Che beffa restare in mutande dopo aver lavato per anni quelle altrui

Pensateci bene! si intitolava un popolare libretto di devozione che insegnava a evitare la dannazione nell’altro mondo. Dopo la sentenza della Cassazione sul caso Grilli-Loewenstein auspichiamo la diffusione di un Pensateci bene! fra le future spose onde evitare loro, in caso di divorzio, la dannazione terrena di dover mendicare l’assegno di mantenimento da un ex tendente all’amnesia, se non riottoso. Donne, avvitatevi accuratamente la testa sul collo e, ricco o povero che sia il coniuge, pensateci bene prima di mollare la carriera per la quale avete studiato e di preferire le gioie spirituali che dà la professione di madre e moglie a quelle più tangibili che vi darebbe un impiego retribuito.

Perché un domani non potrete più recriminare né tanto meno battere cassa in nome di una scelta che, in ultima analisi, è stata vostra. I matrimoni che durano una vita non esistono più nemmeno nelle fiction Rai di prima serata, sposarsi è un gioco d’azzardo che andrebbe gestito da Lottomatica, il lavoro di cura è meno quotato della sabbietta per gatti e, francamente, il “ti ho dato gli anni migliori della mia vita” nel 2018 non si può più sentire. E prima di accusare la Cassazione di condannare alla fame tanti ex angeli del focolare, considerate che oggigiorno può succedere pure che il coniuge economicamente più debole sia lui. A parti ribaltate, sareste disposte a mantenere sine die un Veronico Lario che ha già da parte un bel gruzzoletto e comunque potrebbe cercarsi un’occupazione? La Suprema Corte ci ricorda che ognuno di noi, una volta maggiorenne, è responsabile di se stesso, e che per sacrificarsi per la famiglia, masochismo cui le donne vengono avviate fin dall’infanzia attraverso un lavaggio del cervello che passa anche dai libri scolastici, ci vuole un’altissima propensione al rischio. E sarebbe una tragica ironia restare in mutande dopo aver lavato per anni quelle altrui.

Le donne sono le più penalizzate: non conviene più sposarsi

L’ex moglie scroccona che si fa le unghie tutti i giorni e campa coi soldi del marito che non c’ha più neanche una casa? La donna che spera di accasarsi con un riccone come assicurazione sulla vita? Figure destinate a sparire, secondo la sentenza della Cassazione sul famoso caso Grilli-Lowenstein, che ha deciso che il coniuge “forte” non è più tenuto a versare soldi per consentire a lei (quasi sempre) di mantenere lo stesso stile di vita del matrimonio. Tutto fantastico, in teoria: se non fosse che questi due prototipi, nel mondo della gente reale, erano già abbastanza rari, visto che in genere tocca contendersi quei quattro spicci che si hanno in comune. Ma poi, soprattutto: è possibile che per aiutare l’ormai famoso padre separato sotto i ponti si sia passati da un estremo all’altro? Perché così un marito che guadagna, a esempio, 5.000 euro sarà libero di non versare neanche un euro se lei un lavoretto sotto i mille euro al mese ce l’ha. E pure se lei un lavoro non ce l’ha per niente, purché sia capace di lavorare.

Anche qui, tutto giusto nella teoria, tutto sbagliato nella pratica, perché se la donna ha deciso di rinunciare alla carriera – spesso sotto spinta di lui – per seguire bene i bambini e creare meno conflitto in casa non si vede perché debba finire penalizzata. Com’è penalizzata una cinquantenne che viene considerata autonoma se magari c’ha un garage di proprietà e una laurea in tasca, che però com’è noto non serve a niente; oppure al massimo a trovare il solito lavoro così sottopagato che è più simile all’argent de poche che a uno stipendio. Che con questa sentenza le cose siano diventate più ingiuste lo sapeva lo scorso Parlamento, che ha tentato di fare una nuova legge, ma non ci è riuscito. E allora intanto le conclusioni per le donne sono presto prese: meglio non sposarsi e neanche fare figli. Nell’Italia delle culle vuote, è un risultato notevole.

Formula Champions a dittatura spagnola

Un re, tre damigelle e quattro nani di corte. Nell’istantanea della Champions League, il prestigioso torneo calcistico giunto al 21° anno di vita dopo il restyling del 97-98 (quando l’Uefa cambiò formula: fino ad allora erano ammessi a parteciparvi solo i club campioni in carica), l’immagine non lascia spazio a dubbi: in primo piano l’assoluto, incontrastato sovrano, che poi sarebbe la Spagna; a fargli corona le damigelle Inghilterra, Germania e Italia; più defilati quattro nanetti chiamati Francia, Portogallo, Olanda e Ucraina. E poi il nulla, perché nemmeno usando la lente d’ingrandimento riuscireste a trovare tracce di altre presenze, di altre nazioni.

Né Belgio né Grecia, né Svezia né Danimarca né Russia né Repubblica Ceca: tutti scomparsi, tutti fantasmi. Mentre la Champions 2017-2018 è in pieno svolgimento, e tra domani e dopo designerà le quattro nuove semifinaliste (salvo cataclismi saranno Bayern, Real Madrid, Barcellona e Liverpool), abbiamo condotto un piccolo studio per vedere come si sono comportati i Paesi europei nelle 20 precedenti edizioni e quanti club hanno portato almeno una volta nel poker dei semifinalisti. La Polaroid che ci è rimasta in mano parla da sola.

Spagna ammazzatutti. Degli 80 club finiti in semifinale negli ultimi 20 anni ben 29 sono spagnoli; con il Real Madrid presente addirittura 12 volte e il Barcellona 10. La seconda nazione più presente è l’Inghilterra con 20 semifinali giocate (7 solo dal Chelsea), seguita dalla Germania con 13 (9 solo dal Bayern) e dall’Italia con 11 (5 Juventus, 4 Milan, 2 Inter). Per capirci: da sole, queste 4 nazioni hanno qualificato 73 semifinaliste su 80: al resto hanno provveduto la Francia (4) e con 1 sola presenza a testa Portogallo (Porto), Ucraina (Dinamo Kiev) e Olanda (Psv). Inutile dire che anche la classifica delle vittorie premia la Spagna con 10 trionfi, seguita a enorme distanza da Inghilterra (4), Italia (3), Germania (2) e Portogallo (1).

Real schiacciasassi. Il Real è il club in assoluto più presente nelle semifinali di Champions; addirittura 12 volte su 20 (e mercoledì il dato potrebbe aggiornarsi a 13 su 21), con una media-presenza di 0,60. Alle sue spalle brilla il Barcellona, presente 10 volte su 20 (media 0,50) e poi Bayern (9), Chelsea (7), Manchester United (6), Juventus (5), Milan (4), Liverpool, Monaco e Atletico Madrid (3), Inter, Valencia e Arsenal (2) e altri club a quota 1. Impressionante la media-vittorie del Real Madrid, che è di 0,50 (6 trionfi dopo 12 semifinali raggiunte). Con 6 trofei vinti il Real precede il Barcellona (4 trionfi dopo 10 semifinali raggiunte) e poi Milan, Bayern e Manchester United (2), Inter, Liverpool e Chelsea (1).

Frustrante, per non dire avvilente, il ruolino di marcia della Juventus, 5 volte qualificata alle semifinali e mai capace di vincere (le finali perse dal 97-98 sono state addirittura 4, due con il Real e una con Milan e Barcellona); un po’ meglio è andata al Chelsea, presente 7 volte nel poker dei semifinalisti e vittorioso una volta, ai rigori, nella finale col Bayern del 2012. Riassumendo: nell’arena della Champions, il matador è uno solo e ha i colori rosso e giallo della Spagna. A noi ogni tanto riusciva di fare da picador o da banderillero. Oggi, più facilmente ci capita di fare da toro. Matato. Così è, anche se non vi pare.

A sinistra è ora di azzerare (davvero) la classe dirigente

Nella vignetta di Altan, alla constatazione del marito che “non c’è più sinistra”, la moglie reagisce preoccupata: “Oddio, adesso mi resti tutto il giorno per casa a girare in ciabatte”. Oggi, metaforicamente a casa in ciabatte, cerchiamo una scusa per uscire. Il congresso di Possibile? LeU fonda un partito? Potere al Popolo continua l’avventura? Il PD si derenzizza? Tutti a ricostruire la sinistra (che fino all’altro giorno andava invece riunificata), ripartendo dal lavoro, dalle periferie. Perché, pare, c’è un bisogno di sinistra che la sinistra non ha saputo intercettare, e per questo gli elettori di sinistra sono andati altrove, per cui la sinistra è scomparsa (dal parlamento). Eh?

C’è qui in azione uno slittamento semantico. La sinistra scomparsa è una classe dirigente depositaria di una tradizione (comunista, socialista ecc.) portatrice di istanze, appunto, di sinistra. Il suo elettorato smarrito sarebbe anch’esso legato a quella tradizione. E questa tradizione è di sinistra nel senso che ha come priorità l’eguaglianza e la giustizia sociale, nella definizione di Bobbio; “non dà retta alla storia”, come scrisse Vittorio Foa. Insomma, con sinistra stiamo indicando quattro cose diverse: una classe dirigente, un elettorato, una tradizione e infine una categoria di analisi politica.

Ora, chi parla di “ricostruire” la sinistra parla in realtà della preservazione di quella classe dirigente, con una discontinuità politica magari, ma nel segno della continuità biografica. Si può fare? No. Non è nemmeno un giudizio di valore, è una constatazione. Intanto perché c’è troppo passato, troppo da rinfacciarsi. I dibattiti recenti sulla riunificazione, per dire, guardavano indietro, a chi si è unito o scisso quando, a chi ha fatto o votato cosa. Ai tempi del maccartismo, in America, si inventò la categoria degli antifascisti prematuri: tutti erano stati antifascisti negli Anni 40, chiaro, ma quelli degli Anni 30, che magari avevano anche combattuto in Spagna contro i falangisti, quelli erano antifascisti prematuri, sospettati quindi di simpatie comuniste.

Ecco, nella sinistra italiana abbiamo addirittura la categoria degli scissionisti prematuri – il momento giusto per uscire era, pare, esattamente quello in cui sono usciti D’Alema e Bersani, prima era irresponsabile ed estremista (Civati è bordeline). Suvvia. E poi semplicemente perché, come dimostrato dal voto, la gente non li può più vedere – che possono dire quello che vogliono, ma non ci crede nessuno.

Tomaso Montanari queste cose le ha capite e scritte. Sono rimaste, spiega, solo macerie, da cui non si può ricostruire. Come lui, Peppino Caldarola parla di “togliersi dalle palle” – una classe politica e una generazione (o più d’una) insieme. Montanari dice di lasciare perdere anche le “storie passate”. Però, conclude: “C’è bisogno di sinistra perché c’è bisogno, ora come non mai, di uguaglianza, inclusione, giustizia sociale, democrazia. Ed esiste ancora un vasto popolo di sinistra: perduto, demoralizzato, silenzioso, elettoralmente disperso o astenuto”. E qui casca l’asino: ci sarà pure un popolo che chiede giustizia sociale, ma che questo sia un popolo di sinistra, disperso ma pronto a tornare all’ovile, è dubbio.

È di sinistra magari accademicamente, perché la giustizia sociale è di sinistra. Ma molti, in quel popolo, a sentire la parola sinistra mettono mano alla pistola. Per loro, cioè, la sinistra non è invotabile solo come classe dirigente. È invotabile come tradizione, perché in Italia c’è un senso comune anti-sinistra: decenni di detriti, dallo stalinismo del PCI nel dopoguerra alla violenza degli anni di piombo, dall’anti-comunismo rinfocolato da Berlusconi agli inciuci, alla terza via blairiana abbracciata dagli ex-comunisti, e poi la corruzione, Renzi, il Jobs Act, Consip, la riforma costituzionale, e infine le liste di LeU, i litigi. Per la maggioranza degli italiani la sinistra è tossica. Forse lo è sempre stata.

Queste cose le scrivo col cuore spezzato – citando Altan, in ciabatte. Per me (e per molti) la sinistra è un’altra cosa: citavo Bobbio e Foa; e poi gli albori del movimento operaio, William Morris e Rosa Luxemburg, E.P. Thompson e magari Che Guevara, Guccini, Jimmy Reid. Ognuno di noi ha la sua, di sinistra. Ma la sinistra per la maggioranza degli italiani è quella lì. Per questo il M5S si impunta che il reddito di cittadinanza non è di sinistra e Renzi fece il 40% dicendo che era oltre la sinistra… Ora, a me è sempre parso che chi dice che non ci sono più né destra né sinistra sia in genere di destra. Ma, visto che siamo tra le macerie e ci tocca tornare a studiare e pensare, vale forse la pensa di domandarsi se, per chi crede nella giustizia sociale, questo attaccamento emozionale alla sinistra non sia una zavorra.

Questa è stata, per dire, la posizione intransigente di Podemos in Spagna, e questa è la posizione del neonato movimento nostrano Senso Comune. In UK invece il nuovo di Corbyn si è posto con successo in continuità con la tradizione del Labour, rompendo con gli apostati del New Labour. A ognuno la sua via fuori dal pantano. Non so quale sia la nostra. Solo, mentre ne discutiamo, teniamo a mente che il punto non è cantare Contessa (in ciabatte) e dirci figli o nipoti di Ingrao o Berlinguer. Il punto è avanzare la causa dell’eguaglianza e della giustizia sociale, no? Diciamolo sottovoce, il punto è fare cose di sinistra…

La campagna elettorale più social di sempre fu nel 1948

Ancora echeggiano nell’etere ed in rete gli echi delle promesse e dei programmi delle elezioni del 4 marzo che già si annuncia all’orizzonte la prospettiva di un nuovo ricorso alle urne per uscire dall’empasse, risultato di una infelice legge elettorale ed un elettorato tripartito in fronti apparentemente inconciliabili. Ed è nell’attesa o nella minaccia di una nuova campagna elettorale che il 18 aprile cadono i settant’anni dalle elezioni politiche del 1948. Un evento storico che stabilì gli equilibri politici della nuova Italia repubblicana, preceduto da una campagna elettorale che fissò parole, strumenti, immagini, riprese e riproposte negli anni a venire.

La campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile del 1948 inizia di fatto il 17 gennaio del 1947, giorno del rientro dagli Stati Uniti del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi con in tasca un primo assegno di cinquanta milioni di dollari firmato dal presidente americano Herry Truman, in cambio dell’estromissione dei comunisti e socialisti dal governo, che si verifica il 31 maggio del 1947.

Quando, il 1 gennaio del 1948 entra in vigore la Carta Costituzionale, definito un terreno democratico ed istituzionale condiviso, i partiti sono pronti per scontrarsi nella madre di tutte le campagne elettorali.

La prima novità del 1948 è la vastità della mobilitazione, condotta da partiti di massa, che dispongono di strumenti di comunicazione di massa, quali manifesti, riviste, volantini, cartoline, fumetti, filmati, diffusi in enorme quantità, da una massa di propagandisti.

Forti delle vittorie ottenute in diverse elezioni amministrative i comunisti ed i socialisti danno vita al Fronte Democratico Popolare, sotto il simbolo di una stella con il volto di Garibaldi. L’eroe dei due mondi non solo richiama l’epopea risorgimentale dei garibaldini in camicia rossa, ma anche l’esperienza resistenziale delle Brigate Garibaldi. Quel “testimonial” speciale preoccupa non poco gli altri partiti. I muri si riempiono di disegni di Garibaldi che mettono in guardia gli elettori a non confonderlo con i social-comunisti. In una cartolina eccezionale per efficacia l’effige di Garibaldi capovolta si trasforma nel ghigno di Stalin. La Democrazia Cristiana si presenta da sola sotto l’emblema dello scudo crociato. A destra nasce invece il Blocco Nazionale composto dal Partito Liberale, l’Uomo Qualunque ed esponenti monarchici, che nella sua campagna attinge alla creatività di Giovanni Guareschi che su Il Candido disegna vignette memorabili quali “Nel segreto della cabina Dio ti vede Stalin no”.

Protagonisti inaspettati, ma decisivi, sono i Comitati Civici, nati e finanziati per volontà di papa Pio XII. Ufficialmente fondati soltanto l’8 febbraio sotto la guida del Presidente dell’Azione cattolica Luigi Gedda, appoggiandosi alla rete delle diocesi e delle parrocchie formano un esercito di propagandisti che, coordinati da un “Ufficio Psicologico”, invadono il paese di materiale elettorale.

Gli obiettivi dei Comitati Civici che non partecipano alla competizione sono due: combattere il comunismo e l’astensionismo. Per far questo non parlano alla testa delle persone ma alla pancia, avendo capito l’importanza ai fini delle scelte di voto delle componenti emotive ed irrazionali quali l’autostima, l’orgoglio, la paura. Una consapevolezza che i Social Network e le moderne campagne digitali hanno ereditato. Nel coloratissimi manifesti dei Comitati Civici chi non vota è un somaro o un coniglio, teschi indossano il colbacco con la stella rossa. Immagini un po’ rozze secondo alcuni, ma folgoranti per sintesi ed efficacia, alle quali è difficile contrapporre delle argomentazioni. È anche a causa di questo tipo di propaganda che la campagna elettorale assume nel corso delle settimane toni sempre più brutali e violenti, su tutti i fronti.

Le elezioni del ’48 fissano i temi che segneranno il confronto/scontro elettorale negli anni a venire. La contrapposizione fra comunismo e anticomunismo, ancora perfettamente riproposta da Berlusconi nel 1994, a cui fa da contraltare quella fra fascismo e antifascismo, riemersa nell’ultima campagna elettorale. Il coinvolgimento della fede e della religione, con le processioni della Madonna pellegrina, le preghiere elettorali, la negazione dell’assoluzione agli elettori comunisti da parte dell’arcivescovo di Milano Shuster, epigono di chi ancora oggi sui palchi dei comizi giura sul Vangelo. La trasformazione dell’avversario politico in nemico e la sua rappresentazione sotto forma di orco, traditore, pericolo, al fine di privarlo della legittimità politica e della cittadinanza democratica. La diffusione di una propaganda sporca e scorretta, come una falsa lettera inviata a migliaia di elettori da un immaginario cittadino di Trieste che, impossibilitato a votare, chiedeva di votare per lui contro il comunismo.

A dimostrazione che le attuali fake news e falsi post hanno origini lontane. Sino al coinvolgimento di forme di gioco con il concorso Totalvoto, altra trovata dei Comitati Civici, che sul modello del Totocalcio premiava chi indovinava il risultato elettorale a patto che avesse votato. Esattamente come oggi il “Vinci Salvini” ha moltiplicano follower e contatti.

La campagna del ’48 spesso celebrata quale prova di una rinata democrazia, di una passione politica diffusa e di partiti autorevoli nella loro azione di rappresentanza, fu anche una campagna polemica e violenta, segnata da continui scontri, feriti ed anche morti, per mano delle forze dell’ordine guidate dal Ministro degli Interni Mario Scelba, dei fascisti, di criminali al soldo degli agrari. Al punto da indurre Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, a promuovere un accordo fra i partiti per non disturbare i comizi avversari, a non concedere confronti di piazza, a rispettare la libertà di parola e di voto. E almeno in questo i settant’anni che ci separano dalla campagne elettorale del 1948 sono davvero molto lontani.

La Gladio del Lago di Como Così nacque “Stay Behind”

Quando nacque Gladio, l’organizzazione paramilitare anticomunista che, durante la guerra fredda, fu messa in piedi anche in Italia sotto la regia degli Stati Uniti, attraverso la Nato e la Cia? Secondo la relazione che Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, inviò il 26 febbraio del 1991 alla Commissione Stragi del Parlamento, la costituzione risalirebbe al 1951.

In base ad altre più che credibili e pausibili indagini, e ora, soprattutto, alla ricerca di Giorgio Cavalleri, scrittore e storico comasco, in realtà Gladio sarebbe stata concepita addirittura nella tarda primavera del 1944. Fu partorita dal gruppo Vega, un reparto speciale del battaglione Nuotatori Paracadutisti della Decima Mas fascista del principe Junio Valerio Borghese, con il beneplacito attivo dell’O.s.s., il servizio segreto americano progenitore della Cia, e di settori della Regia Marina del Regno del Sud del maresciallo Pietro Badoglio.

Non ne sarebbero stati estanei neppure alcuni esponenti nazisti, che, come si sa, si stavano preparando alla fuga in Sud America grazie all’organizzazione Odessa delle Ss e al Vaticano, ma pure al riciclaggio in chiave anti-Urss nell’intelligence degli Usa e poi degli inglesi. Lo stesso principe Borghese, futuro golpista, venne salvato e fatto fuggire dall’O.s.s. a Milano, nei giorni della Liberazione, e sottratto pertanto alla prevedibile condanna a morte partigiana.

Cavalleri è autore di numerosi libri sul sindacalismo cattolico e su alcuni misteri della guerra e della Resistenza, dal’oro di Dongo all’uccisione dei partigiani “Gianna” e “Neri”. Nella nuova edizione de La Gladio del lago, edito da Unicopli (con una prefazione di Franco Giannantoni), rintraccia con abbondanza di documentazione il filo nero che dagli archivi di Washington conduce al piccolo lago di Montorfano, nella Brianza comasca, dove si era insediato il battaglione Vega.

La lettura dei dossier statunitensi catalogati sotto la dicitura “10 Flotilla MAS-Stay Behind Organization”, scrive Cavalleri, “permette di verificare la nascita e le prime fasi di crescita del ‘Gladio’ nostrano e spiega perché questa operazione – che la Cia replicò poi in altri paesi europei dove venne chiamata ‘Stay behind’ – in Italia fu definita semplicemente ‘Gladio’ e i suoi arruolati gladiatori’”.

Il gladio, infatti, era l’insegna della Decima Mas. E all’interno della formazione di Borghese, a Montorfano, venne creato un gruppo clandestino per aiutare i fascisti a reinserirsi nella vita italiana dopo la Liberazione, ma pure per “partecipare a eventuali azioni armate clandestine anticomuniste”. Il nemico, prima della fine del conflitto, per gli americani e per il blocco padronale-moderato italiano, e per alcuni gerarchi nazifascisti, erano ormai l’Unione Sovietica e il comunismo.

Così, “un anno prima della fine della guerra, all’insaputa di Mussolini”, e forse con il consenso di Karl Wolff, plenipotenziario in Italia della Wermacht e della polizia nazista, quel reparto, il Vega, “aveva liberi contatti radio (e di uomini) con esponenti della Marina del regno del Sud e con i servizi segreti statunitensi”. Non solo: il tenente di vascello Mario Rossi, nominato a capo del Vega, era con ogni probabilità una creatura dell’O.s.s.

Nel settembre del 1944, peraltro, un inviato della Marina badogliana aveva incontrato Borghese a Valdagno e a Verona. Doveva “sondare le intenzioni”, racconta Cavalleri, “del principe circa il problema della possibile difesa della Venezia Giulia, dell’Istria e del Quarnaro dalle truppe di Tito, in relazione all’eventuale sbarco del ‘San Marco’”.

Altre missioni del genere furono portate a compimento, con un passaggio incredibile, ma non troppo con il proverbiale senno di poi, di agenti fascisti e americani, tedeschi e badogliani, tra le linee del fronte, senza che niente accaddese a costoro, o almeno a chi non doveva essere toccato. Solo gli inglesi, all’epoca, si sottrassero a questo gioco sporco, messo in campo in nome di una sorta di “santa alleanza” anticomunista.

Il citato Mario Rossi, uno dei capi della rete anticomunista di Vega, o di Gladio, insomma, fu un figura centrale di quelle trame. Imposto da Junio Valerio Borghese al comandante dei Nuotatori Paracadutisti della Decima Mas, “senza una logica apparente”, dice Cavalleri, poiché “non poteva sbarcare dal ‘nulla’”, come effettivamente sbarcò, “quasi certamente veniva dal Sud, ed era un uomo dell’O.s.s.”. Quando il principe Borghese fu prelevato a Milano dal servizio segreto americano, d’altronde, James Jesus Angleton, numero due dell’O.s.s. in Italia, scrisse in un rapporto che “il soggetto è stato contattato a Milano tramite un agente di questa unità e tradotto a Roma per essere utilizzato”. Non processato per crimini fascisti, bensì “utilizzato”.

La Gladio italiana, in sostanza, decollò “subito dopo la fine del conflitto, per esclusivo volere dei servizi segreti statunitesi”. L’’talia nuova, nata dalla Resistenza, “o almeno una parte di essa” sostiene Cavalleri nel suo libro, sorgeva con la “cooptazione” di “una struttura creata a Montorfano, un paesino a pochi chilometri di distanza dal capoluogo lariano, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, da un drappello di uomini che avevano combattuto, in un corpo particolare come quello della ‘Decima Mas’, nelle file della Rsi”, ovvero della repubblica fantoccio di Salò creata dai tedeschi.

Giudici di pace in sciopero Si ferma l’“altra” giustizia

Lo sciopero dell’altra giustizia. Da oggi in tutta Italia incrociano le braccia per quattro settimane i giudici di pace. a rischio la celebrazione di 500 mila processi. Pochi fuori dal mondo dei tribunali lo sanno: ormai la giustizia italiana si regge su due pilastri. I magistrati ordinari, che sono 9.921 (con un tasso di scopertura degli organici del 13%). Pochi, 11 magistrati ogni 100 mila abitanti, agli ultimi posti in Europa.

E poi, appunto, l’altra giustizia: la magistratura onoraria. Cioè 7.353 operatori tra giudici di pace, giudici onorari, vice-procuratori, giudici ausiliari delle Corti d’appello e componenti privati presso i tribunali per i minorenni. In pratica, secondo lo Stato, non si tratta di dipendenti pubblici, ma di lavoratori autonomi non selezionati con il concorso per la magistratura ordinaria, ma in base ai titoli.

Pochi cittadini sanno che quando si affacciano in aula spesso si trovano davanti dei magistrati onorari. Ancora meno, tra i non addetti ai lavori, conoscono la riforma del settore varata dal ministro della Giustizia uscente, Andrea Orlando. Proprio contro la riforma, che dovrebbe accorpare le diverse figure, da mesi nei nostri tribunali si susseguono gli scioperi. Adesso tocca ai giudici di pace. Che sono circa 1.300.

Quali sono i punti contestati della nuova legge (che deve entrare in vigore a scaglioni, tra il 2021 e il 2025)? “In pratica ci viene chiesto di lavorare di più, con una paga inferiore”, sorride amaro Alberto Pavese, giudice di pace a Milano e rappresentante della confederazione dei sindacati del settore. In concreto: “Ci vengono attribuite molte nuove competenze, fino al 50% in più nel civile. La paga prevista è di 16 mila euro lordi l’anno. Cui bisogna togliere ovviamente le tasse, ma anche i contributi previdenziali e assistenziali”. Sì, perché maternità e malattie sono a carico dei lavoratori. Ma quanto lavora un giudice di pace? “La riforma – spiega Pavese – sostiene di disegnare una professione part-time che lavora due giorni la settimana. Ma è una finzione, perché già adesso ogni giudice di pace ha 1.000 fascicoli l’anno che con le nuove competenze rischiano di essere di più. Un lavoro a tempo pieno per poco più di mille euro lordi al mese”.

Per capirci: già oggi i giudici di pace sono quelli che in materia civile si occupano di decreti ingiuntivi, opposizione alle sanzioni amministrative, cause civili ordinarie fino a 5 mila euro e sinistri stradali fino a 20 mila euro. Appunto, una parte consistente delle cause per cui il comune cittadino si rivolge alla giustizia civile. Finora il compenso era di 56,81 euro lordi a sentenza e 10,33 euro lordi per decreto. Alla fine si riuscivano a mettere da parte 40 mila euro lordi l’anno. Escluse le spese previdenziali a carico dei lavoratori. E qui arriva la riforma che, racconta Pavese, contiene aspetti singolari: “È previsto che marito e moglie non possano lavorare nello stesso tribunale. In teoria quello assunto per ultimo dovrebbe essere licenziato”.

Così i giudici di pace incrociano le braccia. La questione, però, non riguarda soltanto loro. In ambito penale ci sono i vice-procuratori onorari e i “vecchi” giudici onorari. Quelli che finora lavoravano quasi a cottimo, per 98 euro lordi a udienza. Per intenderci, i viceprocuratori onorari sostengono l’accusa nei processi per stalking, truffa, rapina, maltrattamenti, reati tributari e omicidi colposi come quelli stradali. Ci sono loro nell’80% delle udienze davanti ai giudici monocratici (cioè quando non deve decidere un collegio di magistrati). Mentre i giudici onorari arrivano a decidere nel 60% dei processi di primo grado che spettano ai giudici monocratici.

“La giustizia italiana – sostiene Paola Bellone, portavoce del “Movimento 6 luglio” che raccoglie i giudici onorari – si regge sui precari. Peggio, adesso la riforma vorrebbe farci passare per lavoratori autonomi. Ma la Commissione Europea ha detto allo Stato italiano che così non può essere. L’Europa dice che ‘la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è la circostanza che una persona fornisca, per un certo periodo di tempo, a favore di un’altra e sotto la direzione di quest’ultima, prestazioni in contropartita delle quali riceva una retribuzione’. Proprio come facciamo noi”, sostiene Bellone.

E poi c’è, appunto, il nodo della retribuzione – 16mila euro lordi per un impegno che in realtà non sarebbe part-time – e della mancanza delle più elementari tutele per maternità e malattia. Condizioni di lavoro inimmaginabili fino a pochi anni fa per chi deve amministrare la giustizia. Ma con la fame di lavoro non si va per il sottile: quando è stato indetto il bando per 400 nuovi giudici onorari sono arrivate 60mila domande.

Un anno fa 110 procuratori della Repubblica (su 120 Procure in Italia) avevano scritto al ministro della Giustizia, Andrea Orlando: senza giudici e vice procuratori onorari, tribunali e procure avrebbero “notevoli difficoltà nel far fronte ai propri compiti”.

Non solo. C’è la questione dei precari della giustizia che svolgono compiti amministrativi nei tribunali affiancando i dipendenti pubblici. E svolgendo compiti delicati come la preparazione del fascicolo per l’udienza e la registrazione nei terminali indispensabile per il nuovo processo telematico. Tutto per 400 euro lordi al mese. Poco più di 5 euro e mezzo l’ora. Lordi.

Racconta Paolo, che lavora al Tribunale di Milano: “Prendiamo meno di una colf. Tutti insieme guadagniamo un quinto di Sergio Marchionne. Siamo come lavoratori in nero. Nero di Stato”.

Ma qualche passo avanti, va detto, è stato fatto: “I precari di giustizia erano oltre 2 mila, con le assunzioni previste dovremmo scendere a 1.300, quasi la metà in Calabria”, spiega Nicoletta Grieco (Funzione Pubblica Cgil). Aggiunge: “C’è poi stato il concorso per 2.800 assistenti, più il decreto per altri 300. E il bando per 250 assistenti sociali al dipartimento della Giustizia Minorile”.

“Mi-To”, la ciclica sinergia rimasta sempre una chimera

Ci sono due menzogne dietro la narrazione del “grande progetto” di organizzare i Giochi Olimpici Invernali coinvolgendo Milano e Torino. La prima è una bugia olimpica: Torino ha messo in piedi la sua Olimpiade nel 2006 e potrebbe tranquillamente riutilizzare le infrastrutture già esistenti con investimenti ragionevoli senza aver bisogno della capitale lombarda, mentre Milano dovrebbe invece cominciare da zero. Chi ci guadagna? Chi ci perde? Ha senso la proposta, quando è noto che il Comitato Olimpico Internazionale non ama le proposte bipolari?

Inoltre, non basta mettere in piedi un Palazzetto del Ghiaccio, per dire ai torinesi che l’Olimpiade è organizzata insieme: lo squilibrio di partenza, dunque, è evidente. Le montagne lombarde, per esempio, a differenza di quelle piemontesi, non sono collegate alla città con l’autostrada. Uno dei criteri selettivi imposti dal Cio è proprio quello della logistica e della sua efficienza. Un altro, è la centralità dell’organizzazione, quindi delle manifestazioni collaterali. Le premiazioni ufficiali, per esempio, chi se le accaparra? Milano o Torino? La cerimonia d’apertura? Quella della chiusura? Infine, sul dossier olimpico Milano e Torino stanno avviando studi di fattibilità per valutare se è realistico disperdere i Giochi su un fronte di almeno 250 chilometri (dal Sestriere alla Valtellina). Spacciata per un’iniziativa tesa a ottimizzare le risorse, rischia di diventare l’ennesimo spreco. Non a caso, l’Olimpiade Invernale a due piace ai politici, non ai tecnici…

La seconda grande balla, a dire il vero, è ricorrente. Ogni dieci-quindici anni si rispolvera il mito del MI-TO, cioè dell’alleanza – o meglio, delle convenienze – fra Milano e Torino. Ogni volta, tante parole, ma poi basta. Perché sono due città che si detestano. Profondamente diverse ed altrettanto rivali. Per mentalità, motivi culturali e ragioni storiche.

Negli Anni 80, col MI-TO si abbinò la parola “sinergia”. Per spiegare quanto fosse conveniente potenziare le loro complementarità economiche, produttive e finanziarie. Accattivante idea, sulla carta. Nei fatti, ognuno ha continuato a brigare per conto proprio. Sul fronte, per esempio, della gastronomia e del gusto, Torino non ha affatto intenzione di fare squadra con Milano, nonostante l’Expo. A metà degli anni Novanta, Milano denunciò l’assalto alla baionetta delle banche torinesi e dei suoi finanzieri. L’impero degli Agnelli e dei loro accoliti è sempre stato vissuto come un corpo estraneo alla cultura meneghina. Milano non ha mai digerito il fallimento della Innocenti e l’accorpamento dell’Alfa Romeo da parte della Fiat.

In verità, il progetto MI-TO è ed è sempre stato solo un… mito. Una formula ipocrita. Come ha dimostrato, per esempio, la recente vicenda del Salone del Libro che Milano ha tentato di strappare a Torino mettendo in piedi un’analoga iniziativa che tuttavia non ha avuto il successo sperato. Insomma, il MI-TO applicato ai Cinque Cerchi è solo l’ennesimo tentativo di succhiare soldi dei contribuenti per consulenti, comitati, consorzi e gruppi di studio. Il circo dei soliti noti.

Risiko 2026, corsa a tre all’Olimpiade “low cost”

Tutti vogliono le Olimpiadi. Mentre il mondo le evita come la peste, tra referendum falliti e progetti abortiti negli ultimi anni, e il grande capo dello sport Thomas Bach in giro ad elemosinare candidature, per l’edizione invernale del 2026 l’Italia ne sforna addirittura tre: Milano e Torino in un tandem precario di cui ne resterà una sola e il Veneto contro tutti. Ciascuna ha i suoi punti di forza: in Lombardia grandeur milanese e le infrastrutture moderne, sotto la Mole l’eredità dei Giochi 2006 e il risparmio garantito dai vecchi impianti, le Dolomiti e il fascino di Cortina.

Più che il dossier e la sostenibilità dei progetti, però, conterà la politica: la candidatura dell’Italia si sta trasformando in un affare di Stato, perché alla fine deciderà il governo (se ci sarà). Senza il suo sostegno non si va da nessuna parte. E il Coni prepara il terreno per incassare il sì che mancò ai tempi di Roma 2024.

Siamo solo all’inizio di un percorso lungo ma non troppo: la sessione Cio decisiva, a Milano nel settembre del 2019, non è poi così lontana. La prima scadenza era il 31 marzo, termine ultimo per la manifestazione d’interesse: hanno risposto altri sei Paesi (in ordine di chance: Svizzera con Sion, Svezia con Stoccolma, Austria con Graz/Schladming, Canada con Calgary, Giappone con Sapporo, Turchia con Erzurum). Tre, come detto, le candidature italiane: a ottobre la scelta.

Per il momento Giovanni Malagò gongola: per lui il sogno olimpico è diventato quasi un’ossessione. Dalla bocciatura di Roma, però, la situazione sembra ribaltata: da origine di tutti i mali, i Giochi sono diventati una “grande occasione” per ogni partito, M5S compreso. Proprio per questo, adesso bisogna stare attenti a non scontentare nessuno. E il Coni fino ad ora si è mosso con prudenza. La tripla manifestazione d’interesse inviata al Cio è una sorta di manuale Cencelli delle Olimpiadi: Milano per il Pd di Beppe Sala e la Lega del governatore Fontana, Torino per il M5S di Chiara Appendino, il Veneto per evitare ogni polemica. Ancora non si sa chi ci sarà a Palazzo Chigi, e sostenuto da quali alleanze: meglio tenersi aperte tutte le porte.

Ma la scelta va fatta. Il Cio ha fatto capire di essere pronto a concedere una deroga all’Italia per candidarsi, ma di non voler rinunciare alla tradizione per cui i Giochi vengono assegnati a una sola città. È sempre stato così nella storia, e dunque il suggestivo acronimo “Mi-To” dovrà sciogliersi in una candidatura unica. Al Foro Italico hanno le idee chiare: la prescelta sarà Milano, perché ha più appeal internazionale ma soprattutto ha due amministrazioni che danno ampie garanzie; Malagò ha ottimi rapporti sia con Sala che con l’ala maroniana della Lega. Torino serve comunque per ospitare un paio di discipline minori (vedremo quali) e per questo sarà coinvolta nel progetto, mentre il Veneto deve accontentarsi dei Mondiali di sci a Cortina nel 2021.

Questo piano (già scritto, al punto che il Coni aveva inviato una prima lettera al Cio a gennaio per la candidatura della sola Milano) si scontra però con l’ambizione di Torino di fare il bis. A differenza degli altri, la candidatura piemontese ha un argomento che ha già fatto breccia nella parte dell’opinione pubblica più ostile agli sprechi olimpici: gli impianti ci sono, non bisogna costruire nulla o quasi e questo garantirebbe un’edizione low-cost. Lo sostiene pure Mimmo Arcidiacono, in passato direttore e commissario liquidatore dell’Agenzia Torino 2006, che ora ha collaborato con la Camera di commercio per lo studio di prefattibilità: “Tutte le opere realizzate possono essere recuperate”, assicura. Per farlo, secondo il comitato promotore, possono bastare 170 milioni.

Ma cosa è rimasto esattamente da allora? Nel capoluogo erano state costruite tre strutture: la più celebre è il PalaIsozaki, ora PalaAlpitour, per l’hockey su ghiaccio. Viene utilizzata soprattutto per i concerti, ma di recente ha ospitato il torneo preolimpico di basket e a settembre toccherà alle finali dei Mondiali di pallavolo maschile. Poi c’è l’Oval, il palazzetto per il pattinaggio di velocità su ghiaccio. Il Comune l’ha dato in concessione a Gl Events Italia, società che gestisce il vicino Lingotto. Ancora in funzione è il Palazzo del ghiaccio Tazzoli, dove giocano le due squadre di hockey locali, e si tengono allenamenti e gare di curling e short track. Senza dimenticare il PalaVela, dove si sono disputati i Mondiali di pattinaggio di figura 2010 e gli Europei short-track 2017. Un’ottima base per ospitare quasi tutte le discipline.

Fuori Torino, nelle Valli olimpiche, ci sono le strutture più controverse e al contempo preziose di quella edizione. Non tanto l’halfpipe di Bardonecchia, ancora utilizzato, e la pista da biathlon a Sansicario (che lascerà il posto a campi da tennis), quanto Cesana e Pragelato, ossia l’imponente pista di bob e il trampolino per il salto con gli sci, costati rispettivamente 110 e 34 milioni di euro. Dovevano diventare una sorta di “Coverciano delle nevi”, ma il progetto è fallito.

I trampolini di gara non vengono toccati dal 2009, quelli per l’allenamento sono utilizzati in maniera sporadica. Il catino di bob, invece, è andato in disuso a causa dei costi spropositati di manutenzione: addirittura un milione di euro l’anno fino a quando è stata usata l’ammoniaca per refrigerare l’impianto (che qualcuno all’epoca pensò bene di costruire con esposizione a Sud). Ora, invece, non costa nulla: la struttura è abbandonata (e infatti la nazionale azzurra di bob, che non ha più nemmeno una pista dove allenarsi, è praticamente scomparsa), l’area dovrebbe diventare un resort del Club Med, ma il progetto è stato sospeso in vista del 2026, l’occasione buona per rivitalizzarli. Qualsiasi sia la candidata finale, dal recupero di questi impianti non si può prescindere: impensabile costruirne di nuovi.

Sull’altro fronte, invece, Milano ha storicamente una carenza di strutture sportive. Ma le Olimpiadi potrebbero essere il giusto traino. E poi per le esigenze di un’edizione invernale (inferiori a quelle di una estiva) ci sono sempre il Forum di Assago (che ha appena ospitato i Mondiali di pattinaggio di figura), il nuovo PalaLido e lo Stadio del ghiaccio. Al Coni sono certi che la selezione sarà “naturale”: nei prossimi mesi i tecnici del Cio verranno in Italia, per parlare con Malagò e porre domande sul dossier ai Comuni. E con Cortina un po’ defilata, la differenza tra le due amiche/rivali potrebbe farla il villaggio olimpico, l’investimento principale richiesto dai Giochi: Milano avrebbe già un progetto per la periferia Sud, Torino ha le idee meno chiare (di quello del 2006, invece, meglio non parlare: è stato abbandonato e occupato da profughi). Senza considerare tutte le tensioni locali: in Comune a Torino il M5S è diviso, con alcuni consiglieri “dissidenti” che non sono stati convinti nemmeno dall’intervento di Beppe Grillo e continuano a mettere i bastoni fra le ruote della Appendino anche nella costituzione della nuova associazione Torino 2026; fuori, i sindaci delle Valli sono poco propensi al ticket con Milano perché temono di perdere gli sport più importanti (lo sci, destinato a Bormio).

Nel grande risiko questi sono in fondo solo dettagli. La partita è innanzitutto politica, e come tale non potrà essere risolta fino a quando non nascerà un nuovo esecutivo. C’è tempo fino a ottobre: per allora sarà noto anche l’esito del referendum svizzero e si capiranno le reali chance del nostro Paese (con Sion fuori gara, diventiamo i grandi favoriti). Intanto il Coni si prepara ad ogni evenienza, coltivando buoni rapporti e promettendo un pezzettino di Olimpiadi ad ogni partito. Se poi il governo confermerà Milano, tanto meglio. Se invece Di Maio, da premier o azionista di maggioranza del nuovo esecutivo, imporrà la partecipazione di Torino (dove il M5S è ben presente, al contrario che in Lombardia), si proverà a convincere Bach della portata rivoluzionaria di una candidatura doppia, o comunque si troverà una soluzione per condividere il progetto. Se la Lega pretenderà di dare qualcosa al Veneto, si sposterà qualche gara pure sulle Dolomiti. Va bene tutto, insomma. L’importante è riportare i Giochi in Italia. Così Malagò avrà realizzato il suo sogno.