Tanti divieti per nulla: aperture modeste e imbarazzo Scorsese

Ese il divieto di selfie nascesse da una Cannes bruttina? Macerie fronte Montée des Marches, film sbilenchi, imbarazzi plurimi. Partiamo da Martin Scorsese, lui medesimo. Preso in prestito dal delegato generale Thierry Fremaux e il presidente Pierre Lescure per aprire la 71ª edizione, in realtà, è sulla Croisette per la 50ª edizione della parallela Quinzaine des Réalisateurs, che l’ha insignito della Carrosse d’Or.

Scorsese ha paragonato il suo Mean Streets, “una commedia ma anche un incubo”, a Mother! di Darren Aronofsky, che è “ugualmente buffo e spaventoso”, ha rivelato di “essere stato gettato in una profonda agitazione, scoprendo come la gente che definiamo cattiva avesse in sé del bene”, e ribadito di sentirsi figlio di Elia Kazan e John Ford.

Sopra tutto, lascia a Fremaux e compagni un bella rogna: che succederà l’anno prossimo, allorché avrà ultimato il suo attesissimo The Irishman, interpretato da De Niro, Pacino, Pesci e prodotto da Netflix, che qui è società non grata tanto da essere bandita dal Concorso?

Strapaesana la cerimonia, anche il titolo inaugurale, Everybody Knows dell’iraniano Asghar Farhadi, non pecca di esotismo, sarà che è girato in Spagna, sarà che noi italiani l’abbiamo già visto a pezzi ne Il Segreto, Un posto al sole e I Cesaroni. Fotografia smarmellata come imporrebbe il René Ferretti di Boris, attori ai minimi, melodramma e colpi di scena in saldo, nel giallo formato famiglia non funziona quasi nulla, e da siffatto regista premio Oscar, Una separazione (2012), non era lecito aspettarselo: per fortuna, con la pasionaria Blanchett a giudicare e il #MeToo imperante, i protagonisti Javier Bardem e Penelope Cruz hanno assicurato di aver avuto la stessa paga, giacché un gender pay gap, per di più tra marito e moglie, in esergo avrebbe mandato al tappeto Palais e burattini. Rimane, però, che la Croisette non azzecca un’ouverture da tempo immemore: Il grande Gatsby nel 2013; Grace di Monaco nel 2014; A testa alta della carneade Bercot, preferita a Mad Max: Fury Road, nel 2015; Café Society di Allen nel 2016, l’anno scorso il Desplechin dei Fantasmi d’Ismaele, mentre Venezia collezionava opening da Oscar. Non completamente soddisfacente pure il prologo di Un Certain Regard, affidato al talento di Sergei Loznitsa e al suo Donbass, un reportage di finzione tra ammazzatine, fake news e post-verità della guerra in Ucraina, dove bassa intensità e alto nonsense si tengono per mano: ottime cose, soprattutto agguati ed esplosioni, ma anche stracchezza e irresolutezza.

Doppio respiro di sollievo, viceversa, per Terry Gilliam: il regista britannico e il suo The Man Who Killed Don Quixote saranno a Cannes il 19 maggio per chiudere il festival, e non era affatto scontato. Il film, dalla gestazione lunghissima e travagliatissima, era appeso a una querelle legale col produttore Paulo Branco sciolta solo ieri e l’ex Monty Python, 77 anni, si trova ricoverato a Londra per un ictus non grave (ieri ha twittato di stare meglio): l’hashtag del caso è #QuixoteVive, Fremaux si spella le mani, “facciamo di questa vittoria una bella festa”, però per strada s’è persa la distribuzione americana, Amazon Studios.

Viceversa, il colosso di Jeff Bezos veicolerà il nuovo di Luca Guadagnino, il (non) remake horror Suspiria, in predicato per Venezia e Toronto: nelle nostre sale arriverà con Videa, che s’è assicurata pure The House that Jack Built di Lars von Trier.

Se oggi alla Quinzaine passa il primo titolo tricolore, La strada dei Samouni di Stefano Savona (e Simone Massi), la via italiana all’internazionalizzazione passa anche da Google Translator: al Marché True Colors vende Put Grandma in the Freezer, As Needed (Quanto basta), Blessed Madness di Carlo Verdone, Naple in Veils di Ferzan Ozpetek e, dulcis in fundo, Like a Cat on a Highway.

@fpontiggia1

Torino, il Salone del futuro con lo spettro del passato

Il Salone del Libro di Torino comincia oggi la sua trentunesima avventura al Lingotto Fiere, declinato nel tema futuribile di “Un giorno, tutto questo” e con la Francia ospite d’onore. Lo fa con un’inaugurazione, stamattina, che sembra un blob di talk show un po’ offuscati. Ci saranno esponenti politici e istituzionali, insomma, associati nel vecchio e nel precario nuovo: come i ministri uscenti Valeria Fedeli e Dario Franceschini, e i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico e Maria Elisebetta Alberti Casellati.

Ma, quel che più conta, la gran sagra torinese cultural-popolare, da vero specchio delle contraddizioni italiane, parte sbandierando numeri da record dei record (più editori, più grandi ospiti, più tutto di tutto), portandosi dietro nello stesso tempo, come degno spettro dell’Amleto, il recentissimo passato.

Ed è un passato, quello della Fondazione per il libro, la musica e la cultura, ora in liquidazione, che generava il Salone, fatto di debiti notevoli (dai cinque agli otto milioni e più), di inchieste giudiziarie, di creditori alle porte e di dipendenti non pagati da mesi; e con incerti destini per il nuovo sodalizio pubblico-privato che dovrà prendersi in carico la manifestazione.

Eppure, di fronte a turbolenze del genere, a colpi di scena, a inanità politiche, il direttore editoriale, lo scrittore Nicola Lagioia e il suo staff hanno saputo resistere e lavorare bene, ponendosi nelle condizioni di surclassare quasi certamente, per il secondo anno consecutivo, i rivali milanesi di “Tempo di Libri”, la kermesse voluta dall’Associazione Italiana Editori su mandato delle “major”, sempre meneghine, del settore.

Si diceva che Torino ha le idee, ma Milano possiede i “danè”, i soldi. Tuttavia le cifre annunciate dai subalpini salonisti, invece, paiono smentirlo. Intanto una recente ricerca dell’Università di Torino ha stimato in circa 30 milioni di euro (dati dell’edizione 2017) la ricaduta economica che ha sulla città, e non solo, questa fiera che si tiene in un’ex fabbrica della Fiat, già tempio del fordismo e già ammirata da Piero Gobetti. Un indotto non da poco, che deve fare riflettere chi troppo presto aveva liquidato il Salone come agonizzante o defunto.

Poi gli organizzatori di Librolandia possono vantare, fin da adesso, cifre da capogiro. Oltre 1500 “eventi”, tra lezioni magistrali e incontri, con scrittrici, scrittori, intellettuali assortiti, cineasti e musicanti, scienziati e guitti, in quantità industriale. Il carnet dei vip annovera Javier Cercas (oggi la sua “lectio” sull’Europa) ed Edgar Morin, Herta Müller e Roberto Saviano, Almudena Grandes e Javier Marìas, Andrew Sean Greer, Roddy Doyle, Alicia Giménez Bartlett, Eduard Limonov, Pertros Markaris, e tantissini altri, italiani ed esteri, compresi Bernardo Bertolucci, Luca Guadagnino e persino Orietta Berti. Una folla parlante, questa, per dibattere di Aldo Moro e delle fiction tv, della legge Basaglia e del Maggio Francese, dei disastri della scuola italiana e del Premio Strega europeo, del mondo arabo e di Harry Potter, di Peppino Impastato e dell’Isis, del Pd di Piero Fassino (ahinoi) e degli chef di grido. Ecco un mare magnum consueto, e sicuramente più ricco del solito, che fa del Salone del Libro un unicum del postmoderno: un poco Buchmesse e un po’ Salone del Mobile di Milano, un pizzico di Fabio Fazio e uno di Giovanni Floris.

Mai tanti editori saranno in fiera, del resto, come per l’edizione che va in scena da oggi a lunedì 14, tanto che, a fronte delle richieste e degli spazi esauriti, si è montata una tensostruttura per dare asilo a 30 editori. Questi ultimi, inoltre, ci sono proprio tutti, da Mondadori, assente l’anno scorso, fino ai piccolissimi e appena nati in mostra in uno stand apposito. Tanti editori da fuori Italia si presenteranno all’International Book Forum, lo spazio per lo scambio dei diritti, dove sono previste in particolare delegazioni dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Germania, dal Messico, dalla Spagna.

Con queste credenziali, pertanto, il romanzo del Salone si appresta a consumare il suo trentunesimo capitolo guardando con fiducia al presente e al futuro, nonostante gli imbarazzanti fardelli economico-giudiziari del mondo di ieri e di ieri l’altro, e i pasticci istituzionali e finanziari.

Specchio d’Italia, simbolo dei contrasti nazionali, ma anche segnale di capacità di cambiamento, Librolandia continua tuttavia a resistere e a vincere in un Paese (di lettori, di politici, di manager culturali) che non c’è.

L’uomo scoprì il dolore, poi nel settimo giorno guarì

Finalista al premio Goncourt, “All’inizio del settimo giorno” è un romanzo sui silenzi che ammantano le relazioni familiari. Il romanzo esce oggi per Fazi, l’autore dialogherà con Fabio Gambaro domenica, alle 11,30, nello Spazio internazionale del Salone del Libro. L’autore ci spiega qui il senso del libro.

È la storia di un uomo che cade. Si chiama Thomas, ha trentasette anni. Viene svegliato dai gendarmi nel cuore della notte, gli annunciano che la moglie è rimasta vittima di un grave incidente automobilistico, su una stradina di campagna dove non avrebbe dovuto trovarsi, a circa duecento chilometri dal loro domicilio. Tutto crolla, Thomas vuole capire quella donna, sua moglie, Camille, improvvisamente misteriosa, capire perché i ricordi d’infanzia incrinino di colpo una vita che lui credeva ben riuscita, indirizzata verso un’irresistibile ascesa professionale. Un marito può essere geloso senza essere incline all’angoscia metafisica. Ma Camille è in coma, nessuno può rispondere alle domande di Thomas, e quando lei si risveglia, i suoi occhi non lo vedono più, ma scrutano “l’interno di se stessa (…) valutando il disastro organico e osseo di cui è diventata il paesaggio”. Il meccanismo messo in moto è implacabile, è il crollo crudele di un trentenne, ingegnere informatico ambizioso, ricco, che vive la sua esistenza prevista in una bella casa alle porte di Parigi, accanto a una brillante donna d’affari e a due figli incantevoli. Una vita che era felice!

Prima tappa della caduta: rivelare ai figli, Elsa e Anton, che la madre è rimasta gravemente ferita, poi che non camminerà più, poi che il risveglio tanto atteso continua a tardare, poi che la speranza si assottiglia e che probabilmente la madre non parlerà mai più con loro.

Segue lo scontro con la durezza, l’assenza di pietà del datore di lavoro e dei colleghi pronti a gettarsi su un Thomas indebolito, che depone le armi in piena battaglia, come se fosse consentito vivere nella tragedia mentre trionfa l’era neoliberale delle quote di mercato. La ricerca frenetica della verità nell’incidente di Camille rende più fitto il mistero, col passare del tempo, intorno al personaggio di quella donna amata e sempre più sfuggente riguardo alla sua vita presente e passata. Le tenebre si aggiungono alle tenebre. A Thomas non rimane altro che scendere più giù, ma stavolta con i propri mezzi, accettare il tragico, contemplare la distruzione perché è quello che adesso vivrà. Allora il romanzo si scinde in due poi in tre libri. Al ritmo delle partenze di Thomas per i Pirenei, dove vive il fratello Jean e dove lui farà un’escursione solitaria, sfiorando letteralmente gli abissi, con il rischio di precipitarvi… Per poi ritrovare quegli abissi immergendosi con il fratello negli inconfessabili segreti di famiglia, intessuti di atroci crudeltà, che il fratello e la sorella di Thomas gli hanno sempre risparmiato. Prima del terzo libro in cui va a trovare la sorella Pauline, medico dei poveri in un dispensario del Camerun, che lui non ha rivisto da una dozzina di anni, e Pauline continuerà ad approfondire il baratro familiare.

Si è licenziato dall’impresa d’informatica quando arriva in Africa. I figli sono a casa di una nonna, lui è l’uomo dei tempi primordiali, solo, senza legami, cacciato via da quello che aveva scambiato per il paradiso. È nudo, va a tentoni, mentre Dio tace. La precarietà, la violenza che scopre in un paese devastato dalla miseria, dalla dittatura, dal jihadismo alle frontiere, formano per lui, in un momento in cui tutto è già compiuto, un mondo più naturale di quello della sua bella casa di Vincennes. Nulla sta in piedi. Ma del resto nulla sta in piedi da nessuna parte. Come fa a non saperlo? E proprio la felicità che ha conosciuto è un semplice episodio casuale. Eccolo allora pronto, disponibile alla realtà. Si trattava di trasformare il destino di un informatico in mito contemporaneo. Sullo sfondo del romanzo, i suoi figli, Elsa e Anton, i figli di Camille, ne occupano silenziosamente il centro, come anche quell’orfanello camerunense di soli quattordici mesi, che forse Thomas deciderà di riportare con sé in Francia, ritornando così con il Vello d’oro, dopo aver perso ogni volontà di orgoglio. “Nel settimo giorno, avendo capito che il mondo era una terra pericolosa, l’uomo seppe che sarebbe sempre stato un bambino atterrito nella notte. E prese la parola” (Florent Georgesco, Le Monde, agosto 2016). Romanzo biblico, dove un uomo, scoprendosi nudo, attraversando tre vite, tre Paesi, a seconda della dispersione dei fratelli, deve reinventare la propria esistenza. Un romanzo, tre libri, tre scritture, tre velocità che si adattano a tre paesaggi e due continenti, e dove forse era meglio preferire l’oceano…

 

Consob, blitz di Nava contro Lega e M5S per piazzare la fedelissima

Anche il M5S va all’attacco della nomina di Mario Nava a presidente della Consob. Dopo la Lega, anche i 5Stelle presentano un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo Gentiloni di ripensarci. Il testo depositato dal senatore Elio Lannutti, e firmato da big del calibro di Vito Crimi e Paola Taverna contesta la nomina di Nava che ha deciso di non lasciare il suo incarico alla Commissione Ue ma di mettersi in ”distacco”, violando la legge istitutiva dell’authority di Borsa; peraltro con durata triennale, quando l’incarico in Consob è di 7 anni. Non solo, il testo chiede conto al governo anche della notizia circolata in questi giorni che Nava vorrebbe nominare segretario generale della Consob l’avvocato Gulia Bertezzolo, funzionaria nella sua stessa Direzione a Bruxelles. La nomina – risulta al Fatto – verrà portata oggi da Nava all’attenzione del collegio dei commissari. Una fretta forse dovuta agli sviluppi politici. In Consob intanto si aspetta il parere giuridico sull’incompatibilità di Nava chiesto dai commissari all’avvocato generale. La nomina rischia di tornare sul tavolo del premier, che nel frattempo potrebbe essere espressione di una maggioranza, Lega e M5S, contraria alla scelta.

Conti, Centro aerospaziale fuori orbita

Tre cambi al vertice in un anno, il bilancio 2016 in rosso, quello 2017 in pareggio ma approvato con l’astensione di due consiglieri, agitazioni sindacali e un piano triennale da 160 milioni che poggia sulle riserva dell’ente, ma senza il decreto che deve sbloccarle.

Benvenutial Cira, il Centro italiano di ricerche aerospaziali di Capua, la partecipata che oggi rinnova il cda a poche ore dalla conferma di Roberto Battiston a presidente del socio di maggioranza, l’Agenzia spaziale Italiana (conferma che Il Fatto aveva già anticipato dopo un bando in tempi considerati da molti troppo rapidi e legati alla vicinanza dello scienziato a Romano Prodi) in un clima per nulla disteso, come si registra dalle decine di comunicazioni sindacali circolate negli ultimi mesi. Il Cira è destinatario dei fondi del ministero dell’Istruzione (Miur) per il cosiddetto Prora, il programma nazionale di ricerche aerospaziali: 400 milioni di euro arrivati nel 1989 a cui si aggiungono 22 milioni l’anno. Problema: dopo quasi trent’anni i soldi del Prora stanno terminando e i fondi annuali non coprono le spese. Tanto che il bilancio 2016 si era chiuso con un passivo di 7 milioni, quello di quest’anno ha un utile di poche centinaia di migliaia di euro. Eppure, nei mesi scorsi è stato portato in Cda un piano triennale da circa 160 milioni di euro che, in assenza di altre entrate, dovrà attingere al fondo di riserva dell’ente. È un fondo da 100 milioni vincolato al Prora che, per essere usato, ha bisogno di un decreto interministeriale Miur e Tesoro. Che non c’è. Il piano è stato poi approvato in Cda grazie al voto prevalente del presidente e con una modifica alla tabella sui risultati operativi (inizialmente negativi) basata sulla lettera di un funzionario del Miur che scriveva di non rilevare “cause ostative per dare assenso all’avvio delle attività e all’impiego dei fondi”. “Ha affermato di non rilevare ostacoli – spiegano i sindacati in una nota – ma l’autorizzazione non c’è”. Il timore è che si inizi a lavorare con un fondo di riserva che metterebbe in difficoltà l’ente e i suoi oltre 370 ricercatori. Il piano prevede secondo le stime dei sindacati trasferimenti esterni per oltre 50 milioni di euro. Ad analizzarlo, un panel di esperti ministeriali che, nelle osservazioni, raccomanda di evitare ritardi e aumento di risorse, nonché di approfondire i dettagli dei singoli progetti. Spiegano da Asi e Cira: “La realizzazione va oltre l’orizzonte temporale del Piano triennale e risponde alle esigenze e alle strategie espresse dalle agenzie spaziali, dai principali esponenti del mondo dell’industria”. Spiegano che si tratta di progetti di interesse mondiale e che ci sono già decine di accordi internazionali. “Gli impatti – aggiungono – vanno valutati anche nel potenziamento della ricerca nazionale”.

Il Cira è comunque un ente in affanno: tre presidenti e tre direttori generali in poco più di un anno dopo che, nel 2014, l’allora presidente si dimise per una denuncia per false fatturazioni. Dopo, conflittualità, accuse, indagini della magistratura, segnalazioni della Corte dei Conti sulle gestioni in corso e passate. Ora, il cambio dei vertici e ancora una volta Battiston che indicherà il presidente Cira senza bando “come previsto dallo statuto del Cira” spiegano dall’Asi. “Ma in violazione del regolamento Asi sulle partecipate – dice Lorenzo Notarnicola, ricercatore e segretario della Fiom-Cgil di Caserta – I ricercatori sono preoccupati dalla caparbietà con cui Battiston si sta accingendo ad approvare un piano strategico senza il decreto dei ministeri vigilanti”. Infine, le questioni sindacali: “Qualche giorno fa c’è stata una gravissima sanzione disciplinare nei confronti di un rappresentante dei lavoratori per un comunicato sindacale – spiega Notarnicola – Un provvedimento che non ha precedenti nella storia delle relazioni sindacali in provincia di Caserta e che è solo il sintomo di una situazione allarmante”.

Altro che sussidi “ambientali”: 16 miliardi di Stato a chi inquina

Un catalogo per quantificare i sussidi pubblici ambientali distribuiti in Italia nel 2016 sotto forma di contributi diretti e di agevolazioni, con un esito: in 57 casi si tratta di “sussidi ambientali dannosi” che ammontano a 16,2 miliardi di euro, mentre quelli favorevoli – utili all’ambiente (46 forme individuate) – ne valgono 15,7. A pubblicarli è l’Uvi, Ufficio Valutazione Impatto del Senato, estraendoli dalla prima edizione di uno studio del ministero dell’Ambiente che mira a identificare i contributi, capirne struttura e obiettivi e riesaminarne la validità. “In non pochi casi – si legge nel rapporto – si tratta di situazioni di privilegio che non hanno più ragione di esistere”. L’obiettivo è aiutare la politica a orientarsi sulle questioni ambientali.

I sussidi.Vengono suddivisi per settori: agricoltura, energia, trasporti, Iva (aliquote agevolate rispetto a quella di riferimento) e si considerano sia le spese fiscali, sia gli incentivi diretti. Sui 131 esaminati, per un valore finanziario complessivo di circa 41 miliardi di euro l’anno, 56 sono diretti e pari a 19 miliardi di euro, 75 sono “spese fiscali” (agevolazioni, riduzioni, esenzioni) per 22 miliardi. Al primo posto tra quelli dannosi, ci sono i sussidi energetici con il 57% di quanto stanziato. Il 16% riguarda l’agricoltura, il 9 l’Iva agevolata, l’1 % il trasporto. Vengono quantificati anche i cosiddetti sussidi “incerti”, che richiedono ulteriori valutazioni perché presentano impatti ambientali sia positivi che negativi: ne sono 27, per un valore complessivo di 5,8 miliardi.

Indicativo è il dato che riguarda il rapporto tra il tipo di sussidio e la modalità di elargizione: degli oltre 16,2 miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente, 15,7 miliardi (il 97%) sono distribuiti come agevolazioni fiscali. Di questi, 11,6 miliardi di euro sono legati al comparto energetico, 3,6 miliardi ai beni con Iva agevolata.

In materia energetica, più di tutto pesa la differenza di accisa fra benzina e gasolio, che produce un mancato gettito di circa 5 miliardi di euro (6 includendo anche l’effetto sull’Iva). “Il mantenimento in Italia di un’accisa sul gasolio più bassa rispetto alla benzina – si legge nel dossier – non è giustificato sotto il profilo ambientale e rischia di provocare effetti distorsivi e indesiderati nella composizione del parco auto circolante, aumentando i costi esterni della mobilità passeggeri e favorendo il trasporto delle merci su strada rispetto alle modalità alternative più eco-compatibili (trazione elettrica su rotaia)”. Insomma, visto che è ormai noto che i motori diesel non sono meno inquinanti, questa differenza non ha molto senso.

Seguono le esenzioni di accisa per i carburanti del trasporto aereo e marittimo, che incidono rispettivamente per 1,5 e mezzo miliardo. Poi il rimborso dell’accisa sul gasolio nell’autotrasporto merci e passeggeri, che comporta una perdita di gettito di circa 1,3 miliardi di euro. L’esenzione dell’accisa sull’energia elettrica per le piccole utenze domestiche incide per ulteriori 634 milioni di euro. E l’Iva? Le agevolazioni per l’energia elettrica per uso domestico fanno perdere 1,8 miliardi di euro, quelle sulle acque minerali circa 900 milioni, sui fertilizzanti circa 448 milioni.

“I sussidi – spiega Aldo Ravazzi Douvan, che ha coordinato il dossier – nascono con intenti diversi: dal difendere un settore produttivo debole o uno esposto alla concorrenza internazionale all’aiutare i consumatori vulnerabili o in difficoltà. Con il tempo, però, queste misure iniziano ad avere effetti ambientali negativi”. Soprattutto nel caso degli sconti fiscali. “Lo stesso contributo potrebbe arrivare sotto forma di sussidi diretti o abbattendo la tassazione sui redditi”. Abbattere il costo, soprattutto delle fonti fossili, rischia infatti di incentivarne il consumo, anzichè invece di scoraggiarlo o stimolare il ricorso a fonti alternative.

Istat e dibattito democratico, cioè “riconsolate co l’ajetto”

La competenza, si sa, oggi vale come lo Spirito Santo quando non c’era il web: essa, come quel soffio celeste dall’uzzolo del Signore, discende dal numero di grisaglie nell’armadio e citazioni rispettose della stampa democratica. Quando poi la competenza è scesa su di te, per quante cazzate tu possa dire e fare non ti lascerà: semel abbas, semper riserva della Repubblica. Ora, par di capire, arrivano gli zozzoni e rischiamo di uscire dall’età dell’oro delle riforme dure ma giuste che ci hanno portato fuori dalla crisi. Ecco l’età dell’oro secondo Istat: nel 2017 – col Pil in crescita – gli italiani in povertà assoluta erano circa 5 milioni, l’8,3% del totale contro il 7,9% del 2016 e il 3,9% del 2008, colpa soprattutto del “peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie”. E ancora: nel 2017 in Italia c’erano 1,1 milioni di famiglie in cui “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, più del doppio delle 535 mila del 2008. E chi lavora? Così: “Nel 2017 l’aumento degli occupati 15-34enni ha interessato solo i dipendenti a tempo determinato” e le altre fasce non sono messe meglio. Infine, “i segnali di crescita si attenuano”. Reazione di Luigi Marattin, deputato, già consigliere di Renzi: “L’Istat ha certificato l’aumento dell’occupazione e smontato la menzogna per cui si tratterebbe di lavoro da poche ore a settimana. Dal 2013-2014 – prima del Jobs Act – la quota di chi lavora meno di 11 ore settimanali è addirittura diminuita (dal 2,8 al 2,6%)”. Addirittura! Nel mio bar di Roma dicono sì, sì, riconsolate co’ l’ajetto…

Informazione, le donne in prima pagina

Da una decina di giorni la scrittrice Michela Murgia sta tenendo d’occhio le prime pagine di Corriere della Sera e Repubblica, i due maggiori quotidiani italiani, denunciando sui social network l’assenza di commentatrici donne: gli editoriali a tema politico sono sempre (nel senso più letterale del termine) affidati a uomini. Nello specifico è un problema che il Fatto non ha, visto che più di una donna firma opinioni politiche in prima pagina: con questo non si vuole alzare il ditino, per carità (per esempio non abbiamo donne nella catena di comando del giornale, a differenza di altri). Il tema posto da Michela Murgia però è rilevante per tutti e non è argomento che si possa ridurre a una polemica da femministe (spesso il termine è usato in maniera denigratoria, e non dovrebbe).

Quando chi scrive ha iniziato a lavorare (e non parliamo di cinquant’anni fa), un noto giornalista (figlio di uno ancor più famoso, Gianni Granzotto) durante una riunione di redazione disse non senza compiacimento e rimpianto che ai suoi tempi le (poche) donne nei giornali si occupavano di cucina e di moda. Oggi non è più così, per fortuna, e se qualcuno osasse fare a voce alta una simile affermazione passerebbe sacrosanti guai. Un report di Agcom (marzo 2017) racconta che l’insieme dei giornalisti attivi in Italia è composto da 14.816 donne (pari al 41,6% del totale) e 20.803 uomini (58,4%), in linea con le percentuali di occupati della popolazione italiana (58,3% uomini e 41,7% donne, maggiori di 15 anni, dati Istat). Ma guadagnano meno e occupano decisamente meno posti di potere. E comunque sono per lo più croniste, non opinioniste. Quasi come se quella vecchia sentenza del drammaturgo Publilio Sirio (reminiscenze scolastiche) fosse tuttora in voga: mulier cum sola cogitat, male cogitat (la donna quando pensa da sola, pensa male). Intendiamoci, non è che nel giornalismo non ci siano voci femminili influenti: Lilli Gruber, Lucia Annunziata, Maria Latella, la direttrice di Sky Tg 24 Sarah Varetto, Alessandra Sardoni, Bianca Berlinguer, Milena Gabanelli, Fiorenza Sarzanini del Corriere, la vicedirettrice vicaria dello stesso quotidiano, Barbara Stefanelli (ci scusiamo sin d’ora se abbiamo dimenticato qualcuno). Ma già il fatto che questo elenco si possa, sia pur con qualche omissione e a titolo esemplificativo, sostanzialmente esaurire in poche righe dà la misura dell’assurdità della situazione. E a proposito del Corriere è doveroso segnalare la 27esima ora, iniziativa che è diventata un vivace e interessante luogo di confronto sulle questioni femminili (dove le firme sono per lo più femminili). Però è proprio sull’oggetto che stiamo riflettendo, e le donne non possono parlare solo di donne altrimenti non usciamo dall’anatema di Publilio Sirio.

A questo punto sicuramente più d’uno (di entrambi i sessi) vorrà obiettare che merito e valore non sono trascurabili. Ma ci sono almeno due risposte: 1) non è che tutti i commentatori maschi siano Pico della Mirandola e 2) di qualità parleremo solo quando i numeri saranno meno (molto meno) squilibrati. Sono retaggi di un passato che fatica a passare? Sono le donne a non sapersi imporre? Si può provare almeno a proporre, mettendo questo tema al centro del dibattito nelle redazioni e fuori, facendone una campagna condivisa. Una cosa che però può accadere solo se i colleghi che guidano i giornali, i tg o i siti d’informazione (a cominciare da Luciano Fontana e Mario Calabresi) s’impegnano a bilanciare una differenza che oggi appare smaccatamente in contrasto con la realtà. L’assenza delle donne non è affatto un problema delle donne, è un problema di tutti.

Il fantasma delle librerie indipendenti

Al salone del libro di Torino, sempre in lotta con Milano, c’è una sorpresa. Per celebrare i 200 anni del capolavoro di Mary Shelley, Frankenstein, in una villa verranno rinchiusi 4 scrittori a scrivere un racconto di ghost. Forse una scelta allegorica, per alludere al fantasma che si aggira per l’Italia: quello della scomparsa delle librerie indipendenti, falcidiate da Amazon. Si può competere con chi già prima dell’anno scolastico offre sconti ai genitori per i testi dei figli?

La E/O, fortunata editrice di Elena Ferrante guidata dai coniugi Ferri, ha scelto di guidare una pattuglia contro Amazon, non offrendo più i loro titoli. Lo scatto d’orgoglio sarà di esempio per altri editori? Chiedo com’è la vita di un libraio indipendente a Barbara e Alessandro della libreria romana Risvolti, esempio di una specie in via di estinzione. C’è però una cosa che né Amazon né la grande distribuzione sono in grado di fare: consigliare i lettori. Quanto viene pubblicato in Italia? Circa 66.000 titoli l’anno. Una cifra sconsiderata, visto che una grande percentuale finisce al macero. Siamo un Paese che scrive ma non legge, che ambisce a essere pubblicato anche solo per farsi belli con gli amici. Tra le critiche degli indipendenti ai grandi editori c’è l’accusa di “comprare” le vetrine per avere in bella mostra i titoli. A essere penalizzato è chi non ha i soldi per essere pubblicizzato. Barbara e Alessandro mi raccontano dei supermercati che smerciano libri come scatolette: trovarli mischiati in mezzo ai detersivi non fa piacere. Infatti troviamo solo i best-seller, le cui copertine sono già un esempio di commercio spiccio, plastificate per indurre a comprare l’immagine non il contenuto. Assisto alla presentazione di un libro, Le case del malcontento, di Sacha Naspini, molto lodato sul Fatto da Stefano Feltri. Noto stipate una trentina di persone. Tutte donne, eccetto due maschi, nascosti nell’ultima fila, quasi si vergognassero. Chiedo come mai. Risposta: sono le donne a leggere di più. Perché hanno più tempo? No, perché sono più sensibili e attente. Forse anche perché più disponibili a sognare? Ne parlo con uno dei nostri migliori editor, Claudio Ceciarelli (cugino di Monica Vitti, il cui vero cognome è appunto quello). Sono loro che assistono gli scrittori. Quando vivevo a New York in casa di Robert Gottlieb, l’editor americano più famoso, lo vedevo confrontarsi in battaglie estenuanti con Anthony Burgess, l’autore di Arancia meccanica, da cui Stanley Kubrick ha tratto il mitico film. Era difficile capire chi fosse l’editor e chi lo scrittore, tanto è importante il ruolo. Ci sono autori che se tagli una riga è come gli tagliassi una mano, alcuni sanguinano. Chiedo: le classifiche settimanali sono affidabili? Sorprende che appaiano quasi tutte differenti. Qualcosa non torna. Come diceva Andreotti, diffidare male non fa.

I dati vengono raccolti tra le librerie importanti, ma non è detto che siano quelle a vendere di più. Così come non è detto che il romanzo più smerciato sia quello che resisterà. Ne è un esempio la Ferrante. Al suo esordio non appariva in nessuna classifica, eppure è diventata un best-seller mondiale. La E/O grazie al suo successo ha aperto in America (Europa Editions) e pubblica anche altre nostre case editrici. Non dobbiamo però credere che laggiù sia molto diverso. Sandro Ferri mi dice che molti scrittori americani a volte vendono più copie a Milano che a New York. Per una volta che l’Italia ce la fa dovremmo essere contenti e battere le mani. Infine che dire dell’esercito di aspiranti scrittori che intasano le case editrici? C’è chi risponde a tutti. Metti mai che si scopra un nuovo vate. All’inizio faticò anche Gabriele D’Annunzio, il cui vero cognome era Rapagnetta. Finché usava quel nome nessuno lo prendeva in considerazione. Appena decise di cambiarlo nel pomposo D’Annunzio ecco che spiccò il volo, sino a diventare l’italico eroe. Potere del marketing.

L’identità irrisolta del Pd (senza renzi)

“Fine dei giochi”, ha titolato il Corriere. Giusto stigmatizzare il mix di presunzione e di impotenza dei sedicenti vincitori Di Maio e Salvini. Certo, i loro comportamenti sono stati guidati da interessi personali e di partito. Chi ne è immune in politica? Ma almeno essi al gioco hanno partecipato. Con i loro errori. Più inspiegabile e censurabile è chi al gioco non ha partecipato, sottraendosi a ogni responsabilità. Alludo al Pd, quello che più avrebbe potuto sbloccare l’impasse.

Innanzitutto per una ragione sistemica: nelle democrazie rappresentative a base proporzionale, a fronte di due schieramenti più grandi ma non autosufficienti che si rivelino non componibili, un grande, decisivo “potere di coalizione” (e di conseguente responsabilità) è in capo alle formazioni terze. Troppo facile e troppo tardi mettersi ora a disposizione del Quirinale a prescindere. A giochi fatti. Merita chiedersi perché, oltre le spiegazioni troppo semplici. Tipo quella, pure fondata, della pervicace opposizione di Renzi, il leader dimissionario ma tuttora al comando, perfettamente consapevole che non sarebbe stato plausibile fosse lui a gestire una linea politica opposta a quella seguita sino a ieri. Essa, più in radice, ha a che fare con l’identità irrisolta del Pd. Come è noto, si sottrae al dialogo chi è insicuro di se stesso. Nel caso del Pd, circa profilo, posizionamento, mission del partito. Ora è manifesta – in realtà lo era da tempo – la metamorfosi/snaturamento del Pd renziano rispetto a quello pensato nel solco dell’Ulivo, partito di centrosinistra non autosufficiente (e dunque impegnato a fare coalizione) nitidamente alternativo al centrodestra. Sino all’attuale posizionamento centrista, equidistante e persino indifferente alla polarità destra-sinistra, messo a verbale nella recente direzione (5 stelle e Salvini pari sono). Ma già implicita nel segno delle politiche di governo e nella rappresentazione del Pd come partito dell’establishment. Che tanto ha giovato alla propaganda dei 5 stelle propostisi quale partito antiestablishment, in un tempo nel quale il vento spira forte in quella direzione. Anche a motivo del disagio sociale e della domanda di sicurezza e di protezione che montano specie nei ceti popolari, nelle periferie, nel sud, tra i giovani.

Quando si è affacciata l’ipotesi, poi stroncata da Renzi, di avviare un confronto con i 5 stelle, dal Pd si è posta come precondizione che essi facessero pubblica sottoscrizione della bontà delle politiche dei governi a guida Pd. Pretesa due volte indebita. Primo: perché quelle politiche erano state sonoramente bocciate dagli elettori. Secondo: perché l’identità e la missione di un partito dovrebbero trascendere le politiche di governo. Pena, per il Pd, rassegnarsi all’idea che non vi sia modo di ripensarle, correggerle, rialzarsi. Se il Pd davvero fosse ancorato al campo del centrosinistra, esso non avrebbe perso una preziosa occasione per sé, per i 5 stelle, per la democrazia italiana, grazie a una interlocuzione dialettica e positiva utile a: 1) ripensare se stesso e le proprie politiche come più conformi a una sinistra di governo, riprendendo un colloquio con gli elettori di sinistra che lo hanno abbandonato; 2) ancorare a quel campo i 5 stelle scongiurandone altri approdi; 3) a “costituzionalizzare” un grande movimento nato protestatario e antisistema avviato a farsi forza di governo. Dentro un nuovo bipolarismo e ingaggiando con i 5 stelle una sfida per l’“egemonia” dentro il campo di centrosinistra. Ci si è negati al confronto con M5S per non “fare la ruota di scorta” in un frangente nel quale il Pd disponeva di un cospicuo potere negoziale. Gli sarà molto più difficile ora andare a nuove elezioni-ballottaggio sotto l’incalzante domanda di dove esso porterà i suoi voti tra i due soli, reali competitor.

Insomma il Pd deve sciogliere il nodo della propria “identità irrisolta”. È in campo l’ipotesi, adombrata da taluni seguaci di Renzi, di un “macronismo” nostrano che competa con Salvini nell’opa sugli ex elettori di FI. Disegno legittimo, ma palesemente alternativo, che comunque andrebbe perseguito a viso aperto.

Se questo è il cuore della questione – l’identità del Pd – di tutto c’è bisogno meno che di soluzioni animistiche. Tipo quella grottesca di una direzione che, con voto unanime, dà la fiducia a Martina sulla linea opposta dettata da Renzi. Perché il Pd possa assumere le sembianze di un partito degno di questo nome (altro che retorica sul partito quale “comunità”, basterebbe fosse, quale è giuridicamente un partito, “associazione di cittadini raccolta intorno a un comune fine politico”, ma che lo fosse sul serio, con regole e organi che si rispettano) si richiederebbe una leale, aperta competizione tra distinte visioni di esso. Cioè sul “fine” politico che, allo stato, comune davvero non pare. Reiterando l’ambiguità di una identità irrisolta il Pd più che inutile sarebbe un ingombro.