Colle ostaggio di Matteo: dopo ci sono solo le urne

Una strada in salita, “molto irta, piena di ostacoli e macerie”, quella tra M5S e Pd. Ma l’unica strada rimasta perché Salvini e Di Maio hanno già “affossato il governo del presidente”. È stata questa, ieri sera, la cruda sintesi dei ragionamenti al Quirinale al termine del mandato esplorativo di Roberto Fico.

L’ottimismo del presidente della Camera, “dialogo avviato”, è stato immediatamente deriso e bombardato dai renziani, ma per Sergio Mattarella contano le comunicazioni istituzionali e su quel “dialogo avviato” di Fico ha concesso di fatto un’altra settimana al tentativo in corso, senza fare dichiarazioni formali. L’attesa, ovviamente, è soprattutto per la direzione del Pd, prevista il 3 maggio. E di fronte alla cagnara del centrodestra che attacca sui tempi lunghi, il Colle ha gioco facile: “Allo schema tra Di Maio e il centrodestra o la Lega abbiamo dato 20 giorni”. Punto.

Pur precisando che la direzione dovrà esprimersi non su un’intesa ma sull’apertura di un tavolo, al Quirinale non si fa mistero della vera questione che blocca tutto: il fattore R. Erre come Renzi. In questa fase lo stallo è ostaggio dell’ex segretario rimasto padre padrone del Pd: la data del 3 maggio è una provocazione plateale. Una questione non solo politica, ma anche “mentale e culturale”, accentuata dal fatto che Renzi non ha più alcun canale aperto con il Colle. Ci sarà qualcuno in grado di fargli capire la posta in gioco?

In teoria, se dovesse arrivare l’improbabile, a oggi, sì della direzione alla trattativa, Mattarella già il 4 maggio potrebbe fare il suo terzo giro di consultazioni e in base alle conclusioni dei due partiti decidere tra un pre-incarico o un incarico pieno. Se invece dovessero essere confermate le previsioni negative di Renzi, non resterebbe che prendere atto che nessun governo (né politico, né tecnico o istituzionale) ha la maggioranza.

“Prima il referendum, poi un contratto: anche noi dobbiamo fare la nostra parte”

“Non chiedo che si faccia un governo coi 5 Stelle, ma almeno andiamo a vedere le loro carte”. L’ultimo segnale di fumo alla direzione del Partito democratico, che il 3 maggio si esprimerà sul confronto con il Movimento, arriva da Mattia Zunino, segretario nazionale dei Giovani democratici, l’organizzazione giovanile dei dem.

Basta con l’Aventino?

In un primo momento era giusto vedere come avrebbero gestito questa fase i vincitori delle elezioni, ma adesso, a più di 50 giorni dal voto, dobbiamo fare un discorso diverso, viste anche le sollecitazioni del Quirinale. L’Aventino “a prescindere” non è una strategia possibile.

Quindi il Pd dovrebbe dialogare con i nemici storici?

Sono il primo ad avere dubbi sull’affidabilità dei 5 Stelle, ma bisogna vedere quali sono le carte sul tavolo e se c’è la possibilità di fare un confronto su un programma di governo, senza essere subalterni a loro e verificando che non stiano bluffando. Se si trova un’intesa su alcuni temi nostri, perché no?

L’idea di un contratto alla tedesca la convince?

Sì, a patto che sia davvero un contratto alla tedesca e non all’italiana.

In che senso?

Per quanto stimi il mondo accademico, un accordo tra partiti deve essere soprattutto il prodotto di una contrattazione politica, il più possibile paritetica, nonostante in questo caso il Movimento 5 Stelle possa godere di molto più peso in Parlamento. Altrimenti il Pd rischia di fare come ai tempi del governo Monti, quando abdicò alle proprie responsabilità politiche.

Cosa guadagnerebbe il Pd?

Possiamo portare nel contratto questioni che ci stanno a cuore. Ricordo le promesse prima del voto, quando si disse per esempio che lo Ius Soli sarebbe stato un obbligo per la futura legislatura. Ma il contratto sarebbe anche un modo per stanare i 5 Stelle sulla loro democrazia interna, sul vincolo di mandato e sul contratto dei loro parlamentari con la Casaleggio Associati.

Non crede, come molti nel suo partito, che gli elettori abbiano deciso che il Pd debba stare all’opposizione?

È un teorema che non regge in un sistema per lo più proporzionale come il nostro. Oltretutto il Rosatellum è una legge che ha voluto il Pd. Era legittimo che Lega e 5 Stelle fossero i primi incaricati di trovare un’intesa, ma ora dobbiamo fare la nostra parte.

Non teme che la maggior parte del vostro elettorato sia contrario a un accordo con i 5 Stelle?

In queste settimane tutti credono di poter interpretare il pensiero della base del nostro partito, ma in realtà l’unico modo per verificare davvero cosa ne pensano gli elettori è fare un referendum sul contratto, proprio come accaduto in Germania. Può anche darsi che lo boccino: a quel punto ne prenderemmo atto e probabilmente torneremmo a votare, dato che non vedo margini per altri tipi di governo.

Molti militanti del Pd rivendicano una forte diversità con il Movimento. In rete hanno anche lanciato l’hashtag #senzadime.

Sul piano personale posso capire che ci siano diversi elettori che non vogliono accordi con i 5 Stelle, perché negli ultimi anni ce ne siamo dette di tutte i colori. Ma dal punto di vista politico – purtroppo o per fortuna – non funziona così, sarebbe un atteggiamento infantile. Magari un giorno dirò anche io “senza di me”, ma prima voglio vedere che cosa si può fare.

Come segretario dei Gd lei fa parte della direzione del Pd. Sarà questa la sua linea nell’appuntamento del 3 maggio?

Esprimerò il voto dopo essermi consultato con i ragazzi dell’organizzazione. Lo farò sul merito: non sono favorevole o contrario a prescindere all’accordo con i 5 Stelle. Un governo non lo si fa in nome della responsabilità, ma solo se c’è la convinzione che si possa realizzare un buon programma.

Renzi resta sul no. Ma in Direzione rischia di perdere

Matteo Renzi di fare un governo con i Cinque Stelle non ne vuole sapere. Passano i giorni, aumenta la pressione esterna, ma l’ex premier resta fermo sulle sue posizioni. “Gli hanno offerto di tutto, ma lui non cambia idea”, raccontano i suoi. Tra le “esche” che gli sarebbero state fatte arrivare – dicono i renziani – ci sarebbe pure il ministero degli Esteri. Millanteria o no, sarebbe una casella che al senatore di Scandicci non dispiacerebbe affatto.

Ma Renzinon si fida: pensa che in realtà il Movimento non rispetterebbe gli accordi presi. E poi, comunque, non è disposto a fare un cambio di linea a 360 gradi. Senza contare che quella che si sta giocando davvero è una partita per rimanere leader di quel che resta del Pd o di un post-Pd tutto suo.

La giornata di ieri fa registrare la ormai consueta differenza di toni e di interpretazioni rispetto alla giornata. La delegazione composta dal reggente, Maurizio Martina, dal presidente dem, Matteo Orfini, dai capigruppo, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, incontra Roberto Fico in mattinata. All’uscita, Martina parla di “passi avanti” (che riguardano la – almeno apparente – chiusura della trattativa tra Lega e Cinque Stelle) ma anche di “differenze” che restano. Toni meno ottimisti di martedì, ma abbastanza possibilisti da permettere a Fico (e al Colle) di mantenere aperta l’ipotesi di lavoro. Delrio e Orfini restano serissimi, Marcucci a tratti se la ride. Lo stesso reggente comunica la data della direzione che deve discutere se aprire la trattativa: il 3 maggio. Doveva essere il 2, ma l’ex segretario pensa che se si dà più tempo la trattativa si slabbra e magari l’asse Di Maio – Salvini si rinsalda. Quel governo resta per lui la prima speranza, soprattutto rispetto all’eventualità di nuove elezioni, che, nonostante alcune dichiarazioni baldanzose dei suoi, lo coglierebbero impreparato.

Le linee renziane sono pronte a fornire la loro lettura delle parole di Di Maio dopo il colloquio con Fico: “Ha parlato di discontinuità con il passato. È evidente che non c’è dialogo possibile”. Tutti messaggi mandati a Mattarella, che dopo aver ricevuto il presidente della Camera deve decidere che fare. Marcucci si mette di traverso subito dopo le parole dell’ “esploratore” alla Sala alla Vetrata, che ha parlato di “esito positivo” del suo mandato: “L’ottimismo del presidente Fico è sorprendente. Con la logica del fatto compiuto non si va da nessuna parte”.

A ricordare quanto l’ipotesi appaia a molti impraticabile, oltre che non desiderabile, è il deputato Michele Anzaldi: “La somma dei senatori M5S (109) con quelli del Pd (52) darebbe vita ad una maggioranza di 161 senatori, ovvero un senatore in più della maggioranza assoluta. Un replay del governo Prodi dell’Unione, che si reggeva con i voti dal centrista Mastella al rifondarolo Turigliatto”.

Più i renziani alzano i toni, più una cosa diventa evidente: la conta in direzione non è così sicura. L’ex premier potrebbe andare sotto. I numeri sono sul filo: 110 renziani di partenza su 209. Ma le salite e le discese dal carro sono all’ordine del giorno. La direzione dovrà valutare non se fare il governo, ma se aprire il dialogo. E dunque, lo stesso Renzi alla fine potrebbe decidere di dire di sì a questa ipotesi, alzando l’asticella per farsi dire di no dai grillini. Un’ipotesi alla quale stanno lavorando ora gli uomini della “trattativa” a lui più vicini. Servirebbe quanto meno a prendere tempo, in vista del congresso, e a chiudere le finestre elettorali più vicine. Il 9 maggio si chiude quella per il secondo turno delle amministrative, il 24.

Di Maio alza l’asticella col Pd e avverte B. sulle televisioni

All’inferno Berlusconi, addio a Salvini, un sì con tanti però e distinguo al Pd. E un avviso a ortodossi e critici vari, nell’assemblea con i parlamentari: “Non ho mai avuto problemi con Roberto Fico, certi retroscena erano falsi: e quelle frasi a doppio senso su di me andavano evitate”. In pillole, il Luigi Di Maio di nuovo di lotta e non più solo di governo. Il moderato che ha visto germi di rivolta in casa, e allora si è ricordato di essere grillino. O di esserlo stato. Così il candidato premier dei 5Stelle accantona toni felpati e sfumature, e mostra i denti. Innanzitutto a Silvio Berlusconi, quello a cui pochi giorni fa aveva assicurato che con lui “il problema è politico, non personale”, e al quale invece ora ricorda che serve “una legge sul conflitto di interessi, perché un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione”. Poi (ri)mette una pietra tombale sul forno con la Lega “perché abbiamo una dignità”.

E soprattutto alza l’asticella con il Pd, invocando “un contratto di governo al rialzo” con dentro tutti i totem del M5S. “Ma non si tratta di una alleanza – giura – e comunque se si torna al voto è solo un’occasione per crescere ancora”. E tutto il suo discorso ha un forte sapore pre-elettorale. Quasi a minacciare i tanti che nel voto ci rimetterebbero. Però dopo il nuovo giro di consultazioni assicura che “ce la metterà tutto” per cercare una quadra con il Pd. Quindi si rassegnerà a non incontrare i dem prima della loro direzione.

È molto scettico, ma deve tenere aperta una speranza di trattativa. Perché l’ha voluto il Quirinale, e perché tanto vale provarle tutte. Però meglio farlo scandendo i propri codici, per rinserrare le fila. Perché al solo sentire la parola Pd mezza base ha urlato al tradimento. E tra i parlamentari è tutto un sussurrare contro i dem, “perché di Renzi non ci si può fidare, e poi per noi sarebbe un abbraccio mortale”. Così ai microfoni detta condizioni. “Il Pd non può chiederci di negare battaglie storiche, serve un governo in discontinuità, e le differenze tra noi sono profonde” ammette dopo l’incontro con il presidente della Camera Roberto Fico all’ora di pranzo. “Si fa un contratto per non farci fregare, o duriamo due giorni” riassume in serata nell’assemblea con i parlamentari. Incontro delicato, dopo la visita di Fico al Colle e il suo conseguente passo di lato. “Il mio mandato esplorativo si conclude con un esito positivo, si è avviato il dialogo tra Pd e M5S” sorride l’ex primo rivale di Di Maio. Contento di non essere più tirato in ballo come possibile premier.

Nel frattempo arriva la reazione di Berlusconi: “Le parole di Di Maio sulle mie tv sono cose da anni 70, da esproprio proletario”. Ma il capo del M5S ormai chiude “a chi ci ha definito Hitler”. E la legge sul conflitto di interessi vuole metterla già nel contratto di governo con i dem, assieme al reddito di cittadinanza. Alza il prezzo, il capo. “Bisogna fare qualcosa sulla governance della Rai e delle tv private, Berlusconi continua a lanciare minacce velate a Salvini per non farlo rompere” è la sua entrata a gamba tesa sul centrodestra, ma pure sul Renzi che ha imposto una sua legge per viale Mazzini. “Al Giornale non abbiamo foto compromettenti su Salvini” farà sapere in serata Alessandro Sallusti. Ma tanto Di Maio aveva già picchiato, dopo aver provato a settimane ad accompagnare all’uscita Berlusconi, di cui era pronto ad accettare l’appoggio esterno. Salvini invece spiega di essere ancora lì, dietro la porta: “Aspetto la fine della telenovela M5S-Pd, non chiudo ai 5Stelle”. I suoi chiamano i colleghi del Movimento, e lo ripetono: “Non è finita”. Ma Di Maio con il leghista non ha contatti da giorni. “Ricucire è impossibile” sostengono dai vertici. Ma nel Movimento ancora ci sperano. Intanto in serata è assemblea. Di Maio assicura che ci proverà davvero con il Pd e che “dopo 50 giorni” il forno con la Lega è proprio chiuso. E arrivano applausi, chissà quanto sinceri. Poi celebra Fico: “Abbiamo recuperato un’amicizia più bella di prima, la nostra scelta era giusta”. Però punge i critici, lamentandosi per certe frasi “sibilline”. E tutti pensano al Carlo Sibilia che su Facebook aveva scritto: “Il problema non sono i nomi”. Con un riferimento a un passo di lato di Di Maio dalla candidatura a premier.

Poi prende la parola la senatrice Paola Nugnes, vicina a Fico. Critica il contratto di governo, bollandolo come “incostituzionale” nella parte in cui “obbliga i parlamentari a rispettarlo”. E le rispondono in diversi. Mentre Paola Taverna entrando aveva ribadito: “Non rinnego ciò che ho detto del Pd”. Sospesa tra ortodossia e pragmatismo. Come il M5S.

Base x bassezza : 2

Renzi che vaga in bicicletta per le strade di Firenze a chiedere ai passanti se sono pro o contro l’accordo coi 5Stelle e i giornaloni che spacciano il tutto per “sondaggio”, ovviamente con vittoria schiacciante del No (come sempre quando c’è di mezzo Renzi), oltre a riabilitare i pericolanti strumenti di democrazia diretta della Casaleggio Associati, ha un che di tenero e commovente. Quasi come la faccia di Orfini all’uscita di ogni consultazione. I due Matteo, cioè i due più grandi perditori mondiali della storia contemporanea, non possono più dare cattivi esempi e allora han cominciato a dare cattivi consigli. E il bello è che c’è ancora chi li sta a sentire. Compresi quei poveri parlamentari del Pd appena eletti o rieletti che rischiano di perdere il seggio alle elezioni anticipate, unica vera alternativa all’accordo M5S-Pd. A meno che qualcuno non pensi seriamente che, fallito anche questo, nascerà il mitologico “governo del Presidente” o “di tutti”, che però avrebbe dentro FI e dunque non il M5S, che a quel punto spingerà pure Lega e FdI a raggiungerlo all’opposizione per non lasciarlo solo a lucrare sui disastri dell’ennesimo governissimo: così resterebbero Pd e FI senza maggioranza e il governo di tutti diventerebbe il governo di nessuno.

Noi non sappiamo se un governo M5S-centrosinistra, sulla base di un contratto minimo su pochi punti, nascerà mai, né – se sì – quanto durerà. Sappiamo però che, evaporato l’asse 5Stelle-Lega per la presenza del terzo incomodo (B. appeso alle palle di Salvini, o viceversa), questo è l’unico possibile. Infatti i presunti leader pidini che fanno gli schizzinosi alla sola idea di un’intesa con Di Maio non dicono mai qual è la loro proposta alternativa. Come se, in una democrazia parlamentare e in un sistema (grazie a loro) proporzionale, non fossero profumatamente pagati proprio per questo: indicare soluzioni e lavorare per realizzarle. Ma i poveretti vanno capiti: fino all’altro giorno speravano nel tanto peggio tanto meglio, cioè in un governo Di Maio-Salvini per potersi accomodare all’opposizione contro i “populisti” cattivi. Ma gli è andata buca, come già col Rosatellum, fatto apposta per gonfiare i voti di Pd e FI con due finte coalizioni e poi scioglierle la sera del voto per metter su un bel Renzusconi. Se dalle urne fosse uscita una maggioranza Pd-FI anche risicata, anche insufficiente ma colmabile con l’ennesima compravendita di voltagabbana, ora il governo sarebbe bell’e fatto. E senz’alcun distinguo su incompatibilità programmatiche, insulti in campagna elettorale, maldipancia delle rispettive basi.

Anche perché difficilmente B. intimerebbe a Renzi di pulire i cessi di Mediaset o lo paragonerebbe a Hitler. E ancor più difficilmente Renzi definirebbe FI come ieri ha dipinto il M5S, cioè come una “baby gang” (anche perché la gang italoforzuta è ormai piuttosto attempata). Se nel 2011, quando ci andarono a letto nel governo Monti e nel 2013 quando ci andarono a Letta (Enrico) e nel 2014 quando ci fecero il Nazareno, l’Italicum e la controriforma costituzionale e nel 2017 quando s’intesero sul Rosatellum, i vertici del Pd si fossero domandati che ne pensava la base del Caimano, così come fanno oggi con Di Maio, non avrebbero perso tutte le elezioni dal 2014 a oggi. Non avrebbero dimezzato gli elettori in dieci anni. E negli ultimi sette ci avrebbero risparmiato i disastri della Fornero e degli esodati, il bis di Napolitano per sventare il pericolo Rodotà, la Buona Scuola, il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18, lo Sblocca-Italia, due leggi elettorali incostituzionali, l’abolizione dell’Imu ai ricchi, i regali miliardari a evasori, banche, lobby e così via. Ve l’immaginate Renzi che vaga in bicicletta per Firenze a domandare: che ne dite di Alfano ministro dell’Interno (o degli Esteri)? E di Verdini e Cicchitto nella maggioranza? E della Lorenzin alla Salute? E della Costituzione riscritta con B.? E di Marchionne preferito a Landini e Camusso? E della Fedeli all’Istruzione? E di Lotti allo Sport? E della Boschi candidata a Bolzano con cinque paracadute in Lombardia, Lazio e Sicilia? L’avrebbero stirato sull’asfalto con tutta la bici. All’epoca, mentre il Pd ne combinava di cotte e di crude suicidandosi ogni giorno coram populo, il parere di militanti ed elettori contava pochino. Torna buono oggi per far dire ai passanti che non vogliono l’accordo Pd-M5S, ponendo alle persone sbagliate la domanda sbagliata.

Per consultare i militanti ci sono le primarie, per interpellare gli iscritti c’è il referendum modello Spd tedesca. E la domanda giusta è questa: preferite rivotare con la stessa legge per ritrovarci a fine anno nella situazione attuale, perdendo altro tempo e consensi preziosi (all’hashtag #senzadime gli elettori si stanno abituando in fretta, vedi Molise) e regalando all’astensione o al centrodestra altri milione di voti, col rischio di consegnare l’Italia a Salvini&B.; oppure è meglio tentare ora un’intesa fra diversi che affronti la piaga della povertà con un reddito minimo per chi cerca lavoro, inizi a rimuovere le palle al piede che frenano lo sviluppo (conflitti d’interessi, corruzione, evasione, mafie, prescrizione, giustizia lenta, scuola e ricerca e cultura in bolletta, privilegi di casta e di lobby, deficit di energie pulite) e riconosca nuovi diritti civili (stepchild adoption, ius soli temperato, registrazione dei figli di coppie gay sul modello Torino)? Se poi la famosa base fosse ancora indecisa, si potrebbe ingolosirla col più appetitoso effetto collaterale dell’accordo: se nasce un governo M5S-Pd, Carlo Calenda dice che lascia il partito e, se tutto va bene, lo seguono pure Sandro Gozi e Anna Ascani. E sarebbe subito standing ovation: 92 minuti di applausi!

“Se vinciamo il merito sarà di John Lennon”

“Circola sul web una cosa chiamata ‘il pensiero del romanista’ che più o meno dice così: ‘Io tifo Roma, pensa te se mi può interessare vincere la Coppa’. Ecco, io tifo Roma e quando sento tifosi di altre squadre sciorinare albi d’oro, li compatisco. Loro non hanno visto Manolas colpire di testa sotto la Curva e fare il terzo gol al Barcellona. Noi siamo alla ricerca di qualcosa di magico, viviamo di questo. A me non interessa vincere, io voglio esserci”. Il giorno dopo la notte da incubo di Anfield Road, il romanistissimo Enrico Vanzina è a caccia di esorcismi.

Vanzina, esserci ieri sera – ahimé – deve essere stata dura…

Ero a casa di amici e sul 5-0 me ne sono andato. Mi sono chiuso in macchina, stavo troppo male e l’ho sentita per radio. Una cosa tristissima…

Beh, ha portato bene…

Uno sprazzo di orgoglio. A momenti facciamo il 5-3.

Ecco, rimane una fiammella. Al diavolo il “pensiero del romanista”…

Certo che un altro miracolo sarebbe leggendario… Quella del pensiero del romanista è una battuta per dire che si esiste indipendentemente dai risultati. Vincere in realtà sarebbe bello soprattutto per Nils Liedholm, Dino Viola e Agostino Di Bartolomei. E anche per Franco Sensi. Se la Roma è in semifinale di Champions League lo dobbiamo ancora a lui, che si accollò una società che rischiava di sparire o di navigare in decenni di mediocrità e la rifece grande, a sue spese. E poi confido in un’altra cosa.

Dica…

Ho amato alla follia Steve McQueen e Brigitte Bardot, ma soprattutto i Beatles, amavo loro e amavo Liverpool. Ma Liverpool, nel 1984, mi ha tradito, sono stato male. Penso che John Lennon, da lassù, sappia tutto. Siamo stati male in tanti. John, è ora di rimettere le cose a posto.

Ancora il 1984… Non è stato controproducente caricare il match di questa valenza così simbolica?

Non credo che l’ambiente possa influire in maniera determinante. Se la palla di Kolarov nel primo tempo non avesse preso la traversa staremmo qui a parlare di un’altra partita e Di Francesco non sarebbe accusato di aver sbagliato formazione e approccio.

Nel 1984 lei ovviamente c’era…

Sì, ma non ricordo nulla. Non ricordo nemmeno i rigori. So solo – perché me lo hanno raccontato – di essere uscito dallo stadio più di mezz’ora dopo la fine della partita. Un vuoto totale… Ecco, ero disperato. Oggi sono felice.

Riti per il ritorno?

I riti non si svelano. Io, come molti, ne ho parecchi. Sono più fortunato di Sensi, che faceva la stessa strada ogni volta. Gliela misero a senso unico e si beccò un sacco di multe. Come ho detto, mi affido a John Lennon

Hooligan made in Roma. Tifoso irlandese in fin di vita

Nella logica hooligan la partita vera è la guerra che si disputa senza quartiere tra tifoserie opposte: violenza e sangue. Gli ultras romanisti sono tra i più turbolenti del campionato italiano, quelli del Liverpool vantano una collaudata tradizione di scontri feroci. È un rituale, ormai: la sfida a calci precede (o segue) quella a calcio. Così, mercoledì sera, un’ora prima di Liverpool-Roma, davanti all’Albert Pub dell’Anfield (a pochi passi dalla curva Kop, “fortino” degli hooligans Reds), sono cominciati i tafferugli. A fiammate improvvise. Ci sono parecchi video che documentano assalti, fughe, blitz per isolare e bastonare i tifosi rivali. Stavolta la battaglia rischia di trasformarsi in tragedia: un tifoso irlandese del Liverpool è in coma, con gravi danni cerebrali. La polizia inglese ha arrestato due ultras romanisti: Filippo Lombardi, 21 anni e Daniele Sciusco, 29. Sono stati individuati dagli agenti della Digos italiana che hanno viaggiato insieme alla tifoseria romanista, una prassi imposta dall’Uefa per arginare la violenza attorno e negli stadi: la prevenzione, come si vede, non è che funzioni bene. I due italiani sono accusati di tentato omicidio. Per ora.

La vita di Sean Cox, infatti, è appesa ad un filo: l’uomo è stato aggredito da un mucchio selvaggio di delinquenti. Lo hanno colpito ripetutamente con bastoni e cinghie borchiate di metallo, massacrandolo di botte. Ha battuto violentemente la testa a terra riportando un gravissimo trauma cranico: è ricoverato “in condizioni critiche”.

La moglie di Cox ha detto che erano in tredici, nei video di sorveglianza sembrano almeno una ventina. In un breve quanto sconcertante filmato si scorge un tifoso armato di martello, ma non è chiaro a quale tifoseria appartenga.

Altro che festa del football e vetrina del calcio: il bilancio della prima semifinale di andata Champions è drammatico, sotto ogni punto di vista. Compreso quello sportivo: la Roma è stata punita sul campo da una goleada dal Liverpool (5-2) e verrà punita duramente per quello che è successo fuori dal campo: “Il nostro pensiero ora è rivolto alla vittima e alla sua famiglia – fa infatti sapere l’Uefa – gli autori di questo attacco ignobile non hanno posto nel mondo del calcio e confidiamo che saranno trattati con la massima severità”. Come minimo, squalifica dell’Olimpico. E forse anche messa al bando dalle competizioni europee il prossimo anno. Il rischio, ora, è la partita di ritorno, con 5 mila tifosi inglesi in arrivo a Roma.

Si temono vendette. Sarà una partita blindata, dove sperare in due miracoli: la Roma che ripete l’impresa contro il Barcellona e nessun incidente sugli spalti o in città. In attesa che l’Uefa riceva “i referti completi prima di decidere sui possibili provvedimenti disciplinari”.

Naturalmente la Roma, in quanto società, ha condannato “con la massima fermezza” il comportamento “aberrante di una piccola minoranza dei sostenitori giallorossi che ad Anfield ha fatto vergognare il club e la stragrande maggioranza dei sostenitori giallorossi perbene (…) il club sta collaborando con il Liverpool, l’Uefa e le autorità”. Parole, purtroppo. La piaga della violenza legata ai gruppi estremisti degli ultras, a loro volta per la maggior parte connessi con gruppi radicali di destra e con ambienti malavitosi, sta corrodendo l’ambiente.

Una guerriglia dalle mille implicazioni: racket dei biglietti, interessi sul merchandising, ricatti alle stesse società (il processo che ha visto coinvolto la Juve lo racconta). Inoltre, sullo sfondo degli scontri di Liverpool incombono i Mondiali in Russia. Come incombono pure i timori che la violenza hooligan – già annunciata dalla truculenta sfida delle tifoserie russe unite lanciata contro quella britannica – possa degenerare e provocare incidenti a livello diplomatico, poiché la situazione tra Russia e Gran Bretagna è assai tesa, dopo il caso del gas nervino usato contro la spia russa doppiogiochista Sergej Skripal e sua figlia. Gli scontri di mercoledì sera a Liverpool sono un avvertimento? L’Italia è assente. Ma forse gli ultras romanisti hanno voluto dimostrare da che parte stanno, aggredendo i tifosi del Liverpool. In sintonia con le simpatie verso Putin della destra nostrana.

“Canto Dalla perché mai nessuno sarà più come lui”

Secondo Ennio Flaiano “i grandi amori si annunciano in un modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?”. Senza arrivare sempre alla “stronza”, i grandi affetti possono partire anche da un sincero stupore, come è accaduto tanti e tanti anni fa a Rosalino Cellamare.

“Una mattina a Roma entro alla RCA con mio padre, io giovanissimo, non ancora maggiorenne. La prima persona che incontriamo è un tipo magro, vestito con la coda di leopardo ed enormi occhiali con luci intermittenti, il quale mi dice: ‘Ciao Ni’!’. Mio padre pallido, preoccupato, mi strattona, ‘andiamo via, dai andiamo via…’. Resisto. Dopo tre ore di attesa si spalanca la porta dello studio ed appare un altro tizio, visibilmente ingessato: ‘Scusate, ho appena avuto un incidente d’auto sul Raccordo Anulare’. Papà ammutolito. Da quel giorno è iniziato veramente tutto…”.

Il giovane Ron aveva appena conosciuto Renato Zero e un infortunato Lucio Dalla “arrivato alla RCA per farmi ascoltare Occhi di ragazza, la canzone che dovevo portare a Sanremo”. Da allora non si sono più persi di vista, anche oggi che “Lucio non c’è più, lui è sempre con me, e per questo motivo porto in tour le sue canzoni”.

Lei ha sempre riconosciuto a Dalla un’importanza fondamentale.

Sì, ma non solo per me, per la musica in generale: lui era e resta un fuoriclasse.

Su di lei ha influito da subito.

Grazie a Lucio non sono rimasto un semplice canterino da paesino, con lui sono entrato in un giro di artisti dai quali apprendevi anche solo con uno sguardo.

Oltre a Dalla, De Gregori, Zero, Venditti…

E sono arrivate delle occasioni eccezionali e durante una fase non facile per me: era il periodo degli Anni di piombo, i cantautori erano i più richiesti, mentre io non scrivevo canzoni politiche, quindi stavo ai margini.

Anche Dalla inizialmente non scriveva testi.

Fino al 1978 ha lavorato con Roversi, poi da solo ha realizzato il brano e il disco che amo maggiormente: Come è profondo il mare.

Mentre lei…

Mi dedicavo più alla musica, mi sentivo forte ed eccezionale con la chitarra in mano o seduto al pianoforte, fino a quando un giorno Lucio e De Gregori sono stati espliciti nei loro pensieri: “’Mo hai rotto, le canzoni te le scrivi da te”.

Sono passati sei anni dalla sua morte, come mai questo tour?

È nato dopo la telefonata di Claudio Baglioni per Sanremo: ‘Devi cantare il pezzo inedito di Dalla’. Ci ho pensato tutta la notte, l’ho canticchiata tutto il tempo, e la convinzione c’è stata solo nel momento in cui l’ho sentita vicina alle mie corde.

L’ha sentita sua.

E da lì è nata l’idea di cantare le canzoni che ci hanno unito, più altre sei solamente sue.

Questi anni senza Dalla…

Ho visto troppe persone approfittarsi di Lucio, quindi ho preferito restare in disparte. Aspettare.

Ha mai provato rabbia per la sua morte?

No, assolutamente. Chi lo conosceva veramente era abituato alle sue dipartite, lui era imprevedibile, a volte impalpabile; era in grado di organizzare una cena, alzarsi con una scusa dopo appena quindici minuti, e non tornare più a tavola.

Una morte coerente.

Totalmente.

Torniamo alla scaletta della serata.

Come dicevo, i brani di Lucio ai quali ho partecipato, più altri sei come L’ultima luna, Le rondini e Tutta la vita…

Nessuna delle sue?

Non mi piace mischiare, e poi non posso cantare Futura e poi attaccare un brano come Vorrei incontrarti tra cent’anni.

Perché?

Mi verrebbe da ridere.

Per lei nel 1992 Dalla ha scritto “America”.

Una svolta, non tanto artistica, quanto personale: in quel periodo ero arrabbiato con me stesso, qualcosa non tornava, non mi piaceva, mentre lui era il solito, in grado di vivere con una meravigliosa leggerezza. America è la sua lettera a me, la lettera di un padre preoccupato per il figlio.

Un uomo imprevedibile.

Era in grado di stare a cena con Gianni Agnelli, e subito dopo fermarsi per due ore per strada a parlare con un barbone. Ah, i viaggi in autostrada erano unici con lui…

Correva in auto?

No, non per questo: quando si fermava agli autogrill capitava, sempre, che venisse fermato dai fan. Lui felice. Tranquillo. Socievole. Una volta l’ho visto su un piazzale a cantare canzoni napoletane con un gruppo di signori campani in gita.

Chi era Lucio Dalla?

Un uomo unico, non c’è nessuno simile. Nessuno. E non ritrovarlo negli occhi, nei gesti, nelle parole, nelle follie di alcuno, rende ancora più esplicito quanto manca. Lucio era una montagna.

(Canta Lucio Dalla in Futura: “Il suo nome detto questa notte, mette già paura. Sarà diversa bella come una stella sarai tu in miniatura. Ma non fermarti voglio ancora baciarti, chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro…”)

Dal web alla strage, la furia dei Maschi Beta frustrati

“La rivolta degli Incel è già iniziata! Distruggeremo tutti i Chad e le Stacy! Tutti salutano il Supremo Signore Elliot Rodger!”. Con questo messaggio su Facebook, il 25enne killer di Toronto Alek Minassian ha annunciato la strage che avrebbe compiuto di lì a poco (Facebook e la polizia di Toronto hanno confermato alla Cbc che quello fosse il suo profilo).

Peccato che a leggere queste parole, solo una fetta ridicola della popolazione americana – pure se le avesse notate – si sarebbe allarmata. Quasi nessuno, infatti, avrebbe capito il post di Alek perché Alek era un “Incel”. Questo neologismo in Italia non ha ancora preso piede, ma ha radici solide e profonde.

Gli Incel si ritrovano sul web (principalmente su 4chan ma anche su Reddit) e sono gli Involuntary Celibates, uomini che non riescono ad avere una vita sessuale soddisfacente per colpa, a loro dire, di una società subdolamente misandrica in cui le correnti femministe insabbiano le colpe delle donne e in cui giocano un ruolo fondamentale la bellezza estetica e l’ipergamia. Ritengono perciò di non riuscire ad avere rapporti sessuali con l’altro sesso perché sono sgradevoli fisicamente e incolpano le donne di scegliere solo partner attraenti o con uno status economico superiore al loro (ipergamia).

“Chad” è, nel loro slang, il maschio alfa, l’archetipo dello “scopatore” per eccellenza. E Stacy è la donna alfa, attraente e “ipergama”, dunque, sostanzialmente “puttana”. Non è difficile immaginare che gli Incel siano dunque uomini caratterizzati da forte misoginia con problemi relazionali, disagi psicologici o frustrazioni e livori. Alcune femministe si sono dette contrarie al fatto di ricondurre la faccenda alla “follia” perché così si riduce il gesto di un Minassian qualunque a un problema individuale anziché culturale.

Gli Incel parlano spesso della necessità di una rivoluzione dei “maschi beta” e qui entra in gioco Elliot Rodger, il killer di Isla Vista, a cui l’assassino di Toronto dedica il post prima del suo folle gesto (“Tutti salutano il Supremo Signore Elliot Rodger!”). Rodger è chiamato da questi gruppi “eroe”, “fratello”, “gentleman”, “santo”. Il 22enne Elliot Rodger nel 2014 uccise sei persone prima di suicidarsi e lasciò una sorta di manifesto delirante in cui diceva che le donne andavano chiuse nei lager e il sesso abolito.

Un altro neologismo usato dagli Incel e nella “maschiosfera” è questo: “Red pill”, termine che trae spunto dal film Matrix e indica l’uomo che finalmente prende coscienza della misandria imperante. Nella maschiosfera si aggirano gli Incel e vari sottogruppi, dai separati/divorziati che parlano di divorce rape (il divorzio inteso come uno stupro nei confronti dell’uomo che viene privato di denaro e diritti), a coloro che professano l’apologia dello stupro, a quelli che più innocentemente istruiscono sugli uomini sulle tecniche di seduzione. La maschiosfera si muove negli ambienti politici e culturali dell’estrema destra americana, abbracciando xenofobia e in particolare antisemitismo. Il fenomeno delle persone con idee strampalate o malsane che si attirano tra di loro ha un nome evocativo ed è cranck magnetism.

Ecco. Il crank magnetism è quello che crea o può creare i killer alla Minassian, persone con disagi profondi e tendenza all’isolamento (Minassian è descritto come un ragazzo poco incline a socializzare) che sul web trovano ulteriori spunti e istigazione all’odio.

È per questa ragione – e lo dico da tempo – che bisogna prendere atto di un fenomeno nuovo e pericoloso: la morte dei lupi solitari. Gli assassini isolati non esistono più. Si continua pigramente a definirli tali, ma la maggior parte dei killer, oggi, sono lupi da branco anche se hanno sempre vissuto soli in un monolocale in periferia e a malapena salutavano il vicino di casa. Sono spesso individui fomentati e istigati dalla Rete e da gruppi di persone con cui condividono gli stessi folli ideali, che siano di natura religiosa o misogina o altro.

Su alcuni siti canadesi nonché sull’Independent, che a firma Marisa Bate ha pubblicato l’articolo “se Alek Minassian fosse stato ispirato dal movimento misogino Incel anziché dall’Isis, sarebbe comunque terrorismo”, ci si pone una domanda fondamentale: i gruppi Facebook che istigano all’odio e a compiere atti violenti (che si inviti a farsi esplodere in un bar o a tirare l’acido sul viso di una donna, in fondo non è poi così diverso) possono essere a tutti gli effetti considerati organizzazioni terroristiche?

Studio da anni il fenomeno dei gruppi Facebook misogini in Italia (con le loro diramazioni su Telegram e altrove) e ho sempre parlato di pericolosità sociale.

Nel nostro Paese non esistono gli Incel ma solo perché non sapevo, non sapevamo, che nome dargli. In realtà, i nostri Incel esistono e hanno molti punti di contatto con quelli descritti da giornali canadesi, americani e inglesi in questi giorni. Sono i membri di alcuni gruppi in cui l’odio nei confronti delle donne è il tema centrale. Come gli Incel, hanno un loro slang misogino: “Le duemila” per esempio sono le “puttane” molto giovani, i “beta” sono i maschi sfigati, i loro idoli sono i Sollecito (che infatti di alcuni gruppi misogini era membro apprezzato), i Misseri, i Bossetti, tutti coinvolti (a diverso titolo) nell’omicidio di giovani ragazze. Sono gruppi spesso vicini all’estrema destra in cui, come in quelli degli Incel, si usano meme a tema “apologia dello stupro” e “Le donne sono tutte zoccole”. “Pastorizia never dies” e il misogino “No alla violenza” sono tra i peggiori. Gruppi in cui si ritrovano principalmente adolescenti, che quindi possono avere difficoltà nel relazionarsi con il sesso femminile, ragazzi con problemi nel socializzare, separati e semplici misogini nonché razzisti e individui feroci con il diverso, con la società bacchettona e incline alla censura (i “Buongiorno Kaffè” nel loro slang sono gli adulti ridicoli, incapaci di comprendere il web e il registro dei millennials).

Se le dinamiche certe della strage di Toronto sono ancora da accertare, è invece certo che la misoginia sul web sia un fenomeno sottovalutato, addirittura ignorato. Così ignorato che per capire il post di un Incel bisogna affidarsi al web al posto di Google translate per capire chi siano i Chad, le Stacy o il supremo Elliot, come se un cittadino canadese fosse un terrorista uzbeko o iraniano, che parla una lingua tutta da decifrare.

Magazzino 18, la Pompei degli italiani profughi dall’Istria

Quando i profughi eravamo noi italiani. Quando scappando di casa la notte, per non essere uccisi, ci portavamo dietro sedie, mobili, bicchieri, per conservare una briciola della nostra vita. Quando salivamo noi su navi e barconi. Quando ci mettevano in campi profughi, nel nostro Paese. Quando ci dicevano che rubavamo il lavoro. Quando ci davano dei fascisti perché volevamo vivere in Italia. Quando tacevano la nostra storia perché anche la memoria ha un colore.

“Questa è la Pompei degli italiani d’Istria”, Franco Degrassi entra nel Magazzino 18 del porto vecchio di Trieste. La luce abbacinante di questa estate improvvisa sparisce. Decine di volti ti guardano dalla parete: “Sono bambini, donne, uomini senza nome. Di loro restano solo queste fotografie”, racconta Degrassi, presidente dell’Irci (l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano Fiumano Dalmata di Trieste). Degrassi, 78 anni, un passato nella giunta del sindaco Riccardo Illy, è uno di loro: un profugo istriano. E oggi è impegnato a raccontare la storia della sua gente: “Quegli italiani che dal 1943 al 1957 lasciarono la loro terra. Erano 350 mila in Istria, ne restarono forse 20 mila”.

Bisogna partire dal Magazzino 18 per capire. Anche se all’inizio vedi soltanto montagne di mobili, letti. Scaffali zeppi di bicchieri, piatti, aratri, zappe, perfino presepi, quaderni di scuola lasciati a metà. Ma soprattutto sedie. Cataste infinite. Devi guardarle a lungo. Finché vedi case, senti rumori, profumi. “Proprio da questa quantità di oggetti alla fine emergono le persone”, si tormenta le mani Degrassi. “Cominciò quando l’Italia perse la guerra e il confine per i giochi tra nazioni era una linea che andava avanti e indietro trascinandosi la vita della gente”, racconta con passione Piero Delbello, direttore dell’Irci, “Di notte in Istria ti bussavano alla porta e ti portavano via. Sparite, migliaia di persone. Buttate nelle foibe, voragini profonde centinaia di metri. Decine di migliaia partirono. Pola, 30mila abitanti, si svuotò. Strade deserte e duemila persone”. Scrisse il poeta Biagio Marin: “E Pola gera sola co’ case svode in pianto, la sova zente intanto xe sénere che svola”.

I profughi sbarcavano a Trieste. Trascinandosi sedie e mobili, sistemandoli in cubi – uno per famiglia – che racchiudevano la loro esistenza. In attesa di venire a riprenderli un giorno che per molti non arrivò mai. Qualcuno fu ucciso nei quaranta giorni in cui la città finì nella mani di Tito; molti si rifecero una vita in Italia o emigrarono. La diaspora. Il tuo mondo in pezzi. I beni mai recuperati sono ancora qui, testimoni di una tragedia negata per decenni. Da Italia e Jugoslavia.

Per difendere le bandiere si sono dimenticate le persone. Su entrambi i fronti.

Gli eccidi fascisti: ad Arbe furono internati 10 mila slavi e molti morirono. Poi la strage di Vergarolla, a Pola: le mine che straziano cento italiani sulla spiaggia. E il chirurgo Giuseppe Micheletti che opera per giorni mentre i suoi due figli sono morti. Di uno resterà un calzino che lui conserverà nel camice per tutta la vita.

Poi le foibe. Migliaia di morti innocenti. E noi a chiederci chi avesse ragione. A dare del fascista ai profughi: “Mentre Pola era una città piena di operai. Socialisti”, racconta Delbello. Così ci si è dimenticati delle vittime. Colpite – tutte, italiane e slave – dalla follia del fascismo. Perché fu Benito Mussolini a infiammare l’odio: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come quella slava, si deve seguire la politica del bastone”. Colpite poi dal comunismo che divise italiani da slavi e slavi da slavi.

Per ricordare ci è voluto un ragazzo di Roma dai capelli crespi: Simone Cristicchi. Che ha portato la storia dei profughi a teatro: “Ero qui per uno spettacolo e ho chiesto di visitare il Magazzino 18. Mi è mancato il respiro”. Ecco la storia degli istriani. E di Trieste. Città, come nessun’altra in Italia, impastata di diversità. Qui dove alla fine della Grande Guerra c’erano giornali in 4 lingue. Dove vivevano 12 mila tedeschi, ma dopo la vittoria italiana nel liceo tedesco di quaranta ragazzi ne rimase uno. Dove si pregava – e si prega – in chiese cattoliche, ortodosse e sinagoghe. Quella diversità che ha portato alle foibe. Che ha visto l’orrore della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio nazista in Italia. Andate nella cella della morte. Chiudetevi la porta alle spalle. E provate a sentire le urla: ebrei, slavi, italiani uccisi a bastonate.

Trieste dove la diversità ha generato dolore senza fine. Ma anche cultura, idee. Vita. La città dove trovarono casa Rainer Maria Rilke e James Joyce. La terra di Giani Stuparich, Italo Svevo. Oggi di Claudio Magris, Boris Pahor e Paolo Rumiz. Trieste dove Franco Basaglia realizzò il sogno di un mondo senza manicomi, senza muri tra matti e sani. Quella diversità che trovi oggi in piazza Garibaldi, dove nei bar senti suoni e profumi della Serbia (4.500 i serbi in città). Sul molo Audace al tramonto vedi giovani che nei lineamenti misti trasformano la storia in vita. Qui Umberto Saba scrisse: “Così ben profondate ho le radici nella mia terra”. Visitate il cimitero Sant’Anna, invita lo scrittore Mauro Covacich, leggete i nomi sulle lapidi: italiani del Nord e del Sud – Italo e Carmelo – slavi e tedeschi. Come capita anche al cronista, che torna a Trieste e nell’Istria dei nonni profughi. E dal chiarore delle strade, dal profumo dei pini verso Capo Promontore emerge qualcosa che era conservato nel sangue. Finché a Dignano – o Vodnjan, se preferite – trova una tomba con il suo nome.