli. Infatti mantenere l’anonimato in questa città sarebbe quasi impossibile, qui gli unici “segreti” che esistono sono quelli di Pulcinella, ovvero finti segreti.

Milano, il bancomat di ’ndrangheta non si spegne mai

Intercettato, raccontava dei suoi affari. Delle slot machine commerciate in quantità. Di come, per lui, quelle fossero una specie di bancomat, quando aveva bisogno di denaro contante. Era prima del 2011. Oggi, sette anni dopo, Giulio Giuseppe Lampada sconta 14 anni per associazione mafiosa. Manager in doppio petto a Milano. Braccio finanziario, hanno ragionato i pm e confermato i giudici, della ’ndrangheta reggina. Lampada sconta la pena ai domiciliari in casa. Incompatibile al carcere. Ma questa è un’altra storia. Qui ciò che importa è il gioco d’azzardo, settore economico prediletto dai Lampada. Ieri come oggi. E così dopo le sentenze definitive (che non hanno riguardato tutto il gruppo familiare), il mondo delle slot machine resta un loro interesse. Certo le cose ora sono molto cambiate. Chi doveva pagare sta pagando. E attualmente non ci sono accuse di mafia.

Ma c’è un dato oggettivo: sono ancora molte le società che operano nel mondo delle slot machine riferibili al loro ambito familiare. In alcuni casi si tratta di società nuove, in altri, invece, ancora operano srl i cui nomi sono finiti nel fascicolo della procura di Milano. Citate, ma mai sequestrate. Una scelta voluta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. All’epoca, spiega un magistrato che trattò la vicenda, in Procura si tenne un tavolo proprio su questo. Alla fine prevalse la logica di non mettere i sigilli perché quelle società, considerate decotte, sarebbero state un peso per le casse dello Stato. Una posizione criticata da David Gentili presidente della Commissione antimafia del comune di Milano: “Non condivido la prassi di non sequestrare immobili mutuati, bar, tabacchi panetterie e comunque di lasciare ai mafiosi attività imprenditoriali che potrebbero diventare un onere per lo Stato. A parte che l’Amministrazione Comunale è ben lieta di assegnare spazi alle associazioni, oppure di metterli a reddito, non è possibile che il frutto dell’attività criminale sia lasciato in mano a chi l’ha creato”.

E dunque ecco, ad esempio, la Idracity slot srl. La società, citata nell’inchiesta, oggi è ancora attiva. Da visura camerale aggiornata a pochi giorni fa, risulta socio al 33% lo stesso Giuseppe Lampada, mentre il restante è detenuto dalla madre Antonia Tripodi (mai coinvolta nell’inchiesta). È lei che nel dicembre 2011, poche settimane dopo gli arresti della Procura, acquista le quote da altri due soci. La Idra inoltre ha numero di esercizio preciso per poter operare nel settore delle slot e del gioco d’azzardo.

Naturalmente nulla, allo stato, di penalmente rilevante. Spiega sempre Gentili: “Siamo in ritardo di 15 anni nella legislazione di contrasto agli interessi mafiosi nel gioco d’azzardo. La risoluzione redatte dalla Commissione Antimafia bicamerale approvata nel 2017 sono rimaste lettera morta”. Ma proseguiamo. Dopo la Idra, ecco la Game Bank con sede in viale Zara 124. La società ha un amministratore unico, mai indagato, ma citato nell’ordinanza dell’epoca come “intestatario fittizio” di alcune società dei Lampada. Il 79% delle quote, ancora una volta, è in mano a mamma Tripodi. Anche in questo caso la società non solo è attiva, ma ha un numero di esercizio per poter operare sul mercato. Stesso discorso vale per la Piramide games srl. La società, nonostante sia gravata da decine di protesti, è operante e ha sede in via Rubens, zona di Milano non lontana da via Carlo Dolci 28, indirizzo ritenuto cruciale nell’inchiesta del 2011. Qui, infatti, ai tavolini del bar Dolci, oggi chiuso, si tennero diverse riunioni del clan. Anche La Piramide ha come socia Antonia Tripodi.

E poi c’è la Pegasus srl, altra società già citata nelle indagini, e ancora attiva. La sede si trova al civico 29 di via Melzi d’Eril. Un indirizzo ben noto agli investigatori, perché proprio qui avevano e hanno sede molte società del gruppo Lampada. Titolare per circa l’80% è Giuseppa Zema (mai indagata nell’inchiesta del 2011), moglie di Giulio Giuseppe Lampada. Fino al 2009, socio era anche l’ex onorevole del Pdl Francesco Morelli, coinvolto nell’inchiesta del 2011 che, tra l’altro, mise in luce i contatti politici e istituzionali del manager della ’ndrangheta. La stessa Zema è esponente unica della Be Player di Zema G, società attiva “nella gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro”. Esiste poi una Be Player srl, con oggetto sociale diverso. Si occupa di affittare rami di azienda ed è titolare di un bel bar in zona San Siro, a pochi metri da via Carlo Dolci 28. La società, riferibile sempre alla moglie di Lampada, nasce nel 2016 e nel gennaio scorso passa il ramo d’azienda a un signore nato in Brasile ma residente nel Comune di Bareggio in provincia di Milano. Insomma un bel risiko ancora attuale e lecito.

Trent’anni in Appello a Paduano, bruciò viva Sara Di Pietrantonio

La Prima Corte d’assise d’appello di Roma ha condannato ieri a 30 anni Vincenzo Paduano, il vigilante 28enne in carcere per aver ucciso e dato alle fiamme l’ex fidanzata Sara Di Pietrantonio il 29 maggio 2016 in via della Magliana, alla periferia di Roma. In primo grado Paduano era stato condannato all’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, stalking, distruzione di cadavere, danneggiamento e incendio dell’automobile. Nella precedente udienza, Paduano aveva rilasciato in aula dichiarazioni spontanee. “Mi vergogno profondamente di quello che ho fatto – aveva detto –. Come faccio a chiedere perdono se io stesso non mi perdono? Sarò sempre consapevole di essere l’unica causa di tanto dolore”.

“Sono soddisfatta, trent’anni di reclusione per un ragazzo così giovane sono tantissimi”. Così Concetta Raccuia, la madre di Sara Di Pietrantonio, commenta la condanna. Sul pentimento dichiarato in aula nella scorsa udienza dal giovane romano, “posso sembrare cinica – ha detto – ma per arrivare a un pentimento dovrà essere aiutato tanto, perché da solo credo non riuscirà ad arrivare a un pentimento vero”.

Federico Cafiero de Raho (Pna): “Un nuovo volto del terrorismo”

Imigranti sono “povera gente sfruttata” ma i soldi che i trafficanti incassano sulla loro pelle finanziano in parte il terrorismo internazionale. Lo ha detto il procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho che ieri, insieme ad altri magistrati delle Procure di Brescia e Cagliari e ai vertici dello Scico della Guardia di Finanza, Alessandro Barbera e dell’antiterrorismo della polizia, Claudio Galzerano, ha illustrato l’operazione che ha portato a 13 arresti. “Non abbiamo prove che questa rete abbia fatto entrare in Italia dei ‘foreign fighters’, ha spiegato Cafiero, ma è vero che parte dei soldi che questa rete gestiva proviene dall’immigrazione clandestina. C’è una vicinanza tra uomini che gestiscono il traffico di migranti e uomini che gestiscono il terrorismo”. Dalle indagini è emerso un progetto di attentato in Europa? “Assolutamente no”, ci ha risposto Cafiero. Secondo il procuratore aggiunto di Brescia Carlo Nocerino l’inchiesta ha fatto emergere un aspetto “allarmante”: la capacità “elevata” dell’organizzazione di raccogliere in Italia “rapidamente il denaro e di inviarlo persino in Siria dove c’è la guerra” nonché la capacità di “comprare armi”. È la pm di Brescia Erica Battaglia a tracciare l’identikit: “Si tratta di terrorismo moderno messo in atto da uomini d’affari che perseguono interessi economici e non hanno né l’aspetto, barba nera e lunga, né il conto in banca dei terroristi che siamo abituati a immaginare”. Il procuratore aggiunto della Dna Maurizio Romanelli ha ricordato che ci sono state “sei operazioni antiterrorismo in meno di 35 giorni, una dimostrazione del buon funzionamento del sistema complessivo di contrasto”. In merito all’operazione di ieri, frutto di sinergie vincenti fra diversi inquirenti e investigatori, ha evidenziato l’uso di “intercettazioni ad alto livello innovativo”, ma anche “il recupero di informazioni da detenuti e l’utilizzo di un nostro infiltrato”, un uomo dello Scico.

A Treviglio l’alcol è questione di “razza”

“Alcune razze, per esempio i nativi americani, costituzionalmente sono meno tolleranti all’alcol della razza bianca”, parola di Istituto superiore di sanità. La citazione è letterale, compreso il riferimento alle “razze”. Non si trova in un documento fascista, ma in un opuscolo diffuso dall’Istituto nel 2004, ripreso ora nel bergamasco, in un opuscolo per bambini.

Il testo originale – firmato dai ricercatori Anna Maria De Santi, Pietro Casella e Luana Penna – si può ancora scaricare dall’archivio digitale dell’Iss. È un prontuario per insegnanti, istruttori di scuola guida e per chi si occupa di educazione stradale. Solo che la frase, copiata e incollata con il suo riferimento alle “razze”, è finita anche in un libretto per bambini che stava per essere distribuito nelle scuole di Treviglio, in provincia di Bergamo. Apriti cielo! Le dirigenti scolastiche appena lo hanno letto si sono ribellate: “Noi nelle classi insegniamo che le razze non esistono”, hanno detto. L’opuscolo è stato ritirato, è finito al macero e sarà distribuito solo quando la frase incriminata sarà cancellata.

“A Treviglio c’è stato tutto questo clamore mediatico, ma la frase non l’abbiamo scritta noi, si trova nel documento dell’Istituto superiore di sanità. Noi abbiamo solo comprato i diritti da un libro per le scuole guida”, si difende Alessandro Frizzi, uno dei responsabili di “Fb comunicare”, l’azienda bergamasca che ha ideato gli opuscoli di Treviglio. E difatti basta una veloce ricerca nell’archivio dell’Istituto per trovare il “manuale operativo per insegnanti e istruttori”, intitolato “Prevenzione degli incidenti stradali: promozione di interventi formativi nelle autoscuole”. A pagina 67 – quando si parla dei fattori che incidono sull’alcolemia – ecco, nero su bianco, anche il riferimento alle razze.

Treviglio è il luogo dove ha vissuto Ermanno Olmi, scomparso sabato scorso. Ma è anche una città lombarda, nella regione amministrata dal leghista Attilio Fontana, al centro delle polemiche nei mesi scorsi per la dichiarazione sulla “razza bianca” da difendere dall’arrivo degli immigrati.

Questa volta però la politica non c’entra. Il sindaco Juri Fabio Imeri, che è anche il segretario locale della Lega, precisa che in municipio il testo era stato letto velocemente e non ci si era accorti della frase incriminata: “Il Comune ha dato il patrocinio a questa pubblicazione, perché la riteneva utile per l’educazione stradale – spiega il sindaco – ma tutti i contenuti sono stati curati dalla società responsabile, che fra l’altro ha già distribuito dei libretti uguali in decine di altri comuni”. Nessuno si era mai lamentato.