Teatro Pupkin, ridere del potere senza riguardi per nessuno

È venuta Debora Serracchiani, anche se prendono per il sedere il Pd. Pure Massimiliano Fedriga anche se dal palco massacrano la Lega. Chissà quanti altri poi, nascosti nel buio della sala. Essere sfottuti a volte è un riconoscimento. Un onore (quasi). Ai ragazzi della compagnia Pupkin – dal protagonista del film Re per una notte – non importa se i potenti di Trieste vengono a vederli oppure no. Loro quello che devono dire lo dicono e “vadano tutti in mona” (la traduzione non serve). Ormai a Trieste è un appuntamento fisso: “Lunedì ci vediamo al Teatro Miela per il Pupkin Kabarett”. Non c’è “piova” o bora che tenga. Da più di vent’anni ogni volta ci sono centinaia di persone. Per prendere in giro e farsi prendere in giro. Non si salva nessuno. Ormai è un simbolo: “Vai a San Giusto, in piazza dell’Unità e al Pupkin”, ti dicono i triestini quando sbarchi in città. Era nato quasi per caso, come racconta Alessandro Mizzi – uno dei ragazzi che hanno dato vita al Pupkin – camminando nel teatro, in un palazzone del lungomare. Al confine tra città e porto: “Era il 1990, qui ci sono stati il cinema Aldebaran e il Bonawentura. Poi la sala dei lavoratori del porto. Abbiamo chiesto se ci concedevano lo spazio”. Non è stato facile: il centrodestra che li voleva sfrattare, i fondi che mancavano, le collette per rimettere a posto la sala.

Così si sono incontrati Alessandro, Stefano Dongetti e Laura Bussani. Poi Massimo Sangermano e Flavio Furian. Insieme fanno Pupkin, spettacolo che dura da una vita – più dei politici, più dei matrimoni – ma che ogni settimana è nuovo. Che fatica! “Ci vediamo tre giorni prima di andare in scena e cominciamo a parlare, a buttare giù battute e musica. E va avanti fino a un secondo prima di salire sul palco. A volte anche dopo, perché un po’ si recita e un po’ si improvvisa”. Divertono e si divertono, capisci che reciterebbero anche solo per se stessi. In ‘lingua’, cioè in italiano, e in dialetto. Satira politica aggiornata in tempo reale, ma anche il Radiodramma di coppia per ridere a denti stretti. Un gioco senza fine, non sai mai cosa ti aspetti: battute, coretti. E poi la musica del quintetto che accompagna le scene, le proiezioni e gli ospiti: “Qui vengono Paolo Rossi (nato nella vicina Monfalcone, ndr) e Vinicio Capossela che ha scritto tante sue musiche proprio al nostro piano”, racconta Mizzi. Potrebbero andare ovunque, eppure gli amici del Pupkin – a parte qualche fuitina in tv e al cinema con Gabriele Salvatores – vogliono restare qui. Nella loro Trieste.

Record europeo, più ricercatori che in Finlandia

Trentasette ricercatori ogni mille abitanti. Trieste ha il record europeo. In Italia sono 4,9, ma anche nella virtuosa Finlandia non si superano i 15. In tutto un esercito di 10.400 tra ricercatori e docenti sparsi in città. Quasi il 5% della popolazione. Camminando per il Carso, vicino a Basovizza, vedi i sentieri di pietra bianca che incrociano il grande impianto del sincrotrone. Incontri ragazzi che sudano e corrono parlando decine di lingue diverse. E pensi che dentro quelle teste scarmigliate, oltre i visi paonazzi ci sono cervelli intenti a pensare atomi che si scontrano, elettroni in corsa alla velocità della luce. È il tesoro di Trieste: la scienza che diventa patrimonio della città ed esce anche dai laboratori.

Davanti ai centri di ricerca trovi la bandiera italiana, ma anche quella delle Nazioni Unite. Il primo forse è stato l’International Centre for Theoretical Physics (Ictp) fondato da Paolo Budinich e dal pakistano Abdus Salam. Ricerca pura. Salam per le ricerche sugli elettroni deboli nate qui vinse il Nobel. Poi c’è l’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (Icgeb) che ha sedi a Trieste, New Delhi e Johannesburg. Ricerca che parla con l’industria, anche. Come alla Sissa (Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati), un palazzone arrampicato sulle alture con le grandi vetrate affacciate su Trieste: “Siamo un’istituzione universitaria post laurea”, spiega il direttore Stefano Ruffo. Nei laboratori incontri il mondo: due terzi dei ricercatori arrivano da 40 paesi diversi. Su un bilancio di 30 milioni l’anno (la metà destinata alla ricerca), ben 10 arrivano da bandi internazionali vinti dalla Sissa. Ecco gli studi sulle eliche delle navi (in città ha sede Fincantieri) e gli accordi con Google. Mentre un gruppo di ricercatori studia nuovi materiali che trattengono energia imitando la funzione clorofilliana. “Siamo uno dei pochi centri al mondo dove studiano anche ricercatori nordcoreani”, racconta Ruffo. Ricerca pubblica, attirando studiosi stranieri? “Si può, utilizzando per i bandi competitivi le stesse regole previste per le università”.

Poi, appunto, si sale sul Carso. Intorno i boschi, il campanile di un paese di poche case. All’improvviso la costruzione futuristica del sincrotrone Elettra. Accanto il nuovo acceleratore laser Fermi, tra i più avanzati al mondo. “Gli elettroni vengono sparati al 99,99% della velocità della luce”, racconta Marco Peloi, responsabile del Trasferimento Tecnologico di Elettra, collegamento tra ricerca e industria. A che diavolo serve sparare elettroni? “Mentre corrono nell’anello d’acciaio, ne deviamo la corsa con i magneti. Curvando producono una luce purissima”. Quel lampo consente di vedere dove le altri luci non arrivano. Permette di distinguere la composizione dei materiali. Con Elettra si studiano nuovi mezzi per individuare i tumori. Si effettuano analisi dei terreni contaminati.

“Intanto all’università – racconta il professor Paolo Gallina – abbiamo sviluppato un robot che partecipa al concorso in America per il miglior robot pittore del mondo”. Trieste nel 2020 sarà la capitale europea della scienza (Esof). Un altro passo. La grande occasione è il vecchio porto, se non sarà sprecata per farne un baraccone di centri commerciali e residenze.

Il sogno di Trieste – Porto Vecchio, tante idee e pericolo spezzatino

La vecchia signora asburgica, abituata ai tempi lenti dei suoi caffè mitteleuropei, ha preso a correre. “Trieste”, dice Mitja Gialuz, presidente della Barcolana, la più grande regata del mondo quest’anno arrivata alla sua cinquantesima edizione, “è una delle poche città italiane che non nasconde il suo mare”, come fanno invece Genova o Palermo. Anzi lo accoglie come prolungamento naturale della sua piazza più bella. Per i triestini, il mare è Barcola, dove si va a fare il bagno anche tutti i giorni, nella bella stagione. Ma ora il mare è soprattutto il porto. Dal Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia, vedi il Molo Audace e intravedi, a sinistra, il porto nuovo, a destra il Porto Vecchio. Le ciacole ai tavolini lasciano il posto ai conti e ai progetti. Sono in arrivo tanti, tanti soldi.

Il porto nuovo è già il primo d’Italia per movimento merci, 61 milioni di tonnellate l’anno, con 36 milioni l’anno incassati di sole tasse portuali. È il primo per collegamenti ferroviari, 8.800 treni l’anno, che portano merci in Austria, in Baviera, a Budapest, nella Repubblica Ceca. Il primo anche per il petrolio che da qui parte verso il Centro Europa con l’oleodotto transalpino. “Ma nel 2017”, racconta il direttore del porto Mario Sommariva, “il traffico di container è aumentato del 25 per cento”. Ora i cinesi hanno deciso che Trieste sarà il terminale occidentale della “nuova via della seta”. Arrivano investimenti da Pechino, ma anche da Turchia, Russia, Danimarca, Usa.

Dall’altra parte, c’è Porto Vecchio, reso punto franco nel 1719 da Carlo VI d’Asburgo e poi ampliato dall’imperatrice Maria Teresa. Gli immensi magazzini, i moli, la grande gru Ursus: una struggente area di 600 mila metri quadrati andata via via in disuso perché le navi si sono spostate al porto nuovo. Area demaniale, cioè dello Stato. Bloccata per anni, inutilizzata e inutilizzabile. È stata l’amministrazione di centrosinistra a sbloccarla, nel 2016: con la “sdemanializzazione”, cioè il passaggio dell’area dal Demanio al Comune. L’ha portata a casa il senatore Pd Francesco Russo, affiancato dal sindaco Pd Roberto Cosolini e dalla presidente della Regione Debora Serracchiani. Non ha portato bene: Russo non è stato rieletto in Senato, Cosolini ha dovuto lasciare il posto al nuovo sindaco di Forza Italia Roberto Dipiazza, Serracchiani sarà molto probabilmente sostituita, dopo le regionali del 29 maggio, dal leghista Massimiliano Fedriga. Saranno loro, Dipiazza e Fedriga, a gestire il domani, insieme all’Autorità portuale presieduta dal veronese Zeno D’Agostino. “È partita”, dice eccitato il sindaco Dipiazza, “una magnifica rincorsa verso il futuro”. La “sdemanializzazione”, infatti, produce due effetti. Il primo: i privilegi doganali del porto franco saranno via via trasferiti dal Porto Vecchio al porto nuovo, attirando nuovi investimenti privati, soprattutto internazionali, per insediarsi nelle aree retroportuali dove si potrà fare non solo logistica (magazzini), ma anche trasformazione, manifattura, assemblaggio di prodotti arrivati via mare. Il secondo effetto: Porto Vecchio diventa il più grande progetto di riqualificazione urbana del Nordest e uno dei più importanti d’Europa. L’area (doppia rispetto al già riqualificato Porto Antico di Genova) con la sua trasformazione avrà un impatto gigantesco su Trieste, che è una città piccola di 200 mila abitanti. Impatto urbanistico, ma anche economico: sono già arrivati 50 milioni di fondi europei, che ora dovranno essere gestiti da Comune, Regione e Autorità portuale. Ma gli investimenti complessivi previsti, pubblici e privati, potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro. Una succulenta torta Sacher che galvanizza gli amministratori che dovranno gestire il progetto, che fa drizzare le antenne ai grandi gruppi finanziari e imprenditoriali che potrebbero realizzarlo e che attira gli appetiti delle organizzazioni criminali: “C’è anche il pericolo d’infiltrazioni mafiose”, avverte il procuratore della Repubblica di Trieste Carlo Mastelloni.

Ma che cosa fare in quei 600 mila metri quadrati? La polemica è tra progetto unitario e “spezzatino”. C’è chi vorrebbe un concorso internazionale per realizzare un masterplan unitario degli interventi. Qualche archistar ha dichiarato il suo interesse, come Massimiliano Fuksas, già impegnato a progettare una grande torre a Capodistria: “Dopo aver progettato a Beverly Hills, a Los Angeles e a Pechino, ora l’unico luogo che mi interessa, dove lavorare, è Trieste”. Il sindaco Dipiazza il 10 aprile lo ha accompagnato in visita lungo i moli e gli angiporti da far rivivere, ma poi ha imboccato la strada del fare una cosa alla volta: lo “spezzatino”, appunto. Un’area resterà pubblica, con un Museo del Mare (nei Magazzini 24 e 25), un centro congressi e polo fieristico (27 e 28), mercato del pesce e ristoranti (30) e un polo per la ricerca (Magazzino 26) in vista del 2020 quando Trieste diventerà Capitale europea della scienza. Altre parti sono già “impegnate”: l’area terminal per la Msc Crociere, l’area ovest già accaparrata dalla Greensisam Real Estate. Il resto? È possibile che arrivino terziario, residenze, commerciale… Nascerà qui la “Città della scienza” dove potrebbero confluire i tanti istituti di ricerca triestini? Sarà l’ennesima speculazione immobiliare? Il Comune manterrà la guida del progetto o lascerà fare a chi porta più soldi?

Mail Box

 

Siamo ancora degni di rispetto per la ribellione al fascismo

Dopo l’articolo di Oliva sul Fatto Quotidiano di lunedì, con i dati dei partigiani uccisi, quelli mutilati e invalidi, i civili coinvolti, le donne partigiane combattenti uccise e torturate, manca un dato importante per me, che sono del 1943 e sono cresciuto col mito e la consapevolezza del valore della Resistenza (che da molto tempo cercano, le destre, di rendere un ricordo e una celebrazione obsoleta o peggio: si veda il titolo di Libero “Liberiamoci della Liberazione”).

Non so se l’Anpi ha un dato preciso o una stima attendibile, ma vorrei sapere quanti erano i partigiani combattenti in Italia, quanti gli antifascisti, i fuoriusciti e/o al confino e carcerati, per definire anche in termini numerici il riscatto dal fascismo di un popolo di 40 milioni di italiani, supini, silenti, consenzienti col fascismo per vent’anni.

So che molti hanno aiutato e sostenuto la lotta partigiana, nelle campagne e nelle città, contadini e staffette ecc. (e questo non credo si riesca a quantificarlo). Qui in Grecia, dove mi trovo, come italiani siamo ancora rispettati (nonostante la guerra portatagli) per l’antifascismo di un popolo che ha collaborato significativamente (con gli alleati) a cacciare nazisti e fascisti di Salò. Ora e sempre Resistenza!

Marzio Campanini

 

Ma il 25 aprile di 73 anni fa la guerra non era ancora finita

Quel 25 aprile di 73 anni fa la guerra di fatto non era proprio finita, per onore alla Storia. Milano era sì stata liberata proprio quel giorno, ma c’erano ancora molte sacche di irriducibili in pieno assetto di guerra, armati. Anche perché i militari non si erano arresi se non dopo la Resa di Caserta, firmata ben 4 giorni dopo, il 29 aprile 1945, che divenne operativa ben il 2 maggio, e anche oltre a quest’ultima data vincitori e vinti di ogni fazione e schieramento armato si uccisero proprio inutilmente.

Io ritengo che l’avere attribuito la liberazione dall’incubo nazi-fascista al 25 aprile 1945 sia stato puramente un atto politico, per cui la festività che si celebra da 72 anni costituisce un atto simbolico, quando invece e purtroppo la Seconda guerra mondiale in Italia non era affatto finita.

Quante sono le generazioni giovani che oggi sono consapevoli di questo? Il 25 aprile è sì un giorno di vacanza, ma è o non è una strana vacanza, a pensarci bene, nel rispetto non solo della Storia, ma dei tanti morti che continuavano ad esserci anche dopo quella data?

Adalberto de’ Bartolomeis

 

Ricordiamoci di quei ventenni che sono morti per la libertà

Vivo il 25 aprile con commozione e manifesto quasi sempre. Ricordiamoci che molti ventenni, invece di andare in balera, sono saliti sui monti e hanno combattuto nazisti e fascisti. Spesso morendo o essendo costretti alla galera!

Viene da pensare ai ragazzi di oggi: forse salirebbero sui monti ma sarebbero persi se non ci fosse campo per il loro cellulare… Teniamoci stretto questo meraviglioso giorno e la nostra Costituzione!

Andrea Pellizzari 

 

Non dobbiamo paragonare Alfie agli altri che soffrono

Ieri Enrico Fierro rispondeva sul Fatto Quotidiano al lettore Mauro Chiostri in merito alla vicenda del tenero e sfortunatissimo bimbo Alfie. Il lettore aveva comparato la speranza verso il piccolo alle sofferenze di milioni di altri bimbi.

È vero. E infatti Fierro sosteneva sì questa umana tragedia, ma poneva anche l’accento sulla polemica generalizzazione di chi oggi da un canto si mobilita per il piccolo malatino e, dall’altro, se ne frega di altri bambini che muoiono tra fame e guerre. Un tale raffronto fra una dolorosa realtà globale e l’attenzione verso un dolore specifico è impossibile . Di fronte al microcosmo di una malattia così rara e complessa come quella di Alfie qualsiasi genitore farebbe, anzi deve fare, ogni tentabile, ogni presunto o anche sentenziato impossibile. Il mostruoso sarebbe – è – il non farlo.

Gianni Basi

 

Nessuno può davvero sapere la volontà di un bambino

Come mai nessun cattolico è stato sfiorato dal pensiero che il piccolo Alfie potrebbe anche desiderare, se fosse cosciente di ciò che gli sta capitando, di tornare prima possibile da dove è venuto? Perché tutti persuasissimi che voglia continuare a vivere col cervello devastato da una gravissima malattia?

Molti, compresi i genitori del piccolo – ma questi non possono essere obiettivi nei riguardi del bambino e quindi è anche comprensibile – hanno osservato: “Se il bambino ha continuato a respirare dopo il distacco della ventilazione assistita, significa che vuole continuare a vivere”. Ma che discorso è? E che cosa avrebbe dovuto fare qualora non avesse voluto continuare a vivere? Dire a se stesso: “Adesso sai che faccio? Poiché non voglio vivere smetto di respirare”?

Carmelo Dini

 

I NOSTRI ERRORI

Per un errore di editing, nell’articolo sulle Generali pubblicato ieri sul Fatto Economico è stato erroneamente riportato che l’ex ad Mario Greco fu “cacciato”, sorte che invece era toccata al suo predecessore Giovanni Perissinotto. Greco lasciò il Leone per approdare in Zurich. Ce ne scusiamo con l’interessato e i lettori.

Fq

Berlusconi. Ha ragione la figlia Marina, avrà un posto nei libri di storia e di fiabe

 

La signora Marina Berlusconi ha detto che suo padre Silvio avrà un posto nei libri di storia. È assai probabile. Vorrei tuttavia ricordare alla signora Marina Berlusconi che anche Giuda, Alì Babà, Hitler ed Erode sono citati sui libri di storia, ma non mi sembra una gran cosa. È proprio vero: “…e figli so’ piezz’e core” (Eduardo De Filippo, Napoli 1900 – 1984).

Sergio Cannaviello Obradovïch

 

Gentile Sergio, il suo elenco però non mi convince. È davvero ingeneroso nei confronti di Alì Babà, leggenda delle “Mille e una notte” a cui i quaranta ladroni voglion far la pelle; sulla figura di Giuda ci sarebbe da aprire una parentesi troppo lunga e la crudeltà di Erode è raccontata nel Vangelo di Matteo, mentre su quella di Adolf Hitler non ci possono essere certo dubbi: anzi, il termine “crudeltà” è senz’altro riduttivo per il nazista e comunque è un paragone eccessivo anche per Belzebù.

Insomma, comincerei separando i libri di storia dai volumi di favole e, una volta raggiunto l’obiettivo, credo che l’epopea di Silvio Berlusconi possa essere trovata negli uni come negli altri. Nelle “mille e una notte ad Arcore e Palazzo Grazioli”, ad esempio, si narrerebbe di grandi e sfarzose feste con il Cavaliere, osannato dalla folla e impegnato in danze forsennate con bellissime dame mentre altri cavalieri partecipano al baccanale in un tripudio di gioia e divertimenti. Nel “Vangelo secondo Ghedini” il prode Cavaliere sconfiggerebbe i nemici, vecchi comunisti mangiabambini con i baffi, e trasformerebbe l’acqua in vino per tutti risolvendo il problema della povertà con l’alcolismo. E, di queste letture, Marina Berlusconi sarebbe certamente felice e se potesse di sicuro le pubblicherebbe in eleganti volumi di Mondadori.

Sui libri di storia, invece, Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, sarà ricordato per i rapporti con Marcello Dell’Utri nella trattativa Stato-mafia; per la condanna per frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita, creazione di fondi neri; per le Olgettine e le papi girl; per il bunga bunga; per il kapò rifilato a un tedesco, il socialdemocratico Martin Schulz, al Parlamento europeo; per le corna nelle foto ufficiali dei vertici internazionali; per governi di destra dai risultati disastrosi per il Paese. Ah, giusto, anche per il Drive-in, Canale5, scudetti e coppe del Milan…

Giampiero Calapà

A Bruxelles era tutta campagna e non c’era l’egoismo…

Il CorSera ieri ci ha rivelato che “poche sere fa Wolfgang Schäuble, ex ministro delle Finanze di Berlino e oggi presidente del Bundestag, ha cenato con Antonio Tajani” (che è, incredibilmente, a capo dell’Europarlamento). Lo stesso Tajani ha rivelato il prezioso contenuto della conversazione martedì durante un evento della multinazionale Deloitte: “A Europa e Germania serve un’Italia forte, questa è stata la raccomandazione di Schäuble, ma per essere forti bisogna essere credibili: bisogna ridurre il debito pubblico e non farne ancora di più per produrre consenso clientelare”. E non si capisce se questa seconda parte siano gli ordini impartiti in tedesco (buon 25 aprile) o la canzoncina già mandata a memoria dall’italiano che Berlusconi voleva a Palazzo Chigi (perché è del poeta il fin la meraviglia). Che serata è stata, quella organizzata da Deloitte e riportata dal Corriere con spreco di citazioni di Deloitte: pensate che, oltre all’ad di Deloitte Italia che presentava una ricerca di Deloitte, c’erano pure Sassoli del Pd, quell’allegrone dell’ex ministro Moavero e l’ambasciatore italiano all’Ue Massari: “Nazionalismo e sovranismo”, ci fa sapere afflitto quest’ultimo, “si avvertono” ormai pure a Bruxelles, dove “un certo egoismo oggi è più forte di prima”. Nazionalismo, sovranismo, egoismo, certo, ma non dimentichi l’ambasciatore il traffico, la scomparsa delle mezze stagioni, la maleducazione dei giovani e altre brutte cose che turbano il sogno europeo: ah, i bei tempi di quando a Bruxelles era tutta campagna e si stava in armonia.

Il pregiudizio inevitabile

Chiunque abbia aspettato un amico in fondo al marciapiede di una stazione ferroviaria ricorderà quante strane persone abbia scambiato per lui. La foggia di un cappello, un passo un po’ caratteristico suscitavano alla mente in modo vivido l’immagine della persona attesa.

Nel sonno un tintinnìo può sembrare il rintocco di una grande campana; il lontano colpo di un martello può sembrare uno scoppio di tuono. Le nostre costellazioni di immagini risponderanno a uno stimolo che forse somiglia solo vagamente a un qualche loro aspetto. Nell’allucinazione possono invadere tutta la coscienza. Oppure possono entrare appena nella zona della percezione, benché io tenda a credere che una tale esperienza sia estremamente rara e molto raffinata, come quando fissiamo una parola o un oggetto familiare, ed esso cessa a poco a poco di essere familiare.

È certo che perlopiù il modo in cui vediamo le cose è una combinazione di quello che c’è e di quello che ci aspettavamo di trovare. Il cielo non è lo stesso per un astronomo e per una coppia di innamorati; una pagina di Kant provocherà un corso di pensieri diverso in un kantiano e in un empirista assoluto; la bella di Tahiti è più attraente agli occhi del suo corteggiatore tahitiano che a quelli dei lettori del National Geographic Magazine. La competenza in una materia è, in realtà, il moltiplicarsi degli aspetti che siamo preparati a scoprire, più l’abitudine a fare la tara sulle nostre aspettative. Mentre all’ignorante tutte le cose sembrano uguali, e la vita non è che una cosa dopo l’altra, per lo specialista le cose hanno un alto grado di individualità. Per un autista, un buongustaio, un intenditore, un membro del Gabinetto presidenziale, o la moglie di un professore vi sono distinzioni e qualità evidenti, che non sono affatto evidenti alla persona comune che discute di automobili, vini, opere d’arte, repubblicani e facoltà universitarie.

Ma nelle opinioni pubbliche pochi possono essere esperti, dal momento che la vita, come Bernard Shaw ha reso chiaro, è così breve. Quelli che sono esperti lo sono soltanto in poche materie. Anche tra i militari di professione, come abbiamo imparato durante la guerra, gli specialisti di cavalleria non si dimostravano necessariamente brillanti in fatto di trincee e di carri armati. Anzi, qualche volta un po’ di competenza in una modesta materia può semplicemente esasperare la normale tendenza umana a cercare di fare entrare a forza negli stereotipi tutto ciò che può esservi fatto entrare a forza, e a gettar via ciò che non vi si adatta. Se non stiamo molto attenti, tendiamo a figurarci tutto quello che ci sembra conosciuto con l’ausilio di immagini già presenti nella nostra mente.

Così, nella visione americana del Progresso e del Successo, c’è un’immagine precisa della natura e della società. È il tipo di natura umana ed è il tipo di società che producono logicamente il tipo di progresso che viene considerato ideale. E quindi, quando cerchiamo di descrivere o spiegare davvero gli uomini riusciti, e gli avvenimenti che sono realmente accaduti, ascriviamo a essi le qualità che sono presupposte negli stereotipi. Queste qualità vennero standardizzate piuttosto candidamente dagli economisti di altri tempi. Essi si misero a descrivere il sistema sociale sotto cui vivevano, e lo trovarono troppo complicato per essere espresso in parole. Così costruirono quello che speravano fosse un diagramma semplificato, non troppo diverso, come principio e come verosimiglianza, dal parallelogramma con zampe e testa con cui il bambino disegna una complicata mucca. Lo schema comprendeva un capitalista che aveva diligentemente messo via un capitale con i risparmi del suo lavoro, un imprenditore che immaginava una domanda socialmente utile e organizzava una fabbrica, una raccolta di operai che contrattavano liberamente, prendere o lasciare, il loro lavoro; un proprietario terriero e un gruppo di consumatori che compravano sul mercato più conveniente quei beni che secondo un rapido calcolo piacere-dolore sapevano che avrebbero dato loro il massimo piacere. Il modello funzionava, e le persone del tipo postulato dal modello, che vivevano nel tipo di mondo postulato dal modello, invariabilmente collaboravano in modo armonioso nei libri dove il modello veniva descritto. Con modifiche e abbellimenti, questa finzione usata dagli economisti per semplificare il loro pensiero fu smerciata e volgarizzata finché per vasti settori della popolazione s’impose come la mitologia economica del giorno. Forniva una versione-tipo del capitalista, dell’imprenditore, del l’operaio e del consumatore a una società che naturalmente era più impegnata a conseguire il successo che a spiegarlo. Gli edifici che sorgevano, e i conti in banca che si accumulavano, erano la prova che lo stereotipo del modo in cui si era arrivati a tutto ciò era corretto. E quelli che più beneficiarono del successo arrivarono a credere d’essere il tipo di uomini che s’immaginava che fossero. Non sorprende che gli amici ingenui degli uomini di successo, quando leggono la biografia ufficiale e il necrologio, debbano faticare a non domandarsi se quello sia proprio il loro amico.

Naturalmente il ritratto ufficiale riusciva irriconoscibile agli sconfitti e alle vittime. Infatti, mentre coloro che impersonavano il progresso ben di rado si soffermavano a indagare se erano arrivati per la via tracciata dagli economisti, o per un’altra via ugualmente accettabile, i falliti indagavano. “Nessuno – disse William James – penetra una generalizzazione al di là della sua conoscenza dei dettagli”. I capitani d’industria vedevano nei grandi monopoli i monumenti del (loro) successo; i concorrenti sconfitti vedevano in essi i monumenti del (loro) insuccesso. Perciò i primi magnificavano le economie e le virtù della grande industria, chiedevano mano libera, dicevano di essere gli agenti della prosperità e i promotori del commercio. I vinti mettevano l’accento sugli sprechi e le brutalità dei monopoli, e reclamavano a gran voce che il Dipartimento della Giustizia liberasse l’economia dalle cospirazioni.

Nella stessa situazione una parte vedeva il progresso, l’economia e uno splendido sviluppo; l’altra parte vedeva la reazione, il dispendio esagerato e la limitazione delle attività economiche.

Quando un sistema di stereotipi è ben stabilito, la nostra attenzione si rivolge a quei fatti che lo appoggiano e si distoglie da quelli che lo contraddicono. Ed è forse proprio perché sono già predisposte che le persone bonarie scoprono tante occasioni di bontà e le persone maligne tante ragioni di malanimo. Se, come scrisse una volta Philip Littell di un celebre professore, noi vediamo la vita riflessa oscuramente nello specchio di classe, i nostri stereotipi di come sono i ceti superiori e le classi inferiori non saranno contaminati dalla comprensione. Ciò che è estraneo sarà respinto, ciò che è diverso cadrà sotto sguardi che non vedono. Noi non vediamo quello che i nostri occhi non sono abituati a considerare.

Senza esecutivo ma con privilegi e pensione

In attesa del nuovo governo, i parlamentari incassano il primo stipendio e maturano la pensione. E guai a parlare di privilegi, ché ti becchi un bello schiaffone (ex ministro Landolfi docet). A un politico puoi chiedere tutto, stuzzicarlo su alleanze e incoerenze, ma se t’azzardi a fargli i conti in tasca… diventa una belva.

La situazione è nota: per i comuni cittadini i “diritti acquisiti” non valgono e le loro pensioni sono state falcidiate con la Legge Fornero, tant’è che oltre il 70% dei pensionati italiani è sotto i 1.000 euro e 11 milioni su 17 – 2 su 3 – addirittura sotto i 750; sono invece “inalienabili” i diritti di migliaia di ex parlamentari ed ex consiglieri regionali, che ci costano ogni anno centinaia di milioni.

Solo per ex deputati ed ex senatori quest’anno sborseremo 207 milioni, a fronte di appena 37 versati in contributi, meno di un quinto. Ben vengano allora l’allarme del presidente Inps Boeri e l’istruttoria avviata dal presidente della Camera Fico, per adeguare anche i vitalizi sfuggiti alla riforma Monti 2012 al sistema contributivo, come per tutti i dipendenti pubblici. Ben venga una semplice delibera dell’ufficio di Presidenza, invece di aspettare (invano) una legge ordinaria, come la Legge Richetti. Ben venga il risparmio di 150 milioni l’anno, anche se non è solo un problema di quanto si risparmi, ma anche e soprattutto di quanto la politica dimostri di condividere i sacrifici che poi chiede agli italiani. Sì, perché quando si tratta di spremere e fare cassa, siamo primi: già oggi, con la Fornero, in Italia si va in pensione in media 4 anni più tardi del resto d’Europa (66 anni e 7 mesi) e dal 2019 scatterà quota 67, contro i 65 della Germania (che a 67 arriverà nel 2030, 11 anni dopo di noi) e i 60 della Francia. Soglie che certo non valgono per i parlamentari: gli eletti dopo il 2012 potranno incassare il loro sostanzioso assegno (hanno già maturato circa 1.000 euro netti al mese) a 65 anni o, se rieletti adesso, a 60. Sette anni prima degli italiani! Sempre che non facciano ricorso per incassarlo prima e vincano, com’è successo a Landolfi, Bocchino e altri.

Un precedente pericoloso: già non riusciamo a tagliare i vitalizi sfuggiti alla riforma, se mettiamo in discussione pure quella, be’ non resta che gettare la spugna. E gli oneri figurativi? Sacrosanto che un lavoratore, una volta eletto, non perda il lavoro e possa andare in aspettativa non retribuita chiedendo contributi figurativi, così da non trovarsi a fine mandato con un “buco”.

Ma – ha ancora ragione Boeri – è indubbio che un principio legittimo sia diventato un privilegio: per durata (a quale lavoratore comune vengono concessi contributi figurativi per 20-30 anni come a un politico?); costo (pagano l’Inps o le Casse di Previdenza, cioè la collettività; interamente fino al 2000, in gran parte – quella del datore di lavoro, pari al 24% della retribuzione – dal 2000 in poi); e alla fine voilà la doppia pensione, da parlamentare e dal vecchio lavoro, pagata in buona parte da tutti noi.

Replica: tutto corretto. Se è così, come mai le Camere non hanno fornito a Boeri i dati sui contributi effettivamente versati dai singoli parlamentari, chiesti nella passata legislatura?

Stefano Rodotà e l’ultima lezione sulla dignità

Non passa giorno in cui non ci manchi Stefano Rodotà, la cui voce – autorevole, libera, spesso scomoda – si è sempre fatta sentire nel dibattito pubblico, sovente in solitudine, perfino negli ultimi mesi quando non stava bene… Il suo pensiero continua a essere attuale e a parlarci, anche attraverso un bel libro postumo, uscito da poco per il suo storico editore Laterza, che s’intitola Vivere la democrazia e indaga il rapporto tra dignità e identità dell’uomo contemporaneo, affrontando, con la consueta profondità dell’analisi, alcuni temi cruciali come il diritto al cibo, i beni comuni. E il lavoro.

Qualche giorno fa, Eurostat ci ha informati del fatto che l’Italia (dati 2017) è penultima in Ue per il livello di occupazione, con il 62,3% nel 2017 nella fascia tra i 20 e i 64 anni. Fa peggio solo la Grecia con il 57,8%. Sempre Eurostat, circa un mese fa, aveva reso noti i dati sui “lavoratori poveri”: circa 12 lavoratori italiani su 100 sono a rischio povertà nonostante percepiscano uno stipendio. Si tratta dell’11,7% della forza lavoro, una percentuale ben al di sopra della media Ue (9,6%). Abbiamo spesso detto che il lavoro, posto dai costituenti all’articolo 1 come “fondamento della Repubblica”, è il perno della nostra Carta. In Vivere la democrazia Rodotà va oltre, analizzando il lavoratore come figura che “dà diretta concretezza all’homo dignus”. Una figura oggi messa in discussione, “anzi sfidata e radicalmente negata, da una logica di mercato che, in nome della produttività e degli imperativi della globalizzazione, prosciuga i diritti e ci fa ritornare verso quella ‘gestione industriale degli uomini’ che è stato il tratto angosciante dei totalitarismi del Novecento”. Si è rotto il nesso tra lavoro e dignità, con “una rinnovata riduzione delle persone a cose, a ‘oggetti’ compatibili con le esigenze della produzione”.

Il lavoro, si domanda il professore, può essere “inteso come pura merce”, e la determinazione del suo prezzo può “essere solo affare di mercato”? La risposta, negativa eppure ignorata, ce la dà ancora una volta la nostra Costituzione, a cui Rodotà, che ha insegnato Diritto civile tutta la vita, ha voluto così tanto bene da essere spesso definito “costituzionalista”. L’articolo 41 ci dice che “l’iniziativa economica privata è libera”. Ma anche che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. E l’articolo 36 statuisce che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Come si vede, il legame tra tutto è proprio il concetto di dignità. La risposta costituzionale affidata all’articolo 36 è stata però progressivamente svuotata di senso da politiche sempre più “flessibili”, come dimostrano i dati sopra citati. “Viene così oscurato anche il nesso più generale tra rispetto di libertà e dignità e libera costruzione della personalità, che caratterizza l’articolo 2 e cui viene finalizzata la stessa garanzia dei diritti fondamentali, facendo emergere anche il nesso con la solidarietà. Di questa è necessario tener conto in un sistema che si vuole fortemente segnato dall’attenzione per le relazioni, per una dignità non solo individuale, ma sociale”. Una dignità collettiva che si sta via via sgretolando mentre le disuguaglianze crescono. La Costituzione, “parlando di persona, non intende l’astratto individuo, ma la persona sociale”. Stefano Rodotà non è mai effettivamente stato inquilino del Colle, eppure è stato un presidente della Repubblica onorario: i suoi giudizi, i suoi consigli erano moniti spesso più incisivi e soprattutto più ascoltati di quelli quirinalizi. Speriamo lo sia anche la sua ultima, lucidissima, lezione.

Della Cananea: piano Ogm per il governo

Con quel suo nome biblico o da anima dantesca dannata, tipo Farinata degli Uberti o Ugolino della Gherardesca, Giacinto della Cananea, professore di Diritto amministrativo chiamato dal M5S a coordinare un “comitato scientifico” per i possibili accordi di governo, l’altra sera è andato a Otto e mezzo a illustrare i risultati del suo lavoro. Era la prima volta che lo vedevamo, dopo giorni di leggende disseminate sui giornali che ce lo avevano fatto immaginare appartenente a una specie aliena e delicata, un incrocio tra un uomo del Rinascimento e un algoritmo umano prodotto dalla Casaleggio Associati, in grado di incrociare il programma dei 5Stelle con quelli di Lega e Pd per elaborare un infallibile piano di governo con l’una o con l’altro (fermo restando che della Cananea è un allievo di Sabino Cassese, autorevole testimonial del Sì al risibile referendum di Renzi).

Ebbene, “è possibile un governo sia col Pd che con la Lega”, ha riassunto della Cananea a Lilli Gruber (che l’ha trattato con amabile antipatia) ma, testuale, “sarebbero dei governi diversi” perché “vi sono diverse, se non opposte, concezioni della vita associata e di ordine morale”. Niente di insuperabile con una forzatura morale, insomma.

Incuriositi da un sì ghiotto preambolo, siamo andati a leggere sul Blog delle Stelle il documento in dieci punti che della Cananea ha elaborato gratis insieme a una manciata di esperti tipo saggi di Napolitano e che costituisce il “contratto di governo” con il quale un emozionato Luigi Di Maio ha annunciato di voler “realizzare il cambiamento che gli italiani aspettano da tanto tempo”. Si parte dal riconoscimento che è “ardua la formazione di un governo coeso”, la traduzione in linguaggio erudito di quel che dicono i verdurai del Corviale e le portinaie di Portici.

Apprendiamo poi che nessuno dei tre partiti nutre il desiderio che l’Italia sia teatro di attentati dell’Isis, infatti è interesse comune “garantire la sicurezza di tutti dalle minacce derivanti dalle organizzazioni terroristiche”. È già qualcosa. Indi si passa ai famosi 10 punti, le priorità dell’Italia, dei quali segnaliamo il primo, “Costruire un futuro per i giovani e le famiglie” (ad esempio “contrastando il bullismo e il cyber-bullismo”, obiettivo condiviso da M5S e Lega ma non dai renziani, non a caso tra i maggior bulli e cyber-bulli della websfera); il secondo, “Contrastare efficacemente la povertà e la disoccupazione” (averci pensato prima!); il 7°, “Per un nuovo rapporto tra cittadino e fisco” (sic); e l’8°, “Un Paese da ricostruire: investire nelle infrastrutture”, punti sui quali potremmo fare anche un governo trans-nazionale con la Corea del Nord. Seguono altre amenità (“piste ciclabili”, “riconoscimento del merito”, “investire sul capitale umano”) che avrebbe potuto attuare il governo Gentiloni protratto a oltranza fino a esaurimento del popolo italiano. Il reddito di cittadinanza che ha valso l’exploit elettorale ai 5Stelle diventa un “salario minimo garantito”, un Ogm pd-grillino-leghista che può essere tutto e niente. Beninteso, “saranno mantenuti gli impegni già presi in sede europea” e “atlantica”, questo perché il Pd non se ne abbia a male. Insomma, volevamo la Rivoluzione, siamo pronti per il CAF.

Il prezioso contributo – che sembra una tesina del secondo anno di Scienze politiche e che, con tutto il rispetto, poteva scrivere pure Di Maio o, senza offesa, la Madia senza copiare – è minato da una fallacia logica basata sul sempliciotto leit motiv “facciamo come la Germania” o addirittura “come l’Inghilterra”, che però è una monarchia mentre noi siamo una Repubblica parlamentare. L’ipotesi di “fare come l’Italia” non è contemplata, primo perché una legge elettorale tanto capziosa non sarebbe venuta in mente nemmeno a Isaac Asimov in quel suo racconto in cui un supercomputer governativo sceglie una sola persona che dovrà votare per l’intera nazione, e poi perché si finge di non capire che i tre partiti sono incompatibili, e infatti il documento redatto sui minimi comun denominatori dei tre partiti sembra un esperimento condotto in laboratorio in condizioni di vuoto, stante l’impossibilità di un governo con la Lega a meno che Salvini non abbandoni B. (e i voti al Sud poi come li prende?).

Dubitiamo che gli italiani abbiano votato in massa il movimento del “vaffa” o quello post-editing “del cambiamento” perché mettesse al lavoro un’equipe di tecnici (ah, la Casta!) per trovare “scientificamente” un compromesso di generale buon senso da attuare indifferentemente col Pd o con la Lega o, orribile a dirsi, con Lega e Pd insieme. Da parte nostra speriamo solo di non perdere di vista il prof. della Cananea (che si schermisce affabilmente all’ipotesi di fare il ministro, indizio chiarissimo che vuole farlo).