Ucciso con un’autobomba. A Limbadi (Vibo Valentia), nel regno della cosca Mancuso. L’auto di Matteo Vinci, 42 anni, è scoppiata nel pomeriggio di ieri con lui a bordo. Ex rappresentante di medicinali e candidato alle comunali nella lista “Limbadi libera”, l’uomo è morto sul colpo. Suo padre, un carrozziere di 70 anni, è rimasto ferito gravemente. Secondo carabinieri e vigili del fuoco è stata messa una bomba nel portabagagli dell’auto. La Procura di Vibo ha aperto un’inchiesta che sarà trasmessa per competenza alla Dda di Catanzaro. Non si esclude nessuna pista, compresa quella che Vinci possa essere stato consapevole della presenza dell’ordigno e lo stesse trasportando. Si scava nel suo passato e nelle sue frequentazioni per capire chi lo volesse morto. In passato vittima di tentato omicidio, Vinci non ha precedenti penali per mafia ma nel 2014 con i suoi genitori era stato arrestato per una violenta rissa per questioni di vicinato avuta con la famiglia di Rosaria Mancuso, parente dei boss di Limbadi. “Stiamo lavorando – dice il procuratore Nicola Gratteri – Un’autobomba non può essere una risposta a una lite di vicinato”.
“L’ammazzò lui”. Ma il processo è impossibile
Risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione per un omicidio che secondo la giustizia non ha commesso (è stato assolto con sentenza definitiva), ma che invece avrebbe compiuto secondo le rivelazioni di due pentiti che hanno parlato dopo che la sentenza è passata in giudicato. Ma in Italia vige il principio del ‘ne bis in idem’. E quindi non ci sarà un nuovo processo per Antonio Esposito, detto ‘o sapunaro’ oppure ‘o professore’, 40enne di Maddaloni (Caserta), ritenuto uno dei boss del clan Belforte di Marcianise.
Lo Stato lo ha risarcito con 290mila euro e tante scuse dopo più di tre anni di custodia cautelare in relazione all’omicidio di un albanese avvenuto nel 2005 al bar Meeting di Maddaloni. Con quei soldi Esposito ha comprato un paio di appartamenti. Il boss fu condannato all’ergastolo in primo grado e assolto in appello, con timbro della Cassazione. Ora però si scopre che due collaboratori di giustizia lo indicano tra gli autori di quell’assassinio, e ricordano circostanze e dettagli. Esposito è stato arrestato ieri dalla Squadra Mobile di Caserta con accuse di traffico di droga insieme ad altre 18 persone, inchiodato da un’ordinanza di circa 330 pagine firmata dal Gip di Napoli Anna Laura Alfano su richiesta del pm anticamorra Luigi Landolfi, sezione Dda coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli. L’uomo è già in carcere per l’omicidio di Daniele Panipucci ma non potrà essere più processato per la morte dell’albanese, nonostante le dichiarazioni dei due pentiti, Michele Lombardi e Antonio Farina.
L’albanese fu ammazzato con un unico colpo di pistola calibro 9 che lo raggiunse alla nuca. Sentito dagli inquirenti il 19 aprile 2016, Lombardi dichiara: “Lui (Esposito, ndr) è stato coinvolto, se non sbaglio nel 2005, quando comunque Amoroso era ancora vivo e libero, ad un omicidio di un albanese, nel piazzale del bar Meeting di Maddaloni, insieme a Ferraro Vincenzo, nipote di Ferraro Andrea detto Sartana, ed un tale Aniello o’ toro di cui non ricordo il cognome (…) Io so che nel periodo in cui è stato arrestato, proprio per questo fatto delittuoso, quando ancora era vivo Amoroso Angelo, sia Esposito Antonio che Ferraro Vincenzo, hanno regolarmente ricevuto lo stipendio in carcere. In particolare lo stipendio di Esposito veniva consegnato al fratello Eduardo”. Più dettagliato il verbale di Farina, del 6 luglio 2016: “Voglio precisare che proprio in occasione dell’omicidio dell’extracomunitario da parte di Esposito e Ferraro per un litigio avvenuto al bar Meeting, fui chiamato da Amoroso sul mio telefono cellulare, chiedendomi di andare a casa sua in quanto era successo un casino, perché Esposito e Ferraro, per un banale litigio avevano ucciso un cittadino extracomunitario e bisognava risolvere la situazione. Ci incontrammo tutti a casa di Angelo Amoroso, in particolare eravamo io, Amoroso, Esposito e Ferraro. In quell’occasione ci fu consegnato una pistola calibro 9, utilizzata per l’omicidio, ed io la misi nel vano ascensore dell’abitazione dell’altro ragazzo di cui non ricordo il cognome…”. Parole che non avranno seguito.
Affari, voto di scambio, truffe. È l’Assemblea degli inquisiti
Il primo fu Cateno (nomen omen) De Luca, finito ai domiciliari a 48 ore dal voto per un’evasione fiscale di 1,7 milioni di euro: su Facebook scrisse che sapeva di essere arrestato e offrì ai suoi amici social “il caffè del galeotto”. L’ultimo è Luca Sammartino, enfant prodige catanese del Pd, inciampato su un video postato su Youtube in cui si denuncia che un’anziana ricoverata interdetta viene indotta a votare per lui. Se a 15 giorni dal voto di novembre gli indagati erano già quattro, prima ancora dell’insediamento a palazzo dei Normanni, oggi, a distanza di cinque mesi, i deputati su cui indagano le forze dell’ordine sono saliti a dieci, un settimo dell’intera assemblea regionale siciliana.
Dopo De Luca, a novembre, fu la volta di Edy Tamaio, eletto nella file di Sicilia Futura, la formazione dell’ex ministro Salvatore Cardinale, un voto per lui costava, secondo l’accusa, 25 euro: “Ti devi fare lasciare le tessere elettorali… si devono prendere solo il codice che poi loro verificano se hanno votato – dicevano a telefono due galoppini elettorali intercettati dai carabinieri – basta però, tanto per dire, che non si sparge la voce perché sono cose sempre comprate, hai capito?”. E se Riccardo Gallo Afflitto (Forza Italia) è stato indagato (e poi archiviato) come mandante di un omicidio (ad accusarlo era un killer poi pentito) e oggi è indagato anche lui per voto di scambio nell’ambito dell’inchiesta sulle assunzioni facili a Girgenti Acque, Marianna Caronia, Forza Italia, è sospettata di avere incassato una liquidazione gonfiata dalla Siremar da alcune intercettazioni dell’inchiesta sull’ex deputato trapanese Mimmo Fazio e l’armatore navale Ettore Morace. E Luigi Genovese, figlio d’arte (e di destino giudiziario) dell’ex deputato Francantonio, ras della formazione professionale, è indagato per riciclaggio: agli elettori si era presentato proclamando “sono abbastanza incensurato”, oggi quell’avverbio è minacciato dalla Guardia di Finanza che ha passato al setaccio i beni di famiglia che risalgono al nonno individuando numerose intestazioni ritenute fittizie. Cosi’ come fittizie sono ritenute, dalla Procura di Palermo, alcune compravendite di immobili compiute da Riccardo Savona, e dalla moglie Maria Cristina Bertazzo, per le quali il deputato di Forza Italia (e la consorte), indagato per truffa e appropriazione indebita, si professa innocente: “Sono sereno. Non conosco le persone che mi accusano, non le ho mai viste. È tutta una farsa, un raggiro montato ad arte per farmi fuori anche politicamente’’.
Dalle indagini non è rimasta fuori neanche la Lega, il ciclone giudiziario che l’ha colpita qualche giorno fa (con il coordinatore della Sicilia occidentale arrestato, e quello orientale e un deputato nazionale indagati) aveva avuto un prologo a novembre con il deputato regionale Tony Rizzotto indagato per ammanchi di 680 mila euro dell’ente di formazione che presiedeva, l’Isfordd, per l’assistenza a disagiati e disadattati sociali. A denunciare la sparizione della somme sono stati i lavoratori dell’ente finanziato dalla Regione, rimasti senza stipendio per sei mesi. Non è invece ufficialmente indagato il Pd Nicola D’Agostino, che in un’intercettazione dell’inchiesta che ha condotto all’arresto del sindaco di Acireale Barbagallo diceva ad un suo collaboratore: “Tu sei in condizioni di darmi 300 voti e per fare questo devi fare 300 telefonate”. Per lui, solo una normale prassi di ricerca del consenso: ‘’la verità – si è difeso – è che questo mio modo di fare lo riservo a tutti gli amici a cui chiedo con forza e insistenza di supportarmi in campagna elettorale”. Dalle inchieste, infine, restano immuni i grillini che hanno rischiato grosso ad Agrigento: l’imprenditore turistico Fabrizio La Gaipa, arrestato qualche giorno dopo il voto per estorsione ai danni di un dipendente e rimesso in libertà sotto Natale dopo aver annunciato l’intenzione di patteggiare (il gip di Agrigento ha accolto la pena di due anni di reclusione con la condizionale) è stato il primo dei non eletti.
Il grillino Barillari: “Con Zingaretti si collabora bene”
“Il rapporto con Zingaretti per ora sta funzionando”. A pronunciare queste parole – inedite per il Movimento 5 Stelle – è Davide Barillari, consigliere regionale del M5S nel Lazio. “I Cinque Stelle sono cambiati molto in questi anni – ha riconosciuto Barillari – c’è stata una crescita e una maturazione. Adesso siamo un partito di governo, dobbiamo capire come portare avanti i nostri contenuti”. E dunque ben venga la collaborazione con il governatore del Pd, Nicola Zingaretti: “In tre mesi – secondo Barillari – dobbiamo capire se su temi importanti come la sanità e i trasporti riusciamo a costruire qualcosa con la sua giunta”. Anche perché “Zingaretti non è Renzi”, anzi “ha vinto – secondo il grillino – anche perché è riuscito ad apparire come lontano dal renzismo. Cerchiamo di portare avanti questa collaborazione, ma abbiamo una mozione di sfiducia pronta qualora il Pd prendesse un’altra direzione. Come sta cercando di fare Di Maio col contratto di governo, anche noi stiamo discutendo su alcuni punti chiave, alcune proposte concrete su cui possiamo trovare una via di mezzo, dalla sanità al piano rifiuti”,
Fico: “Entro 15 giorni avremo le proposte per superare i vitalizi”
Sui vitalizi il Movimento 5 Stelle ha fretta. La linea è dettata dal nuovo presidente della Camera, Roberto Fico: “Una delle prime direttrici su cui dobbiamo muoverci è una riforma dei vitalizi di cui godono gli ex parlamentari. Penso sia necessario procedere a un loro ricalcolo che riequilibri in modo sostenibile il rapporto tra quanto versato e le prestazioni erogate, così come sta avvenendo da oltre due decenni per la generalità dei cittadini”. Fico ha dato mandato ai questori di Montecitorio di svolgere entro 15 giorni un’istruttoria relativa alle possibili proposte di superamento dell’attuale sistema di vitalizi, tra le quali il ricalcolo con metodo contributivo degli assegni già in essere. Uno dei tre questori è il 5 Stelle Riccardo Fraccaro, che commenta: “A un mese di distanza dal voto abbiamo già dato il via libera per abolire questo privilegio. Cancellare i vitalizi è innanzitutto una questione etica, perché serve a sanare una inaccettabile ingiustizia sociale. Ma non va sottovalutato il piano economico, perché si risparmierebbero 76 milioni l’anno con questa misura, 350 milioni a legislatura”.
Arriva l’ok del Consiglio di presidenza: LeU può formare il suo gruppo alla Camera
È arrivata la deroga: Liberi e Uguali può formare un gruppo parlamentare autonomo nella Camera dei deputati. L’autorizzazione è stata concessa dall’ufficio di presidenza di Montecitorio con voto unanime. Secondo il questore grillino Riccardo Fraccaro, “i requisiti c’erano tutti”, malgrado in passato i Cinque Stelle si fossero espressi in termini critici rispetto alle deroghe. In teoria secondo il regolamento della Camera per formare un gruppo parlamentare servono almeno 20 deputati, al di sotto di questa soglia gli eletti dei partiti finiscono nel gruppo misto. E LeU il 4 marzo è riuscita a mandare a Montecitorio solo 14 onorevoli (compresa l’ex presidente Laura Boldrini). Così è stata necessaria una deroga, seguendo una prassi consolidata nella storia parlamentare. Nella scorsa legislatura avevano goduto di una deroga, tra gli altri, la Lega (con 19 eletti) e Sinistra Italiana(17). I benefici dei gruppi sono diversi: risorse economiche, personale e tempi più ampi per gli interventi in Aula.
“Renzi è la nostra luce. Il M5S ci tenta? Il nome del premier lo facciamo noi”
“Il fegato, i reni. Soprattutto il cuore. Sono renzianissimo dentro, e il dispiacere di non aver conosciuto Matteo si aggiunge alla delusione che gli italiani non hanno capito la modernità della sua politica”. Francesco Fabbrizzi è il sindaco di Radicofani, la rocca della cintura senese che fu casa e rifugio del brigante Ghino di Tacco, personaggio di cui si infatuò Bettino Craxi. Ghino di Tacco fu lo pseudonimo col quale il leader del Psi dominò la scena politica facendo pesare il suo piccolo bottino elettorale oltre il possibile.
Renzi potrebbe essere il nuovo Ghino di Tacco, e lei il sindaco del suo fortino.
I tempi sono cambiati e non credo che a Matteo possa riuscire quel che Craxi fece.
Fabbrizzi, lei è innamorato della politica e del suo partito, il Pd.
A 16 anni ero iscritto ai Ds, a 19 consigliere comunale, a 24 vicesindaco, a 29 sindaco. Per dire che la mia vita – ora di anni ne ho solo 33 – è stata una dedizione assoluta.
Renzi è la sua luce.
Senza di lui cosa rimane? Senza il suo piglio, la sua energia, la forza e la tenacia con la quale ha disegnato il percorso cosa c’è?
Ma proprio grazie al suo disegno avete avuto batoste inenarrabili.
Nessuno può convincermi che gli 80 euro non fossero un aiuto ai ceti più popolari del Paese. Anch’io per un anno ne ho goduto.
Un anno solo?
Poi in verità me li hanno tolti.
Che lavoro fa?
Operatore del servizio Acquedotti.
Gli 80 euro Matteo glieli ha fatti vedere e poi se li è ripresi.
Vero, ma a tanti del mio paese hanno fatto comodo e continuano a far comodo.
Perché, se è così bravo, Renzi non riscuote il successo che secondo lei meriterebbe?
Un po’ è il carattere. Lui è fatto così, a volte divide. Gli consiglierei di star buono per un po’, e poi ritornare sulla scena da leader qual è.
Senza di lui il Pd cos’è?
Lo domando a lei. Cos’è? Secondo me senza Matteo il Pd si affloscerebbe in un attimo.
Lei pungola i parlamentari, i suoi sms giungono sempre allarmati appena sente che i Cinquestelle vogliono far qualcosa con voi.
Ma com’è possibile mettersi con loro?
Il proporzionale obbliga alle alleanze, e la politica impone di andare a vedere le carte. Magari scoprire il bluff.
Lo so, ma il loro astio nei nostri confronti, le parole di odio che hanno utilizzato, beh son cose che rimangono. Io sento la mia gente. Poi sa che le dico? Peggio di così non può andare.
Pensa che se si andasse alle elezioni anticipate il Partito democratico resterebbe in piedi?
In salute forse no, ma nemmeno posso pensare che il 18 per cento non lo conserveremmo.
Eppure lei è il sindaco del paese di Ghino di Tacco. Ricorda Craxi come taglieggiava la Dc?
Si alleava seppur odiandola. Ma c’era una consuetudine che noi ancora non abbiamo con il movimento di Grillo.
Dovreste scorticarli sul programma, trovare ogni loro debolezza e infierire con le vostre proposte. Metterli in difficoltà.
Io penso che non ce la facciamo. Meglio per noi se si accordano con la Lega. Saremo all’opposizione e faremo fruttare la nostra rendita. Qualcosa l’abbiamo sbagliata, lo so pure io…
Questo è il suo consiglio a Renzi?
Tenga duro, e se proprio bisogna parlare con loro, beh li faccia sudare sette camicie.
Come Ghino di Tacco con la Dc. Innanzitutto no a Di Maio.
Il premier non può essere lui.
Una personalità terza?
Nemmeno. Se ci vogliono dobbiamo indicarlo noi, dev’essere una espressione del nostro sentire. Ogni trattativa ha bisogno, per essere iniziata, di un livello alto della richiesta.
Propone di rendere impossibile l’accordo.
Un po’ sì.
E se il no del Pd portasse ad elezioni anticipate?
Dico che peggio di così… ma forse sbaglio.
Forse sbaglia.
Siamo in un bel casino, come fai ti scotti. E se non fai rischi di scottarti ugualmente.
Al governo eravate divisi, all’opposizione siete divisi.
È che siamo fatti strani.
“Iniziate a trattare”. Il Colle non dispera su Di Maio e Salvini
La maieutica socratica di Sergio Mattarella. lodato dal Financial Times per la sua “rassicurante presenza”, non disdegna il realismo. Anzi. Certamente non quello di stampo dirigista del suo predecessore togliattiano, ma un realismo “parlamentare”, basato sui rapporti di forza usciti dalle urne del 4 marzo. Ed è per questo che a due o tre giorni dal secondo giro di consultazioni, la fotografia dello stallo consegna al capo dello Stato solo un filo, perdipiù esilissimo se non spezzato a guardare la giornata di ieri.
Il filo, cioè, che dovrebbe unire i due vincitori delle elezioni: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ieri, appunto, le relazioni tra il capo grillino e il suo omologo leghista sono scese a zero, ma ogni giorno ha la sua pena in una fase di stallo. Se allora, la settimana scorsa al termine del primo giro, la convinzione del Quirinale era quella che “un governo nascerà”, al momento l’unico embrione di qualcosa che porti a un esecutivo e a una maggioranza non prescinde dai due giovani leader dell’italico populismo. Non a caso solo oggi si fisserà la nuova due giorni di consultazioni: al Colle si aspettano comunque un incontro tra i due entro giovedì e se così dovesse essere l’inizio del secondo giro potrebbe slittare a venerdì. Questo il quadro, tutto in salita ovviamente.
Del resto, Mattarella, a distanza di quasi una settimana dalle udienze postpasquali del Quirinale, non può far altro che continuare a registrare come “non pervenuto” l’apporto della terza forza consistente di questo Parlamento: il Pd del reggente Maurizio Martina ancora imprigionato nel pantano del renzismo aventiniano. Nell’arena rimangono quindi solo due interlocutori in vista di giovedì o venerdì: il centrodestra “unitario” (le virgolette stanno a simboleggiare ironia e paradosso) di Salvini, Berlusconi e Meloni e il M5s di Di Maio.
Allo stato è impensabile un accordo organico e lo stesso Di Maio ha parlato di “zero chance”, ma formule più levigate o smussate sono sì difficilissime ma non completamente impossibili. E Mattarella ai due contendenti vincitori non chiederebbe altro che la certezza di “un innesco di trattativa”. Un obiettivo tutto da costruire alla luce delle parole di Di Maio e della volontà salviniana di tenere agganciato il carro berlusconiano. Non solo: se i tre del centrodestra saliranno insieme al Quirinale, i margini del leader leghista saranno ancora più stretti.
Premesso tutto questo, e inoculando un po’ di sano ottimismo nelle previsioni della vigilia, la scena al Colle sabato pomeriggio potrebbe essere questa. Salvini e Di Maio s’impegnano sull’“innesco di trattativa” e a quel punto il capo dello Stato concederà altro tempo ai due per definire un eventuale schema.
Non un pre-incarico o incarico che sia. Ma solo tempo per tracciare un possibile perimetro, sempre di ardua realizzazione, basato innanzitutto su un triplo passo indietro. Quelli di Di Maio e Salvini per la premiership. E quello di Berlusconi per la maggioranza organica. Insomma un esecutivo tra Lega e Cinquestelle con il sostegno esterno di Forza Italia, che potrebbe essere coinvolta solo con l’indicazione di due o tre ministri d’area. Lumeggiando sempre le speranze del Colle sullo scenario, se poi i due dovessero ripresentarsi con i compiti fatti, Mattarella non farebbe il terzo giro ma conferirebbe l’incarico al fatidico premier “terzo”.
Un’operazione che suona come lunare in questo frangente, ma “l’innesco di trattativa” significherebbe arrivare quantomeno al 21 aprile (assemblea del Pd), al 22 (elezioni in Molise) e al successivo 29 aprile (elezioni Friuli-Venezia Giulia), il doppio turno regionale decisivo per il countdown leghista. In fondo, a partire da sabato non sono che due settimane in uno stallo che potrebbe andare avanti sino alla fine di maggio.
Ora basta, Mattarella dia un incarico comunque
Lei, lo sguardo sperduto nel vuoto che dice: “Il tempo passa. Non mi ricordo neanche più per chi ho votato”. Quanti di noi si riconoscono nella fulminante vignetta di Altan? E quanti saranno i cittadini che nell’attesa del governo dell’araba fenice (che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa) si ritrovano ogni giorno di più sfiancati, annoiati, rassegnati? In fondo, dal 4 marzo è trascorso poco più di un mese e l’archivio storico ci racconta di crisi durate un’eternità, eppure non per forza accompagnate da questo senso di vacua impotenza nel quotidiano girare a vuoto.
Sarà perché quel voto era apparso come l’alba di un nuovo inizio, un terremoto politico devastante dopodiché nulla – così sembrava – sarebbe stato più come prima. E invece, giorno dopo giorno, stiamo scivolando proprio in quel tutto come prima. Fatto di veti e controveti (Di Maio e Berlusconi). Di qui lo dico (Meloni) e qui lo nego (Salvini), dopo il vertice “unitario” del centrodestra. Di tutto e dal contrario di tutto (il solito Pd).
Nell’incessante chiacchiericcio di giornali e talk-show che in mancanza di meglio s’interrogano sulla Isoardi che stira le camicie al rampante moroso (con la ruspa invece che col ferro, chiosano gli spiritosi). Intanto, l’energia democratica scaturita dalle vene più profonde del Paese rischia di evaporare nello scontento dal tanto qui non cambia nulla.
Tutto questo per dire che, al termine della settimana in corso, concluso il secondo giro di consultazioni, e senza ancora un nulla di fatto, il presidente della Repubblica si troverebbe di fronte a una scelta inevitabile. Concedere ai vincitori (e ai vinti) altro tempo per fare ancora maturare non si sa bene cosa. Oppure, decidere di convocare al Quirinale Luigi Di Maio per affidargli un incarico (esplorativo o chiamatelo come volete) per cercare una maggioranza.
Perché Di Maio? Perché è ciò che egli ha subito reclamato come leader del partito di maggioranza relativa. Che poi, come sostiene, undici milioni di italiani nel votare M5S abbiano votato lui come premier può essere discutibile assai visto che la legge elettorale ciò non prevede affatto (ma senza ridurre tutto a “smania umana”, come ironizza Giuliano Ferrara).
Incontestabilmente, però, quegli undici milioni di voti esistono e hanno diritto a una risposta. Di Maio perché Matteo Salvini uscito (a sua insaputa) da Arcore candidato premier “unitario” del centrodestra ci ha poi comunicato di non essere disposto a farsi bruciare anzitempo per cercare in Parlamento i voti mancanti a una maggioranza assoluta al momento inesistente.
Di Maio perché, invece, in campagna elettorale il mantra suo e dei Cinquestelle è stato: presenteremo nel nuovo Parlamento le nostre proposte di governo e su di esse accetteremo i voti di chi ci sta. Provare per credere. Di Maio, infine, perché potrebbe servirsi dell’eventuale incarico come di un efficace grimaldello, formale e sostanziale.
Primo: per cercare di scardinare la fittizia unità del centrodestra e offrire così a Salvini (se è questo che entrambi cercano) l’occasione di smarcarsi da Silvio Berlusconi. Dunque, fine degli alibi. Secondo: per fare uscire allo scoperto coloro che nel Pd cercano un assist (e non sono pochi). E consentire loro di sottrarsi all’Aventino ricattatorio imposto da Matteo Renzi. Di cercare un dialogo con i grillini sull’esistenza di punti condivisi di governo. Di contarsi, finalmente, e aprire la stagione congressuale che possa dare ai Democratici una guida per frenare il declino.
Se poi, concluso il giro, Di Maio dovesse tornare al Quirinale ancora senza maggioranza, il suo non sarebbe stato comunque un lavoro inutile. Se ne potrebbe giovare lo stesso Salvini, nel caso decidesse di ripensarci e di provare lui a fare il governo, in un quadro in movimento sicuramente mutato rispetto all’attuale pantano.
E se anch’egli dovesse fallire, per Sergio Mattarella non sarebbe stato in ogni caso tempo sprecato. Sui sì e sui no raccolti dagli incaricati si potrebbero infatti creare le basi per quel governo di scopo che, fornito di adeguata legge elettorale, potrebbe condurre il Paese a un eventuale voto bis, in coincidenza con le Europee del maggio 2019.
L’orizzonte a cui tutti pensano ma di cui nessuno parla. Pura fantapolitica? Ipotesi campate per aria? Forse. Sempre meglio di questo accidioso naufragare nel nulla.
Casaleggio: “Iacoboni è meschino”. E lui: “Ammette la censura”
Sul caso di Jacopo Iacoboni, il giornalista de La Stampa a cui sabato non è stato consentito l’ingresso alla kermesse dell’Associazione Gian Roberto Casaleggio di Ivrea, è intervenuto ieri lo stesso Davide Casaleggio, che ha rincarato la dose nei confronti del cronista. “Alla domanda se volessi chiudere un occhio, ho ripensato alle parole di mio padre di due anni prima”, ha scritto Casaleggio su Facebook. Il riferimento è a quando Gian Roberto, nel 2016, accusò “lo sciacallo Iacoboni” di “usare il pretesto” delle sue condizioni di salute “per inventare retroscena inesistenti e fuori dalla realtà sulla gestione del M5S”. Da qui il rifiuto di far entrare Iacoboni: “In un evento per ricordare il pensiero e gli ideali di mio padre, mi sono chiesto se lui avrebbe voluto che ci fosse una persona tanto meschina. E sulla risposta non ho avuto alcun dubbio. Perchè tutti i giornalisti hanno dovuto accreditarsi mentre Iacoboni poteva essere al di sopra delle regole?”. “Questo è l’uomo che ha le chiavi del partito più potente d’Italia – ha replicato Iacoboni – e rivendica con orgoglio la cacciata di un giornalista. Cacciata che alcuni pensavano fosse una mia invenzione. Casaleggio ha confermato che mi ha cacciato lui”.