Ese il divieto di selfie nascesse da una Cannes bruttina? Macerie fronte Montée des Marches, film sbilenchi, imbarazzi plurimi. Partiamo da Martin Scorsese, lui medesimo. Preso in prestito dal delegato generale Thierry Fremaux e il presidente Pierre Lescure per aprire la 71ª edizione, in realtà, è sulla Croisette per la 50ª edizione della parallela Quinzaine des Réalisateurs, che l’ha insignito della Carrosse d’Or.
Scorsese ha paragonato il suo Mean Streets, “una commedia ma anche un incubo”, a Mother! di Darren Aronofsky, che è “ugualmente buffo e spaventoso”, ha rivelato di “essere stato gettato in una profonda agitazione, scoprendo come la gente che definiamo cattiva avesse in sé del bene”, e ribadito di sentirsi figlio di Elia Kazan e John Ford.
Sopra tutto, lascia a Fremaux e compagni un bella rogna: che succederà l’anno prossimo, allorché avrà ultimato il suo attesissimo The Irishman, interpretato da De Niro, Pacino, Pesci e prodotto da Netflix, che qui è società non grata tanto da essere bandita dal Concorso?
Strapaesana la cerimonia, anche il titolo inaugurale, Everybody Knows dell’iraniano Asghar Farhadi, non pecca di esotismo, sarà che è girato in Spagna, sarà che noi italiani l’abbiamo già visto a pezzi ne Il Segreto, Un posto al sole e I Cesaroni. Fotografia smarmellata come imporrebbe il René Ferretti di Boris, attori ai minimi, melodramma e colpi di scena in saldo, nel giallo formato famiglia non funziona quasi nulla, e da siffatto regista premio Oscar, Una separazione (2012), non era lecito aspettarselo: per fortuna, con la pasionaria Blanchett a giudicare e il #MeToo imperante, i protagonisti Javier Bardem e Penelope Cruz hanno assicurato di aver avuto la stessa paga, giacché un gender pay gap, per di più tra marito e moglie, in esergo avrebbe mandato al tappeto Palais e burattini. Rimane, però, che la Croisette non azzecca un’ouverture da tempo immemore: Il grande Gatsby nel 2013; Grace di Monaco nel 2014; A testa alta della carneade Bercot, preferita a Mad Max: Fury Road, nel 2015; Café Society di Allen nel 2016, l’anno scorso il Desplechin dei Fantasmi d’Ismaele, mentre Venezia collezionava opening da Oscar. Non completamente soddisfacente pure il prologo di Un Certain Regard, affidato al talento di Sergei Loznitsa e al suo Donbass, un reportage di finzione tra ammazzatine, fake news e post-verità della guerra in Ucraina, dove bassa intensità e alto nonsense si tengono per mano: ottime cose, soprattutto agguati ed esplosioni, ma anche stracchezza e irresolutezza.
Doppio respiro di sollievo, viceversa, per Terry Gilliam: il regista britannico e il suo The Man Who Killed Don Quixote saranno a Cannes il 19 maggio per chiudere il festival, e non era affatto scontato. Il film, dalla gestazione lunghissima e travagliatissima, era appeso a una querelle legale col produttore Paulo Branco sciolta solo ieri e l’ex Monty Python, 77 anni, si trova ricoverato a Londra per un ictus non grave (ieri ha twittato di stare meglio): l’hashtag del caso è #QuixoteVive, Fremaux si spella le mani, “facciamo di questa vittoria una bella festa”, però per strada s’è persa la distribuzione americana, Amazon Studios.
Viceversa, il colosso di Jeff Bezos veicolerà il nuovo di Luca Guadagnino, il (non) remake horror Suspiria, in predicato per Venezia e Toronto: nelle nostre sale arriverà con Videa, che s’è assicurata pure The House that Jack Built di Lars von Trier.
Se oggi alla Quinzaine passa il primo titolo tricolore, La strada dei Samouni di Stefano Savona (e Simone Massi), la via italiana all’internazionalizzazione passa anche da Google Translator: al Marché True Colors vende Put Grandma in the Freezer, As Needed (Quanto basta), Blessed Madness di Carlo Verdone, Naple in Veils di Ferzan Ozpetek e, dulcis in fundo, Like a Cat on a Highway.
@fpontiggia1