Ispettorato, dati choc sul lavoro: irregolare il 65% delle aziende

Arrivano dati drammatici dall’Ispettorato del Lavoro, che nel 2017 ha controllato oltre 180.000 aziende, rilevando irregolarità nel 65% dei casi. Lo rileva lo stesso Ispettorato spiegando che i lavoratori in situazione irregolare scoperti sono stati 252.659, dei quali 48.073 completamente in nero. Risultano 103.498 le aziende irregolari. L’ammontare dei contributi e dei premi evasi complessivamente recuperati è pari a 1,1 miliardi, in linea con l’anno precedente. L’Ispettorato ha anche evidenziato che sono state oltre quattromila le aziende che hanno usato i servizi della cooperativa M&G Coop Multiservizi, impegnata nel somministrare personale a prezzi bassi, evadendo la contribuzione obbligatoria. “Particolarmente significativi – scrive l’Ispettorato – “sono i risultati concernenti l’attività di polizia giudiziaria, finalizzata all’individuazione del reato di caporalato. Sono stati individuati 387 lavoratori vittime di sfruttamento mentre 94 persone sono state deferite all’Autorità Giudiziaria (31 in stato di arresto).

Treno deragliato a Milano: “Il legno sui binari era stato messo lì da mesi”

Sarebbe stata piazzata sotto il giunto usurato della rotaia “incriminata” alcuni mesi prima dell’incidente ferroviario del 25 gennaio scorso, quella tavoletta di legno “tampone” rinvenuta nel cosiddetto “punto zero” dove è deragliato il treno regionale, un chilometro prima della stazione di Pioltello (Milano), provocando tre morti e quasi 50 feriti. Il dettaglio emerge, da quanto si è saputo, da alcuni documenti al vaglio di inquirenti e investigatori nell’inchiesta che vede al momento indagate otto persone, tra vertici e tecnici di Rete Ferroviaria Italiana e Trenord, società anche loro coinvolte in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Già alcune ore dopo l’incidente, gli investigatori della Polfer avevano trovato sotto il giunto, con vari problemi di usura, quella “staffa” di legno che sarebbe stata collocata lì probabilmente da una squadra di operai. Messa in quel punto, qualche mese prima del disastro, per sostenere la rotaia ed evitare che, forse a causa di un cedimento della massicciata, battesse contro le pietre al passaggio dei treni che continuamente transitano su quella tratta. Proprio nel “punto zero”, tra l’altro, si staccò un pezzo di 23 centimetri della rotaia proprio sopra il giunto e da lì il terzo vagone del convoglio, in particolare, iniziò a deragliare e si fermò, come il resto del treno, oltre un chilometro dopo la stazione di Pioltello, dopo aver abbattuto quattro pali.

Tutti elementi, quelli che riguardano la rotaia e il binario, che vengono valutati, sotto il profilo di possibili carenze nella manutenzione, nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano e dai pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti e che vede al centro i reati di disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni gravi e violazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro in relazione ai controlli e alla manutenzione. Gli accertamenti, tra l’altro, come richiesto anche dalla difesa di Rfi, si concentreranno anche sul convoglio e nello specifico sui carrelli, sulle ruote e sui freni. Andrà verificato, infatti, secondo la difesa di Rfi, se il sistema frenante del terzo vagone potesse essere obsoleto.

La prossima settimana, intanto, dovrebbe tenersi una riunione tra inquirenti e consulenti per valutare con quali modalità compiere ogni singolo accertamento su tutti i pezzi di binario e vagoni (le analisi riguardano anche la scatola nera) che sono stati rimossi in questi giorni e trasferiti in un apposito hangar. Saranno probabilmente necessari “accertamenti tecnici irripetibili”, ossia alla presenza anche dei consulenti delle difese, e bisognerà valutare, poi, anche se chiedere al gip un incidente probatorio per “cristallizzare” le prove in vista del processo. Ipotesi, però, quest’ultima che appare al momento meno probabile. Nel frattempo, proseguono ancora le operazioni di rimozione dei vagoni e quando saranno completate, probabilmente entro il fine settimana, l’area dove è avvenuto l’incidente verrà dissequestrata dai pm.

Guaio in manovra: a rischio le indagini per i reati finanziari

Doveva essere una piccola facilitazione richiesta alla commissione Finanze della Camera dagli operatori del settore “Fintech”, quelli della tecnologia digitale applicata ai servizi finanziari. Ma il tratto di penna tracciato con un comma inserito nell’ultima legge di Bilancio, approvata nel dicembre scorso, sulla norma che regola la registrazione e la tracciabilità delle operazione finanziarie nel territorio italiano fatte da soggetti non residenti, ha finito invece per complicare notevolmente la vita a magistrati, polizia giudiziaria, ispettori del Fisco e della Banca d’Italia. A rischiare un sostanziale ridimensionamento sono le indagini basate sulle tracce dei flussi finanziari lasciate dalla criminalità organizzata nel riciclaggio del denaro sporco, nell’esportazione di capitali e nella grande evasione, fino alle attività terroristiche.

La genesi legislativa del provvedimento in manovra risale a un decreto del 2010 che aveva modificato un decreto del presidente della Repubblica del 1973. L’intervento obbligava gli operatori finanziari (banche e intermediari, assicurazioni, imprese di investimento, società di gestione del risparmio e fiduciarie) a indicare il codice fiscale dei clienti nel caso dell’apertura o della chiusura di rapporti continuativi intestati a nome di soggetti non residenti. La modifica era stata apportata per rafforzare l’azione di contrasto all’evasione fiscale, alle frodi internazionali, all’esportazione illegale di capitali e alla costituzione di fondi neri all’estero. Con la soppressione di alcune parole della norma, il comma 45 della legge di Bilancio 2018 ripristina la situazione ante 2010. Nel caso dei non residenti che aprono un rapporto continuativo in Italia, gli operatori finanziari dal primo gennaio devono annotare solo i dati anagrafici e non più obbligatoriamente il codice fiscale.

Si è tornaticosì al vecchio regime, aprendo una grossa falla nel sistema di controllo, monitoraggio e indagine sui flussi finanziari in entrata e in uscita dall’Italia, che a questo punto non hanno neppure più bisogno di varcare i confini nazionali. Basta un prestanome e andare a depositare il contante nella banca sotto casa. Il codice fiscale, infatti, è lo strumento indispensabile per la consultazione del database dell’Archivio dei rapporti finanziari, la sezione particolare dell’Anagrafe tributaria che contiene i dati di tutti i clienti degli operatori finanziari italiani e esteri con stabile organizzazione in Italia. La modifica normativa del 2010 veniva incontro alle esigenze più volte manifestate dalle Procure della Repubblica, che utilizzano abitualmente i dati contenuti nell’Archivio per le indagini penali in tema di antiriciclaggio, finanziamento al terrorismo, mafia, traffici internazionali di armi e di droga. Queste informazioni sono state massicciamente utilizzate in questi anni anche da altre autorità investigative come la Dia, il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, la Polizia di Stato e non ultimo l’Uif, l’Unità di informazione finanziaria presso la Banca d’Italia per il contrasto al riciclaggio.

Per intenderci anche l’ultima, clamorosa, indagine affiorata in queste ore tra Roma e Siracusa sulla cupola che sovrintendeva alla compravendita di sentenze e al riciclaggio è partita da una segnalazione dell’Uif. La norma depotenziata dalla legge di Bilancio potrebbe pregiudicare l’invio a cadenza periodica delle comunicazioni degli intermediari finanziari previsto dalla legge all’agenzia antiriciclaggio della Banca d’Italia. Si tratta di dati e informazioni utilizzati per l’approfondimento di operazioni sospette e per effettuare analisi di fenomeni o tipologie di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo. Se si dovesse prescindere dal codice fiscale anche per queste comunicazioni, potrebbe essere quantomai difficile incrociare i dati digitali.

La filosofia della modifica apportata dalla manovra alla normativa inoltre va proprio nel senso contrario a uno schema di decreto legislativo inviato alla Camera dalla ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, appena il 24 gennaio scorso. Nella lettera di trasmissione alla presidente dell’assemblea di Montecitorio, Laura Boldrini, il governo chiede che le commissioni competenti esaminino il decreto legislativo con urgenza, in vista della scadenza della delega, anche se per ora ancora privo del parere della Conferenza unificata dei presidenti dei gruppi parlamentari. Con il decreto, approvato dal Consiglio dei ministri il 19 gennaio scorso, il governo attua la direttiva Ue del 6 dicembre 2016 che punta al potenziamento dei poteri di accesso delle autorità fiscali alle informazioni, ai documenti e ai dati sensibili in materia di antiriciclaggio. Un’occasione per turare la falla.

Il Gip Mascolo copia l’ordinanza: libero presunto omicida

Il giudice trevigiano Angelo Mascolo torna nella bufera. Questa volta non per un’intervista, come in passato, in cui affermava di essere pronto a circolare armato per legittima difesa, né per la sua discesa in campo in politica (poi ritirata) con “Noi per l’Italia”, bensì per un suo provvedimento sonoramente bocciato dai giudici del Riesame di Venezia che hanno scarcerato Luca Furlan, 49 anni di Preganziol, ex compagno di Elda Tandura, morta a 66 anni a Vittorio Veneto dove era stata ricoverata per profonde ferite alla testa.

I giudici, le cui motivazioni saranno rese note nei prossimi giorni, hanno sostanzialmente accolto le argomentazioni dell’avvocato Alessandra Nava. Secondo il difensore ci si trovava in presenza di una violazione della legge la quale impone “un’autonoma valutazione” da parte del giudice degli elementi di prova mentre Mascolo avrebbe “ricopiato” in buona parte le argomentazioni contenute nella richiesta del pm “senza nulla aggiungere quanto alla valutazione critica” degli indizi.

Mascolo reagisce con un certo aplomb: “Ho letto e riletto la mia ordinanza – commenta – e sono convinto di averla scritta bene, non è stato un copia e incolla”.

“È stato un massacro, torno in Africa”

Sono grato a questi giudici coraggiosi.

Guido Bertolaso, assolto dopo otto anni di inchiesta.

Quella presa dai magistrati era la strada più difficile. Il pubblico ministero aveva chiesto per me la prescrizione. Sarebbe stato facile chiudere tutto così, e invece mi hanno assolto per non aver commesso il fatto. Vuol dire che c’erano prove certe della mia estraneità alle accuse. Sì, sono molto soddisfatto: per me vale come una doppia assoluzione.

Neanche una critica alla giustizia italiana come va tanto di moda?

Io non ho mai avuto dubbi sulla nostra magistratura. Cerchi pure nelle mie dichiarazioni d’archivio. Neanche un attacco, una parola. Ho sempre servito le istituzioni.

Come sono stati per lei questi anni?

Anni di calunnie, improperi. Un massacro. Ho superato questa storia anche grazie al sostegno della mia famiglia che ringrazio tantissimo. E poi c’è stato l’impegno in Africa. Tutto questo è stato più forte degli attacchi e delle critiche. Anche se è stato un massacro inaudito che non è stato mai riservato a nessuno.

Scusi, ma perché avrebbero dovuto accanirsi contro di lei?

Sono un personaggio ostico. Volevano farmela pagare.

Però il castello dei pm, a parte le accuse rivolte a lei, ha tenuto. Angelo Balducci e Diego Anemone sono stati condannati…

Sono dispiaciuto per loro.

Una dichiarazione impegnativa, oggi.

Dico che Balducci è un ingegnere molto competente. Che ha fatto molti lavori importanti per il Giubileo, come il Sottopasso dove passano ogni giorno decine di migliaia di romani.

Però… i magistrati hanno parlato di uno dei casi di corruzione più gravi del Dopoguerra…

Bisogna saper distinguere tra le opere che una persona realizza, le sue competenze, e certe sue azioni che possono portare a una condanna.

Ha ancora conti aperti con la giustizia?

No, da oggi sono un cittadino senza carichi pendenti. Sono stato assolto perché il fatto non sussiste per il G8 della Maddalena e per la Commissione Grandi Rischi de L’Aquila. Negli altri casi sono stato archiviato ancora prima.

Si volta pagina: pronto allora per tornare in politica…

Mai fatta politica.

E la candidatura abortita a sindaco di Roma?

Puro spirito di servizio, come quando mi occupai dei rifiuti a Napoli. Perché amo tantissimo Roma, è la città più bella del mondo e mi fa soffrire vederla ridotta così.

Adesso Silvio Berlusconi è in grande spolvero. Lei si lancerà con lui?

Il 14 febbraio torno in Sierra Leone. Sono un medico e mi occupo di bambini africani da anni. Non l’ho fatto per allontanarmi dai guai giudiziari o per espiare chissà quali colpe. Questa adesso è la mia vita.

L’ex Cavaliere l’ha chiamata per complimentarsi dopo l’assoluzione?

Tanta gente mi ha chiamato. Tanta. Sono soddisfatto.

G8, condanne e prescrizioni Assoluzione per Bertolaso

Sei anni e sei mesi di reclusione per Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio per le Opere pubbliche. Sei anni per l’imprenditore Diego Anemone. Assolto perché il fatto non sussiste Guido Bertolaso, all’epoca numero uno delle Protezione civile.

Si conclude così il processo per gli appalti del G8 alla Maddalena (poi trasferito a L’Aquila). L’inchiesta sul “sistema gelatinoso” in grado di condizionare i grandi appalti, come dissero i pm.

L’indagine sulla “cricca” era nata a Firenze nel 2010 e si divise poi in diversi tronconi. Una parte fu poi trasferita a Perugia e quindi alla Procura di Roma per competenza. I pm Roberto Felici e Ilaria Calò parlarono di “associazione di fatto tra Anemone e Balducci” (condannati per associazione a delinquere). Nella requisitoria si puntò il dito contro “uno dei più gravi casi di corruzione del Dopoguerra per il danno enorme alla Pubblica amministrazione con interi settori assoggettati” al gruppo. “È una sorta di corruzione 2.0” creata attraverso una rete “di rapporti illeciti con soggetti di alto profilo istituzionale”, con “ripetuti e ingenti vantaggi a pubblici funzionari perché venissero meno ai loro doveri”.

Ieri le condanne in primo grado: oltre a Balducci e Anemone sono stati condannati l’ex generale della Guardia di Finanza, Francesco Pittorru (4 anni, corruzione), e l’ex Provveditore alle Opere pubbliche della Toscana, Fabio De Santis (4 anni e 6 mesi, associazione a delinquere). Il tribunale, in diversi casi, ha ritenuto prescritto il reato di corruzione, come per Daniele Anemone, figlio del costruttore. Non sono mancate, però, le assoluzioni: l’ex commissario straordinario per i mondiali di nuoto di Roma, Claudio Rinaldi (che per un capo d’imputazione ha ottenuto la prescrizione); l’ex funzionaria della Presidenza del Consiglio, Maria Pia Forleo. E Bertolaso per cui i pm avevano chiesto la prescrizione. Spiega il suo avvocato Filippo Dinacci: “L’assoluzione perché il fatto non sussiste assume un valore ancor più rilevante, perché i giudici (in presenza di prescrizione, ndr) in questo caso devono ritenere molto evidente la non colpevolezza”. Bertolaso era accusato di corruzione.

In pratica i pm sostenevano che avesse ricevuto utilità in cambio di atti compiuti dal suo ufficio. L’accusa poggiava soprattutto su tre elementi: Bertolaso, si diceva, aveva ottenuto la disponibilità di in un appartamento di proprietà di Propaganda Fide. C’era poi la famosa questione dei massaggi che una ragazza di nome Monica avrebbe fatto a Bertolaso al Salaria Sport Village di Roma e che, secondo gli inquirenti, in realtà sarebbero stati rapporti sessuali. Un’accusa basata sulla frase catturata dalle intercettazioni: “Ho fatto un massaggio meraviglioso, lui ha visto le stelle”. Fino all’accusa di aver ricevuto 50 mila euro. Dinacci oggi racconta: “L’appartamento? È vero che Bertolaso, in un momento di difficoltà familiari, fu ospite per un mese e mezzo presso un appartamento di Propaganda Fide”. Secondo l’accusa, il conto sarebbe stato pagato da un collaboratore di Anemone. Ma Bertolaso ha sempre detto che lui lo aveva ottenuto da Propaganda Fide.

Ecco la tesi della difesa: “Era prima stato ospite di un seminario al Gianicolo, ma poi si dovette trasferire perché aveva orari incompatibili con i seminaristi. Finì allora nell’appartamento, per poco tempo (pur mantenendone la disponibilità per un anno, ndr). E lo ottenne perché aveva rapporti di conoscenza e amicizia con il cardinale Crescenzio Sepe con cui aveva collaborato per il Giubileo e la Giornata Mondiale dei Giovani”. Nessuna corruzione, secondo i giudici. E i massaggi? Una seduta di fisioterapia, è sempre stata la versione di Bertolaso evidentemente accolta dai giudici. Così come non è provata la dazione dei 50 mila euro. “Bertolaso con questa decisione – ricostruisce Dinacci – chiude i conti aperti con la giustizia”. Era stato assolto dall’accusa di omicidio colposo legata alla Commissione Grandi Rischi riunita prima del terremoto de L’Aquila per contrastare le voci di un imminente sisma. “C’è poi l’archiviazione nell’inchiesta aquilana sui bagni chimici nei campi del post terremoto. E un’archiviazione in un’inchiesta sui rifiuti a Napoli”.

La storia si chiude anche per chi, come Regina Profeta (ex soubrette brasiliana di Renzo Arbore) era stata accusata di aver procurato le escort a Bertolaso: “Quando ho saputo che era tutto finito ho pianto. Sono stati anni terribili. Bertolaso non l’ho mai visto. Mai. Mi hanno dato della prostituta, ma io facevo la cantante, la ballerina. Ora sono rovinata”.

Nessuna traccia di comando da anni

A Castelvetrano il fantasma di Messina Denaro aleggia ancora, anche se come dice un oste ad avventori della trattoria Da Giovanni “qui Matteo non si vede dagli anni Ottanta; siamo sempre al centro dell’attenzione, ma di sicuro lui non è qui”. Bocciato come nuovo capo da Totò Riina intercettato in carcere nel 2013, rimane il boss più affascinante dal punto di vista mediatico: la sua lunga latitanza dura dall’estate del 1993. Tra gli organizzatori del rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, poi sciolto nell’acido, sarebbe il capomandamento di Castelvetrano dalla morte del padre Francesco, ucciso da un infarto nel 1998 durante la latitanza. Ma non solo a Palermo, neppure nel Trapanese ci sarebbero da ormai molti anni segnali del suo effettivo comando, nonostante i tanti fiancheggiatori via via arrestati. Preferirebbe la bella vita, il lusso e gli affari allo scettro di Cosa nostra: che, comunque, i boss di Palermo oggi non gli vorrebbero concedere, si legge nel rapporto 2017 della Dia.

Capo dei capi: la mafia decide. In corsa Fidanzati e Vernengo

Il nuovo capo dei capi potrebbe rispondere al nome di Stefano Fidanzati, uscito dal carcere il 23 gennaio, palermitano ma della famiglia dell’Arenella da sempre vicina ai boss di Corleone. Oppure a quello di Cosimo Vernengo che, fuori dal 2014, ha rimesso piede in carcere per un breve soggiorno tra novembre e dicembre, anch’egli è legato a una cosca di Palermo in passato filo-Corleonesi. Per questo motivo l’ipotesi di un nuovo attacco allo Stato si sta trasformando in un timore sempre più angosciante e, da Palermo a Roma, l’attenzione è altissima nel lavoro per prevenire l’ipotesi di un altro “grande botto”. Mentre l’Italia è in campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo c’è l’anti-Stato per eccellenza, quindi, la Cosa nostra siciliana, che si organizza per ritrovare una guida unitaria dopo le morti al 41 bis di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, il 17 novembre scorso e il 13 luglio 2016.

I nomi dei boss più papabili

Usciti da poco dalle celle sono di nuovo liberi di far valere la loro “influenza” per le strade di Palermo alcuni uomini d’onore che preoccupano le forze di polizia. Si tratta di figure in passato quasi di primo piano, considerati in grado di serrare le file e rilanciare la Cupola siciliana per riprendere il posto di mafia-guida dello Stivale, riconosciuta e rispettata anche dalle feroci ’ndrine calabresi (a Reggio attualmente le più agguerrite), da alcune famiglie di camorra campane, dai clan romani ora in ginocchio e dai meno noti pugliesi.

C’è una lista di palermitani papabili: il primo posto è occupato da Stefano Fidanzati, classe 1948, dell’Arenella, libero da 17 giorni; fine pena dopo un anno e quattro mesi di reclusione per estorsione. È il fratello del superboss Gaetano, morto a Milano nel 2013 a 78 anni, ritenuto “mente raffinatissima”, tra i primi in grado di esportare la mafia al Nord, coinvolto nelle pagine più sanguinarie di Cosa nostra dalla strage di viale Lazio (10 dicembre 1969) all’omicidio del procuratore Pietro Scaglione (5 maggio 1971).

In prima fila c’è anche Cosimo Vernengo, classe 1966, della Guadagna, già libero dal 2014, il 21 novembre scorso è stato arrestato nel blitz Falco contro la cosca di Santa Maria del Gesù, poi liberato dopo diciassette giorni il 7 dicembre: secondo i carabinieri del Ros avrebbe partecipato al summit del 10 settembre 2015 per “eleggere” Pino Greco capo della cosca, ma il tribunale del Riesame ha accolto il ricorso del legale Raffaele Bonsignore per cui non c’è prova della sua presenza a quella riunione del mandamento mafioso che fu comandato da Pietro Aglieri. Aglieri, superboss in carcere dal 6 giugno 1997, è uno dei più spietati tra i capi-mafia palermitani schierati dalla parte di Riina.

È ai domiciliari dal 23 gennaio, stesso giorno della liberazione di Fidanzati, Salvatore Giuseppe Raccuglia, classe 1959, di Altofonte, condannato a due anni e nove mesi per aver favorito la latitanza del cugino, il vecchio padrino Domenico, U vitirinariu, 53 anni, già al servizio di Giovanni Brusca e considerato, al momento dell’arresto il 15 novembre 2009 a Calatafimi (Trapani), il numero 2 di Cosa nostra.

Segue il nome di Scintilluni (perché – dicono – riluce di eleganza) Antonio Lauricella, detto anche “Nino il bello”, classe 1954, ritornato libero per le strade arabe della Kalsa, cuore storico di Palermo, dal 2 novembre 2017; condannato l’ultima volta a sette anni e mezzo per estorsione fu arrestato nel 2011, era latitante da sei anni.

Il rapporto Dia 2017: “Resteranno sommersi”

All’ipotesi di manovre per un nuovo “grande botto” non crede la Direzione investigativa antimafia, almeno stando alla relazione sulla prima metà del 2017 trasmessa da pochi giorni alla Camera: “Si prospetta la formale apertura di una nuova epoca, quella della mafia 2.0, sempre più al passo con i tempi, che confermerà definitivamente la strategia della sommersione e non dovrebbero profilarsi guerre di mafia per sancire la successione di Riina. Appare, infatti, superata per sempre l’epoca della mafia violenta, che ha ceduto il passo a metodologie volte a prediligere le azioni sottotraccia e gli affari, sovente realizzati attraverso sofisticati meccanismi corrusivi e corruttivi”. E ancora: “Proprio in questa logica, potrebbe farsi spazio l’ipotesi di un accordo tra i capi più influenti, rivolto alla ricostituzione di una sorta di cabina di regia, simile ma diversa dalla Commissione provinciale (che non risulta essersi più riunita dopo l’arresto dei capi storici), intesa quale organismo unitario di vertice, con un prevedibile ritorno in scena dei palermitani. È il tempo delle scelte. Per troppi anni si è protratta una situazione di stallo”.

Altri mammasantissima a piede libero

Per concorrere alla rigenerazione della Cupola, quindi, potrebbero ritornare utili altri boss di primo piano usciti dal carcere negli ultimi mesi: Calogero Lo Piccolo e Giulio Caporrimo di San Lorenzo, Gaetano Scotto e il provenzaniano Vincenzo Di Maio dell’Acquasanta e Tommaso Di Giovanni di Porta Nuova. Era nella “lista” ma è stato ammazzato l’ex braccio destro di Salvatore Cancemi (morto nel 2011) Giuseppe Dainotti, scarcerato nel 2014 e ucciso in un agguato da due killer il 22 maggio scorso.

Il versante orientale dell’organizzazione

Mentre la stella del trapanese Matteo Messina Denaro non brilla più, non bisogna escludere una possibile egemonia catanese, perché i Mazzei – spietati quasi quanto i Corleonesi, Santo U carcagnusu al 41 bis dal ’92 era vicinissimo a Riina – dopo aver scalzato i Santapaola, aumentano l’influenza sulla Sicilia orientale.

La Cassazione: Spada resti al 41 bis, su Ostia rimane l’aggravante mafiosa

Un pezzo di Roma, quello che finisce nella Ostia bagnata dal mare ma che comprende un municipio, il decimo, da 232 mila abitanti è inquinato dalla mafia. La Cassazione lo ribadisce respingendo il ricorso presentato dai legali di Roberto Spada, detenuto nel carcere di massima sicurezza a Tolmezzo per aver aggredito con una testata davanti alla telecamera il giornalista Daniele Piervicenzi e l’operatore Edoardo Anselmi della trasmissione Nemo di Rai2 il 7 novembre.

La Suprema corte, quindi, ribadisce il concetto “a Ostia c’è la mafia” dopo averlo sostenuto già poco più di un mese fa accogliendo il ricorso della Procura generale di Roma contro la sentenza d’appello che aveva fatto cadere l’aggravante mafiosa nei confronti del clan comandato da don Carmine Fasciani. Il giornalista Piervincenzi stava intervistando Spada davanti alla sua palestra sui rapporti con Casapound alla vigilia delle elezioni municipali, poi vinte dalla candidata dei Cinque stelle Giuliana Di Pillo. A Spada sono contestate le accuse di lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso. Nella requisitoria il sostituto procuratore generale della Cassazione Luigi Orsi aveva chiesto il rigetto del ricorso presentato contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Roma che il 22 novembre scorso aveva confermato la custodia cautelare per Roberto Spada, 43 anni, rampollo del clan del fratello Carmine Spada detto Romoletto, 51 anni, anch’egli detenuto. Anche se fosse stato accolto il ricorso della difesa, Spada sarebbe lo stesso rimasto in carcere dal momento che il 25 gennaio, nei suoi confronti è stata emessa un’altra ordinanza di custodia cautelare per associazione mafiosa, omicidio e vari altri reati nell’ambito dell’operazione Eclissi della Procura di Roma che ha sgominato il clan con 32 arresti.

La relazione: “Stragi, s’indaghi ancora”. L’allarme: “Ma ora l’Antimafia sparirà”

La commissione parlamentare Antimafia rischia di sparire, di non essere più costituita nella prossima legislatura. Sacrificata in nome del “consociativismo devastante” che rende l’Italia un Paese dove “il contrasto alle mafie perde priorità e diventa il campo strumentale di un esercizio improduttivo e inconcludente”.

È l’allarme messo nero su bianco negli interventi conclusivi della senatrice Rosaria Capacchione e del senatore Giuseppe Lumia (entrambi Pd), a corredo della relazione finale approvata dalla commissione presieduta da Rosy Bindi. Una preoccupazione che è il frutto dell’analisi del quadro politico-sociale degli ultimi cinque anni, un’inquietudine che lascia traccia e semina ansia intorno alle circa 800 pagine del documento approvato all’unanimità dei partiti, col dissenso del deputato del gruppo misto Riccardo Nuti.

Nella relazione, fra le altre cose, c’è la decisione di mantenere aperto il capitolo delle investigazioni sulla stagione delle stragi ’92-’93. Perché “manca all’appuntamento un lavoro sistematico e profondo intorno alla cosiddetta Trattativa, e sui passaggi decisivi del rapporto mafia-politica-istituzioni”. Per questo la commissione ha deciso l’acquisizione diretta degli archivi dei servizi di sicurezza e di tutti gli apparati di Polizia che hanno lavorato sulle stragi. Tra cui la copia integrale degli atti dell’attentato del 1989 sulla scogliera dell’Addaura contro Falcone, le acquisizioni peritali sull’esplosivo della strage di Capaci, gli atti degli accertamenti sulla pista del telecomando Telcoma utilizzato per la strage di via D’Amelio e le dichiarazioni di Gioacchino La Barbera sulla presenza di soggetti esterni alla mafia durante la preparazione dell’attentato di Capaci.