Un’intesa sui programmi oppure arrivano i forconi

Mettiamo in fila due notizie. La prima ci dice che Sergio Mattarella “si farà portavoce delle esigenze dei cittadini” e chiederà ai partiti consultati al Quirinale, almeno in prima battuta, “proposte e indicazioni programmatiche per assicurare al Paese un governo all’altezza dei problemi che ci attanagliano” (nota ufficiosa del Colle).

Poi c’è quanto ha annunciato a Di Martedì Luigi Di Maio, capo politico del M5S: “Proporremo un contratto di governo come si fa in Germania, si fa solo ciò che c’è scritto”.

Proviamo in questa fase preliminare ad accantonare i macigni delle possibili e impossibili alleanze di governo: la proposta Cinque Stelle avanzata, in alternativa, a Pd e Lega ma non a Forza Italia; i conseguenti veti su Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Restiamo invece sui programmi, così come richiesto da Mattarella.

Domanda: se al termine del primo sondaggio il presidente della Repubblica prendesse nota che vi sono convergenze tra le varie forze ascoltate, “per risolvere i problemi che attanagliano il Paese”, cosa pensate che farebbe dei suoi appunti? Li chiude in un cassetto nell’attesa (campa cavallo) che i partiti si mettano d’accordo su ipotetiche maggioranze di governo, e poi si vedrà?

O, al contrario, di quelle indicazioni farebbe la pietra angolare su cui costruire le possibili intese politiche? E quelle convergenze perché non potrebbero confluire, in tutto o in parte, nel “contratto di governo” proposto da Di Maio? Facciamo tre esempi.

 

Affrontare l’emergenza sociale

Si chiami reddito di cittadinanza (M5S) o di inclusione (Partito democratico) o di dignità (Forza Italia), non c’è gruppo parlamentare che non ritenga prioritario un forte intervento a sostegno delle classi più deboli, e come incentivo per chi è alla ricerca di un’occupazione.

Non è forse questa l’esigenza più avvertita nella polveriera del Sud e di cui Mattarella si farà certamente “portavoce”?

Un compromesso tra le varie proposte non sembra impossibile, così come convergente appare la richiesta per una diminuzione della pressione fiscale.

Non la flat tax di cui il centrodestra non parla più ma è così irrealistico pensare a un piano condiviso per estendere la no tax area, accorpare le aliquote Irpef, procedere a ulteriore taglio dell’Irap delle imprese con sgravi selettivi (e non a fondo perduto come con l’illusorio e costosissimo Jobs Act) a chi crea davvero occupazione?

 

Gestire l’immigrazione irregolare

Dalle parti di Lega e Forza Italia non si sente più parlare (fortunatamente) dei “seicentomila clandestini” da espellere da un giorno all’altro con voli diretti nei Paesi d’origine.

Una fake news elettorale che, tuttavia, non toglie importanza a un problema che ha orientato (soprattutto verso il partito di Salvini) il voto di milioni di cittadini favorevoli a una stretta sugli ingressi.

Resta l’apprezzamento espresso da Di Maio nei confronti del ministro del Pd Marco Minniti e della politica dei controlli in mare, per contrastare scafisti e mercanti di morte.

Un accordo trasversale sembra poi realistico sulla revisione del Regolamento di Dublino III che assegna gli oneri maggiori relativi all’esame delle domande di asilo e alle misure di accoglienza al primo Paese d’ingresso nell’Unione europea. Cioè soprattutto l’Italia.

 

Il taglio ai costi della politica

Qui un accordo di massima esiste già tra Movimento 5 Stelle e Lega.

Senza contare che la proposta più avanzata per il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari porta la firma di un esponente del Pd, Matteo Richetti. Poi affondata dal suo stesso partito.

Si potrebbe andare ancora avanti nell’elenco delle “indicazioni convergenti” ma saprà il presidente Mattarella come metterle in ordine e renderle compatibili con un programma di governo.

Sembra di capire che il Quirinale non si arrenderà facilmente all’ipotesi di elezioni anticipate, come se il voto del 4 marzo fosse stato un inutile intrattenimento e non il segnale di allarme di un Paese in grande sofferenza. Attese che non possono essere deluse con giochi di Palazzo, pause di riflessione e governicchi balneari. Perché dopo arrivano davvero i forconi.

Riusciranno i nostri eroi…

Il gioco del cerino è ufficialmente cominciato. Di Maio va a Dimartedì e, alla vigilia delle consultazioni, spiega con chi vorrebbe governare: o col secondo o col terzo partito usciti dalle urne, cioè Pd o la Lega. Uno vale l’altro? Nossignori: “Il primo interlocutore è sicuramente il Pd con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene”. Si spinge addirittura a elogiare tre ministri: uno, Minniti, meritatamente; due – Martina e Franceschini – immeritatamente, il primo perché non pervenuto alle Risorse agricole, il secondo perché purtroppo pervenuto ai Beni culturali. Ma Martina è il segretario reggente, cioè l’interlocutore indispensabile ove mai riuscisse a liberarsi dalle catene renziane e accettasse di parlare. E Franceschini è il capocorrente più potente dopo Renzie il più vicino a Mattarella. Tanto basta a spiegare la doppia captatio benevolentiae. Solo in seconda battuta Di Maio si rivolge alla Lega, e non solo per l’ordine di apparizione post-elettorale. Infatti pone a Salvini una condizione-capestro: “Scelga tra rivoluzione e restaurazione, se mollare Berlusconi e cominciare a cambiare l’Italia o restargli attaccato a non cambiare nulla”. Ora, Salvini non vede l’ora di liberarsi della Mummia. Ma non ora, non potendosi permettere uno scontro frontale con uno degli uomini più ricchi, potenti e vendicativi d’Italia, per giunta padrone di tre tv, di un pezzo di Rai, di molti giornali e forse anche di un pezzo della Lega (se vale ancora la fidejussione dei tempi di Bossi).

Non solo: come capo leghista, Salvini conta meno di Martina, mentre come leader del centrodestra pesa più di tutti. E, se non tradisce FI, può sperare di mangiarsi quel che ne resta al prossimo giro. Di Maio e Salvini hanno instaurato un buon rapporto personale basato sulla fiducia e non hanno sbagliato un colpo nella partita delle presidenze delle Camere. Ma sanno bene di avere tutto da guadagnare collaborando in Parlamento su leggi in materia di vitalizi, costi della politica e magari giustizia, ma tutto da perdere governando insieme. Le scarse risorse subito disponibili per il nuovo governo bastano per avviare una sola delle riforme promesse: quella fiche va su un inizio di reddito di cittadinanza, o su un principio di flat tax. Le due cose non stanno insieme. E chi va al governo e non porta subito a casa un risultato tangibile rischia grosso: gli elettori lo lincerebbero con la stessa rapidità con cui l’avevano osannato. Eppoi anche sui diritti civili, le tasse, le grandi opere e ormai pure sull’Europa e sui migranti Di Maio e Salvini sono piuttosto distanti.

Viceversa, se il Pd si liberasse di Renzi relegandolo nel suo giglietto fradicio di pochi intimi, potrebbe collaborare con i 5Stelle su un programma molto meno eterogeneo, a base di riforme sociali, ambientali e legalitarie. Tutti temi classici del centrosinistra, almeno prima che venisse infettato dal berlusconismo di ritorno. Se questo governo dovesse nascere, il Pd avrebbe il tempo necessario per rimettere insieme i cocci del centrosinistra, lasciando Renzi e i suoi (pochi) cari a inseguire la chimera macroniana, cioè berlusconiana. Mantenendo – sotto costrizione dei 5Stelle – le promesse fatte per una vita e mai spontaneamente realizzate. E recuperando almeno alcuni dei milioni di elettori fuggiti verso i 5Stelle e soprattutto verso l’astensionismo. Viceversa, un no pregiudiziale toglierebbe al Pd qualunque argomento polemico contro un governo M5S-Lega, che a quel punto proprio i Dem renderebbero inevitabile. Queste cose sono talmente ovvie, lapalissiane che le capiscono tutti, persino i leader e leaderini del Pd. Ma non osano ammetterlo, ancora prigionieri, dopo quattro anni di catastrofi ininterrotte e rovesci consecutivi, dell’incantesimo renziano. Infatti balbettano di evitare un governo M5S-Lega e scongiurare le elezioni anticipate, ma poi non trovano il coraggio di fare la mossa conseguente: mettere in minoranza il padrone (dimissionario per finta) e liberarsi le mani per far pesare i loro voti che, per quanto dimezzati, bastano e avanzano a orientare il nuovo governo con almeno un pezzo dei loro programmi. In due parole: fare politica.

Riusciranno i nostri eroi nella storica impresa di azzeccare almeno una mossa in vita loro? Se danno ancora retta agli amorevoli consigli di Repubblica, che li ha portati a una disfatta dopo l’altra, è altamente improbabile. Ieri il quotidiano “amico” ha totalmente stravolto la proposta di Di Maio in prima e in seconda pagina: “Governo, la mossa di Di Maio: ‘Sì a Salvini, senza Berlusconi’”,“‘Forza Italia stia fuori’: la mossa di Di Maio per il governo con Salvini”. Nemmeno un accenno all’offerta prioritaria al Pd, spacciata per un “abbraccio mortale”: non sia mai che il Pd la capisca e vada almeno a vedere. Se lo facesse, difficilmente potrebbe dissentire (o poi spiegarle alla base) su misure sacrosante e popolarissime anche tra i suoi elettori come reddito di cittadinanza, ripristino dell’articolo 18, anti-corruzione, anti-prescrizione, anti-conflitto d’interessi. Invece potrebbe chiedere di aggiungere un po’ del programma Dem: Ius soli ecc. E financo porre a Di Maio il problema del premier, passandogli il cerino acceso: una questione che, se il leader M5S insistesse a guidare il governo, potrebbe essere risolta soltanto con la presenza al suo fianco dei leader dei partiti alleati (Grasso e Martina, o chi per loro) come vicepremier, o di due ministri di peso (per esempio Minniti e Bersani) come garanti del “contratto” di coalizione. Intanto, dall’altra parte, Salvini completerebbe la sua Opa sul centrodestra. E così ci libereremmo di B. e di Renzi in un colpo solo. Forse è solo un sogno, ma scusate se è poco.

Ceronetti ha visto Clara in mongolfiera

Di Guido Ceronetti, nato a Torino nel 1927, si sa quel che non è, mediocre, e un po’ di quel che è: scrittore, drammaturgo, marionettista. Da sempre fautore del primato della letteratura, anzi, della letterarietà, nel buen retiro di Cetona ha ordinato testi, bozze, disegni di una passione intransigente, organica, specialissima: “Le regie immaginarie illuminano meglio certi testi letterari, mi aiutano a capire, ad accendere di più la lampada della conoscenza e dell’iniziazione”.

Negli Anni Novanta ha riletto e sezionato, smontato e riscritto, sezionato e riassemblato lacerti, estratti e passaggi dei suoi livre de chevet: non per volontà di potenza, non per velleità demiurgiche, bensì, per illuminare, aprire o disseppellire percorsi nascosti, ermeneutiche sfuggenti, fantasticherie celate. Senza mai mancare di rispetto, ma sempre togliendo la polvere, il teatrante e il cinematografaro Ceronetti non sposa l’accezione italiana, regista, né quella anglosassone, director, bensì quella francese: metteur en scène.

Marionettista per professione, burattinaio per vocazione: non di lettori e spettatori, ma di versi e passi, il novantenne autore rimette in scena in Regie immaginarie (Einaudi, 180 pagg, 20 euro) i suoi prediletti, da Dostoevskij a Cechov, da Zola a Dürrenmatt, da Conrad a Wells. Parte con I demoni, con Nicolai Stavrogin “sul divano, addormentato scomodamente, ritto a metà”, trova La visita della vecchia signora di Dürrenmat e fa di testa propria, ovvero di locomozione altrui: Clara Zahanassian nell’originale arrivava con un treno, viceversa, il Nostro opta per “una mongolfiera festosamente imbandierata”, “un elicottero privato come il papa”, “un’astronave” o una “apparizione infera”. Non è arbitrio, si capisce, ma libertà di inventario e invenzione, di toccata e fuga, verso altri intendimenti: certo, se non si conosce la lettera si fatica se non a discernere, a gustare la variazione. Eppure, anche qui, Ceronetti dispone la caccia al tesoro, che sia il sogno di Raskol’nikov dopo il delitto o il Jekyll di Stevenson, con Mr. Hyde che incontra la bambina e, nella rilettura di Guido, pare echeggiare M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang.

Poi la guerra, tanta guerra, già luogo cinematografico per assunto: dalla Grande, con le immagini della memoria inutile, a Stalingrado, “le Termopili dell’ignominia”, passando per La linea d’ombra di Conrad, intesa per la voce recitante di un grande interprete: “C’è qualcosa di ripugnante nel concetto di ricompensa”.

Si sbaglierebbe a intuire un’arcadia leziosa, dotta e però sterile, perché Ceronetti la penna in resta l’ha ancora, e non è la sua battaglia contro i mulini a vento: “No, del cinema – scrive in una Nota del 6 luglio 1999, La regia è morta? – m’importa poco, muore nella merda, senza dignità, venduto alla tecnica più falsificante, senza forma, senza oggetto, inutile, bruciadenaro, con quei festival e quegli Oscar grotteschi, quei divismi imbalsamati che si ripetono per clonazione, senza più una goccia di poesia e di passione, senza più un volto…

È crepato e non lo piango…”. Non solo strali cinematografici, anche autocritica (“Le mie regie cinematografiche farebbero sogghignare tanto sono antiquariato”) e presa di coscienza del sipario: “Il secolo che finisce ha esaurito anche quasi tutte le possibilità della regia e della scenografia teatrale”. Che fare? Regie immaginarie, si capisce, perché il futuro è un brogliaccio da rileggere. Fuori dal set, dentro la possibilità.

“I nuovi youtuber hanno troppa ansia da risultato”

Lorenzo Ostuni detto Favij è figlio unico, papà informatico. Ha iniziato a postare i video su YouTube sette anni fa, raccontando videogame. Oggi è il primo youtuber in Italia con 4.423.000 iscritti al canale Favijtv. L’ultimo video postato è l’intervista a Steven Spielberg sul nuovo film Ready Player One. Lorenzo si definisce creator, ha 22 anni ed è influencer. Ha da poco pubblicato il primo romanzo The Cage per Mondadori Electa. Una rockstar per la generazione precedente, ma per niente maudit.

L’abbiamo incontrato alla registrazione del programma #SocialFace (su Sky) e gli abbiamo chiesto come si spiega questo successo. “Non ho studiato queste cose, è successo e basta” racconta Favij, “cerco di dare una giusta interpretazione a ciò che mi accade. Sono spettatore di me stesso. Magari quando avrò cinquant’anni mi guarderò indietro e cercherò di capire meglio”. Chiunque frequenti le fiere dei videogame e dei fumetti può vedere con i suoi occhi la popolarità di Lorenzo. Eppure il ragazzo è timido e sembra non montarsi la testa: “Sono molto rilassato. Nei miei video c’è intrattenimento fine a se stesso: il videogioco è il mio focus. È molto facile condizionare i ragazzi ma io non lo voglio fare e penso sia sbagliato farlo”. Insieme ai Mates – colleghi di YouTube – sta girando l’Italia con lo spettacolo Made In Internet, con sold out da 2.500 persone a città. Forse Favij esorcizza la tua timidezza con le esibizioni? “È un vantaggio essere schermato. Quando ho iniziato sono apparsi molti haters ma non mi ha mai scoraggiato chi voleva buttarmi giù”. Il libro The Cage è un progetto nato un anno fa. Oltre all’adrenalina del racconto colpisce la descrizione di un delicatissimo rapporto di tenerezza tra il protagonista e una ragazza, una liason descritta con rara sensibilità. “Questo non è un libro di uno youtuber. Infatti l’ho firmato con il mio nome e cognome. Sono entrato in questo percorso da spettatore chiedendomi ‘chissà come prenderanno questa cosa’. Ho iniziato scrivendo delle bozze. Tutto è nato da un sogno. Mi sono svegliato alle quattro di mattina e ricordo di aver esclamato ‘che figata questa cosa’ e ho trascritto il sogno di getto. Pensavo di darlo un giorno a mio figlio”. La trasposizione cinematografica è dietro l’angolo: Favij ammette che in effetti ci sono già delle proposte per realizzarla. Spazi angusti, celle, labirinti… “È difficile da credere ma a me piacciono molto gli spazi stretti. È una sfida con me stesso, una escape room. Ora sta facendo un docufilm con i Mates e altri youtubers per far capire quanto lavoro c’è dietro un video di 10 minuti”. Ecco cosa ne pensa di alcuni “colleghi”: “The Facegame? Erano considerati la Gialappa’s band degli YouTuber, bravi ragazzi. I Pantellas? Non mi piacciono. Scherzo, eh! Gli autogol? Sono simpaticissimi”.

Chissà se anche Lorenzo ha invaso la casa dei suoi di figurine Pokemon e Yu-GI-Oh: “Ovvio! È la mia seconda passione dopo i videogiochi!”. Arriverà un videogame creato da Favij? “Ho fatto la scuola di programmazione ma ho capito che non è il mio talento”. Che musica ascolti? “Tanta musica elettronica”.

Perché ha portato su YouTube gameplay con i giochi horror? “Era molto in voga e faceva ridere la reaction horror”. Da piccolo cosa lo rendeva felice? “I videogiochi; una risposta scontatissima, ma è la verità”. Perché molti youtuber faticano a emergere e avere successo? “C’è troppa ansia da risultato. Per noi cento visualizzazioni erano un traguardo. Se parti con l’idea di divertirti senza pensare ai risultati avrai sempre una marcia in più”.

Arene, piazze e stadi aperti. Sold out dell’Italia dal vivo

Una mappa ragionata è impossibile. L’ostinato viaggiatore musicofilo farà bene a munirsi di tre cose: un calendario, un jet privato e un cospicuo fido. Non c’è salvezza. Inseguire gli idoli del rock e del pop tra primavera e autunno costerà un botto, e se non siete rich kids occorrerà selezionare con cura le date e risparmiare ogni cent, sperando che il secondary ticketing non vi spenni vivi.

La grande stagione dei concerti è all’ouverture, con la residency di Bob Dylan all’Auditorium di Roma ancora oggi e domani, poi in giro per lo Stivale sino a fine aprile. E Roger Waters (tra un post filopalestinese e l’altro) scalda i motori per la calata nel Belpaese, che avrà due campagne: quella imminente, con sei date tra Milano e Bologna tra il 17 e il 25 prossimi, e a luglio il trionfo tra le Mura Storiche di Lucca (11) e il Circo Massimo (per pareggiare i conti con l’amico-rivale Gilmour) il 17.

Tra arene e festival, gli aficionados dei live perderanno la bussola: sarà dunque bene organizzarsi, magari scegliendo una rassegna e piantare le tende. Come agli I-Days di Milano, all’alba dell’estate, in zona Expo: 21 giugno cartellone sontuoso con Killers, Liam Gallagher e Richard Ashcroft, il 22 Pearl Jam (che il 24 sbarcheranno a Padova e il 26 a Roma) e Stereophonics, il 23 l’altro bizzoso fratello Oasis – Noel – più i Ride, il 24 Queens of the Stone Age con Wolf Alice di rincalzo. Qualcuno sarà reduce, a quel punto, dal Firenze Rocks: roba da lustrarsi gli occhi per i puri dell’hard vintage, con i Foo Fighters il 14, il giorno successivo il ritorno dei Guns N’ Roses, il 16 gli immarcescibili Iron Maiden, il 17 Ozzy Osbourne con Judas Priest di contorno.

Il 18 salto al Lucca Summer Fest per il piatto forte di Lenny Kravitz (che due giorni prima è a Verona): nella città toscana gli onnivori saranno già stati l’8 luglio per Ringo Starr e il 12 a bearsi con i Gorillaz. C’è curiosità per il mini tour dell’ex Beatle, impegnato il 9 luglio a Marostica e l’11 alla Cavea dell’Auditorium di Roma, nell’ambito del Summer Festival capitolino che vede, tra gli altri, Arctic Monkeys in doppia data (26-27 maggio prima di affacciarsi a Milano il 4 giugno) Patti Smith il 10 giugno e un luglio da piantare le tende al Flaminio: il 3 i Simple Minds, l’8 gli attesi Hollywood Vampires (la superband con Alice Cooper, Joe Perry degli Aerosmith e Johnny Depp), il 9 Alanis Morissette, 10 Franz Ferdinand, 19 Jethro Tull, 20 Pat Metheny, 21 Caetano Veloso, 22 King Crimson, 27 l’altro Aerosmith Steven Tyler con la Loving Mary Band, il 28 Sting.

Un’abbuffata che costa quanto un mutuo, a meno di non imboscarsi per un mese al Parco della Musica. E che dire dei megashow? Il 7 luglio Eminem rapperà ai suoi fedeli all’Area Expo di Milano, e il giorno dopo Jay-Z e la mogliettina Beyoncè occuperanno San Siro, per trasferirsi 24 ore dopo all’Olimpico di Roma. Gli stadi saranno di nuovo appannaggio dei vaschisti, che marceranno il 27 maggio da Lignano, passando per Torino, Padova, Roma, Bari, Messina. Cremonini seguirà le tracce del Blasco, chiudendo il giro al Dall’Ara della sua Bologna il 26 giugno. Dieci giorni prima, il 16, il debutto di Fabrizio Moro all’Olimpico (solo curva e distinti), mentre Fedez e J-Ax cercheranno l’apoteosi a San Siro il primo di quel mese.

L’Avvenimento, per la scena italiana, rischia di essere il tributo a Pino Daniele al San Paolo di Napoli il 7 giugno: a celebrare l’amato spettro molti big nazionali, da Jovanotti a De Gregori, da Baglioni a Ramazzotti, passando per la Nannini, Giorgia, Mannoia, Elisa, Emma, Biondi, Antonacci, Avitabile, De Piscopo, Senese, Sangiorgi, in una kermesse all’insegna della nostalgia e dell’efficienza impresariale. Ma quanti altri appuntamenti restano da segnare in agenda? Una girandola: Deep Purple, Marilyn Manson, Thom Yorke, Katy Perry, Macklemore, Imagine Dragons, la tripletta di Santana, l’inusitata doppietta della Pausini al Circo Massimo, Anastacia, Queen con Lambert, Kasabian, James Taylor, Norah Jones, Elio.

Se non saremo sul lastrico, a metà settembre dall’Arena partono i ludi per Baglioni. Poi, tra ll’11 e il 16 ottobre, il poker degli U2 ad Assago. Nella certezza che gli squali del secondary ticketing si ingrasseranno ancora: un software pirata per rastrellare biglietti da rivendere a peso d’oro costa una miseria. E in Italia non è neppure reato.

3 domande a Federico Palmaroli

Federico Palmaroli, assicuratore romano di 44 anni, è il padre della pagina dedicata alle più belle frasi del santone, da anni fenomeno social.

Che studio c’è dietro, come nascono “Le più belle frasi di Osho”?

In realtà non c’è stato alcun studio particolare. Anzi, il personaggio è stato scelto quasi a caso: ha una mimica facciale che funziona molto bene, per certi versi strafottente, e un curioso modo di vestire. E poi Osho è un personaggio assoluto, uno che mette d’accordo tutti, un po’ come Pippo Baudo. Non ha colore politico, né fede religiosa. A Roma il mio repertorio di frasi ha fatto scalpore perché è apprezzato da tutti, dal pariolino al prenestino.

Come mai la scelta di farlo parlare in salsa romanesca?

Non è certo merito mio, il romanesco che più che un dialetto è una cadenza, un modo di essere, di prendere la vita, deve il suo successo alla cinematografia, tanto per incominciare e a me è sembrato il miglior modo per far parlare il santone. Alla fine il romanesco è la lingua della strafottenza per eccellenza. Io ci ho ricamato sopra, e ho messo in bocca a un personaggio che per molti è una guida spirituale luoghi comuni, come per la prima vignetta dedicata a Osho; ricordo di avergli fatto dire: “I pomodori non sanno più de niente”. Mi sono anche concesso la libertà di reinterpretare delle sue massime: il suo “Un maestro non ti dà dogmi da seguire, ma suggerimenti”, ecco, l’ho reso un po’ più concreto ed è diventato “Ma fa un po’ come cazzo te pare”.

Cosa rimane di Osho, oggi?

A parte questa fissa per il new age, per i suoi aforismi, rimane a mio parere una quantità di precetti astratti che mal si sposano con la concretezza della vita. E, se posso, non è stato nemmeno un esempio di grande coerenza: ha passato una vita intera a predicare spiritualità, amore e meditazione ma poi nel privato s’è rivelato tutt’altro. Ma questo è solo un mio pensiero.

Il lato oscuro di Osho: veleni, miliardi e proseliti fanatici

“Ho vinto alla lotteria una Rolls-Royce!”, ci disse l’euforico Lorenzo S., e noi tutti lo guardammo con grande invidia. Era l’estate del 1984, mi trovavo a Los Angeles per raccontare le Cocacoliadi, lo avevo conosciuto quando lavorava all’Espresso in Italia, prima che se ne andasse in India, sedotto dagli insegnamenti sincretici del misticismo “arancione”, a Poona, dove si trovava il celebre ashram di Bhagwan Shree Rajneesh, il centro di meditazione più frequentato di allora: lui, professore di Filosofia, era diventato il guru del “risveglio spirituale” e della “illuminazione”. Le sue idee furono cooptate dal pensiero New Age (anche se Rajnesh non si riconosceva affatto in quel movimento “troppo alla moda”).

A Poona, non lontano da Mumbay, ci andavano sino a trentamila persone l’anno, moltissimi gli occidentali, parecchi gli italiani che avevano letto i Vagabondi del Dharma di Jack Kerouac, si erano fatti (in ogni senso della parola) riassumere le lezioni di Alan Watts e disprezzavano la civiltà del consumismo. Andrea Valcarenghi – quello di Re Nudo, la rivista degli anni hippies italiani – e il povero Mauro Rostagno, ammazzato dalla mafia in Sicilia nel 1988, si recarono pure loro all’ashram di “Osho”, il nome che Rajneesh aveva scelto per rappresentarsi: significava “oceanico”, se non ricordo male. Uno che tentava inutilmente di indottrinarmi era Giorgio Cerquetti, altro arancione storico di Milano, teorico del “grande potere terapeutico della nostra energia vitale naturale”, laureato con una tesi su Hegel e la spiritualità indiana alla Statale di Milano.

Quanto a Osho, Maestro spirituale dei neosannyssin, cioè gli arancioni, trovavamo sconcertante la sua ostentazione del lusso: Rolls, Rolex, business. La sua organizzazione era efficiente, ma anche molto chiusa e segreta. I suoi adepti denotavano compattezza e fedeltà. Momento topico, l’apertura del “terzo occhio”, quando irrompe nel tuo Io la sapienza e la saggezza. Insomma, i sannyasin venivano plasmati (e spennati) per benino…

Molti di loro erano reduci disillusi e delusi del Sessantotto e più tardi del Settantasette. Avevano vissuto gli anni della contestazione, delle università occupate, operai e studenti, ma anche strage di Stato; si erano imbevuti di internazionalismo, e di ideologie che avevano avuto derive terroristiche; si erano battuti in estenuanti conflitti generazionali, di genere e di classe. Il “viaggio all’Eden” era per depurarsi. E conquistare la pace interiore si compiva ripetendo “Om” (una delle sei sillabe sacre, simbolo dell’anima universale) sulle note del sitar di Ravi Shankar che ci regalava le vibrazioni del cosmo. Moltissimi tenevano in tasca la minuta edizione Frassinelli del Siddharta di Hermann Hesse, la bibbia dei der Suchende, di coloro che cercano. Gente inquieta e bisognosa di certezze. Alcuni credettero di averle individuate nella mistica arancione…

Lorenzo S. – che nel frattempo si era trasferito in California – ci precisò che la Rolls vinta al sorteggio era una delle 93 Silver Spur possedute da Rajnesh nella sterminata comunità Rajneshpuram di Antelope, minuscola cittadina dell’Oregon dove nel 1981 aveva acquistato il Bid Muddy Ranch (64 mila acri!), con il sogno di trasformarlo in una sorta di paradiso in terra. Non ci riferì, invece, che l’arrivo degli arancioni aveva provocato un enorme conflitto con gli allevatori della regione e con gli abitanti di Antelope. Ma si sa, il metro di giudizio degli affiliati di una setta è assai poco credibile. Nell’almanacco degli anni Ottanta, le utopie sessantottine erano già state seppellite dalla consacrazione dell’effimero e dell’apparenza. Trionfavano il liberismo, il ritorno al privato, il rifiuto della riflessione. Tutto ciò che la Famiglia Arancione rinnegava. Ma in questo fortino dell’utopia, una banda di gaglioffi agiva illegalmente. L’anima nera di questa comunità era una donna, la segretaria factotum di Rajnesh: Ma Anand Sheela, al secolo Sheela Silverman. Era lei l’autista della Rolls cabriolet bianca che ospitava sul sedile posteriore il guru, vestito di bianco come un angelo. Un giorno, Sheela se la squagliò in Svizzera con la cassa della comunità: cento milioni di dollari.

Bhagwan – che si era trincerato in un lungo mistico silenzio di quasi tre anni, forse per protestare contro la protervia di chi lo aveva affiancato nell’impresa e poi manipolato negli affari – denunciò tutto e dichiarò la fine del sogno. Divenne un reietto: arrestato e cacciato dagli Stati Uniti, respinto da una trentina di Paesi, Rajnesh sosteneva d’essere stato vittima di un complotto “fascista” ordito dai fondamentalisti cristiani e dal mondo politico. Morirà nel 1990 per insufficienza cardiaca. Provocata da un misterioso avvelenamento da tallio, secondo il suo legale.

L’incredibile parabola di Rajnesh è diventata un’intrigante docu-serie (sei puntate) su Netflix: Wild wild country. Di selvaggio ci sono i problemi che costellarono la nascita e la morte della comunità arancione nell’Oregon: immigrazione, libertà di religione, uso del suolo, differenze culturali, il più colossale uso delle intercettazioni negli States, addirittura il primo atto di bioterrorismo negli Stati Uniti, quando Sheela e i suoi sgherri diffusero la salmonella in alcuni ristoranti dell’Oregon, sino al tentativo di assassinio dello stesso Osho: “Abbiamo cercato di far rivivere un pezzo, in gran parte dimenticato, della storia culturale americana – dichiarano i registi Chapman e Macland May – in cui la nostra nazionale tolleranza per la separazione tra Chiesa e Stato fu messa a dura prova”. Era ieri, pare oggi.

L’app per incontri gay e il caso dei dati sull’Hiv condivisi

Esiste una piattaforma di incontri creata esclusivamente per la comunità gay: Grindr. Conta 4 milioni di utenti, ed è stata, fin dalla sua nascita nel 2009, innovativa tra le altre cose anche per il servizio di geolocalizzazione che permette a un qualsiasi utente di sapere a quanti metri di distanza si trovi l’“anima gemella” del momento. Ma è finita nei guai. Dopo lo scandalo che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analyitica, anche Grindr si ritrova coinvolta con due società esterne nella condivisione di dati sensibili tra cui la posizione Gps e lo status sull’Hiv. Gli utenti posso infatti scegliere se far sapere agli altri la data e il risultato dell’ultimo test per la sieropositività. A scoprire la falla informatica, un’azienda no-profit norvegese, la Sintef, in collaborazione con la tv svedese Svt. L’indagine ha evidenziato come Grindr avrebbe condiviso i dati sensibili, in forma crittografata, con due aziende che si occupano di ottimizzazione delle app, la Apptimize e la Localytics. Il responsabile della sicurezza di Grindr, Bryce Case, ha spiegato di aver interrotto questa condivisione, cancellando i dati da Apptimize, cosa che farà anche con Localytics. Il manager ha poi precisato che i dati, cifrati, non sono stati venduti a terzi. Ma il problema è un altro: i dati sanitari sull’Hiv – spiegano i ricercatori di Sintef – sono sì protetti dalla crittografia, ma sono inviati insieme ad altri dati, tra cui mail e posizione Gps, e ciò potrebbe portare all’identificazione degli utenti. Le conseguenze di una cattiva protezione dei dati potrebbero essere pesanti, considerando che Grindr è una piattaforma diffusa anche in paesi dove l’omosessualità è perseguita. Case ha tentato di giustificare il danno facendo un paragone col caso Facebook: “C’è differenza tra una piattaforma che usiamo per scopi di ottimizzazione e un’azienda che cerca di influenzare le elezioni”.

Siria, Putin e il regalo atomico per la vittoria dei tre anti-Usa

Poker a tre sulla Siria con il morto; anzi con i morti, centinaia di migliaia di morti. Oggi ad Ankara il presidente turco Erdogan riunisce i colleghi russo Putin e iraniano Rohani: obiettivo del Vertice a tre, ridare slancio all’intesa di Astana del maggio 2017 – sorta di spartizione della Siria in aree d’influenza – impantanatasi da qualche mese proprio quando la disfatta dell’Isis, il sedicente Stato islamico, pareva un viatico alla sua attuazione. “E, invece, la crisi siriana tra fine 2017 e inizio 2018 si è indubbiamente complicata”, osserva Roberto Aliboni, uno dei massimi specialisti italiani.

Dalle decisioni sul futuro della Siria, continuano a essere assenti l’America di Trump e l’Europa: Washington non fa sentire la sua voce e s’accontenta di battere un pugno sul tavolo ogni tanto; Bruxelles ha troppe voci e nessuna conta abbastanza. Intanto Putin si sottrae all’accerchiamento diplomatico occidentale innescato dalla ‘guerra delle spie’ facendo perno proprio su un Paese Nato, la Turchia, pietra angolare del sud-est dell’Alleanza atlantica. La visita di Putin ad Ankara, la prima all’estero da quando è stato rieletto presidente, il 18 marzo, non ha solo la Siria all’ordine del giorno: ieri, l’attenzione di Putin ed Erdogan e dei loro staff s’è concentrata sulle relazioni bilaterali, che negli ultimi anni hanno subito numerosi scossoni e che anche ora conoscono frizioni, in un contesto di coincidenza di interessi geopolitici ed economici.

Fronte energetico: c’è la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu, appaltata all’azienda russa Rosatom, e c’è il progetto di gasdotto Turkish Stream. Dopo aver co-presieduto una sessione del Consiglio di cooperazione ad alto livello, Erdogan e Putin, in video-conferenza, hanno ‘posato la prima pietra’ dell’impianto nucleare, complesso da 20 miliardi di dollari e “simbolo” – è stato detto – delle relazioni russo-turche.

Fronte sicurezza: Ankara prevede di acquistare quattro sistemi missilistici anti-aerei S-400 russi (una commessa da 2,5 miliardi di dollari: la consegna degli S-400 dovrebbe iniziare nel 2020). Putin considera questo settore della cooperazione russo-turca “una priorità”.

Fronte commerciale: restano da eliminare residui delle sanzioni imposte dalla Russia alla Turchia, dopo l’abbattimento a opera turca di un caccia russo a fine 2016, in uno dei momenti più convulsi del conflitto siriano.

C’è la volontà di ricomporre gli screzi: “Solo nel 2017, Putin ed Erdogan – osservano fonti russe – hanno avuto 8 incontri e oltre 20 colloqui telefonici”, numeri che Putin e Trump (che ha detto di voler incontrare il presidente russo, ma senza stabilire una data, ndr) se li sognano.

Sempre latitanti gli Usa, il dialogo a tre sulla Siria è alla terza tappa, dopo quelle di Astana e di Sochi in Crimea: Russia, Iran e Turchia perseguono una soluzione politica del conflitto siriano conveniente a loro e ai loro partner, con la gestione di aree di de-escalation, ad esempio nell’Idlib, dove i tre Paesi sono garanti di una tregua tra i lealisti del presidente siriano Bashar al-Assad e vari gruppi ribelli e di ispirazione islamista.

Ma gli incidenti di percorso, spesso legati alle frizioni tra turchi e curdi, sono frequenti. Aliboni osserva: “Mentre l’Isis e le opposizioni anti-Assad escono dalla scena, sul proscenio della Siria sono emersi nuovi conflitti: (a) quello fra curdi siriani e turchi, che a metà gennaio s’è tradotto nell’invasione dell’Afrin da parte di Ankara; (b) quello fra curdi siriani e regime siriano lungo l’Eufrate; (c) quello nell’Idlib fra Turchia e regime siriano; (d) quello di Teheran e Damasco contro Israele ai confini siro-israeliani.

Sette anni appena compiuti di guerre in Siria hanno causato la morte di circa 400.000 persone – soprattutto civili – e lo spostamento di oltre 6 milioni di persone. Un’aritmetica dell’orrore cui Erodogan, Putin e Rohani non metteranno fine.

Tutto il male del mondo: le tre piaghe del Congo

Lontano dai riflettori nella Repubblica Democratica del Congo sono scoppiati nuovi scontri fra etnie: si muore di fame, di virus e malattie sconosciute o scomparse da secoli altrove. È l’enorme fascia orientale del Paese, quella dai confini instabili e caratterizzati da una serie di focolai di rivolta legati allo sfruttamento delle risorse, a preoccupare maggiormente. Un fronte di oltre 2.500 chilometri attraverso le regioni minerarie del Katanga, di Beni, Ituri, oltre al dipartimento di Goma, la città più grande del Congo dopo Kinshasa, al confine con il Ruanda. Epicentro di guerre e rivolte che nell’ultimo quarto di secolo hanno fatto oltre 5 milioni di morti. Il vicino Ruanda, uno dei Paesi africani con la crescita economica più alta oggi, rievoca l’orrore del genocidio del 1994 che in cento giorni ha fatto quasi un milione di morti. Da questa parte del confine, nella provincia di Ituri, lo spettro dei conflitti tra etnie si è riaffacciato. Cambiano i nomi, restano identiche le tipologie dei gruppi e la crudele efferatezza delle azioni. Gli agricoltori Lendu come gli Hutu ruandesi, contro gli allevatori Hema, stesse affinità coi Tutsi. A metà marzo gli scontri hanno provocato 150 morti. Vecchie e sanguinose diatribe che tra il 1998 e il 2003 provocarono una carneficina.

Ituri si trova a nord di Goma, al confine con l’Uganda, costretto ad accogliere i primi 30 mila profughi fuggiti dalla provincia. Secondo fonti Onu, nei primi due mesi del 2018, 60 mila persone, tre quarti delle quali donne e bambini, sono state costrette a fuggire dalle violenze. Le Nazioni Unite sono presenti con la missione Monusco dal febbraio 2000. Una spedizione di peacekeeping costosa e imponente, composta da oltre 15 mila uomini. Allo stato dei fatti inutile, considerata la deriva del Paese, senza considerare le migliaia di vittime subìte dal contingente. Le ultime venti nel dicembre scorso a Semuliki, al confine con l’Uganda. I morti erano Caschi Blu tanzaniani e congolesi.

A incendiare l’area orientale del Paese personaggi che sembrano usciti da film grotteschi. Come ad esempio William Amuri Yakutumba, anziano leader del gruppo Mai Mai che sulle sue uniformi militari ha attaccato simboli delle SS naziste.

Yakutumba combatte, tra gli altri, contro le forze militari di Kinshasa e contro la leadership del presidente Joseph Kabila, principale responsabile della crisi generale. La sua ostinazione, alla fine del 2015, nel voler cambiare la Costituzione per ottenere un terzo mandato, ha provocato lo slittamento delle elezioni previste originariamente per il 2016. Oltre alle manifestazioni nella capitale, represse nel sangue (coinvolti soprattutto i sacerdoti), le violenze sono esplose in tutto il resto del Paese. Per ora non ha dato risultati positivi l’annuncio, finalmente, della data per le nuove elezioni, fissate alla vigilia di Natale, il 23 dicembre prossimo.

A sfidare Kabila dovrebbe essere Moise Katumbi, ex governatore del Katanga, leader del partito Ensemble pour le changement. Pochi giorni fa Katumbi ha presentato il suo progetto politico. Non sarà una campagna facile per lui. La giustizia congolese, infatti, ha aperto un’indagine nei suoi confronti per ‘usurpazione di nazionalità’. Katumbi potrebbe aver prodotto documenti falsi, omettendo la sua cittadinanza italiana nel comune pugliese di san Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi. L’allarme in Congo resta alto. Ieri, dopo un caso a fine gennaio, un altro sacerdote, Celestin Ngango, è stato rapito nella parrocchia di Karambi, Nord Kivu: “Almeno 13 milioni di persone hanno bisogno di aiuto – afferma Mark Lowcock, sottosegretario generale dell’Onu per gli Affari Umanitari – si segnalano violenze sessuali che colpiscono anche i ragazzini, oltre 2 milioni di bambini risultano malnutriti e siamo di fronte alla peggior epidemia di colera del Terzo millennio”.

Un’epidemia che sta decimando la popolazione nei villaggi della provincia sud-orientale di Lumumbashi, la terza città della Rdc, al confine con lo Zambia. A Likasi, cittadina a 150 chilometri a nord-est del capoluogo, pochi giorni fa Medici senza Frontiere ha segnalato un centinaio di decessi su oltre 2.000 casi. Morti che superano quota 500 nel comprensorio di Lumumbashi. La Fao conferma la crisi alimentare, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità si dice preoccupata per gli effetti della febbre Lassa e per l’arrivo di altre epidemie, note, e sconosciute, potenzialmente letali.