In una campagna elettorale modesta per contenuti e forme, vale la pena di riflettere sulla paventata ipotesi di un accordo fra il cosiddetto “estremismo leghista” di Salvini e il cosiddetto “populismo” di Di Maio. Per valutare la sua fondatezza, voglio utilizzare una visione generale, per così dire geopolitica, del voto del 5 marzo. Da questo punto di vista, l’Italia è una semiperiferia le cui sorti sono in gran parte etero-dirette e in cui la sovranità politica è limitata fin dagli accordi di Yalta del 1945 in cui venne assegnata al blocco atlantico.
In chiave geopolitica, la crisi terminale del Pd mi pare sia ben più l’esito di un mutamento di egemonie globali che della pochezza del suo leader. Il Pd era il riflesso in casa nostra della cosiddetta “terza via” neoliberale, inaugurata da Blair e Clinton e consolidata da Obama. Un asse atlantico imperniato su solidi legami di interesse fra Washington, Bruxelles e Londra che oggi, dopo Trump e la Brexit, appartiene a una altra era storica. Di qui l’anacronismo dei discorsi europeisti del Pd e della Bonino che paiono dettati da grande nostalgia per un potere neoliberale dal volto umano che non c’è più.
Ovviamente, la nostalgia per privatizzazioni e austerity offerte in sacrificio al feticcio dell’euro fin dai primi anni 90 (almeno 130 miliardi in privatizzazioni) non è condivisa dall’elettorato. Per questo votare un Pd che corteggia Berlusconi per imporre un nuovo governo del Presidente costituisce tecnicamente un voto reazionario. Attrarre B. nell’orbita europeista “per bene” è una mossa disperata, considerata la natura del renzismo, tentativo di dare una pennellata di politica al golpe tecnocratico Napolitano-Merkel-Sarkozy dell’autunno 2011. Cacciato B., indebolito dal referendum sull’acqua e dagli scaldaletti sessuali, l’Italia è stata commissariata con Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, nessuno democraticamente scelto e tutti espressione dello stesso architrave portante oggi crollato con Trump.
Berlusconi ha solidi rapporti con Putin e forti interessi cinesi e da questo punto di vista è più naturalmente organico al blocco Sino-Russo che contende efficacemente l’egemonia globale al Washington Consensus in questa seconda decade del Ventunesimo secolo. Egli tuttavia per carattere ama farsi corteggiare e si gode la rivincita. Del Putinismo radicale il campione è Salvini, un piccolo Orban che sogna di traghettare l’Italia nel nuovo blocco di influenza russa che comprende Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Austria. Occorre fare attenzione: la sua strategia che fomenta razzismo e xenofobia rischia di mettere in crisi addirittura gli accordi di Yalta. In effetti B. è convinto che il putinismo non abbia più a che vedere con lo stalinismo e potrebbe pure stare al gioco anche perché i paesi dell’ex patto di Varsavia sono oggi più bruni che rossi. E comunque si vedrà chi offre di più.
Di tutt’altra matrice è l’operazione Di Maio, in gran parte figlia della lucida analisi della Commissione Trilaterale che ha compreso dopo l’elezione di Trump che l’asse con Bruxelles era finita e che ciò non poteva che travolgere il Pd di Renzi, che del clintonismo era il prodotto. Di qui i viaggi di Di Maio a Washington, in Israele e nella City, a garanzia che M5S è il nuovo paladino dell’atlantismo votabile dall’elettorato in rivolta anti-austerity e non indigesto per il trumpismo. Il che significa critica a Bruxelles e lontananza da Mosca. Del resto, queste operazioni non sono per nulla nuove a Washington ben avvezza a investire su nuovi candidati in funzione anti-russa e anche ad allontanare personaggi scomodi e non controllabili. Se questa analisi è almeno in parte corretta, il potenziale elettore moderato dei 5S non deve temere l’accordo con Salvini. Il piccolo Orban deve lavorare su B. se vuole cambiare collocazione geopolitica al Paese. Renzi è fuori dai giochi, sostenuto ormai solo da eurocentrici nostalgici.