“La vacanza del presidente”, storia che ricorda la favola di Putin in Sicilia

Il leader di una grande potenza mondiale decide di prendersi una vacanza come un comune cittadino, nel perfetto anonimato. Ecco La vacanza del presidente, un film di prossima uscita. È una rivisitazione del romanzo di Mark Twain Il principe e il povero e vi si adombra Vladimir Putin. E ciò anche grazie all’attore Dmitrij Grachev, noto per le sue imitazioni del capo del Cremlino, scelto nel ruolo del protagonista.

Eppure, vox populi, una sceneggiatura veritiera di La vacanza del presidente, se non verosimile, già c’è. Ricordate quando il mondo intero – più di cinque anni fa – si chiedeva dove fosse finito Putin, sparito da Mosca per più di una settimana? Nessuno ne aveva notizie. Gli uffici presidenziali facevano muro di no comment e le malelingue – malia del gossip – insinuavano che Putin fosse in Svizzera con la propria fidanzata segreta prossima al parto.

Nessun radar lo dà presente quando al centralino del porto turistico di Siracusa – dove non ci sono cliniche per partorienti – arriva la richiesta d’ingresso in rada di un’imbarcazione.

Il saldo pattuito è alto e dalla nave è richiesta la presenza dell’amministratore in persona. Questi, sollecitato, arriva immediatamente, sale a bordo della pilotina e s’avvia verso il largo dove ad attenderlo c’è un veliero degno dei Sette Mari: “Deve essere Abramovich”, pensa. C’è, infatti, la bandiera russa.

La bella barca fa ingresso al porto, tutta la città fa tanto d’occhi e quando l’amministratore sta per andarsene con la sua macchina, un operaio lo ferma e l’avvisa: “I signori chiedono un passaggio in centro”.

Ma certamente, pensa l’amministratore che dallo specchietto vede entrare una coppia – sui 40, un uomo e una donna – e poi sul sedile accanto, un tipo, lesto e sorridente, dal volto familiare, che in perfetto inglese gli chiede di accompagnarli in piazza per vedere il Caravaggio.

Durante il percorso i tre russi parlano in inglese per non escludere dalla conversazione l’amministrazione, il tipo – lesto e sorridente – fa mostra di conoscere le strade e anche i sensi unici. Passa una Gazzella dei Carabinieri e il tipo – lesto e sorridente – con fare esperto afferra il volante e devia di percorso.

Ammirato il quadro e visitato Ortigia, il tipo – sempre lesto e sorridente – chiede un’altra cortesia: andare fino a Priolo, nelle raffinerie, precisamente nella zona delle aziende russe. Manco il tempo di avvicinare il muso della macchina ai cancelli che s’aprono come le porte di Sesamo. Da ogni dove, sporchi di cisterne, sudati e pazzi di gioia, si vedono arrivare tutti gli operai, i manager e i tecnici. Prendono il tipo – lesto e sorridente – e se lo rimbalzano in aria urlando hurrà, hurrà, hurrà.

A quel punto l’amministratore glielo deve proprio dire: “Io voto per Berlusconi”. E quello – lesto e sorridente – risponde: “Silvio è un grande amico mio”.

Facce di casta

Bocciati

Sentimenti ruspanti
L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. E, infatti, Matteo Salvini, leader della Lega, non è riuscito a resistere alla tentazione: nonostante il momento politico lo voglia in versione diplomatica e istituzionale, l’aspirante premier non è riuscito a resistere alle sirene dei rom e si è precipitato a commentare i disordini avvenuti nel campo romano di via Gordiani: “Questi zingari ‘lavorano’ anche a Pasqua… Ho pronta una democratica e pacifica ruspa”.
Non c’è Palazzo Chigi che tenga: il primo amore non si scorda mai.

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Viti e veti
“Per noi è impossibile dialogare con il Movimento 5 Stelle. Non sono loro che dicono no a noi, siamo noi ad essere indisponibili a fare un governo con loro”.
Che l’ex Cavaliere, Silvio Berlusconi, fosse una volpe lo si è sempre saputo, adesso grazie alle parole di Mariastella Gelmini, neo capogruppo di Forza Italia alla Camera, abbiamo scoperto che i Cinque Stelle sono l’uva. “Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!”, diceva la volpe di Fedro che non riusciva a saltare abbastanza in alto da afferrare l’anelato grappolo. “Ci eravamo illusi che avessero acquisito una certa maturità dopo il percorso fatto assieme al centrodestra unito per eleggere in accordo i presidenti delle Camere.
E invece con le sue parole Luigi Di Maio dimostra che non hanno appreso nemmeno i primi rudimenti dell’ortografia politica”, ribatte piccata la capogruppo di Forza Italia agli ‘acerbi’ pentastellati che nutrono l’infantile pretesa di sottrarsi all’abbraccio berlusconiano.
Certo peccato che l’uva sia ancora acerba, altrimenti l’ideale sarebbe stato spremerla e far finire tutto, come sempre, a tarallucci e vino

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Promossi

Breve storia di un governo che istigò la Politica con la P maiuscola al suicidio
“In Corte Costituzionale troveremo l’Avvocatura di Stato? Rispettiamo la scelta politica del governo. Noi andiamo avanti: #EutanasiaLegale #LiberiFinoAllaFine. Il Parlamento ora discuta la nostra legge popolare, che attende da oltre 4 anni!”. Non c’è nulla che faccia vacillare la costanza e la determinazione di Marco Cappato, esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, lungo la strada dei diritti civili, sulla quale Cappato si sta facendo coraggiosamente da apripista ad un Paese pavido e restio.
Non pago delle inazioni, dei tempi biblici e delle ambiguità, un governo al tramonto ha deciso di costituirsi parte civile nel processo a carico dell’esponente radicale per l’aiuto al suicidio a Dj Fabo, decidendo di difendere un articolo del codice penale risalente agli anni Trenta che prevede il reato di aiuto o istigazione al suicidio. Eppure quello che sembra interessare maggiormente a Cappato, anche in questo caso, non è la tutela della propria persona, ma il fatto che attraverso questo processo, resti vivo il dibattito attorno ad una norma vetusta che mina i principi di libertà e autodeterminazione, nella speranza che essa venga modificata prima possibile.
Si tratta di un caso più unico che raro di altruismo politico.

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La settimana Incom

Promossi

Salto di (La)Gioia. È stato presentato il Salone del Libro di Torino (dal 10 al 14 maggio al Lingotto). Quest’anno, dopo i dissidi causati dal Tempo di libri milanese, tornano anche gli stand dei grandi gruppi. Il programma, fittissimo, prevede una serie di ospiti italiani e internazionali, scrittori, artisti e registi: almeno nove premi Oscar (tra cui Giuseppe Tornatore e Bernardo Bertolucci che dialogherà con Luca Guadagnino), Eduard Limonov, intellettuale dissidente (esce dalla Russia per la prima volta dopo 23 anni), il premio Nobel Herta Müller, lo spagnolo Javier Cercas che terrà la lezione magistrale d’apertura. E ancora Fernando Aramburu, Paco Ignacio Taibo II, Alicia Gimenéz Bartlett, Almudena Grandes, Joël Dicker, Alice Sebold… Doppio in bocca al lupo al direttore editoriale Nicola Lagioia, che ha lavorato in una situazione complicatissima a causa dei guai giudiziari ed economici delle precedenti gestioni.Il Paradiso di Dante. Il grandissimo Ferretti (secondo la Treccani, “scenografo fra i più brillanti del mondo, dalle intuizioni geniali”) al Corriere: “I miei tre Oscar li conservo su mensola dell’Ikea”. La La Lack!

N.c.

 

Scene da un matrimonio. Fedez infastidisce Chiara Ferragni minacciando di toccarle la mano con la quale sta cercando di mettersi il rossetto. Lei la prende bene: “Se lo fai ti stacco il cazzo”. Lui posta il video, i follower vanno in visibilio.“Royal family”, chiosa Fedez per nulla impaurito dalle minacce.

 

Bocciati

Claudio si è rotto i Baglioni. L’intervista al Corriere in cui Antonio Ricci maltrattava il Divo Claudio prima di Sanremo finisce in Tribunale. La frase incriminata è quella in cui Ricci sosteneva che “il botulino gli intoppa i ragionamenti nel cervello”. “Era il cantante preferito dei fascisti. In uno spettacolo dissi anche che gli avrei tirato una molotov. Ora se gli dai fuoco si sparge odore acre di plastica che semina diossina in tutto il Paese”. Ricci farà marcia indietro. Pare di no: “Non mi pento e confermo tutto quello che ho detto sulla melensa creatura che trasuda Baci Perugina da ogni poro”. Con Modugno, “dei ricci e dei capricci…”. Corona di spine.Tensione tra i reali di Spagna durante le celebrazioni di Pasqua nella Cattedrale di Palma di Maiorca: al termine della messa, la regina Sofia si è messa in posa insieme alle due nipotine, figlie di Letiza Ortiz e il re Filipe IV, per farsi immortalare dai fotografi. Ma a quel punto Letizia si è messa in mezzo, facendo di tutto perché la foto non venisse scattata, parandosi davanti alla suocera e alle eredi per togliere la visuale ai reporter. La principessa di Grecia Marie-Chantal ha commentato l’accaduto: “Nessuna nonna merita quel tipo di trattamento”. Su Twitter Letizia è stata ribattezzata Cersei Lannister, la regina crudele del Trono di Spade.

Dagli errori alla exit milionaria: le startup felici oltre l’illusione

Se fin da piccolo hai sempre avuto il sogno di fare l’imprenditore e oggi stai pensando di avviare una startup, meglio partire dalle brutte notizie: l’autoimprenditorialità è un’illusione. Esiste il 90% di probabilità che quell’azienda tanto agognata – per cui si perderanno diversi anni di sonno, i primi passi dei figli, anniversari e compleanni, senza guadagnarci nulla, anzi rimettendoci i risparmi di una vita – fallisca in meno di tre anni. Poi, se questo avviene in un Paese come il nostro, dove è assente una cultura positiva del fallimento, è la fine. Al contrario di quello che accade in America, dove l’approccio non è glorificato, ma almeno compreso e rispettato. E a confermarlo ci sono i (secondi) successi di Walt Disney, Steven Spielberg o Micheal Jordan, che ha fatto scrivere sulle sue leggendarie scarpe da basket la frase: “Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.

Del resto il mantra che le startup della Silicon Valley ripetono ossessivamente è “Try again. Fail again. Fail better”. Essere sconfitti dal mercato non vuol dire essere dei falliti. E, anche se non si ha più un soldo in tasca e il morale è sotto i piedi si può ricominciare e fondare una nuova startup di successo, proprio come successo ad Andrea Dusi, che ha raccontato la sua esperienza in Come far fallire una startup ed essere felici, edito da Bompiani. Il nome dice poco? Eppure questo veronese di 40 anni, dopo che la sua azienda di t-shirt con una manica lunga e una manica corta è fallita nel 2003, nel 2006 ha fondato con Cristina Pozzi la Wish Days (nota per i cofanetti regalo Emozione3) vendendola nell’aprile 2016 al gruppo Smartbox per circa 20 milioni di euro. Un’operazione che tecnicamente si chiama exit.

“Ovviamente non è possibile stabilire a priori il successo o l’insuccesso di un’iniziativa e trovare la formula magica – scrive Dusi – ma si possono individuare gli errori”. Che l’imprenditore non ha ripetuto: capire che non basta essere smanettoni (Zuckerberg era studente ad Harvard, aveva già fondato e venduto aziende prima di creare Facebook e, soprattutto, è un genio puro), avere il senso dei propri limiti (la determinazione di non arrendersi e la flessibilità di pivotare, cioè cambiare modello di business) e sopportare svariati sacrifici (come diceva Thomas Edison “il genio è per l’1% inspirazione creativa e per il 99% sudore e fatica”).

C’è anche un altro elemento da non sottovalutare per Dusi: la maggior parte delle startup di successo è stata coofondata (si legga Facebook, Microsoft, Intel, Google, ma anche le italiane Facile.it o Volagratis) e, quando si trova il socio giusto, non bisognerebbe mai farselo scappare. Emblematico è il caso di PayPal, startup fondata nel 1999 da Peter Thiel e altri cinque soci, tra cui Elon Musk, che hanno reclutato tutti i dipendenti attraverso una rete di amicizie.

Una formula vincente tanto che il gruppo, ribattezzato PayPal Mafia, è sopravvissuto alla concorrenza di Ebay (da cui è stato comprato nel 2002 per 1,5 miliardi di dollari), alle ostilità di Visa e Mastercard e agli attacchi degli hacker. Dopo l’acquisizione quasi tutto il team di PayPal ha abbandonato la società, ma non la cultura aziendale in cui i singoli membri sono cresciuti, replicandosi nel lancio di nuove imprese che oggi si chiamano Tesla Motors, LinkedIn, SpaceX o Youtube.

Jeff Bezos, a fine 2017, nell’annuale lettera agli azionisti Amazon ha ricordato che il suo colosso continuerà a mantenere sempre uno spirito da startup, senza mai avere paura di fallire e di provare ancora. Quello che, invece, non ha fatto Kodak che è così fallita nel 2013: quando avrebbe dovuto reagire al cambiamento, ha rinunciato ad aprirsi al digitale per tutelare il proprio vantaggio competitivo nell’analogico. Lo stesso anno in cui la Kodak è andata in bancarotta, Facebook ha comprato Instagram per un miliardo di dollari. Una lezione virtuosa da seguire. E perché no, per imparare a essere felici.

Ed è subito “hater”: se non osanni il famoso tu diventi un odiatore

Lo dice pure Wikipedia: “hater”, letteralmente “odiatore”, è spesso utilizzato da coloro che “odiano” (virgolette testuali) personaggi di particolare fama, quali cantanti, youtuber, attori e musicisti. In altre parole, se sei uno sfigato e qualcuno ti insulta, non avrai diritto ad avere il tuo “hater”. Se invece sei famoso, qualsiasi rilievo critico, persino leggero, trasformerà chi l’ha avanzato in odiatore di professione.

Grazie al pronto intervento di una stampa diventata watchdog del lettore, invece che del potere. Un lettore scrive che Selena Gomez non è in forma? Ecco “gli odiatori seriali che hanno preso di mira Selena per una cicatrice sulla coscia”. Qualcun altro scrive che Michelle Hunziker avrebbe dovuto commentare la morte di Frizzi? Pronto il titolo: “Hunziker contro gli haters: no all’ipocrisia”. Per non parlare della coppia Ferragni-Fedez: “L’allattamento social di Chiara scatena gli haters”. “Fedez risponde agli haters”, una frase che è già un controsenso perché se uno ti insulta dicendoti, che so, ciccione di merda, non c’è nulla da rispondere. Se c’è risposta invece, evidentemente c’era un’argomentazione, per quanto negativa, e dunque non si tratta di un hater.

Insomma, oggi la critica, che un tempo era persino vista come una forma di riconoscimento di qualcuno che ha ascoltato ciò che avevi da dire, diventa in automatico una forma di aggressione e di odio. Nel regno delle soft news – quell’ampia parte di notizie buone solo a fare like, ma dove purtroppo si forma la testa della gente – o si ama o si odia, o si è un follower che si scatena felice a ogni post o sei un hater rancoroso e invidioso.

Ma perdere la zona grigia dell’analisi e della critica, e insieme la distinzione tra violenza verbale e opinione, è una catastrofe, perché oggi vale per gli youtubers e gli attori, domani varrà anche per la politica. Non solo: in questo modo cantanti, blogger e potenti vari si sentiranno autorizzati a etichettare un’opinione negativa come una forma di diffamazione, e quindi a querelare chi si è limitato a dire la sua, che sia un cittadino o un giornalista.

Tutto questo nel paese dove la legge tutela il querelante, a cui non accade nulla anche se la querela è pretestuosa, e lascia scoperto il querelato, per il quale – anche nel migliore degli esiti – inizia un incubo lungo anni. Meglio allora pensarci due volte, prima di affibbiare l’etichetta di “hater”.

Un odiatore è un violento. Una persona che disapprova è, semplicemente, una persona che esprime il suo dissenso. Alla quale, tra l’altro, si può rispondere con ironia, merce davvero rara tra i potenti del web. Come ha fatto Alex Zanardi quando è circolata la foto di un selfie al mare dove non si vedono le sue gambe. Gli autori della foto, inutile dirlo, sono stati subito classificati come “haters”. Lui ha scritto su Twitter: “Arrabbiato? Mi fa ridere. Peraltro mi lusinga che diano per scontato che tutti sappiano chi è Zanardi. Il lettino però potevano mettermelo sotto il sedere o anzi lo Yacht che, per mia fortuna, è più realistico. Tié”.

La prima volta a teatro, la mia casa

L’appuntamento è per le quattro davanti al teatro Argentina per la pomeridiana dell’Aminta del Tasso. La mia prima volta a teatro, speriamo bene. Il timore è dato dal ricordo della voce monocorde della prof. che ci ha letto la commedia in classe procurando a tutti narcolessia, con tanto di testa poggiata sul banco di formica verde. Almeno a teatro si dorme in poltrona! Sono in anticipo e comincio a vagar per vetrine, fino a quando m’imbatto in un signore elegante e molto affascinante all’ingresso degli artisti del teatro. “Scusi lei è un attore?”. “Sono il regista mia cara”. “E com’è lo spettacolo bello?”. “Che domande, un capolavoro”. Mi invita a entrare da dietro. Un labirinto di corridoi con i muri tappezzati di vecchi manifesti mi porta al palcoscenico. Dietro il sipario chiuso un via vai di artisti e maestranze, e io… non so come dirlo, mi sento a casa, per la prima volta in vita mia! Vivo una strana sensazione di appartenenza, quelle pareti piene di corde, quei teli neri che si perdono nel buio del soffitto, quel senso di cose sacre, tutto è come se fosse la mia casa.

Il brusio che viene dalla sala mi emoziona: “Signori… cinque minuti”. Un gregge di pecore lavate, fonate e forse cotonate, avanza dietro le quinte, il regista mi dice che sono le protagoniste del primo quadro, una scena d’Arcadia. Eh si! Aminta è un pastore mi sembra di ricordare. Le pecore sembrano finte, ma le palline che mollano ovunque sono vere, e gli attori ridendo fanno lo slalom per non calpestarle. “Signori chi è di scena”, chiedo al regista di restare a vederlo da li lo spettacolo. “Mia cara, se resti ci resti per sempre”. Per me va benissimo penso tra me, trasognata. Le luci si spengono, un flauto comincia a suonare, il sipario si apre… ed è qui che inizia la storia.

 

Trimalcione e una cena non molto kosher

Frattanto cominciano a servire un antipasto scelto e abbondante. Nel mezzo del vassoio degli antipasti si levava un asinello di bronzo corinzio con due bisacce piene di olive bianche e nere. […] Graziosi ponticelli, saldati l’uno all’altro, sostenevano ghiri conditi con miele e papavero. C’erano anche salsicce calde su di una graticola d’argento e, sotto la graticola, prugne di Siria e chicchi di melograno a imitare la brace […]. Seguì una portata che, se non rispondeva esattamente alle nostre aspettative, attirò gli sguardi di tutti per la presentazione. Era un grande trionfo da tavola, di forma circolare, con i segni zodiacali disposti in giro; e su ognuno di essi l’artefice aveva disposto un cibo corrispondente: sopra l’Ariete dei ceci cornuti; sul Toro una bistecca di manzo; sui Gemelli testicoli e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi d’Africa; sulla Vergine la vulva di una scrofetta; sulla Libra una bilancia che portava in un piatto una torta e nell’altro una focaccia; Sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un corvo; sul Capricorno una locusta di mare; sull’Acquario un’oca e sui Pesci due triglie […]. Sotto, su un vassoio, stavano pollame ingrassato, ventresche di scrofa e una lepre con le ali da raffigurare Pegaso. […] Poi arriva un gran vassoio con dentro un cinghiale immenso […]. Dalle sue zanne pendevano due cestelli pieni di datteri freschi e secchi”.

Ecco, a chi vorrebbe fuori legge, perché non kosher, il “carciofo alla giudia” mi verrebbe voglia di distribuire l’intero menu della celeberrima cena di Trimalcione narrata da Petronio nel suo Satyricon. Nel nome delle radici europee, e senza offesa per Yahweh.

Elvio Fassone, il saggio di Pinerolo amico della Costituzione

Sono seduti a centinaia. In attesa del saggio di Pinerolo. Il nome della cittadina piemontese evoca a milioni di italiani una indimenticabile gag di Fantozzi, che per compiacere il suo megadirettore amante della bicicletta, esorta un gruppone di impiegati ciclisti ad andare fino a Pinerolo, salvo ritrovarsi drammaticamente su una bici priva di sellino. Ma qui quel nome è serietà, quasi magia, significa Costituzione. La Casa della Memoria di Milano ospita un ciclo che parla della nostra Carta come di “risorsa viva”. E benché non ci sia più un referendum alle porte, la sala è stracolma, si aggiungono sedie, giovani accucciati per terra. Come sia fatto fisicamente il saggio non lo sa quasi nessuno, non è tipo invitato in tivù.

Quando arriva si ha quasi l’impressione di un elegante e compito folletto. Cammina in punta dei piedi. Non alto, occhialini, una camicia candida come i capelli, la cravatta granata, un pizzo bianco-grigio. Sull’argomento ha scritto un libro, Una Costituzione amica è il titolo; “un corpo contundente”, si schermisce lui alludendo alla ponderosità del volume. Poi il folletto gentile e sapiente prende il volo. Le sue parole restituiscono senso a una storia collettiva, basterebbe riprendere una per una le espressioni dei presenti. La Costituzione non è una legge, ammonisce. La legge è un comando, la Costituzione è una antologia di diritti. Ma lui non vuole farne qui l’inventario. “Non voglio fare la solita tiritera”, ha confidato prima di entrare. Vuole darle un senso storico e morale. Svolge a pennellate la storia del costituzionalismo, che è, spiega, “la lotta dell’uomo per mettere dei limiti al potere”, dalla Magna Charta al Bill of rights.

Per questo quella del ’48 “non spunta come un fungo”. Di più, aggiunge, quella Costituzione è figlia di “un momento di grande ethos collettivo”. Ed è perché siamo in un momento di ethos basso, sembra dire, che subisce tanti attacchi. La voce del saggio è bassa, non c’è mai un acuto. Solo due volte, quando vuole sottolineare un paio di passaggi, gli viene educatamente di dire “e qui vi prego di fare attenzione”.

Spiega la libertà “da” e la libertà “di”, spiega che l’esclusione delle sinistre dal governo è stata compensata dalla fioritura, nella Carta, dei diritti sociali, “è il repertorio più lungo, ce ne sono diciotto”. Si sofferma sul termine “dignità”, perché felicità per la nostra Costituzione è una vita “libera e dignitosa”.

Che cosa sia la dignità lo dice con le parole di Stefano Rodotà: “È una condizione di nobiltà morale nella quale l’uomo è posto per il fatto stesso di essere uomo”. Lo dice e quasi si emoziona, incantato egli stesso da quelle parole “scultoree”. Fa notare al pubblico, sempre più ammaliato, che abbiamo abolito i titoli nobiliari perché nobile è l’uomo. La Costituzione come sintesi di culture? Lo sappiamo bene, ma non come lo dice lui: “L’isonomia greca si fonde con la caritas cristiana”. Parla rotondo, il saggio. Anche nei segni tracciati nell’aria. E con il tono piano dice cose di dramma. Spiega che in questa “stagione malinconica in cui non si sa più a che cosa credere” la Costituzione dà orizzonti e materia per credere a tutti. Dice che molte sono le sirene che si sentono ma che noi ci dobbiamo aggrappare a lei, come Ulisse sentendo il canto magico e perfido di quelle creature si legò al palo della nave.

Alla fine l’applauso dura lunghi minuti. L’uomo di antica educazione sabauda un po’ arrossisce, poi si alza compuntamente in piedi e abbozza un inchino. L’applauso continua forte, e lui si rialza e riabbozza l’inchino. Appaiono lontane e minuscole le trame romane. È come se un popolo, in “questa stagione malinconica”, avesse deciso di autogovernarsi, di continuare a credere per i fatti suoi. Una sensazione di sollievo culturale ha preso anziani e studenti universitari. Ma risucchiati dal ricordo dell’atmosfera per nulla malinconica stavamo dimenticando il nome del saggio.

È Elvio Fassone, magistrato per 35 anni, senatore per 10 anni. A lui, anche se nessuno lo sa, dobbiamo il nostro diritto di libertà di critica e di opinione, grazie a una sua storica sentenza in difesa di Corrado Stajano, portato a processo per il libro Africo, era il 1979. E ha un qualche significato che a riportare un’aria di “nobiltà” collettiva sia stato questo signore di ottant’anni, che non fa proclami e sussurra alle persone. Che magari non fa audience e non “buca il video”, ma entra nelle coscienze di ogni età.

A che serve denunciare un marito violento se i carabinieri minimizzano?

Cara Selvaggia, ti racconto questo sconcertante episodio accaduto due settimane fa in una cittadina civile e pure famosa del Nord Italia dove vivono i miei genitori e la mia sorellina più piccola. (ha 15 anni, io 26 e lavoro a Londra).

Devi sapere che mio padre è sempre stato un uomo molto autoritario e dispotico. Molto aggressivo verbalmente sia con me che con mia madre e mia sorella. Io sono andata via di casa dopo la laurea e ho scelto di cambiare anche paese per non avere più a che fare con lui neppure nel fine settimana. Ci ha sempre sottoposte a mortificazioni e vessazioni inspiegabili, dettate dalla sua natura crudele e violenta che mia madre, per debolezza e rassegnazione, ha sempre accettato abbassando la testa.

Dopo che sono andata in Inghilterra, mia sorella con cui ho rapporti costanti tramite whatsapp e Facebook, mi ha spesso riferito di liti più violente di prima e di un peggioramento di mio padre che ha vissuto (giustamente) il mio trasferimento come una fuga dalla famiglia. Questo l’ha incattivito e l’ha portato a sfogarsi su mia madre che secondo lui sarebbe colpevole di aver generato un’ingrata e una fallita (a Londra al momento faccio la cameriera ma sto cercando di fare altro, vista la mia laurea).

Fatto sta che la scorsa settimana, alle undici di sera, mia sorella mi telefona impaurita dicendo che mio padre sta urlando a mia madre “Giuro che adesso ti spacco la testa sul mobile!” e che è furioso per ragioni non chiarissime ma che hanno a che fare forse con un bolletta del gas troppo alta. Sento le urla in sottofondo, le dico di istinto: chiama i carabinieri. I carabinieri arrivano. E questa è l’ultima informazione che ho fino alla mattina dopo perché mia sorella stacca il telefono e quello di casa risulta staccato pure lui. Ebbene, la mattina dopo mia sorella mi chiama dicendomi che ha sbagliato e non doveva chiamare nessuno, sai perché?

Non per mio padre, che anzi, non le ha detto nulla perché era spaventato dall’arrivo dei carabinieri in casa.

No, per via dei carabinieri stessi che al momento di andare via (naturalmente hanno trovato mio padre che faceva l’agnellino e mia madre che minimizzava) l’hanno presa da parte dicendole “signorina noi non siamo psicologi o assistenti sociali, la prossima volta che i suoi hanno una discussione metta qualcosa alla tv e non scomodi le forze dell’ordine”. Capito? Mio padre minacciava di ammazzare mia madre e mia sorella li ha disturbati.

Poi dicono che bisogna rivolgersi e denunciare. Come no. Per sentirsi pure prendere in giro…

 

Il comportamento del carabiniere è ignobile e pericoloso, visto che nel caso in cui tuo padre dovesse perdere la testa un’altra volta, tua sorella si guarderà bene dal chiamare qualcuno.

E non è detto che un giorno, tuo padre, non passi davvero ai fatti. Tua madre dovrebbe rivolgersi ad un centro anti-violenza di zona, che potrebbe supportarla, ma dubito che lo farà.

Nel frattempo suggerisci a tua sorella, la prossima volta, di chiamare una questura o un commissariato diversi.

La differenza non la fa l’ordine. La fanno le persone.

 

Per colpa di Renzi e Di Maio i miei litigano a quasi 80 anni

Cara Selvaggia, ho letto stamattina che suo padre è un grillino convinto e che ha convinto la famiglia a votare per il Movimento 5 Stelle. Le racconto invece cosa succede a casa mia.

Mia madre – una signora di anni 78 che ha sempre fatto la casalinga – ha dato il voto ai 5 stelle. Mio padre – ex operaio nella ditta più nota del Paese – ha da sempre votato a sinistra, da Rifondazione a Pd e lì è rimasto e rimarrà sempre pure quando gli è toccato storcere il naso per alcune scelte infelici del boy-scout di Rignano.

Mia madre è una fan di Di Maio, dice che si vede che è uno onesto, mio padre lo odia al punto che lo chiama col nomignolo “Di Marcio” per far incazzare mia madre e ogni domenica, da almeno tre mesi, vanno avanti così (è l’unico giorno in cui vado a pranzo da loro) in un valzer di dispetti e semi-insulti che inizialmente parevano simpatici, ora meno.

Considera che da quello che mi dice mia sorella che li frequenta di più, pare che mia madre veda Floris e i vari talk politici e quando c’è un 5 stelle ospite mio padre abbia preso ad andare al bar del paese con i suoi vecchi colleghi operai per non litigare.

In pratica ora mio padre torna spesso a casa la sera che ha alzato il gomito, mia madre gli urla dietro che è un vecchio comunista triste e nostalgico, lui che è una populista di ritorno o qualcosa di simile e la situazione in casa è tesissima.

Devo dire che sono sempre stati litigiosi, ma hanno sempre battibeccato al massimo per l’orto o i soldi che non bastavano, ma questa della guerra politica in casa, a quasi 80 anni entrambi, mi mancava.

E forse è il segno di questo tempo strambo in cui siamo tutti contro tutti, pure se siamo sposati da 50 anni.

Nando

 

Tra le varie colpe che Renzi dovrà attribuirsi c’è anche la parentesi alcolista di tuo padre.

Ed è giusto così.

 

Francesco come l’Anticristo, le allusioni del cardinale Burke

La minoranza della destra clericale che combatte papa Francesco all’interno della Chiesa non è come quella del Pd. I tradizionalisti sono arcigni e ciarlieri e non fanno nulla per nascondere il loro odio per l’attuale pontefice. La battaglia va avanti da tre anni e si nutre anche di colpi ferocemente bassi, come la bufala propalata dalla cattomassoneria nera di un Bergoglio malato di tumore.

Sabato scorso, a Roma, c’è stato un convegno organizzato dai frondisti farisei, cioè dagli anti-francescani cui interessa applicare l’arida dottrina e non la misericordia. A capeggiarli, al solito, il cardinale americano Raymond Leo Burke. Prelato pasciuto e amante della Tradizione, Burke ha combattuto e combatte Francesco da vari fronti. Era lui, infatti, il patrono del potente Ordine di Malta poi commissariato dalla Santa Sede. Ma il cardinale è soprattutto uno dei promotori e dei fatidici Dubia, cioè dubbi, sulle aperture ai divorziati dell’Amoris Laetitia.

Il suo obiettivo è la “correzione” del papa tramite un clamoroso pronunciamento del collegio dei cardinali, al punto da favorire le dimissioni di Francesco. In preparazione del convegno, cui ha presenziato il ratzingeriano Marcello Pera, ex presidente del Senato, Burke ha rilasciato un’intervista alla Nuova Bussola Quotidiana di Riccardo Cascioli, uno dei siti più combattivi contro Bergoglio.

Il cardinale americano tratteggia uno scenario apocalittico e cita il Catechismo al numero 675 per descrivere un presunto “tempo ultimo” della Chiesa: “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘Mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Chi è l’impostore Anti-Cristo? Indovinate un po’.