“Matteo non faccia la vittima: Berlusconi non lo digerirò mai”

“Oggi è una grande giornata, perché alla Camera abbiamo avviato l’istruttoria per abolire vitalizi e queste cose non erano mai state fatte prima”. Al telefono dal Molise, dove è andato a sostenere il candidato governatore del M5S Andrea Greco, Luigi Di Maio ostenta soddisfazione. Però il lunedì è stato teso, con la guerra di dichiarazioni incrociate tra lui e Matteo Salvini.

Salvini le ha chiesto un incontro prima del nuovo giro di consultazioni al Colle e lei ha chiuso. Non è incoerente, visto che il tavolo con i partiti lo aveva proposto lei?

La questione è molto semplice: ci vediamo per fare cosa? Dobbiamo chiarire un paio di premesse, e valgono sia per il Pd sia per la Lega. Prima di tutto, qualunque tipo di contratto di governo partirà dai nostri temi. Poi inizierà la contrattazione con gli altri. Noi non rinunciamo ai nostri temi. E non siamo disposti a fare un governo a tutti i costi. Dobbiamo portare a casa dei risultati, per i cittadini.

Con Salvini vi ponete condizioni a vicenda. Un bel problema.

Con il segretario della Lega sono stato chiaro. Gli ho detto: vogliamo metterci al lavoro per fare quello che dicevi anche tu, ovvero riformare la legge Fornero, ridurre le tasse e la burocrazia e altre cose fondamentali? Bene, devi decidere tra il M5S, il cambiamento, e la restaurazione, Berlusconi. È inutile che lui si ostini a pensare che io possa digerire il capo di Forza Italia: non può più digerirlo neppure il Paese. Però sono fiducioso: mettendo al centro il contratto, impegnerò i partiti su singoli provvedimenti.

Ma si incontrerà con Salvini, sì o no?

Vediamo. Ma se dobbiamo farlo per dirci Berlusconi sì, Berlusconi no, non serve. Io non voglio far saltare il tavolo, né con Lega né con il Pd. E voglio agevolare il lavoro del presidente della Repubblica nel trovare una maggioranza. Ma dobbiamo arrivare agli incontri con le condizioni giuste.

Quindi niente Berlusconi e lei che rimane candidato premier, giusto?

Io ricordo che domenica il centrodestra riunito ha detto che cercheranno i voti in Parlamento, e Salvini si è affrettato a smentire. Questo dovrebbe indurlo a capire che forse la sua coalizione non gli vuole così bene, se voleva mandarlo a farsi impallinare. Per questo mi rivolgo alla Lega e non a tutto il centrodestra: perché è una coalizione che non esiste, in cui tutti dicono cose diverse.

Confessi, voi del M5S vi augurate che Salvini riceva un pre-incarico per il centrodestra e poi vada a sbattere.

Non c’è niente da augurarsi, anche perché queste decisioni le prende il capo dello Stato. Però se Salvini paragona il 37 per cento del centrodestra al 32,5 dei 5Stelle, io gli ricordo che quella percentuale noi l’abbiamo fatta da soli, e che senza di noi non avrà mai il 51 per cento per governare.

Il segretario della Lega fa notare che lui ha accettato delle rinunce per chiudere sulle presidenze delle Camere. Lei invece non vuole accettare un premier terzo. Può avere ragione, no?

Salvini non deve fare la vittima. Lui ci ha indicato il nome per la presidenza del Senato: poi se lo abbia fatto perché magari in quegli stessi giorni il leghista Massimiliano Fedriga stava diventando il candidato governatore in Friuli, è un tema interno al centrodestra. Noi abbiamo votato Casellati perché ce l’hanno indicata: ma avremmo accettato anche un altro nome, purché fosse incensurato.

Però con un terzo nome per Palazzo Chigi forse la situazione si sbloccherebbe.

Il classico terzo uomo, non votato da nessuno, non lo vogliono gli italiani.

Salvini evoca di continuo il voto anticipato.

Ripeto, sono fiducioso. Dopodiché noi siamo quelli che abbiamo meno da temere da nuove elezioni, perché cresceremmo sicuramente. Mentre altre forze rischierebbero di passare da due a una cifra di percentuale.

Berlusconi va rassicurato? Teme che un governo a 5Stelle possa danneggiarlo, non crede?

Se lui teme il nostro programma è un problema suo. Noi non pensiamo a singoli. Il tema non è l’accanimento verso Berlusconi, ma quanto lui rappresenti il passato. Berlusconi ha avuto la sua occasione: ora lasci spazio ai giovani e a chi vuole cambiare le cose.

E invece il Pd? Ogni volta che lei fa un’apertura i dem si spaccano in mille pezzi.

Non lo faccio per provocare questo. Voglio solo capire se ci sono delle condizioni per un governo del cambiamento. Però, mentre il M5S è pronto con i suoi programmi e i suoi ministri, gli altri partiti hanno bisogno di tempo per risolvere i loro problemi. E non posso prescindere da questo.

Sta dicendo che bisogna aspettare l’assemblea del Pd del 21 aprile e le Regionali in Friuli del 29?

Questo lo vedranno i partiti. Ma non mi aspetterei chissà che da singoli appuntamenti. Il percorso è complicato, anche per una configurazione parlamentare incerta e nuova. Ma ci sono evoluzioni negli altri partiti, e bisogna attenderne gli esiti.

È vero che state parlando anche con i renziani?

Noi seguiamo le linee ufficiali. Io mi sto rivolgendo ai segretari (nel caso del Pd è Maurizio Martina, ndr) e i nostri capigruppo parlano con gli altri capigruppo. Devo dire che sono tutte persone con cui si può parlare, c’è dialogo.

I renzianissimi, dalla Boschi a Bonifazi fino a Lotti, non potranno mai sostenere un governo Di Maio. Lei al massimo può puntare a un accordo con la maggior parte del Pd.

Io mi rivolgo a tutto il Pd, come a tutta la Lega. Chiunque sottoscriverà il contratto di governo, dovrà garantire per tutto il suo partito. Non voglio spaccare nessuna forza politica o incentivare rotture.

Tra qualche giorno si torna al Quirinale. Che andrà a dire?

Mancano ancora giorni, ed è un’era geologica in una fase come questa. Bisogna aspettare gli eventi.

Mulè: “Di Matteo sconvolgente”. Il pm: “Riporta dati falsi”

L’intervento del pm Nino Di Matteo alla kermesse di sabato a Ivrea dell’Associazione Gian Roberto Casaleggio ha provocato la reazione di Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia. “Si tratta di un monologo sconvolgente – ha detto Mulè – che avrebbe dovuto già provocare una sollevazione in tutti coloro che hanno a cuore lo stato di diritto in Italia. Siamo a una sottovalutata e pericolosissima vigilia di un periodo del terrore ove mai i 5 Stelle dovessero avere la responsabilità di governare il Paese”. Mulè, che ha definito le proposte di Di Matteo “l’anticamera della morte delle garanzie”, ha parlato di casi “non rari” di “macroscopici errori” commessi dalla Cassazione, in riferimento a quanto stabilito su Silvio Berlusconi e all’inchiesta “che portò alla condanna definitiva all’ergastolo di nove innocenti per la strage di via D’Amelio”. Alle critiche di Mulè ha risposto Di Matteo: “Mulè riporta dati non reali. Nel processo per via D’Amelio che ho seguito fin dalla fase delle indagini sono intervenute 24 condanne definitive mai messe in discussione. In un altro processo, di cui mi ero occupato solo nell’ultima fase, io stesso avevo chiesto l’assoluzione di molti degli imputati la cui condanna è stata oggetto di revisione”.

Il Pd detta condizioni: via Luigi e un programma

Il premier non dovrebbe essere Luigi Di Maio; il dialogo si potrebbe avviare solo su richiesta esplicita di Sergio Mattarella; i punti di programma dovrebbero essere chiari. Nel Pd le basi per lavorare a un governo (di “scopo”, di “tutti”, di “tregua”) con i Cinque Stelle (e possibilmente non solo loro) sono queste e potrebbero alla fine persino mettere d’accordo i big che fino ad ora si sono spesi per un’apertura – come Andrea Orlando e Dario Franceschini – e Matteo Renzi, fermo dal giorno dopo il voto sull’Aventino del “tocca a loro”.

Quel che va registrato adesso, però, è che queste condizioni non sono sul tavolo. Soprattutto la rinuncia di Di Maio a Palazzo Chigi. E dunque, il Pd renziano continua a fare muro e il Pd anti-renziano mantiene un’apertura che guarda più al futuro che al presente. Dice in mattinata Andrea Orlando a Circo Massimo su Radio Capital: “L’apertura di Di Maio al Pd non aveva contenuti. Il suo ragionamento acquisirebbe una diversa serietà se il leader grillino esplicitasse il merito del contratto e soprattutto chiudesse a un’alleanza con la Lega”.

Eccole le condizioni. E così Graziano Delrio, dopo un pranzo con Matteo Renzi, a Otto e mezzo chiarisce i motivi per cui il Pd non andrà all’incontro con il leader pentastellato: “Perché ci sono consultazioni in corso, perché Di Maio non ha un incarico formale e perché le distanze di merito non possono essere scomparse in pochi giorni”. Ma poi aggiunge la frase chiave: “Tra un mese, se continua lo stallo, siamo sicuramente più disponibili a discutere con più attenzione sui programmi con M5S. Ma questa cosa richiede un ripensamento sostanziale del loro approccio”.

Per adesso, nessun cambiamento di linea. Nonostante la frase un po’ enigmatica di Roberto Giachetti: “Ho ragione di credere che da qui all’assemblea nazionale del 21 aprile il gruppo dei fautori del dialogo col M5S si allargherà”. Oggi, intanto, ci sarà l’assemblea dei gruppi parlamentari, per ridiscutere la posizione del partito dopo il primo giro di consultazioni. L’ultima volta si alzò Dario Franceschini, attaccando frontalmente Renzi. Oggi si potrebbe arrivare a una conta. Ma i vari big in campo stanno pensando di prendere tempo, in vista dell’Assemblea. Ieri Delrio ha dato un’ipotesi di tempistica: “L’Assemblea deve indire il congresso da fare in 6-7 mesi, con le primarie, prima delle Europee”.

Così Renzi – che non ha un candidato spendibile – potrebbe rassegnarsi a non osteggiare un’elezione di Maurizio Martina come traghettatore. Per le primarie in campo per ora c’è Matteo Richetti. Nei prossimi giorni il dibattito interno ai Dem sarà tutto su questo, con Renzi alla ricerca di un modo per non perdere la guida “sostanziale” del partito, e gli altri impegnati a impedirglielo.

Proprio per il riconoscimento della leadership renziana potrebbe passare un accordo: “Renzi potrebbe riconsiderare la sua posizione se i 5 Stelle si rivolgessero direttamente a lui”, ragiona un dirigente. E nei palazzi romani, tra le soluzioni che si ipotizzano c’è pure quella che vede l’ex premier pronto a intestarsi l’operazione, quando dovesse diventare chiaro che gli altri hanno fallito.

Oggi intanto si elegge il presidente della Commissione speciale di Montecitorio: se la spunterà il leghista Giancarlo Giorgetti sul dem Francesco Boccia sarà una conferma del fatto che il filo tra il Carroccio e la Lega tiene, al di là delle dichiarazioni.

Salvini ora vuole incontrare Di Maio. Risposta: picche

Il vertice della domenica non era andato benissimo, per Matteo Salvini. Eppure il lunedì del leader della Lega va perfino peggio: la sua richiesta di incontro a Luigi Di Maio è stata respinta al mittente, forse con i toni più duri sentiti nel corso di questa lunga telenovela pro-governativa.

Il botta e risposta tra i due non-vincitori delle elezioni è cominciato di mattina dal Friuli-Venezia Giulia. Salvini era lì, nella regione per cui ha sacrificato la presidenza del Senato (ottenendo in cambio la candidatura del “suo” Massimiliano Fedriga al posto del berlusconiano Renzo Tondo), a fare campagna per le elezioni del 29 aprile. Aveva parlato chiaro: basta riunioni ad Arcore e a palazzo Grazioli, “non è che possiamo far vertici tutti i giorni, esistono anche i telefoni nel 2018”, piuttosto “chiederò un incontro a Di Maio” perché “gli italiani si chiedono se al di là dei veti o delle simpatie, facciamo qualcosa o no? Se la risposta è no, i numeri sono numeri, si torna al voto”.

Il quadro, ormai, è piuttosto noto: Salvini tra un paio di giorni salirà al Colle insieme agli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che spingono perché il presidente della Repubblica gli affidi un incarico. Lui però non vuole bruciarsi, o meglio non ha intenzione di andare a caccia di voti che non siano quelli dei Cinque Stelle. Dal canto suo, però, il M5S è disposto a trattare volentieri con la Lega solo se si libera di Forza Italia (che non ha alcuna intenzione di farsi da parte).

Ecco, di mattina dal Friuli, Salvini ha azzardato che l’ipotesi di un governo tra centrodestra e Movimento fosse quotata al 51 per cento. Ed è lì che Di Maio ha imbracciato Twitter e ha rifatto i calcoli: “C’è lo 0% di possibilità che il MoVimento 5 Stelle vada al governo con Berlusconi e con l’ammucchiata di centrodestra”. Da lì in poi, la lite è degenerata e Salvini è arrivato a dire che “Di Maio, in questo momento, mi interessa meno di zero”. Gli alleati lo confortano: “Perché Salvini, che è arrivato primo con una coalizione deve andare a fare il secondo del Movimento 5 Stelle che è arrivato secondo alle elezioni? Non credo che gli converrebbe”, ragiona la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Mentre Di Maio, da un palco del Molise – l’altra Regione prossima al voto – continua a rintuzzarlo sulla zavorra del Caimano: “Quando provo a parlare di temi, qualcuno mi risponde ‘no, io devo stare con Berlusconi’. Tu devi scegliere tra Berlusconi e il cambiamento del Paese. Chi abbraccia quel modo di fare politica abbraccia un’idea del passato”.

Ma al di là della variegata coalizione, il nodo del dialogo resta anche il nome di chi fa il premier. Salvini ancora ieri gli ha chiesto di ripensarci. Ma Di Maio ripete in ogni occasione che non è disposto a cedere, a Palazzo Chigi ci vuole andare lui, anche se – ha spiegato ieri sera – “ha senso andare al governo se quello sarà in grado di cambiare tutto in questo Paese. Non ha alcun senso fare il premier per tirare a campare”. Sembrano le stesse parole pronunciate ieri sera dal leader leghista: “Farò di tutto per dare un governo a questo Paese che chiede cambiamento. Io mi sento pronto a prendere per mano questo Paese ma solo con una maggioranza certa”. Poi tira fuori anche lui la carta del contratto: “Serve un accordo scritto tra centrodestra e Cinque Stelle”.

Sinistra Anno Zero

Un mese fa ci colpì, come la classica lama rovente nel burro, il discorso di Nicholas Ferrante, 21 anni, il baby-dirigente avellinese del Pd che in quattro parole fece ciò che il suo partito non ha mai fatto: un’analisi sincera e dunque spietata della sconfitta. Ieri, sul sito del Fatto, abbiamo visto il bis e il tris in un filmato che sintetizza gli interventi a un incontro intitolato “Sinistra anno zero” di altri due esponenti della minoranza Pd, più grandi e strutturati di Nicholas: Giuseppe Provenzano, 35 anni, siciliano, e Daniele Viotti, 44 anni, piemontese. Il secondo è eurodeputato, il primo ha rinunciato in gennaio alla candidatura per un seggio sicuro al Parlamento in polemica con la scelta di Renzi&C. di piazzare come capolista la figlia del vecchio signore delle tessere democristiano Totò Cardinale. Chi li ascolta non perde il suo tempo e farebbe bene ad ascoltarli anche Luigi Di Maio. Le loro parole riconciliano con la Politica con la P maiuscola e dimostrano ciò che andiamo sostenendo da tempo: se il Pd è un partito morto, o meglio mai nato, a causa dei vertici, la base dà ancora segnali di vita che purtroppo mai nessuno raccoglie, né dentro né fuori. E rappresenta elettori infinitamente migliori dei dirigenti, nazionali e spesso locali. Diversamente da quelli di centrodestra, ormai plagiati e plasmati a immagine e somiglianza dei capi e impermeabili a qualunque scandalo, tant’è che continuano a votare B., oppure Salvini che polemizza col Caimano su qualunque cosa fuorché sulla questione morale e penale, salvo poi restargli attaccato.

Perché Di Maio dovrebbe ascoltare Provenzano e Viotti? Perché capirebbe che, se gli attuali dirigenti del Pd e del centrodestra si equivalgono, i loro elettori e i loro militanti sono diversissimi. E quelli del centrosinistra sono molto più simili a quelli dei 5Stelle che a quelli di FI&Lega: discutono, si accapigliano, dissentono anche radicalmente, si appassionano. Esattamente come il popolo grillino, che non ha perso tempo a bearsi del successo elettorale e si è subito diviso – com’era giusto e naturale che fosse – sulle alleanze: chi contesta il voto alla Casellati, chi lo giustifica con la necessità di fare politica, chi teme l’alleanza col centrodestra o anche con la sola Lega, chi preferirebbe Salvini al Pd, chi invece digerirebbe un’intesa con un Pd derenzizzato e così via. Magari non servirà a fare un contratto di governo, ma Di Maio dovrebbe chiamare Provenzano, Viotti, Ferrante e altri come loro per fare due chiacchiere. Magari organizzare un seminario insieme, parlare di programmi ed entrare in sintonia con un mondo che non è il suo.

Un mondo che magari ha sfiorato negli ultimi anni ai banchetti delle campagne referendarie contro il nucleare, per l’acqua pubblica, contro le leggi vergogna e la schiforma costituzionale. Un mondo che i 5Stelle devono coinvolgere con il linguaggio giusto che serve a parlare a quel pezzo d’Italia che magari non sarà mai “grillino” perché guarda con sospetto alle cose vere e anche a quelle non vere della presunta Spectre casaleggiana, che continua a lavorare a dispetto dei santi per una sinistra che faccia la sinistra, ma che può percorrere un tratto di strada insieme al M5S. “Il voto ai 5Stelle al Sud – ha spiegato Provenzano, ricercatore dello Svimez e meridionalista intelligente – non è figlio solo della sofferenza e dell’insofferenza sociale: è un fenomeno trasversale, un’alleanza fra disoccupati e professori universitari, maestre e imprenditori sani, tutti mondi che un tempo erano i nostri. Un’alleanza sociale che avremmo dovuto fare noi e che è diventata la loro. Noi ora non dovremmo fare i comitati per il centrosinistra, che non vuol dire niente: ma i comitati per l’acqua, per gli ospedali, per gli asili, per l’ambiente e per le strade”. Insistere ancora su etichette come “destra” e “sinistra” non funziona più, soprattutto al Sud dove “destra e sinistra spesso sono vasi comunicanti: o entri in lista di qua, o ti fai eleggere di là”. Provenzano ha parlato anche del reddito di cittadinanza con grande rispetto: c’è in tutta Europa, riguarda la dignità delle persone e va presa sul serio. “Che vergogna – ha detto – le risate sulle file ai Caf”, dove alcuni cittadini del Sud il 5 marzo si informavano sulla promessa dei 5Stelle.

E che vergogna i risolini sui curriculum di Fico e Di Maio, uno laureato e l’altro no, colpevoli soltanto di essere due giovani o ex giovani del Sud senza lavoro fisso: “La politica non si fa coi curriculum. Ma poi quali sarebbero i curriculum della classe dirigente renziana? Qual è il curriculum di Luca Lotti e dei tanti famigli e trasformisti che ha raccattato e piazzato nelle nostre liste?”. “Noi – ha aggiunto Viotti – abbiamo perso nel 2008, abbiamo ‘non vinto’ nel 2013 e abbiamo subìto una disfatta nel 2018. Quei gruppi dirigenti ci hanno lasciato macerie: politiche, di voti e anche di bilancio. E ora, anziché di contenuti, parlano di Macron: posso dire che a me di Macron non frega niente? Qui nessuno vuol fare aprioristicamente accordi con i 5 Stelle: vogliamo discutere, cioè fare politica anziché stare sull’Aventino”. Anche perché – ha ricordato Provenzano – “è inutile aspettare che passi il cadavere: il cadavere è già passato, ed era il nostro”. Ecco, in attesa che l’autoreggente Martina e la sedicente sinistra Pd si sveglino e scendano dal pero prima di precipitarne a loro insaputa, è con questa parte del centrosinistra che dovrebbe iniziare a parlare Di Maio. Ora che ha la prova provata che Salvini non divorzierà da Silvio, può tranquillamente abbandonare il forno del centrodestra e guardare nell’unica direzione che può recepire discorsi di lotta alle mafie, alla corruzione, all’evasione, ai conflitti d’interessi, alle clientele e alle diseguaglianze: verso il basso.

Basta la minaccia di dazi a mettere in pericolo l’economia mondiale

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 100 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per 50 miliardi di dollari. Le motivazioni di Trump sono sin qui state analizzate in ogni modo, da quelle prettamente economiche, con la fallace convinzione che un deficit commerciale equivalga all’impoverimento di un Paese, sino a quelle più caratteriali del personaggio. Degli esiti a somma negativa di una guerra commerciale si è detto: nessun vincitore ma solo sconfitti, anche se da qualche tempo si sta facendo strada la pericolosa suggestione che sia possibile individuare il vincitore nel Paese con deficit commerciale.

Non esiste soluzione chirurgica alle dispute commerciali. Gli anni Ottanta, in cui bastava imporre dazi su importazioni di prodotti finiti, sono passati da un pezzo. Oggi, col reticolo di interdipendenze rappresentato dalle catene globali di fornitura, i dazi sulle componenti finiscono per amplificare il loro impatto sul prodotto finito. Superati alcuni limiti di valore delle importazioni sottoposte a dazi, è pressoché impossibile evitare di infliggere danni profondi all’intera struttura economica dei Paesi coinvolti. L’interpretazione benevola (e razionale) di questa vicenda ritiene che alla fine si giungerà a un accomodamento, ma potrebbe rivelarsi un’illusione. La Cina difficilmente avrà modo di tagliare di 100 miliardi di dollari il suo surplus commerciale, come chiede Trump, perché Pechino è il “grande assemblatore” di merci del pianeta: cambiare fornitori è forse fattibile ma non modifica il quadro macroeconomico globale. La stessa esigenza strategica degli americani, la protezione della proprietà intellettuale vampirizzata dalla Cina alle imprese occidentali che desiderano accedere ai suoi mercati, non ha declinazione operativa immediata e univoca. Servirebbe, forse, un grande round di negoziati globali, ma ciò richiederebbe anni; l’inquilino della Casa Bianca ha fretta e ha praticamente privato di dentatura l’Organizzazione mondiale del commercio, sede naturale di questi negoziati, che Trump pare intento a smantellare a favore di un illusorio e pericoloso bilateralismo muscolare.

La crescente incertezza rischia di gelare gli investimenti e causare una brusca frenata all’economia mondiale, ben prima di arrivare all’effettiva imposizione di dazi. La vittima designata appare l’Eurozona a trazione tedesca e il suo modello vocato all’export. Per l’Italia, i cui distretti produttivi sono saldamente inseriti nelle catene del valore tedesche, è un rischio molto grave.

Regioni, a rischio il piano di rientro

Abbiamo a disposizione un fantastico strumento per contenere la spesa pubblica sui farmaci, peccato che non sappiamo farlo funzionare. Mi riferisco al payback, introdotto dal dl 95/2012, in base a cui le aziende produttrici devono ripianare al 50% l’eccedenza della spesa farmaceutica ospedaliera qualora venga superato il tetto stabilito per legge. I versamenti vengono fatti direttamente a favore delle Regioni. Ma Big Pharma si è messa di traverso e l’Aifa fa fatica a tenerle testa. Per il triennio 2013-2015 il totale richiesto dall’Agenzia a titolo di ripiano della spesa farmaceutica ammontava a quasi 1,5 miliardi di euro. Ne sono tornati indietro circa 882 milioni, in gran parte contestati. Infatti le aziende hanno depositato 59 ricorsi al Tar. Nel frattempo l’Aifa ha stretto un accordo transattivo con loro che ha ridotto l’importo a 930 milioni. Ma comunque finché sono aperti i contenziosi le Regioni non possono attingere a quei soldi. Al conto vanno aggiunti 320 milioni non ancora incassati dall’annualità 2016. Anche in questo caso le aziende sono ricorse al Tar. Avanti di questo passo molte Regioni rischiano il piano di rientro.

Bollette, addio al mercato tutelato: è caccia al cliente

Le bollette elettriche sono diventate un salasso. No, le bollette hanno subito un calo record. A chi dare retta? Sicuramente sappiamo che le fatture della luce aumenteranno di circa due euro all’anno per mettere una toppa al buco degli oneri di sistema non pagati da circa 1,2 milioni di clienti morosi del mercato libero, pari a un miliardo di euro di insoluto complessivo. Si tratta di una voce della bolletta slegata dal consumo della luce e che serve ad alimentare la dismissione delle centrali nucleari, la copertura degli incentivi alle fonti rinnovabili, i regimi tariffari speciali a favore delle ferrovie, la copertura del bonus elettrico e, soprattutto, le agevolazioni alle imprese grandi consumatrici di elettricità). Per legge, infatti, le aziende energivore devono anticipare e garantire alle aziende distributrici il pagamento degli oneri di sistema. Ma, quando le società non sono state più in grado di sostenere i costi a causa dei clienti morosi, hanno generato questo corto circuito che si è spento solo spalmando i debiti tra tutti i consumatori.

Altra notizia più lieta. Da aprile a giugno, tutti i clienti del mercato tutelato che, a fine 2017 erano 18 milioni, così come calcolato dall’Autorità per l’energia (Arera) nella sua relazione annuale, vedranno calare dell’8% il costo dell’elettricità e del 5,7% quello del gas. Una riduzione che è legata all’andamento delle quotazioni sui mercati all’ingrosso e alle previsione di consumi inevitabilmente in calo andando incontro alla bella stagione. Mano al portafogli, per l’elettricità la spesa per una famiglia-tipo sarà di 533,73 euro e per il gas di circa 1.042 euro. Importi sì più bassi rispetto al primo trimestre del 2018, ma le riduzioni non riescono comunque a compensare né gli aumenti degli ultimi 12 mesi (+28 euro per la luce e +13 euro per il gas) né quello degli ultimi 10 anno. Secondo il Codacons, infatti, dal 2008 ad oggi le bollette a carico delle famiglie sono lievitate del 15% per la luce e del 30% per il gas. E la colpa è dell’aumento della tassazione e degli ormai arcinoti oneri di sistema che, insieme, sono arrivati a pesare per il 35,78% sul totale della bolletta in maggior tutela.

Polemiche che, tuttavia, non dovrebbero più esserci vista l’imminente liberalizzazione del mercato fissata, dopo diversi rinvii, al primo luglio 2019. Una data che farà cessare per sempre questa divisione tra clienti tutelati da un garante che ogni tre mesi sancisce le tariffe e quelli che, come per la telefonia, sfruttando la concorrenza scelgono la tariffa che meglio soddisfa le proprie esigenze. Ma il condizionale è d’obbligo. Tra poco più di una anno, 23 milioni di famiglie dovranno così scegliere un operatore nel mercato libero in un settore dove attualmente Enel (la sua quota sul mercato totale è del 24%), Edison (6,1%) ed Eni (5,5%) la fanno da padrone. Da sempre, però, il timore delle associazioni dei consumatori è che il cambiamento porti a un innalzamento dei prezzi incontrollato. Tanto che quello che di fatto ha sempre bloccato questo passaggio (nel 2016 nel mercato libero c’erano solo il 34,4% dei clienti domestici per l’elettricità e poco meno del 38% per il gas) è la mancanza di trasparenza.

Fino ad oggi, infatti, chi è passato consapevolmente al mercato libero (è, invece, ancora altissima la percentuale dei clienti ai quali sono stati “estorti” i contratti attraverso il teleselling), dopo la scadenza del primo anno di contratto – quello su cui solitamente viene applicata una forte scontistica – si sono ritrovati a pagare di più di prima.

Ora, muoversi tra le decine di offerte che stanno circolando in rete, tv e volantini è veramente difficile. Così, per agevolare i consumatori nel passaggio al mercato libero, l’Arera ha imposto l’introduzione, dallo scorso mese, di una nuova tipologia contrattuale: la Placet che sta per “Prezzo libero a condizioni equiparate di tutela”, cioè una sorta di offerta ibrida che unisce condizioni contrattuali stabilite dal garante ma con prezzi liberi, fissati dal singolo venditore. In particolare, tutte le offerte luce e gas Placet devono offrire al cliente la possibilità di scegliere tra una tariffa a prezzo fisso (per la durata di un anno) e una tariffa a prezzo variabile. In questo modo, dovrebbe anche essere più facile riuscire a comparare le varie offerte.

Un’operazione che si può fare utilizzando il comparatore ufficiale dell’Autorità dove, però, fino a fine anno non sono presenti tutte le società di vendita che, per ora, non hanno l’obbligo di essere presenti né di inserire tutte le proposte commerciali disponibili. I contratti Placet hanno durata indeterminata con condizioni economiche rinnovabili ogni 12 mesi, fermo restando la facoltà del cliente di recedere in qualunque momento. Ma, entro 3 mesi dalla scadenza, il venditore deve comunque informare il cliente sulle condizioni economiche che applicherà dopo il termine annuale.

Lia Levi tra amore e tradimenti al tempo delle leggi razziali

C iò che ti coinvolge e travolge nel romanzo di Lia Levi, che è molto di più di un percorso di memoria (Questa sera è già domani, edizioni e/o ) è il nodo di due sentimenti fortissimi – amore e tradimento – che spadroneggiano come in un romanzo di sentimenti fra pagine dove ti aspetti soprattutto fascisti, poliziotti, delatori, burocrati conformisti, personaggi vili di un mondo in cui sono entrate in vigore all’improvviso le “leggi razziali”.

Ed è apparso su tutte le prime pagine il manifesto “Per la difesa della razza” firmato non solo da personaggi ignobili e ignoti, ma anche da “grandi nomi” del tempo, ciascuno dei quali avrebbe potuto fermare il delitto.

In Questa sera è già domani, la narratrice è dislocata in un luogo in cui sa e conosce il dopo di ciascun momento della narrazione. Ma racconta in modo da non anticipare nulla, perchè i suoi personaggi sono, allo stesso tempo, creature tenaci e deboli, con una identità forte che smargina verso la nebbia di eventi incomprensibili, con un coraggio che c’è, che manca, che torna, in quel modo per ciascuno di noi imprevedibile che, con autocompatimento, chiamiamo “la nostra umanità” e che ci consente di capirci e di assolverci quando abbiamo sbagliato.

Emilia, Marc, Alessandro capiscono molto e sbagliano molto, mentre tentano di affrontare la strana e sconosciuta marea che invade all’improvviso non tanto, non solo le case o il lavoro, quanto la parte intima e profonda della identità e della vita. Uno shock fortissimo li tormenta: stanno subendo un tradimento, nella sua forma più infima, una offesa pubblica e folle che lascia a lungo incredulo chi ne è colpito. Ma la grandezza del tradimento si può misurare solo contro la forza di un legame d’amore improvvisamente e barbaramente reciso. È il legame d’identificazione profonda e totale con un Paese che improvvisamente abbandona e respinge.

Per questo dirò che c’è qualcosa di più e di diverso in questa vicenda di ebrei italiani travolti dal fascismo. Come in un romanzo d’amore, l’autrice ti porta a vivere e condividere l’offesa di quell’abbandono.

È la prima volta che una parte (spregevole) di storia patria diventa storia grande e tumultuosa di sentimenti e di vite umane.

Mattoncini in Malaysia: c’è una città fatta tutta di Lego

Ispiratoai giocattoli dell’omonima azienda, il parco è diviso in vari settori, Ad esempio c’è una città in miniatura costruita con milioni di mattoncini Lego, un Lego Mindstorms basato sull’apprendimento divertente, i giardini Duplo per i più piccoli. Le giostre del parco sono tutte a tema Lego: costruite come fossero realizzate con i mattoncini. Ulteriore attrazione è la scuola guida: automobili in stile Lego per i bambini.