Insieme a Salerno: Ordine & frittura

Ordine, disciplina e frittura di pesce. Proprio mentre a Macerata si svolge la manifestazione antirazzista che voleva far vietare, domani pomeriggio il ministro dell’interno Minniti sbarca a Salerno per un comizio elettorale. A San Gregorio Magno, per la precisione. Sul palco con lui c’è la senatrice uscente e candidata del Pd Angelica Saggese e soprattutto il sindaco di Agropoli, il mitologico Franco Alfieri (pure lui candidato ma alla Camera). Per chi non lo sapesse, è l’uomo descritto con queste parole dal governatore Vincenzo De Luca, all’epoca della campagna per il referendum costituzionale: “Franco Alfieri, come sa fare lui la clientela, lo sappiamo. Una clientela organizzata, scientifica, razionale, come Cristo comanda. Franco, vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”. Il povero Alfieri, suo malgrado, resterà per sempre intrappolato in questa ineffabile definizione. Che non ha impedito al Pd di metterlo in lista in uno dei collegi campani della Camera, e al ministro legalitario Minniti di dividere il palco con lui durante la campagna elettorale. Era abituato a un altro genere di pescherecci.

“Il no alla piazza è sbagliato e inquietante”

“La decisione del sindaco di Macerata è sbagliata e incomprensibile, per certi versi inquietante. Fossi stato nella Cgil e nelle altre associazioni, prima di disdire la manifestazione di sabato avrei preteso spiegazioni da lui e dal Viminale. Ci sono problemi di sicurezza a Macerata, e quali? Qualcuno vuole attuare scontri? Sono domande a cui devono rispondere”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario della Cgil e ora candidato di LeU in un collegio di Genova, lo ripete più volte: l’assalto armato di Luca Traini è stato “un atto terroristico”, a cui si risponde “mostrando innanzitutto i propri princìpi nelle piazze”.

Raccontano che il sindaco abbia implorato il sindacato e le associazioni di non tenere il corteo a Macerata. E comunque il ministro dell’Interno Minniti gli ha dato pieno appoggio.

Quello di Macerata è stato un atto di terrorismo, pianificato, meditato e rivendicato: non il gesto di un folle. E proibire una risposta democratica a tutto questo non ha senso, innanzitutto per la comunità di Macerata.

E allora perché questo divieto? Per osservare il silenzio sulla vicenda predicato da Matteo Renzi?

Non ne conosco le ragioni e non faccio processi alle intenzioni. Di certo si tratta di un grave segno di debolezza, peraltro immotivato.

Debolezza verso i fascisti?

Nei confronti dei fascisti, e in generale verso tutti coloro che hanno intenzioni violente.

Magari il sindaco ha paura che il clima si esasperi.

Mi scusi, ma può avere paura di una manifestazione pacifica? Tanto più che la Cgil e l’Anpi sanno organizzare piazze di questo genere. Sanno come si fa.

Però hanno subito accettato di disdire il corteo.

Spero che gli organizzatori ci ripensino. Ma prima di prendere questa scelta io avrei comunque preteso di conoscere le ragioni del divieto. Se ci sono problemi di ordine pubblico, e a Macerata non mi risulta che ci siano mai stati, va detto.

Molti nell’Anpi contestano la scelta di non andare. E c’è malumore anche nella Cgil.

Capisco le manifestazioni di malessere nelle organizzazioni. Ci sono tante persone abituate a manifestare per rilanciare i valori della Costituzione.

Il Pd, come i 5Stelle, hanno predicato il silenzio sui fatti di Macerata. Lo fanno per motivi elettorali?

Io dico che l’essenziale è confrontarsi sui programmi e sulle idee, senza insultarsi. Ma questo non significa essere arrendevoli. Io non faccio un passo indietro rispetto ai miei valori.

Eppure i dem sembrano afoni.

Ho letto un’intervista di Graziano Delrio (a Repubblica, ndr) in cui il ministro si schiera contro i rigurgiti fascisti. Ma se pensa quello che ha detto allora dovrebbe spingere perché si faccia la manifestazione. E convincere Minniti, visto che fanno parte dello stesso governo.

A proposito del ministro dell’Interno: in due interviste ha spiegato di “aver fermato gli sbarchi perché aveva previsto gli spari”.

Le trovo parole inquietanti.

Ma perché c’è questo clima? Perché si riparla di fascismo che torna e cresce?

Perché non abbiamo fatto vivere nel modo giusto certi valori. Siamo stati deboli, dando per scontato che fossimo in una democrazia con tutti i suoi anticorpi.

Ora che succederà?

Temo che non succederà nulla. Penso che il sindaco non cambierà decisione per non ammettere l’errore, e che il ministero dell’Interno farà lo stesso.

Niente corteo, insomma.

Però c’è ancora tempo: per organizzarlo, e per ottenere certe risposte. Che vanno date, comunque.

Col proporzionale il nemico più vero è il partito più vicino

Nella tarantella del proporzionale il partito più vicino è il vero avversario da battere mentre il nemico più lontano, in fondo, non è poi così nemico. Proviamo a spiegarci con il ruolo elettorale svolto dai fascisti di Casapound e di Forza Nuova, ma con una premessa. Nel Pd, dopo i fatti di Macerata tutti a stracciarsi le vesti, da Graziano Delrio a Marco Minniti, perché “la democrazia è in pericolo”. Per carità, anche a noi fanno senso le teste rapate che inneggiano al fascioleghista che spara sulla gente di colore per poi essere acclamato quando finisce in cella (tutto si tiene) dai detenuti di Ancona.

Prima del piagnisteo, però, la sinistra dovrebbe interrogarsi sul fattivo contributo fornito al risorgere dell’onda nera grazie: 1) al discredito gettato per anni a palate sulla democrazia dei partiti 2) all’abbandono al loro destino delle periferie per meglio alloggiarsi nei più confortevoli centri storici 3) alla gestione troppo spesso insensata del binomio immigrazione-accoglienza. Questi ministri così giustamente allarmati dovrebbero anche rileggere qualche istruttiva cronaca degli anni 80 quando il Movimento Sociale, diretta emanazione della Repubblica di Salò, arrivò a sfiorare il 10 per cento dei voti mentre la ripugnante competizione tra terrorismo nero e rosso seminava di cadaveri le strade. Detto che ne abbiamo viste di peggio, è abbastanza intuitivo che il fascismo del Terzo millennio, nelle sue molteplici sembianze, oggi potrebbe togliere soprattutto voti alla Lega. Tant’è che Matteo Salvini un accordo elettorale con Casapound lo aveva anche stretto, poi saltato nel 2016 a causa del successivo patto con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Con l’equazione più voti al fascio meno alla Lega ad averne il maggior vantaggio sarebbe, nella competizione a destra, l’uomo di Arcore. Che nel caso Forza Italia prendesse quel voto in più del Carroccio che gli consentisse eventualmente di designare il premier, riconoscente dovrebbe donare un bel cadeau ai camerati dello sparatore Traini.

Come si dice, non tutto il nero vien per nuocere. Sempre per il sistema dei vasi comunicanti non sfugge poi che alla caduta nei sondaggi dei Democratici corrisponda un incremento della lista +Europa di Emma Bonino. Voti in libera uscita dal Pd ma che intendono comunque restare nel centrosinistra. Coalizione voluta fortemente da Matteo Renzi che, tuttavia, il 5 marzo potrebbe fare i conti con le pretese di uno scomodo cespuglio che si crede albero. Nella sinistra-sinistra non va meglio a Liberi e Uguali che, dopo aver sottratto al Pd un 3% di voti almeno, è alle prese con gli agguerriti compagni di Potere al Popolo. Visto che entrambi i simboli pescano nello stesso serbatoio “antagonista” la soluzione politicamente più sensata sarebbe stata la presentazione di una lista unica. Giammai, altrimenti che razza di fratelli coltelli sarebbero?

In queste elezioni, dunque, niente (o molto poco) è come sembra. Tranne forse per i Cinque Stelle che i voti provano a perderli anziché incrementarli. Per esempio con la storia del programma copiato da Wikipedia e Legambiente o quando Alessandro Di Battista sostiene che gli italiani sono “un po’ rincoglioniti” suscitando vive simpatie nell’elettorato.

Ma loro, come sempre, fanno tutto da soli.

Salvini: “L’Islam è incompatibile con la Costituzione”

L’Islam è incompatibilecon la Costituzione italiana? Ne è convinto il leader della Lega, Matteo Salvini. “La questione culturale di fondo è se l’Islam, l’applicazione letterale del dettato di Maometto, oggi è compatibile con i nostri valori, con la nostra libertà e con la nostra Costituzione: ho fortissimi dubbi”, ha detto il segretario del Carroccio a L’aria che tira su La7. “Ho letto la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, perché i Paesi islamici non hanno mai sottoscritto la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – ha spiegato Salvini – c’è scritto che la donna vale meno dell’uomo, che la libertà di parola e pensiero è limitata da quello che c’è scritto nel Corano: un conto è una religione e un conto è chi dice che Allah viene prima della legge italiana, al governo porrò il problema della compatibilità fra la legge islamica e i nostri valori, i diritti e le libertà”. “Che l’Islam rappresenti un rischio è evidente, se la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo prevede che la giustizia islamica prevalga sulla giustizia nazionale per me è un problema”, ha tenuto a precisare Salvini in una successiva nota stampa.

La manifestazione spacca la Cgil, LeU e pure il Pd

“La Fiom sarà a Macerata con la segreteria nazionale e le delegazioni territoriali in difesa del diritto costituzionale a manifestare. Non è accettabile mettere sullo stesso piano le manifestazioni antifasciste e le marce squadriste e razziste”. Il comunicato della Fiom arriva nel primo pomeriggio, nonostante la rinuncia della Cgil a scendere in piazza. Un atto di “disobbedienza” alla richiesta del sindaco, Romano Carancini, di annullare l’iniziativa che non resta isolato e che finisce per spaccare il mondo del centrosinistra.

Domani in piazza a Macerata, infatti, non ci sarà solo la Fiom ma anche alcuni circoli dell’Anpi e dell’Arci, in dissenso dalla linea nazionale delle organizzazioni. In ordine sparso pure Liberi e Uguali. I tre leader 40enni – Roberto Speranza, Nicola Fratoianni e Pippo Civati – firmano un comunicato congiunto contro Marco Minniti e Paolo Gentiloni: “La scelta che avete fatto è sbagliata e pericolosa”. Però, sulla decisione di andare si dividono: ci saranno Fratoianni e Civati; non andranno D’Alema, Bersani & C. Errani andrà al corteo di Bologna di Anpi, Arci, Cgil e Libera. Pietro Grasso definisce “un errore mettere sullo stesso piano fascismo e anti fascismo” e va a trovare in ospedale i feriti. Ma domani non ci sarà. In forse Laura Boldrini.

La Cgil, invece, si adegua: quella del sindaco viene considerata una richiesta da non disattendere. Lo stesso fa il Pd. L’unica del partito che fa sapere che domani manifesterà a Macerata è l’ex ministra Cecile Kyenge. Gianni Cuperlo (non candidato) scrive su Facebook: “Penso che la piazza sia il più formidabile anticorpo per chi voglia tutelare e rinvigorire la democrazia”. Domani sarà a Bologna. Andrea Orlando dà un colpo al cerchio e uno alla botte: “Tutto quello che può creare incidenti va evitato, ma occorre cercare un momento per chi rappresenta i valori del nostro paese”.

Chi ha le idee chiarissime è Minniti. In un’intervista ieri a Repubblica, prontamente messa sul profilo Facebook del Pd, lega esplicitamente la sparatoria di Macerata agli sbarchi: “Li ho fermati perché avevo previsto Traini”. E poi: “Ringrazio l’Anpi per aver rinviato la manifestazione. Spero che facciano lo stesso le forze politiche. Se non succede, ci penserà il Viminale a vietarle”. Sullo stesso quotidiano, il giorno prima Graziano Delrio aveva dichiarato l’intenzione di partecipare (ha rinunciato). Su Facebook c’è pure la sua intervista: commenti di tutti i tenori, ma alcuni di quelli rivolti a Minniti sono feroci.

Matteo Renzi esibisce la sua vicinanza col ministro: lunedì faranno insieme a Firenze una giornata elettorale tutta sulla sicurezza. Ma il segretario da sabato cerca di parlare della tentata strage di Macerata il meno possibile. Che la questione immigrazione sarebbe stata decisiva per queste elezioni era chiaro dall’estate. Ieri a Cartabianca s’è spinto a dire che l’atto di Luca Traini è stato “sicuramente razzismo”, ma “terrorismo non so”. E continua sulla sua linea: “Chi alimenta la tensione fa un calcolo elettorale”. Il mancato cambiamento della Bossi-Fini viene liquidato con un “non avevamo i numeri”.

Nel tentativo di coprirsi a sinistra, il Pd, per bocca di Maurizio Martina, annnuncia: “L’Anpi e le associazioni promotrici dell’appello ‘Mai più fascismi’ definiranno nelle prossime ore i dettagli per una grande manifestazione nazionale. Il Pd annuncia fin da ora che sarà presente”. Domani, intanto, il corteo lo ferma.

Il divieto resta, ma domani il corteo si farà comunque

Il divieto del prefetto c’è, la volontà di rispettarlo assai meno e da ieri la un tempo tranquilla Macerata ha cominciato a riempirsi di “futuri” manifestanti, gente che teme che le autorità blocchino l’accesso in città in vista di sabato. Ci si riferisce alla manifestazione antifascista convocata nella cittadina marchigiana per domani in reazione alla tentata strage di immigrati del fascista-leghista Luca Traini, poi vietata dal prefetto di Macerata, Roberta Preziotti, dopo un appello a soprassedere del sindaco Pd Romano Carancini. Problema: mentre Anpi, Cgil, Pd e altri hanno aderito all’invito a non presentarsi a Macerata, c’è chi non ci pensa proprio. Nessun passo indietro, ad esempio, delle organizzazioni di estrema sinistra: dagli autonomi agli anarchici passando per centri sociali e gruppi studenteschi. Ieri le conferme ufficiali e, soprattutto, i primi arrivi in città, mentre il grosso dovrebbe arrivare entro stasera.

Il tam tam interno ai movimenti ha infatti prodotto un cambio di strategia: non più soltanto decine di pullman da tutta Italia, facilmente identificabili, meglio veicoli privati e treni. Per questo il punto di concentramento è stato fissato nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria: “Non cambiamo idea, abbiamo la necessità di scendere in piazza, contro ogni fascismo e ogni razzismo – conferma uno dei portavoce dei gruppi dopo la riunione di ieri mattina – Sono gravissime le parole del ministro dell’Interno, Marco Minniti, il vero motore di questo divieto. Altro che la richiesta accorata del sindaco. Noi non abbiamo nessuna intenzione di mettere a ferro e fuoco la città, se qualcuno userà violenza saremo noi stessi a cacciarlo via”.

Non ci saranno solo centri sociali e antagonisti in piazza: ieri Potere al Popolo e, in parte, Liberi e Uguali hanno garantito la loro presenza sabato a Macerata per manifestare (in sostanza, in piazza andranno quelli di Sinistra Italiana, gli ex Pd invece se ne staranno a casa).

E il sindaco che dice? “Non sono io a dovermi occupare delle manifestazioni, c’è la prefettura per questo”, replica Carancini: “Il mio era solo un appello a cui diverse forze hanno aderito, non c’è stato alcun ‘consiglio’ da Roma, né dal ministero né dal partito. Non so ancora cosa farò sabato”. Che il consiglio non sia arrivato non è proprio vero. Dice il segretario provinciale dem Francesco Vitali: “È chiaro, un suggerimento è arrivato anche da Roma, ci mancherebbe, però le assicuro che sono state le parole di Carancini a convincere Anpi, Cgil e così via a rinunciare alla manifestazione. La struttura locale del Pd è tutta, all’unanimità, d’accordo col sindaco”.

In piazza, invece, ci sarà sicuramente il Gus, l’associazione che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo, da dove è passato, per poi essere allontanato nel 2017, Innocent Oseghale, l’uomo accusato di aver infierito sul cadavere della giovane Pamela Mastropietro: “Nessuno potrà impedirmi di essere alla manifestazione” ha detto il presidente, Paolo Bernabucci. E d’altra parte già ieri sera Forza Nuova la sua fiaccolata di solidarietà al razzista incarcerato ad Ancona l’ha regolarmente organizzata nella Macerata in cui sarebbe vietato manifestare.

Intanto “l’eroe” dei neofascisti, Luca Traini, il 28enne di Tolentino che sabato scorso ha esploso trenta colpi di Glock contro persone di colore, pare spassarsela in carcere. Per il suo avvocato Giancarlo Giulianelli, che lo ha visto ieri mattina, “dice di trovarsi molto bene a Montacuto (l’istituto di pena di Ancona, ndr). Abbiamo parlato di tutto meno che del caso, gli ho portato i saluti di alcuni amici che temeva di aver perso e ciò lo ha reso felice. Esce per l’ora d’aria, socializza. La visita dei genitori? La richiesta l’ho fatta alla direzione del carcere, ma loro non sono ancora andati. Lui e Oseghale sanno di essere non troppo distanti, ma non si sono incontrati”. Smentita dal legale e, soprattutto, dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) anche la notizia degli applausi riservati a Traini dagli altri detenuti.

Siamo rincoglioniti?

È una vergogna che Alessandro Di Battista, non contento di non ricandidarsi al Parlamento per imbarazzare chi ci fa la muffa dagli anni 50, osi pure insultare il valoroso popolo italiano definendolo “strano e rincoglionito”. Come se, per dire, noi italiani fossimo male informati e di memoria corta. O addirittura portati ad affidare la soluzione dei nostri problemi a chi li ha creati. Questi sono luoghi comuni qualunquisti da bar sport che nessun politico, nemmeno di opposizione, deve permettersi di rilanciare nei comizi. Se no poi la gente ci pensa su e magari li prende sul serio. Se 5 milioni di italiani, secondo i sondaggi che lo danno sopra il 15%, non vedono l’ora di rivotare B., mica vorremo insinuare che siano delinquenti o rintronati almeno quanto lui. Sono persone serie e lucide, invece, che vedono in lui l’ultimo epigono della destra storica dei Cavour, Ricasoli, Quintino Sella, Sonnino, Giolitti, Einaudi e De Gasperi. Qualcuno insinua che non sanno o non ricordano, sennò non voterebbero mai per lui, visto che in qualunque Paese basterebbe uno solo dei suoi mille misfatti per catapultarlo fuori dalla vita politica e dal consorzio civile, ma soprattutto in galera. Ma il segreto è proprio quello: l’accumulo. I delitti sono come i debiti: se ne fai pochi e lievi, sei rovinato; se ne fai tanti e gravi, sei uno statista.

Infatti ora le prime pagine dei giornali sono tutte dedicate alle pagliuzze rinvenute col microscopio negli occhi dei suoi avversari (quelli veri, M5S, LeU e persino i suoi rivali nel centrodestra), anziché alle travi che troneggiano stabilmente da decenni negli occhietti del Caimano. Decine di sentenze, tutte disponibili sul web, ci dicono quanto segue (in estrema sintesi, si capisce, perché la biografia criminale integrale del personaggio occuperebbe un paio di Treccani). Nel 1973 B. comprò la sua prima villa, quella di Arcore, raggirando Annamaria Casati Stampa, una povera orfana per giunta assistita da Cesare Previti, pagandole una cifra ridicola, per giunta in azioni di una immobiliare non quotata che non valeva una cicca. Nel 1974 strinse un patto con Cosa Nostra tramite Marcello Dell’Utri e ingaggiò un mafioso doc, Vittorio Mangano, per travestirlo da stalliere e portarselo in casa come guardaspalle e tenerlo lì anche dopo che i carabinieri vennero due volte ad arrestarlo. Nel 1978 si iscrisse a una loggia massonica segreta deviata, la P2, poi sciolta dal Parlamento. Negli anni 80 accumulò un monopolio fuorilegge nella tv commerciale, facendosi poi legalizzare l’illegalità da due decreti Craxi, appena i pretori tentarono di fargli rispettare le regole.

Intanto mise in piedi un intero comparto riservato della Fininvest all’estero, accumulando centinaia di miliardi di lire di fondi neri esentasse su 64 società nei paradisi fiscali, con la consulenza dell’avvocato inglese David Mills. Con quei fondi teneva a libro paga svariati politici (al solo Craxi e solo nel 1991 girò 23 miliardi di lire in Svizzera) e diversi giudici romani che gli garantivano impunità e sentenze à la carte. Nel 1991 scippò a De Benedetti la Mondadori, il primo gruppo editoriale che controllava Repubblica, Espresso, Epoca, Panorama e vari giornali locali, grazie a una sentenza comprata dagli appositi Previti&C.. Nei primi anni 90 la Guardia di Finanza stava per scoprire i suoi reati fiscal-contabili e i suoi manager – ispirati chissà da chi – pagarono quattro mazzette a ufficiali e sottufficiali perché chiudessero un occhio. Poi andò al governo e, siccome stavano per arrestargli il fratello e vari manager per le mazzette alle Fiamme Gialle, varò il decreto Biondi per vietare le manette per corruzione. Siccome poi Mills doveva testimoniare ai processi All Iberian e Gdf, nel 1999 gli ammollò 600 mila dollari in nero perché mentisse ai giudici e – come scrisse lo stesso legale al suo commercialista – lo salvasse “da un mare di guai”.

Dal 2001 al 2006 tornò al governo per farsi solo i cazzi suoi, con una raffica di leggi anti-giudici e pro Mediaset. Ma qualche processo sopravvisse e allora lui, perse le elezioni del 2006, cominciò a comprare senatori (il dipietrista De Gregorio venne via per 3 milioni, di cui 2 in nero cash) per far cadere il secondo governo Prodi, tornare al governo e liquidare le ultime pendenze. Nel 2008 andò al governo per la terza volta e ricominciò. Poi saltò fuori il fiorente import-escort nelle sue varie ville e lui finì nei guai perché almeno una delle bungabunga-girl, Ruby, era minorenne, e lui aveva chiamato in Questura per farla rilasciare dopo un fermo per furto, spacciandola per la nipote di Mubarak. Condannato in tribunale, trovò in appello e in Cassazione giudici abbastanza spiritosi per assolverlo, complice anche la legge Severino che aveva cambiato la concussione. Intanto era così sicuro di essere innocente che iniziò a pagare una trentina di ragazze, temendo che dicessero la verità (di qui i nuovi processi per corruzione giudiziaria). Purtroppo gli andò male con la frode fiscale sui diritti Mediaset (7,2 milioni di euro, a fronte della mega-evasione di 368 milioni di dollari prescritta dalla sua Cirielli). Così, dopo 8 prescrizioni e 5 assoluzioni perché s’era abolito i reati, nel 2013 arrivò la prima condanna definitiva.

Pregiudicato, espulso dal Senato e affidato ai servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone, col braccio destro Dell’Utri in galera per mafia al posto suo e il braccio sinistro Previti condannato per corruzione giudiziaria e radiato dai pubblici uffici al posto suo, pensava di essere finito. Ma aveva sottovalutato gli odiati “comunisti”, sempre pronti a resuscitarlo. E anche la generosità di centinaia di giornalisti e milioni di italiani, che non sono affatto rincoglioniti. Anzi: sono come lui, o almeno vorrebbero tanto.

Gli eroi non sono tutti giovani e belli

Va bene l’elogio dell’uomo comune capace alla bisogna di imprese straordinarie. Ma una cosa è farci Sully, il resoconto del Miracolo sull’Hudson con Tom Hanks alla cloche del 2016, un’altra questo Ore 15:17 Attacco al treno, da oggi in sala: alla regia c’è sempre Clint Eastwood, eppure stavolta non si direbbe. Che la sua intenzione non fosse mitopoietica è evidente, ma l’87enne cineasta esagera: non solo a interpretare i tre eroi per caso ha voluto i veri ragazzotti, ma il film stesso sembra diretto da loro, tale è l’elementarità, l’irrilevanza e, persino, la sciatteria della regia.

La 37esima prova dietro la macchina da presa di Eastwood ripercorre la salvifica impresa di tre giovani connazionali, Anthony Sadler, la Guardia Nazionale dell’Oregon Alek Skarlatos e, primus inter pares, l’aviere della US Air Force Spencer Stone, che il 21 agosto del 2015 sventarono un attentato terroristico a bordo del treno ad alta velocità Thalys 9364 diretto a Parigi.

La sceneggiatura, a firma di Dorothy Blyskal, è desunta dal memoir (Rizzoli) degli stessi protagonisti, che è di questo poetico tenore: “Non appena realizza ciò che succede sul treno, Anthony sente il suo corpo cambiare. Rilascio di sostanze chimiche, vasocostrizione, sospensione dei sistemi non essenziali”. Vabbè. Succede che il 26enne marocchino Ayoub al-Qahzzani armato di kalashnikov, pistola, taglierino e 300 proiettili sta per compiere una strage a marchio Isis: dopo aver colpito un passeggero americano, Mark Moogalian, gli si para davanti una montagna di muscoli e coraggio che fa di nome Spencer…

In realtà, il film parla soprattutto di altro: se la colluttazione con Ayoub è anticipata con plurimi e rapidissimi flashforward, il background la fa da padrone, giacché Anthony il nero furbetto, Alek il piccoletto e Spencer il bianco slavato e cicciottello erano amici di scuola, vittime di bullismo, frequentatori abituali dell’ufficio del preside e, i due bianchi, accomunati da madri single e un ventilato disturbo dell’attenzione.

Per darvi un’idea, al confronto di questo excursus tra i banchi Dawson’s Creek potrebbe sembrarvi diretto da Eastwood, s’intende, quello dei precedenti 36 lungometraggi. Ma il peggio è da venire, e arriva su rotaia: i nostri stanno compiendo una sorta di Interrail in Europa, toccando Roma, Venezia, Berlino, Amsterdam e, appunto, Parigi con dovizia di selfie. Il loro bagaglio culturale è, eufemismo, a mano, e non hanno alcuna remora a mostrarlo: al Colosseo fanno pollice alto, pollice verso vagheggiando i leoni; uno dei bronzei Cavalli di San Marco se lo mangerebbero; Hitler – e almeno si sbeffeggia volontariamente il protagonismo Usa – l’hanno sempre inteso suicida nel Nido dell’aquila braccato dalle truppe Usa, e non a Berlino dai russi. Primaria responsabilità di Eastwood, poi, è la rappresentazione del nostro Paese: tra Volare in sottofondo, l’upskirt di una albergatrice e i bagordi notturni organizzati da una “Perversion Excursion”, Ore 15:17 va messo con To Rome with Love di Woody Allen e Eat Pray Love sul podio della peggiore “Italia vista dagli americani”. Che si salva? Nulla, e il fondo registico viene toccato con i controcampi finti alle vere riprese del presidente francese Hollande che appunta la Legion d’Onore ai salvatori della patria. L’involontaria iconoclastia travolge proverbiali certezze: gli eroi non son tutti giovani e belli; a eroe donato non si guarda in testa; sfortunato il film che ha bisogno di eroi. Buona la prossima, Mr. Eastwood.

Lo Stato Sociale sono dei paraculi, gli Elii insipidi

 

Fabrizio Moro e Ermal Meta

Mettendoci la mano sul fuoco sulla buona fede dei due, l’“autocitazione” di un altro brano dell’autore Andrea Febo sembra una di quelle “romanelle” con cui si cerca di vendere come nuova una vecchia macchina. Peccato: il pezzo sul terrorismo non è retorico, e pare sincero.

Voto 7.5

 

Lo Stato Sociale

Vincessero, dovrebbero ringraziare la De Filippi, i Coldplay e Gabbani. La vecchietta acrobatica era stata già vista a Tu sì que vales e una sua consimile volteggiava nel video di The Hardest Part. Per il resto sfornano versi paraculi da hashtag come il trionfatore del 2017.

Voto 7+

 

Vanoni, Pacifico e Bungaro

Provate voi ad andare all’Ariston a 81 anni a competere con quei mocciosi da social. Con quel po’ po’ di carriera alle spalle, Ornella impartisce lezioni a tutti, e non sembra meno giovane di Baglioni, ormai sosia di Balestra.

Voto 7

 

Mario Biondi

Uno sa cantare e invece di ammaliarti ti fa pesare il talento. All’Ariston non si va come se fosse un jazz club di Chicago. Fa il crooner avvolto in un fumo densissimo: quello di un pezzo inafferrabile.

Voto 5

 

Elio e le Storie Tese

Chi vuole ritirarsi prenda esempio da Totti, che saluta la brigata e poi continua a tirare mine da paura per puro divertimento. Gli Elii fanno concerti d’addio e poi insistono con insipidi “arrivedorci”. E non c’è niente da ridere.

Voto 4

 

Facchinetti e Fogli

Come sopra. I Pooh svelino il giochino dietro la loro finta diaspora e si ricompongano, liberando anche posti in gara. Con pezzi così, il pubblico prenderà a mormorare “Dio delle città”. E parrà una bestemmia, non un rimpianto.

Voto 2

Da Salvini a Gasparri: un tweet allunga le ugole dei politici

In genere sono vigili urbani o carabinieri di complemento. Li osserviamo nei collegamenti televisivi porsi sul ciglio dell’inquadratura nella speranza che il loro capoccione entri nello schermo. La televisione è potente e il piacere di farsi riconoscere al bar dagli amici resta indiscutibile. Quando c’è Sanremo il disturbatore di turno però sale di grado e diviene il politico che ritenendo vitale la propria presenza nello show più popolare d’Italia rifiuta la legge della fisica sulla impenetrabilità dei corpi e manovra per imbucarsi.

L’esito – largheggiando con i sentimenti – varia spesso sui diversi caratteri della compassione. Ora noi siamo abituati a tutto da Maurizio Gasparri, perciò la sua prova canora, perfettamente stonata, a Un giorno da pecora (Radio Uno) è nella coerenza del personaggio che contrasta al famosissimo Antonio Razzi (anch’egli naturalmente presente al parallelo confronto canoro), già senatore ora solo caratterista, la palma del migliore. Nella gara, e chissà perché, entra Liberi e Uguali. Con un tweet rispondono a Fiorello che sul loro nome aveva scherzato per un nanosecondo: mi ricorda lo shampoo, liberi e belli. Lo shampoo si chiamava Libera e Bella e Grasso, se proprio, avrebbe dovuto puntualizzare. Invece è comparsa la sua faccia da preside e la scritta: si, anche belli!

Se non hai la battuta pronta è meglio che fai lo snob e parli di coesione territoriale. Carlo Calenda, ministro irrequieto e snob, ha pensato di imbucarsi facendo lo snob. Quindi ha scritto su twitter che, per non fare lo snob, ha visto Sanremo, appuntamento al quale mancava dal tempo degli Spandau Ballet, perché lui mica perde tempo con i Pooh. Apriamo parentesi: questi benedetti Pooh si sono divisi e sono cascati, senza un perché, sull’Ariston come quelle bombe a grappolo, arma dai micidiali effetti collaterali, sparati da Baglioni (chi, Gentiloni?) contro il popolo in festa. Ovunque morti e feriti. Ho capito, vi state chiedendo: e Salvini cosa ha fatto? Poteva lui lasciare sgombro il campo? Nossignore. Se non lo fermano è previsto che venerdì sera si agganci col suo corpo al mignolo della mano di Elisa Isoardi, la compagna conduttrice televisiva che ha ottenuto i biglietti d’accesso. “Lei va per lavoro, io l’accompagno”. Salvini trasporterà con la mano che gli resta libera una copia de L’Alpino, rivista delle penne nere momentaneamente offese da una frase di Claudio Baglioni: “Questo festival non sarà un raduno degli alpini”.

Non sappiamo, né possiamo prevedere se Salvini con un alpino di pezza da consegnare a Baglioni sfonderà il servizio d’ordine, si aggancerà a un cordolo del teatro o sceneggerà un’altra performance. Siamo in campagna elettorale e tutto è possibile. Quel che possiamo dire è che la gara tra lui e Di Maio è impari per quest’ultimo. Il cinquestelle, inorgoglito da una frase di Fiorello che lo ha definito il top boy di Orietta Berti, ha detto compiaciuto: “Lo prendo come un augurio”. L’imbucato toy boy è felice così. Resta da capire come si imbucherà Silvio Berlusconi.

Restano troppi giorni ancora da coprire e se lo share continuerà a dare soddisfazioni alla Rai bisognerà attendersi una massiccia trasfusione di metafore e purtroppo di ugole da Montecitorio a lì.

Intanto Ornella Vanoni ha dichiarato di votare per Emma Bonino. Può anche accadere che la signora Bonino, per empatizzare, canti l’Eternità.