Il politologo che poteva rompere (quasi) tutti i tabù

Che tenesse molto alla fama di scienziato della politica fra i più stimati e citati al mondo, è fuor di dubbio. Quella notorietà se l’era conquistata con una produzione teorica solidissima, iniziata nel 1957 con Democrazia e definizioni. Ma chiunque lo abbia conosciuto sa che a Giovanni Sartori stava altrettanto a cuore un’altra reputazione, quella di un bastian contrario, disturbatore dei manovratori dei dibattiti pubblici. Se il suo nome e le sue idee sono giunti a un pubblico ben più ampio di quello dei frequentatori delle alchimie politologiche, lo si deve non alle pietre miliari del suo lavoro scientifico – volumi come Democratic Theory, Parties and Party Systems, Elementi di teoria politica, Ingegneria costituzionale comparata – ma agli sferzanti editoriali sul Corriere della Sera e alle interviste o alle repliche che ne seguivano. I nomignoli di cui ha gratificato i pasticciati sistemi elettorali nati dallo sconquasso della Prima Repubblica – il Mattarellum e il Porcellum – sono entrati nell’uso giornalistico e di lì si sono infilati nel chiacchiericcio dei talk show, consegnandosi all’effimera perennità della cronaca.

La sua battaglia mai terminata, anche se mai vittoriosa, per l’introduzione in Italia del sistema di voto a doppio turno ha segnato l’intero ventennio della transizione italiana post Tangentopoli. E già mezzo secolo fa la vocazione di Sartori a “popolarizzare” le sue interpretazioni della dinamica politica lo aveva consacrato come studioso di grande solidità ed efficace comunicatore. Suo era stato infatti il coordinamento del primo lavoro argomentato su un tema destinato ad ampia discussione come Correnti, frazioni e fazioni nei partiti politici italiani e poi, soprattutto, l’articolo in cui aveva lanciato la formula del “pluralismo polarizzato” per spiegare la situazione in cui, a suo avviso, si era impantanato il sistema politico italiano dalla fine degli anni Sessanta. Impasse di cui rendeva responsabile la natura “anti-sistema” delle ali estreme, il Msi a destra (di cui poco gli importava) e il Pci a sinistra, suo vero bersaglio, poiché, non disponendo di un “potenziale di coalizione”, cioè non potendo essere accettato come partner di governo, contribuiva a bloccare il sistema facendo invece pesare, magari per interposto sindacato, il suo “potenziale di ricatto”.

Il paradigma del pluralismo polarizzato, pur avendo solide radici teoriche ed empiriche, nasceva in primo luogo dal versante delle passioni e delle preoccupazioni del Sartori-uomo. Un aspetto della sua persona che, forse per timore reverenziale, è stato sin qui assai poco studiato, ma che direbbe molto di un itinerario che è stato sempre quello di un intellettuale militante, sia pure sui generis. Perché dagli umori che lo attraversavano Giovanni Sartori sapeva trarre spunti importanti di riflessione, che riversava poi prima in analisi scientifiche e poi in divulgazioni giornalistiche.

Il primo passo in questa direzione, Sartori lo mosse con Democrazia e definizioni, che ebbe poi una versione americana ampliata. Da liberale classico, che aveva esordito con i primi scritti filosofici su Hegel, Kant e soprattutto Benedetto Croce, il suo obiettivo era chiarire le distanze teoriche storicamente esistenti tra liberalismo e democrazia e tuttavia ancorare, nell’epoca presente, la seconda al primo, negando la possibilità alle sedicenti “democrazie popolari” instaurate nell’Est Europa di rivendicare quell’etichetta. Del popolo e della sua onnipotenza in materia di legittimazione dell’azione politica, Sartori era (e sarebbe sempre rimasto) diffidente, e ciò lo portava a nutrire una marcata ostilità verso il socialismo, in qualunque versione. Diffidenza che lo avrebbe spinto – secondo la testimonianza di alcuni suoi allievi, respinta a posteriori dall’interessato – ad abbandonare a metà anni Settanta l’Italia minacciata dal compromesso storico e dal possibile sorpasso del Pci sulla Dc e a rifugiarsi nella newyorkese Columbia University.

Chi rilegga oggi Teoria dei partiti e caso italiano, del 1982, può coglierne l’ampia portata, che si estese ulteriormente alla stagione del riformismo sbandierato e mancato con Seconda Repubblica? Sì, ma bene del 1992 e Come sbagliare le riforme del 1995. Ma già altri bersagli si profilavano all’orizzonte, via via che Sartori ampliava il raggio del suo pessimismo, estendendolo dalla classe politica alla tecnologia, alla religione e all’uomo in quanto tale. Nel mirino delle sue bordate entrò così, per prima, la televisione con la sua opera di annichilimento – mediante l’assunto ingannevole del “vedere è credere” – della capacità di astrazione e riflessione, con Homo videns.

Di lì a poco fu il turno della Chiesa cattolica con la sua predicazione del “crescete e moltiplicatevi”, fustigata ne La terra scoppia e poi ne Il Paese degli struzzi. Un posto di rilievo in questo girone dei peccati della politica e della società, venne occupato dalla degenerazione personalistica del potere, incarnata dal Berlusconi de Il sultanato. Ma più di ogni altro male dell’epoca, ad angustiare Sartori erano le ricadute dei flussi migratori incontrollati, cui dedicò Pluralismo, multiculturalismo e estranei e molte pagine del suo testamento ideologico-culturale, La corsa verso il nulla, del 2015, con cui sperava di impartire “10 lezioni sulla società in pericolo”. Speranza vana, perché neanche a un bastian contrario da molti stimato è consentito varcare le colonne d’Ercole del politicamente corretto. E a quell’ultimo Sartori le porte del dibattito intellettuale nelle sedi che contano sono rimaste chiuse.

Il popolo ha molto spesso torto. Però ha il diritto di sbagliare

Un anno fa è scomparso Giovanni Sartori, il più grande politologo della sua generazione, accademico celebre in Italia quanto negli Stati Uniti, editorialista del Corriere della Sera, tra i più autorevoli oppositori di Silvio Berlusconi nell’ultimo quarto di secolo. Per ricordarlo, pubblichiamo un breve testo inedito del 2007, recuperato dalla vedova, Isabella Gherardi.

 

 

La democrazia è il più difficile di tutti i sistemi di governo. I dispotismi, le dittature sono facili da gestire: comandano con la forza. Le democrazie devono invece essere consentite (del dèmos). Per di più, sono macchine complicate perché il cosiddetto potere del popolo si sviluppa, per esteso, nella formula “potere del popolo sul popolo”.

Vengo al nocciolo del mio argomento, che puntualizzerei così. La democrazia come insieme di strutture è, o può essere, una macchina che funziona. Chi non funziona sono i macchinisti, a tutti i livelli: da quello dei capi-macchina (i governanti) a quello dei mini-macchinisti (il popolo, i governati).

Non è vero (di fatto) che il popolo abbia sempre ragione. Spesso ha torto. Il principio della democrazia è che ha (il popolo, s’intende) il diritto di sbagliare. Ma se sbaglia troppo e troppo spesso, allora la democrazia è nei guai. Guai che sono oggi aggravati dalla incompetenza dei competenti.

La democrazia doveva essere una ideocrazia e, come tale, deve essere capita. Invece è sempre più una repubblica di asini raglianti. E una democrazia spiegata e guidata da asini raglianti non può funzionare. Per ora, siamo salvati dal principio di legittimità.

Ma fino a quando?

I volontari della Ong rifiutano Catania: “Indagine ideologica”

Ha reagito duramente la difesa della Open Arms – la Ong spagnola proprietaria della nave sequestrata il 18 marzo scorso – alla convocazione da parte della Procura di Catania di due membri dell’equipaggio per un interrogatorio. Il 28 marzo il Gip, pur confermando il sequestro e l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aveva escluso l’associazione per delinquere, trasferendo la competenza alla Procura di Ragusa. La Dda diretta da Carmelo Zuccaro ha convocato ugualmente il capitano e la team leader della nave, “con un capo di incolpazione identico”, hanno spiegato i difensori della Ong. “Libera, formalmente, la Procura di Catania di indagare sull’esistenza di fantomatiche associazioni per delinquere, aprendo un altro procedimento. Meno libera, peraltro, di arrogarsi un’indagine sullo sbarco a Pozzallo dell’Open Arms già trasmessa alla Procura di Ragusa”, osservano gli avvocati Alessandro Gamberini e Rosa Lo Faro. E non nascondono “la sensazione (…) che l’esercizio della giurisdizione sia fortemente condizionato da una scelta ideologica (…) con inevitabile pregiudizio dell’obiettività”. Gli indagati non si presenteranno.

Indagine interna dei francesi. E Torino stringe: violenza privata

Nessun passo indietro. Né dalla Francia. Né dall’Italia. L’incidente diplomatico di Bardonecchia non si chiarisce. Anzi, si complica. Il punto non è più solo l’irruzione dei doganieri francesi. Ci sono anche i controlli compiuti su un viaggiatore (fornito di regolari documenti) senza avvertire la polizia italiana, ma soprattutto con metodi che potrebbero essere fuorilegge. La Procura di Torino, guidata da Armando Spataro, ha aperto un fascicolo per abuso d’ufficio, violenza privata aggravata e violazione di domicilio aggravata (ma potrebbe aggiungersi la perquisizione illegale). Un’indagine a carico di ignoti, non si conoscono le generalità dei doganieri. Nei prossimi giorni sarà sentito il nigeriano strappato dal treno e costretto ad urinare nei locali della stazione affidati all’ong Rainbow 4 Africa. I doganieri transalpini non hanno comunque avvertito i colleghi italiani, come previsto, nonostante il commissariato di Polizia si trovi a cento metri.

Intanto le vie diplomatiche sono bloccate. Dalla Francia nessuna scusa, ma un piccolo passo: avviata un’indagine interna. Procedono i contatti: il direttore delle Dogane francesi vedrà il collega italiano. Le vie politiche, però, sono rallentate dall’incertezza nel nostro Paese. Il ministro dell’Interno Gérard Collomb ha promesso una visita a Roma, ma bisogna vedere con chi si incontrerà: arrivasse prima della formazione del nuovo governo ritroverebbe davanti Marco Minniti.

Che cosa direbbe il titolare del Viminale? Prima di tutto, fanno sapere fonti governative, dovrebbe ascoltare la versione francese, auspicando un atto di scuse. Ma le versioni sono distanti. Per i francesi, quei locali da anni erano utilizzati dai doganieri. L’affidamento degli spazi a una ong, sostiene Parigi, era avvenuto senza comunicazioni preventive. Ne era seguito uno scambio di mail senza un chiarimento. Da Roma si risponde che da parte italiana era partita una lettera. Senza risposta.

Post-Buzzi, le coop romane provano a resistere

Tre anni e mezzo dopo lo “scoppio” di Mafia Capitale la Cooperativa 29 Giugno, cuore degli affari di Salvatore Buzzi, è stata dissequestrata dal Tribunale di Roma. Mentre Buzzi è stato condannato in primo grado a 19 anni – senza più però l’aggravante dell’associazione mafiosa – la nuova governance della coop, nominata dalla Procura, secondo il Tribunale ha dimostrato che il nuovo corso aziendale ha reciso i rami con la vecchia proprietà.

Attiva da anni nel settore dell’impiego degli ex detenuti, benedetta da alcuni dei padri nobili della sinistra italiana, la Cooperativa per molti anni ha ottenuto appalti e affidamenti diretti in settori spesso caratterizzati dall’emergenza: dai rifiuti romani alla gestione dei migranti fino al decoro urbano e la guardiania di alcun campi rom della Capitale. Quando è emerso lo scandalo delle collusioni tra Buzzi e la politica romana un intero ciclo economico cittadino è entrato in crisi.

Il percorso di ricostruzione aziendale, guidato dal manager Flaviano Bruno e dal suo staff, è partito con una ricognizione degli affidamenti in carico all’azienda, che nel 2014 aveva 60 milioni di euro di fatturato e 1.300 dipendenti. La nuova governance quando ha ravvisato profili illeciti negli affidamenti ha restituito i contratti alle pubbliche amministrazioni.

Nel frattempo i dirigenti considerati vicini alla vecchia gestione aziendale sono stati sospesi o allontanati, con la Legacoop che ha sostenuto passo passo il percorso di ristrutturazione aziendale. Restano, però, i dubbi di alcuni attori economici cittadini sul completamento della “pulizia integrale” di uomini legati al sistema-Buzzi.

Oggi la “29 giugno” conta circa mille dipendenti, partecipa ad un centinaio di gare tra Roma ed il resto d’Italia e ne vince il 5 per cento. “Prima partecipavamo a 10 gare e ne vincevamo 5”, racconta un dirigente per spiegare la differenza tra presente e passato. Tra i dipendenti i soci sono circa 800. Ora l’obiettivo è la redazione di un piano industriale per provare a vedere se l’azienda – finita l’amministrazione giudiziaria – può riuscire a stare sul mercato.

L’ipotesi più probabile è la razionalizzazione della struttura aziendale, rinunciando a qualcuna delle cinque coop attuali ma cercando di mantenere invariato il numero degli occupanti. Restano inoltre problemi annosi, come la lentezza nei pagamenti delle municipalizzate romane e del Campidoglio.

Il governo a fine-vita punisce Cappato e Fabo

A nulla sono serviti l’appello a Paolo Gentiloni e le 15 mila firme raccolte dall’associazione Luca Coscioni. La richiesta al governo di non costituirsi davanti alla Consulta per difendere la costituzionalità del reato di aiuto al suicidio è caduta nel vuoto. E ieri, ultimo giorno utile, l’avvocatura dello Stato ha depositato una memoria per chiedere alla Corte costituzionale di giudicare inammissibile o, in seconda istanza, infondata, la questione sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nel corso del processo contro Marco Cappato, accusato di avere aiutato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, a morire nella clinica svizzera dove lo aveva accompagnato.

Il radicale a febbraio era stato assolto dall’accusa di avere rafforzato il proposito di Fabo, paralizzato dopo un incidente. Ma riguardo al suo ruolo nell’agevolarne il suicidio, i giudici milanesi si erano fermati e avevano inviato gli atti alla Consulta, ritenendo incostituzionale la norma che punisce il semplice aiuto al suicidio, senza istigazione o rafforzamento della volontà. Una norma risalente al codice Rocco di epoca fascista che – secondo la Corte d’Assise – mette a rischio “la libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria esistenza”.

Nelle scorse settimane l’associazione Luca Coscioni, da anni attiva sul tema del fine vita, aveva lanciato l’appello indirizzato a Gentiloni e sottoscritto anche da diversi giuristi, tra cui Paolo Veronesi, Emilio Dolcini, Nerina Boschiero ed Ernesto Bettinelli. Ma la loro richiesta è stata respinta e Palazzo Chigi, forte anche del parere dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia, ha deciso di costituirsi. Nell’atto depositato viene difesa la costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, anche nella parte in cui punisce l’aiuto al suicidio senza rafforzamento del proposito: “È una norma di sistema – spiega il vice avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri –. La sua cancellazione creerebbe un vuoto normativo”. Secondo l’avvocatura, inoltre, la Corte d’Assise avrebbe potuto prendere una decisione sul caso concreto senza bisogno di inviare gli atti alla Corte costituzionale. Il perché lo argomentano dal ministero della Giustizia: “La norma sanziona l’agevolazione delle condotte strettamente esecutive dell’atto suicidario e non anche il comportamento di chi, nel rispetto delle volontà del malato, gli fornisca le informazioni e la collaborazione nelle fasi antecedenti al compimento materiale del gesto”, sostengono dagli uffici di via Arenula, dove parlano di un intervento “sulla legittimità della norma, non contro Cappato”.

Una scelta, quella del governo, che Filomena Gallo, coordinatrice del collegio di difesa di Cappato, giudica “legittima”, ma anche “pienamente politica”. Se è vero infatti che è usuale l’esecutivo si costituisca davanti alla Consulta, in passato ci sono stati casi in cui questo non è avvenuto, come per esempio nel 2015 – ricorda Filomena Gallo – quando l’esecutivo guidato da Matteo Renzi non intervenne sulla questione di costituzionalità della legge sulla fecondazione assistita, nella parte in cui imponeva il divieto di accedere ai trattamenti alle coppie fertili portatrici di patologia genetiche. Oppure il governo Gentiloni avrebbe potuto costituirsi sì, ma a supporto della tesi di incostituzionalità. Cosa che, a pochi mesi dall’approvazione da parte del Parlamento della legge sul biotestamento, molti firmatari non ritenevano improbabile.

Ma così non è stato. E tra i primi a cantare vittoria c’è il deputato della Lega Alessandro Pagano, che nei giorni scorsi, pur di sostenere la costituzionalità del reato, è arrivato a usare un’argomentazione di questo genere: “Stabilire il contrario introdurrebbe il diritto al suicidio. Equivale a ritenere che chi trattiene colui che sta per lanciarsi da un ponte nel vuoto commette violenza privata”.

Per l’udienza in Corte costituzionale bisognerà aspettare l’autunno. “Il nostro obiettivo non cambia – dice Gallo – vogliamo far prevalere, contro il codice penale del 1930, i principi di libertà e autodeterminazione riconosciuti dalla Costituzione italiana e dalla Convezione europea dei diritti umani, nella convinzione che Fabiano Antoniani avesse diritto a ottenere in Italia il tipo di assistenza che ha dovuto andare a cercare all’estero con l’aiuto di Cappato”.

Si continua a edificare

A Milano, come in molte città, ci sono milioni di metri quadri di superficie sia commerciale, sia residenziale sfitti o invenduti. Nonostante ciò si continua a costruire. Da qui a dieci anni coleranno sul capoluogo lombardo ben tre milioni di metri quadrati di cemento. Sono otto le aree della città su cui sono previsti interventi pesanti. Ciò che manca, nello sviluppo, è una visione d’insieme, un progetto unitario coordinato dalla Pubblica amministrazione (quindi il sindaco della città metropolitana, Giuseppe Sala). Ogni area ha una storia a sé, ogni progetto (Expo, Scali Fs, Città della Salute) è pensato come un’isola senza contesto, ha i suoi padrini politici, passati e presenti, ed è lasciato in balia degli operatori privati che decidono che cosa fare, mentre la Pubblica amministrazione si limita a ringraziarli per i soldi che portano. Nel migliore dei casi, la Pubblica amministrazione cerca di contenere un po’ le volumetrie per non fare esagerare con il diluvio di cemento.

Ancora grattacieli e cemento, il nuovo sacco di Milano

Milano è cambiata (in meglio) negli ultimi anni. Ma promette di cambiare ancor di più nel prossimo decennio (in peggio?). Sono in cantiere in questi mesi progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati: spazi immensi, che possono trasformare la città. Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati). Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati), Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati). Quest’ultima è a Sesto San Giovanni, ma ormai non c’è soluzione di continuità tra Milano e i Comuni che la circondano. Se poi ci aggiungiamo le trasformazioni in corso o progettate a Città Studi, a Citylife, a Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e nell’infinito cantiere di Milano Santa Giulia a Rogoredo, il cambiamento diventa ancor più radicale.

È possibile valutare i grandi progetti uno per uno, soppesando annunci e realtà, promesse palesi e interessi sotterranei. Ma poi si può fare un esercizio ulteriore: guardarli tutti insieme, quei progetti, confrontarli e sovrapporli, scoprendo duplicazioni, conflitti, imposture. Il quadro che ne esce mostra che a Milano si sta progettando il futuro con tanto cemento ma senza alcuna visione strategica globale, più attenti agli interessi privati che al bene comune dei cittadini. Si sta anche preparando una nuova bolla immobiliare?

Area Expo. L’operazione “Mind” è il più grosso affare in corso a Milano: 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, per un progetto da 2 miliardi di euro. Sarà soprattutto terziario (200 mila mq), con l’arrivo, per ora solo ipotizzato, di grandi aziende come Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm. Poca residenza (63 mila mq) di cui 9 mila senior living, cioè residenze di altissimo livello, e 30 mila di social housing, ossia case a prezzo calmierato. In più, altri 54 mila mq di residenze per studenti. Completano il progetto 16 mila mq di spazi commerciali, ma senza grande distribuzione, e 7 mila mq di hotel. Tutto gestito dai privati di Lend Lease insieme alla società pubblica proprietaria delle aree, Arexpo.

Investimenti previsti: 2 miliardi pubblici e 2 privati. Per sviluppare il progetto e “valorizzare” almeno 250 mila mq, Lend Lease verserà ad Arexpo 671 milioni di euro, in cambio di una concessione che durerà 99 anni. Altri 230 mila mq saranno “valorizzati” direttamente da Arexpo, che conta di ricavarci 130 milioni, o vendendoli a Lend Lease o direttamente a privati. Oltre a tutto ciò, sull’area sorgerà anche un ospedale, l’ortopedico Galeazzi, che pagherà ad Arexpo 25 milioni per i 50 mila mq ottenuti.

Ma ciò che renderà davvero possibile l’operazione “Mind”, facendo da calamita per le aziende hi tech e big pharma, sarà il trasferimento sull’area Expo delle facoltà scientifiche dell’Università Statale (150 mila mq, costo ipotizzato 380 milioni), oltre al più piccolo centro di ricerca Human Technopole su genoma e big data, che ha già occupato Palazzo Italia e si amplierà ad alcuni edifici a ovest dell’Albero della Vita.

Secondo il progetto Lend Lease, 460 mila metri quadrati dell’area saranno occupati da un parco. Ma per raggiungere questa cifra si devono sommare anche i canali, l’anello esterno, l’arena, la Cascina Triulza e aree come il “decumano” e il “cardo” di Expo, che saranno in realtà trasformati in viali pedonali alberati (rispettivamente di 60 e 35 mila mq), su cui dovranno comunque transitare automezzi per i rifornimenti e che saranno creati sopra la piastra di cemento che impedisce la piantumazione di alberi ad alto fusto. Chi non ha la memoria labile ricorda inoltre che i cittadini milanesi nel 2011 hanno votato “Sì” a un referendum consultivo che impegnava a lasciare a parco tutta l’area.

Scali ferroviari.Sette grandi aree delle Ferrovie dello Stato (scali Farini, Romana, Porta Genova, Lambrate, Greco Breda, Rogoredo, San Cristoforo), per oltre 1 milione di metri quadrati, saranno riprogettate. È stato fatto un accordo con il fondo anglosassone Olimpia investment fund: sorgeranno nuovi edifici per 674 mila metri quadrati. Meno di un terzo dovrebbe essere edilizia convenzionata, per il resto speculazione immobiliare: residenze, uffici, aree commerciali.

La giunta di Giuseppe Sala presenta il progetto come una grande occasione per rinnovare la città. Ma nelle due aree più grandi e preziose, lo Scalo Farini e lo Scalo Romana, l’indice edificatorio è altissimo, più dello 0,8: vuol dire quasi 1 metro quadrato di superficie lorda di pavimento (slp, in pratica la somma delle superfici dei piani costruiti) per ogni metro quadrato di area. Un diluvio di cemento, che potrà portare almeno 500 milioni di euro nelle casse delle Ferrovie.

Questi terreni sono stati pagati dalla collettività e dati in passato alle Fs per il trasporto pubblico, ma oggi le Ferrovie li usano per fare cassa, come fossero un immobiliarista privato. Il Comune di Milano ha lasciato loro mano libera e concesso un accordo di programma, trattandole alla stregua di un investitore estero. Le istanze di cittadini e comitati, che chiedevano di destinare le aree soprattutto a verde, non sono state prese in considerazione. Contro il progetto sono stati presentati ricorsi al Tar, alla Corte dei conti, alla Presidenza della Repubblica, all’Autorità sulla concorrenza. Si denuncia la mancata pubblicazione di una variante al Pgt (Piano di governo del territorio), che ha impedito ai cittadini di formulare osservazioni, e la carenza dei necessari spazi pubblici.

Città della Salute. Sulle aree di Sesto San Giovanni un tempo occupate dalle acciaierie Falk saranno costruiti edifici per 1 milione di metri quadrati. L’indice edificatorio è altissimo, 0,90: si potrà costruire quasi 1 metro quadrato di pavimento per ogni metro quadrato di area. Il progetto è stato chiamato “Città della salute e della ricerca”, perché qui saranno edificate le nuove sedi dell’Istituto neurologico Besta e dell’Istituto dei tumori: spesa 480 milioni (328 li mette la Regione, 40 lo Stato, 80 i privati). Quanto alla ricerca, il progetto sull’area Expo ha sostanzialmente scippato l’idea a questa area. Così, a parte i due ospedali, tutto il resto è il solito terziario, residenziale e centri commerciali. Tanto che Renzo Piano, che aveva firmato il primo progetto, se n’è andato sbattendo la porta (“Lascio il progetto dell’area ex Falck. Non sono certamente il garante di uno shopping center con un parco divertimenti”). L’operatore è la Milano Sesto dell’immobiliarista Davide Bizzi, insieme al gruppo arabo Fawaz Abdulaziz Alhokair che ha il 25 per cento della società.

Bovisa Gasometro.Nel quartiere della Bovisa c’è una vasta area che dal 1906 ha ospitato i gasometri e poi, fino al 1994, è stata utilizzata per la produzione di energia. Una parte, chiamata “La Goccia”, di 80 mila metri quadrati, sarà bonificata (da metalli pesanti, arsenico, cianuro, idrocarburi e composti organici cancerogeni), dopo una sospensiva chiesta da un comitato locale, e restituiti a verde.

Una parte più vasta, di 850 mila mq di proprietà mista Comune, Politecnico e A2a, non ha ancora una destinazione, che sarà decisa nella prossima revisione del Piano di governo del territorio. Il Comune sostiene che manterrà per l’area una destinazione prevalentemente pubblica, con un parco e la realizzazione del campus del Politecnico. Ma, anche qui, una parte della volumetria sarà probabilmente usata per residenza e terziario.

Citylife. È il nuovo quartiere residenziale costruito sulle aree della vecchia Fiera campionaria di Milano e realizzato da Generali con Allianz (socio di minoranza che poi si è sfilato). Ha il record della cementificazione: l’indice edificatorio è 1,15. È quasi completato: pronti i grandi palazzi disegnati come fossero navi, pronto il centro commerciale Citylife, pronti due dei tre grattacieli progettati, quello di Zaha Hadid (lo Storto), dove andrà Generali, e quello di Arata Isozaki (il Dritto), nuova sede di Allianz. Mancano ancora il terzo grattacielo, “il Curvo”, firmato da Daniel Libeskind, che sarà affittato a PricewaterhouseCoopers, e alcuni edifici minori. Per finire quel che manca non c’è la ressa dei finanziatori, visto che quasi il 50 per cento delle residenze già completate, 10 mila euro al metro quadrato, sono invendute. Anche il rapper Fedez, che aveva comprato un appartamento, lo ha già messo in vendita.

Santa Giulia. Santa Giulia è un quartiere residenziale su un’area da 1,2 milioni di metri quadrati, con accanto la grande sede di Sky. Avventura intrapresa dall’immobiliarista Luigi Zunino, con progetti ambiziosi affidati all’archistar Norman Foster, finito però in mano alle banche dopo il crac di Zunino del 2010 che ha impedito il completamento del progetto: ci sono ancora 400 mila metri quadrati da edificare. Ci penserà Lend Lease, lo stesso gruppo che ha vinto la gara per le aree Expo e che gestisce il project management (cioè lo sviluppo) di City Life. Ha sottoscritto a ottobre 2017 un accordo con Risanamento spa, la società che un tempo era di Zunino, e ora dovrebbe edificare i lotti Nord, quelli rimasti incompiuti, 50 per cento residenziale di lusso, il resto terziario e alberghiero.

Piazza d’Armi. È un’area militare di 416 mila metri quadrati, compresa tra la caserma Santa Barbara e gli ex Magazzini di Baggio. Invimit, la società del ministero del Tesoro incaricata dal Demanio della valorizzazione della Piazza d’Armi, aveva incaricato l’architetto Leopoldo Freyrie di realizzare un masterplan che prevedeva un eco-quartiere di 4 mila alloggi, con un parco di 270 mila metri quadrati (più grande dei Giardini pubblici di Porta Venezia). Poi invece è arrivata la proposta dei nuovi padroni dell’Inter, che vogliono farne il campus della squadra, investendo 100 milioni di euro per 300 mila metri quadrati (dei 416 totali), realizzando 20 campi da calcio, una residenza sportiva, palestre e un centro medico specializzato. Sparisce il quartiere progettato da Freyrie, ma in compenso il verde prima pubblico diventa privato. E il costruito è comunque di 270 mila metri quadrati (equivalente a quello di Citylife). Sono in corso valutazioni sul rischio bellico e indagini ambientali, per quantificare i costi delle bonifiche necessarie.

Progetti di Catella. Manfredi Catella, immobiliarista figlio d’arte che si è fatto le ossa con Salvatore Ligresti, è forse l’investitore italiano più attivo negli ultimi anni nel business immobiliare milanese. Dopo aver guidato le attività italiane di Hines, colosso immobiliare americano, ha fondato Coima. Con Hines ha realizzato la riqualificazione dell’area di Porta Nuova (che comprende, tra l’altro, il celebrato Bosco Verticale di Stefano Boeri e la Unicredit Tower di Cesar Pelli, che racchiude piazza Gae Aulenti, diventata uno dei luoghi glam della città).

Il progetto Porta Nuova lo aveva rilevato da Ligresti alla vigilia del suo fallimento e lo ha poi girato al fondo sovrano del Qatar. Di Coima è il business center delle Varesine, il quartier generale della Vodafone in via Lorenteggio e la nuova sede di Microsoft e Fondazione Feltrinelli disegnata da Herzog & de Meuron a Porta Volta.

Coima costruirà anche il grattacielo di 26 piani che prenderà il posto della torre Inps di via Melchiorre Gioia e si è aggiudicata gli attigui 32 mila metri quadrati, ex parcheggio su area comunale.

In conclusione. Cifre totali: a Milano sono in arrivo nuove costruzioni su oltre 3 milioni di metri quadrati, di cui buona parte a destinazione terziario e residenziale. Questo in una città che ha invenduti o sfitti 1,5 milioni di metri quadrati a uso commerciale. Secondo la società immobiliare internazionale Cushman & Wakefield è vuoto il 6,8 per cento degli uffici nelle aree centrali, il 16 per cento in periferia e il 13 per cento nell’hinterland. A questi “vuoti” si sommano, nell’edilizia residenziale, circa 30 mila appartamenti sfitti o inutilizzati.

A che cosa serve, allora, aggiungere altro cemento? Agli operatori immobiliari serve perché le aree edificabili e i progetti da realizzare sono valori preziosi da mettere a bilancio ed esche per ottenere altri ricchi finanziamenti dalle banche. Un capitale fittizio (finché non si vende) che negli anni scorsi ha portato al dissesto di operatori come Zunino e Ligresti e all’esplosione dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche. Il rischio dunque è che il nuovo sviluppo di Milano stia costruendo, nell’euforia generale, la nuova bolla immobiliare destinata a scoppiare in un domani ormai non troppo lontano.

Quello che manca è una visione d’insieme, un progetto unitario, saldamente nelle mani del pubblico amministratore (che dovrebbe essere il sindaco della città metropolitana, dunque Giuseppe Sala). Ogni area ha una storia a sé, ogni grande progetto (Expo, Scali Fs, Città della Salute) è pensato come un’isola senza contesto, ha i suoi padrini politici, passati e presenti, ed è sostanzialmente lasciato in balìa degli operatori privati che decidono che cosa fare, mentre la pubblica amministrazione si limita a ringraziarli per i soldi che portano. Nel migliore dei casi, la pubblica amministrazione cerca di contenere un po’ le volumetrie per non fare esagerare con il diluvio di cemento.

È questa la grande Milano che sta crescendo sotto i nostri occhi, celebrata con enfasi da amministratori e media?

Ikea, il licenziamento della mamma non è stato discriminatorio

Non è stato discriminatorio il licenziamento di Marica Ricutti, ex dipendente Ikea che era ricorsa ai sindacati e al giudice del lavoro per denunciare di essere stata costretta a subire turni insostenibili per la sua condizione familiare: separata e madre di due figli, uno dei quali affetto da un’invalidità al 100%. Il ricorso va rigettato perché la decisione era motivata da fatti “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore”. Secondo il giudice, dalle carte della causa, “emerge che la società in occasione delle variazioni dei turni decise nel giugno 2017 ha cercato di venire incontro alle esigenze della lavoratrice, sia impostando la turnistica sulla base delle emergenze” sia “accogliendo 15 indicazioni individuate dalla donna come assolutamente imprescindibili, su un totale di 17”. L’Ikea ha provato “di aver regolarmente concesso negli anni di usufruire permessi ex Legge 104” sia peri genitori che per il figlio disabile senza che ciò abbia influito sulla carriera. Il giudice descrive invece gli episodi in cui la donna si è “autodeterminata” gli orari, “senza preavvertire” oppure quando “ha deciso di fare la pausa all’ora da lei stabilita semplicemente chiudendo la cassa, all’ora di punta.

A Pasquetta pic nic e curiosi anche dentro il Rigopiano

Barbecue, pic-nic, palloni, risate e schiamazzi a pochi passi dai resti dell’hotel Rigopiano (Farindola, Pescara), quello in cui il 18 gennaio 2017 persero la vita 29 persone a causa di una valanga. É successo a Pasquetta, quando decine di persone – come denuncia il Comitato vittime di Rigopiano – non si sono limitate a festeggiare nell’area attorno all’hotel, ma si sono persino introdotte tra i resti del resort per curiosare, nonostante nelle aree ci sia il divieto di accesso. “Temevamo che questo accadesse – ha detto il presidente del Comitato vittime Rigopiano Gianluca Tanda – e abbiamo il timore che possa accadere di nuovo per le prossime festività. Ieri c’erano i genitori di alcune delle vittime, che sono stati anche criticati quando hanno provato a spiegare che in quell’area non si può entrare. Sono stati chiamati i carabinieri, che sono intervenuti e hanno identificato delle persone”. “Per noi è difficile gestire l’ordine pubblico – ha spiegato aggiunto il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta – ma qui si manca di rispetto alle vittime e ai familiari”.