Il doppio gioco di B. influenzare il governo e avere le commissioni

Silvio Berlusconi non va al governo con la Lega di Salvini e i Cinque Stelle, però non va neanche all’opposizione, sta un po’ di qua con la nuova coppia di potere e un po’ di là col potere che viene assegnato – anche in termini di poltrone – a un partito di minoranza. Ancora una volta, seppur nel proscenio e non sul palcoscenico, l’ex Cavaliere ha ricavato il massimo per sé da una posizione di debolezza: il voto anticipato, a fine settembre o addirittura in piena estate, avrebbe sancito la tumulazione ufficiale di Forza Italia o la decomposizione dei gruppi parlamentari. Ha prevalso la linea di Fedele Confalonieri, che proprio ieri ha definito “ottima” la decisione dell’amico Silvio. Fidel ha persuaso pure l’eminenza azzurrina Gianni Letta e non ha faticato – perché i due non litigano mai, giurano – a convincere il terzo abituale commensale dei vertici di Arcore, il senatore Adriano Galliani.

Il partito di Mediaset, il partito-azienda, applica sempre lo stesso schema: occorre intrattenere cordiali rapporti con Palazzo Chigi per non temere ritorsioni o svantaggi. Come spesso ricordano dal Biscione, l’unico esecutivo ostile risale al ’96, al primo mandato di Romano Prodi. Poi venne Massimo D’Alema e il riconoscimento pubblico dell’importanza di Mediaset. Berlusconi ha con Salvini un patto di supporto condizionato: l’astensione parlamentare, o “l’astensione benevola” come la chiama il governatore Giovanni Toti, vale finché il leghista garantisce l’ex Cavaliere presso i 5 Stelle. Vuol dire alleanza salda nei territori e sostegno (benevolo?) all’impero mediatico di Berlusconi.

Siccome il capo di Forza Italia diffida di Salvini e Di Maio, spera che a Palazzo Chigi e nei ministeri principali – Tesoro, Giustizia, Sviluppo – siano indicate personalità che non respingano le telefonate dell’emissario Gianni Letta. Berlusconi non può permettersi di non contare nel prossimo governo. Va rammentato, a sostegno di tale tesi, che la parabola discendente del renzismo – e dunque anche dell’influenza berlusconiana sull’esecutivo – ha coinciso con l’assalto in Borsa dei francesi di Vivendi ai danni di Mediaset. I francesi sono stati appena scacciati (o quasi) dall’attuale governo, che ha spinto Cassa depositi e prestiti a irrobustire Elliott nell’assemblea di Telecom vinta per un’inezia dal fondo Usa contro l’ammaccato Vincent Bolloré, azionista di punta della compagnia telefonica e con una quota in parte congelata nel Biscione.

L’accrocco del centrodestra cammina sospeso su un filo molto sottile, e Salvini lo sa. Il doppio gioco di Berlusconi significa proiettare le ombre sull’esecutivo e le mani sulle commissioni parlamentari e, soprattutto, su quelle bicamerali che per prassi spettano all’opposizione. Forza Italia ambisce, tra l’altro, alle presidenze di Vigilanza Rai, Copasir (servizi segreti) e Antimafia. E anche, per esempio, alla commissione Industria e Turismo di palazzo Madama dove sarà assegnato il senatore Galliani.

Qui le manovre di Forza Italia cozzano con quelle dei renziani. Il Pd ha prenotato il Copasir da tempo, il ministro Luca Lotti aspira con scarse possibilità e, comunque, i renziani ci tengono assai. Tanto che l’ex premier aveva pronto il piano di riserva: Lorenzo Guerini. Renzi proprio sul Copasir sta trattando già con Berlusconi: per ora sembra avere la peggio. La trattativa non può che coinvolgere pure il Cda Rai, da rinnovare entro il 30 giugno: il Tesoro nomina l’amministratore delegato, il Parlamento quattro consiglieri, il presidente deve ottenere i due terzi in Vigilanza. Sarà l’apoteosi dell’equilibrismo politico, perché il centrodestra e i pentastellati, se desiderano forzare, possono conquistare l’intera Viale Mazzini. Forza Italia, dal canto suo, può rinunciare alla Vigilanza Rai, indebolita dalla riforma del governo Renzi e cederla al Nazareno. Altro appuntamento fondamentale è Cdp: Lega e M5S hanno un programma condiviso per affrontare l’assemblea della società, prima convocazione il 23 maggio e seconda il 20 giugno. Il presidente (Costamagna è in uscita) spetta alle Fondazioni, mentre il ruolo di amministratore delegato e direttore generale – oggi incarnato da Fabio Gallia, ormai un ex – può essere scorporato: così sarà più semplice gestire la Cassa e pure farlo da bravi alleati, una poltrona per ciascuno.

M5S-Lega: un premier terzo. Ma su chi sarà già litigano

Prima sono sorrisi e abbracci, per la festa della liberazione: “Alla fine ce l’abbiamo fatta, Berlusconi ha ceduto”. Ma poi Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, numero uno e numero due della Lega, si fanno seri e si rivolgono a Luigi Di Maio: “Ci assicuri di aver davvero rinunciato a Palazzo Chigi?”. E lui, il capo dei Cinque Stelle, non si scompone: “Lo avevo già detto domenica in tv e l’ho ripetuto mercoledì sera, il mio passo indietro rimane”.

In poche scene, il rapporto tra Carroccio e Movimento. Corrono verso un governo assieme, ma nel contempo duellano in un clima di sospetti incrociati sul nome del presidente del Consiglio. Un tecnico, quasi certamente. O meglio, “un nome terzo, che rappresenti quanto scritto nel contratto di governo” conferma a Porta a Porta Vincenzo Spadafora, deputato M5S e responsabile relazioni istituzionali di Di Maio. E l’identikit, spiegano, è quello di “una persona con sensibilità politica, un alto funzionario della pubblica amministrazione”. Così, salvo sorprese, esce di scena Giorgetti. Pronto però a prendere il ministero dell’Economia, se il Quirinale darà il via libera. E sono questioni decisive.

Perché, certo, “prima i temi”, ripetono dal M5S, dove definiscono positiva oltre le aspettative la riunione pomeridiana di ieri sui punti per il contratto di governo con la Lega. Però sul premier, e quindi sui ministri, è lotta di posizione. Evidente anche nell’incontro di ieri mattina tra i leader, nell’ufficio di Di Maio, dove accanto all’ormai ex candidato premier c’è Spadafora.

Riunione breve e cordiale, nella quale nessuno fa un vero nome per Palazzo Chigi, per non scoprire le carte. Si concorda di chiudere la prima bozza di contratto di governo per domenica. Ma quella casella rimane il tema. Perché Giorgetti, assicurano i 5Stelle, si è rifiutato di occuparla. Ma dal Carroccio rispondono che anche dal M5S hanno fatto una controproposta pepata: “Perché a questo punto non Salvini?”. Ma anche il leader della Lega si è tirato fuori. Per questo mercoledì, quando ha letto di una possibile staffetta a Palazzo Chigi con Di Maio, si è agitato. E ieri ha chiesto al grillino l’impegno a non riprovarci, seguito dall’intesa sul tecnico terzo. Ma non sarà una formalità. Perché il Movimento teme che Salvini li metta di fronte a nomi difficili da accettare. Rendendo la partita complicata.

Non a caso, per cautelarsi, i 5Stelle vorrebbero che Di Maio e il leghista facessero parte del governo. Non tanto come vicepremier di un presidente “tecnico”, che pure è un’opzione, ma come ministri con deleghe pesanti: e Di Maio per sè vorrebbe il Viminale.

Salvini è freddo all’idea, però dal M5S insistono. E giurano: “Non ci sarà neppure un ministro riconducibile a Berlusconi”. Intanto qualche nome circola. Alfonso Bonafede, dimaiano di ferro, potrebbe restare il nome per la Giustizia, come voleva il capo. Mentre Laura Castelli, deputata che cura i dossier economici per il leader, è data come viceministro all’Economia. E anche Spadafora è in piena corsa per un ministero, quello per la Famiglia.

Per gli Esteri invece si parla di Guglielmo Picchi, deputato della Lega che ha organizzato l’incontro tra Salvini e Trump (due legislature fa era in Forza Italia). “Ma nel dettaglio di nomi non si è parlato” assicurano. E in buona sostanza è vero. Però la certezza è che peserà, tanto, il parere del Colle. Il discorso di ieri di Sergio Mattarella, che da Fiesole ha difeso la Ue esortando a sottrarsi “alla narrativa sovranista”, è stato naturalmente notato come un avviso ai partiti del governo prossimo.

A cui dal Quirinale hanno raccomandato cautela sui nomi per Economia, Esteri, Interno e Difesa. Però bisogna sbrigarsi. Domani pomeriggio è prevista una nuova riunione per scrivere il contratto di governo. E per lunedì, M5S e Lega contano di comunicare al Quirinale i punti di programma e il nome del premier. Poi, nel giro di qualche giorno, arriveranno i ministri. Spadafora semina ottimismo: “Il governo potrà giurare entro la fine della prossima settimana”. Ma prima serve l’accordo. Su tante cose.

E adesso il Pd litiga sui pop corn di Renzi Martina: “Non li amo”

Nel Pd si aspettano con ansia le Comunali e nel frattempo si litiga. Si vota il 10 giugno, con la speranza che gli ex elettori di centrosinistra passati al M5S inizino a tornare “a casa” ma anche con il crescente timore che la nascente alleanza di governo tra M5S e Lega si trasformi nei ballottaggi in un asse di fatto, che annullerebbe le chance dei candidati Dem. Perciò tra i “governisti”, che avrebbero voluto aprire un tavolo con il M5S, c’è chi recrimina: “I nostri sindaci speravano tutti in un accordo a Roma”.

Nel Pd, spettatore delle trattative per l’esecutivo giallo-verde, restano scorie e tensioni: “Dobbiamo passare presto alla proposta alternativa. Altro che ‘stare a guardare con i pop corn in mano’”, avverte il reggente Maurizio Martina. “A me non piacciono i pop corn, sono preoccupatissimo dai sovranisti”, dice Andrea Orlando. Il riferimento è all’entusiasmo attribuito a Matteo Renzi (che però in serata fa smentire) per lo “spettacolo” di un governo populista alle prese con enormi promesse da mantenere. “C’è chi invece di unire usa frasi non dette per dividere e fare polemica”, replica a Martina la renziana Anna Ascani.

Come possono agire

Commissionidi garanzia (Vigilanza, Copasir, Antimafia, etc): il M5S le lascerà a Forza Italia per averne “l’astensione benevola”?

Conflitto di interessi Riforma della legge Frattini o si fa finta di niente?

Corruzione Rimane nel programma l’introduzione dell’agente provocatore e la possibilità di usare le intercettazioni?

Prescrizione Verrà congelata al momento in cui inizia il processo?

Rai e tv Partiti fuori da Viale Mazzini o la solita logica spartitoria? Verrà cambiata la legge Gasparri scritta per Mediaset?

Evasione Lotta dura e pene più severe o il condannato per frode fiscale imporrà lo stop?

Csm Resta all’ordine del giorno una riforma che tolga potere a correnti e partiti?

Cosa devono fare 5Stelle e Lega per tenere B. fuori dal governo

Ci sono misure che non hanno bisogno di coperture finanziarie, ma soltanto di volontà politica. Si capirà presto se il governo Cinque Stelle-Lega riuscirà a offrire il “cambiamento” o se sarà ostaggio di Silvio Berlusconi, socio occulto della maggioranza con l’astensione promessa da parte di Forza Italia. Ecco 10 punti su cui si misurerà la coerenza dei Cinque Stelle e la loro autonomia dall’ex-Cavaliere.

 

COMMISSIONI. Andranno ai berlusconiani le “commissioni di garanzia”? Quella di Vigilanza sulla Rai, il Copasir che controlla i Servizi segreti, l’Antimafia. L’asse Lega-M5S sceglierà persone autorevoli e autonome, anche fuori dalla maggioranza, o consegnerà quei posti ai forzisti in cambio dell’astensione?

 

CONFLITTO D’INTERESSI. Il punto che più di ogni altro misurerà l’autonomia del nuovo esecutivo da Berlusconi è quello del conflitto d’interessi. I Cinque Stelle hanno promesso di modificare la legge Frattini del 2004, sarà conflitto d’interessi ogni “interferenza tra un interesse pubblico e un altro interesse, pubblico o privato, che possa influenzare l’esercizio di una funzione pubblica”, anche senza vantaggio economico. Prevarrà questa linea che, con l’estensione dell’incompatibilità eviterebbe nuovi casi Berlusconi (ma anche Boschi-Etruria) o le rassicurazioni del neo-deputato M5S Emilio Carelli (“Non siamo contro Mediaset”)?

Csm. Basta con le spartizioni tra correnti (e tra partiti): nel programma dei Cinque Stelle i membri di nomina parlamentare del Consiglio superiore della magistratura vengono scelti per sorteggio tra una rosa che non può includere ex politici in carica nell’ultimo decennio. Anche i togati vengono prima sorteggiati e poi votati.

 

CORRUZIONE. Niente irrita i berlusconiani come l’idea di usare anche per i reati di corruzione agenti sotto copertura che già possono essere usati nelle inchieste sulla droga. I Cinque Stelle saranno coerenti con la promessa di introdurlo?

 

EVASORI. La lotta all’evasione è argomento sensibile per Berlusconi, fuori dal Parlamento proprio per una condanna per frode fiscale. A gennaio Matteo Salvini proponeva: “Galera per gli evasori”, ma solo con la Flat Tax. Nel programma la Lega prevede anche un mega-condono per chi ha contenziosi con Equitalia. I Cinque Stelle credono che “il cittadino è onesto fino a prova contraria” e vogliono abolire gli studi di settore (come la Lega). Quale linea prevarrà?

 

INTERCETTAZIONI. Il 12 luglio entra in vigore una riforma della disciplina sulle intercettazioni telefoniche: come denunciano magistrati, avvocati e giornalisti le nuove restrizioni indeboliranno i diritti della difesa senza garantire la privacy. Il governo M5S-Lega recepirà la richiesta trasversale di rinviare l’applicazione della norma per modificarla?

 

PRESCRIZIONE. I Cinque Stelle vogliono che i tempi della prescrizione si fermino “dal momento dell’inizio del processo (ovvero con l’assunzione della qualità di imputato)”. Quanto di più lontano dalle riforme del ventennio berlusconiano.

 

RAI. Luigi Di Maio ha promesso “il totale distacco dei partiti dalla Rai”. Per una legge di riforma (con sorteggio dei membri del cda e voto successivo) ci vorrà tempo. Ma si capirà subito a fine giugno se il rinnovo del cda avverrà secondo le tradizionali logiche di spartizione.

 

SVUOTACARCERI. Le nuove commissioni Giustizia di Camera e Senato devono discutere i decreti legislativi della riforma dell’ordinamento penitenziario che permette la possibilità di richiedere misure alternative al carcere anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni. La delega concessa al governo per emanare decreti scade il 3 agosto. Il M5S, da sempre contrario, fermerà i decreti o ne favorirà l’approvazione, come ha provato a fare Roberto Fico da presidente della Camera?

 

TELEVISIONI. Il governo rivedrà la legge Gasparri sulla concentrazione delle proprietà editoriali e sui limiti agli introiti pubblicitari? La norma è fatta su misura per Mediaset.

 

VOTO DI SCAMBIO. Il M5S vuole poter applicare le misure repressive previste per i reati di mafia (agenti sotto copertura, intercettazioni, sequestri) anche alle indagini sulle organizzazioni che si reggono “sulla sistematica attività corruttiva del sistema pubblico-politico-privato”. Inaccettabile per Forza Italia.

Lo choc di Macron, che è pieno di idee

Il tono è marziale: non bisogna essere deboli, non bisogna dividersi, bisogna agire hic et nunc. Credere, obbedire, combattere. Emmanuel Macron ad Aquisgrana riceve il Premio Carlo Magno dalle mani di Angela Merkel ed è più categorico (nel senso di “imperativo categorico”) che mai: “Abbiamo visto la Brexit, le elezioni in Italia…”, che choc! E allora “dobbiamo agire”: i nazionalisti “sono determinati” e dunque “chi vuole l’Europa deve essere altrettanto forte e deciso”. Sotto con le riforme di questo e di quello, dal bilancio Ue all’assetto istituzionale giù giù fino al meccanismo decisionale dei 27: ”Non possiamo sempre aspettare tutti”. E pure la Germania deve darsi una regolata: “Non abbia il feticcio del surplus di bilancio e di quello commerciale, perché questo va a spese degli altri”. Applausi. Cori di “certo!”, “come no!”. Angela Merkel, lì accanto, sorride: ha appena firmato un bilancio con gli alleati socialdemocratici che è basato proprio sul “feticcio” dei surplus di bilancio (deflazione interna) e commerciale (export-led growth, una crescita basata sulle esportazioni, cioè sui soldi degli altri). E pure sul resto, sì, per carità, parliamone…. Allora si toglie d’impaccio così: “Sei pieno di idee”, dice all’energico giovinotto. Come dire: bravo, bravo davvero… adesso però calmati eh… tutta questa eccitazione non ti fa bene.

“Il collante dei giallo-verdi è il populismo”

“Per capire la natura del populismo, dobbiamo riconoscere che è sia democratico sia illiberale, che cerca cioè di esprimere le frustrazioni della gente, da un lato, e di indebolire le istituzioni liberali, dall’altro”. Yascha Mounk ha 36 anni, è nato a Monaco, è cresciuto (anche) in Italia, insegna Teoria politica ad Harvard. Feltrinelli ha appena pubblicato in italiano il suo ultimo libro Popolo vs Democrazia – dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, che tanto ha fatto discutere nell’edizione in inglese.

Professor Mounk, quella che si accinge a governare l’Italia è una coalizione populista?

Sì, è una versione postmoderna dell’alleanza rosso-bruna, che qua è giallo-verde: campi ideologici opposti uniti dalla loro natura populista. Il pensiero populista è più importante dell’ideologia.

Qual è la sua definizione di populismo?

È l’idea che tutto il sistema politico è corrotto e la politica è semplice, se chi governa lo fa in nome del popolo tutti i problemi si possono risolvere. Se invece perdurano è soltanto perché le élite al potere non si curano del popolo e dunque sono illegittime.

Anche Silvio Berlusconi, che avalla la coalizione dall’esterno, è un populista?

È stato il primo dei populisti in Italia, ma più per motivi personali che ideologici: poiché era sempre in pericolo di andare in carcere, attaccava le istituzioni della Repubblica per difendersi. Ma gli attacchi si fermavano lì dove serviva a lui. Infatti le sue politiche erano pro-europee e ambivalenti verso gli immigrati. Ora vediamo un populismo più duro, più istituzionale. E, nel caso della Lega, sulla base di un’ideologia che mette a rischio i diritti delle minoranze, a cominciare dagli immigranti.

Quando i populisti arrivano al potere o si normalizzano, come sembrano fare i Cinque Stelle, o rendono la democrazia illiberale, come lei avverte nel suo libro. In Italia quale sarà l’esito?

C’è sempre la speranza che alla fine i populisti diventino più moderati, oppure meno popolari, se non riescono a realizzare tutte le loro promesse. Se si guarda alle esperienze populiste in altre parti del mondo, però, non è andata così: solo una minoranza di governi populisti è stata sconfitta in modo democratico alle urne. Gli altri sono risultati popolari, oppure hanno distrutto da dentro la democrazia, come in Ungheria dove la stampa e la magistratura non sono più libere.

E in Italia?

C’è la possibilità che Cinque Stelle e Lega formino governi moderati, normali, ma è plausibile anche l’esito opposto. Una volta al governo non potranno più scaricare la responsabilità di tutti i problemi sull’élite al potere, perché al potere ci sono loro. E c’è il rischio che la colpa venga dirottata sulla stampa, sugli immigrati, sull’Europa…

Il Pd doveva allearsi con il M5S?

In Germania si è discusso molto se i socialdemocratici dovessero entrare nella grande coalizione con la Merkel. Entrare nel governo significa perdere consensi e rafforzare i populisti, non entrarci implica andare alle elezioni e vedere i populisti rafforzarsi.

Il collante tra i vari populismi, in Italia e non solo, sembra essere l’ostilità all’Unione europea.

L’esistenza di un governo post-democratico o pre-dittatoriale in Ungheria è un problema sottovalutato, anche in Italia. Come si può chiedere agli italiani o ai tedeschi di condividere sovranità con un proto-dittatore come Viktor Orbàn? La crescita di queste spinte autoritarie in Ungheria o Polonia è un problema esistenziale per l’Unione europea più serio che la Brexit.

Il Colle “avverte” Salvini contro i ministri sovranisti

Il populista buono, Luigi Di Maio, sempre azzimato e dalla postura rigida. Il populista cattivo, Matteo Salvini, con la barba e l’ultimo bottone della camicia aperto, nonostante la cravatta. In oltre due mesi, al Quirinale, il capo dello Stato nel suo esercizio maieutico ha avuto un occhio di riguardo per il leader politico dei Cinquestelle. Come se gli avesse impartito un corso ad personam per istituzionalizzarlo e alzare quindi la sua soglia di affidabilità, a partire dalla conversione europeista e atlantica. Non solo, Sergio Mattarella ha pure nutrito la speranza che queste “lezioni” portassero Di Maio verso un governo neutrale. Invano.

Ma questo accadeva ieri. 

Oggi che la trattativa tra Lega e Cinquestelle ha cominciato il suo cammino, le riflessioni del presidente della Repubblica si rivolgono soprattutto al populista cattivo, immune da suggerimenti e consigli istituzionali. E che pertanto diventa il destinatario principale del discorso che ieri Mattarella ha tenuto a Firenze a un appuntamento europeo, la conferenza “The State of the Union 2018, solidarietà in Europa”.

Il passaggio cruciale pianta paletti ben precisi attorno al primo laboratorio populista nel cuore dell’Europa occidentale: “Occorre partire per avviare una riscoperta dell’Europa come di ‘un grande disegno’ sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione”.

“Narrativa sovranista”.

“Soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili”.

Certo, un appuntamento in agenda da tempo. Ma che ha consentito al presidente della Repubblica di aggiornare il testo con gli ultimi sviluppi della situazione italiana. In pratica, il Colle tratteggia il perimetro dell’esperimento in corso. E lo fa, attenzione, sempre richiamandosi al dettato costituzionale sul rispetto dei trattati internazionali, di cui fanno parte la difesa dell’euro e dell’impianto europeista.

Una vera e propria guida per poi vagliare il programma e la lista dei ministri che Di Maio e Salvini probabilmente gli indicheranno. Ché è sempre la Costituzione, l’articolo 92, che dà al capo dello Stato il potere di “nominare” i ministri, su proposta del presidente del Consiglio.

Ovviamente, la lente del Quirinale scruterà in particolare i nomi incasellati all’Interno, all’Economia, alla Difesa, agli Esteri e alla Giustizia.

Il rischio è quello trapelato più di una volta dal Colle in queste settimane: le inclinazioni sovraniste della Lega di Salvini, che applaude spesso l’ungherese Orbán, la francese Le Pen, il russo Putin. Una miscela che qualche preoccupazione, per usare un eufemismo, la desta, in maniera oggettiva. In ogni caso, Mattarella sarà un arbitro e farà solo ciò che gli consente la Costituzione, come prima di lui hanno fatto già Scalfaro (il berlusconiano Previti che voleva andare alla Giustizia) o Napolitano, che scelse Gentiloni agli Esteri anziché Quartapelle e Orlando alla Giustizia al posto di Gratteri.

Sui tempi per un eventuale governo le date dovrebbero essere queste. Domenica i due leader dovrebbero comunicare l’esito delle trattative iniziate ieri.

In caso di risposta positiva, non è escluso che tra lunedì e martedì il presidente non svolga un quarto e veloce giro di consultazioni. Stavolta per capire la posizione di tutti i partiti sul governo che sta per nascere.

In quell’occasione, Mattarella chiederà anche a Silvio Berlusconi la conferma del passo di lato, dopo la “storica” nota di mercoledì sera. E chissà se i tre della coalizione di centrodestra saliranno insieme.

A quel punto poi ci sarà l’incarico al premier indicato da Lega e M5S, la lista dei ministri, il giuramento e la fiducia in Parlamento. Facendo professioni di ottimismo, la prossima settimana dovrebbe chiudersi tutto.

Andate al cinema

“Dove abbiamo sbagliato?”, domanda la donna di Tarantini a Gianpi, uscito a mani vuote da un festino a Villa Certosa. E lui risponde: “Abbiamo pensato di essere più furbi di Loro”. Ecco, se a Di Maio e Salvini avanza un po’ di tempo nelle trattative di governo, si (e ci) farebbero un gran regalo andando a vedere Loro 2 di Paolo Sorrentino. È, se possibile, ancor più bello ed efficace di Loro 1 perché ha tutto ciò che si può chiedere a un film: gli odori e i colori, i sapori e i suoni, i sogni e gli incubi, la memoria urticante e l’attualità coraggiosa del mondo decadente e decaduto che nessun film aveva mai osato raccontare. Un film che, senz’alcuna pretesa didattica e impegnata, insegna molto più di tante pellicole engagé. Bastano tre dialoghi a giustificare il prezzo del biglietto. Il primo è quello tra B. ed Ennio Doris (anche lui interpretato da Millefacce Servillo) sulla compravendita di sei senatori per rovesciare Prodi e a riportare il Caimano al potere: “L’altruismo – dice il socio assicuratore – è il miglior modo per essere egoisti”. Il secondo è la telefonata del grande piazzista che si allena al mercato delle vacche spacciandosi per un agente immobiliare con un’anonima pensionata, scelta a caso sull’elenco telefonico, e la convince a fare l’ultima cosa che vorrebbe: comprare una casa (“Io sono l’angelo della notte venuto a regalarle un sogno, perché conosco il copione della vita”).

Il terzo è il lungo commiato del vecchio puttaniere, reduce dal compleanno di Noemi Letizia in quel di Casoria mentre tutti lo aspettavano all’Onu, dalla moglie Veronica (una Ricci al top assoluto), che smonta a una a una le sue balle di repertorio, perché con lei – almeno con lei – non attaccano. Lui piagnucola per gli attacchi della sinistra, e lei: “La sinistra a te ti ha solo graziato, questa è la sua più grande colpa”. Lui vanta i trionfi di grande imprenditore self made man, e lei: “Non c’è alcuna abilità nel barare per tutta la vita e nel sopravvivere grazie a Craxi e a tanti delinquenti, tutti finiti in carcere”. Lui millanta di aver iniziato col gruzzolo ereditato dal padre, e lei gli sbatte in faccia i “113 miliardi di lire che non hai mai detto da dove sono saltati fuori”. Lui vaneggia di rivoluzione liberale, lei paragona la sua carriera politica a “un vecchio film di Totò e Peppino, versione antica che tu credi moderna”. Il che rende ancor più paradossale il terzo giuramento da premier, il solenne impegno a “esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Poi ci sono le ragazze. Quella di 20 anni che lo respinge a letto perché “è patetico e ha l’alito di mio nonno: un alito da vecchio”.

Le attricette cagne raccomandate per le fiction (ovviamente Rai). L’olgettina che lo guarda estasiata perché “solo di servitù darà da vivere a diecimila persone”. E forse esagera per difetto. Il contrappunto a quell’orgia di tette e culi senza testa è la vecchina che ha perso tutto nel terremoto de L’Aquila, liquidata con la promessa di una new town antisismica (“Sono alto 1 metro e 70: moltiplicate per 4 ed ecco il vostro nuovo soggiorno!”) e di una nuova dentiera. Siccome passano gli anni ma Lui è sempre Lui, Loro sempre Loro e Noi sempre Noi, non guasterà se gli aspiranti governanti prenderanno appunti su ciò che non va mai dimenticato dell’eterno Caimano double face: vecchio-giovane, crepuscolare-vitale, sconfitto-vincente, allegro-triste, venditore-compratore, ricattatore-ricattato, gaudente-dolente, cacciatore-preda, bugiardo-sincero, morto-risorto. Quando piange, sta ridendo. Quando ride, sta piangendo. E, mentre chiagne, fotte: “I miei nemici non riescono a mettermi a fuoco: pensano che sia tutto complesso, invece è tutto semplice”.

Quella di Sorrentino, che non poteva né volerlo né prevederlo, diventa una lezione per questi giorni confusi, per questo governo ambiguo, avvolto da fumisterie linguistiche e ossimori logici, tipo “astensione critica” e “opposizione benevola”. Eppure non c’è nulla di complesso: la verità – per chi la sa vedere – è semplice. Il governo 5Stelle-Lega non è illegittimo: riunisce i due partiti più premiati dagli elettori. E non è neppure pericoloso: non ci annetterà alla Russia di Putin, non attenterà alla Costituzione (diversamente dalla Bicamerale D’Alema e dai governi B., Letta e Renzi) e non sterminerà i migranti (la Lega governa da anni le più grandi regioni del Nord, ora malissimo, ora benino, e lì gli stranieri sono più integrati che in tante regioni a guida Pd). Il rischio vero è che parta col freno a mano tirato e non faccia ciò che serve per cambiare l’Italia. Quel freno sono i veti che B. imporrà, per interposto Salvini, se non si chiarirà subito un equivoco che può diventare una trappola: come può il centrodestra Lega-FI-FdI restare unito con Salvini leader se solo il primo partito sta dentro e gli altri due stanno fuori o contro? Chi rappresenta Salvini nel governo col M5S: solo la Lega, o tutto il centrodestra, cioè soprattutto B.? Noi lo giudicheremo come abbiamo fatto con gli altri: non dal colore giallo-verde, ma dalle cose che farà e soprattutto da quelle che non farà. “Non importa – dice Confucio – se il gatto sia bianco o nero, purché prenda il topo”. Ma, senza una rottura fra Salvini e B., questo governo di topi rischia di acchiapparne pochi, o di prendere quelli sbagliati. Perciò, non per il loro bene ma per il nostro, oggi ricordiamo ai 5Stelle i 10 punti irrinunciabili per essere certi che B. sia davvero fuori, e non nascosto sotto la felpa di Salvini. Sono tutte promesse fatte agli elettori, per giunta a costo zero (se non addirittura a saldo attivo). Se dovessero sparire o evaporare, dovremmo dedurne che Salvini e Di Maio nascondono un convitato di pietra. E s’illudono, come Gianpi, di essere più furbi di Lui.

Il “Fatto” al Lingotto: da Travaglio a Scanzi

Anche il Fatto Quotidiano sarà al Salone del Libro di Torino con la sua casa editrice, PaperFirst al Padiglione 2, stand J05.

Domani 11 maggio, da “Renzusconi” alla “Terza Repubblica”, incontro con Andrea Scanzi (ore 18, Sala Gialla) in occasione della pubblicazione del suo libro. Intervengono: Silvia Truzzi e Antonio Padellaro. Coordina: Marco Lillo.

Sabato 12 maggio, “Rivoluzione Youtuber” (ore 17:30, Arena Bookstock), incontro con Andrea Amato e Matteo Maffucci. Interviene: Eugenio Scotto, con Gordon e Leonardo Decarli.

Domenica13 maggio, incontro con Marco Travaglio (ore 16, Sala Gialla), autore di B come Basta!