Il sex toy con i soldi della Regione non è reato. Parola del Tribunale di Bologna, che ha assolto l’ex consigliera regionale del Pd Rita Moriconi. Nel 2010 aveva presentato ben due scontrini per il rimborso di 83 euro spesi per un vibratore. Per i giudici “manca l’elemento psicologico del reato”. In soccorso della Moriconi era arrivata la testimonianza di un suo collaboratore, che si era assunto ogni responsabilità: sarebbe stato lui ad acquistare l’oggetto per regalarlo a un amico, inserendolo per errore tra le spese da rimborsare. “Non vi è dubbio – si legge nella sentenza – che siano state presentate due richieste di rimborso per il medesimo bene e che l’imputato abbia di fatto vistato la richiesta del suo collaboratore, così consentendo allo stesso di avere il duplice rimborso per una spesa estranea al ruolo”. Ma si tratta “di un caso in cui è certamente carente l’elemento psicologico del reato”. Assolto anche un altro consigliere dem, Thomas Casadei, che si era fatto rimborsare 1,40 euro per un bagno pubblico. “Una spesa davvero singolare da porre a rimborso – per i giudici – ma effettuata nell’ambito di trasferte relative a impegni inerenti”. Attività politica, insomma.
La raccomandazione politica? È legale
La raccomandazione “politica” non è reato, ci ha messo il timbro un decreto del gip di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) Alessandra Grammatica. Un foglio di carta con cui il giudice ha archiviato la deputata Pd Camilla Sgambato e l’ex segretario casertano dem Raffaele Vitale, finiti nel calderone dell’inchiesta sull’arresto dell’ex sindaco dem Biagio Di Muro per i concorsi pilotati nell’Ufficio di piano sociale.
E che cos’è una raccomandazione “politica” e in cosa si distingue da quelle censurate dalle procure? Lo spiega il pm Vincenzo Quaranta nella lunga richiesta di archiviazione che Il Fatto ha letto: è la segnalazione “affinché si valorizzasse il profilo professionale della candidata (capacità, preparazione, competenza)” ed è diversa dalla raccomandazione con profili penali perché quella è accompagnata dalla “richiesta di trovare la soluzione affinché con modalità illecite la selezione venisse alterata per favorire la loro segnalata”.
La dissertazione riguarda un caso concreto, quello della signora G. D. S. La donna sarebbe stata favorita per un concorso del 2014. Si cita una intercettazione del presidente della commissione giudicatrice che dice che “si era reso necessario consigliarle di farsi sponsorizzare politicamente”. Il suggerimento, secondo il racconto in ambientale, fu accolto: G.D.S. “avrebbe allora attivato il segretario Pd Vitale che a sua volta avrebbe attivato Sgambato che avrebbe segnalato il suo nominativo all’allora sindaco Di Muro”. Una catena tutta interna al Pd casertano.
Sgambato è stata interrogata il 9 dicembre, G.D.S. e Vitale il 13 dicembre. Tutti negano gli addebiti ma le versioni non combaciano. I verbali mischiano vicende di interesse pubblico con storie personali e familiari prive di rilievo, utili solo a definire il contesto di colloqui e incontri. Quel che conta sono le conclusioni del pm: una richiesta di archiviazione, ma con motivazioni che confermano che le raccomandazioni ci furono. “Le complessive acquisizioni investigative – si legge nelle 11 pagine – impongono di ritenere che Vitale, tra l’altro legato da rapporto anche amicale con Pasquale Stellato (figlio della deputata e vicesegretario nazionale dei Giovani Democratici, ndr) e la Sgambato si siano interessati o siano stati interessati per la vicenda D. S.”. Ma l’inchiesta “non consente di poter ricostruire in termini certi il tipo di intervento che Vitale e Sgambato ponevano in essere”.
E siccome non si comprende se la loro sia stata una mera segnalazione politica o altro, e la mera segnalazione “pur rappresentando una condotta censurabile sotto il profilo dell’etica morale/politica, non può assumere penale rilevanza”, il pm archivia. Anche se Vitale ha risposto alle domande “chiaramente mentendo”. Da indagato, è un suo diritto. Dall’interrogatorio di Sgambato alla sua archiviazione sono trascorsi appena 40 giorni. Buon per la deputata, che proprio in queste ore è in corsa per una ricandidatura. Stavolta nessuno si è lamentato di giustizia a orologeria.
Burioni non corre per il Pd. Boschi fa finta di non farlo
Dal 14 dicembre, giorno in cui andò a Otto e mezzo contro Marco Travaglio a parlare di Banca Etruria, Maria Elena Boschi in tv non s’è più vista. E da Natale le sue uscite pubbliche si sono sensibilmente ridotte: non ci sono immagini che la riprendono su qualche red carpet. Durante la pausa natalizia, a Maria Elena è stata posta una condizione per la ricandidatura: sparire da tv e giornali per la durata della campagna elettorale. Posizione condivisa sia da Paolo Gentiloni che da Matteo Renzi.
Con ogni probabilità la sottosegretaria correrà solo nel proporzionale (unica eccezione tra i ministri, insieme a Valeria Fedeli): meglio esporla il meno possibile per evitare che la polemica su Banca Etruria ricominci. La valutazione su dove candidare Boschi è ancora in corso. Sarà quasi sicuramente capolista in Trentino e anche in un’altra regione. Forse in Toscana, ma non nella sua Arezzo e neanche a Firenze: non sarebbe una grande idea per Renzi, che lì corre per il Senato, dover fare tutta la campagna a braccetto della sua ex ministra.
In questi giorni il Nazareno è alle prese con gli incastri finali. Da qui alla direzione – doveva essere giovedì, ma probabilmente slitterà di un giorno – sarà trattativa all’ultimo sangue. Anche la presentazione del programma in 100 punti – annunciata per oggi, dopo essere saltata la settimana scorsa – sarà rinviata.
Ieri, a proposito di liste e trattative, Renzi ha dovuto incassare il no alla candidatura nel Pd da parte dell’immunilogo Roberto Burioni. Il segretario Pd ha fatto dei vaccini uno dei cavalli di battaglia della sua campagna e stava lavorando per portarlo nelle liste fin dalle primarie, quando lo conobbe negli studi di Linea Notte: “Alla fine ho ritenuto che la cosa migliore sia rimanere al di fuori del Parlamento, mettendo i miei studi scientifici e la mia capacità di comunicare a servizio di chiunque combatte per la verità contro le bugie”, ha scritto su Facebook Burioni, spiegando le ragioni del suo no a Renzi.
Al Pd ostentano tranquillità. Ma va detto che il segretario perde uno dei volti noti su cui aveva puntato. Restano in lizza le giornaliste Annalisa Chirico e Federica Angeli; l’avvocato Lucia Annibali, sfregiata con l’acido dal fidanzato; Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, cronista ucciso dalla camorra; Carla Cantone, l’ex segretaria della Spi. Per adesso nulla di troppo “sfavillante”.
Il puzzle delle candidature è complicato. A causa di due variabili ormai note: i posti sicuri sono pochi (il Pd potrebbe avere 200 parlamentari in meno dell’ultima volta) e la proposta di misurarsi in un collegio uninominale per molti equivale a una gentile comunicazione di essere stati fatti fuori. I ministri saranno comunque tutti nei collegi, ma poi garantiti nei listini. I mantra di questa campagna elettorale per il segretario sono “squadra”, toni bassi e promesse realistiche. Così ha annunciato che Pier Carlo Padoan correrà alla Camera, a Siena, “città simbolo di uno dei grandi scandali bancari” perché “insieme abbiamo affrontato le crisi bancarie”. Paolo Gentiloni correrà a Roma 1 e a Roma 2 correrà Marianna Madia. Ancora qualche incognita su Andrea Orlando: il suo collegio è a La Spezia ma solo se Raffaella Paita, sua acerrima nemica, non si candiderà lì.
Oggi Renzi, in una diretta Facebook con Marco Minniti, dovrebbe annunciare la corsa del ministro dell’Interno a Pesaro, nonostante quest’ultimo non abbia alcuna voglia di candidarsi nell’uninominale. Gli altri: Roberta Pinotti sarà a Genova, Graziano Delrio a Reggio Emilia, Dario Franceschini a Ferrara, Maurizio Martina a Milano. Tra gli esclusi ci dovrebbe essere Gian Luca Galletti, sacrificato sull’altare di Casini. Non c’è posto per entrambi. E in Puglia, tra Michele Emiliano che rivendica posti per i suoi e Teresa Bellanova, blindatissima, c’è il caos: tra gli altri, il senatore Nicola Latorre, che rischia di essere dirottato fuori dalla Regione.
Fontana: “La frase sulla razza bianca ha aiutato nei sondaggi”
Attilio Fontana, il candidato leghista alla presidenza della Lombardia, non prova alcun pentimento per la sua frase sulla “razza bianca a rischio estinzione”. Anzi, in un’intervista a Libero ha rilanciato: quell’espressione – dice – l’ha reso famoso e ha fatto crescere i suoi consensi. “È stata un’espressione infelice – riconosce Fontana – ma ascoltando tutta la frase si capiva che il mio non era un discorso razzista ma logico. Tant’è che, dopo, nei sondaggi sono salito e più di una persona mi ha fermato per strada per spronarmi ad andare avanti e non mollare. Quello scivolone ha fatto sì che il mio ragionamento venisse compreso immediatamente da tutti. E poi c’è da ammettere che ha risolto in un secondo il problema di farmi conoscere”. La frase di Fontana è stata però censurata dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti: “Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente”.
Nel Lazio il centrodestra corre per perdere
Aquaranta giorni dalle elezioni regionali nel Lazio, in programma il 4 marzo in concomitanza con le politiche, il centrodestra è ancora privo di un candidato unitario. Più passano i giorni e più la partita di veti incrociati tra le formazioni che compongono la coalizione – Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – somiglia ad un gioco a perdere.
Gli sfidanti, Nicola Zingaretti del Pd che tenta la riconferma, Roberta Lombardi dei 5Stelle e il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi con la sua lista civica che guarda a destra, sono già in campagna elettorale dall’inizio dell’anno. E le liste a loro sostegno stanno presentando anche i candidati per il Consiglio regionale.
Nel frattempo il centrodestra ancora si interroga se sia meglio candidare Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, dalla militanza nel Msi al Parlamento è una delle anime della destra romana, o Maurizio Gasparri, ex missino ormai passato in pianta stabile nelle fila di Forza Italia.
La Lega di Matteo Salvini (come pure Francesco Storace) invece non nasconde il sostegno a Pirozzi, che ieri ha chiarito nuovamente: “Nessuno può obbligarmi a fare un passo indietro”.
Insomma, una scelta tra due nomi con una lunga storia politica ma forse con poco appeal in una fase caratterizzata dal voto di protesta o di opinione. Oppure il sostegno a un sindaco divenuto famoso per il suo attivismo dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016, il quale però appare restio a farsi “controllare” dai partiti della coalizione.
Anche se il candidato venisse individuato in settimana, magari con la scelta in extremis di un terzo nome, esclusi i tempi di allestimento del comitato elettorale gli rimarrebbe un mese scarso per far campagna elettorale. Probabilmente poco per vincere in una sfida a quattro il cui risultato appare incerto, magari sufficiente per conservare i posti in Consiglio regionale per i consiglieri uscenti. In fondo il posizionamento nel parlamentino nel Lazio garantisce una discreta dotazione di fondi al gruppo, la possibilità di contrattualizzare uno staff ampio e una diaria di poco inferiore a quella da parlamentare.
Un elemento che potrebbe favorire un recupero del centrodestra, oltre al traino del voto nazionale, è il terreno su cui finora si sta giocando la campagna elettorale: una sfida di opinione. Finora i candidati non hanno girato molto per i territori regionali, concentrandosi in dispute sui social o in tv. Con Zingaretti impegnato a rivendicare i risultati ottenuti in cinque anni e la Lombardi a cercare di confutarne la validità parlando di giunta “inefficiente”. Un dibattito elettorale fatto di temi tutto sommato marginali rispetto alle competenze della Regione, lontano dai dossier della sanità, che da sola occupa circa l’80% del bilancio dell’ente.
Oggi intanto Zingaretti annuncerà il sostegno alla sua coalizione anche di +Europa di Emma Bonino, mentre sfuma quello di Beatrice Lorenzin, che correrà da sola. La Lombardi invece si prepara a una serie di eventi a cui parteciperà Luigi Di Maio, candidato premier dei 5Stelle.
Liberi tutti il 5 marzo: “Grasso non tira” e non si va oltre il 6%
Liberi tutti, più che Liberi e Uguali? Non è una battuta. Piuttosto il drammatico interrogativo che aleggia marxianamente per le stanze dell’italica sinistra anti-renziana impegnata in questi giorni a chiudere le liste per le Politiche.
Liberi tutti dopo il 4 marzo? Ecco per intero il dubbio materializzatosi dopo che Massimo D’Alema è tornato a parlare di governo del presidente. A quel punto il fantasma delle larghe intese è diventato qualcosa di palpabile e ha accentuato le divisioni interne della lista nata da Mdp, Sinistra italiana e Possibile più la “società civile” del candidato premier Pietro Grasso, presidente del Senato.
“Perché enfatizzate sempre tutto quello che dice D’Alema?”, obiettano autorevoli Liberi e Uguali che però su un punto hanno ragione: “Come si fa ad anticipare qualcosa senza sapere quando prendiamo?”. Giusto. Ed è proprio per questo che allora dentro LeU è stata tracciata una linea di confine. Sotto il sei per cento Liberi tutti, appunto, più che Uguali. E ognuno a seguire il proprio destino. Chi a fare un governo del Presidente, magari con un Pd derenzizzato guidato da Nicola Zingaretti (anche questo ha pesato nella scelta di appoggiare il Pd nel Lazio e no in Lombardia). E chi invece a sistemarsi tra i banchi di un’opposizione.
La soglia del sei per cento conduce poi alla madre di tutte le domande in questa campagna elettorale: perché LeU non sfonda? Tutti i sondaggi infatti indicano una forza impantanata tra il sei e l’otto per cento, senza mai sfiorare la fatidica doppia cifra. Altro che Corbyn o Sanders o Mélenchon. Non solo. Spiega un altro parlamentare uscente di LeU: “Storicamente la sinistra è sempre sovrastimata nei sondaggi e quindi la forchetta si allarga, diciamo dal 5 al 10 per cento”. Ergo, come si fa a decidere prima quello che si farà dopo il voto? “Il 10 è il doppio di 5 e non sono proprio la stessa cosa in termini di seggi”.
Al momento, la compilazione delle liste è stata tarata sulla media tra il 5 il 10 e cioè il 7 per cento. Una quarantina di seggi tra Camera e Senato: 25, massimo 27 a Montecitorio; almeno 13 a Palazzo Madama. Solo posti nel proporzionale, cioè nei collegi plurininominali.
È la fotografia non esaltante, anzi ai limiti dell’implosione, di una lista nuova che paga due fattori: la debolezza di Grasso e un ceto politicista con la vocazione della tattica (vedi alla voce governo del presidente). L’incognita dello spessore da leader di Grasso è da settimane al centro di gran parte dei malumori di Liberi e Uguali. Per la serie: “Grasso non tira”. E viene finanche segnalata con amara ironia l’intervista del presidente del Senato sull’ultimo numero dell’Espresso, in cui Grasso viene promosso a Corbyn italiano in grado di riempire le piazze e motivare i militanti. E allora perché un risultato a due cifre è più lontano che vicino?
Qualcuno risponde che da giorni a sinistra di LeU viene testata un’altra lista che avrebbe già portato via tra lo 0,5 e l’un per cento dei voti. È Potere al Popolo, formata dalla parte più dura e ribellista del “Brancaccio”, dal nome del teatro dove Tomaso Montanari e Anna Falcone, due esponenti del Comitato del No, radunarono un’assemblea per dare sostanza e programma a una nuova sinistra. C’era anche D’Alema seduto in platea, giusto per dare un’idea dell’autorevolezza dell’uditorio.
Oggi quel “popolo” si è congelato e ognuno è stato invitato a fare le proprie scelte in “piena coscienza e totale autonomia”. La parola chiave è “contaminare” gli altri con il programma del “Brancaccio”. Montanari però non si candiderà e sarebbe orientato a votare Cinquestelle. Falcone, invece, è in lizza per un posto da capolista per Liberi e Uguali. È stato lo stesso Grasso a chiederle di candidarsi ma il leader di LeU paga la sua debolezza anche al tavolo delle liste.
I posti per gli indipendenti voluti da Grasso, novello Prodi bonsai in quanto cattolico di sinistra – la definizione, non benevola, è di Peppino Caldarola, direttore della rivista della fondazione dalemiana ItalianiEuropei – sarebbero appena cinque e sul nome di Falcone ci sarebbero stati non pochi problemi. Coerente con la scelta di non farsi paracadutare come una professionista della politica, l’avvocato del Comitato del No, avrebbe chiesto Roma, dove abita e lavora, oppure la natìa Calabria. Ma in quest’ultima regione regna Nico Stumpo, uomo macchina del bersanismo, che non avrebbe offerto garanzie e certezze. Data in bilico, adesso Falcone potrebbe correre, sempre da capolista in un collegio plurinominale, in una regione del nord. Accetterà?
Il segretario della Lega: “Il leader di FI al Colle? Interessante”
“È un ragionamento interessante, però non dico altro, non ho detto nulla”. A dichiararlo è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, nel corso di un dibattito promosso dal Comitato Select Milano, commentando l’ipotesi che il prossimo Parlamento possa votare come presidente della Repubblica Silvio Berlusconi. “Ora però eleggiamo il presidente del Consiglio”, ha poi ribadito ai cronisti al termine dell’incontro. Questo mentre criticava il giro dell’ex Cavaliere a Bruxelles: “L’Italia non ha bisogno di garanti, siamo una Repubblica libera e sovrana che è stata calpestata dagli interessi di Bruxelles e Berlino, quindi sono gli italiani a dover essere garantiti da questo”. Salvini ci ha tenuto anche a rivolgersi a Monsignor Bassetti, presidente della Cei, che “è libero di dire quel che vuole”. Quello della Cei “non lo vedo come un attacco, anzi ho chiesto di incontrare monsignor Bassetti per spiegare le reali posizioni della Lega e per garantire l’integrazione, il rispetto delle regole e la convivenza civile”. Bassetti ieri aveva sottolineato la necessità di “reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti”.
Commissione banche: Procura unica per i reati finanziari
Una procura nazionale per i reati economico-finanziari o sezioni specializzate presso le Procure sedi di Corte d’appello; nuove norme sulla vigilanza con un rapporto vincolante di collaborazione tra Bankitalia e Consob; il divieto per i funzionari di via Nazionale, della Guardia di finanza e per i magistrati di traslocare negli istituti di credito: il famoso meccanismo delle porte girevoli. Sono questi i punti cardine intorno ai quali si svilupperà la relazione finale della commissione di inchiesta sulle banche mentre cresce il consenso per farla di nuovo nella prossima legislatura. D’accordo sono Forza Italia, Fratelli d’Italia e Pd.
Con la presentazione ieri delle proposte dei gruppi parlamentari, i lavori del presidente Pier Ferdinando Casini sono arrivati oramai in dirittura d’arrivo. Una volta passate al vaglio le diverse analisi e richieste spetta infatti a Casini mettere a punto la relazione conclusiva che sarà presentata il 26 nella riunione dell’ufficio di presidenza.
L’idea è quella di arrivare a un voto in tempi rapidi, possibilmente entro il mese di gennaio per evitare un confronto a ridosso delle elezioni.
Anche il Fmi vota “er Moviola”: “Rischi dalle elezioni in Italia”
Ricconi d’ogni genere, big company globali, le istituzioni internazionali che li difendono e governi che le lasciano fare sono tutti riuniti, come ogni anno, a Davos, sulle montagne svizzere. Com’è ovvio si parla anche di Italia e il Fondo monetario internazionale di Christine Lagarde si è iscritto alla lunga lista di enti sovranazionali che spingono perché le politiche italiane restino quelle fatte finora, meglio se con lo stesso presidente del Consiglio: “Le incertezze politiche creano rischi nella realizzazione delle riforme o la possibilità di un riorientamento dell’agenda, anche nel contesto delle elezioni in arrivo in diversi Paesi” (citati Italia, Messico e Brasile). Il Fmi lo scrive nell’aggiornamento del suo World Economic Outlook, in cui alza le sue stime di crescita per il nostro Paese al livello di quello di altri analisti, governo compreso: l’espansione del Pil quest’anno dovrebbe attestarsi all’1,4% per scendere nel 2019 all’1,1%. Le previsioni – migliorate rispettivamente di 0,3 e 0,2 punti percentuali rispetto alle precedenti – tengono conto di “una spinta più forte dalla domanda esterna” e delle esportazioni resa possibile da una crescita del commercio e del Pil mondiale.
In Germania ora tocca agli iscritti Spd. Un altro partito socialista quasi svanito
Il potere logora chi ce l’ha. La sindrome affligge la socialdemocrazia europea, come dimostra l’attualità politica tedesca. I dolori del (non più) giovane Martin Schulz sono quelli di altri suoi colleghi della sinistra del Vecchio continente. La caduta del Muro di Berlino ha eroso i consensi dei “progressisti” e nemmeno gli anni di governo hanno evitato l’emorragia.
Da una parte perché nelle regioni della ex Ddr è stato riesumato un movimento di sinistra e dall’altra perché con l’addio di Oskar Lafontaine alla Spd nel 2005 e la nascita della Linke nella quale sono confluite le due anime del comunismo teutonico, il partito di raccolta si è dimostrato incapace di intercettare le esigenze del suo elettorato.
Anche in Germania la socialdemocrazia non è mai abbastanza di sinistra, ma lo è sempre troppo per la potente lobby economico-imprenditoriale. La Spd è precipitata in alcune delle sue tradizionali roccaforti, esattamente come il Pd in Italia. Un po’ per la crisi che ha spazzato il mondo e un po’ perché i suoi rappresentanti parlano una lingua che i potenziali elettori non capiscono più. Per raccogliere voti, la socialdemocrazia imborghesita ha smesso di parlare alla sua gente per corteggiare gli elettori di “centro”. Senza successo.
Nel 1998 la Germania si era affidata alla Spd di Schröder tributandole quasi il 41% dei consensi. Già nel 2002, dopo quattro anni di governo con i Verdi, era stata raggiunta al 38,5% dalla Cdu, ma grazie alla crescita degli ambientalisti il primo ministro non era cambiato. Nella tornata successiva era scesa al 34,2%, ma aveva accettato di dare vita al primo esecutivo con Angela Merkel.
Il verdetto delle urne nel 2009 era stato disastroso: -11,2% (23%). Nel 2013, dopo una legislatura all’opposizione, era risalita oltre il 25,7%, ma l’Unione aveva guadagnato il 7,7%. Lo scorso settembre è crollata al 20,5%. Il potere logora, come in Italia. Con Romano Prodi alla guida del governo e con Silvio Berlusconi apparentemente fuori dai giochi, Fausto Bertinotti aveva aperto la crisi dell’esecutivo meno democristiano della storia d’Italia. Sulle ceneri del Partito comunista avevano poi messo radici altri movimenti sempre più centristi.
Come la Spd, anche il Pd ha solide basi a livello locale, ma non è più in grado di esprimere un progetto di governo per la nazione. Prima dell’avvento di Emmanuel Macron, la Francia aveva sperato in François Hollande, che aveva osato fare proclami di sinistra in campagna elettorale. Anche i socialisti spagnoli sono in crisi e oggi sono incapaci di opporsi al pragmatismo istituzionale di Mariano Rajoy e costretti a fungere da comparse sul palcoscenico nazionale appoggiando un primo ministro che non possono scaricare. Sulla socialdemocrazia europea ha pesato la mancanza di coraggio nel trasferire le rivendicazioni di quella maggioranza nemmeno troppo silenziosa alla quale ora vengono sfilati diritti e ricchezza. Anche quando avrebbe potuto, è stata troppo “tiepida” nei confronti di quel (vero) potere economico e finanziario dal quale è rimasta sedotta.
La ragion di Stato ha tuttavia prevalso sulla ragion di partito. Che è poi quello che è accaduto domenica nel congresso straordinario della Spd che ha dato il via libera alle trattative per la formazione di un nuovo governo con l’Unione. Nel 2013, dopo il deludente risultato delle urne, l’allora segretario Sigmar Gabriel, aveva rivoluzionato gli schemi decidendo di sottoporre al voto degli iscritti il programma di coalizione. L’affluenza al referendum era stata del 78% con tre quarti dei voti favorevoli alla GroKo (la grande coalizione). La responsabilità condivisa non ha portato risultati, anche se Schulz ha deciso di restituire l’ultima parola ai 440.000 tesserati. Un atto di democrazia estrema e non dovuto, fotografia di una crisi di identità. Non solo del partito, ma di un ideale.