L’Aquila, gli errori sulle tasse post sisma: 350 aziende in rivolta

Almeno 350 imprenditori dell’Aquilano dovranno restituire entro 30 giorni 75 milioni di euro perché avrebbero goduto di aiuti di stato illegali dopo il terremoto del 2009. Li chiede la Commissione europea, o meglio il commissario straordinario incaricato dalla presidenza del Consiglio, Margherita Maria Calabrò (direttore regionale dell’Agenzia delle entrate in Abruzzo).

Le cartelle sono iniziate ad arrivare nei giorni scorsi e oggi, a due giorni dal nono anniversario del sisma, si riunisce il tavolo tecnico tra Regione, Comuni, parlamentari ed esponenti delle associazioni di categoria per stabilire mobilitazioni e manifestazioni per le prossime settimane.

Il problema.Va avanti da quasi un decennio e sotto tutti i governi: Berlusconi, Letta, Renzi e oggi Gentiloni. Prima la sospensione delle tasse dopo il sisma, poi la sospensione della sospensione, poi le proroghe (fino a un totale di 18 mesi) intervallate da proteste, manifestazioni, autostrade occupate e scontri con la Polizia. Nel 2011, in legge di Stabilità si decide che come già per il sisma che aveva colpito l’Umbria e Marche, le esenzioni venissero restituite in dieci anni con una ingente riduzione. Capitolo chiuso? Non proprio. Anni dopo, un giudice di Cuneo chiede chiarimenti alla Corte di Giustizia europea su alcune questioni legate all’alluvione di Alessandria. Si scopre che in molti casi il governo italiano aveva tagliato le tasse senza notificarlo alla Commissione europea: il terremoto in Sicilia nel 1990, le alluvioni in Italia settentrionale nel 1994, il terremoto nei comuni di Ancona e Perugia nel 1997, quello tra Campobasso e Foggia nel 2002, L’Aquila nel 2009 (dopo, in Emilia e ad Amatrice, c’è stata rateizzazione ma non la riduzione). Viene aperta una procedura d’infrazione, nominato un commissario straordinario per il recupero (con un decreto del 14 novembre 2017 ma pubblicato in gazzetta ufficiale il 9 marzo) e inviate centinaia di cartelle esattoriali a esercenti e imprenditori dell’aquilano.

Quanto e chi. Si chiede loro di pagare in un’unica soluzione tutto quello ricevuto in più rispetto al danno subito e con gli interessi. Le agevolazioni fiscali e contributive consistevano in una riduzione del 60 per cento del dovuto e in una rateizzazione in 10 anni. “Hanno costituito aiuto di Stato non notificato”, scrive la Commissione. E aggiunge che l’importo delle compensazioni non è stato limitato ai danni effettivamente subiti: “I regimi in questione non stabiliscono alcun nesso tra l’aiuto e i danni effettivamente subiti” e di conseguenza “hanno portato beneficio non soltanto a imprese effettivamente danneggiate, ma a tutte le imprese aventi sede legale o operativa nelle aree dichiarate “disastrate”.

I danni. “Un conto salato per le piccole e medie imprese – spiega Giovanni Lolli, vicepresidente della Regione Abruzzo – che oltretutto colpisce solo l’Aquila. Negli altri casi, infatti, sono trascorsi dieci anni dalla calamità ed è scaduto il periodo in cui un’impresa è obbligata a mantenere i libri contabili”. Significa che non è più possibile procedere ad accertamenti precisi. Vanno infatti quantificati i danni diretti e indiretti, i fondi ricevuti per i danni materiali e le agevolazioni fiscali. L’eventuale surplus è da restituire. Secondo le stime, dopo questa prima verifica saranno circa 120 gli imprenditori coinvolti.

Proteste. Intanto si preparano lotte giudiziarie e proteste. Da un lato gli avvocati delle associazioni di categoria, dall’altro l’avvocatura del comune dell’Aquila e della regione Abruzzo (Regione e Comuni sono sia beneficiari, perché una parte delle tasse è loro, sia parti lese tramite le partecipate), in mezzo le interpellanze dei senatori Gaetano Quagliariello (Idea), Alberto Bagnai (Lega) e Nazario Pagano (Forza Italia). E c’è un ricorso al Tar contro la nomina del commissario (l’udienza il 19 aprile). “L’errore è stato dei governi e dei funzionari che si sono susseguiti – spiega Lolli – I cittadini hanno solo applicato la legge”. Si chiede poi di estendere l’applicazione della cosiddetta “soglia di irrilevanza dell’aiuto” (de minimis). Semplificando molto: nelle dinamiche degli aiuti di Stato, dal 2012 non sono considerati tali quelli sotto i 200mila euro in tre anni. Nel 2009 e fino al 2011 era però in vigore il cosiddetto Temporary Framework, pensato come una risposta alla crisi economica, che aveva ampliato la soglia fino a 500mila euro. Qui il tempismo pessimo: la legge con cui sono stati esentati gli operatori dell’aquilano è la legge di stabilità del 2011 che però è entrata in vigore a gennaio dell’anno successivo, nel 2012, quando il Temporary framework scadeva. Alzare la soglia metterebbe in salvo quasi tutte le imprese coinvolte.

Mediaset può sfilarsi dall’asta per i diritti calcio: panico in Lega

Tra Mediaset e Sky è sbocciato l’amore, al punto che dopo essersi contesi per anni a colpi di milioni i diritti tv del pallone, il Biscione potrebbe all’improvviso non essere più interessato alla Serie A. L’indiscrezione lanciata dall’agenzia Reuters pare confermare i timori di MediaPro, stretta nella morsa tra le pay-tv: la società di Barcellona che ha acquistato per oltre un miliardo a stagione i diritti, ha sospeso il bando per la loro rivendita, convinta che le due emittenti non si sarebbero più fatte concorrenza. Nei prossimi giorni il proprietario Jaume Roures sarà in Italia per gli incontri decisivi, ma senza i 200-250 milioni garantiti da Mediaset gli spagnoli si ritroverebbero davvero con l’acqua alla gola. E non basta la timida smentita da parte dell’azienda a rassicurarli: “Mediaset è interessata, valuterà in maniera opportunistica le offerte di MediaPro”. Intanto, però, il titolo vola in Borsa: nel primo giorno di riapertura dei mercati dall’annuncio dell’accordo, le azioni del Biscione hanno chiuso con un aumento del 6,34%. Grazie al patto con Sky, non serve più neanche il campionato.

La sinistra ama i voltagabbana a senso unico

Claudio Amendola ha osato dire a L’aria che tira che Salvini è il miglior politico italiano degli ultimi 20 anni. Apriti cielo: le anime candide della sinistra presunta, le stesse che ancora non hanno capito una mazza di quel che è accaduto il 4 marzo e che fino a ieri ci dicevano che Renzi fosse Marx e Nardella Engels, lo hanno accusato di ogni nefandezza. In Rete, ma pure su giornali e tivù.

Non alludo ad Aldo Grasso, che rimane uno dei pochi da leggere anche quando non lo si condivide e che ha tutto il diritto di disistimare Amendola. Penso a quei fenomeni, ora famosi e più spesso famigerati o semplicemente frustrati, che credono ancora che per essere di sinistra – e dunque de facto “più intelligenti” – si debba essere fedeli a quella linea ottusa secondo cui tutto ciò che è Pd è Dogma e tutto ciò che è destra è merda. Come ha scritto ieri Vittorio Feltri, alla “sinistra” piacciono solo i voltagabbana che vanno da destra a sinistra tipo Eugenio Scalfari, mentre quelli che fanno il percorso inverso sono a prescindere coglioni. Oltretutto Amendola non ha fatto nessuna “apertura di credito” alla Lega. Dopo aver detto di aver votato i noti leghisti di LeU, ha criticamente riconosciuto che il mondo operaio è stato via via conquistato dal M5S e ancor più dalla Lega. Per questo, secondo lui, Salvini è “senza dubbio il miglior politico degli ultimi 20 anni” (“anzi degli ultimi 30”, ha poi rincarato sul Corriere della Sera). Opinione più o meno condivisibile, ma applicare l’equazione “Amendola = leghista” significa soffrire di analfabetismo funzionale. Oppure essere intellettualmente disonesti. “Se dicessi che la Juventus è la squadra più forte degli ultimi 7 anni”, ha giustamente scritto l’artista, “potrei essere tacciato di essere uno juventino?” Riflessione lapalissiana, ma ormai in Italia anche l’ovvietà è rivoluzionaria. Quella “sinistra” che fino al 4 marzo celebrava Renzi e votava al massimo dell’iconoclastia la Bonino, è così supponente e fuori dal mondo da negare l’evidenza: ovvero riconoscere che Salvini ha preso un partito moribondo al 4% e l’ha portato al 17% in cinque anni. Se questa non è bravura politica, cos’è?

Corrado Augias direbbe che è invece prova della ignoranza del volgo elettorale e che l’unica salvezza sarebbe applicare l’epistocrazia, che per Augias non significa far votare unicamente chi si informa quanto far votare unicamente chi la pensa come Augias e Repubblica. Questi “intellettuali”, che stanno facendo più danni della grandine (alla sinistra, al Paese, a se stessi), son sempre lì a dirci che Salvini è Goebbels e la Meloni Eva Braun. Quanta mestizia. Chi scrive non ha mai votato destra, ma ritiene appena interessata e furbastra questa demonizzazione tout court della destra italiana, che (per esempio) in Veneto e Lombardia non pare poi governar così male. Né che in quei luoghi non ci sia democrazia. È ora di finirla con questo livello intellettuale incancrenito e rasoterra.

Gli Augias e gli Zucconi, tra una trombonata tronfia e l’altra, possono continuare a credere che chi vota Lega sia scemo e chi vota la Picierno meriti il Pulitzer, ma la realtà è un po’ diversa. Amendola, bravo attore (Soldati – 365 giorni all’alba), regista sensibile (La mossa del pinguino) e colpevole interprete di uno spot odioso sulle scommesse, ha solo detto una cosa ovvia: Salvini è tanto respingente (per chi è di sinistra) quanto scaltro. E ha saputo conquistare quel che ha conquistato facendo sue alcune battaglie (legge Fornero) e tecniche (la politica sul territorio) un tempo care alla sinistra. Quando la sinistra ancora c’era.

I giorni morti della “verginità” e del “volpino democristiano”

L’anziano democristiano dalla saggezza volpina è quel signore che nella serie televisiva 1992 prende sotto le esperte ali il giovane lumbard giunto in Parlamento per regolare i conti con Roma ladrona, ma che da Roma ladrona finisce sedotto e mezzo rovinato. Nella molle attesa delle consultazioni al Quirinale, simili volpi argentate (scampate alla pellicceria) si aggirano nei retroscena dei giornali sussurrando la soluzione del rebus governativo. Qualche volta arraffano una citazione, sovente mandano fuori strada cronisti e lettori.

Ben lo sappiamo perché nel secolo scorso ci cascò pure chi scrive quando in certi meriggi senza arte né parte bastava che un qualsiasi onorevole Fringuelletti si palesasse, pregno di ghiotte anticipazioni, nel deserto di Montecitorio per farci svoltare la giornata (e se anche il pronostico non si avverava, il giorno dopo chi ci badava più?).

Oggi, a rinverdire i fasti della Prima Repubblica ci pensa l’onorevole Gianfranco Rotondi, talmente democristiano da avere ottenuto, con regolare sentenza, la disponibilità esclusiva dell’uso dello scudo crociato. E da Silvio Berlusconi un seggio sicuro alla Camera (non sapremmo dire quanto prodigiosamente). Dotato di eloquio sgargiante, come le cravatte che indossa, Rotondi è apparso ai cronisti con questa profezia: “I ragazzi hanno già un accordo che comprende tutto. Il premier è stato deciso e il governo vedrà la luce molto presto. Anche i litigi sono programmati”. Eh eh. Prima ancora di comprendere che i “ragazzi” erano Luigi Maio e Matteo Salvini il facondo Rotondi si era già dissolto in una nuvola di sottintesi e di lavanda.

Più sobria ma non meno incisiva la democristianità di Enzo Scotti, sette volte ministro come i re di Roma, detto Tarzan per i salti con destrezza da una corrente all’altra. Risorto agli onori della cronaca in qualità di presidente della Link Campus University, fucina del grillismo rampante dove Di Maio ha attinto molti dei suoi ministri. Circostanza che ha prodotto illazioni a non finire sulla “scuola politica” che ispirerebbe il movimento. Soprattutto nell’attuale temperie e alla luce dell’imminente colloquio con il presidente Mattarella, democristiano doc.

Tutto si tiene, dunque? Non proprio. Infatti, ci corre l’obbligo di avvertire le giovani reclute dell’esercito a cinque stelle delle trame di altri che dispensano consigli mentre nell’ombra si adoperano per seminare veleni. Non è una novità, infatti, che la recente disponibilità del M5S a trattare su ruoli istituzionali e formule di governo, dopo anni di scontroso isolamento, abbia suscitato commenti sgradevoli del tipo “Hanno perso l’innocenza” (o “la verginità”) oppure “anche loro si sono sporcati le mani”.

Un formulario che ricorda i primi calori adolescenziali e le domande pruriginose di certi preti inquisitori: quante volte figliolo? Hai dunque perso l’innocenza? Dimmi, ti sei sporcato le mani? Senza contare che spesso chi sogghigna malignità ricorda il politico corrotto di 1992, quello che ti tende la mano per farti cadere più giù. Magari per poi dire: fanno tanto i santerelli ma sono esattamente uguali a noi.

Occhio, dunque, ragazzi, e come vi dice l’accorto Casalino non parlate con i giornalisti cattivi e non accettate caramelle dagli sconosciuti. O fate come vi pare.

Parte la commissione speciale: deciderà su Def e carceri

In attesa di un governo, da oggi si insedierà al Senato la commissione speciale per l’Esame dei provvedimenti del governo uscente, che da martedì prossima sarà attiva anche alla Camera. La commissione, composta in proporzione ai gruppi parlamentari, si dovrà esprimere sugli affari correnti in attesa che si insedino le nuove commissioni permanenti, che però si formeranno soltanto in presenza di una maggioranza di governo. Nel frattempo, bisogna esprimersi su 19 atti pendenti del governo: 16 sono eredità della precedente legislatura e tre sono intervenuti dopo. All’ordine del giorno potrebbero presto finire anche il Def e il decreto legislativo varato dal governo Gentiloni con la riforma delle carceri, su cui il centrodestra è diviso. Oggi la commissione, composta da 27 membri a Palazzo Madama e da 40 a Montecitorio, voterà il proprio presidente al Senato. A presiedere la prima seduta dovrebbe essere, per prassi, il presidente della commissione Bilancio della scorsa legislatura, ovvero il parlamentare del Pd Francesco Boccia.

Consultazioni. Oggi si parte, cosa ci si deve aspettare

Questa mattina il presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà il via alle consultazioni, incontrando prima i presidenti delle due Camere, poi il presidente emerito Giorgio Napolitano e infine, uno dopo l’altro, i gruppi parlamentari. Si parte alle 10:30 con Maria Elisabetta Alberti Casellati e si finisce domani pomeriggio alle 16:30, quando salirà al Quirinale la delegazione del Movimento 5 Stelle. L’obiettivo delle consultazioni è verificare la posizione dei partiti in merito alla formazione del prossimo governo. Al termine del giro, tenendo conto della forza parlamentare dei diversi gruppi, Mattarella potrà affidare a qualcuno il mandato di cercare una maggioranza oppure procedere con ulteriori consultazioni. Nel quadro di incertezza scaturito dalle urne, abbiamo chiesto a sei tra giornalisti, politologi e opinionisti che cosa ci dobbiamo aspettare e quale sarebbe la migliore via d’uscita dall’attuale stallo.

 

Paolo Del Debbio

Non ci sono alternative: Lega e M5S troveranno un accordo

Per come era concepita, votare con questa legge elettorale equivaleva a esprimersi in qualche strana lingua straniera. Nonostante questo, la volontà degli elettori è emersa in modo chiaro e ora mi aspetto che Lega e M5S vengano messi alla prova, anche perché, secondo un sondaggio pubblicato qualche giorno fa dal Corriere della Sera, il 58 per cento degli elettori dei 5 Stelle sarebbe favorevole a un accordo con il Carroccio. Non vedo molte alternative: o si fa una nuova elegge elettorale con un premio di maggioranza – ma credo che nessuno abbia voglia di andare di nuovo a votare – oppure i due partiti vincitori dovranno limare un po’ gli spigoli dei propri programmi e trovare una quadra. Su alcune cose potrebbero riuscirci: sull’immigrazione la Lega potrebbe rafforzare le politiche del ministro Minniti, mentre sul reddito di cittadinanza i 5 Stelle potrebbero usare come base il reddito di inclusione. Lo scoglio è la posizione di Berlusconi, ma se riusciranno a partire non è affatto scontato, come invece spera Renzi, che si vadano a schiantare.

 

Piero Ignazi

Ci vorrà tempo, ma si arriverà a un governo del presidente

Mi aspetto un giro di consultazioni a vuoto, in attesa che i partiti si chiariscano le idee. Al momento non c’è una combinazione possibile: la Lega non può mollare Forza Italia, il Movimento 5 Stelle non può stare con Berlusconi e il Pd non può sostenere né l’uno né l’altro schieramento. Ci vorrà molto tempo, ma credo che si arriverà a un governo di transizione, del presidente, o altre formule simili. Certo, Lega e 5 Stelle rischierebbero grosso se accettassero di prender parte a un governo aperto a tutti, ma se lo stallo dovesse andare avanti a lungo allora la prospettiva di nuove elezioni, unita a un richiamo del presidente Mattarella, potrebbe cambiare le cose. A quel punto la priorità sarebbe una nuova legge elettorale: auspicherei un sistema alla francese, con il doppio turno di collegio, perché abbiamo bisogno di leggi definitive e non di nuovi sistemi cuciti dai partiti di volta in volta alla vigilia del voto, a seconda delle convenienze.

 

Norma Rangeri

Programma comune e parola agli iscritti, come in Germania

Questo primo giro servirà per tastare il terreno, c’è una situazione di ingovernabilità che non ha precedenti, con due vincitori e altri due partiti sull’orlo della spaccatura. Per consolarci possiamo dire che siamo tornati ad essere un laboratorio politico. La soluzione migliore sarebbe che ci si confrontasse laicamente su un programma comune, frutto di una mediazione tra i partiti. Non è facile, perché Lega e Movimento 5 Stelle, per esempio, hanno visioni diverse sul welfare, sulle tasse e sull’immigrazione. Ma alleanze ideologiche non ne vedo, l’unica intesa può essere sui programmi, fermo restando che ai 5 Stelle non converrebbe mai ingoiare il rospo di un accordo con Berlusconi. La strada più giusta mi sembra quella seguita in Germania, dove sono stati necessari mesi di contrattazioni e un referendum tra gli iscritti, ma alla fine Spd e Cdu hanno messo nero su bianco che cosa dovranno realizzare e con quali scadenze.

 

Chiara Saraceno

I numeri dicono centrodestra e 5 Stelle, nonostante Berlusconi

Queste consultazioni serviranno a vedere l’effetto che fa, gli stessi partiti vorranno capire l’orientamento generale di Sergio Mattarella. Credo che la Lega continuerà a tirarsi dietro Forza Italia, non tanto per lealtà politica, quanto perché se Salvini andasse con il Movimento 5 Stelle, scaricando l’alleato, diventerebbe un socio di minoranza dell’intesa. Forte della coalizione con Berlusconi, invece, il suo 17 per cento ha tutt’altro valore.

Al momento escludo soluzioni tecniche in stile governo Monti. L’unica possibilità è che il Movimento 5 Stelle trangugi il boccone amaro Forza Italia, facendosi andare bene l’accordo con tutto il centrodestra pur sapendo che gli elettori (più che gli eletti) la prenderebbero malissimo, avendo demonizzato Berlusconi per anni. D’altra parte, se anche Sergio Mattarella mettesse il Pd di fronte a una scelta obbligata di responsabilità, i dem e i 5 Stelle non avrebbero i numeri per mettere su un governo e quindi non sarebbe una scelta percorribile.

 

Salvatore Settis

Tutti straparlano di alleanze e dimenticano la Costituzione

Sfere di cristallo non ne ho, ma in ogni caso credo che ci vorranno almeno due mesi prima di avere un nuovo governo. Stiamo ancora assistendo a una guerra di posizione imprevedibile, ognuno tiene duro sulle sue posizioni. Non so se i partiti si chiariranno le idee durante le consultazioni, ma mi piacerebbe che si parlasse più di programmi e meno di alleanze. Sarebbe bello che qualcuno dicesse: “Questa è la mia visione del Paese da qui a vent’anni”. Tutto questo non lo vedo. Vedo solo slogan e bandierine, piccoli palliativi che magari sono anche efficaci, ma non sono una visione d’insieme. Si sono dimenticati l’orizzonte dei diritti della Costituzione: il lavoro, l’accesso alla scuola, alla Sanità. Se si continuerà a parlare soltanto di alleanze e non di temi come questi, allora del dibattito mi interesserà poco.

Non invidio la posizione del presidente Mattarella, che avrà un compito difficile ma che saprà comportarsi in modo conforme alla Costituzione. E senza forzare la mano, a differenza di quanto successo in passato.

 

Sofia Ventura

La scelta toccherà a Di Maio: o accetta B. o si torna a votare

Se si arriverà a qualche accordo – al primo giro di consultazioni o più tardi – sarà tra il centrodestra unito, a traino leghista, e il Movimento 5 Stelle. Non credo che Berlusconi vorrebbe starsene da parte: ha un partito in decomposizione, destinato a sparire insieme a lui e con una classe dirigente mediocre. Dovrà essere rassicurato sugli aspetti che gli stanno più a cuore (quelli relativi alle sue aziende), avrà un ruolo da padre nobile ma non potrà essere scaricato da Salvini. A quel punto i 5 Stelle sarebbero di fronte a un bivio: o rifiutano l’accordo e torniamo a votare – non lo escludo – o spiegano agli elettori che quello è l’unico modo per governare. Non so quale sia la soluzione migliore, ma di sicuro l’intesa Pd-M5S sarebbe la più inutile, perché non ci sono i numeri per un governo e sarebbe figlia dell’illusione che i 5 Stelle siano di sinistra. Su centrodestra e 5 Stelle, che dire? Hic sunt leones: è del tutto imprevedibile, ma potrebbe essere interessante vedere cosa riuscirebbero a fare.

Odifreddi, Rep. e il fondatore

Dopo il suo blog sulle “fake news di Eugenio Scalfari e le interviste a papa Francesco”, pubblicato e poi nascosto su Repubblica.it, Piergiorgio Odifreddi interrompe la sua collaborazione col quotidiano e lo fa per scelta del direttore Mario Calabresi: “Dopo il post su Scalfari di ieri il direttore Calabresi, com’era non solo suo diritto, ma forse anche suo dovere, mi ha comunicato che la mia collaborazione a Repubblica termina qui. Prendo dunque la parola un’ultima volta per ringraziare il giornale e i giornalisti con i quali ho collaborato in questi 18 anni, a partire dal 21 marzo 2000, giorno in cui uscì il mio primo articolo Un Giubileo laico”. Calabresi, però, come fa capire il matematico, non è intervenuto per difendere il fondatore Scalfari, ma per tutelare Repubblica: “Come ci siamo scritti ieri, non posso che prendere atto con dispiacere che un percorso comune è finito. Ciò non accade per le critiche a Scalfari, che sono lecite e fanno parte – scrive Calabresi – di un libero dibattito, ma per quello che hai scritto del giornale con cui collabori. Il problema è che non si può collaborare con un giornale e contemporaneamente sostenere che della verità ai giornalisti non importa nulla. Che oggi serva di più pubblicare il falso del vero. Questo è inaccettabile e intollerabile, non solo per me ma per tutti quelli che lavorano qui”. E pazienza per Scalfari.

Di Pietro: “No ai dem per il Molise perché non sono usa e getta”

“Ho deciso di non candidarmi per il semplice fatto che quando io invitavo all’unità il centrosinistra c’è stato chi ha risposto con Di Pietro mai, meglio con Berlusconi. Stessero con Berlusconi, non posso fare lo specchietto per le allodole, non sono un uomo usa e getta. Cosa sta succedendo nel Pd? Ma perché, esiste ancora il Pd? C’era una volta il Pd, ora non so che fine abbia fatto. Come non so che fine abbia fatto Liberi e Uguali. È cambiato il mondo ragazzi, non ci si rende conto che c’è una nuova generazione di politici che ci sta provando. Guardiamo cosa sapranno fare, non si può pensare sempre al ritorno di ciò che è stato”, così Antonio Di Pietro, intervenendo ieri mattina ai microfoni di ECG, il programma su Radio Cusano Campus. E sul M5S: “Sembra che stiano ancora in campagna elettorale. Per andare a governare non basta dire che ti ha votato il 30% degli italiani. Governa chi rappresenta il 51% degli italiani. Devono aprirsi al dialogo, non possono continuare a dire sempre le stesse cose, è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca”.

Anche Pastorino (LeU) entra nell’ufficio di presidenza alla Camera: segretario d’Aula

Agli otto segretari dell’ufficio di presidenza della Camera già eletti la scorsa settimana si è aggiunto ieri Luca Pastorino, deputato eletto con Liberi e uguali (in quota Possibile) e iscritto al gruppo misto. Per regolamento ogni gruppo parlamentare, compreso il misto, ha diritto a un rappresentante nell’ufficio di presidenza e per questo ieri si è proceduto all’elezione di un nono membro.

Pastorino – entrato in parlamento anche a spese di Pippo Civati, leader di Possibile – ha ottenuto 439 voti e con un post su Twitter si è detto “onorato” dell’elezione. Si unisce quindi ai segretari Francesco Scoma (Forza Italia), Silvana Comaroli (Lega), Marzio Liuni, (Lega), Raffaele Volpi (Lega), Azzurra Cancelleri (M5S), Mirella Liuzzi (M5S), Vincenzo Spadafora (M5S) e Carlo Sibilia (M5S). Il completamento dell’organico dell’ufficio consentirà adesso al presidente della Camera Roberto Fico di convocare la prima seduta.

Stipendio legato alle presenze: 40 euro al mese per Angelucci, Ghedini & C.

Potrebbero esserci parlamentari che farebbero fatica ad arrivare alla fine del mese. Con dei casi limite. Tipo Antonio Angelucci, che nella passata legislatura ha fatto registrare il 99,5% di assenze a Montecitorio. Collegando lo stipendio (che nel Palazzo si chiama indennità) alle presenze in Parlamento, invece di 5000 euro mensili, il patron di Tosinvest si fermerebbe a 25 euro. In Senato, invece, il recordman è stato Niccolò Ghedini: per lui il tasso assenze è stato pari al 99,2%. Se l’indennità fosse equiparata alle presenze, per lui solo 40 euro al mese. Sotto la soglia di povertà di qualsiasi Paese europeo.

La proposta di legare lo stipendio dei parlamentari alle presenze è tornata a rimbalzare in questi giorni in cui si parla di taglio ai vitalizi per gli ex. Ad avanzarla è un leghista, Lorenzo Fontana, tra gli astri nascenti del partito di Matteo Salvini e appena eletto vice presidente della Camera. Ma non è la prima volta che se ne discute. Nell’ottobre 2016 fu l’allora premier Matteo Renzi ad avanzare l’idea, giocando d’anticipo sul M5S che in quei giorni presentava una proposta per il taglio delle indennità. “Io preferirei un sistema a gettoni: più sei presente in Parlamento e più guadagni. Di Maio ha il 37% di presenze eppure guadagna il doppio di me, dovrebbe prendere il 37% dello stipendio”, disse Renzi. Naturalmente non se ne fece nulla. Ora, però, col nuovo Parlamento, se ne riparla.

Ma quanto si risparmierebbe? Per fare un calcolo bisogna ragionare sulle medie. Il tasso di assenza nella XVII legislatura è stato del 21,75% a Montecitorio e del 17,34% a Palazzo Madama. Vuol dire che un deputato, in media, avrebbe dovuto percepire circa 1.087 euro in meno di indennità, mentre un senatore 867 euro. Così facendo i 5.000 euro si sarebbero trasformati in 3.913 euro alla Camera e 4.133 euro al Senato. Ciò significa che a Montecitorio, dove siedono 630 deputati, si sarebbero risparmiati circa 684 mila euro al mese, ovvero 8 milioni e 217 mila all’anno. In Senato, invece, il risparmio mensile sui 315 senatori sarebbe stato di 273.105 euro, ovvero 3 milioni e 277 mila annui. In totale, dunque, circa 11 milioni e 500 mila euro che per cinque anni fa 57 milioni e 500 mila euro. Non proprio noccioline.

Le ragioni di chi si oppone a simili calcoli sono di due specie. La prima è che una decurtazione allo stipendio in base alle assenze è già previsto. Non sui 5 mila euro mensili di indennità, ma sulla diaria. Fissata in base a una legge del 1965, la diaria “viene riconosciuta a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma”, come spiega il sito della Camera. Oggi è pari a 3.503,11 euro. “Tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dall’Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico”, recita il testo. Assente, secondo la legge, è considerato quel deputato che non partecipa a oltre il 70% delle votazioni giornaliere. L’ufficio di presidenza ha poi deliberato “un’ulteriore decurtazione fino a 500 euro mensili in relazione alla percentuale di assenze dalle sedute di giunte e commissioni parlamentari”.

Altra obiezione che viene fatta è sul criterio di valutazione. Lo sanno bene quelli di Openpolis, che dal 2011, oltre alle assenze/ presenze, pubblicano la classifica dei parlamentari più produttivi, incrociando diversi fattori: numero di leggi presentate, emendamenti, tasso di successo, ecc. Secondo questo criterio, per esempio, tra il 2013 e il 2018 i deputati più produttivi sono stati Daniela Ferrante (Pd), Gianluca Pini (Lega) e Marco Causi (Pd). In Senato sono in testa Giorgio Pagliari (Pd), Giorgio Santini (Pd) e Felice Casson (Mdp). Per quanto riguarda i gruppi parlamentari, alla Camera guidano la classifica Lega, Si-Sel e M5S; in Senato Mdp, Pd e Ap.

“La questione è complessa e non si può ridurre solo al fatto di stare in Aula a premere un pulsante. Oltre alle proposte presentate, bisognerebbe vedere la loro qualità e quanto il singolo parlamentare è stato in grado di influenzare il percorso legislativo di un provvedimento che, magari, non porta il suo nome”, sottolinea l’ex capogruppo del Misto alla Camera, Pino Pisicchio. Vero. Come però è anche vero che quei banchi vuoti, magari inquadrati impietosamente dalle telecamere, nei cittadini qualche reazione la suscita. E i cittadini votano.