Piemonte, dopo Chiamparino è l’ora del chirurgo

Un medico, luminare dei trapianti di fegato, candidato alla presidenza del Regione Piemonte dopo Sergio Chiamparino. È l’idea a cui l’attuale governatore Pd sta pensando. La persona da lui sondata è Mauro Salizzoni, 70 anni, dal 1990 direttore del Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette di Torino, dove ha effettuato 3118 interventi. “Mi sono ritrovato in un turbinio – dice il professore rispondendo al telefono –. Ho dato la mia disponibilità e si è creato un gran baccano. Calma e sangue freddo”. Al chirurgo mancano pochi mesi per la pensione e prima di Natale aveva detto a Maurizio Perinetti, candidato sindaco Pd di Ivrea, di essere disponibile a candidarsi nel consiglio comunale dove si era già seduto nel 1994 per Rifondazione comunista. Negli ultimi tempi, però, Chiamparino (che potrebbe correre alle Europee) lo ha sondato per un ruolo più importante. Prima di Pasqua i due si sono visti nel corso di una cena in presenza di altre persone e lì l’ex sindaco di Torino ha chiesto al medico se volesse candidarsi alla guida del Piemonte. Lui ha dato la sua disponibilità e pochi giorni dopo il giornale online Lo Spiffero ne rendeva conto.

Di Matteo: “Berlusconi ancora decisivo nonostante i suoi rapporti con la mafia”

Mentre al Quirinale sono in corso le Consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo, Antonino Di Matteo, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, pronuncia un duro affondo su Berlusconi: “Una sentenza definitiva dice che Silvio Berlusconi ha mantenuto e rispettato, almeno dal 1974 al 1992, quei patti stipulati con Cosa Nostra grazie all’intermediazione di Dell’Utri. Ma ancora oggi Berlusconi esercita un ruolo importante e assume ruoli decisivi nella politica nazionale, anche di stretta attualità”. E poi invita gli schieramenti politici a fare “della lotta alla mafia il primo obiettivo di ogni governo, di qualsiasi colore esso sia”. Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia ieri è tornato in Campidoglio, dove la scorsa estate ha ricevuto la cittadinanza onoraria da Virginia Raggi, per un convegno assieme alla sindaca.

Di Matteo ha incalzato la classe politica chiedendole di essere “in prima linea nel contrasto alla mafia, non solo al traino della magistratura” e di non “relegare a questioni marginali cose che hanno riguardato ad altissimo livello l’esercizio del potere”. Per illustrare questa dinamica Di Matteo ha citato alcuni dei casi più eclatanti di sentenze degli ultimi anni che riguardano i rapporti tra esponenti di Cosa Nostra e leader politici. “Nonostante quello che è stato accertato, si è assistito alla santificazione di Giulio Andreotti, mentre nel 2008 gli allora senatori Dell’Utri e Cuffaro sono stati ricandidati”, ha detto il pm.

L’altro monito del magistrato è sulla prossima elezione dei componenti laici del Csm: “Non sta scritto da nessuna parte che debbano essere membri di un partito politico. I parlamentari devono nominare personalità che si pongano il problema di tutelare l’autonomia e l’indipendenza del Csm, non di portarci dentro i desiderata dei loro referenti politici”.

Nel gioco dei veti si affaccia lo spettro del voto anticipato

Il presidente camminatore appare poco dopo le undici. Si ferma in piazza del Quirinale, vede uscire l’auto della sua “collega” del Senato, Elisabetta Casellati, e poi entra. Il presidente camminatore è Roberto Fico e ancora una volta è andato a piedi sul Colle più alto della Capitale.

Stavolta per le consultazioni. Un rito brevissimo per lui. Venti minuti scarsi. Quindi via, sempre a piedi, e senza parlare. A quel punto sovviene un dubbio ai tantissimi cronisti presenti. Cosa farà il capo dello Stato mentre aspetta il suo Emerito predecessore, Giorgio Napolitano, previsto a mezzogiorno e mezzo?

A un mese esatto dal sisma elettorale del 4 marzo, Sergio Mattarella finalmente presiede la liturgia laica delle consultazioni per il nuovo governo. Due i luoghi della prassi presidenziale, secondo la tradizione repubblicana. Lo Studio alla Vetrata, dove il capo dello Stato riceve le delegazioni. E la Loggia d’Onore, riservata al rito delle dichiarazioni alla stampa. Rispetto all’ultima volta, quando si formò l’esecutivo di Paolo Gentiloni, le rappresentanze dei partiti sono più che dimezzate. In tutto dieci, divise in due giorni.

I colloqui con Casellati e Fico sono secchi, senza fronzoli. Il presidente della Repubblica è uomo di pochissime parole. Una volta ascoltate le riflessioni dell’interlocutore si passa subito al congedo. Anche con Napolitano non si va oltre la mezz’ora. L’Arbitro e l’Interventista uno di fronte all’altro. Due modi opposti di interpretare l’istituzione più “elastica” del Paese. Non è un mistero per nessuno, infatti, che Mattarella sia arrivato a queste consultazioni senza uno schema pre-ordinato. La maieutica socratica è il suo metodo. Estrarre una possibile soluzione dal “materiale” a disposizione.

Ai lati della porta che dà sulla Loggia d’Onore ci sono due corazzieri in alta uniforme. Nella sala fa caldo e sudano. Ed è per questo che ogni trenta minuti c’è un cambio. Oggi, ai corazzieri, toccherà rivolgere un solenne saluto persino a un pregiudicato. Il leader condannato di Forza Italia, “delinquente naturale” secondo una sentenza definitiva della magistratura. Silvio Berlusconi salirà al Quirinale subito dopo il Pd del reggente Martina e condizionato dall’aventinismo di Renzi.

L’ex Cavaliere ha riunito ieri a pranzo i suoi consiglieri, fedelissimi e capigruppo parlamentari. La linea decisa a Palazzo Grazioli è di opposizione netta e dura al M5s. Soprattutto, Berlusconi, si è detto convinto che “Salvini non tradirà mai” e che il centrodestra resterà unito. Le affinità elettive tra “Luigi” e “Matteo” sarebbero destinate a naufragare anche nelle prossime settimane, quando si terranno gli altri giri di consultazioni. Solo una speranza quella del Condannato?

Il tempo darà la soluzione dell’enigma ma nel frattempo i segnali verso i grillini sono di chiusura totale da parte di tutti e tre gli alleati del centrodestra. Ché la notizia nel primo giorno di consultazioni riguarda l’esplicito riferimento alle elezioni anticipate. La prima a farlo è Giorgia Meloni nel suo incontro con Mattarella. La leader di Fratelli d’Italia all’uscita è chiarissima: ribadisce che il centrodestra vuole l’incarico per Salvini (o in alternativa per un altro esponente del centrodestra più inclusivo) e che non ci sarà alcuno spazio per un governicchio messo in piedi per riformare la legge elettorale. Anzi, le modifiche al Rosatellum con l’introduzione di un premio di maggioranza alla coalizione si potrebbero fare nelle commissioni speciali di Camera e Senato, con Gentiloni a Palazzo Chigi per gli affari correnti. Una mossa, specifica Meloni, di cui sono stati informati sia Salvini sia Berlusconi.

Forse, una strada spericolata per un accorto docente di Diritto parlamentare qual è Mattarella (non spetta però a lui dirlo) ma in ogni caso al Colle sono rimasti colpiti dall’immediato riferimento di Meloni al voto anticipato. Rinforzato poi, in altra sede, da un’analoga minaccia di Giancarlo Giorgetti, di fatto il numero due della Lega: “Se continuano i veti su Berlusconi non restano che le elezioni anticipate”.

La partita è appena cominciata, dopo un mese di retroscena e trattative e appelli, ed ecco che subito s’avanza lo spettro delle urne in autunno. Fino a che punto è tattica per tentare di piegare i Cinquestelle? Del resto, non è che abbondino di schemi queste consultazioni. Il più gettonato resta l’asse Lega-M5s ma la pregiudiziale grillina sul Pregiudicato si profila come un ostacolo insormontabile. Pure se la liturgia del Quirinale dovesse andare oltre aprire e proseguire per tutto il mese di maggio. Sono ore in cui si moltiplicano gli indizi su una blindatura del centrodestra nel suo insieme e Meloni ha anche detto che al prossimo giro sarebbe meglio andare con una delegazione unica, giusto per sorvegliare il sospettato capo della Lega. Insomma, Salvini dovrebbe rompere con Berlusconi. Per farlo avrebbe bisogno di almeno un anno, raccontano, non di due mesi. Gioco delle parti o realtà?

Chi, invece, ieri ha manifestato interesse per i Cinquestelle, inclusi tra le “forze progressiste e riformiste”, sono stati i Liberi e Uguali, che hanno guidato, rispettivamente con Fornaro e De Petris, le delegazioni dei gruppi misti di Camera e Senato. Delegazioni molto eterogenee (e che hanno provocato un mezzo show dissacrante, e per certi versi fuori luogo, della solita ex iena Lucci). L’apertura al M5s è stata di Pietro Grasso, che ha pure precisato di non voler dialogare con il centrodestra.

Oggi, dopo Pd e Forza Italia, il secondo e ultimo giorno di consultazioni si chiuderà con Lega e Cinquestelle. Al termine, Mattarella potrebbe parlare oppure spedire al posto suo il segretario generale Zampetti. A meno di clamorose sorprese non ci sarà alcun incarico. La testa è già al secondo giro, la prossima settimana.

I voti di centrodestra e M5S per Crimi alla guida della Speciale

La presidenza della Commissione speciale per il Def al Senato va al Movimento 5 Stelle. Vito Crimi prende 19 voti su 27 componenti. Nove sono in commissione i membri del M5S, cinque quelli di Forza Italia, cinque della Lega. Mancherebbero all’appello i due voti di Fratelli d’Italia ma ci sono state alcune schede nulle quindi è probabile che il centrodestra compatto abbia votato Crimi, guadagnando le vicepresidenze di Erica Rivolta, senatrice leghista, e Giacomo Caliendo, senatore di Forza Italia, nonché del segretario Giovanbattista Fazzolari di Fratelli d’Italia. Al Pd è andato un posto da segretario, per Simona Malpezzi. “Non c’è un accordo quadro”, ha detto il neo presidente. Ma intanto il Pd si ribella: “Anche questa volta il M5S e il centrodestra, in un delirio di onnipotenza, si accaparrano e spartiscono gli incarichi all’interno della Commissione speciale, impedendo alle minoranze, e in questo caso al Pd, di acquisire un vicepresidente” denuncia il capogruppo Dem Andrea Marcucci. Non essendoci un governo, non si può neanche parlare di opposizione. Ma quel che è certo è che nella dinamica parlamentare cinquestelle e centrodestra continuano a procedere insieme: com’è stato prima per la presidenza delle Camere e poi per gli uffici di presidenza. La prova del nove sarà martedì prossimo, quando si vota il presidente della Speciale a Montecitorio. In campo c’è Francesco Boccia, per il quale si è espresso anche il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio. Come presidente uscente della Commissione Bilancio, toccherebbe a lui. Ma se per la Camera nella scorsa legislatura il Pd confermò questa prassi, lasciando quella presidenza al leghista Giorgetti, non fece lo stesso con il Senato (eleggendo Filippo Bubbico). Lo stesso Boccia a Un giorno da pecora denuncia: “Se sarò presidente della Commissione speciale della Camera? La prassi direbbe questo, ma ora sono saltate regole e prassi, vediamo. Se c’è una accordo coi 5stelle? C’è stima reciproca, loro mi stimano per il lavoro fatto nella Commissione Bilancio e io apprezzo alcune cose fatte insieme nella scorsa legislatura”. Chi è che non vede di buon occhio la sua elezione? “Penso ci siano problemi nel centrodestra”. La Lega continua a rivendicare quel posto. In pole position resta l’uscente Giorgetti, che però è anche capogruppo, quindi sarebbe incompatibile.

Più vicini dem e grillini, la flat tax piace solo a destra

Abbassare le tasse per i cittadini e per le imprese è il programma più o meno di tutti (eccetto, forse, lo sfortunato movimento di Mario Monti), ma nei programmi di partiti e schieramenti si trovano soluzioni diverse. In campagna elettorale la coalizione di centrodestra ha puntato sulla flat tax, l’aliquota unica che dovrebbe sostituire “scaglioni, detrazioni, deduzioni e bonus” con una no tax area per i redditi fino a 7.000 euro e una clausola di salvaguardia per quelli fino a 15.000, che potranno rimanere assoggettati al regime vigente se quello nuovo non dovesse convenirgli. L’intenzione del centrodestra è di partire con un’aliquota al 23%, per poi gradualmente arrivare al 15 per cento nel corso della legislatura: il mancato gettito, secondo gli stessi proponenti, sarebbe di decine di miliardi di euro. Di avviso diverso il Movimento 5 Stelle. Di Maio ha definito la proposta di Lega e Forza Italia “una flop tax”, parlando di una legge “incostituzionale”, “che sarebbe pura follia”. Nel programma grillino si legge di una “drastica riduzione dell’Irap e del cuneo fiscale” (le tasse sul lavoro), oltre all’introduzione di un sistema Irpef con tre aliquote: 23 per cento per i redditi fino a 28mila euro, 37 fino a 100mila euro e 42 per tutti gli altri, con la no tax area che arriva a 10 mila euro (26 mila se ci sono figli a carico). Anche il Pd punta sulle tasse sul lavoro: un calo da un punto percentuale all’anno (dal 33 al 29%) di cuneo contributivo e abbassamento dell’Ires dal 24 al 22 per cento. Per le famiglie, detrazione mensile di 240 euro per le famiglia con figli minorenni a carico e di 80 euro per i minori di 26 anni. L’accordo pare più facile tra M5S e Pd.

Di Maio e Salvini uniti contro la Fornero (contrarissimo il Pd)

Contro l’attuale sistema pensionistico – la Legge Fornero, approvata per decreto nel 2011, che ha aumentato di molto l’età pensionabile – Lega e Movimento 5 Stelle fanno fronte comune. Anche Forza Italia, che fino a qualche mese fa era stata più prudente, ha poi firmato il programma del centrodestra che prevede “l’azzeramento della riforma”, anche se nel frattempo, dal 4 marzo, si sono perse le tracce di uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi, ovvero l’innalzamento delle pensioni minime a 1.000 euro al mese. Oggi Lega e 5 Stelle parlano di “quota 41” (accesso alla pensione con 41 anni di contributi), da affiancare, specifica il Carroccio, alla “quota 100” (accesso alla pensione al raggiungimento di quota 100 quale somma di età anagrafica e età contributiva). L’idea è che un’età pensionabile meno punitiva possa rilanciare l’occupazione e, dunque, i consumi e, dunque, la crescita finendo per “pagarsi” da sola. La prospettiva del superamento della riforma Fornero spaventa invece il Pd. In un’intervista pubblicata martedì sul Corriere della Sera, Graziano Delrio ha dichiarato che sarebbe “pericoloso” eliminare la Fornero, “perchè minando il sistema rischiamo di non pagare più le pensioni”. Nel suo programma elettorale, i democratici proponevano invece un livello di reddito pensionistico minimo di 750 euro mensili, garantito grazie a un’integrazione da parte dello Stato. Per andare in pensione prima, il Pd torna invece sul prestito pensionistico e il cosiddetto Ape (un anticipo): entrambe soluzioni che vengono pagate dai lavoratori.

In ordine sparso col fantasma dell’articolo 18 e dei voucher

Questo è il tema su cui si procede più in ordine sparso. Il Partito democratico vorrebbe ripartire dal Jobs Act, di cui i renziani non perdono occasione di elogiare i risultati. Nel programma elettorale i dem proponevano l’introduzione di un salario minimo garantito per tutti, che sarebbe dovuto essere fissato da una commissione indipendente composta anche da sindacati e organizzazioni datoriali. Qualche punto di contatto con la Lega c’è. Anche Salvini ha parlato di salario minimo – individuato in 7 euro l’ora in alcune dichiarazioni alla stampa – senza però inserirlo nel programma, cosa che invece hanno fatto i 5 Stelle: “La retribuzione – si legge – dovrà essere il 20-30% al di sopra della soglia di povertà calcolata dall’Istat per il singolo individuo”. Tradotto: almeno un migliaio di euro al mese per un lavoratore full time. Sugli incentivi all’industria 4.0, invece, sono tutti d’accordo (coinvolgendo di più le piccole e medie imprese secondo Salvini, rafforzando il welfare per chi rimane senza lavoro per Di Maio), mentre il Carroccio si dice favorevole anche al ritorno dei voucher, aboliti (e poi in parte reintrodotti) dal governo Gentiloni. Per il Movimento 5 Stelle dovrebbe tornare di moda anche l’articolo 18: dopo l’abolizione voluta da Renzi, Di Maio ha promesso di reintrodurlo. Al contrario di Lega, Pd (almeno fino a che prevarrà la linea di Renzi) e Forza Italia, sostanzialmente non pervenuta sul tema. Lo stesso programma del centrodestra, d’altra parte, a lavoro e occupazione dedica poche righe.

Reddito di cittadinanza e simili: si può partire dal Rei di Gentiloni

È un altro tema su cui è possibile un accordo quasi unanime. La base di partenza per ogni eventuale sussidio contro la povertà potrebbe essere il Reddito di inclusione (Rei) varato lo scorso anno dal governo Gentiloni. Al momento ne beneficiano circa 300 mila persone, per un importo medio di 297 euro mensili a famiglia. Nel 2018 il costo del Rei per le casse dello Stato sarà di 1,8 miliardi, cifra con cui il Partito democratico prevedeva di raggiungere il 53% delle persone che vivono sotto la soglia di povertà assoluta. In campagna elettorale i dem proponevano di raddoppiare l’investimento sul Rei, coprendo quindi per intero la fetta di popolazione più in difficoltà. Investimento ben diverso propone il Movimento 5 Stelle, che comunque propone inizialmente un rafforzamento del Rei. Il reddito di cittadinanza (costo annuo stimato circa 15 miliardi) vorrebbe arrivare a più di 8 milioni di persone, ovvero i disoccupati o i lavoratori con reddito inferiore a 7.200 euro: a loro spetterebbe un assegno mensile di 780 euro, a patto che si inseriscano in un programma di formazione presso i centri per l’impiego – riformarli costerebbe 2 miliardi, secondo il Movimento – e che non rifiutino per più di due volte un’occupazione offerta dallo stesso centro. Sul tema la Lega sembra possibilista: pochi giorni fa Matteo Salvini ha aperto a Di Maio, purché il reddito “non sia un investimento per chi sta a casa, ma una misura temporanea per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovarne un altro”. Di fatto l’equivoco è chiamarlo reddito di cittadinanza: è una classica politica attiva del lavoro e potrebbe star bene anche a Lega e Pd.

Più rimpatri e basta Dublino: tutti d’accordo su queste misure

Al di là dei registri retorici usati durante la campagna elettorale – molto diversi – l’immigrazione è probabilmente il tema su cui Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Pd hanno proposte più simili. Tutti e quattro i partiti sostengono la revisione della convenzione di Dublino, il trattato europeo che assegna la gestione delle domande di asilo e delle misure di accoglienza al primo paese d’ingresso nell’Ue, penalizzando l’Italia. Sono affini anche le parole d’ordine sul rimpatrio degli stranieri irregolari. La posizione del centrodestra è siglata nel programma comune: “Rimpatrio di tutti i clandestini” e “stipula di trattati e accordi con i Paesi di origine dei migranti economici”. M5S promette che “si impegnerà, in tutte le sedi preposte, a favorire la stipulazione di accordi bilaterali (…) con i Paesi terzi, in modo da rendere chiare e rapide le procedure di rimpatrio” ma “in condizioni di sicurezza e dignità e nel rispetto dei diritti fondamentali”. Nel programma del Pd non c’è un passaggio esplicito sui rimpatri, ma si possono citare le parole del ministro Marco Minniti, che impersona le politiche sull’immigrazione del partito: “Dobbiamo lavorare perché sia rimpatriato chi non è nelle regole, chi non rispetta la legge”. Un’altra misura contenuta sia nel programma grillino che in quello della Lega è “velocizzare i tempi di analisi delle domande d’asilo” (uno degli obiettivi, peraltro, della legge Minniti sull’immigrazione illegale). Infine, la cooperazione internazionale. Il centrodestra propone “un piano Marshall per l’Africa”. M5S e Pd convengono sulla necessità di aumentare i fondi per i programmi di sostegno allo sviluppo.

Il M5S fa l’europeista (come i democratici e B.), la Lega no

È di gran lunga il tema più divisivo tra quelli in campo e anche quello che presenta le “vicinanze” più inedite. Da programma il M5S sarebbe moderatamente euroscettico, nel senso che chiede una riforma dei trattati per rendere l’Eurozona più solidale e meno vincolata alle politiche di austerità: dal programma, però, è sparito il famoso referendum sull’euro. Dopo il voto, però, Luigi Di Maio è andato oltre smussando ancora gli angoli e iniziando a presentarsi come leader europeista: in questo contesto è arrivato persino ad affermare che un governo grillino rispetterebbe i vincoli di bilancio Ue e che non vede l’ora di partecipare con Francia e Germania alla riforma dell’Eurozona. Una posizione che pare compatibile con quella del Partito democratico – raccolto attorno a un europeismo quasi acritico (se si fa eccezione, paradossalmente, per Renzi) – e pure con Forza Italia, che nell’ambito del centrodestra “populista” s’è presentato sul tema Ue col volto del presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani e come alleato di Angela Merkel. M5S, Pd e FI insomma sono più o meno sull’opzione “riforma solidale dell’Eurozona”. Non così la Lega di Matteo Salvini, che non ha rinunciato ai toni anti-europei, nè ai programmi inaccettabili per l’Ue: l’obiettivo di massima è il ritorno “all’Unione europea pre-Maastricht” (cioè sostanzialmente a un’area di partenariato economico e commerciale), quello minimo non tener conto dei vincoli di bilancio (come ad esempio ha fatto la Francia fino a pochi mesi fa) per rilanciare la crescita e anche mettere in circolo i mini-Bot come moneta parallela nei rapporti privati-Stato.