Di Maio e Salvini: asse impossibile fuori dall’Italia

In una campagna elettorale modesta per contenuti e forme, vale la pena di riflettere sulla paventata ipotesi di un accordo fra il cosiddetto “estremismo leghista” di Salvini e il cosiddetto “populismo” di Di Maio. Per valutare la sua fondatezza, voglio utilizzare una visione generale, per così dire geopolitica, del voto del 5 marzo. Da questo punto di vista, l’Italia è una semiperiferia le cui sorti sono in gran parte etero-dirette e in cui la sovranità politica è limitata fin dagli accordi di Yalta del 1945 in cui venne assegnata al blocco atlantico.

In chiave geopolitica, la crisi terminale del Pd mi pare sia ben più l’esito di un mutamento di egemonie globali che della pochezza del suo leader. Il Pd era il riflesso in casa nostra della cosiddetta “terza via” neoliberale, inaugurata da Blair e Clinton e consolidata da Obama. Un asse atlantico imperniato su solidi legami di interesse fra Washington, Bruxelles e Londra che oggi, dopo Trump e la Brexit, appartiene a una altra era storica. Di qui l’anacronismo dei discorsi europeisti del Pd e della Bonino che paiono dettati da grande nostalgia per un potere neoliberale dal volto umano che non c’è più.

Ovviamente, la nostalgia per privatizzazioni e austerity offerte in sacrificio al feticcio dell’euro fin dai primi anni 90 (almeno 130 miliardi in privatizzazioni) non è condivisa dall’elettorato. Per questo votare un Pd che corteggia Berlusconi per imporre un nuovo governo del Presidente costituisce tecnicamente un voto reazionario. Attrarre B. nell’orbita europeista “per bene” è una mossa disperata, considerata la natura del renzismo, tentativo di dare una pennellata di politica al golpe tecnocratico Napolitano-Merkel-Sarkozy dell’autunno 2011. Cacciato B., indebolito dal referendum sull’acqua e dagli scaldaletti sessuali, l’Italia è stata commissariata con Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, nessuno democraticamente scelto e tutti espressione dello stesso architrave portante oggi crollato con Trump.

Berlusconi ha solidi rapporti con Putin e forti interessi cinesi e da questo punto di vista è più naturalmente organico al blocco Sino-Russo che contende efficacemente l’egemonia globale al Washington Consensus in questa seconda decade del Ventunesimo secolo. Egli tuttavia per carattere ama farsi corteggiare e si gode la rivincita. Del Putinismo radicale il campione è Salvini, un piccolo Orban che sogna di traghettare l’Italia nel nuovo blocco di influenza russa che comprende Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Austria. Occorre fare attenzione: la sua strategia che fomenta razzismo e xenofobia rischia di mettere in crisi addirittura gli accordi di Yalta. In effetti B. è convinto che il putinismo non abbia più a che vedere con lo stalinismo e potrebbe pure stare al gioco anche perché i paesi dell’ex patto di Varsavia sono oggi più bruni che rossi. E comunque si vedrà chi offre di più.

Di tutt’altra matrice è l’operazione Di Maio, in gran parte figlia della lucida analisi della Commissione Trilaterale che ha compreso dopo l’elezione di Trump che l’asse con Bruxelles era finita e che ciò non poteva che travolgere il Pd di Renzi, che del clintonismo era il prodotto. Di qui i viaggi di Di Maio a Washington, in Israele e nella City, a garanzia che M5S è il nuovo paladino dell’atlantismo votabile dall’elettorato in rivolta anti-austerity e non indigesto per il trumpismo. Il che significa critica a Bruxelles e lontananza da Mosca. Del resto, queste operazioni non sono per nulla nuove a Washington ben avvezza a investire su nuovi candidati in funzione anti-russa e anche ad allontanare personaggi scomodi e non controllabili. Se questa analisi è almeno in parte corretta, il potenziale elettore moderato dei 5S non deve temere l’accordo con Salvini. Il piccolo Orban deve lavorare su B. se vuole cambiare collocazione geopolitica al Paese. Renzi è fuori dai giochi, sostenuto ormai solo da eurocentrici nostalgici.

Caro Grillo, è meglio l’embargo alla tv

Ma perché i cinquestelle vanno in televisione? Davvero credono di guadagnare consensi partecipando allo stucchevole teatro della politica in video? Di trovare più voti, di convincere più elettori con la loro presenza in programmi dagli share da prefisso telefonico (e per di più visti sempre dalle stesse persone)? Ad assistere alle comparse di Di Maio e soci nei vari talk nazionali, la scelta di 5 anni fa di non andare in tv sembra lontana anni luce. Quasi un’altra epoca storica. Eppure aveva una sua rispettabile dignità, prima che Grillo e Casaleggio capitolassero davanti al fascino indiscreto delle telecamere.

Fino al 2014, il Movimento aveva tenuto una sua linea, discutibile ma netta: quella di non mescolarsi con gli altri, con i rappresentanti della “casta”, mantenendo una debita distanza dal casting della messa in scena di una politica che nel tubo catodico divora se stessa. “Casta” e “cast” (televisivo), dunque, in rapporto diretto: non solo assonanza verbale (lo scriveva benissimo Furio Colombo sulle pagine de L’Unità il 30 settembre 2007).

Un’intuizione, quella di Grillo, utile nella sua massimalista drasticità a sottolineare l’overdose di una rappresentazione che disintegra la rappresentanza. Convinto com’era, lo scriveva sul suo blog l’otto maggio 2012, che se il Movimento “avesse scelto la tv per affermarsi oggi sarebbe allo zero e qualcosa per cento” e che “partecipare ai talk-show fa perdere voti e credibilità”. Un’intuizione che coglieva perfettamente uno dei punti di crisi della odierna comunicazione politica televisiva. Anche se ne faceva le spese la consigliera bolognese Salsi, radiata per avere accettato l’invito di Floris a Ballarò, il 30 ottobre di quell’anno il principio comunque veniva ribadito nel codice di comportamento degli eletti, in vista delle Politiche, ai quali veniva fatto divieto di partecipare ai programmi tv. Ancora alla fine di maggio del 2013, dopo le elezioni, Grillo scriveva che “più che andare in televisione, bisogna cambiare la televisione” (29.5.2013).

Nel volgere di pochi mesi, invece, si assisteva a un totale ribaltamento. Dopo avere invocato la pari dignità in video, “non ci stiamo più a questi servizi montati per farci passare per quelli che non siamo”(1.10.2013), la svolta si concretizzava poco tempo dopo nella clamorosa partecipazione del comico genovese, il 20 maggio 2014 in piena campagna per le Europee, al più ruffiano dei programmi d’informazione, quel Porta a Porta di Vespa di solito così curiale e disponibile verso il potente di turno.

Un mutamento che era anche il prodotto delle frizioni nel Movimento, la vecchia guardia di Grillo e Casaleggio e i giovani leader come Di Maio e Di Battista, più disponibili a fare i conti con quello che quest’ultimo ha definito (nel suo libro) “un male necessario”.

In ogni caso le modalità scelte per partecipare alla recita televisiva si mostrano censurabili: richiesta ai giornalisti di conoscere le domande, no al contraddittorio con altri esponenti politici, indicazione dei rappresentanti del Movimento da invitare. Insomma i pentastellati, scelta la strada del video, non riescono a sottrarsi al vecchio vizio della politica di imporre a giornalisti compiacenti norme, regole, codicilli e personaggi, come ha raccontato di recente Santoro. Alla maniera dei loro avversari.

Allora, paradossalmente, forse sarebbe meglio tornare al vecchio integralista embargo di Grillo, piuttosto che farsi logorare da una tv che cannibalizza politica e politici, con questi ultimi ignari e contenti di partecipare ogni giorno al loro funerale.

“Via dalla tv, tutti e subito”, invocava Furio Colombo nell’articolo sopracitato. Un appello che vale ancora oggi, non solo per i grillini, ma per chi ha a cuore le sorti di una politica dai pensieri lunghi.

Mail box

 

Il grande bluff della Bonino candidata a sinistra

Permettetemi di ricordare che, agli occhi di chi si ritiene di sinistra, i meriti dei radicali non vanno molto oltre la mobilitazione pro-divorzio degli anni Sessanta che portarono alla legge approvata da altre forze, allora parlamentari, effettivamente di sinistra. Anzi, il maggiore merito secondo l’italiano medio, cioè l’avere istituito il divorzio in Italia grazie al referendum del 1974, è una delle più grandi fake news circolanti nel nostro Paese: 1) la legge, come detto, era già in vigore; 2) il referendum, abrogativo, lo indisse la Dc di Amintore Fanfani (il nume tutelare di un’alleata di Emma Bonino, Maria Elena Boschi); 3) il referendum, grazie alla parte più civile dell’elettorato italiano, fu bocciato. Soprattutto dopo che alcuni esponenti della Rosa nel Pugno (inclusa Emma Bonino) si fecero eleggere tra le fila di Berlusconi nell’alleanza con leghisti e neo-fascisti del 1994, è stato necessario bloccare altre iniziative referendarie radicali, come l’abrogazione dell’articolo 18, proposta nel 2000, o non Radicali, come il referendum costituzionale del 2016, in cui Emma Bonino aveva sposato il sì. Buone elezioni.

Giacomo Ragazzini

 

Torna il condono edilizio, grande classico di Berlusconi

Ora ci sono le elezioni. E Silvio compra gli elettori di destra con l’ennesimo ri-condono. Tanto gli individualisti non sanno cos’è la bellezza pubblica, mentre sbavano per il mattone privato. Per salvare la forma, B. parla di necessità, di una vaga comunicazione dei lavori, di formali controlli ex post. Ma la promessa ha il fiato caldo sull’orecchio della proposta indecente: votatemi e vi farò fare quello che vi pare. E la sinistra? Di fronte a questo programma di libero saccheggio, dovrebbe impegnarsi a varare un piano nazionale di case popolari sull’idea del Piano Fanfani, per mandare un messaggio altrettanto chiaro, ma opposto a quello di B: faremo finalmente case decorose e ben progettate per famiglie a medio-basso reddito, perché la fame di alloggi non si risolve butterando di cemento parchi, coste e città. Ma trovando un equilibrio tra i bisogni privati e il paesaggio di tutti.

Massimo Marnetto

 

Renzi fa terra bruciata nel Pd e gli elettori scappano

Lo dicono i sondaggi, lo dice la Sicilia. Il 4 marzo è una sfida tra destre e 5Stelle. Se il Pd non crolla sotto al 20 è già un miracolo. Che senso ha allora votarlo? Per rifare l’inciucio con Berlusconi stavolta da pari e allo scoperto? Una mossa azzardata che molti elettori del Pd temono, visto l’esodo in atto. Migliaia di compagni ogni giorno fanno le valigie.

Lo testimoniano quegli zero virgola qualcosa che quotidianamente si volatilizzano rinsecchendo la cifra del Pd a livelli inauditi. Altro che seggi sicuri, sembra che anche gli elettori di pietra stiano rotolando via. Obiettivo? Il voto utile. Tentare almeno di far vincere qualcuno e di far incidere il proprio voto.

Tra loro alcuni hanno preferito optare per l’originale Forza Italia e abbandonare la fotocopia renziana. Ma in pochi se la sono sentita di arrendersi palesemente al nemico storico.

Certe porcherie sono sopportabili solo se fatte nei Palazzi, possibilmente nei corridoi, di persona si rivolta la coscienza. Per questo in molti sono in fuga in direzione opposta.

Molti elettori del Pd stanno optando per il Movimento 5 Stelle, unica vera novità politica.

Un passaggio non facile che va rispettato. Dopo decenni di presunta “superiorità morale” non è facile venire scavalcati proprio su quel terreno. Dopo decenni di presunta “superiorità intellettuale” non è facile ammettere che dietro a certe parole non è rimasto nulla.

Ad agevolargli il compito ci ha pensato Renzi. Uscito da anni di roboante sforzo governativo con una storica batosta referendaria senza nemmeno spendere cinque minuti di riflessione, Renzi ha fatto fuori quel poco di sinistra che rimaneva nel Pd.

Prima assistendo satollo alla scissione, poi falcidiando gli ultimi oppositori interni nelle liste elettorali. Certe personalità sono così, se ostacolate nel loro impeto innovatore, quando falliscono diventano distruttive. Come per vendetta verso coloro che non li hanno compresi o li hanno addirittura ostacolati. Ce ne faremo una ragione.

Tommaso Merlo

 

I negazionisti e i reazionari li chiamiamo “populisti”

Se ci fosse un minimo di memoria storica in questo sventurato paese forse si riuscirebbe a evitare qualche incidente.

La storia è, e deve essere, maestra. Invece da noi imperano i negazionisti e reazionari di ogni sorta camuffati da mediocri populisti. Purtroppo hanno facile presa su un popolo di fatto ignorante.

Oreste Ferri

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo dal titolo “Impresentabili, tutti i candidati con la macchia. Le pagine gialle dei peggiori 76”, uscito sul Fatto Quotidiano di ieri, abbiamo inserito per errore Antonio D’Alì tra i prossimi candidati alle elezioni.

D’Alì, senatore uscente di Forza Italia, non è ricandidato al Parlamento. Dell’errore ci scusiamo con i lettori e con gli interessati.

Fq

Giulio Regeni. Non è mai troppo tardi per chiedere la verità sulla sua morte

Sono così disgustatada come sta procedendo la faccenda relativa al povero Giulio Regeni, che mi chiedo in continuazione cosa si possa fare a livello di opinione pubblica o anche attraverso i media. Ormai è chiaro che chi ci governa non abbia il coraggio di contrastare questo Paese incivile e disumano, ma non è possibile fare opera di dissuasione in qualunque modo? Non si può far propaganda perché nessun italiano passi le vacanze in Egitto, o perché si boicottino prodotti provenienti da quel Paese? Perché le forze sane del nostro Paese non si mobilitano di più? Io quando vedo in tv i genitori di quel povero ragazzo mi vergogno di essere italiana e di non poter far di più. Non si può, anche attraverso giornali come il vostro, smuovere qualcosa?

Maria Laura Cavedoni

 

Gentile Maria Laura, la sua frustrazione è condivisa. Dopo due anni non conosciamo i responsabili – mandanti ed esecutori – della morte di Giulio Regeni, il cui corpo martoriato fu trovato su una strada periferica del Cairo il 3 febbraio 2016: era scomparso il 25 gennaio. Angoscia e disagio non sono solo della famiglia di Giulio, ma di chiunque abbia seguito la vicenda: è lampante come l’Egitto di Al-Sisi non sia stato minimamente messo alle strette da Roma in nessuna circostanza, anzi, l’affare che c’era in ballo – l’estrazione di gas da parte di Eni nel giacimento di Zohr, il più grande del Mediterraneo – è andato in porto senza conseguenze.

Cosa fare? Non abbassare la guardia, non scoraggiarsi, non dimenticare. Quegli striscioni gialli che recitano “Verità per Giulio Regeni” nelle piazze italiane non sbiadiscano senza essere meta di continue manifestazioni in cui si chieda alla magistratura italiana di andare a fondo, di non trascurare nulla, da Cambridge – dove lo studente italiano ebbe l’incarico di recarsi al Cairo per approfondire tematiche sociali – fino alla rete gestita dagli apparati di sicurezza egiziani che ha catturato e stritolato il ricercatore. Chiunque ha responsabilità (morale e con azioni concrete) nella fine di Giulio spera nella memoria corta altrui: per questo bisogna ripetersi che non è mai troppo tardi per chiedere la verità, sui giornali e nelle strade.

Valerio Cattano

Embraco verso il ritiro dei licenziamenti. Il richiamo di Calenda

Disponibilità a ritirare i licenziamenti, ma con l’ok di Whirlpool, la casa madre. É quanto emerge dall’incontro tra gli uomini di Embraco, i sindacati e il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, avvenuto ieri a Torino. La risposta definitiva dell’azienda è attesa entro giovedì: “Se ci diranno di no – ha affermato Calenda – la considereremo una dichiarazione di guerra al Governo”. La vicenda riguarda la chiusura dello stabilimento torinese dell’Embraco, che ha minacciato circa 500 licenziamenti. Calenda ha anche promesso verifiche su Embraco a livello europeo: “Ho già parlato con il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, per avviare una procedura formale in Europa nei confronti della Slovacchia, per verificare se c’è stato un accordo fiscale fra il Governo e l’azienda che può essere discriminatorio. Vogliamo valutare se ci sono gli estremi per una denuncia per gli aiuti di Stato”. Duro anche Dario Basso (Uilm): “Giovedì o l’azienda ritira la procedura, o si profila un periodo molto difficile per tutto il gruppo Whirlpool in Italia”.

“Mai parlato di petrolio con Bacci”

“Non ricordo di aver incontrato Andrea Bacci. Non lo escludo, perché è vero che abbiamo partecipato anni fa a uno stesso convegno, quindi può essere che in quell’occasione gli abbia parlato. Ma escludo di avergli mai parlato di petrolio, né di alcun progetto destinato a destabilizzare l’Eni e colpire l’ad Claudio Descalzi”. Raduan Khatwani è un imprenditore nel ramo elettrodomestici, di origini siriane, in Italia da decenni. Viene tirato in ballo nelle indagini condotte dal pm di Siracusa, Giancarlo Longo, che ipotizzavano un complotto per far cadere l’ad di Eni Claudio Descalzi. Secondo le Procure di Messina e Milano, il pm Longo mirava a depistare le indagini milanesi sulla più grande mazzetta della storia: quella da 1,1 miliardi che l’Eni avrebbe versato in Nigeria per acquisire il giacimento Opl 245. Di Khatwani parla Giuseppe Gaboardi, l’uomo pagato, secondo l’accusa, circa 100 mila euro per rendere dichiarazioni false al pm Longo. Gaboardi dice a Longo di sapere che Khatwani ha incontrato Andrea Bacci, imprenditore amico di Matteo Renzi, per fargli pressioni affinché Umberto Vergine, alto dirigente Eni, fosse nominato ad al posto di Descalzi. Gaboardi cita – tra le persone che potrebbero confermare altre pressioni per far fuori Descalzi – anche l’amico di Renzi Marco Carrai. Il pm, come rivelato ieri dal Fatto, stila la lista dei testimoni e tra questi include l’attuale ministro Luca Lotti, Carrai e Bacci. Riuscirà però a sentire, come persona informata sui fatti, il solo Bacci. E per la tesi del complotto si tratta di un punto a favore.

L’uomo del Giglio Magico conferma la versione di Gaboardi: racconta di aver incontrato Katwani, il quale, tra vari argomenti petroliferi, gli ha detto che Vergine, per un gruppo di persone, sarebbe gradito al vertice di Eni. E in questo modo rafforza la credibilità di Gaboardi, l’uomo pagato – secondo l’accusa con la regia dell’ex capo dell’ufficio legale Eni – per raccontare balle a Siracusa. Il Fatto ieri ha ricontattato Khatwani: “Non c’è nulla di vero in quel che dice Bacci”. Delle due versioni, solo una può essere vera. In una storia come questa, si tratta di un dubbio che non può restare insoluto. Non soltanto perché il primo, dei tre uomini edel Giglio Magico che il pm intendeva convocare, ha reso credibile la tesi del finto complotto. Ma anche perché Bacci è stato socio di Piero Amara, uno dei principali accusati, in questa storia di depistaggio, ovvero un altro avvocato legato all’Eni, anch’egli arrestato nei giorni scorsi. Il che getta una strana luce sulla sua deposizione. Interpellato dal Fatto, Bacci replica: “Ho detto il vero. E non ho mai parlato di questo argomento con Amara, né con Lotti, né con Carrai, né con l’avvocato dell’Eni Mantovani, che pure ho conosciuto. Piuttosto, segnalai al pm che, secondo me, Khatwani era un millantatore”. Frase che non compare nel verbale. “Fu un interrogatorio molto singolare – continua Bacci –, c’eravamo solo io e il pm. Il clima era molto confidenziale e a me sembrò un’audizione inutile”. Poi aggiunge: “Non posso giurarlo, ma credo che anche Khatwani conoscesse Amara”. Il dettaglio non è di poco conto. Ma Khatwani smentisce: “Amara non so chi sia”.

Le impronte di Descalzi nel depistaggio sull’Eni

L’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi non solo era perfettamente a conoscenza delle manovre del suo capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani, ma ha firmato un atto chiave nel disegno calunnioso – di cui è accusato Mantovani – ai danni dei consiglieri d’amministrazione Karina Litvack e Luigi Zingales. Dai documenti che il pm milanese Laura Pedio sta studiando si intuisce la gravità dello scandalo. L’Eni da parte sua si dichiara estranea e parte lesa nella vicenda.

La giornata decisiva è il 28 luglio 2016. I vertici dell’Eni sembrano tarantolati. Descalzi convoca nel suo ufficio a San Donato Milanese il notaio Paola Avondola di Locate Triulzi e firma una procura speciale con cui incarica Mantovani di presentare alla procura di Siracusa una querela “nei confronti dei soggetti che dovessero risultare autori di diffamazione a danno di Eni spa e/o di altri delitti perseguibili a querela”. Lo stesso giorno Mantovani, con l’avvocato torinese Carlo Federico Grosso, firma la querela. E sempre quel giovedì il consiglio di amministrazione dell’Eni delibera l’esclusione di Karina Litvack dal comitato controllo e rischi, l’organo consiliare nel quale si aveva accesso agli atti dell’inchiesta sulla maxi-tangente nigeriana. Proprio quella per la quale Descalzi è a processo insieme al predecessore Paolo Scaroni, al mediatore Luigi Bisignani e altri. Zingales si era dimesso dal cda dell’Eni un anno prima, dopo un lungo scontro con lo stesso Mantovani nel quale si era trovato isolato. La Litvack viene fatta fuori, comunica l’Eni, “alla luce delle indagini in corso su ipotesi di cospirazione ai danni della società riportate anche dalla stampa”.

Ricapitoliamo. Mantovani è accusato di essere il capo di un’associazione a delinquere finalizzata ai reati di false informazioni a pm e calunnia. Tra i suoi asseriti complici c’è l’avvocato Piero Amara che lavora anche per l’Eni, cioè per Mantovani. Amara è stato arrestato martedì scorso come il pm di Siracusa Giancarlo Longo. Longo e Amara sono accusati di associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. Tra gli atti di Longo frutto della corruzione, dicono i giudici, c’è l’iscrizione nel registro degli indagati di Litvack e Zingales (oltre che del manager Eni Umberto Vergine) con l’accusa di diffamazione ai danni di Eni “in assenza di querela da parte di Eni”, e “al fine di precostituire e introdurre elementi indiziari idonei a sviare le indagini svolte” dalla Procura di Milano nell’ambito del procedimento per cui è a processo Descalzi.

Il cerchio si chiude. L’iscrizione di Litvack, Zingales e Vergine (vittime della calunnia attribuita a Mantovani) è irregolare e avviene l’8 luglio 2016. La querela firmata da Mantovani su incarico di Descalzi è sollecitata dalla procura di Siracusa a Grosso nel corso di un colloquio il 20 luglio: all’avvocato torinese non viene detto di che cosa sono accusati i tre ma gli viene comunicato il numero del fascicolo. Mantovani scrive nella querela di aver avuto notizia dell’indagine da “notizie di stampa nel mese di maggio 2016”. Le notizie, notano i magistrati milanesi, sono date dall’agenzia Agir, di cui è direttore editoriale il novantenne Lando Dell’Amico, personaggio a suo modo leggendario.

L’Agir svolge un ruolo in tutte le più oscure vicende della storia repubblicana: strage di Bologna, caso Calvi-Ambrosiano, loggia P2, rapimento Moro, strage di Capaci. Il suo interesse alle vicende su cui indaga la Procura di Milano induce per analogia ad attribuire allo scandalo Eni le proporzioni inaudite di cui parla lo stesso Zingales. Il 6 maggio 2016 effettivamente Agir esce alle 16,46 con un dispaccio intitolato: “Clamorosi sviluppi sul complotto internazionale per destabilizzare i vertici Eni: ecco le prime ammissioni”. Ma già sette mesi prima, il 9 ottobre 2015, Agir appariva informatissima sul fascicolo aperto a Trani in seguito a lettere anonime informatissime su cosa accadeva nell’ufficio di Mantovani: “Eni Gate: proseguono le indagini sui tentativi di delegittimazione esterna dei manager di Eni. L’inchiesta si estende a macchia d’olio lungo diverse procure, da Trani a Siracusa”. In quel dispaccio si tirano in ballo esplicitamente Zingales e Litvack. Una storia con numerose stranezze che Descalzi ha cavalcato, ordinando a Mantovani di sporgere querela (senza sapere che cosa avessero fatto) contro un top manager del gruppo, un consigliere indipendente di ottima reputazione internazionale e un ex consigliere economista noto in tutto il mondo: colpevoli, Litvack e Zingales, di fare troppe domande nelle riunioni.

Stranezza nella stranezza: questa storia si dipana da tre anni senza che la presidente Emma Marcegaglia, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan (azionista dell’Eni), il suo rappresentante nel cda Fabrizio Pagani, il premier che ha nominato Descalzi (Matteo Renzi) e quello che l’ha confermato (Paolo Gentiloni) abbiano mai detto una parola.

Stupri di Rimini: 9 anni e 8 mesi ai tre minorenni

Nove anni e otto mesi in rito abbreviato. È questa la sentenza di condanna emessa dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale per i minori di Bologna per i tre giovani accusati delle violenze sessuali di Miramare di Rimini, la notte del 26 agosto scorso. I tre sono i complici di Guerlin Butungu, 20enne considerato il capo del gruppo, già condannato a 16 anni. L’accusa aveva chiesto 12 anni. I minori, due fratelli di 15 e 17 anni e un altro di 16, sono stati ritenuti responsabili di tutti gli otto capi di imputazione che gli venivano contestati: tra questi, lo stupro a una turista, le botte al ragazzo che stava con lei, la seconda violenza sessuale ai danni di una prostituta trans, avvenuta di notte sulla spiaggia, e anche un’aggressione ad un’altra coppia, nei giorni precedenti. “L’entità della pena mi sembra adeguata e severa – ha commentato l’avvocato Maurizio Ghinelli, legale dei due turisti vittime dell’aggressione – la condanna consistente. Nessuno può dire che la giustizia italiana sia stata superficiale o leggera in questa vicenda”.

“Se la fai a un vecchio marcio di 25 anni ok, ai bimbetti no…”

È un avvocato, in un rigurgito di coscienza, che si scandalizza, nelle intercettazioni choc dell’inchiesta lucchese sul doping in una formazione giovanile. È troppo anche per uno dei protagonisti della vicenda dove gli atleti sembrano avere il ruolo di veri e propri polli da batteria; oggetti, semplici oggetti da “caricare” solo per raggiungere la vittoria. Nelle intercettazioni parla l’avvocato con uno degli arrestati, Elso Frediani, ds e preparatore sportivo ai domiciliari. “Gente che ci rimane Elso – sibila il legale – senza farti né nomi né cognomi… perché qualcuno si sa…”. “E meno male che lì non c’entro io”, replica Frediani chiosando: “È la mentalità… non c’è nulla da fare….”. “Per di più – aggiunge l’avvocato – bimbetti che vanno in giro per il mondo quindi occhio…”.

Intercettazioni da brivido che dicono tutto sulla degenerazione del fenomeno doping, secondo gli esperti divenuto un serio problema di salute pubblica nel disinteresse della politica.

Franceschi, il “patron” della formazione ora agli arresti domiciliari aveva la voce suadente. Era convincente: “Se vuoi andare forte te lo dico… bisogna che tu…. per dire… domenica corri… vieni su… ti si rimette in sistema un pochino… non è nulla… che cazzo… se no fai come ti pare”. È il numero uno della squadra, quello che decide se un corridore possa o non possa avere un futuro ciclistico a spingere. Come si fa a resistere? I due proseguono: “Sai… la roba, che mi dà forza anche per… sai che si fa prima di gare così, il giorno della gara!”. “L’albumina… metà però ne va fatta!”, replica l’altro. “La trovo anche in farmacia?”. Risposta: “L’albumina, sì, però non penso che te la dia senza la ricetta”. Ed ecco la soluzione: “Ma c’è Andrea che… farmacista”.

Francheschi è un martello. Insiste con l’atleta: “Dai! Solo 20.000 (unità, ndr) è per farti recuperare a 40 (il valore dell’ematocrito, ndr) e poi vinci”.

In una differente intercettazione, fra due atleti, anche loro indagati, uno dice all’altro, riferendosi al farmacista Andrea Bianchi, arrestato ai domiciliari. “Ah, riesce a dare?”, “Sì, sì”, la risposta. Il preparatore Michele Viola, anche lui arrestato, parla con un ciclista, e si lamenta del “doping di gruppo” perché c’è il rischio che la cosa venga scoperta. E chiede: “E scusa, quante cazzo di persone lo fate quello là”. Già, quante? Tante. Troppe. E un morto di 21 anni.

Morì un 21enne ma continuavano a dopare i ragazzi

“Ha detto dieci giorni… dicono quindici perché qualcuno tira la corda (…). Sai qual è il problema? Che tu lo fai nella pancia no… e il problema è che se si aggancia a una pallina di grasso ti resta lì, capito il problema… quindi dovresti fare in vena qui sotto il braccio che non c’è grasso,  capito? Ha detto, addirittura, tipo due… fanno anche quattro… quattro intere”. Questo il tenore dei discorsi intercettati per incoraggiare i baby ciclisti a rovinarsi la vita con il doping che ha anche ucciso uno di loro. E ancora: “Qualcuno l’ho guardato e gli ho detto: ma che sei di fuori? Se me lo fa un vecchio marcio di 25 anni lasciamo perdere… ma i bimbetti no eh…”.

Anabolizzanti, testosterone, ormoni, antidolorifici di tutti i tipi. E poi aghi, siringhe, “farfalle” per trasfusioni: tutto l’armamentario del doping più pesante e dannoso anche perché indirizzato a giovani poco più che diciassettenni. E perfino una “Mata Hari”, la donna del “capo”, il patron della giovane formazione toscana, la Altopack Eppella, una di quelle più in vista del panorama nostrano, che viaggiava in incognito seguendo la squadra per portare le sostanze proibite ed eludere i controlli. Ancora una volta il mondo del ciclismo è nella bufera. Sei individui sono stati arrestati (ai domiciliari) e altri 17 sono sotto inchiesta nell’indagine coordinata dalla Procura di Lucca e condotta dalla Squadra mobile e dagli uomini dello Sco. L’inchiesta era partita il 2 maggio scorso dopo la tragica morte di Linas Rumsas, il 21enne figlio di Raimondas Rumsas, ex professionista, anche lui vecchia conoscenza del doping nostrano: fu squalificato per un anno per uso di Epo nel 2003. Il ragazzo è morto all’improvviso dopo aver nettamente migliorato i propri risultati in sella alla bicicletta. L’accusa è associazione a delinquere finalizzata a commettere reati di doping (ex lege 376/ 2000). E di fatto quello che emerge è un meccanismo ben oliato e collaudato per dopare violando la legge senza essere scoperti.

Fra gli arrestati ai domiciliari Luca Franceschi, proprietario del team. Era lui che reclutava gli atleti e li spingeva al doping procurando le sostanze dopanti (Epo) mentre i suoi genitori Narciso Franceschi e Maria Luisa Luciani sono i proprietari dell’abitazione dove soggiornavano i ciclisti e dove sarebbe avvenuta la somministrazione delle sostanze dopanti. Prima del decesso di Linas Rumsas, avveniva nel ritiro della squadra, a Capannori, dove gli atleti soggiornavano durante la stagione ciclistica. Segnale inquietante: neppure un fatto così grave aveva convinto dirigenti e atleti a desistere dal doping.

Ma l’elenco è lungo. Tutto nella squadra era funzionale alla somministrazione del doping e all’elusione dei controlli. Elso Frediani, direttore sportivo, secondo gli inquirenti un esperto di metodologie del doping, si sarebbe preoccupato di assicurare agli atleti le necessarie “dritte”, anche mediche, per eludere i controlli in gara. Michele Viola, il preparatore atletico avrebbe venduto a Franceschi l’Epo destinata ai ciclisti e dato consigli su come assumerla (in microdosi) per evitare positività ai test, peraltro rarissimi. Andrea Bianchi, il farmacista, sarebbe stato il fornitore, senza la minima ricetta di prescrizione, della “materia prima”: ormoni, oppiacei, antidolorifici.

C’è anche un medico sportivo a cui Frediani si sarebbe rivolto per consulenze sull’utilizzo di farmaci dopanti, specie in occasione del campionato italiano dilettanti del 25 giugno 2017. Poteva mancare l’avvocato che dava a Franceschi e Frediani suggerimenti per eludere le indagini in corso? Certo che no.

Per lui l’accusa è patrocinio infedele. Un secondo ds dell’Altopack, poi, avrebbe somministrato e favorito l’utilizzo dei farmaci agli atleti del team. Per questi l’addebito è frode sportiva. Sotto inchiesta anche due ciclisti amatoriali, a riprova di quanto il doping sia ormai piaga endemica. Il primo, titolare di un ristorante che figura fra gli sponsor della squadra, avrebbe rifornito di sostanze dopanti alcuni corridori tramite Frediani. Il secondo, della Garfagnana, trovava “canali alternativi” quando il farmacista non era in grado di reperire le sostanze richieste. Dalle perquisizioni a Lucca, Pistoia e Bergamo è emerso un vero e proprio arsenale. Sequestrate 25 fiale di Epo a casa di Viola; siringhe, aghi butterfly, cateteri e flaconi di coadiuvanti dell’Epo a casa di Luca Franceschi. Unici a esserne fuori secondo gli inquirenti: gli sponsor.

Per il ciclismo è un triste déjà vu. Solo qualche anno addietro, sempre in Toscana, era scoppiato uno scandalo simile. Un giovane allora ancora minorenne, Eugenio Bani, risultò positivo a un ormone femminile (gonadotropina corionica) e denunciò i dirigenti dell’Ambra Vangi Cavallini: “Ci davano di tutto sul camper della squadra”. È finita con la condanna del Tribunale di Empoli per tre dirigenti sportivi. Ma lo sport assolse tutti dall’accusa per doping salvo poi sanzionare gli stessi dirigenti per comportamento sleale: avevano abusato di farmaci con un uso off label. Invece si trattava di doping vero e proprio. Dice bene il procuratore capo di Lucca Pietro Suchan, chiamando tutto l’ambiente a collaborare: “Chi sa parli. È il momento di cambiare. Basta lutti, basta morti di giovani sportivi”.