Silvio Berlusconi non va al governo con la Lega di Salvini e i Cinque Stelle, però non va neanche all’opposizione, sta un po’ di qua con la nuova coppia di potere e un po’ di là col potere che viene assegnato – anche in termini di poltrone – a un partito di minoranza. Ancora una volta, seppur nel proscenio e non sul palcoscenico, l’ex Cavaliere ha ricavato il massimo per sé da una posizione di debolezza: il voto anticipato, a fine settembre o addirittura in piena estate, avrebbe sancito la tumulazione ufficiale di Forza Italia o la decomposizione dei gruppi parlamentari. Ha prevalso la linea di Fedele Confalonieri, che proprio ieri ha definito “ottima” la decisione dell’amico Silvio. Fidel ha persuaso pure l’eminenza azzurrina Gianni Letta e non ha faticato – perché i due non litigano mai, giurano – a convincere il terzo abituale commensale dei vertici di Arcore, il senatore Adriano Galliani.
Il partito di Mediaset, il partito-azienda, applica sempre lo stesso schema: occorre intrattenere cordiali rapporti con Palazzo Chigi per non temere ritorsioni o svantaggi. Come spesso ricordano dal Biscione, l’unico esecutivo ostile risale al ’96, al primo mandato di Romano Prodi. Poi venne Massimo D’Alema e il riconoscimento pubblico dell’importanza di Mediaset. Berlusconi ha con Salvini un patto di supporto condizionato: l’astensione parlamentare, o “l’astensione benevola” come la chiama il governatore Giovanni Toti, vale finché il leghista garantisce l’ex Cavaliere presso i 5 Stelle. Vuol dire alleanza salda nei territori e sostegno (benevolo?) all’impero mediatico di Berlusconi.
Siccome il capo di Forza Italia diffida di Salvini e Di Maio, spera che a Palazzo Chigi e nei ministeri principali – Tesoro, Giustizia, Sviluppo – siano indicate personalità che non respingano le telefonate dell’emissario Gianni Letta. Berlusconi non può permettersi di non contare nel prossimo governo. Va rammentato, a sostegno di tale tesi, che la parabola discendente del renzismo – e dunque anche dell’influenza berlusconiana sull’esecutivo – ha coinciso con l’assalto in Borsa dei francesi di Vivendi ai danni di Mediaset. I francesi sono stati appena scacciati (o quasi) dall’attuale governo, che ha spinto Cassa depositi e prestiti a irrobustire Elliott nell’assemblea di Telecom vinta per un’inezia dal fondo Usa contro l’ammaccato Vincent Bolloré, azionista di punta della compagnia telefonica e con una quota in parte congelata nel Biscione.
L’accrocco del centrodestra cammina sospeso su un filo molto sottile, e Salvini lo sa. Il doppio gioco di Berlusconi significa proiettare le ombre sull’esecutivo e le mani sulle commissioni parlamentari e, soprattutto, su quelle bicamerali che per prassi spettano all’opposizione. Forza Italia ambisce, tra l’altro, alle presidenze di Vigilanza Rai, Copasir (servizi segreti) e Antimafia. E anche, per esempio, alla commissione Industria e Turismo di palazzo Madama dove sarà assegnato il senatore Galliani.
Qui le manovre di Forza Italia cozzano con quelle dei renziani. Il Pd ha prenotato il Copasir da tempo, il ministro Luca Lotti aspira con scarse possibilità e, comunque, i renziani ci tengono assai. Tanto che l’ex premier aveva pronto il piano di riserva: Lorenzo Guerini. Renzi proprio sul Copasir sta trattando già con Berlusconi: per ora sembra avere la peggio. La trattativa non può che coinvolgere pure il Cda Rai, da rinnovare entro il 30 giugno: il Tesoro nomina l’amministratore delegato, il Parlamento quattro consiglieri, il presidente deve ottenere i due terzi in Vigilanza. Sarà l’apoteosi dell’equilibrismo politico, perché il centrodestra e i pentastellati, se desiderano forzare, possono conquistare l’intera Viale Mazzini. Forza Italia, dal canto suo, può rinunciare alla Vigilanza Rai, indebolita dalla riforma del governo Renzi e cederla al Nazareno. Altro appuntamento fondamentale è Cdp: Lega e M5S hanno un programma condiviso per affrontare l’assemblea della società, prima convocazione il 23 maggio e seconda il 20 giugno. Il presidente (Costamagna è in uscita) spetta alle Fondazioni, mentre il ruolo di amministratore delegato e direttore generale – oggi incarnato da Fabio Gallia, ormai un ex – può essere scorporato: così sarà più semplice gestire la Cassa e pure farlo da bravi alleati, una poltrona per ciascuno.