“Lui chi è”? Il mistero (semplice) di Tommaso Paradiso sul palco

“Lui chi è?” canta Tommaso Paradiso, il frontman della band romana Thegiornalisti, all’inizio di Completamente, il singolo che li ha consacrati al successo e ha permesso a Tommaso, tra le altre cose, di calcare il palco della serata di apertura del Festival di Sanremo 2018 a fianco di Gianni Morandi. “Lui chi è?” è anche la domanda che molti si sono fatti vedendo Tommaso Paradiso sul palco del Festival di Sanremo 2018 a fianco di Gianni Morandi.

Non ancora così noto al grande pubblico, se con il grande pubblico intendiamo quelli che hanno assistito agli esordi di Ornella Vanoni, c’è però da dire che Tommaso Paradiso è il personaggio del momento da almeno un anno, tanto nelle classifiche musicali quanto sui social, protagonista di uno dei dibattiti più accesi e polarizzanti del web. Tanto che la maggior parte di quelli che non si sono chiesti “Lui chi è?” hanno invece esclamato “Ma perché c’è lui?”, in modo molto meno elegante ovviamente.

Il trentaquattrenne cantante romano è oggetto di amore viscerale e contemporaneamente di malsopportazione cosmica come pochi altri personaggi dello spettacolo. I detrattori non gli perdonano nulla, a partire dalla discografia recente incentrata sullo sdoganamento delle sonorità peggiori e plasticose degli Anni 80 alle rime che sembrano gli scarti dei pezzi più brutti di Luca Carboni, dall’esaltazione del trash della cultura sempre anni 80 agli screenshot delle sue chat con Jerry Calà (che poi è la stessa cosa), dalla boria con cui si definisce “icona di stile” sui Magazine al feticismo per Vasco Rossi.

I fan, invece, lo venerano per i motivi più disperati: sogno erotico di metà della popolazione femminile e non solo femminile italiana, che vede in lui il ragazzo che non è il più bello in assoluto, ma quello “che ci sa fare”, quello con le parole giuste, i giri giusti, capace di sfondare le classifiche estive con un brano che si chiama Riccione e di riportare almeno due generazioni ai loro ricordi più belli dell’estate passata “sotto il sole” della riviera romagnola, un cantante che non ha bisogno di usare parole difficili per descrivere emozioni semplici. Uno che non è neppure troppo intonato, ma neanche Jovanotti lo è mai stato e “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”.

Ammetto di aver dovuto usare delle ardite perifrasi per capire i motivi per cui possano piacere Tommaso Paradiso e i Thegiornalisti nonostante, a dire il vero, a me piacciano. Mi piace lui, Tommaso, e so di essere in buona compagnia, visto che falcia conquiste femminili nel mondo dello spettacolo come un contadino falcia il grano nel Mantovano. Che come metafora fa abbastanza schifo, lo so, ma in una canzone di Tommaso, ve lo garantisco, spaccherebbe.

“Non ho brutti voti da tutti. Io pronto a imitare Benigni…”

Un quattro, un quattro abbondante. Un cinque (anche) dal nostro Stefano Mannucci. Una sufficienza. Un sette. Le pagelle del giorno dopo l’esordio sanremese di Mario Biondi, gli infliggono un trattamento in stile “benino nel primo quadrimestre”, quando i professori poi sottintendono “lo studente si deve impegnare di più”. E non spaccare il collegio riunito.

È a rischio l’anno scolastico.

Ci sta. Non me la prendo molto, e neanche a dire ‘sono abituato’: a scuola non ho mai ricevuto dei voti bassi.

Realmente non se la prende?

Mi fanno male le motivazioni, non il voto in quanto tale; mal tollero le invettive gratuite, l’accanirsi, il cercare lo stupore a ogni costo. I personalismi.

Le hanno rovinato l’esordio…

No! Assolutamente. Sono salito sul palco e l’ho vissuto da innamorato: del contesto, della canzone, dell’orchestra, di Beppe Vessicchio…

Beppe Vessicchio osannato dal pubblico.

E ci credo, lui è un punto di riferimento in generale, per me nel particolare: quando ho qualcosa di nuovo, pure un dubbio, lo chiamo e so di poter ricevere una risposta franca, mai banale; un giudizio competente. E poi è una persona modesta, il che non guasta.

Restano alcune critiche alla sua performance e voti alti: ha spaccato la critica.

Non so il motivo, qualcuno mi ha consigliato di invitare un po’ di persone a cena.

A pancia piena si ragiona meglio?

Magari è così.

Lei prima di salire sul palco…

Momento unico, posso riviverlo al rallenty.

Con timori…

L’unica preoccupazione era quella di risultare fuori dagli schemi, magari anacronistico; invece credo di aver portato un brano figlio di questo tempo, uno di quelli a ‘rilascio lento’, in grado di crescere con il correre delle stagioni.

Magari con l’ascolto dell’album completo (esce il 9 marzo) si comprenderà meglio il progetto.

Forse, ma il mio brano (Rivederti) nasce come esperienza a sé, dedicata a chi da tempo mi chiede di cantare in italiano.

Il suo toto-vincitore?

Non le ho ascoltate bene e tutte, mi piace il brano di Ron.

Lo stesso Rosalino Cellamare non è stato trattato bene da tutti i critici…

Meglio di me!

Succede.

Comunque il suo pezzo mi è piaciuto da subito.

Si sta divertendo?

Tantissimo. Visto il caos che normalmente vivo dentro casa (ha otto figli, ndr), qui è una passeggiata, una gita fuoriporta.

Per la sua numerosa prole, sul palco al Dopofestival l’hanno definita “un coniglio”.

Ed è un peccato che la televisione permetta certe maleducazioni: è una sorta di luna park, dove è quasi necessario tirare fuori una parolaccia o un’allusione. Ribadisco: il problema è della Tv in generale, non solo di Sanremo.

Pronto il riscatto?

Domani sera mi esibisco con due artisti brasiliani, Ana Carolina e Daniel Jobim. Vedrete.

Alzeremo la media-voto?

E magari farò come Benigni alla notte degli Oscar: salirò in piedi sulle poltrone per attraversare la platea.

Lei è altissimo, rischia il sette in condotta.

(Ride, una risata piena e tranquilla) Sono pronto.

Fare da spalla a Rosario Fiorello: scelta da “saggio”

La scala che viene giù come un’astronave, un istante di vuoto, poi la discesa: le paure di Claudio Baglioni si sono materializzate tutte, martedì, scendendo quei gradini. Il viso tirato – i maligni sostengono artificialmente – gli occhi stretti, la bocca serrata a mal celare emozione e tensione. Chissà se in quel momento ha pensato alle lunghe settimane trascorse senza decidersi ad accettare, ai consigli richiesti ai suoi storici collaboratori, alla paura delle percentuali. Non “Tutto in un abbraccio”, ma tutto nelle sue mani. Anche la scelta, “saggia” per chi lavora con lui, di diventare la spalla di Fiorello. Una scelta, non un’incapacità. Perché il dittatore è uomo di mondo e sa cos’è meglio per lo show. Un po’ come il capitano di una squadra che sa sempre quando e a chi passare la palla.

Sanremo, oltre lo share arriva la (solita) gaffe

E niente: il Natale della tv italiana resiste, resiste, resiste. Al tempo, alle formule diverse, ai conduttori che si avvicendano. Ogni anno batte il proprio record: la prima serata di Sanremo è stata seguita in media da 11.603.000 telespettatori con il 52,1% di share. Un risultato di quasi due punti più alto di quello ottenuto lo scorso anno dalla prima serata del terzo festival di Conti, che registrò, in coppia con Maria De Filippi, in media 11.374.000 telespettatori e il 50,37% di share. Per trovare un dato medio così alto bisogna tornare indietro di ben 13 anni, all’edizione di Paolo Bonolis nel 2005, che ottenne il 54,78%. La cosa è ancor più straordinaria se si pensa che in questi ultimi anni la tv generalista ha avuto un’emorragia costante di telespettatori. Certo, il risultato è drogato dal Viagra Fiorello, di quanto lo capiremo stamattina quando avremo i dati della seconda serata (che è stata come da previsioni quasi esclusivamente musicale, perfino con Franca Leosini). Bisogna dire che dove martedì c’era la classe di Fiorello, ieri abbiamo dovuto assistere a un numero da asilo Mariuccia (con la canzone di Biancaneve).

L’operazione di portare lo showman all’Ariston (al di là della gag sul messaggio strappacuore di Baglioni, sappiamo che il risultato l’ha portato a casa il direttore generale Mario Orfeo) si è rivelata più che vincente: così tanto che c’è una non remota possibilità che torni per chiudere in bellezza sabato. Scampato il pericolo di un debutto flop, ieri la Rai ha avuto un grattacapo non da poco. Non mi avete fatto niente, la canzone dei superfavoriti Ermal Meta e Fabrizio Moro (scritta con un terzo autore, Andrea Febo) è al centro di un polverone, ci sia consentito dire, davvero maldestramente gestito dalla Rai. Il refrain non sarebbe inedito, perché compare in un altro brano scritto da Febo, Silenzio di cui fino a due giorni fa esisteva un video sul sito della Rai perché era stato presentato (e poi scartato) alle selezioni di Sanremo giovani 2016 da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali. Il link è stato rimosso subito dopo che un collega del Corriere, ospite del Dopofestival, aveva svelato il caso. Secondo la Rai la rimozione, è avvenuta “perché era già stata chiesta”. In un primo momento i vertici di Viale Mazzini hanno minimizzato, dicendo che non c’era nessun problema. Poi dopo un lungo confronto (i dettagli a pagina 13) con i giornalisti, la Rai ha preso tempo, per valutare la situazione in relazione al regolamento, che comunque si potrebbe modificare (c’è una “norma di chiusura”). Il direttore di Rai Uno Angelo Teodoli ha però puntualizzato: “Non è una buona cosa fare modifiche al regolamento con il festival in corso. Ci ragioneremo. Cercheremo di essere il più garantisti possibili nei confronti di artisti che si sono presentati in gara”. Specificando che “non è il caso di fare gli azzeccagarbugli”. Ma qui si tratta di regole: o valgono o no. Era tutto così a posto, che nel pomeriggio l’Ufficio stampa Rai ha fatto sapere che l’esibizione di Ermal Meta e Fabrizio Moro, prevista ieri sera, era stata “sospesa”: “L’organizzazione del festival d’accordo con il direttore artistico ha deciso di prendere tempo in attesa di approfondimenti tuttora in corso sulla vicenda della presunta violazione del regolamento del festival”.

Al loro posto si esibirà Renzo Rubino. Un’ora dopo la nota viene, sic, integrata, al grido di “le parole sono importanti”: l’esibizione viene “rinviata”, non sospesa. Risponde sui social network anche Ermal Meta, rigettando l’accusa di plagio: “Abbiamo mantenuto una parte di quella canzone per non sacrificare qualcosa di bello (l’abbiamo raccontato in più interviste) e insieme abbiamo scritto una nuova canzone con un significato completamente diverso. Siamo molto dispiaciuti di quello che sta accadendo perché non siamo venuti al festival a prendere in giro la gente, ma per abbracciarla. Siamo sicuri che tutto andrà per il meglio”.

Tesco , 4 miliardi alle donne per decenni di sotto-paghe

La rivolta delle donne per la parità stavolta colpisce Tesco e colpisce dove fa più male: il portafoglio. Il colosso britannico dei supermercati – 460 mila impiegati, quasi 7000 punti vendita nel mondo – rischia di dover pagare fino a 4 miliardi di sterline in compensazioni per discriminazione salariale. A presentare reclamo, tramite Leigh Day, studio legale specializzato in casi simili, sono 100 commesse: sostengono di guadagnare fino a 3 sterline l’ora meno dei colleghi magazzinieri. Di base, gli addetti al negozio prendono da 7,52 a 8 sterline l’ora, mentre quelli del magazzino, a seconda dell’anzianità e del tipo di turno, da 8,50 a 11 l’ora. È una differenza di quasi 5.000 sterline l’anno, su stipendi medi che vanno dai 13 mila ai 16 mila l’anno. E il sospetto della discriminazione di genere è fondato, visto che quasi tutte le impiegate lavorano in negozio, non in magazzino. Ripartizione tradizionale dei ruoli? Le commesse non ci stanno, sostengono che le mansioni sono diverse ma il loro valore equivalente e, a parità di lavoro, pretendono parità di stipendio e gli arretrati degli ultimi sei anni, come previsto dalla legge britannica: 20 mila sterline ciascuno, per quasi 200 mila lavoratori.

Se un tribunale dovesse giudicare il reclamo fondato, sarebbe una delle compensazioni salariali più costose della storia e un clamoroso precedente, in un Paese che con il pay gap, la discriminazione salariale di genere, deve ancora fare i conti anche ai livelli professionali più alti. È in difficoltà perfino la Bbc, dopo la denuncia, da parte di giornaliste, presentatrici e produttrici, di differenze di stipendio imbarazzanti e ingiustificate con vicini di scrivania dalle mansioni identiche, ma con l’unico merito di essere maschi.

E non è un caso che proprio la Bbc abbia raccontato per prima la vicenda, con interviste a due delle impiegate coinvolte nel reclamo, che hanno avuto il coraggio di metterci la faccia. Come Kim Element, 56 anni, 23 da commessa per Tesco, che ha aderito all’azione legale dopo che le era stato ridotto lo stipendio, mentre quello dei magazzinieri nel turno di domenica restava doppio. Per ora, gli avvocati hanno chiesto gli arretrati tramite il servizio di conciliazione, ma casi analoghi che coinvolgono altri grandi distributori, anche se con numeri molto inferiori, sono arrivati di fronte al giudice del lavoro. Tesco ha dichiarato di non aver ricevuto comunicazione ufficiale del reclamo, ma ha annunciato che valuterà eventuali modifiche alle retribuzioni. Siamo andati a mettere il naso in alcuni punti vendita Tesco: risposte a mezza bocca, nessun commento, l’arrivo quasi immediato del manager che avverte: devi mandare una email all’ufficio, lo staff non può parlare in negozio. Però Aisha sta per staccare, si ferma a parlare. Dimostra una quarantina d’anni. “Farai reclamo?”. Si volta di scatto: “You bet I will”. Ci puoi scommettere.

Lo sgarbo degli indipendentisti corsi e il contentino di Macron agli isolani

È stata la prima visita di Emmanuel Macron in Corsica. In una data non scelta a caso: i vent’anni dell’assassinio del prefetto Claude Érignac, ucciso a Ajaccio il 6 febbraio 1998 dai militanti del Fronte di liberazione nazionale corso. Omicidio per il quale è stato condannato all’ergastolo l’indipendentista Yvan Colonna. Visita che arriva anche in un momento delicato, in cui il vento nazionalista sull’isola ha ripreso vigore dopo il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 2017.

Qui però il sogno dell’autodeterminazione è stato per ora riposto nel cassetto. Più che di indipendenza si parla di maggiore autonomia. Ma la Corsica ha sete di riconoscimenti. Alle ultime elezioni territoriali, lo scorso dicembre, la coalizione nazionalista dell’autonomista Gilles Simeoni (che è stato l’avvocato di Yvan Colonna) e dell’indipendentista Jean-Guy Talamoni ha ottenuto la maggioranza dei voti (56,5%). Da allora a Parigi la questione corsa è stata presa a cuore. La senatrice Jacqueline Gourault, 67 anni, è stata nominata madame corse del governo per occuparsi dei rapporti con l’isola.

L’attesa della visita di Macron ha anche alzato le aspettative dei corsi. L’atmosfera si era fatta tesa. Due giorni prima i nazionalisti avevano preparato il terreno. I due uomini forti dell’isola, Simeoni e Talamoni, rispettivamente presidente del consiglio esecutivo della Collettività unica corsa e presidente dell’assemblea, avevano lanciato un appello a scendere nelle strade di Ajaccio, e tra 20 mila e 40 mila persone (a seconda delle fonti) li avevano ascoltati. “Si sta aprendo una finestra storica per uscire dalla logica del conflitto”, aveva detto Simeoni. Ma sin da martedì Macron, con parole dure, paragonando l’omicidio di Érignac agli attentati islamisti, un “vile omicidio che ha sporcato la Corsica”, ha risposto picche a una delle principali rivendicazioni dei nazionalisti: no all’amnistia ai detenuti “politici” corsi.

Per tutta risposta i due leader locali hanno boicottato il pranzo “repubblicano” di ieri a Bastia con il capo dell’Eliseo rendendo la rottura con Parigi sempre più vicina. Anche il discorso di ieri pomeriggio ha deluso le aspettative dei corsi.

Macron ha detto ancora no. No, la lingua corsa non verrà riconosciuta come lingua ufficiale. “La République ha una sola lingua, il francese” ha affermato, senza chiudere la porta al bilinguismo. No, non sarà creato uno statuto di residenza corsa. Una richiesta dei nazionalisti contro l’“invasione dei continentali” che vieterebbe ai non-corsi di acquistare casa e terreni sull’isola. Viene promesso un aiuto nella lotta contro la speculazione edilizia. No, non sarà neanche riformato il regime fiscale dell’isola.

Macron accetta solo di aprire un dibattito perché venga inserita la “peculiarità” della Corsica, per il suo carattere insulare, nella Costituzione. Un contentino che ai nazionalisti però non basta. Per Simeoni la visita presidenziale è stata solo “un’occasione persa”. “La Corsica è stata umiliata” ha aggiunto Talamoni. E avverte: “I corsi sono con noi e resteranno mobilitati”.

The Donald ordina una parata militare. I Dem: “Ormai si crede come Napoleone”

Il presidente Donald Trump vuole una parata militare come quella di Parigi (14 luglio) e il Pentagono conferma: potrebbe tenersi il prossimo novembre in occasione delle manifestazioni per il centenario dalla fine della Prima guerra mondiale. Non tutti sono concordi: “Si crede sempre più Napoleone” dicono i Democratici. “È solo uno spreco di denaro, cosa ne viene agli americani?” afferma Jackie Speier. Ruben Gallego, deputato dell’Arizona, spiega che i veterani come lui hanno servito e vogliono continuare a servire il Paese “in nome di un ideale, non di un aspirante dittatore”. “Invece di inventarsi le parate, Trump dovrebbe dimostrare il sostegno alle forze armate con una strategia coerente in Corea del Nord o in Afghanistan e in Siria”, incalza un altro deputato-veterano, Ted Lieu. Anche nelle forze armate ci sono voci di dissenso. “Abbiamo cose molto più importanti da fare che questo diavolo di parate – ha detto al magazine Politico il generale Mick Bednarek, che ha guidato le truppe contro l’Isis – abbiamo già il Veteran day e il Memorial day non abbiamo bisogno di spendere altri soldi dei contribuenti”.

È un Merkel IV targato Spd. Berlino, sterzatina a sinistra

La maggioranza degli sconfitti continuerà a governare la Germania. Dopo un prolungamento di due giorni ed al termine di una nuova lunga notte di negoziati, Cdu, Csu e Spd hanno trovato un accordo sugli ultimi grandi temi (e sulla destinazione delle poltrone) per prolungare la vita della Grosse Koalition (GroKo), bocciata dagli elettori lo scorso 24 settembre.

Nella scorsa legislatura disponeva del 75% dei seggi, in questa “solo” del 56% (399 su 709). Ma sulla strada per la formazione del nuovo esecutivo guidato da Angela Merkel, il quarto e quasi certamente l’ultimo, pesa l’incognita del referendum degli iscritti al movimento socialdemocratico. La consultazione si terrà fra il 20 febbraio ed il 2 marzo: i risultati verranno ufficializzati il 4 marzo. Come nel 2013, la Corte Costituzionale non ha avuto da eccepire al referendum. Dall’inizio dell’anno i tesserati sono 24.300 in più ed hanno superato quota 460.000. I nuovi affiliati sono probabilmente quelli che hanno aderito all’invito dei giovani socialdemocratici, fieri oppositori della decisione di rianimare la GroKo che ha lasciato il partito boccheggiante poco oltre il 20%.

Martin Schulz, l’ex presidente dell’Europarlamento accolto come l’uomo della provvidenza consacrato leader all’unanimità con un voto spettacolare appena un anno fa, è già oggi il parafulmine di ogni insoddisfazione. È l’uomo che dopo l’umiliante sconfitta aveva dirottato la Spd all’opposizione, chiudendo la porta a possibili trattative per formare un nuovo governo.

È lo stesso uomo che aveva escluso che sarebbe entrato a far parte di un esecutivo guidato dalla cancelliera. Ed è lo stesso uomo, peraltro sollecitato dal presidente della Repubblica Frank Walter Steinmeier, che ha accettato di negoziare per la GroKo, che ne ha difeso l’intesa preliminare e che, se gli iscritti avalleranno l’intesa, diventerà il nuovo ministro degli Esteri. È uno dei tre dicasteri di peso che la Spd è riuscita a farsi assegnare: gli altri sono il Lavoro e, soprattutto, le Finanze, che dovrebbero andare al primo cittadino della città-stato di Amburgo, Olaf Scholz.

Per un partito umiliato dal voto (e anche dai più recenti sondaggi) tre ministeri così (più altri tre) rappresentano un riconoscimento importante. Sigmar Gabriel verrebbe dirottato in Europa come commissario: nel governo continentale, la Germania è attualmente rappresentata da un esponente dell’Unione.

Il tributo personale di Schulz, il candidato le cui truppe si sono dileguate nel giro di pochi mesi, rischia di essere alto: lascerà il suo ruolo di leader all’ex ministro del Lavoro, Andrea Nahles, e si dovrà accontentare di essere un ministro viaggiante senza il titolo di vice-cancelliere, che dovrebbe andare a Scholz a conferma di nuovi equilibri interni alla Spd.

I bavaresi della Csu hanno ottenuto il pesante ministero degli Interni, fra l’altro potenziato con l’Edilizia ed un più ampio concetto di “patria” (“qualsiasi cosa questa definizione voglia dire”, ha ironizzato Dietmar Bartsche, uno degli esponenti di spicco della Linke). A dirigerlo sarà Horst Seehofer, che il partito manda a Berlino perché a Monaco verrà sostituito da Markus Söder.

Nella ripartizione dei ministeri, al partito della cancelliera torna l’Economia e rimangono, tra gli altri, Sanità e Difesa (dovrebbe venire confermata Ursula von der Leyen).

L’accordo “costerà” alla Germania una sessantina di miliardi (la Bild Zeitung ne ha contabilizzati addirittura 100). È un oneroso compromesso tra sconfitti, che per evitare lo spettro di nuove elezioni hanno ancorato l’accordo sia al timore di perdere ulteriori consensi che alla paura di una nuova avanzata della Alternative für Deutschland; Alexander Gauland è stata durissima nel commentare l’intesa: “Come ha detto Lindner (il segretario dei liberali, ndr) non governare è meglio che governare”, ha commentato. A giudizio di Gauland la Cdu è ormai “per così dire una scatola vuota”.

Che il partito avrebbe accettato di spogliare di contenuti per mantenere la Merkel alla cancelleria e per timore del voto degli iscritti della Spd.

Il Dolce Stil alcolico dei giovani fiorentini

Dopo le due studentesse americane stuprate la notte tra il 6 e il 7 settembre, a Firenze si è consumata una nuova violenza sessuale in un locale. Sempre in quei giorni di settembre, ma la vicenda è emersa solamente mercoledì con l’arresto del responsabile: uno studente 22enne di origini albanesi in città con una borsa di studio. La ragazza, questa volta, è una minorenne di 17 anni. E anche stavolta la vittima era ubriaca. “Barcollava, è stata trascinata in uno sgabuzzino, non riusciva neppure a camminare”, hanno raccontato i testimoni, suoi coetanei, compagni di scuola.

Ubriaca. Drammaticamente ubriaca, hanno confermato gli esami. Proprio per questo al 22enne è stata contestata la violenza aggravata. Così come nel caso delle due studentesse americane, la consulenza tossicologica ha accertato il grave stato d’alterazione.

Più dei cantieri e della prostituzione, più della criminalità e dell’immigrazione, il vero problema della città di Firenze sembra essere l’alcol. E che si tratti di una vera emergenza lo confermano i dati del Centro alcologico regionale dell’ospedale di Careggi (Car), diretto da Valentino Patussi: 4 mila casi all’anno nella sola città, tra i 40 e i 60 ogni fine settimana. “E c’è un costante incremento del 20-25% annuo di casi tra i giovani d’età compresa tra i 18 e i 25 anni, mentre l’incremento tra i minorenni è del 10-15% annuo”, spiega Patussi. Il problema? Carenza dei controlli sui locali e sul divieto di somministrazione. Già, chi ha venduto alla 17enne l’alcol? Il Dolce Zucchero di via de’ Pandolfini, locale con numerose denunce per casi di aggressioni, spaccio, droga. Già chiuso per 20 giorni nel 2015 a seguito di una rissa. Lo scorso aprile il portiere di notte dell’adiacente Borghese Palace Art Hotel è stato colpito con una testata da uno sbandato, palesemente ubriaco, che dal locale voleva entrare in albergo. Non si contano le segnalazioni dei residenti. Una condizione che riguarda l’intero centro storico.

Appena due settimane fa in San Jacopino alcuni ubriachi hanno distrutto i vetri di 15 auto parcheggiate. Altre sei pochi giorni prima in via Ponte alle Mosse. In via Aretina, sempre a metà gennaio, i carabinieri sono intervenuti per una delle tante risse. E poi in piazza Santa Croce, in san Frediano, ovunque. Basta scorrere l’elenco degli interventi delle forze dell’ordine e quelli del 118. Nei weekend sembra un bollettino di guerra. Per farsi un’idea è sufficiente una ricerca sui siti dei giornali locali: movida, alcol, Firenze. Si scoprono decine e decine di locali con storie simili. Questa volta è toccato al Dolce Zucchero. Qui, nello sgabuzzino, è stata violentata la 17enne. La ragazza era lì per una festa organizzata da suoi coetanei per l’inizio dell’ultimo anno del liceo. Per lo più minori.

La crociata anti-lucciole persa: in quattro mesi solo 24 multe

Lui continua a chiamarlo “modello Firenze”, nella speranza forse di esser preso sul serio. Ma in realtà l’ordinanza anti prostituzione emessa lo scorso settembre dal sindaco Dario Nardella ha portato solo un paio di ricorsi al Tar contro il Comune e la rivolta dei sindaci dell’hinterland dove le lucciole si sono trasferite inizialmente, temendo gli effetti del provvedimento da sceriffo del primo cittadino che minacciava multe fino a 206 euro e il carcere per i clienti fino a tre anni. Presto tutto è tornato alla normalità. Basta fare un giro da viale Redi a via Forlanini, da viale Nenni alle Cascine. Solo in viale Guidoni, dove solerti vigili urbani di Palazzo Vecchio a settembre contarono 18 prostitute, il numero sembra ridotto. Del resto i dati del Comune aggiornati allo scorso gennaio sono chiari: in poco più di quattro mesi sono stati denunciati 24 avventori, pizzicati dagli agenti della polizia municipale e solamente in un caso è stato disposto il sequestro dell’auto: l’unico trovato appartato in auto con una prostituta. Eppure ancora lo scorso 23 gennaio, in un’intervista a Lady Radio, Nardella annunciava: “La nostra ordinanza che punisce i clienti funziona, il sindaco di Bologna mi ha detto che la replicherà nella sua città”. Immediata è arrivata la smentita dal primo cittadino emiliano, Virginio Merola, anche lui del Pd. “Nardella ha detto che intendo replicare a Bologna l’ordinanza che prevede multe per i clienti delle prostitute. Non è esattamente così. A lui ho chiesto le ordinanze che ha firmato in materia di sicurezza, compresa quella sulla prostituzione, per avere spunti di lavoro. Non intendo però applicare a Bologna un’ordinanza che multi i clienti delle prostitute”. Anche il sindaco di Prato, Matteo Biffoni, dopo un iniziale entusiasmo nei riguardi dell’ordinanza, ha poi fatto marcia indietro dichiarando che “la città ha già gli strumenti adeguati”. Insomma, non proprio un successo. Tanto che la stessa giunta fiorentina ha deciso di ridurre la durata del provvedimento e limitarla ai primi sei mesi, quindi a marzo Palazzo Vecchio stilerà un bilancio e valuterà se rinnovarla o meno.

Sempre che nel frattempo non arrivino le pronunce del tribunale amministrativo al quale si è appellato per primo l’avvocato Francesco Bertini ritenendo l’ordinanza “incostituzionale e contraria al decreto Minniti”. Secondo il legale il provvedimento “viola le leggi dello Stato e trasforma Firenze in un mondo a parte”. Il riferimento è alla possibilità prevista nell’ordinanza di accompagnare alla classica sanzione pecuniaria al cliente anche una denuncia penale, materia “che la Costituzione riserva allo Stato” non ai sindaci “e che attiene alla sicurezza e ordine pubblico”. Anche Pia Covre, storica segretaria del comitato per i diritti delle prostitute, ha annunciato più volte ricorso al Tar, dicendosi certa che sarà abrogata come accaduto sei anni fa con il pacchetto sicurezza Maroni. Secondo Covre, Nardella, “viola la legge Merlin che non prevede punizioni né per le prostitute, né per i clienti”. Al portale StampToscana, ha spiegato nel dettaglio: “Chiaro che induzione, favoreggiamento, sfruttamento della prostituzione sono reati gravissimi e devono essere puniti. Ma vendere e acquistare prestazioni sessuali non è proibito dalla legge. Né all’aperto, né al chiuso. Il paradosso è che a Firenze si puniscono clienti non punibili secondo la legge nazionale, in base a un’ordinanza locale”.

Insomma, a distanza di quattro mesi dall’entrata in vigore dell’ordinanza, la strada intrapresa dal sindaco non sembra aver convinto né portato ai risultati sperati. Salvo considerare che Firenze non ne avesse poi così bisogno. Lo stesso Nardella, va detto, era propenso ad adottare provvedimenti alternativi. In un’intervista a Radio 24, subito dopo aver indossato i panni da sindaco sceriffo, guardò con favore alla riapertura delle case chiuse e in merito disse: “Sarebbe corretto che il Parlamento, nella prossima legislatura, potesse prendere in esame pro e i contro”. In questo ambito, ha proseguito, “ci sono paesi che applicano misure legate ai quartieri a luci rosse, oppure le case chiuse”. Il suo segretario, Matteo Renzi, non l’ha preso in considerazione. Ma Nardella potrebbe scegliere di sostenere l’altro Matteo, il segretario della Lega Salvini che anche pochi giorni fa ha ribadito la volontà di “regolamentare e tassare le prostitute riaprendo le case chiuse”. Anche perché, visti i numeri delle multe, l’ordinanza non sembra aver ottenuto grandi effetti.